domenica 25 maggio 2025

Leone XIV: “La comunione si costruisce in ginocchio”




A cura della Redazione

Mag 25, 2025


CELEBRAZIONE EUCARISTICA E INSEDIAMENTO SULLA CATHEDRA ROMANA DEL VESCOVO DI ROMA LEONE XIV. L’OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Durante l’omelia in occasione della celebrazione eucaristica per l’insediamento sulla Cathedra Romana del vescovo di Roma, tenutati presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, il Santo Padre ha detto quanto segue.

***

La Chiesa di Roma è erede di una grande storia, radicata nella testimonianza di Pietro, di Paolo e di innumerevoli martiri, e ha una missione unica, ben indicata da ciò che è scritto sulla facciata di questa Cattedrale: essere Mater omnium Ecclesiarum, Madre di tutte le Chiese.

Spesso Papa Francesco ci ha invitato a riflettere sulla dimensione materna della Chiesa (cfr Esort. Ap. Evangelii gaudium, 46-49.139-141; Catechesi, 13 gennaio 2016) e sulle caratteristiche che le sono proprie: la tenerezza, la disponibilità al sacrificio e quella capacità di ascolto che permette non solo di soccorrere, ma spesso di prevenire i bisogni e le attese, prima ancora che siano espresse. Sono tratti che ci auguriamo crescano ovunque nel popolo di Dio, anche qui, nella nostra grande famiglia diocesana: nei fedeli, nei pastori, in me per primo. Su di essi ci possono aiutare a riflettere le Letture che abbiamo ascoltato.

Negli Atti degli Apostoli (cfr 15,1-2.22-29), in particolare, si narra di come la comunità delle origini ha affrontato la sfida dell’apertura al mondo pagano nell’annuncio del Vangelo. Non è stato un processo facile: ha richiesto tanta pazienza e ascolto reciproco; ciò è avvenuto anzitutto all’interno della comunità di Antiochia, dove i fratelli, dialogando – anche discutendo – sono arrivati a definire insieme la questione. Poi però Paolo e Barnaba sono saliti a Gerusalemme. Non hanno deciso per conto loro: hanno cercato la comunione con la Chiesa madre e vi si sono recati con umiltà.

Lì hanno trovato, ad ascoltarli, Pietro e gli Apostoli. Si è così intavolato il dialogo che finalmente ha portato alla giusta decisione: riconoscendo e considerando la fatica dei neofiti, si è concordato di non imporre loro pesi eccessivi, ma di limitarsi a chiedere l’essenziale (cfr At 15,28-29). Così, quello che poteva sembrare un problema è divenuto per tutti un’occasione per riflettere e per crescere.

Il testo biblico, però, ci dice di più, andando oltre la pur ricca e interessante dinamica umana dell’evento.

Ce lo rivelano le parole che i fratelli di Gerusalemme rivolgono, per lettera, a quelli di Antiochia, comunicando loro le decisioni prese. Essi scrivono: «È parso bene […] allo Spirito Santo e a noi» (cfr At 15,28). Sottolineano, cioè, che nell’intera vicenda l’ascolto più importante, che ha reso possibile tutto il resto, è stato quello della voce di Dio. Ci ricordano, così, che la comunione si costruisce prima di tutto “in ginocchio”, nella preghiera e in un continuo impegno di conversione. Solo in tale tensione, infatti, ciascuno può sentire in sé la voce dello Spirito che grida: «Abbà! Padre!» (Gal 4,6) e di conseguenza ascoltare e comprendere gli altri come fratelli.

Anche il Vangelo ci ribadisce questo messaggio (cfr Gv 14,23-29), dicendoci che nelle scelte della vita non siamo soli. Lo Spirito ci sostiene e ci indica la via da seguire, “insegnandoci” e “ricordandoci” tutto ciò che Gesù ci ha detto (cfr Gv 14,26).

