domenica 28 gennaio 2024

Il mondo si sta dirigendo verso la sua rovina, cosa dovremmo fare?





Editoriale di Fideliter n°273
Pubblicato il 18 gennaio 2024


Abate Benoît de Jorna

È innegabile che i tempi siano a dir poco difficili. Il disordine è nelle strade così come nella mente delle persone. Siamo civilmente invitati a vivere in conformità con una precisa idea di uomo e di storia sulla quale dobbiamo ora costruire la società di oggi così come quella di domani. I criteri di bellezza non sono più quelli che potevamo ammirare nelle costruzioni del passato. La verità non deve più pretendere di trascendere le opinioni di tutti e affidarsi a regole di buon senso. E il bene non è più una morale di cui i dieci comandamenti riassumevano la quintessenza. Questi tre criteri non valgono più nella vita sociale e scompaiono dalla vita privata; non devono più guidare i cittadini nella ricerca di un cammino conforme alla natura di cui Dio è autore e tanto meno disporre alla ricerca della vita soprannaturale di cui Gesù Cristo è modello e fonte.


Davanti ai nostri occhi la vita delle società lotta contro Dio


La vita sociale è organizzata in modo tale che non esistono più né il bello, né il vero, né il bene. Wokismo, comunitarismo, femminismo, antispecismo contribuiscono ampiamente a questo con grande pubblicità. Il passato viene raso al suolo e la storia riscritta. La nostra società vive, deliberatamente, in cambiamenti radicali e molto rapidi. Non ci sono più eroi a cui ispirarsi, né modelli a cui fare riferimento. Volontariamente, la nostra vita civica è stata ridotta a una grande impresa economica che avvantaggia i ricchi e impoverisce i poveri; non ha più una reale dimensione politica, orientata al desiderio del bene comune virtuoso; non si basa più sulla permanenza di principi perenni. Consiste in un movimento. Gli uomini si susseguono, senza attaccamento, attori di una vasta fabbrica di prodotti virtuali.

Davanti ai nostri occhi, e nostro malgrado, la vita civile lotta contro Dio, fonte e fine dell'essere. Sottomettere la religione al regime economico che la governa significa semplicemente promuovere un secolarismo combattivo e totalitario.

Purtroppo il Concilio Vaticano II si è dato come precetto l'esame dei segni dei tempi e la Chiesa conciliare si precipita a capofitto verso le stesse follie. Romano Amerio, nella sua famosa opera Iota Unum, castigò giustamente questo nuovo cristianesimo: “La Chiesa sembra temere di essere respinta, come positivamente avviene da una larga parte del genere umano. Cerca quindi di scolorire le proprie peculiarità meritorie e di colorare d'altra parte i tratti che ha in comune con il mondo: tutte le cause giuridiche da essa sostenute hanno l'appoggio della Chiesa. Offre i suoi servizi al mondo e cerca di assumere un ruolo guida nel progresso umano. Ho dato a questa tendenza il nome di cristianesimo secondario. »

Di fronte a questo pericolo, la fermezza cattolica è sempre stata salvezza e per noi è particolarmente importante che rimanga tale. È ancora necessario che abbiamo nel cuore un ardore invincibile, che la fede nella Santa Chiesa ci rinvigorisca sempre e che siamo animati dalla bella virtù teologale della speranza.


L’attuale turpitudine è una prova purificatrice

Per ora dobbiamo sopportare molte prove e difficoltà; attraverso questo mondo corrotto: «Nostro Signore Gesù Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati per salvarci da questo mondo perverso nel quale ci troviamo» (Lettera ai Galati 1, 4). Perché il secolo fa di tutto per farci venir meno: ci offre tutte le turpitudine propizie alla caduta. Questo mondo decadente ci sconvolge e allo stesso tempo attrae fortemente la nostra lussuria. È quindi necessario attraversarlo perché, cristiani, aspettiamo con fermezza la risurrezione e la vita eterna. Che grazia incredibile, oggi, cogliere già questa felicità futura al termine di una vita fugace!

Dobbiamo aspettare, ma soprattutto sperare perché «è nella speranza che siamo salvati. Ma vedere ciò che speriamo non è più sperare” (Lettera ai Romani 8, 24). In tutte le sue Epistole San Paolo ci incoraggia a sperare nella gloria futura. Ci invita ad attendere pazientemente nello scorrere del tempo la redenzione completa e definitiva. «Le tribolazioni, l'angoscia, le persecuzioni, la fame, la nudità, i pericoli e la spada» (ibid., 35) non possono fermare il cristiano. E la forza data dalla speranza teologale consiste proprio nel non considerare la turpitudine attuale come un ostacolo, ma piuttosto come una prova purificatrice che attesta la nostra fermezza nel cammino verso la felicità eterna. Per questo san Paolo arriva a dire: «Ci gloriamo anche nella tribolazione, perché sappiamo che la tribolazione produce la perseveranza, la perseveranza produce la virtù solida e la virtù confermata la speranza» (Lettera ai Romani 5, 3-4).

«Tutto ciò che nel mondo è debole, questo è ciò che Dio ha scelto per confondere la sua forza» (1 Lettera ai Corinzi 1, 27). Sappiamo infatti che la nostra forza è in Gesù Cristo e la nostra lotta una partecipazione alla sua. In questo mondo malvagio, la speranza è una consolazione, ma anche una gioia perché attesta che tessiamo per noi stessi una corona di gloria.






sabato 27 gennaio 2024

Mons. Bux: Fiducia Supplicans non appartiene al “Magistero autentico” e quindi non è vincolante. Non c’è obbligo di assenso religioso della volontà e dell’intelletto.


