giovedì 4 maggio 2023

La verità taciuta sulla “pillola anticoncezionale”



La pillola anticoncezionale provoca aborti precoci che sfuggono a qualsiasi statistica. Le ricerche di Pincus, il padre della pillola, si orientarono da subito a impedire non solo l’ovulazione ma anche l’annidamento dell’embrione. Tacere questo, su cui c’è una corposa documentazione, non è un buon servizio alla verità, né alla donna.



CONTRACCETTIVA E ABORTIVA



EDITORIALI

Marisa Orecchia, 04-05-2023

Nel dibattito che si è acceso intorno alla recente disposizione dell’Aifa di erogare gratis la pillola contraccettiva alle donne fertili di ogni fascia d’età, sono entrate sagge considerazioni di tipo economico, educativo e medico sui numerosi effetti avversi, ma è stata tralasciata quella più importante perché riguarda proprio la verità della cosa in sé, da molti ignorata perché sottaciuta o censurata: la pillola contraccettiva provoca una serie impressionante di aborti precoci, di cripto-aborti che evidentemente sfuggono a qualsiasi conteggio e statistica.

E qui occorre brevemente richiamare la vicenda della pillola Pincus, la cosiddetta pillola anticoncezionale, anovulatoria, figlia del dottor Pincus e dell’eugenista neomalthusiana Margaret Sanger, saldamente votata al controllo delle nascite, fondatrice della Planned Parenthood, che ha sponsorizzato la ricerca di “un contraccettivo semplice, sicuro e a buon mercato che potesse essere usato nei quartieri poveri dove imperava la miseria, nelle foreste dell’Africa, tra le persone più ignoranti”, come diceva lei. La pillola Pincus, approntata nel 1956, testata sulle donne povere dei più poveri Paesi del Centro America, agisce principalmente a livello di ovulazione, bloccandola.

C’è tuttavia una corposa documentazione, che possiamo trovare negli interessantissimi testi di padre Michel Schooyans (come Terrorismo dal volto umano, Cantagalli), filosofo e teologo morto un anno fa, già docente all’Università cattolica di Lovanio, già membro della Pontificia accademia delle scienze e della Pontificia accademia della vita, che ci racconta come le ricerche di Pincus si siano orientate da subito, oltre che a bloccare l’ovulazione, ad impedire anche l’annidamento dell’embrione nell’utero materno. Le sue ricerche erano infatti unicamente ispirate dalla preoccupazione dell’efficacia: impedire il proseguimento della gravidanza in caso di fuga ovulatoria e di eventuale fecondazione dell’ovocita giunto a maturazione. Poteva essere diversamente? Mettiamoci nei panni della multinazionale farmaceutica che investe miliardi in una campagna di produzione e di promozione di una pillola contraccettiva. Può correre il rischio di un fallimento? Che nasca un bambino? Che nascano un po’ di bambini a donne che prendono la pillola contraccettiva? Sarebbe il disastro: ricorsi, processi, indennizzi, crollo delle vendite.

Era assolutamente indispensabile che in caso di fuga ovulatoria e di concepimento, la pillola impedisse il prosieguo della gravidanza. E allora la pillola deve agire anche in un altro modo: nella peristalsi tubarica, rallentando cioè i movimenti della tuba per allungare il tempo che l’embrione appena concepito impiega a percorrerla per arrivare nell’utero e per impiantarvisi. Deve agire nel frattempo modificando l’endometrio per renderlo inospitale e impedire l’annidamento. Manovre, queste, chiaramente abortive, dirette a procurare la morte di un nuovo individuo della specie umana. La pillola estro-progestinica nasce dunque come pillola contraccettiva e abortiva (vedi anche Maria Luisa Di Pietro, Roberta Minacori, Sull’abortività della pillola estroprogestinica e di altri “contraccettivi”, Medicina e Morale, n.5, 1996; Angelo Francesco Filardo, La fecondità umana, Centro Amore e vita - Foligno). E da allora le ricerche saranno sempre più sofisticate per garantire proprio questo risultato: l’eliminazione dell’embrione eventualmente concepito. L’efficacia prima di tutto. Ad ogni prezzo.

Tacere questo aspetto non rende certamente un servizio alla verità, né alla donna. La pillola contraccettiva, segno e strumento della rivoluzione sessuale e della liberazione della donna dal peso di maternità non desiderate, diventa paradossalmente il segno della totale alienazione della donna che, imbottita di ormoni, perde il controllo della sua femminilità, fino ad ignorare se abbia ovulato, concepito, abortito. Anche con questa realtà il femminismo, che ultimamente ha dovuto registrare alcuni ripensamenti in tema di gender e utero in affitto, dovrà alla fine fare i conti.

Perché il diavolo odia il latino






 4 maggio 2023

Uno dei motivi per cui la preghiera liturgica cattolica è stata, per così tanto tempo, in latino (che, ammetto che molti di noi non parlano e non comprendono appieno), è perché è una lingua morta che non può essere sottoposta a ritraduzioni tendenziose.

Un'altra ragione era perché ricorda giustamente ai nostri cuori e alle nostre menti la sacra distinzione tra la Parola di Dio e i nostri linguaggi vernacolari relativamente deboli di Lode e Adorazione.

Quali principati e potestà, quali governanti del mondo di questa oscurità, quali spiriti di malvagità negli alti luoghi potrebbero infiltrarsi in una liturgia così sacra, figuriamoci contenderla?

Non c'è da meravigliarsi che gli esorcisti ci dicono che ciò che i demoni temono di più sono le preghiere di liberazione.

Non c'è da meravigliarsi che il Concilio Vaticano II abbia decretato che il canto latino e gregoriano siano in gran parte mantenuti nella Liturgia del Santissimo Sacrificio redentore di Cristo! 

