lunedì 26 giugno 2023

Diritti umani, alla fine si torna sempre a Maritain








Di Stefano Fontana, 26 GIU 2023

Due studi recenti tornano sul problema dei diritti umani e, come accade sempre a chi tratta questo argomento, non possono evitare di evocare Jacques Maritain, mettendone in luce alcuni aspetti negativi. Il primo di questi due articoli è il lungo Editoriale scritto dal direttore Bernard Dumont sul numero 156 della rivista francese “Catholica” dal titolo “La fabrique des droits” (pp. 4-15). Il secondo è lo studio di Danilo Castellano pubblicato nel numero 613-614, marzo-abril 2023, della rivista spagnola “Verbo”, con il titolo “Los derechos humanos en la filosofía jurídica contemporánea dominante (pp. 325-336).

Dumont segnala la differenza, pur nella continuità, tra le espressioni droits de l’homme e droits humains. La seconda espressione, pur facendo riferimento alla Dichiarazione del 1789, è stata diffusa sotto l’influenza di Locke più che di Rousseau e ha pretese universalistiche. Queta visione dei diritti umani si è imposta dopo la Seconda Guerra Mondiale, non più come una base comune per distribuire il potere in modo consensuale ed evitare i conflitti dentro il potere rivoluzionario, ma come una visione dell’essere umano considerata un presupposto ormai definitivamente acquisito. È così capitato che a partire dalla Dichiarazione dell’ONU del 1948 tutte le costituzioni (a parte Arabia Saudita e Sud Africa) faranno appello a quella “Human rights universal declaration”, così pure le innumerevoli Dichiarazioni successive, da quella sui diritti dell’infanzia del 1959 alla Charte francese sull’ambiente del 2004 poi costituzionalizzata nel 2005. Si tratta di Dichiarazioni generiche e impregnate di ideologia. Ebbene, Jacques Maritain diede il suo grande contributo a questo esito, sia con le sue opere come “Le droits de l’homme” pubblicata dall’UNESCO nel 1848, sia come membro della Commissione che redasse la Dichiarazione.

Castellano analizza la condizione dei diritti umani nella modernità e nella postmodernità, constatando, tra l’altro, che la filosofia giuridica contemporanea ha completamente messo da parte il problema del fondamento ultimo dei diritti umani. La Commissione UNESCO dichiarò l’impossibilità di conoscere la giustificazione razionale dei diritti umani. Si ritenne quindi che ogni tentativo in questo senso sarebbe fallito e si scelse per la prassi piuttosto che per la teoria. Di fronte alla pluralità dei modi di concepire i diritti umani era necessario far propria una visione pratica dell’uomo e della vita anziché andare in cerca di giustificazioni razionali. Un forte contributo a questa scelta fu dato proprio da Maritain che, quindi, contrariamente a san Tommaso e a tutta la filosofia classica e cattolica, diede il primato all’azione rispetto al pensiero. Ma l’uomo non può agire senza pensare e non può operare fondandosi sul non-pensiero delle varie ideologie.

Ambedue questi articoli, che qui ho brevemente richiamato ma che meritano ben altra lettura, ancora una volta chiariscono il danno provocato da Maritain non solo nel campo dei diritti umani ma anche più in generale del rapporto tra pensare e agire, tra intelletto teoretico e intelletto pratico, tra teoria e prassi. Nelle sue posizioni si vedono i riflessi non certo di San Tommaso ma della filosofia moderna e della teologia del progressismo contemporaneo.

Stefano Fontana





domenica 25 giugno 2023

La Chiesa sinodale, continuatrice della “Chiesa dei Poveri” della Teologia della liberazione






Di Julio Loredo, 23 GIU 2023

È finalmente uscito l’Instrumentum laboris che chiude la tappa di consultazione del Sinodo sulla sinodalità convocato da Papa Francesco. Da qui si passerà alla fase successiva, per la quale sono previste due assemblee generali a Roma: la prima nell’ottobre 2023, e la seconda nell’ottobre 2024.

La lettura del documento non è un’esperienza gradevole. Bisogna armarsi di molta pazienza e coraggio per riuscire a districarsi in mezzo a un testo quasi ermetico, zeppo di neologismi e di concetti comprensibili solo da qualche addetto ai lavori. Il Documento parla del bisogno di un “rinnovamento del linguaggio ecclesiale” per “rendere accessibile e attraente per gli uomini e le donne il mistero che la Chiesa annuncia” (n° 60). A me sembra che il risultato sia stato l’esatto contrario.

Fra i molteplici quesiti che il Documento solleva, mi preme rilevarne uno, forse non centrale ma comunque degno di nota: la “Chiesa sinodale” proposta da Papa Francesco si presenta come la continuatrice della “Chiesa dei poveri” voluta dalla Teologia della liberazione (TdL), biasimata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI.

Per la TdL, i “poveri”, e più genericamente gli “oppressi”, sono il principale locus theologicus, cioè i destinatari privilegiati della Rivelazione e, di conseguenza, la fonte principale della teologia.

Spiega il teologo della liberazione spagnolo Jon Sobrino: “Lo spirito di Gesù è nei poveri. (…) La storia di Dio passa sempre attraverso i poveri, lo spirito di Gesù acquista carne storica nei poveri, e solo dalla loro realtà noi possiamo vedere il corso che, secondo Dio, la storia avrà. (…) I poveri sono il vero locus theologicus per la comprensione della verità e della prassi cristiana”[1].

Nella TdL originale, il concetto di “povero” coincideva col “proletario” marxista, cioè quelli che, privati dalla proprietà dei mezzi di produzione, erano oppressi dalle classi dirigenti. Il principale compito dei fedeli impegnati nel movimento della Tdl sarebbe, dunque, di organizzare tutti gli “oppressi” nella Chiesa, conducendoli alla lotta dialettica contro le strutture ecclesiastiche “oppressive”, salvo poi realizzare identica rivoluzione in campo temporale. L’associazione di tali fedeli sarebbe la “Chiesa popolare” o “Chiesa dei poveri”.