Mons. Nicola Bux


“Il dramma della Chiesa oggi è la separazione della pastorale dalla dottrina, cioè dell’amore dalla verità”, dice padre Bux. “E la stiamo pagando cara, come aveva previsto Giovanni Paolo II”. “Papa Francesco dovrebbe cancellare la Fiducia Supplicans e sostituire il prefetto con un uomo di ‘dottrina sicura, sana e pura’, per usare le parole dell’Apostolo a Tito”.


Rilancio una intervista rilasciata dal teologo Mons. Nicola Bux, già Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, e amico di Benedetto XVI, al giornalista Edward Pentin. L’intervista è apparsa sul blog di quest’ultimo. Eccola nella mia traduzione.

Di Sabino Paciolla, 27 |Gennaio 2024


Padre Bux, qual è stata la reazione generale ai Fiducia Supplicans in Italia: per lo più contraria, secondo lei, favorevole o ambivalente?

A causa della loro vicinanza alla Sede Apostolica, i vescovi italiani sembrano essere come cani muti: approvano o dissentono, o temono “rappresaglie”. Tra i fedeli e i non praticanti c’è chi considera Fiducia Supplicans, e i tentativi di giustificarla, un insulto alla propria intelligenza. Poi c’è chi conosce la dottrina della fede e della morale, soprattutto le norme della Rivelazione, e pone il primo dubium [dubbio o domanda] ai cinque cardinali inviati l’estate scorsa: È possibile che la Chiesa oggi insegni dottrine contrarie a quelle che ha insegnato in precedenza in materia di fede e di morale, sia dal Papa ex cathedra, sia nelle definizioni di un Concilio ecumenico, sia nel magistero ordinario universale dei vescovi sparsi nel mondo (cfr. Lumen Gentium 25)?

Di sicuro, Fiducia Supplicans non appartiene al “Magistero autentico” e quindi non è vincolante perché ciò che vi si afferma non è contenuto nella Parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, il Romano Pontefice o il Collegio episcopale, sia definitivamente, cioè con sentenza solenne, sia con Magistero ordinario e universale, propone di credere come divinamente rivelata. Non si può nemmeno aderirvi con l’assenso religioso della volontà e dell’intelletto.



Cosa pensa del comunicato stampa del 4 gennaio volto a chiarire la dichiarazione? Ha risolto qualcosa?


Nella maggioranza dei battezzati prevale l’ignoranza, dovuta al fatto che per decenni si è preferito il sociale alla catechesi; per le coppie eterosessuali e omosessuali irregolari ciò che ora vale è: l’amore è amore. Chi usa la logica si oppone e allora sorge il secondo dubium dei cardinali: È possibile che in determinate circostanze un pastore possa benedire le unioni tra persone omosessuali, suggerendo così che il comportamento omosessuale in quanto tale non sarebbe contrario alla legge di Dio e al cammino della persona verso Dio? A questo dubium se ne lega un altro: Continua ad essere valido l’insegnamento sostenuto dal magistero ordinario universale, secondo cui ogni atto sessuale al di fuori del matrimonio, e in particolare gli atti omosessuali, costituisce un peccato oggettivamente grave contro la legge di Dio, indipendentemente dalle circostanze in cui avviene e dall’intenzione con cui viene compiuto? Quindi, la dichiarazione del 4 gennaio è un classico tentativo di coprire le crepe.



È d’accordo sul fatto che la dichiarazione ha messo in luce divisioni che erano già presenti ma che ora sono uscite allo scoperto?

Benedetto XVI, nelle sue Note dell’11 aprile 2019, ha descritto l’origine dello sfacelo della morale cattolica, e quindi anche delle divisioni tra i cattolici, a causa del fatto di ritenere non peccaminosa la convivenza di una coppia sia eterosessuale che omosessuale. La divisione o scisma, prima sommersa, è ora emersa. Vedremo se sarà dichiarata formalmente in un prossimo evento ecclesiale, come un sinodo o un conclave. Di certo, il prossimo Papa dovrà fare i conti e decidere se approfondire la divisione o sanarla convocando un concilio. A chiunque si candidi come Papa, nelle congregazioni pre-conclave dovrà essere chiesto di rispondere ai dubia accumulati dal 2015, altrimenti la divisione della Chiesa si approfondirà.



Perché secondo lei c’è stata un’opposizione soprattutto in Africa e in Europa centro-orientale e non tanto negli Stati Uniti e in altri Paesi prevalentemente occidentali?


Perché in queste zone, cioè nell’emisfero settentrionale e occidentale, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha contrastato l’ideologia relativista che era penetrata nella morale e aveva demolito la legge naturale con la formazione alla dottrina e alla vita in Cristo – cioè la morale cattolica, combattendo il pensiero neopagano. Così, il popolo è rimasto fedele. Poi, chiedete a un ebreo se è una benedizione (berakah) quando non ha una sacralità (diciamo che non è liturgica) e se si può benedire qualcosa che Dio maledice e aborrisce, come un peccato contro natura. Un amico ebreo che ha sentito parlare di Fiducia Supplicans mi ha detto: “Il Papa non conosce la Bibbia?”. Per non parlare del ridicolo dei musulmani e dell’allontanamento degli ortodossi che hanno ormai dichiarato impossibile l’unità con i cattolici. Fiducia Supplicans e i successivi comunicati sono il risultato dell’ignoranza del prefetto Fernandez.