In primo luogo lo Spirito ci insegna le parole del Signore imprimendole profondamente in noi, secondo l’immagine biblica della legge scritta non più su tavole di pietra, ma nei nostri cuori (cfr Ger 31,33); dono che ci aiuta a crescere fino a renderci “lettera di Cristo” (cfr 2Cor 3,3) gli uni per gli altri. Ed è proprio così: noi siamo tanto più capaci di annunciare il Vangelo quanto più ce ne lasciamo conquistare e trasformare, permettendo alla potenza dello Spirito di purificarci nell’intimo, di rendere semplici le nostre parole, onesti e limpidi i nostri desideri, generose le nostre azioni.

E qui entra in gioco l’altro verbo: “ricordare”, cioè tornare a rivolgere l’attenzione del cuore a ciò che abbiamo vissuto e appreso, per penetrarne più profondamente il significato e gustarne la bellezza.

Penso, in proposito, al cammino impegnativo che la Diocesi di Roma sta percorrendo in questi anni, articolato su vari livelli di ascolto: verso il mondo circostante, per accoglierne le sfide, e all’interno delle comunità, per comprendere i bisogni e promuovere sapienti e profetiche iniziative di evangelizzazione e di carità. È un cammino difficile, ancora in corso, che cerca di abbracciare una realtà molto ricca, ma anche molto complessa. È però degno della storia di questa Chiesa, che tante volte ha dimostrato di saper pensare “in grande”, spendendosi senza riserve in progetti coraggiosi, e mettendosi in gioco anche di fronte a scenari nuovi e impegnativi.

Ne è segno il grande lavoro con cui tutta la diocesi, proprio in questi giorni, si sta prodigando per il Giubileo, nell’accoglienza e nella cura dei pellegrini e in innumerevoli altre iniziative. Grazie a tanti sforzi, la città appare a chi vi giunge, a volte da molto lontano, come una grande casa aperta e accogliente, e soprattutto come un focolare di fede.

Da parte mia, esprimo il desiderio e l’impegno di entrare in questo cantiere così vasto mettendomi, per quanto mi sarà possibile, in ascolto di tutti, per apprendere, comprendere e decidere insieme: “cristiano con voi e Vescovo per voi”, come diceva Sant’Agostino (cfr Discorso 340, 1). Vi chiedo di aiutarmi a farlo in uno sforzo comune di preghiera e di carità, ricordando le parole di San Leone Magno: «Tutto il bene da noi compiuto nello svolgimento del nostro ministero è opera di Cristo; e non di noi, che non possiamo nulla senza di lui, ma di lui ci gloriamo, lui da cui deriva tutta l’efficacia del nostro operare» (Serm. 5, de natali ipsius, 4).

A tali parole vorrei unire, concludendo, quelle del Beato Giovanni Paolo I, che il 23 settembre del 1978, con il volto radioso e sereno che già gli era valso l’appellativo di “Papa del sorriso”, così salutava la sua nuova famiglia diocesana: «San Pio X – diceva – entrando patriarca a Venezia, aveva esclamato in San Marco: “Cosa sarebbe di me, Veneziani, se non vi amassi?”. Io dico ai romani qualcosa di simile: posso assicurarvi che vi amo, che desidero solo entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti le mie povere forze, quel poco che ho e che sono» (Omelia in occasione della Presa di Possesso della Cathedra Romana, 23 settembre 1978).

Anch’io vi esprimo tutto il mio affetto, con il desiderio di condividere con voi, nel cammino comune, gioie e dolori, fatiche e speranze. Anch’io vi offro “quel poco che ho e che sono”, e lo affido all’intercessione dei Santi Pietro e Paolo e di tanti altri fratelli e sorelle la cui santità ha illuminato la storia di questa Chiesa e le vie di questa città. La Vergine Maria ci accompagni e interceda per noi.





sabato 24 maggio 2025

L’Intelligenza Artificiale contro la natura: il grido profetico di san Pio X




Postato il 23 maggio 2025


Daniele Trabucco

L’intelligenza artificiale, nelle sue manifestazioni più avanzate, rappresenta una sfida epocale non soltanto per la tecnica e la scienza, ma per la filosofia metafisica e la teologia cristiana, chiamate a riaffermare con urgenza la natura ontologica e trascendente della persona umana in un contesto culturale sempre più dominato da una ragione immanentistica e strumentale.