L’Instrumentum laboris del Sinodo sulla sinodalità assume questo concetto fondamentale della TdL, affermando che il “discernimento” per costruire la nuova Chiesa sinodale deve “partire da quello dei poveri e degli esclusi” (n° 54). Continua il Documento: “In una Chiesa sinodale, i poveri, nel senso originario di coloro che vivono in condizioni di indigenza e di esclusione sociale, occupano un posto centrale. Sono destinatari di cura, ma soprattutto portatori di una Buona Notizia che l’intera comunità ha bisogno di ascoltare: da loro la Chiesa ha innanzi tutto qualcosa da imparare” (n° B,1,1,a).

Il Documento vaticano richiama inoltre i cristiani “a essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri. Questo comporta anche la disponibilità a prendere posizione a loro favore nel dibattito pubblico, a prestare la voce alle loro cause, a denunciare le situazioni di ingiustizia e discriminazione, senza complicità con coloro che ne sono responsabili” (n° B,1,1,e).

Dagli anni Ottanta del secolo scorso, però, i teologi della liberazione avevano già cominciato ad ampliare il concetto marxista di “povero” – cioè il materialmente bisognoso – per includere qualsiasi categoria che si senta in qualche modo “oppressa”: donne, indigeni, gente di colore, omosessuali e via dicendo. Allargando il concetto di “povero”, il Documento Finale del Congresso ecumenico di teologia, tenutosi a San Paolo del Brasile nel 1980 e dedicato all’ecclesiologia della TdL, affermava: “[I poveri] sono le classi sfruttate, le razze oppresse, le persone che qualcuno vorrebbe restassero anonime o assenti dalla storia umana”[2].

Nei documenti preparatori del Sinodo troviamo identici concetti. Per esempio, il Documento latinoamericano, espressione della corrente minoritaria della Teologia della liberazione, afferma: «È importante che nel processo sinodale si abbia il coraggio di sollevare e discernere grandi temi spesso dimenticati o messi da parte, e di andare incontro all’altro e a tutti coloro che fanno parte della famiglia umana e sono spesso emarginati, anche nella nostra Chiesa. Diversi appelli ci ricordano che, nello spirito di Gesù, dobbiamo ‘includere’ i poveri, le comunità LGTBIQ+, le coppie in seconda unione, i sacerdoti che vogliono tornare alla Chiesa nella loro nuova situazione, le donne che abortiscono per paura, i prigionieri, i malati. Si tratta di camminare insieme in una Chiesa sinodale che ascolti tutti i tipi di esiliati, in modo che si sentano a casa, una Chiesa che sia un rifugio per i feriti e gli spezzati»[3].

Pure l’Instrumentum laboris raccoglie questi concetti: “I Documenti finali delle Assemblee continentali menzionano spesso coloro che non si sentono accettati nella Chiesa, come i divorziati e risposati, le persone in matrimonio poligamico o le persone LGBTQ+. Rilevano altresì (…) forme di discriminazione a base razziale, tribale, etnica, di classe o di casta, presenti anche nel Popolo di Dio” (n° B,1,2,ab).

Ciò non fa altro che ripetere quanto proposto nel Documento di lavoro per la tappa continentale del Sinodo: «Tra coloro che chiedono un dialogo più incisivo e uno spazio più accogliente troviamo anche coloro che per diverse ragioni avvertono una tensione tra l’appartenenza alla Chiesa e le proprie relazioni affettive, come ad esempio: i divorziati risposati, i genitori single, le persone che vivono in un matrimonio poligamico, le persone LGBTQ, ecc.» [4]. Si tratterebbe di “allargare lo spazio della tenda” per “includere” nella Chiesa queste “minoranze emarginate”.

In questo senso, la “Chiesa sinodale” proposta da Papa Francesco si presenta come continuatrice della “Chiesa dei poveri” auspicata dalla Teologia della liberazione.

Julio Loredo


Note

[1] Jon Sobrino, Ressurreição da Verdadeira Igreja. Os Pobres, Lugar Teologico da Eclesiologia, Edições Loyola, São Paulo 1982, p. 102.

[2] Final Document, in The Challenge of Basic Christian Communities, a cura di Sergio Torres e John Eagleson, New York, Orbis Books, 1981, p. 232.

[3] CELAM, Síntesis de la Fase Continental del sínodo de la sinodalidad en América Latina y el Caribe, n. 65. https://www.synod.va/content/dam/synod/common/phases/continental-stage/final_document/celam.pdf

[4] “Allarga lo spazio della tua tenda”, Documento di lavoro per la tappa continentale, n. 39 https://www.synod.va/content/dam/synod/common/phases/continental-stage/dcs/Documento-Tappa-Continentale-IT.pdf





sabato 24 giugno 2023

SINODO: L’IDEA È SUPERIORE ALLA REALTÀ




Smentendo l’assioma contenuto in Evangelii gaudium, secondo cui la realtà sarebbe superiore all’idea, leggendo l’Instrumentum laboris del Sinodo di ottobre prossimo e ascoltando la conferenza stampa di presentazione dello scorso 20 giugno, si ha la netta sensazione che in Vaticano qualcuno viva in un mondo fatato, che si ostina a credere vero, forse per non dover rinnegare i sogni di gioventù. Alcune considerazioni fattuali su cui riflettere.





I punti caldi del Sinodo universale sono gli stessi del Sinodo della Chiesa Tedesca. O tutta la Chiesa la pensa come i teutonici, oppure l’agenda è già scritta. Delle due l’una. Una semplice constatazione. Se fosse vera la prima ipotesi, allora i vescovi e gli attempati membri del sinodo germanico hanno veramente il polso della situazione. Sono svegli, geniali e profetici: facciamoci governare da loro!