[Purtroppo le aperture tra le pieghe della Sacrosanctum concilium, col pretesto della pastoralità, come per altri aspetti, hanno consentito il contrario -ndT] - 


(Fonte Facebook traduzione di Chiesa e postconcilio)




Uno, nessuno, tre papi: dai gay a Rupnik quante versioni



Lo strano caso di Bergoglio e delle sue diverse facce. Dalle tre versioni sul recente ricovero alle benedizioni gay: prima dice no alla Cdf, poi "ni" ai tedeschi e infine sì ai belgi. Idem su Rupnik: il primo dice di non sapere, l'altro è garantista e l'ultimo decisamente "misericordista".



IL CASO BERGOGLIO


ECCLESIA

Luisella Scrosati, 04-05-2023

Lo Scisma d’Occidente è tornato tra noi. Ormai è ufficiale: abbiamo due Papi, anzi tre. Una grave crisi all’interno della Chiesa, certo, ma che finalmente permette di spiegare le apparenti contraddizioni relative al Sommo Pontefice, al punto che qualcuno stava iniziando a pensare che abbiamo a che fare con un papa che dice le bugie.

Dunque, i tre papi. Il primo si è recato al Policlinico Gemelli, il 29 marzo scorso, «per alcuni controlli precedentemente programmati», secondo l’annuncio del Direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni. Il secondo, nello stesso giorno, è finito nello stesso ospedale – quando si dice la coincidenza… -, ma per tutt’altro problema: una brutta infezione respiratoria, che si rivelerà poco dopo una «bronchite su base infettiva», ma nulla a che vedere con il Covid-19. Il terzo, sempre in quello che sarà d’ora in avanti ricordato come il giorno nero dei papi (e degli antipapi), finisce nello stesso ospedale, ma messo ancora peggio: «polmonite acuta e forte, nella parte bassa dei polmoni», come ha riferito lui stesso. Il punto è che i tre sono praticamente identici, indistinguibili, se non fosse per le evidenti contraddizioni.

Il primo papa dev’essere quello che ha tenuto l’Udienza generale alle ore 9, nel piazzale antistante la Basilica. E’ evidente: oltre un’ora di Udienza all’aperto, con diversi interventi letti e mai un colpo di tosse (vedi qui). I controlli programmati avranno riguardato l’alluce valgo. Il secondo era chiuso nel suo appartamento, perché la bronchite mica ti viene all’improvviso; ma non è quello che poi è volato in Ungheria, dal momento che, durante il viaggio di ritorno in aereo, ha dichiarato ai giornalisti di aver avuto la polmonite un mese prima. Quest’ultimo ha poi comunicato di non aver mai perso i sensi. Dunque ad aver invece perso conoscenza dev’essere stato per forza quello con la bronchite.

Ma da quando si perdono i sensi per una bronchite? A dire il vero, nemmeno per una polmonite. Figuriamoci poi per una visita programmata, a meno che la tensione di scoprire l’alluce più valgo del solito non abbia fatto straripare l’ansia. Che ci sia un quarto papa, che invece ha avuto un malore, un infarto? Roba da complottisti.

Adesso risultano più chiare anche altre faccende ecclesiali. Per esempio quella delle benedizioni alle coppie gay. Un papa è quello che nel 2021 aveva concesso un’udienza all’allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mons. Giacomo Morandi, acconsentendo alla pubblicazione del Responsum del 15 marzo, che respingeva la possibilità di benedire unioni omosessuali. Il secondo è quello che si è indispettito con i vescovi tedeschi e il loro cammino sinodale, ma preferisce evitare il confronto, mandando avanti alcuni cardinali a sbrigare la faccenda. Il terzo è quello che ha incontrato i vescovi belgi e ha salutato la loro decisione di benedire le coppie gay come un bell’esempio di collegialità episcopale.

Poi c’è la vicenda di Rupnik. Anche qui, ci devono essere almeno tre papi. Il primo aveva decisamente dichiarato ad Apnews di non saperne proprio nulla. Il che suggerisce che probabilmente questo papa viva lontano da Roma ed abbia uno stile di vita eremitico, simile a quello di papa Celestino, salvo l’eccezione dell’intervista. Una e una sola. Poi c’è il papa che sapere, sapeva, ma, con una spiccata nota garantista, ha deciso di lasciar cadere in prescrizione una decina di gravissime denunce da parte di ex-suore. D’altra parte, mica erano dei minori. Però non ha proprio idea di chi possa aver tolto la scomunica latae sententiae al gesuita sloveno. Infine, c’è quello più dispettoso di tutti (dev’essere quello con l’alluce valgo), che si è infilato alla chetichella nello studio di quello che qualcosa sapeva – perché il primo proprio non ne sapeva niente -, ha afferrato la notifica di scomunica della Congregazione e ci ha scritto sopra: da consumare entro e non oltre la fine del corrente mese.

Adesso non venite a chiedere se il papa che non sapeva niente di niente sia il medesimo di quello con la bronchite e lo stesso che ha parlato con Morandi; chiedetelo a Tornielli o a Bruni, che sono sempre ben informati. Ma che siano almeno tre è un fatto acclarato. E così si spiega anche l’elevato numero di interviste e di Motu Proprio.

Non abbiamo però solo tre Bergoglio, ma anche (almeno) due Verschueren. Uno è quello che, dal 2020, era superiore diretto di Rupnik, in quanto Delegato del Superiore Generale della Compagnia di Gesù per le case e opere interprovinciali di Roma. Era insomma quello che sapeva delle denunce ritenute credibili dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e della scomunica per assoluzione del complice; ed era quello che aveva imposto delle restrizioni al confratello sloveno. Poi c’è il suo sosia, che non batteva ciglio quando Rupnik andava in giro per l’Italia e per il mondo, aggirando così le restrizioni.