Qual è il modo migliore per risolvere la confusione e la divisione che derivano da Fiducia Supplicans?

Spiegare che non c’è pastorale senza “pasto”, perché “la dottrina è in realtà come il cibo, il cui possessore è colui che lo distribuisce” (San Gregorio Nazianzeno). La dottrina, quindi, è pastorale, ma se il pastore non la possiede, non può fare pastorale. Il dramma della Chiesa di oggi è la separazione della pastorale dalla dottrina, cioè dell’amore dalla verità. E la stiamo pagando cara, come aveva previsto Giovanni Paolo II. Papa Francesco dovrebbe cancellare Fiducia Supplicans e sostituire il prefetto con un uomo di “dottrina sicura, sana e pura”, per usare le parole dell’Apostolo a Tito.



Come pensa che questa vicenda influenzerà il prossimo Conclave?


Sicuramente il prossimo Papa, se non vuole essere tale solo per una parte della Chiesa, dovrà porsi la domanda: qual è la missione della Chiesa? Quella di conformarsi al mondo o di salvarlo? L’unità della Chiesa cattolica è compromessa da Fiducia Supplicans perché, su una verità morale così essenziale, accetta, in pratica, opinioni opposte tra le Chiese sparse nel mondo. Un esempio: Il nuovo vescovo di Foggia ha detto che la sua Chiesa sarà la “Chiesa di Francesco che benedice tutti”. Ma la Chiesa non è forse quella di Gesù Cristo?

Fernandez si è screditato pubblicando un documento che è l’opposto di quello del suo predecessore, [il cardinale Luis] Ladaria, nel 2021. Si tratterebbe di uno “sviluppo” o piuttosto di un’eterogenesi della dottrina? Il Dicastero e la Santa Sede si sono umiliati. Qualcuno ha già ribattezzato il Dicastero “per la distruzione della fede”. Il sospetto di ignoranza e malafede peserà su Fernandez in qualsiasi documento che firmerà in seguito. Dovrebbe dimettersi.






Il realismo di Tommaso d’Aquino, antidoto ai mali odierni



La filosofia e teologia di san Tommaso sono ormai incomprese sia perché hanno una logica ferrea, oggi persa, sia perché si fondano su una premessa inattaccabile: qualcosa c’è. A differenza delle ideologie, il dato di realtà è la base dei suoi argomenti.


ATTUALITÀ DI UN SANTO

EDITORIALI



La Chiesa, questa domenica, celebra la memoria liturgica di san Tommaso d’Aquino (1224/1226 – 7 marzo 1274), di cui inoltre a marzo ricorreranno i 750 anni dalla morte. Naturalmente non basterà un solo anno per celebrare la sua grandezza, figuriamoci ricordarlo in un articoletto come questo.

Tra gli infiniti aspetti di radicale importanza che troviamo nel suo insegnamento, vogliamo qui però metterne in evidenza uno. Le teorie filosofiche sono valide o erronee, alla fine, per due motivi. Per le loro premesse e/o per l’iter argomentativo che si è sviluppato dalle premesse alle conclusioni. A volte le premesse, ossia il punto di partenza da cui prende l’abbrivio il ragionamento, sono valide. Pensiamo, tanto per rimanere all’attualità, alla posizione dottrinale della Chiesa sull’omosessualità, posizione che è di condanna. Ma poi può accadere che le conclusioni non siano conseguenti alle premesse. Ecco permettere, come nella recente dichiarazione Fiducia supplicans, le benedizioni delle relazioni omosessuali. L’iter logico del ragionamento è dunque fallace.

Altre volte le stesse premesse sono erronee: ad esempio, "Dio non esiste". Va da sé che, stante questa premessa erronea, tutte le argomentazioni svolte successivamente, sebbene e proprio perché assolutamente coerenti con la premessa, risulteranno erronee. Se Dio non esiste, tutto è nato e regolato dal caso.

Tommaso torna attualissimo anche per questi due motivi. Da una parte per la sua maestria ineguagliata nell’articolare un ragionamento serratissimo, connotato da una logica ferrea, dove ogni passaggio argomentativo è sempre provato e non è mai apodittico. Torna attuale perché simile capacità è oggi perlopiù persa anche tra gli studiosi e tra la gente comune, dove la fa da padrone l’emozionalismo, ossia la ragione asservita alle passioni, ai sentimenti. La testa, oggi, è finita nella pancia.

Su altro fronte – ed è l’aspetto su cui qui vorremmo soffermarci un poco di più – la filosofia e la teologia di Tommaso provocano i contemporanei perché la premessa su cui si fonda tutta, ma davvero tutta la sua riflessione, è inattaccabile, una premessa che invece è fortemente attaccata dalla cultura contemporanea. L’unica premessa esistente per qualsiasi ragionamento è la seguente: qualcosa c’è. L’essere è il primo dato di ragione ed è una evidenza ineludibile. Da notare il realismo assoluto: Tommaso non parte per la sua riflessione dalla fede, dalla Rivelazione, da Dio (perché non è evidente, egli dice), dalle teorie di altri maestri, dal pensiero, dai sensi, ma dalla realtà perché essa è un dato oggettivo e non soggettivo. Il reale si pone di fronte all’uomo per quello che è. Vero che lo conosciamo in modo soggettivo, ma non perde la sua oggettività a motivo di ciò. Nei secoli le obiezioni articolate per confutare questa evidenza si sono sprecate. Ad esempio: la realtà che noi percepiamo è solo un sogno, non esiste. Si tratta invero di un grande autogol, perché così dicendo si affermano implicitamente due realtà: che esistono il sogno e il sognatore.