Nell’Instrumentum Laboris si parla tanto di discernimento: uno penserebbe che essendo il Papa gesuita la cosa è più che naturale. Peccato che il discernimento proposto non abbia molto a che fare con quello ignaziano. Quest’ultimo infatti non ha mai per oggetto la prassi sacramentale della Chiesa, né tanto meno la sua dottrina. L’oggetto del discernimento ignaziano è l’elezione, ossia il modo di servire Cristo e la Chiesa imitando maggiormente la povertà e umiltà di Cristo. Inoltre il discernimento vero – come vuole Ignazio – non porta a conclusioni sinodali, ma deve essere sottoposto solo alla Madre Chiesa gerarchica, che vaglia il sentire del singolo sul “sentire con la Chiesa”. Chi non ci crede legga il testo degli Esercizi.

C’è un modello di discernimento comunitario in Ignazio, ed è contenuto nel testo del 1539 titolato Deliberazione dei primi padri. Quando il Basco e i suoi compagni arrivarono a Roma per mettersi a disposizione del Papa, dovettero decidere se disperdersi o rimanere uniti come corpo della Compagnia. Per eleggere ciò avviarono un discernimento comunitario fatto di digiuno e direzione spirituale personale (ciascuno con un direttore diverso). Arrivarono all’unanimità – senza essersi prima consultati – alla scelta di rimanere uniti per offrirsi nel servizio alla Chiesa. Questo discernimento comunitario non ha nulla a che vedere con il metodo proposto dal Sinodo.

È più che evidente che l’Instrumentum Laboris non abbia tenuto presenti le voci di tutti. Noi abbiamo visionato personalmente le proposte sinodali di una compagine ecclesiale molto qualificata: di quello scritto non c’è alcuna traccia nell’Instrumentum Laboris. Forse perché si parlava di conversione, ascolto, silenzio e derive mondane della Chiesa.

Le istanze del cattolicesimo moderato non sono state prese in alcuna considerazione. Tanto meno quelle dei cattolici più tradizionali o tradizionalisti. Questi ultimi hanno sempre denunciato le possibili derive del Sinodo…. Alla luce degli eventi è sempre più difficile dargli torto. Quando in conferenza stampa una giornalista coraggiosa ha osato chiedere il motivo di queste assenze, gli è stato risposto: “Noi ascoltiamo tutti”. Che è come se io rispondessi a chi mi chiede “come va la salute”, che “i medici effettivamente sono molto bravi”!!! Non si riesce a capire se le persone della segreteria sono stupide o furbe.

Lo Spirito santo viene citato in continuazione. Ma che questo Spirito sia lo Spirito di Cristo che ricorda ciò che il Maestro ci ha insegnato non si dice mai. Al livello teologico c’è una voluta e colpevole manipolazione della funzione della Terza Persona (come prassi tra gli adepti dei fratelli domenicani Philippe e in Jean Vanier in Francia). La funzione di ricordare la radicalità della sequela, propria dello Spirito, è volutamente ignorata. Non sarebbe funzionale al ‘nuovo corso’. Si vuole smentire ciò che stiamo scrivendo? Lo si dimostri.

La segreteria del Sinodo – questo ancora nessuno l’ha evidenziato – in realtà non è insediata in Vaticano ma su Marte. Lì c’è una Chiesa dove file di coppie gay chiedono il matrimonio sacramentale premendo alle porte delle parrocchie; dove le donne si infilano sotto le mani dei vescovi per essere ordinate e i transessuali sono i più assidui al Santo Rosario della sera. Sarà pure vero… ma da noi sul pianeta Terra queste cose non si vedono. Al popolo LGBTQ+ di avere la benedizione del prete per fare la propria vita non interessa nulla.




Ritornello: “la Chiesa deve accogliere e non giudicare”. Bufala! Le nostre parrocchie nella stragrande maggioranza praticano l’accoglienza dei poveri, degli emarginati, dei migranti, dei molti da decenni. Solo chi vive di carriere ecclesiastiche non se n’è mai accorto. Si studi la santità sociale dell’Ottocento piemontese ove carità e verità non sono mai entrate in contrasto. Ma si studi sul serio. Si dimentica che la Verità è la più grande forma di carità.

“Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità”, scriveva Benedetto XVI in Caritas in Veritate.

L’Instrumentum Laboris è una smentita evidente della volontà di Papa Francesco di vedere la Chiesa dal punto di vista delle periferie del mondo. Poiché sono proprio le giovani Chiesa locali delle periferie asiatiche e africane (unico continente dove crescono i cattolici in maniera notevole) a non essere assolutamente interessate ai quesiti del Sinodo. Il Sinodo – si abbia il coraggio di smentirlo – è fortemente eurocentrico.

Alla gente delle nostre parrocchie, almeno in Italia, del Sinodo non interessa proprio nulla: lo stesso Cardinale Matteo Maria Zuppi, in una intervista all’Osservatore Romano, ha ammesso che la partecipazione al processo sinodale è stata inferiore alle aspettative. Così a Roma, Milano, Palermo, Napoli… tutte le curie diocesane lo sanno benissimo. Basta fare una telefonata e chiederglielo. Alcune hanno registrato un lieve interesse perché hanno messo a tema argomenti validi per la loro realtà locale. Nulla di più.

Ma allora: chi c’è dietro il Sinodo? La massoneria? I Puffi? I sessantottini delusi? Non sapremmo rispondere. Ma è evidente che esiste una minoranza molto agguerrita che vuole condizionare tutti, silenziando ampie compagini del popolo di Dio.

P.P.