Il primo era quello che sapeva sicuramente che Rupnik, dal 2007 (vedi qui), detiene il 90% della srl Rossoroblu, che gestisce commissioni e pagamenti delle opere artistiche dell’Atelier del Centro Aletti. Eh sì, perché vuoi che un superiore non si interroghi di dove vadano a finire centinaia di migliaia di euro – mica bruscoli – ricavati dalla realizzazione dei mosaici del confratello? Anche perché, la società non aveva sede all’estero, in chissà quale paradiso fiscale, ma in Via Paolina 25, ossia al Centro Aletti. Sotto il naso di Verschueren, che si occupa, meglio ribadire, proprio delle case di Roma. Il primo. Perché invece Verschueren, il secondo, è cascato dalle nuvole: «È una notizia completamente nuova per me e anche abbastanza scioccante».

Eh già, perché Rupnik è un religioso che ha fatto il voto di povertà, e chi fa il voto di povertà non può possedere nulla di proprio, salvo dispensa dei superiori, non pervenuta; come aveva fatto quello di castità, e chi fa il voto di castità mica… lasciamo perdere. Ma evidentemente anche Rupnik è e non è, come i suoi due superiori immediati e i tre supremi. Ed hanno una caratteristica comune: tre e due, cinque, e due, sette: tutti gesuiti.






mercoledì 3 maggio 2023

Intelligenza artificiale, fra paure infondate e veri rischi



Il fronte dell’intelligenza artificiale conta un altro disertore eccellente. Geoffrey Hinton, ingegnere di alto livello di Google, rassegna le dimissioni segnalando i rischi che corriamo a causa dell'IA. Ma davvero un programma può diventare più intelligente dell'uomo? Il dibattito è antropologico.




IL CASO HINTON


EDITORIALI

Stefano Magni, 03-05-2023

Il fronte dell’intelligenza artificiale conta un altro disertore eccellente. Geoffrey Hinton, ingegnere di alto livello di Google, considerato uno dei padri del progetto Chat GPT, ha rassegnato le dimissioni e in una sua intervista rilasciata al New York Times, ci ha messo in guardia dal possibile cattivo uso della sua creatura: «È difficile vedere come non puoi impedire ai cattivi attori di usarlo per cose cattive», ha dichiarato. Questo avvertimento fa il paio con la lettera aperta di Musk, Wozniak e un migliaio di esperti del settore in cui si denunciavano «profondi rischi per la società e umanità».

Hinton, nella sua intervista alla BBC, sostiene un concetto ancor più inquietante: «Mentre vi sto parlando, le intelligenze artificiali non sono più intelligenti di noi. Ma presto possono diventarlo». Questi programmi funzionano imitando un cervello umano, una rete neurale che può apprendere e aumentare le sue competenze, anche senza l’intervento esterno di un programmatore. Il programma gratuito Chat GPT, che possiamo tornare a usare liberamente anche in Italia dalla settimana scorsa, dà l’idea di cosa possa realizzare, anche se si tratta di tecnologia ormai obsoleta, del 2021. I prodotti già usati dagli addetti ai lavori nel 2023 sono molto più potenti.

Alla Tv britannica, Hinton dichiara: «Al momento, stiamo vedendo cose come il GPT-4, che eclissa una persona nella quantità di conoscenze generali che possiede e la eclissa di gran lunga. In termini di ragionamento, non è altrettanto bravo, ma è già in grado di fare ragionamenti semplici». E quindi, «dato il ritmo dei progressi, ci aspettiamo che le cose migliorino abbastanza velocemente. Quindi dobbiamo preoccuparci».

La paura per la nuova tecnologia esiste dall’alba della scienza. Romanzi come Frankenstein rivelano come questa angoscia del creatore a cui sfugge il controllo della creazione fosse già un incubo due secoli fa. E allora si conosceva, al massimo, il principio fisico dell’elettricità, non la si usava ancora nella vita quotidiana, men che meno era concepibile un qualcosa come un cervello artificiale. Qui parliamo di una situazione veramente più vicina a quella di Frankenstein (un uomo creato da un altro uomo) che non al luddismo classico, che era rivolto contro macchine utilizzate dall’uomo per svolgere lavori manuali, o al massimo aiutarsi a svolgere compiti intellettuali.

Però, proprio per questo, il dibattito sull’intelligenza artificiale ci costringe a meditare su cosa sia la ragione umana, molto più che su come funzioni la nostra mente. Alla domanda aiuta a rispondere Philip Larrey, sacerdote cattolico statunitense, docente di Epistemologia e Logica alla Pontificia Università Lateranense. Larrey, nel suo saggio Artificial Humanity, pubblicato nel 2019, si poneva già il problema di cui oggi parlano Musk, Wozniak e Hinton. “Cosa rende l’uomo veramente umano?” si chiede e risponde: “È semplice dirlo: è l’intelligenza razionale e l’azione libera. In altre parole, le nostre decisioni e gli atti liberamente scelti - con tutte le conseguenze del caso, nel bene e nel male - sono ciò che ci contraddistingue come umani”.

L’intelligenza artificiale non potrà mai essere come l’uomo o superiore. Perché, spiega Larrey: “Un sistema di intelligenza artificiale, per quanto sofisticato, può solo scegliere al meglio tra più opzioni. Nessun sistema di intelligenza artificiale può realmente decidere, perché per prendere una decisione è necessario avere una volontà, una capacità di volere”. Cosa che nessuna intelligenza artificiale potrà mai avere.