Perché il realismo di Tommaso è così fastidioso per l’uomo post-moderno e così inviso anche in casa cattolica? Perché i nostri amici, colleghi, parenti, conoscenti vivono spesso di idee sganciate dalla realtà, perché per realizzare i loro desideri egoistici devono passare sopra la realtà. Pensiamo alla fantasia di credersi donna quando si è uomo. Pensiamo alla legittimità dell’aborto perché tanto nel ventre della donna c’è solo un grumo di cellule. Pensiamo alla liceità dell’eutanasia perché il paziente, per la malattia e il dolore, da persona diviene vegetale. La realtà è altra, ma, dato che contrasta con i nostri progetti, ecco che la ignoriamo e sovrapponiamo ad essa il calco dei nostri sogni, sogni di false libertà.

Il realismo di Tommaso non è presente solo nella premessa generale su cui si fonda tutto l’edificio maestoso della sua riflessione, ma anche in moltissimi argomenti. Ad esempio quando il Dottore Angelico tratta il tema della legge umana (cfr. Summa Theologiae, I-II, qq. 95-97) afferma quello che per lui è una evidenza: nella società umana ci sono i virtuosi e i malvagi. Usa letteralmente questi due termini. Questa è un’asserzione che per Tommaso e i suoi contemporanei era innocua, tanto era lapalissiana nel suo oggettivo realismo, ma per noi non lo è per niente, per più motivi. In primis la virtù e la malvagità sono parole superate, risibili, tanto suonano bigotte. In secondo luogo, per il mondo odierno, la virtù e la malvagità non esistono, sono solo concetti astratti. Esistono solo scelte personali che, finché non offendono gli altri, sono lecite. Non ci sono dunque persone cattive e se esistono, si sostiene, lo sono diventate a causa della società. È solo la nostra personalissima griglia valoriale a considerarle tali. Tuttalpiù esistono persone fragili, in ricerca, ferite.

Ecco, questa visione dell’uomo buono sempre e comunque, semmai corrotto da sovrastrutture sociali, era esclusa da Tommaso non solo a motivo del peccato originale, ma anche perché appariva evidente, a lui come ai suoi contemporanei, che tutti compiamo il male e che vi sono persone dedite al male. Un realismo inaccettabile oggi per il buonismo imperante nato da un approccio relativista dove ogni scelta è insindacabile. Buonismo, però, solo di facciata perché nel privato ciascuno di noi bolla gli altri spesso come spregevoli, mediocri, invidiosi, eccetera.

Celebrando allora san Tommaso in questo 2024 vogliamo celebrare non solo questo ingegnere della filosofia, questo scienziato della teologia, ma anche l’uomo per quello che è, per come dovrebbe essere e non per come vorremmo che fosse secondo i nostri capricci.



***

Ai 750 anni dalla morte di San Tommaso d'Aquino sarà dedicato l'intero primo piano del numero di marzo della nostra rivista di formazione apologetica La Bussola mensile. Potete abbonarvi direttamente dal nostro sito: (clicca qui) oppure scrivendo a distribuzione@lanuovabq.it.





venerdì 26 gennaio 2024

A che serve curare la vita terrena, se non si pensa a quella eterna?




 26 GENNAIO 2024


Rubrica a cura di Corrado Gnerre


Scrive don Dolindo Ruotolo (1882-1970) nel suo “Per il tuo interesse e per la tua vita“

La nostra vita passa, e ce ne accorgiamo ogni giorno. E’ un viaggio verso la morte e l’eternità. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno che passa è un cammino percorso verso queste due mete, e diremmo, verso queste due stazioni. Chi intraprende un viaggio fa due tappe: Va prima alla stazione o al porto, e poi sale sul treno o sul piroscafo, ed e portato lontano, tra i saluti e le lacrime di quelli che restano. Noi andiamo prima verso la morte, e dalla morte passiamo all’eternità. E’ una grande stoltezza dunque concentrarsi nella vita presente, lavorare e stentare per il benessere del corpo, e dimenticare le cose più essenziali: l’anima e l’eternità.

Non saresti stolto se, dovendo lavorare per produrre, tu perdessi il tempo a lucidare i perni o le ruote di una macchina e ti curassi solo della pulizia dello stabile, trascurando proprio il lavoro? Sì, è bene tenere tutto pulito, è bene anche avere un posticino più comodo per lavorare, ma l’essenziale è che tu produca, che la tela cresca, che il ferro sia modellato, che il legno grezzo diventi un mobile; se non fai questo, non sei un operaio. Un cuoco che si preoccupa di tener pulita la cucina, ordinato il suo vestito e non prepara il pranzo, a che serve? Le occupazioni della vita presente sono come l’ambiente e il mezzo per lavorare e produrre per la vita eterna, servono a compiere la missione che Dio ci ha data, per meritare il premio eterno; se tu dimentichi il tuo fine ultimo, e la necessità di operare il bene per salvarti, lavori, stenti, sudi, e praticamente ti affatichi invano.

– Sì, tu dici, ma la vita è la vita, ed io non posso trascurare il campo, la bottega, l’ufficio, e così mi passa tutta la giornata.- Benissimo, ma tu per le tue occupazioni non trascuri di dormire, di lavarti, di mangiare, leggere il giornale, e persino di fumare e divertirti. Ora come puoi, per le occupazioni materiali non pensare mai o quasi mai a quello che ti serve per la vita eterna, cioè a pregare, ad ascoltare la Messa, a ricevere i Sacramenti, a confessarti, a comunicarti, ad istruirti nelle verità della Fede, tu che in questo sei così ignorante?