San Pio X (pontefice dal 1903 al 1914), il cui magistero si configura come un vigile baluardo contro le insidie del modernismo (si veda la Lettera Enciclica "Pascendi" del 1907), ci fornisce una chiave ermeneutica imprescindibile per decifrare la portata profonda e drammatica delle derive epistemologiche che sottendono la diffusione di sistemi algoritmici capaci di apprendere e agire autonomamente.

Nel suo insegnamento, il modernismo viene riconosciuto come una deformazione radicale della ragione, la quale abbandona la sua apertura all’atto puro dell’Essere e si riduce a mera facoltà calcolante, privata della sua dimensione sapienziale e teleologica. Questa deformazione non è mera astrazione teorica, ma si manifesta storicamente come un progressivo allontanamento dalla verità metafisica e dalla legge eterna, generando un relativismo che dissolve ogni fondamento ontologico e morale.

Nel cuore di tale crisi si colloca la riduzione della persona umana a un ente funzionale, un oggetto di manipolazione algoritmica, la cui intelligenza e volontà si vorrebbero sostituite da processi di elaborazione dati privi di coscienza e finalità ontologiche.

San Pio X, richiamandosi alla sapienza di san Tommaso d’Aquino (1225-1274), insiste sulla necessità di mantenere il primato ontologico dell’essere sull’ente, per cui la realtà non può essere semplicemente ridotta a relazioni di causa ed effetto o a combinazioni numeriche, bensí deve essere compresa come partecipazione all’Essere sommo, fonte di verità e bontà assoluta.

La ragione umana, perciò, non si limita a conoscere in modo funzionale, ma partecipa a un atto conoscitivo che è anche contemplazione e adesione al vero, apertura alla totalità del reale ordinato secondo il fine ultimo, Dio.

L’intelligenza artificiale, pertanto, pur nella sua sofisticazione tecnica, rimane irrimediabilmente estranea a questa dimensione, poiché essa non dispone né di intelletto agente, né di volontà deliberativa, né di coscienza morale: in altre parole, non può partecipare all’essere in atto, né orientare la propria azione al bene vero e ultimo.

Questa esclusione ontologica ha conseguenze non soltanto epistemologiche, quanto anche etiche e giuridiche di portata immensa. La delega di decisioni a entità puramente meccaniche priva la responsabilità morale del suo fondamento personale e trascendente, snaturando il concetto stesso di legge naturale che, secondo san Pio X, si fonda sull’ordine razionale e teleologico inscritto nella natura umana come immagine di Dio.

Quando l’azione umana viene sostituita da processi algoritmici, la libertà si dissolve in mera apparenza e la giustizia perde il suo fondamento ontologico, diventando un artificio regolatorio privo di fondamento nella realtà ultima.

La tecnica, allora, si trasforma in una nuova forma di idolatria, un culto dell’efficienza e del calcolo che pretende di esautorare il Logos eterno e la legge naturale, imponendo un ordine costruito sulla negazione della natura stessa della persona.

Questa idolatria tecno-antropologica è una manifestazione contemporanea del modernismo denunciato da san Pio X, poiché separa ragione e verità, conoscenza e sapienza, natura e grazia, soggetto e fine ultimo. L’orizzonte si fa così quello di una disumanizzazione radicale, in cui l’umano perde la sua vocazione di immagine divina e viene ridotto a semplice elemento all’interno di un sistema tecnico e funzionale.

Tuttavia, la risposta che san Pio X offre a questa crisi non è il rigetto della tecnica in quanto tale, ma il richiamo a una ratio integralis, una ragione pienamente ordinata all’essere e alla legge eterna, capace di discernere e governare i mezzi tecnici entro i confini dell’ordine naturale e soprannaturale.

La filosofia tomistica, in cui san Pio X si radica, diventa allora il fondamento imprescindibile per una critica radicale e insieme per una corretta integrazione dell’intelligenza artificiale, evitando sia la sua idolatria sia il suo rifiuto aprioristico.