Resterebbe, però, al di là delle paure di Hinton o dell'ottimismo di padre Larrey, la tentazione umana di usare l’intelligenza artificiale al peggio. Come tutte le nuove scoperte, come l’energia nucleare, come l’aereo, come l’energia elettrica, può essere usata per costruire o per distruggere. Con l’intelligenza artificiale la tentazione è quella di spingere agli eccessi il transumanesimo, cioè l’illusione di usare la tecnologia per creare un uomo che vada al di là delle sue capacità naturali. Non solo per curarlo o per allungare la speranza di vita, ma proprio per trasformarlo in uomo-macchina dalle capacità superiori. Ma non serve andare con l’immaginazione alla letteratura cyberpunk o ai manga giapponesi sui robot: basta pensare al magistrato che fa emettere le sentenze da un’intelligenza artificiale per capire il rischio che corriamo nel prossimo futuro.




martedì 2 maggio 2023

Così in Francia il clero giovane riscopre la tradizione




02 MAG 2023


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by Aldo Maria Valli


Dopo la Lettera dalla Francia [qui] sulla rinascita della Chiesa a opera di sacerdoti e laici tradizionalisti (ma meglio sarebbe dire tradizionali), ecco un altro articolo che si occupa dei “fronti in movimento” nella Chiesa francese segnalando la “tradizionalizzazione” del giovane clero.

***



di The Wanderer

Dopo la pubblicazione di Traditionis custodes, un folto gruppo di fedeli parigini ha iniziato a manifestare ogni sabato davanti alla nunziatura e poi davanti all’arcivescovado, recitando il rosario e chiedendo la “pace liturgica”, infranta dal nuovo documento di papa Francesco. Uno di loro ha scritto questa riflessione.

*

È sempre più evidente che nella Chiesa i fronti si stanno muovendo. Sul piano molto concreto delle nostre pie manifestazioni davanti all’arcivescovado, posso assicurare, senza fornire dati specifici, che non sono solo i laici a fermarsi per incoraggiarci, ma anche i sacerdoti: “Andate avanti! Proseguite!”. In questo clima ecclesiastico di fallimento in termini di morale (non parlo degli scandali morali, ma del modo deplorevole in cui vengono trattati dai gerarchi), di fede, di vocazioni (solo tre nuovi seminaristi nel 2022 nella diocesi di Parigi, un numero da molto tempo rimasto invariato), delle pratiche nelle parrocchie, molti sacerdoti delle giovani generazioni si sentono vicini a noi.

La settimana scorsa ho citato un articolo del sito della BFMTV del 9 aprile, in cui si affermava che “i tradizionalisti guadagnano terreno nella Chiesa”. D’altra parte, è particolarmente interessante anche un articolo di Jean-Marie Guénois, pubblicato su Le Figaro del 20 aprile, intitolato Come i giovani sacerdoti vogliono guidare la Chiesa fuori dalla crisi, nel quale si racconta l’emozione molto significativa suscitata nel giovane clero dalla morte di don Cyril Gordien, parroco di Saint-Dominique, nel XIV arrondissement di Parigi, un tipico esempio di “nuovo sacerdote” che nel suo testamento spirituale [Duc in altum lo ha pubblicato qui] non ha usato mezzi termini nel denunciare tutto ciò che ha subito per mano dei suoi confratelli e della gerarchia.



J.-M. Guénois ha intervistato dodici sacerdoti di età inferiore ai cinquant’anni, parroci in vari ambienti. Tra le loro affermazioni, noto la seguente: “Almeno un quarto dei giovani sacerdoti ordinati ha una mentalità piuttosto classica, addirittura tradizionalista. I fedeli della generazione del 1968, che sono piuttosto progressisti, non riescono a capirlo”. E riferisce questa confidenza di un sacerdote della diocesi di Cahors: “Oggi avverto qualcosa che mi preoccupa ed è la questione liturgica. Avevamo raggiunto una situazione armoniosa con i sacerdoti tradizionalisti e tutto stava andando bene. Capiamo che Roma non vuole che emergano gruppi con preferenze particolari, ma le nuove restrizioni rendono le cose più difficili per noi”. Questo sacerdote, che mantiene l’anonimato, si spinge oltre: “Quando guardiamo a Roma, che è sempre stata una protezione, un faro, un punto fermo, ci sentiamo dire: ‘Non vogliamo più sacerdoti come voi’. Dovete giustificare il colletto romano. Abbiamo l’impressione che il Papa non ci capisca e che non gli piacciamo”.



Da un lato si sta allargando il divario tra Roma e i vescovi che attuano la sua politica di repressione, e dall’altro quello dei giovani sacerdoti con i loro fedeli. Per quanto riguarda la liturgia tradizionale, davvero i gerarchi sono così accecati da credere che un giorno potrà scomparire e che sia necessario, al massimo, gestire i suoi ultimi anni? Di cosa credono che parlino i vescovi francesi quando si riuniscono? Delle messe domenicali che non sono frequentate più da nessuno? Dei seminari vuoti? No. Parlano del numero crescente di tradizionalisti. Quali sono le informazioni provenienti dalla Francia che più attirano l’attenzione dei dicasteri romani che si occupano di culto divino, vescovi e clero? Quelle che riguardano la “tradizionalizzazione” dei sacerdoti.



Il 24 maggio 2003, dunque prima di Summorum Pontificum, durante la celebrazione della Messa tradizionale a Santa Maria Maggiore, il cardinale Castrillon affermava: “Il rito romano antico conserva così il suo diritto di cittadinanza nella Chiesa all’interno della multiformità dei riti cattolici latini e orientali”. Dopo Traditionis custodes, questo è ancora vero, tanto più che la rinnovata persecuzione della Messa tradizionale ne ha sottolineato l’importanza. Ripeto, i tempi stanno maturando: una nuova generazione di sacerdoti, fortemente motivata, le sta aprendo le porte e si affida all’antico rito della Chiesa romana.



Fonte: caminante-wanderer.blogspot.com

Titolo originale: La tradicionalización de los jóvenes sacerdotes

Traduzione di Valentina Lazzari






Sant’Atanasio. Un santo che visse una crisi della Chiesa molto simile a quella attuale






2 maggio


di Corrado Gnerre

Il 2 maggio la Chiesa ricorda sant’Atanasio (295-373), una grandissimo santo, vescovo e dottore della Chiesa, che solitamente non viene ricordato nella sua completezza.