Che cosa penosa, per es., che un avvocato, si occupi da mane a sera e persino la notte, della difesa di un reo, e non pensi almeno per mezz’ora alla causa della propria anima innanzi a Dio! Che cosa triste che un muratore stia occupato da mane a sera ad innalzare case ed edifizi, e non metta nel giorno neppure una pietruzza per il suo bene eterno, e per la celeste dimora! Una vita tutta spesa nelle occupazioni materiali, senza curarsi di quelle spirituali ed eterne, è simile a quella delle bestie da soma, che lavorano per gli altri e non fanno mai nulla per sè! – Ma io lavoro per la casa e per i figli, tu dici, e sono degno di lode e vero galantuomo. Come posso avere il tempo di badare all’anima? – Stolto, e credi tu che quelli per i quali lavori potranno supplire a ciò che tu non fai per l’ anima tua? E credi poi che te ne saranno veramente grati? Ti perderai eternamente per chi non ti ricorderà neppure? E non sai tu che amando e servendo Dio, compiendo i tuoi doveri religiosi, e curando l’anima tua, porti la benedizione sulla tua casa e sul tuo lavoro, ed è proprio allora che vivi veramente per il bene della tua famiglia? Non devi lasciare solo un’ eredità materiale ai tuoi figli o provvedere solo al loro corpo, ma con la tua vita cristiana, praticante, devi lasciare loro l’esempio della virtù, e guidarli ai beni eterni. Ti preoccupi del loro avvenire terreno e non ti preoccupi del loro avvenire eterno? Come puoi meritare il nome di padre, se ti mostri senza fede e senza virtù innanzi ai tuoi figli, se vivi disordinatamente e raccogli il loro compatimento e persino il loro disprezzo? Un padre lontano dalla Chiesa e dai Sacramenti, un padre che non prega, che bestemmia, si ubriaca, si dà a vizi turpi, ha relazioni cattive e commette il male, che razza di padre è ?

Una madre che pensa solo ad ornarsi, a fare la civetta, a chiacchierare, ad inveire, e non si preoccupa dell’anima sua e di quella dei suoi figli, che razza di madre è?





giovedì 25 gennaio 2024

Sul latino nella liturgia. Ecco perché è una ricchezza. E non è solo questione di linguaggio verbale






25 GEN 2024

Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli



Caro Valli,

le scrivo perché vorrei spezzare una lancia a favore dell’utilizzo dell’italiano, e delle lingue locali in generale, nella liturgia.

Inizierò da un piccolo aneddoto. Una signora del mio paese venne chiamata Perogna in onore di quella che, secondo la sua mamma, doveva essere una grande santa. “Santa Perogna” era ciò che a quella pia donna era arrivato delle parole latine per omnia saecula saeculorum. Per omnia diventò Perogna, e doveva essere una santa davvero molto importante se era nominata in tutte le messe!

La mamma di Perogna aveva fede e pregava, ma non comprendeva le parole con le quali lo faceva.

Nel corso dell’ultima messa a cui ho partecipato mi trovavo nel transetto e sollevando lo sguardo potevo vedere i visi di chi si trovava nella navata centrale. Durante il Kyrie ho avuto l’impressione di cogliere un po’ di smarrimento.

Gesù parlava ai pastori e ai pescatori in tempi in cui la scuola era per pochissimi. Il Vangelo ci dice che Gesù insegnò ai suoi discepoli a pregare il Padre utilizzando la loro lingua.

Nel corso dell’ultima cena, quando venne istituita l’Eucaristia, le parole di Gesù furono dette nella lingua degli Apostoli.

La discesa dello Spirito Santo diede agli Apostoli il dono di parlare tutte le lingue per rivelare il Vangelo a tutti i popoli.

Penso che utilizzando una lingua diversa da quella dei fedeli ci sia il rischio di metterci nelle condizioni di chi ascolta e pronuncia misteriose formule magiche piuttosto che preghiere e lodi. Porre una distanza linguistica tra chi celebra la messa e chi vi partecipa toglie potere di ammaestramento e intensità di partecipazione.

Mi sembra che il nodo vero non sia la perdita del latino, ma la perdita del senso della sacralità della liturgia. Il nostro parroco questo senso lo ha mantenuto.

Grazie sempre per il suo blog

Alba

*


Risponde don Mauro Tranquillo, FSSPX

Gentile Alba,

parto dall’aneddoto sulla signora Perogna. Non lo voglio mettere in dubbio, anche se trovo molto strano che il parroco, al momento del Battesimo, non sia intervenuto per imporre un nome cristiano sensato, come prescrivono il rituale e la legge canonica. Sappiamo che i vecchi parroci non avevano alcuna remora nell’intervenire in questi casi (come era loro preciso dovere), quindi trovo curioso che abbia accettato un nome del genere.

Sull’argomento della percezione del latino da parte del popolo, ci sono ormai studi importanti e di ampio respiro, come quello di Gian Luigi Beccaria (Sicuterat). Ne emerge (al di là di qualche elemento buffo, ma non si può ragionare sull’aneddotica) una conoscenza popolare profondissima della liturgia, delle feste, dell’anno liturgico, vissuti e fatti propri profondamente dalla popolazione. L’influenza dei riti e del calendario sulla vita del popolo era senza paragoni con quello che il nuovo rito in volgare può lasciare anche al suo più assiduo frequentatore. Evidentemente la formazione di cui quel rito era parte funzionava, e ha segnato profondamente la vita sociale in moltissimi paesi per secoli.