Silere non possum






venerdì 23 giugno 2023

IL CLIMA E’ UNA SCUSA PER IMPOVERIRCI

 


di Boni Castellane,  

La grande contraddizione alla base della Green transition la si comprende rifacendosi alla principale legge che governa la politica: le decisioni importanti non sono oggetto di dibattito. Non c’è stata alcuna discussione sulla gestione pandemica, hanno fatto quello che hanno ritenuto giusto. Non ci fu alcuna discussione sulla moneta unica, non c’è alcuna discussione sull’immigrazione -c’è discussione solo su quanta ce ne debba essere-, non c’è stata alcuna discussione sull’Ucraina. Nelle democrazie le cose importanti si riconoscono perché vengono fatte senza discussione.

Ieri cadeva la data che Greta Thumberg “sulla base di studi scientifici dei massimi esperti", aveva indicato per la fine del mondo; nel 2007 Al Gore disse che nel 2013 la calotta polare si sarebbe sciolta e sarebbe finito il mondo, guadagnandosi così con pieno merito il Nobel, giacché il Nobel non attesta i meriti, ma l’adesione alla Narrazione.

Tutta la Green transition funziona così: esiste un piano di discussione popolare che è amplissimo, diffuso, basato su conflitti sociali indotti attraverso l’uso di ragazzi con l’ecoansia che imbrattano opere d’arte e fermano il traffico – cioè fanno cose odiosissime, ingiustificabili, inutili e fatte apposta per creare indignazione – e un piano di discussione alto, delegato al Word Economic Forum, l’agenzia di stampa ufficiale della Narrazione, dove si afferma che se fa caldo è colpa degli esseri umani e che per non far finire il mondo tutti devono comprare delle cose.

L’ecologismo è un tema interessante proprio per il suo aspetto apocalittico: non si può infatti sostenere che “la fine del mondo” non sia un tema di una certa importanza, tuttavia, se si tratta della fine del mondo, perché ne stiamo parlando? Perché decisioni molto meno importanti sono state prese dalla politica naturaliter, senza alcun dibattito e senza far rumore, presentate alla gente come fatti compiuti, inevitabili e sui quali non c’è niente da dire; e invece del problema della fine del mondo se ne occupa Greta, gli ecovandali con l’ecoansia, Mario Tozzi, i consiglieri comunali, i libri dei divulgatori e Klaus Schwab?

Il Word Economic Forum ha recentemente scritto in un documento che è prioritario diminuire del 75% “i proprietari di automobili”, non le automobili, ma i proprietari, ribadendo così in un colpo solo il concetto del “non possiederai nulla e sarai felice”; sia il fatto che l’inquinamento è colpa di quelli che usano la macchina per i loro loschi spostamenti, sia il fatto che va benissimo che tutti i beni siano di proprietà del 25% delle persone, sia che bisogna affittare tutto per vivere a debito e non avere noiose e anacronistiche incombenze, come il lasciare disdicevoli eredità ai propri discendenti.

Come possiamo notare non si tratta di “decisioni" ma di dibattito, di Narrazione, esattamente come quando Chiara Saraceno, come fatto notare acutamente ieri da Martino Cervo, ci dice che è normale che un giovane precario non compri casa ma vada in affitto e poi ci dice che vivere così è brutto ed è per questo che la gente va via dall’Italia. Possono tali contraddizioni essere altro che Narrazione? Quando il sindaco di Bologna annuncia, per il primo Luglio, il limite dei 30 chilometri orari “perché l’obiettivo sono i morti zero”, non sta realmente parlando di sicurezza stradale e nemmeno di inquinamento. C’è pieno il mondo di città con il limite di 30 chilometri orari, i pochi incidenti mortali purtroppo ci sono sempre e le emissioni, invece di diminuire, aumentano.

L’ex Hotel occupato a Firenze nel quale è scomparsa una bambina di cinque anni è stato sgomberato in un mattino, dopo anni di proteste e di Sinistra che diceva che era una cosa impossibile da realizzare: quando si deve fare qualcosa, non se ne parla, si fa e basta.

C’è però un nuovo rischio in tutto questo: alla Narrazione non basta più semplicemente polarizzare il dibattito creando contrapposizioni, la sinistra woke, alla quale guarda Elly Schlein, è convinta che fare politica significhi sostanzialmente molestare la vita delle persone; non dicono più soltanto che se fa caldo è colpa tua, vogliono metterti fuori norma l’auto, vogliono cambiarti la dieta, vogliono modificarti le abitudini sulla base delle loro peculiarissime convinzioni. E quando Macron, Lula, Biden e Sumak firmano l’appello affinché nessuno resti indietro nella Green transition l’obiettivo non è il sostegno ai poveri, l’obiettivo è dire che la Green transition è un processo inevitabile, necessario e già approvato da tutti. Ma senza averlo chiesto a nessuno.





da La verità del 22 Giugno 2023


giovedì 22 giugno 2023

Instrumentum laboris: la sinodalità conta più della verità



La Conferenza Stampa di ieri pomeriggio, in occasione della presentazione dell’Instrumentum Laboris della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, scritto da una ventina di persone tra aprile e maggio (qui la lista), è stata la drammatizzazione del senso del documento: il contenuto è il processo.



CONFERENZA STAMPA


ECCLESIA

Luisella Scrosati, 21-06-2023

«Il testo dell’Instrumentum laboris non ha la pretesa di essere un trattato teologico sulla sinodalità. Il testo non dà risposte, ma pone solo domande», ha spiegato il cardinale Jean-Claude Hollerich nel suo intervento iniziale (per i testi degli interventi, vedi qui). Stessa musica da parte del Segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Mario Grech: «Non troverete nel testo una sistematizzazione teorica della sinodalità, ma il frutto di una esperienza di Chiesa, di un cammino nel quale tutti abbiamo imparato di più, per il fatto di camminare insieme e interrogarci sul senso di questa esperienza».