Sant’Atanasio fu colui che difese il mistero dell’Incarnazione dalle minacce dell’Arianesimo, eresia che negava la divinità di Cristo.

Ma –dicevamo- si tratta di un santo grande, anche famoso, ma di cui non si sa completamente tutto. Ed è proprio ciò che solitamente non si ricorda che rende questo santo molto attuale.

L’epoca in cui visse sant’Atanasio fu di grande crisi della ortodossia, cioè della dottrina autentica. Siamo intorno al 360. In quel periodo (così come oggi) la verità cattolica rischiava di scomparire. Celebre è la frase di San Girolamo che descriveva quei tempi: “E il mondo, sgomento, si ritrovò ariano.”

In tale contesto, sant’Atanasio non si piegò. Egli era un giovane vescovo di Alessandria d’Egitto. Rimase talmente solo a difendere la purezza della dottrina che per quasi mezzo secolo la sopravvivenza della fede autentica in Gesù Cristo si trasformò in una diatriba tra chi era per e chi non per Atanasio.

Qualche cenno biografico. Egli nacque ad Alessandria nel 295. Nel 325 presenziò al celebre Concilio di Nicea, in qualità di diacono di Alessandro che era vescovo di Alessandria. Concilio famoso quello di Nicea perché fu lì che venne solennemente proclamato la fede nella divinità di Cristo in quanto consustanziale al Padre. E’ lì che fu stabilita la definizione per intendere l’uguaglianza del Figlio con il Padre: homoosius, che vuol dire “della stessa sostanza”. Attenzione a questa definizione (homoosius) perché questa sarà una questione importante del contendere.

Torniamo alla vita di sant’Atanasio. Il 17 aprile del 328 morì il vescovo Alessandro e il popolo di Alessandria d’Egitto chiese a gran voce Atanasio come vescovo. Fu vescovo per ben 46 anni, ma furono 46 anni durissimi, 46 anni di lotta contro l’eresia ariana e contro gli ariani. Questi ovviamente rifiutavano proprio ciò che il Concilio di Nicea aveva detto di Gesù, il termine homoosius, che, come abbiamo già ricordato, vuol dire: della stessa sostanza del Padre.

Il comportamento degli ariani di quel tempo è indicativo per capire quanto le vicende che toccarono a sant’Atanasio siano straordinariamente attuali. Sant’Ilario di Poiters (315-367) racconta che gli ariani ebbero sempre la scaltrezza di rifiutare ogni scontro dogmatico in merito alla questione della natura di Gesù perché sapevano che le loro tesi non potevano essere fondate sulla Tradizione né sul Magistero definito. Si limitavano a fare ciò che solitamente fa chi non sa controbattere in una discussione: invece di rispondere sugli argomenti, calunnia. La discussione dottrinale veniva spesso trasformata in conflitto su questioni personali. Il povero sant’Atanasio fu accusato delle più grandi nefandezze: di aver imbrogliato, di aver violentato una donna, di aver ucciso, di minare all’unicità della Chiesa. Una tecnica che non passa mai di moda. D’altronde, il demonio è sempre lo stesso e ha sempre la stessa monotona fantasia.

Gli ariani però non si limitarono a questo. Operarono anche con grande astuzia. Prima di tutto cercarono di occupare quante più sedi episcopali e poi lanciarono quello che successivamente è stato definito come semiarianesimo. Altra tecnica tipica delle eresie: una volta condannate, riemergono proponendo un compromesso tra la verità e l’errore. Gli ariani propagandarono la necessità di sostituire il termine stabilito dal Concilio di Nicea, homoousion, con il termine homoiousion. Differenza di una sola lettera, minimale, ma che cambiava tutto. Infatti, il primo termine (homoousion) significa “della stessa sostanza”, il secondo termine (homoiousion) significa “simile in essenza”. Traducendo, si capisce quanto la differenza non sia di poco conto.

Mentre molti vescovi si lasciarono convincere da questo compromesso terminologico, che era cedimento sulla dottrina, sant’Atanasio tenne fermo, resistette come un leone. Subì l’esilio per ben cinque volte, ma non cedette. E –come si suol dire- non era tipo che la mandasse a dire né che parlasse alle spalle. Si sentiva in dovere di difendere le anime per cui non lesinò un linguaggio polemico per mostrare a tutti quanto fossero in errore e quanto fossero pericolosi i semiariani, che invece agli occhi di molti sembravano innocui. Se la prendeva anche con chi voleva accettare il compromesso dottrinale. Sentite cosa diceva a riguardo: “Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portare il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo.”

Nel 335 a Tiro, in Palestina, fu convocato un sinodo per dirimere la controversia e dunque per decidere quale atteggiamento avere nei confronti di ciò che affermava sant’Atanasio. Il concilio definì il Vescovo di Alessandria con questi termini: “arrogante”, “superbo” e “uomo che vuole la discordia”. Il papa Giulio I (?-352) cercò di difenderlo, ma poi di lì a non molto morì e il povero sant’Atanasio fu nuovamente attaccato.

Intanto anche il potere politico si accaniva contro di lui: l’imperatore Costanzo l’odiava. Fu convocato un concilio ad Arles e qui si costrinsero i vescovi a sottoscrivere una condanna di sant’Atanasio. Chi si opponeva difendendolo veniva mandato in esilio, fu il caso di Paolino di Treviri. Stessa sorte toccò anche al papa legittimo Liberio (?-366), che venne sostituito da un antipapa, Felice.

Fu allora che accadde ciò che viene ricordato come “caduta” di un papa. Liberio, per ottenere il potere e tornare a Roma come papa legittimo, decise anch’egli di accettare l’ambigua definizione semiariana, eppure fino ad allora si era distinto per una convinta definizione dell’homoosius del Concilio di Nicea.