Uscendo da queste considerazioni, occorre ricordare le gravissime ragioni che spinsero la Chiesa Romana a conservare sempre l’uso del latino nella liturgia, contro ogni obiezione (generalmente di marca protestante). Di fatto semplicemente la Chiesa continuò a esprimersi nei riti nella lingua stessa in cui erano nati, dando così il senso della continuità con la Tradizione dei santi Padri. Il latino è la lingua in cui i testi del rito romano sono semplicemente stati composti all’origine. Il messaggio che ogni fedele riceve dall’uso di tale lingua è il concetto della continuità della fede e della Tradizione, non inventata o reinventata a nostro uso, ma ricevuta. I concetti infatti (torneremo poi su questo) non si comunicano solo con discorsi, ma con un linguaggio molto più ampio di quello verbale. I Papi hanno poi insistito sull’uso del latino come garanzia di stabilità dottrinale e segno di universalità e sovranazionalità, caratteristiche della Chiesa cattolica che in qualche modo anche la liturgia deve esprimere.

Vengo quindi alla risposta alla più comune delle obiezioni, quella della lettrice che ritiene che senza il volgare si perda la comprensione dei testi. Premetto che tale obiezione di per sé non riguarda il nuovo rito, visto che esso non è una traduzione del vecchio: chi ha istituito la liturgia in volgare ha anche pesantemente cambiato tutti i testi, introducendo concetti molto diversi e opposti. Quando poi hanno detto di averlo fatto per facilitare la comprensione, avrebbero dovuto dire che volevano far comprendere tutt’altre cose che quelle espresse nella vecchia Messa, visto che non ne hanno conservato né i testi né i riti.

Soprattutto però l’obiezione si basa su una visione impoverita della comunicazione: si pensa che l’uomo comunichi solo con il linguaggio verbale. Il linguaggio rituale invece è un insieme di elementi, verbali, sensoriali, musicali, gestuali eccetera: in questo quadro, come accennato sopra, l’uso di una lingua non quotidiana è uno degli elementi che permettono di trasmettere dei concetti. La liturgia non è una sorta di grande predica, o conferenza, o catechesi, secondo l’idea luterana e poi montiniana: è un’azione sacra, che comunica innanzitutto la grazia, e come azione sacra e sacerdotale deve apparire al fedele. Così gli saranno trasmessi i giusti concetti che riguardano ciò che avviene sull’altare, e circa la perennità della fede cattolica e della Chiesa, e circa il carattere eterno della Tradizione.

Il fedele che assiste alla liturgia in una lingua che non comprende in poco tempo è in grado (a maggior ragione se vi è abituato da sempre) di sapere e cogliere tutto quello che deve sapere dei misteri e dell’azione santificatrice cui assiste, e questo proprio anche tramite il fatto che non si prega nella lingua corrente. Dire che ciò ha qualcosa di “magico”, da parte di un cattolico, sarebbe violentemente irrispettoso di una prassi più che millenaria della Chiesa, cui si opposero storicamente solo gli eretici (i protestanti in particolare). Essi infatti sapevano che il latino impediva loro di rovesciare i concetti cattolici di Tradizione e sacerdozio, e perciò lo rinnegarono tutti immediatamente; negli stessi anni, il concilio di Trento ne conservò l’uso, a tutela della fede cattolica e come segno della continuità della Chiesa Romana con quella delle origini. Solo chi pensava che l’azione della Messa fosse comunitaria e assembleare (e non del Cristo tramite il sacerdote) poteva immaginare che fosse indispensabile una liturgia nella lingua dell’assemblea, diventata attore del rito. 

Nel concetto cattolico, i fedeli presenti non compiono un’azione, ma ne ricevono gli effetti: l’azione è del Cristo (con il sacerdote come strumento). L’indispensabilità del volgare deriva dal concetto di assemblea celebrante, introdotto dai protestanti e fatto proprio dal nuovo rito. Per questo il nuovo rito deve essere in volgare, non certo per una preoccupazione di comprensione (anche perché sennò sarebbe stata una traduzione, non una nuova costruzione).

Questi concetti della Tradizione e del sacerdozio e del ruolo “ricettivo” e non “attivo” del fedele li assorbe chi assiste alla “Messa in latino” senza che gli debbano essere spiegati: il fedele capisce cose importantissime non perché spiegate in lunghi discorsi, ma perché vissute nel modo in cui si svolge l’azione (non il discorso) rituale. Così il mantenimento di gesti e segni e abiti dell’antichità dà il senso della stabilità storica della Chiesa, che trasmette e non inventa: è linguaggio anche questo, più ricco del ripetere un qualche discorso in volgare, più profondo, più universale.