L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a mantenere il dominio sapienziale sulla tecnica, esercitando la propria volontà libera e razionale nella ricerca del bene supremo, la cui pienezza si trova solo in Dio.

Solo così si potrà evitare che la tecnica, pur strumento potentissimo, divenga causa di disordine e di perdizione, tradendo la dignità ontologica e la vocazione trascendente della persona.

In conclusione, il magistero di san Pio X ci invita a una vigilanza profonda e instancabile, affinché la ragione non si riduca a mera funzione calcolante né si lasci sedurre da un autonomismo illusorio, ma rimanga fedele alla sua vocazione di apertura all’atto puro dell’Essere, fondamento ultimo della verità e del bene.

È solo in questa fedeltà ontologica e teologica che si potrà affrontare con saggezza e giustizia la complessità delle nuove tecnologie, preservando intatta la dignità e la vocazione della persona umana, immagine eterna del Creatore.




Avvenire si arrampica sugli specchi



C'era da aspettarselo: Avvenire in campo per difendere la sentenza della Consulta sulle due mamme. E cita Kant dimostrando di non ammettere la conoscibilità di nessun fine, né riconosce che si possa parlare di natura.


La consulta: sentenza sulle due mamme 

Editoriali 


Stefano Fontana, 24-05-2025

Era scontato che Avvenire appoggiasse la sentenza della Corte costituzionale che riconosce a due donne di essere ambedue mamme di un bambino concepito per via artificiale all’estero e nato in Italia. Un articolo di Giuseppe Anzani pubblicato ieri ritiene che attribuire ad un bambino due mamme e nessun papà sia nel suo interesse e quindi per noi un dovere. Era scontato che il quotidiano dei vescovi assumesse questa posizione contraria alla legge naturale, prima ancora della Costituzione, dato che ormai da molto tempo - anche se nessun vescovo sembra accorgersene, protestare e dissociarsi - è diventato l’organo di stampa di un nuovo partito radicale cattolico.

A dimostrare l’imbarazzante arrampicata sugli specchi di Anzani basterebbe ampiamente l’articolo di Tommaso Scandroglio pubblicato ieri dalla Bussola. Mentre suggeriamo una rilettura di quell’articolo, possiamo comunque fare qualche altra considerazione, cominciando dalla fine dell’articolo di Avvenire e da una citazione apparentemente secondaria.

La tesi centrale di Anzani è che, comunque sia stato concepito o partorito, quando un bambino è nato, è nato, e va giuridicamente protetto in modo tale che la natura – nonostante gli incidenti e le deviazioni intervenuti – possa fare il suo corso e il bambino sia accudito, educato e le sue potenzialità (naturali) vengano sviluppate. Per sostenere questa tesi egli cita un noto ed abusato passaggio del filosofo Immanuel Kant, secondo cui bisogna trattare l’altro nostro simile mai come mezzo ma solo come fine. Il bambino¸ una volta che c’è, è un fine e come tale va considerato e trattato, così dice il neokantiano Anzani.

Ma Kant non ammette la conoscibilità di nessun fine, né riconosce che si possa parlare di natura. A guidare la morale e il diritto Kant non pone dei fini ma la legge stabilita dalla coscienza, ossia dall’intenzione, senza riferimento a nessun ordine delle cose che, per Kant, rimane sconosciuto. Per Kant non c’è il bene, c’è il dovere e il dovere è posto dalla coscienza. Nella vicenda di questa sentenza della Corte costituzionale e nell’arrampicata sugli specchi di Anzani, l’idea di un ordine naturale e finalistico come fonte della morale e del diritto sparisce, proprio come voleva Kant. Citando Kant, Anzani ha evidenziato i propri errori di impostazione.