Altri concili segnarono il trionfo dell’eresia: quelli non ecumenici di Rimini e di Seleucia, siamo nel 359. Ma era prevedibile che per come era stato trattato sant’Atanasio e soprattutto per come era stata rinnegata la vera fede il castigo fosse alle porte. All’imperatore Costanzo, morto nel 360, successe Giuliano detto “l’apostata” (330-363), che arrivò a ripudiare il battesimo cercando di restaurare il paganesimo.

Non passò molto tempo e il nuovo imperatore Valente, così come il nuovo papa Damaso, capirono che sant’Atanasio aveva ragione e lo riabilitarono. L’intrepido difensore della fede cattolica morì il 2 maggio del 373.

Ancora due cose vanno messe in rilievo.

La prima: ai tempi di sant’Atanasio a difendere la fede ci fu solo lui e una piccola comunità, i vescovi dell’Egitto e della Libia. Solo loro seppero mantenere accesa la luce della fede.

La seconda: è significativo che colui che combatté da solo contro l’eresia ariana, non fu mai un teologo. La sua grande sapienza teologica, più che dagli studi, gli venne dall’incontro con i suoi maestri cristiani che testimoniarono il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano; e soprattutto dall’incontro con il grande sant’Antonio. Ario, invece, raccoglieva grande consenso per la sua grande preparazione biblica e teologica. Era insomma come tanti teologi che oggi vanno per la maggiore nei dibattiti, nelle prime pagine dei quotidiani e nei talk-show televisivi. Atanasio però sapeva quanto qui stesse l’insidia del demonio. Nella sua celebre Vita di Antonio riporta un insegnamento del suo grande maestro: “(…) i demoni sono astuti e pronti a ricorrere ad ogni inganno e ad assumere altre sembianze. Spesso fingono di cantare i salmi senza farsi vedere e citano le parole della Scritture. (…). A volte assumono sembianze di monaci, fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno mediante un aspetto simile al nostro e poi trascinano dove vogliono le vittime dei loro inganni.”





lunedì 1 maggio 2023

Quel drammatico faccia a faccia tra Paolo VI e monsignor Lefebvre





01 MAG 2023

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by Aldo Maria Valli



Storia della Chiesa / 11 settembre 1976. 


di Aldo Maria Valli

«Lei si trova in una posizione terribile! Lei è un antipapa!».

«Non è vero. Io cerco solo di formare sacerdoti secondo la fede e nella fede».



Immaginiamo la scena. Da una parte il papa, Paolo VI, settantanove anni, colui che ha portato a termine il Concilio Vaticano II. Dall’altra monsignor Marcel Lefebvre, settantuno anni, l’arcivescovo che non accetta il Concilio e ha fondato la Fraternità sacerdotale San Pio X.

Il confronto avviene nella residenza estiva del papa, a Castel Gandolfo. È l’11 settembre 1976. I due anziani sono divisi su tutto, eppure entrambi si sentono al servizio della santa Madre Chiesa. E cercano un accordo. Che non ci sarà.



Il 22 luglio di quel 1976 monsignor Marcel Lefebvre, che ha fondato la Fraternità sacerdotale San Pio X sei anni prima, si è visto comminare dalla Santa Sede la gravissima pena della sospensione a divinis. È la conseguenza delle ordinazioni sacerdotali conferite da Lefebvre a Ecône, ma l’arcivescovo, che si oppone strenuamente alle riforme apportate dal Concilio Vaticano II, non demorde. «Noi siamo con duemila anni di Chiesa e non con dodici anni di una nuova chiesa, una “chiesa conciliare”», dice il 22 agosto, nella festa del Cuore Immacolato di Maria, citando la lettera con la quale monsignor Giovanni Benelli gli ha chiesto un atto di sottomissione.



«Io non conosco questa “chiesa conciliare” – dice Lefebvre –, io conosco solo la Chiesa cattolica. Dunque dobbiamo restare fermi nelle nostre posizioni. In nome della nostra fede, dobbiamo accettare qualsiasi cosa, qualsiasi sopruso, anche se ci disprezzano, anche se ci scomunicano, anche se ci infliggono pene, anche se ci perseguitano».

Il momento è drammatico. Alcuni commentatori non esitano a parlare di scisma imminente e i margini di manovra sembrano ormai ridottissimi.



Tuttavia è proprio in quel frangente che si apre la possibilità di un incontro tra monsignor Lefebvre e Paolo VI. Si tratta appunto del colloquio dell’11 settembre 1976 a Castel Gandolfo, e ora, grazie al libro di padre Leonardo Sapienza La barca di Paolo, disponiamo della sua trascrizione completa: otto pagine dattiloscritte, anche con l’ora di inizio e fine del confronto (dalle 10:27 alle 11:05), redatte da un verbalizzatore d’eccezione, ovvero lo stesso monsignor Benelli, all’epoca sostituto della segreteria di Stato e che pochi mesi sarà promosso arcivescovo di Firenze e creato cardinale.

Un po’ in italiano e un po’ in francese, alla presenza, oltre che di Benelli, anche del segretario particolare del papa, don Pasquale Macchi, il colloquio si apre con quella che Lefebvre, più tardi, parlandone con alcuni seminaristi, definirà «una tempesta».



Il papa e il monsignore francese si conoscono da tempo e in passato, ai tempi di Milano, l’allora arcivescovo Montini ha espresso pareri lusinghieri su Lefebvre. Poi si sono incontrati durante la fase preparatoria del Concilio voluto da Giovanni XXIII. Ma Paolo VI quell’11 settembre non è intenzionato a fare sconti. Esordisce: «Lei mi condanna, io sono modernista, protestante. È inammissibile! Lei si comporta male». Dice: «Spero di avere di fronte a me un fratello, un figlio, un amico», ma accusa Lefebvre senza mezzi termini: «Purtroppo la posizione da lei presa è quella di un antipapa. Ella non ha consentito alcuna misura nelle sue parole, nei suoi atti, nel suo comportamento».

In gioco, spiega il pontefice, non è la persona, ma il papa: «E lei ha giudicato il Papa come infedele alle Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile, ma lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità».