Il contenuto del Sinodo è la sinodalità, ma non la sinodalità come contenuto. Non si tratta di una contraddizione: il senso del Sinodo che celebrerà la sua prima Assemblea Generale il prossimo ottobre (la seconda e conclusiva è attesa per ottobre 2024) non è mettere a tema la sinodalità, ma mettere in pratica la sinodalità come mero processo, nel quale le differenti posizioni contenutistiche non sono altro che trama e ordito per la tessitura della rete sinodale. La realizzazione dell’armonia nella differenza non significa trovare una posizione vera, ma lasciare che ciascuno esprima la sua posizione, che ciascuno ascolti quella altrui, e che nessuno pretenda di avanzare verità.

È la linea di papa Francesco, che declassa la verità a oggetto di passatempo per i teologi e intronizza la prassi. Qualcuno ha parlato dell’inversione tra ortodossia e ortoprassi come cifra di questo pontificato, ma la verità è più deprimente, perché dell’“orto” (da orthos, retto, giusto) non sono rimaste nemmeno le cipolle per piangere. È la direzione impressa dal predicatore del ritiro antecedente l’Assemblea Generale di ottobre, il domenicano padre Timothy Radcliff, che nel suo intervento a Bologna del 29 gennaio scorso, definiva il Sinodo come «l’improbabile raduno degli amici di Dio», il cui compito sarebbe quello «di immaginare perché le persone pensano in modo diverso, sentire con la loro pelle, vedere con i loro occhi», per «imparare a gioire per quelle differenze, trarre piacere da quelle differenze. Solo dopo si può parlare delle differenze più profonde». Punto.

La verità non è più né vincolo né obiettivo, perché c’è un bene superiore: il «camminare insieme», espressione che è risuonata in continuazione durante la Conferenza Stampa e che si trova per 35 volte nell’IL. Altri termini gettonatissimi sono «discernimento», che compare fino alla nausea per ben 183 volte, «processo» 91 volte, «dinamismo» 17; rapida analisi lessicologica che però è assai eloquente. E molto eloquente è il paragrafo n. 6 dell’IL: «camminare insieme, cioè fare sinodo, è il modo per diventare davvero discepoli e amici di quel Maestro e Signore che di sé ha detto “Io sono la via” (Gv 14,6)». La verità e la vita gli estensori se li sono dimenticati: Cristo è semplicemente la via; perciò chi “cammina insieme” è già discepolo del Signore.

Il senso del Sinodo è la sinodalità stessa: le domande sui contenuti non sono gradite. Si capisce così perché i due cardinali presenti e p. Giacomo Costa si siano un tantino irrigiditi quando Diane Montagna ha fatto quel che deve fare un giornalista: porre una domanda precisa, su un punto preciso dell’IL. Nella fattispecie, il punto in questione era la domanda n. 6 della sezione B. 1. 2.: «Alla luce dell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Amoris laetitia, quali passi concreti sono necessari per andare incontro alle persone che si sentono escluse dalla Chiesa in ragione della loro affettività e sessualità (ad esempio divorziati risposati, persone in matrimonio poligamico, persone LGBTQ+, ecc.)?». Montagna chiedeva se, vista la presenza della domanda, fosse possibile che la Chiesa arrivasse a cambiare il proprio insegnamento su questi punti. Si poteva rispondere sì o no, e magari darne le ragioni. Invece è iniziata la retorica della sinodalità.

Il cardinal Hollerich ha risposto che l’obiettivo del Sinodo non è parlare dell’insegnamento della Chiesa, ma essere aperti e accogliere tutti. Grech ha incalzato sull’obiettivo di creare spazi per accogliere tutti, e, piuttosto innervosito, ha detto: «We rush to judge people – ci affrettiamo a giudicare le persone», cosa che la giornalista americana non aveva minimamente fatto. Poi è arrivata la reprimenda di p. Costa, il quale ha spiegato che comprendere il Sinodo significa guardare alla prospettiva d’insieme, non concentrarsi sulla tal riga alla tal pagina. Già, ma allora sarebbe stato il caso di presentare un quadro, non un documento.

Il gesuita ha poi enfatizzato la «conversazione nello Spirito» come vero e proprio metodo della “Chiesa sinodale”: «La dinamica della conversazione nello Spirito articola tre passaggi fondamentali, da declinare nelle diverse situazioni. Il primo è dedicato alla presa di parola da parte di ciascuno, a partire dalla propria esperienza riletta nella preghiera durante il tempo della preparazione. Il secondo passaggio punta a costruire legami: ciascuno prende la parola per esprimere che cosa durante l’ascolto lo ha toccato più profondamente e quando ha sentito lo Spirito Santo far risuonare la propria voce [...] Infine nel terzo passaggio, sempre sotto la guida dello Spirito Santo, si identificano i punti chiave emersi durante la conversazione e si raccolgono i frutti del lavoro comune, in vista del passaggio all’azione». L’IL, alla p. 13, offre persino lo schemino riassuntivo.

Secondo p. Costa, questo metodo sarebbe necessario per affrontare in modo evangelico temi controversi, senza ignorare le differenze, ma senza lasciarsi intrappolare in esse. Il cardinale Grech ha a sua volta sottolineato come la «conversazione nello Spirito» sia la vera chiave per comprendere il Sinodo e rinunciare così alle risposte immediate e precostituite. Ma lui, Grech, alle domande un po’ “importune” non ha proprio risposto: non solo la non risposta a Diane Montagna, ma anche quella del tutto elusiva a chi chiedeva conto di come mai, nelle ben 130 domande presenti nell’IL, non siano presenti quelle espresse dal mondo più “conservatore”. Il cardinale maltese ha sgattaiolato dicendo che «non siamo divisi in fazioni», che «dobbiamo essere aperti allo Spirito, essere insieme, farci coinvolgere». La sinodalità di questo Sinodo si sta profilando come l’arma più micidiale per distruggere la Chiesa: dissolvere i contenuti della fede nel metodo sinodale: l’eresia proposta nella «conversazione nello Spirito» prevale sulla verità pronunciata come insegnamento autorevole.