Quel bambino, come ha ben messo in luce il già citato Scandroglio, non è stato trattato come un fine, ma come un mezzo. Un mezzo per le due donne che lo hanno concepito in modo innaturale in soddisfazione di una maternità “intenzionale”, mentre ogni bambino ha il diritto di venire al mondo “umanamente” e va considerato un bene donato e non la soddisfazione di una intenzione. Un mezzo, poi, anche per chi ha avviato il processo, a cominciare dal Comune che ha registrato le due mamme, puntando su ulteriori aperture ai “nuovi diritti”. Un mezzo, infine, per quanti spingono politicamente perché sia riconosciuta la possibilità di una coppia omosessuale di avere figli, anche se per ora si accontentano di un successo limitato al riconoscimento di una fecondazione extracorporea effettuata all’estero.

Il fine o è espressione di inclinazioni naturali o non è un fine, ma un desiderio. Quel bambino è stato strumentalizzato, ed ora Anzani, sul quotidiano che dovrebbe essere dei cattolici italiani, accetta il caso appellandosi proprio alla natura. Bisogna riconoscere che quel bambino è stato strumentalizzato anche da Avvenire. Altro che fine!

Nel suo articolo Giuseppe Anzani finge di non vedere due aspetti. Il primo è che il caso apre evidentemente al prossimo riconoscimento della filiazione per via artificiale delle coppie omosessuali, almeno femminili. Attualmente la legge lo vieta? Domani però potrebbe permetterlo e questo precedente farà senz’altro da ponte per questo esito. L’utero in affitto è stato dichiarato dal parlamento reato universale? Ma due donne possono anche farne a meno. Domani si potrà avere due mamme in punta di diritto e non solo come accoglimento di un concepimento realizzato all’estero. Teniamo conto che su questi temi la maggioranza in parlamento non garantisce completamente.

Il secondo è che il “Nostro” non vede la manipolazione della Costituzione, i cui articoli sono stati utilizzati nella sentenza per giustificare l’assurdità etica e giuridica della “maternità intenzionale”. Qui però è bene allargare il discorso oltre Avvenire, perché le critiche a questa sentenza apparse ieri sulla stampa non completamente allineata si sono fermate alla Costituzione e non sono andate ai fondamenti della Costituzione stessa. Senza il fondamento in un ordine naturale e finalistico la Costituzione risulta un artificio e, come tutti gli artifici, può essere artificiosamente rivista e manipolata secondo la linea di un “costituzionalismo desiderativo”. La Costituzione non si salva da sola. L’attuale sentenza della Consulta è solo l’ultima di una lunga serie che ha demolito ogni riferimento ad un ordine precedente la Costituzione sul quale essa dovrebbe fondarsi. Ci sono perfino giornalisti cattolici che leggono la natura umana con la lente della Costituzione, mentre si dovrebbe fare il contrario.





venerdì 23 maggio 2025

Tomismo per tutti. Prefazione al libro di Roberto Marchesini



Pubblichiamo per gentile concessione dell’Editore, la Prefazione di Stefano Fontana al libro di Roberto Marchesini appena uscito: “Tomismo per tutti. Breve e semplice corso sulla filosofia di san Tommaso, Sugarco, Milano 2025, pp. 112, euro 14.00