Monsignor Lefebvre replica in modo più morbido nei toni, ma con identica fermezza nella sostanza. Pur ammettendo che forse alcune delle sue parole sono state inopportune, spiega di non aver mai voluto colpire il papa e soprattutto dice che le sue iniziative sono soltanto una risposta fornita a esigenze manifestate da persone che vogliono restare fedeli alla Chiesa di sempre: «Non sono io che voglio creare un movimento; sono le persone fedeli che sono straziate dal dolore e non accettano certe situazioni. Io non sono il capo dei tradizionalisti. Io sono un vescovo che, straziato dal dolore per ciò che accade, ha cercato di formare dei sacerdoti come faceva prima del Concilio. Mi comporto esattamente come prima del Concilio. Perciò non riesco a capire come sia possibile che all’improvviso mi si condanni per il fatto di formare dei sacerdoti nell’obbedienza alla sana tradizione della santa Chiesa».

A questo punto Paolo VI invita monsignor Lefebvre a proseguire nella sua spiegazione, e il fondatore della Fraternità San Pio X afferma: «Molti sacerdoti e molti fedeli pensano che è difficile accettare le tendenze che si sono fatte il giorno dopo il Concilio ecumenico Vaticano II sopra la liturgia, sulla libertà religiosa, sulle relazioni tra la Chiesa e gli Stati cattolici, sulle relazioni della Chiesa con i protestanti. Non si vede come quanto si afferma sia conforme alla sana Tradizione della Chiesa. E, ripeto, non sono il solo a pensarlo. C’è tanta gente che la pensa così. Gente che si aggrappa a me e mi spinge, spesso contro la mia volontà, a non cedere. Non so che cosa fare. Io cerco di formare dei sacerdoti secondo la fede e nella fede. Quando guardo agli altri seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati e disprezzati dai vescovi, quelli che invece sono apprezzati sono quelli che vivono una vita secolare, che si comportano come la gente del mondo».



Paolo VI ammette che il Concilio ha dato adito ad «abusi» e spiega che sta lavorando per eliminarli, ma rimprovera a monsignor Lefebvre di non cercare di capire le ragioni del papa che si sta impegnando per assicurare alla Chiesa la fedeltà alla tradizione e nello stesso tempo la rispondenza alle nuove esigenze. Noi, dice il papa, «siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole».

Lefebvre replica a sua volta che la battaglia intrapresa è a difesa della fede. Quello che si legge nei testi del Concilio, dice riferendosi in particolare alla libertà religiosa, è contrario a quanto hanno insegnato i papi precedenti, e ciò è inammissibile.

I singoli argomenti, osserva il papa, non possono essere trattati in un’udienza. Ciò di cui si sta discutendo «è la sua attitudine contro il Concilio». Ed è a questo punto che il confronto prende le caratteristiche del classico dialogo tra sordi.

Monsignor Lefebvre: «Io non sono contro il Concilio, ma contro alcuni dei suoi atti».



Paolo VI: «Se non è contro il Concilio, deve aderire ad esso, a tutti i documenti».

Monsignor Lefebvre: «Occorre scegliere fra quello che ha detto il Concilio e quello che hanno detto i vostri Predecessori».

Paolo VI: «Come ho detto, ho preso nota delle sue perplessità».

A questo punto Lefebvre, avendo l’opportunità di rivolgersi direttamente al papa, formula «una preghiera» a nome di tutti i fedeli che non vogliono allontanarsi dalla tradizione: «Non sarebbe possibile – chiede – che i vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?».

Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».

Eppure «il Concilio – osserva Lefebvre – ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema che tormenta tanti cattolici nell’attuale situazione. Per quanto mi riguarda, sono pronto a tutto, per il bene della Chiesa: che qualcuno della Sacra Congregazione dei Religiosi sia preposto alla vigilanza del mio seminario; non farò più conferenze, resterò nel mio seminario. Prometto che non ne uscirò più; si potrebbero fare degli accordi con i vari vescovi per mettere i seminaristi al servizio delle loro rispettive diocesi; eventualmente, si potrebbe nominare una Commissione per il Seminario, in accordo con monsignor Adam [Nestor Adam, vescovo di Sion, nel Canton Vallese, sul territorio del quale si trova il seminario di Ecône, N.d.R.]».

Paolo VI ricorda a Lefebvre che il vescovo Adam «è venuto a parlarmi a nome della Conferenza Episcopale Svizzera, per dirmi che non poteva più tollerare la sua attività… Che devo fare? Cerchi di rientrare nell’ordine. Come potete considerarvi in comunione con Noi, quando prende posizione contro di Noi, di fronte al mondo, per accusarci d’infedeltà, di volontà di distruzione della Chiesa?».

«Non ne ho mai avuto l’intenzione…», si difende Lefebvre. Ma Papa Montini lo incalza: «Lei lo ha detto e lo ha scritto. Sarei un Papa modernista. Applicando un Concilio Ecumenico, io tradirei la Chiesa. Lei comprende che, se fosse così, dovrei dare le dimissioni; ed invitare Lei a prendere il mio posto a dirigere la Chiesa».

Lefebvre: «La crisi della Chiesa c’è».

Paolo VI: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa».

Lefebvre: «Non sono giudicato come dovrei».

Paolo VI: «Il Diritto canonico la giudica. Si è accorto Lei dello scandalo e del male che ha fatto alla Chiesa? Ne è cosciente? Si sentirebbe di andare, così, davanti a Dio? Faccia una diagnosi della situazione, un esame di coscienza e si domandi poi, davanti a Dio: che devo fare?».