Quanto al voler comunque capire i testi della Messa, non c’è nulla di male, e molto prima del Concilio esistevano messalini bilingui che con l’alfabetizzazione erano nelle mani di tutti. Non sono né essenziali né necessari, ma se si vuole ottenere quanto la lettrice desidera, sono più che sufficienti, e non richiedono la rinuncia a un elemento così espressivo della fede cattolica quale è il latino (tra l’altro, la liturgia tradizionale, per come è concepita, tradotta in volgare sarebbe ridicola, irrilevante). Ma posso assicurare che i messalini bilingue, magari utili a chi assiste le prime volte alla Messa tradizionale, sono rapidamente superati da un atteggiamento interiore che coglie tutto l’insieme del rito e non solo le parole (che poi in gran parte si ripetono). Alla fine a parte leggerci magari le letture o qualche testo variabile, questi messalini non servono più a “seguire la Messa”: essa si segue, come facevano i nostri vecchi, riempiendo il calice dei nostri atti di fede, speranza e carità, atti interiori, che presuppongono la conoscenza dei misteri, che soli possono associare al sacrificio del Calvario (che non è un discorso ma è azione d’amore, che è più eloquente di qualsiasi discorso).

La Messa non è catechesi, non è conferenza, non è lezione, è molto di più sul piano soprannaturale e su quello naturale del linguaggio: è azione del Cristo sulle anime. Se si sa questo, come lo sapevano i nostri vecchi, si scoprirà che il latino non è una barriera, ma una parte del modo che la Chiesa ci dà di comprendere questi misteri. Non dobbiamo reinventare, ma piamente e amorosamente ricevere: da Cristo, dal sacerdozio, dai Padri che istituirono i riti, dalla Chiesa Romana che li conservò e definì.

Se uno ha vissuto un po’ in un paese protestante, saprà che i cattolici di una certa età erano abituati a difendere l’uso del latino contro le obiezioni dei loro compatrioti protestanti, e con fierezza ne difendevano le ragioni, imparando fin dal catechismo perché noi cattolici abbiamo una liturgia in una lingua unica, antica e romana. Quando dopo il Concilio i preti stessi che avevano insegnato loro perché si pregava in latino vennero a ripetere loro le obiezioni dei protestanti, molti rimasero sconvolti dal fatto che si potesse cambiare così idea su cose che erano state chiara parte dell’essere cattolici, in regioni dominate dall’odio antipapale.

Rimaniamo cattolici. Teniamo ciò che abbiamo ricevuto dai Padri, la Tradizione. Il latino ce lo fa capire. Questo è più importante di capire ogni singola formula pronunciata nella Messa (cosa che, con un po’ di formazione e un libro, si può fare lo stesso).

Un caro saluto

don Mauro Tranquillo, FSSPX








Gli agricoltori europei contro il socialismo verde dell’Unione








Di Stefano Fontana, 25 GEN 2024

Le grandi manifestazioni degli agricoltori che si stanno verificando in numerose nazioni europee dimostrano che l’agenda Green dell’Unione è priva di ragionevoli fondamenti, produce povertà immotivata e danneggia la posizione internazionale dell’Europa. C’è da sperare che alle prossime elezioni previste per giugno 2024 questa linea venga sconfessata, la qual cosa sarebbe utile non solo per rivedere le assurde e impossibili politiche ambientali e climatiste della Commissione ma anche per ridimensionare l’Unione stessa.

Tra le recenti assurdità ecologiste della Commissione, a parte gli interventi su automobili e casa, ricordiamo la direttiva che dovrebbe entrare prossimamente in vigore, che sanziona le imprese se i loro clienti e fornitori non rispettano l’ambiente, naturalmente secondo i criteri convenzionali dettati dalla Commissione stessa. A questo proposito è utile ricordare che la cosiddetta classe A non offre le garanzie verdi che le vengono attribuite. Ricordiamo anche l’aumento dei tassi per i mutui-casa nel caso che l’abitazione acquistata non abbia tutte le caratteristiche ecologiche stabilite. Anche questa disposizione, ovviamente, penalizza i redditi bassi.

Il Rapporto 12 del nostro Osservatorio sul tema “Ambientalismo e globalismo: nuove ideologie politiche” [vedi QUI] aveva già ampiamente affrontato queste problematiche dell’impazzimento ecologista dell’Unione Europea, soprattutto nello studio di Domenico Airoma e Antonio Casciano “Green Deal europeo: poca scienza, molta ideologia, troppo dirigismo normativo” (pp. 97-112). Quello studio contestava il progetto UE di ridurre del 50 per cento l’emissione di gas serra entro il 2030 e conseguire la “neutralità climatica” entro il 2050. Gli Autori riscontravano che i provvedimenti adottati in sede UE in materia ambientale, molti dei quali con effetti sanzionatori, dimostravano come l’ideologia ambientalista fosse diventata fondante e primaria per le politiche europee. Aggiungevano “la strutturale evanescenza e la assai dubbia scientificità dei presupposti di fatto utilizzati dal legislatore comunitario per conformare e indirizzare le scelte dei Paesi membri e i comportamenti di tutti coloro che risiedono entro i confini di quella che assume sempre di più il volto della nuova Unione Socialista degli Stati Europei”. 

Su queste basi ideologiche più che scientifiche e realistiche, l’Unione ha collaborato all’Agenda dell’ONU per il 2030 sullo sviluppo sostenibile, ha imposto ai Paesi candidati ad accedere all’Unione condizioni ambientaliste molto dure e la Corte Europea di giustizia ha fornito ai giudici nazionali i criteri interpretativi in materia. Un aspetto importante dell’azione dell’Unione in campo ambientale è di avere eroso la sovranità degli Stati, imponendo loro l’obbligo di sanzionare iniziative di danno per l’ambiente e obbligandoli a introdurre progressivamente fattispecie di rilevanza penale, in aperta difformità con il principio di sussidiarietà, pure previsto dai Trattati. L’Unione Europea porta avanti un dirigismo politico che, ispirato all’ideologia ecologista, comporta uno svuotamento dell’autorità degli Stati.