Di Stefano Fontana, 23 mag 2025

Sempre nei momenti di crisi e di confusione intellettuale e spirituale qualcuno si sente di dover tornare a san Tommaso d’Aquino e a riproporne il pensiero e il metodo. Lo hanno fatto G. K. Chesterton, Padre Cornelio Fabro, monsignor Antonio Livi. Qui lo fa Roberto Marchesini. Tutti costoro hanno scritto delle Introduzioni a San Tommaso, il cui scopo era sia di precisazione teoretica sia anche di divulgazione. Per tutti si trattava e si tratta di aprire la strada delle menti a riprendere in mano i testi dell’Aquinate o i libri che parlano del suo pensiero in modo corretto. Si sa, infatti, che nella modernità, con inizio dalla Scuola di Lovanio e continuando poi con la Nouvelle theologie fino alle operazioni di Karl Rahner e di Johann Baptist Metz, il pensiero di Tommaso è stato stravolto per adattarlo al criticismo moderno e renderlo compatibile con Kant, Hegel e Heidegger. É un aspetto, questo, che merita attenzione. La nuova teologia cattolica non provvide ad escludere semplicemente il realismo metafisico di San Tommaso, a metterlo da parte e a farlo dimenticare, ma si impegnò per ripensarlo, cercando di mostrare (senza successo) che la svolta della filosofia moderna era stata in qualche modo già anticipata da san Tommaso stesso. L’obiettivo era di dimostrare che la svolta della nuova teologia improntata al principio di immanenza non era una svolta ma una continuità, e questo rendeva quella svolta ancora più pericolosa, perché, così travestita, era mano avvertibile. Contemporaneamente si è portata avanti un’altra operazione culturale, impegnandosi a rileggere non solo san Tommaso ma anche alcuni dei suoi più autorevoli interpreti e anche in questo caso lo scopo era di adeguare san Tommaso ai principi della filosofia moderna o, se vogliamo, di indicare che i principi della filosofia moderna avevano la loro origine nel pensiero di san Tommaso. Perfino grandi tomisti come Cornelio Fabro o Étienne Gilson vennero reinterpretati come se avessero aperto il tomismo alle nuove esigenze della modernità filosofica nel campo della libertà e della coscienza, nonostante le forzature che questa operazione comportava. Per fortuna, come dicevo all’inizio, periodicamente c’è invece chi ripropone san Tommaso nella sua originalità che, come sappiamo, si fonda filosoficamente, sul primato dell’essere inteso come atto e quindi “perfezione di ogni perfezione”. Per fortuna, ripeto, che periodicamente qualcuno si incarica anche di ripresentare san Tommaso in modo divulgativo e questo è un aspetto che merita una ulteriore osservazione.

Gli uomini del nostro tempo, e specialmente i giovani, vivono nel concreto della loro vita i principi della modernità filosofica anche senza aver mai studiato filosofia. Quei principi, infatti, sono diventati aria e prassi, vengono imposti dal clima che si respira e dalle convinzioni diffuse, oppure dai comportamenti indotti dall’opinione pubblica e dal potere. Per fare un solo esempio: l’idea che tutti, in fondo, vediamo le cose attraverso un nostro paio di occhiali, è una posizione filosofica molto diffusa. Si ritiene che non si dia un accesso neutro e oggettivo alla realtà, ma che la conoscenza dei fatti e delle cose avvenga sempre a partire da precomprensioni e da precognizioni, come sosteneva Heidegger. Questa idea ritiene anche che ognuno di noi appartenga ad un contesto storico, ad una situazione esistenziale e che ogni sua comprensione della realtà si porti dietro questo contesto e questa situazione, non solo condizionandola ma anche determinandola. L’ermeneutica filosofica di Hans Georg Gadamer, che è uno dei derivati più recenti e più diffusi del principio di immanenza della modernità, è il nuovo credo filosofico di oggi, assimilato anche da chi non ha mai letto una pagina di Gadamer. Il realismo del buon senso, le conoscenze del senso comune proprie di ogni uomo oggi vengono contestate come imposizioni autoritarie, mentre la conoscenza umana si svolgerebbe passando da interpretazioni a interpretazioni, sempre condizionate, relative, passeggere. Questa riduzione della persona a tempo che passa e che tutto porta via con sé, ossia al suo contesto storico sempre in cambiamento e alla successione dei momenti della sua esistenza, è alla base dell’angoscia del nostro tempo. Essa viene insegnata dalle cattedre ma soprattutto viene vissuta nella vita quotidiana. Un mondo siffatto è un mondo privo di speranza. Tornare a san Tommaso e presentare i punti principali del suo pensiero è assolutamente necessario ed è bene che venga fatto anche in modo divulgativo, contrastando così sul campo gli errori moderni che, come ho cercato di dire, non sono solo teorie accademiche ma stili di vita.