Lefebvre: «A me pare che aprendo un po’ il ventaglio delle possibilità di fare oggi quello che si faceva in passato, tutto si aggiusterebbe. Questa sarebbe la soluzione immediata. Come ho detto, io non sono capo di un movimento. Sono pronto a rimanere chiuso per sempre nel mio Seminario. La gente prende contatto con i miei sacerdoti e rimane edificata. Sono giovani che hanno il senso della Chiesa: sono rispettati nella strada, nel metro, dappertutto. Gli altri sacerdoti non portano più l’abito talare, non confessano più, non pregano più. E la gente ha scelto: ecco i preti che vogliamo».

Lo sa il papa, chiede a questo punto l’arcivescovo, che in Francia ci sono «almeno quattordici canoni» usati per la preghiera eucaristica?

Paolo VI risponde: «Non solo quattordici, ma un centinaio. Ci sono abusi; ma è grande il bene portato dal Concilio. Non voglio tutto giustificare; come ho detto sto cercando di correggere là dov’è necessario. Ma è doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».

Lefebvre: «Non dico che tutto sia negativo. Io vorrei collaborare all’edificazione della Chiesa».

Paolo VI: «Ma non è così, di certo, che Lei concorre all’edificazione della Chiesa. Ma è cosciente di quello che fa? È cosciente che va direttamente contro la Chiesa, il Papa, il Concilio ecumenico? Come può arrogarsi il diritto di giudicare un Concilio? Un Concilio, dopo tutto, i cui atti, in gran parte, sono stati firmati anche da Lei. Preghiamo e riflettiamo, subordinando tutto a Cristo ed alla sua Chiesa. Anch’io rifletterò. Accetto con umiltà i suoi rimproveri. Io sono alla fine della mia vita. La sua severità è per me un’occasione di riflessione… Son sicuro che anche Lei rifletterà. Lei sa che ho avuto per Lei stima, che ho riconosciuto le sue benemerenze, che ci siamo trovati d’accordo, al Concilio, su molti problemi…».

«È vero», riconosce Lefebvre.

«Lei comprenderà – conclude Paolo VI – che non posso permettere, anche per ragioni che direi “personali”, che Lei si renda colpevole di uno scisma. Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male… Dobbiamo ritrovare l’unione nella preghiera e nella riflessione».

Il colloquio si chiude e monsignor Benelli annota: «Il Santo Padre ha quindi invitato monsignor Lefebvre a recitare con Lui il Pater noster, l’Ave Maria, il Veni Sancte Spiritus».

Dopo quell’11 settembre non ci saranno altri incontri.

Il 14 settembre, intervistato dalla televisione francese, Lefebvre si mostrerà fiducioso: «Si sta instaurando un nuovo clima, si è rotto il ghiaccio»; e due giorni dopo scriverà al papa per ringraziarlo dell’udienza: «Un punto in comune ci unisce: il desiderio ardente di veder cessare tutti gli abusi che sfigurano la Chiesa».

Ma la distensione non ci sarà. L’11 ottobre Paolo VI risponderà: «Lei parla come se avesse dimenticato le parole e i gesti scandalosi contro la comunione ecclesiale che lei non ha mai ritrattato. Lei non manifesta pentimento neppure per quella che è stata la causa della sua sospensione a divinis Lei non esprime esplicitamente la sua adesione all’autorità del Concilio Vaticano II e della Santa Sede – il che costituisce l’essenza del problema – e prosegue la sua propria opera, che l’autorità legittima le ha espressamente domandato di interrompere».

Come scrive don Christian Thouvenot (La Tradizione Cattolica, n. 2, 2018, pag. 33), con la pubblicazione del libro di padre Sapienza abbiamo ora a disposizione due fonti sull’incontro dell’11 settembre 1976. La prima era costituita dal racconto che lo stesso monsignor Lefebvre fece ai seminaristi di Ecône in due conferenze che furono registrate e sulle quali si basa la ricostruzione fatta da monsignor Tissier de Mallerais nel suo libro Marcel Lefebvre. Une vie.

Il verbale redatto da Benelli, scrive Thouvenot, rispecchia il racconto di Lefebvre nei suoi elementi essenziali, ma c’è una differenza. Il resoconto di Benelli infatti non menziona per nulla il rimprovero che, stando a Lefebvre, Paolo VI avrebbe mosso all’arcivescovo per il giuramento contro il papa che, secondo Montini, veniva richiesto ai seminaristi a Ecône.

Ecco qui di seguito, circa la questione del giuramento, la versione del colloquio riportata da Lefebvre.

Paolo VI: «Lei non ha il diritto di opporsi al Concilio. Lei è uno scandalo per la Chiesa, lei distrugge la Chiesa. È terribile, lei solleva i cristiani contro il Papa e contro il Concilio. Nella sua coscienza non sente nulla che la condanna?».

Monsignor Lefebvre: «Assolutamente no».

Paolo VI: «Lei è un incosciente».

Monsignor Lefebvre: «Io ho la coscienza di continuare la Chiesa. Formo dei buoni sacerdoti…».

Paolo VI: «Non è vero, lei forma dei sacerdoti contro il Papa, lei fa firmare loro un giuramento contro il Papa!».

Monsignor Lefebvre: «Io? Com’è possibile, Santo Padre, che lei mi dica una cosa del genere? Io, far firmare un giuramento contro il Papa! Potrebbe mostrarmi una copia di questo “giuramento”?».

Paolo VI: «Lei condanna il Papa! Che ordine mi dà? Che devo fare? Devo dare le dimissioni, così prenderà il mio posto?».

Secondo Lefebvre, alla notizia che a Ecône non si facevano giuramenti contro il papa, Paolo VI rimase «basito, perché era veramente convinto della verità di questa informazione che, probabilmente, gli era stata data dal cardinale Villot».

Comunque sia, il colloquio dell’11 settembre 1976 non ebbe risultati. Paolo VI sperava in una dichiarazione pubblica con la quale Lefebvre ritrattasse le sue affermazioni contro il Concilio; Lefebvre sperava in un gesto del papa a favore dei cattolici «tradizionalisti». Nessuno dei due ottenne ciò che desiderava.