Dulcis in fundo, qualcuno ha fatto notare che risultava piuttosto stucchevole che, tra le immagini ufficiali del Sinodo sulla sinodalità, vi fossero quelle delle opere di p. Marko Rupnik (vedi qui, in fondo alla pagina, e qui). Tanto più che tra le domande presenti nell’IL, ne troviamo alcune di questo tenore: «In che modo la prospettiva sinodale può contribuire a creare una cultura di prevenzione degli abusi di ogni tipo?»; o ancora: «Come possiamo continuare a fare passi concreti per offrire giustizia a vittime e sopravvissuti degli abusi sessuali, spirituali, economici, di potere e di coscienza compiuti da persone che stavano svolgendo un ministero o un incarico ecclesiale?». Cominciare a rimuovere le opere di un abusatore seriale potrebbe magari essere un primo gesto di coerenza. E non c’è bisogno di “conversare nello Spirito” per capirlo.

Due informazioni tecniche fornite durante la Conferenza Stampa. La prima: il prossimo 30 giugno verranno sottoposti al Papa i nomi dei membri non vescovi, da cui il Papa dovrà scegliere i 70 eletti. La seconda: il Sinodo verrà celebrato nell’Aula Paolo VI, perché, come ha spiegato p. Costa, l’ampio spazio della sala permetterà di sistemare dei tavoli attorno ai quali si riuniranno i membri del Sinodo, a gruppi di dodici. Per l’aperitivo, ci penserà il cardinale Gambetti.







Ecco perché “Traditiones custodes” è un fallimento. Ma non siamo di fronte a una primavera





22 GIU 2023

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by Aldo Maria Valli

di The Wanderer

Nei media cattolici, non solo tradizionalisti, è diffusa una certezza: Traditionis custodes è fallita. L’ultimo tentativo fatto dagli ideologi degli anni Settanta di fermare la proliferazione della Messa tradizionale, soprattutto tra i giovani, si è rivelato inutile.

L’affermazione non è di carattere volontaristico, ma è la constatazione di una realtà che può essere formulata da chiunque abbia onestà intellettuale.



Su La Croix, giornale cattolico francese, organo non ufficiale della Conferenza episcopale francese e per nulla sospettato di essere tradizionalista, qualche giorno fa Jean Bernard ha scritto: «La questione non è più se o quando il messale del 1969 sostituirà definitivamente la Messa tradizionale. Come confermano chiaramente i risultati dell’inchiesta commissionata da La Croix sugli orientamenti dei giovani cattolici in Francia, non solo la Messa tradizionale non scomparirà, ma tutto lascia pensare che continuerà a crescere, in termini assoluti ma soprattutto in termini relativi, vista la progressiva erosione di alcune parrocchie di rito ordinario».



Ciò che si può osservare in Francia in modo amplificato sta accadendo anche nel resto del mondo. Abbiamo parlato qualche giorno fa dei pellegrinaggi di Nostra Signora della Cristianità in Spagna e in Argentina. Ci sono diocesi – ne conosco una in particolare – che se prima di Traditionis custodes avevano una sola messa domenicale in rito tradizionale oggi ne ha cinque, alcune delle quali quotidiane.

A questi dati se ne deve aggiungere un altro non secondario, e cioè l’aumento esponenziale della partecipazione alle Messe celebrate dalla Fraternità San Pio X, presente in molti luoghi in cui il clero diocesano è talmente disastrato da insistere ancora sulle iniziative fallimentari che risalgono all’epoca dell’ormai tanto chiacchierata “primavera della Chiesa”.



Sottolineo ancora una volta: la constatazione del fallimento di Traditionis custodes non è un auspicio dei tradizionalisti. Lo stesso papa Francesco, che di solito ha un buon fiuto politico, è consapevole di questa situazione. Ricordiamo che verso la fine dell’anno scorso era circolata la voce che il Dicastero per il culto divino avesse già preparato un documento che restringeva ulteriormente le possibilità di celebrare la Messa tradizionale, mirando soprattutto a soffocare gli ex istituti Ecclesia Dei. Inoltre, si parlava di una costituzione apostolica che avrebbe dato forma a questi divieti. Ebbene, quando il 21 febbraio il papa ricevette in udienza il cardinale Arthur Roche, giunto con l’obiettivo di ottenere la firma della sua costituzione anti-tradizionalista, questi se ne andò con un semplice rescritto che gli forniva nient’altro che ciò che già possedeva. In questo blog abbiamo commentato la notizia e, a distanza di quattro mesi dai fatti, il pontefice non ha avallato alcuna ulteriore misura restrittiva della liturgia tradizionale: non perché ne abbia un qualche apprezzamento, ma perché non vuole esporsi a un altro fallimento e, di conseguenza, all’indebolimento della sua autorità.



Alla luce di questa constatazione, sorgono tre domande. La prima: perché è fallita? Semplice: perché ciò che è vitale, l’autentica spiritualità, l’energia della fede, non può essere fermata a suon di motu proprio o di rescripto. Sono stati soprattutto i più giovani a sfidare inconsapevolmente le disposizioni pontificie, e i vescovi non hanno la forza di opporsi, semplicemente perché non possono disprezzare migliaia di fedeli puliti e sinceri quando le loro parrocchie e congregazioni religiose sono già entrate nell’agonia che precede la morte. Sarebbe inutile che il papa di Roma, con tutta la sua autorità, stabilisse che le mele, invece di cadere dall’albero quando sono mature, debbano cadere quando sono verdi, o che Don Chisciotte, invece di innamorarsi di Dulcinea del Toboso, debba innamorarsi di Sancho Panza per essere conforme alla diversità dei tempi.