Riprendere san Tommaso solleva l’animo, allieta l’intelligenza, dona speranza. Sapere che al principio non c’è alcun dubbio scettico o agnostico ma una certezza, la certezza di conoscere immediatamente l’essere che fin dall’inizio nutre quindi il nostro intelletto, vuol dire uscire dalla prigione della nostra coscienza e poter attingere ad una verità che è tale perché non è solo nostra ma di tutti. Che la verità renda liberi è vero anche dal punto di vista filosofico ed è per questo che poi siamo avvinti da questa informazione anche sul piano della fede. Se noi rimanessimo prigionieri dentro le nostre rappresentazioni dovremmo abbandonare l’idea di una verità che ci renda liberi: interpretazioni e opinioni hanno troppo di nostro per essere fonte di liberazione, nessuno infatti si dà quello che non ha e l’individuo non può liberarsi da solo, deve venire liberato. Sapere che si dà un ordine naturale finalistico, come san Tommaso ci insegna, non quindi causato da dietro ma attratto da davanti, un sapere non caotico ma ordinato secondo i principi di partecipazione, causalità e analogicità, sapere che i molteplici fini cui le cose tendono fanno capo ad un Fine ultimo che li rende possibili, tutto questo conforta l’animo umano oltre a soddisfare l’intelligenza. Sapere che l’essere rivela una Vocazione ci libera dallo smarrimento nella successione degli istanti della vita, perché l’uomo che pure vive nel tempo, non si riduce a tempo.

(Foto: Trionfo di san Tommaso, di Benozzo Gozzoli, (cropped), wikipedia)





Müller denuncia il Sinodo tedesco e difende la messa tradizionale come nutrimento spirituale


Card. Gerhard L. Muller (CNS photo/Paul Haring)

Di seguito l’articolo scritto dallo staff di Infovaticana, pubblicato su Infovaticana nella traduzione automatica curata da Sabino Paciolla (23 maggio 2025).




In una rivelatrice intervista concessa al giornalista Jonas Danner per il quotidiano tedesco Kontrafunk, il cardinale Gerhard Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha offerto un intervento incisivo. Durante la conversazione, il porporato ha passato in rassegna l’attualità ecclesiale e politica. Nel corso di un’ora ha affrontato temi di profonda rilevanza, chiarendo la sua visione teologica, pastorale e dottrinale sul futuro della Chiesa e sui pericoli che, a suo avviso, la minacciano. Il cardinale Müller analizza l’attualità ecclesiale con una prospettiva critica e fondata.


Sulla Messa tradizionale: «Non si devono causare ferite inutili»


Uno dei punti più significativi dell’intervista è stata la sua profonda riflessione sulla Messa tradizionale. È importante sottolineare che la restrizione di questa forma liturgica, imposta dalla Traditionis Custodes, ha causato ferite considerevoli all’interno della Chiesa. A questo proposito, il cardinale Müller ha affermato senza mezzi termini:

«Queste restrizioni hanno portato a inutili delusioni tra i fedeli, che avrebbero potuto essere facilmente evitate. Non si tratta di uniformare esternamente la Chiesa; al contrario, si deve cercare la vera unità. Questa unità è l’unità nella fede, non solo nella disciplina liturgica esteriore».

In questo senso, il cardinale ha ricordato l’espressione di Benedetto XVI. Il Papa emerito ha riconosciuto le due forme del rito romano. Per questo motivo, Müller ha scommesso decisamente su un ripristino dello spirito di Summorum Pontificum, sottolineando l’importanza di questa liturgia:

«La liturgia tradizionale non è un capriccio di nostalgici. Al contrario, rappresenta una forma valida di nutrimento spirituale per molti fedeli e deve essere rispettata».


Contro l’autoritarismo liturgico: «La Chiesa non è una caserma»


Inoltre, il cardinale Müller è stato particolarmente critico nei confronti dello stile di alcuni vescovi. Ha sottolineato che, nell’applicare le restrizioni liturgiche, hanno agito con un zelo eccessivo e poco pastorale:

«Ci sono stati coloro che hanno creduto di dover dimostrare la loro fedeltà al Papa essendo i più rapidi e severi nel proibire la Messa antica. Ma questo non è pastorale. Questo, fondamentalmente, non è cattolico. Questo è opportunismo mascherato da obbedienza».