Nel 2020 era uscito in Olanda il libro di Hugo Bos dal titolo “Green is the New Red” che documentava la “follia verde” delle politiche di quel Paese e, soprattutto, le loro conseguenze di impoverimento dell’economia, tutto questo in linea ed in ottemperanza con le disposizioni giunte da Bruxelles. Anche questo saggio si può trovare nel Rapporto 12 del nostro Osservatorio. L’Olanda dovrebbe diminuire l’allevamento dei bovini, ridurre la produzione agricola per diminuire le emissioni di azoto, far pagare una tassa per compensare l’emissione di CO2 quando si usa l’aereo, ridimensionare l’industria delle costruzioni, accettare un notevole aumento del prezzo delle abitazioni a seguito della applicazione delle normative verdi, non adoperare più il gas naturale nel riscaldamento delle abitazioni, rispettare limiti di velocità molto ridotti nelle città. Tutto questo comporta conseguenze negative nei confronti del principio del diritto alla proprietà privata e nel rispetto dello Stato di diritto. Per comprendere le dimostrazioni degli agricoltori da cui siamo partiti bisogna tenere conto di questo complesso quadro.

Questo ambientalismo spiega la deindustrializzazione in corso nei Paesi sviluppati, l’abbandono dei combustibili fossili (ammesso che sia possibile), l’aumento del costo dell’energia, l’impoverimento di famiglie e giovani. Il panorama va inquadrato anche in un contesto più ampio, come ha fatto il prof. Gianfranco Battisti con un intervento molto documentato nel nostro sito dal titolo “Si dice clima ma si intende energia” [leggilo QUI]. Egli sostiene che la transizione ecologica programmata è insostenibile, che i soldi per finanziarla (150.000 miliardi di dollari in 10 anni secondo la Cop28 di Dubai), che ai combustibili fossili non si può rinunciare e che, quando tutto questo diventerà evidente e la situazione politica internazionale dovesse mutare, anche a seguito delle elezioni europee, l’Europa pagherà il conto di aver indebolito la propria industria e di avere impoverito le famiglie sull’altare di una inventata emergenza climatica ed ecologica. A quel punto i Paesi dell’Unione Europea potranno essere fuori gioco.

Stefano Fontana







mercoledì 24 gennaio 2024

Il Card. Zen si oppone con forza a Fiducia supplicans e chiede le dimissioni del Card. Fernandez da capo del Dicastero per la Dottrina della Fede


Card. Joseph Zen Ze-kiun


Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Carlos Esteban e pubblicato su InfoVaticana. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica da me curata.



Carlos Esteban

Mancava Zen. Era il nome rimasto per unirsi alla ribellione contro la dichiarazione della Dottrina della Fede che permetteva le benedizioni sacerdotali alle coppie peccatrici (o, eufemisticamente, “irregolari”). E il cardinale emerito di Hong Kong non ha usato mezzi termini.

Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, simbolo della Chiesa perseguitata in Cina, ha preso le distanze dalla breve nota positiva emessa dalla sua ex arcidiocesi di Hong Kong, che critica per non aver fornito la corretta interpretazione del documento. Ha lasciato passare un mese, ma ha deciso di intervenire perché “ho ancora la responsabilità di sostenere la dottrina della Chiesa”.

Il cardinale Zen esordisce definendo la dichiarazione “problematica”. Rispondendo alla dichiarazione di Victor Fernandez del 4 gennaio sulla “necessità di un periodo più lungo di riflessione pastorale”, il porporato cinese sostiene che “ciò equivale a dire che il testo del 18 dicembre è temporaneamente invalido”. Fernandez ha scritto che il sacerdote, di fronte alla richiesta di benedizione da parte di una coppia in situazione irregolare, potrebbe invocare su di loro “la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà”. Questo punto, dice Zen, presenta una contraddizione perché il sacerdote non è tenuto a verificare se la persona che chiede la benedizione ha davvero questa intenzione: “se il sacerdote non è sicuro che abbia questa intenzione, o ha ragione “Se sospetta che non hanno affatto questa intenzione, come può dare una benedizione? “, scrive il cardinale nella sua nota critica.

La Dichiarazione del dicastero insiste molto sulla carità pastorale, ma Zen ricorda il passo biblico che esorta i pastori a rafforzare le pecore deboli, a curare quelle ferite e a cercare quelle smarrite per riportarle all’ovile. Se il sacerdote non è sicuro che la “coppia” davanti a lui intenda aderire pienamente allo stile di vita prescritto da Dio, o è sicuro che non ammettono di vivere nel peccato”, dovrebbe mostrare un “atteggiamento caritatevole” spiegando loro qual è la volontà di Dio.

“La Dichiarazione sottolinea ripetutamente la necessità di evitare di creare confusione, ma le benedizioni che vengono promosse (…) di fatto creeranno inevitabilmente confusione”, ha osservato Zen.

Infine, il cardinale insiste sulla responsabilità del prefetto della Dottrina della fede, che non poteva ignorare le difficoltà di accoglienza nelle “periferie”. Ma la cosa “più grave” è che la dichiarazione implica che “anche il comportamento sessuale nelle relazioni omosessuali ha la sua parte di bene”.

“Secondo la verità oggettiva, tale comportamento è un grave peccato e non può portare a nulla di buono”, scrive il cardinale. “Se il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede definisce ‘buono’ un grave crimine, non starebbe commettendo un’eresia? Il prefetto non dovrebbe dimettersi o essere licenziato?”.