Oltre alla ragione metafisica dell’inutilità del volontarismo di fronte all’energia vitale, non possiamo ignorare il fatto che – Dio sia lodato! – lo stesso papa Francesco si è assunto la responsabilità di minare l’autorità pontificia così sovradimensionata fin dal XIX secolo.



La seconda domanda è sul perché la promulgazione di Traditionis custodes sia stata un errore politico.

Rispondo. In primo luogo perché mentre Summorum Pontificum permetteva ai vescovi, bandendola e cercando di soffocarla, un certo controllo sui danni che ai loro occhi la liturgia tradizionale poteva causare, ora la situazione è del tutto sfuggita al loro controllo. Userò un esempio, indubbiamente sgradevole, che tuttavia risulta chiaro. Storicamente, le società cristiane tollerarono la prostituzione. I monarchi spagnoli, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, per tranquillizzare i loro sudditi incoraggiarono le autorità civili ed ecclesiastiche a creare bordelli municipali, e il monitoraggio della prostituzione fu esercitato con controlli medici per prevenire le malattie e la creazione di tasse come l’affitto del lupanare o “affitto del bordello”: i monarchi stabilirono che “poiché non possono combattere l’inevitabile, le autorità o i loro delegati si assumeranno il compito di organizzare e controllare i bordelli nelle città e i loro abitanti”. In questo modo si controllavano i danni che potevano essere causati da qualcosa di indesiderabile ma inevitabile. Altrimenti si sarebbero verificati stupri, adulteri, litigi, malattie, ecc. Non credo sia necessario soffermarsi troppo a lungo sull’analogia con il tema in questione. I vescovi hanno perso il controllo e quello che secondo loro è un male indesiderabile ma inevitabile, ovvero la liturgia tradizionale, si è diffuso senza controllo in gran parte dell’ambiente cattolico.



Da ultimo, la constatazione del fallimento di Traditionis custodes potrebbe indurre alcuni a credere che siamo alla vigilia di una nuova e vera primavera; che il rito romano tradizionale sarà ripristinato in tutti i templi cattolici e che finalmente torneremo ai giorni di gloria del “regno sociale” di Cristo. Ebbene, credo di essere realista se dico che nessuna di queste cose accadrà. Il processo di dissoluzione di quello che un tempo era il cristianesimo è irreversibile; la Chiesa, chiunque sia il prossimo sommo pontefice, continuerà con i suoi discorsi ambigui, i suoi amoreggiamenti sempre più scandalosi con il mondo, e la liturgia manipolata da Paolo VI rimarrà la liturgia ufficiale della Chiesa ufficiale. Tuttavia, i germogli verdi che indicano la rinnovata vita della liturgia tradizionale assicurano che i piccoli falò attorno ai quali i fedeli cattolici si riuniranno quando le tenebre si saranno definitivamente posate sul mondo, continueranno a bruciare. E forse, un giorno, le persone cominceranno ad avvicinarsi a quei focolari e il Vangelo tornerà a permeare i loro cuori.

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Fonte: caminante-wanderer.blogspot.com

Traduzione di Valentina Lazzari

Titolo originale: El fracaso de Traditionis custodes

Nella foto, ordinazioni sacerdotali della Fraternità San Pio X, 11 giugno 2023








mercoledì 21 giugno 2023

"L'equivoco don Milani" e gli effetti del donmilanismo





Una recente opera di sintesi di Adolfo Scotto di Luzio rilegge criticamente la figura e la pedagogia del priore di Barbiana il cui mito ha contribuito non poco alla decadenza della scuola italiana. Pauperismo, anti-intellettualismo, l'odio per le attività ricreative e l'idea che conti solo il sapere pratico sono tra gli ingredienti di una visione riduttiva dell'uomo che mina la stessa idea di scuola e di elevazione culturale.



IL LIBRO

Fabrizio Cannone, 19-06-2023

Con acume e anticonformismo, Marcello Veneziani, su La Verità del 26 maggio 2023, ha contribuito alla doverosa e improcrastinabile demitizzazione di don Lorenzo Milani (1923-1967) a 100 anni dalla nascita.

Effettivamente, come scrive Veneziani, va riconosciuto al sacerdote di Barbiana, l’onore delle armi, tanto da poterlo annoverare tra gli «idealisti generosi». Ma con effetti negativi, specie da quando la sinistra ne ha fatto un idolo, che hanno contribuito alla decadenza della già gloriosa scuola italiana, la quale, anche a causa del donmilanismo e della sua versione sessantottina, «non premia i meriti e le capacità, non educa, non stimola alla cultura e non suscita spirito di missione nei docenti», scrive Veneziani.

Una recente sintesi di Adolfo Scotto di Luzio (L’equivoco don Milani, Einaudi, 2023) conferma la necessità di una rilettura critica sia della sua figura che della sua pedagogia, divenute un «elemento costitutivo» dell’alleanza culturale tra gli eredi del Pci e i figli del cattolicesimo progressista (p. X). Basteranno qui alcuni passi del saggio di Scotto Luzio, non per demonizzare una figura che ha avuto una sua grandezza, ma per restituire il prete di Barbiana alla storia. L’agiografia – se vogliamo essere seri – non fa per lui.

Secondo don Milani, «la scuola fallisce perché insegna cose che non interessano al povero» (p. 4). Essa dovrebbe insegnare «ciò che serve alla vita quotidiana» (p. 5). «Solo ciò che serve alla vita e che supera la prova», scrive l’autore sintetizzando il pensiero del pedagogista, «è degno di essere insegnato» (p. 66). Quindi, «Omero e Dante [per non dire l’insieme della letteratura mondiale] sono una perdita di tempo» (p. 66). Assolutamente falso. La cultura non è riducibile all’utile e alle scienze pratiche, altrimenti la filosofia, la storia, l’arte e la stessa matematica, snobbata a Barbiana (cf. p. 13), andrebbero cancellate, ridotte o soppresse. La vita non si riduce al solo lavoro.

«Da più parti», nota l’autore, «si ripete: senza uguaglianza non c’è merito. La frase fa effetto. Ma è vero anche il contrario. Ovvero, senza merito non c’è uguaglianza» (p. 5). Le differenze economiche non devono costituire pregiudizio per l’istruzione dei meno abbienti: sacrosanto. Ma le differenze di attitudini e impegno restano. Se tutti fossero Einstein o Dante (disprezzato a Barbiana), nessuno lo sarebbe. «La scuola che ha smesso di bocciare [anche a causa del donmilanismo…], non ha smesso di selezionare», lamenta l’autore (p. 127).

Contrariamente al donmilanismo di oggi e di ieri, «per don Milani la base dell’educazione era il Vangelo» (p. 5, 11). «La scuola per don Milani è il presupposto necessario per ascoltare la voce di Dio […]. Per don Milani non si può essere compiutamente cristiani se non si è istruiti” (pp. 69-70). «L’istruzione è funzione dell’evangelizzazione» (p. 60). Ha ragione l’autore a dire che «per i molti donmilanisti attualmente in servizio, il riferimento cristiano non è più così cogente» (p. 5). Si usa don Milani in chiave egualitaristica e anti meritocratica, cancellando quel che non piace – e sono spesso i tratti migliori – e aggravando le ambiguità presenti nella sua pedagogia strampalata. Erra però l’autore quando scrive che «i riferimenti di don Milani restano la dottrina sociale della Chiesa e Leone XIII» (p. 110). Erano i riferimenti comuni dei cattolici del tempo, mentre don Milani, pur conoscendoli, li ha riletti alla luce del proprio pensiero in cui il Vangelo era associato a ideologie mondane di marca umanitarista.

Il libro fa a pezzi il presunto anti-autoritarismo di don Lorenzo (cfr. pp. 14 ss.): il sacerdote non sempre si esprimeva in senso metaforico quando parlava di «colpire» i ragazzi o «cazzottarli» (p. 18). Si vanta di aver usato le maniere forti con un discolo, dopo che un suo amico lo aveva «curato a botte come le sa dar lui» (p. 18). Secondo l’autore, don Milani «odiava il pallone, le partite di calcio, il tifo, ma anche i bar parrocchiali» (p. 22) e in generale le «ricreazioni» in quanto tali (cf. p. 38-39). Mancanza quindi totale di equilibrio, al contrario di altri pedagoghi da Muratori a Rosmini, da don Bosco a Maria Montessori.

Il suo pauperismo – come se la povertà materiale di per sé fosse indice di purezza interiore – lo portava ad unilateralismi che neppure un asceta avrebbe fatto propri. Il saggio offre pagine intense sull’anti-intellettualismo: per don Milani il povero contadino non ha bisogno dei libri, gli bastano i campi, svalutando definitivamente ogni elevazione culturale e mina alla base la dignità dello studio e la stessa scuola dell’obbligo. Perché obbligare il ragazzo a stare in classe se lui preferisce andare a spasso e fare esperienze ugualmente formative?

Se il povero è canonizzato a priori (anche senza merito), a priori viene condannato il ricco o il potente (anche senza colpa): due riduzionismi che la dicono lunga sulla sua pedagogia di don Milani. «Ogni livellamento è una svalutazione di ciò che prima stava in alto», nota giustamente l’autore. Il quale, pur da laico assolutamente non devoto, deve ammettere che il prete gli appare, malgrado il suo pauperismo e popolarismo, intriso di «illuminismo» e in fondo «più liberale che cattolico» (pp. 43-44). «Come, non senza qualche ragione, gli rinfacceranno i suoi nemici nella Chiesa» (p. 44, nota 11 sul card. Florit).

Negli scritti del priore di Barbiana vi è il trionfo della volgarità. Un solo esempio emblematico. Nella celebre e indigesta Lettera a una professoressa (1964), la professoressa è chiamata tr..a. E se la parola fu alla fine soppressa e censurata, lo fu solo “perché l’editore non la vuol stampare” (p. 78). Visti i tempi pre-sessantottini, si può immaginare la scurrilità nella mente del prete, che appare anche qui più conforme alla decadenza del linguaggio tardo-novecentesco che alla delicatezza del vero educatore.

A Barbiana la grammatica era considerata cosa dei ricchi, delle élite, eccetera. Ma è proprio la grammatica che «abilita a parlare pensatamente» (p. 84). E lo scrivere bene, detestato dal prete, «non è un mero esercizio retorico o di stile. È applicazione della mente, disciplina intellettuale» (p. 84).

La lettura donmilanesca della scuola e della cultura in modo dualistico e manicheo – ricchi e borghesi contro poveri e contadini – crea una assurda lotta di classe ed «espropria il popolo della possibilità di farsi esso stesso classe dirigente» (p. 87). Il che invece è accaduto tante volte proprio con la demonizzata scuola gentiliana. Dal padre contadino e operaio al figlio avvocato, docente, politico e ingegnere: storie comuni nell’Italia del Novecento per essere negate da alcuno.

Il saggio si chiude chiedendosi cosa resta di Barbiana e la risposta è: il nulla. «Barbiana ha semplicemente chiuso i battenti» (p. 123). E «dov’è la scuola di don Milani? Che fine hanno fatto i suoi seguaci? Al massimo amministrano la sua memoria, ma poco altro» (p. 123).

Nonostante le tante riserve, Scotto di Luzio parla della «notevole caratura morale della sua personalità» (p. 134, n. 23). E questo può dirsi anche di un pedagogista che ha contribuito, in parte suo malgrado, alla decadenza della scuola italiana e all’eclissi dell’autorità morale del docente e del maestro.