E ha aggiunto con notevole forza e chiarezza:

«La Chiesa non è una caserma, e i vescovi non sono semplici comandanti. Sono, prima di tutto, pastori che devono guidare con carità, non imporre con rigidità».


Dottrina e pastorale: due facce della stessa verità secondo il cardinale Müller


Un altro passaggio particolarmente illuminante dell’intervista è stata la sua analisi dettagliata dei documenti ambigui del pontificato precedente. Il cardinale ha fatto specifico riferimento ad Amoris Laetitia e, più recentemente, a Fiducia supplicans:

«Questi documenti, a mio avviso, sono stati redatti con un’ambiguità calcolata. Apparentemente, non vogliono negare la dottrina stabilita; tuttavia, introducono pratiche pastorali che in realtà la contraddicono apertamente. Ciò è inaccettabile dal punto di vista dottrinale. La pastorale non può andare contro il dogma, perché il Buon Pastore e il Maestro della Verità sono la stessa identica persona: Gesù Cristo».


Contro l’ideologia di genere: «Una minaccia anticristiana e antiscientifica»


Il cardinale ha dedicato un ampio commento anche alle ideologie contemporanee. Egli ritiene che queste siano incompatibili con la fede cristiana e la ragione naturale. In particolare, riguardo all’ideologia di genere, il cardinale Müller ha affermato:

«L’ideologia di genere è profondamente anticristiana e, inoltre, antiscientifica. Nega l’evidente realtà biologica dell’essere umano. Pretende, inoltre, di riconfigurare l’uomo secondo desideri puramente soggettivi. Ciò non ha alcun posto nell’antropologia cristiana né in alcuna ragione filosofica seria e ben fondata».

Müller ha inoltre denunciato con preoccupazione che anche alcuni settori all’interno della Chiesa stessa stanno promuovendo testi con questo approccio così problematico:

«Le recenti linee guida pastorali in Germania, che promuovono la benedizione di coppie con qualsiasi identità di genere, non solo sono eretiche nella loro concezione, ma anche un chiaro tradimento del mandato pastorale che i vescovi hanno solennemente promesso di adempiere».


Avvertimento sul Sinodo tedesco: «Un progetto eretico»

Il cardinale Müller è stato particolarmente severo nel parlare del controverso processo sinodale tedesco. Lo ha definito senza mezzi termini, usando termini molto diretti, come una grave deviazione:

«Questo cosiddetto cammino sinodale tedesco sta purtroppo promuovendo eresie ecclesiologiche e dottrinali. Si sta cercando di imporre una struttura parlamentare alla Chiesa cattolica, il che contraddice fondamentalmente la sua natura sacramentale e apostolica, ricevuta da Cristo».

E ha aggiunto con profonda convinzione:

«Non si tratta in alcun modo di un autentico rinnovamento nello Spirito Santo. Sembra piuttosto una colonizzazione ideologica che emerge dall’interno. I vescovi che collaborano attivamente a questo piano stanno, a mio avviso, tradendo la loro sacra missione apostolica».


Democrazia, libertà e persecuzione ideologica in Germania


Nella parte finale dell’intervista, il cardinale ha affrontato con visibile preoccupazione l’attuale situazione politica in Germania. Ha criticato quella che percepisce come una pericolosa deriva autoritaria nel dibattito pubblico:

«La democrazia è seriamente in pericolo quando diventa uno strumento per mettere a tacere il dissenso. L’opinione politica, anche se minoritaria o impopolare, non può essere criminalizzata in nessun caso. Non si può trattare come un criminale chi semplicemente si oppone all’ideologia dominante».

E ha concluso la sua analisi con un monito forte e riflessivo:

«Coloro che gridano più forte contro il fascismo sono spesso, paradossalmente, i primi a utilizzare i suoi stessi metodi. La Chiesa, quindi, deve essere testimone critica e coraggiosa di fronte a ogni forma di oppressione e totalitarismo».


Sul profilo umano e spirituale di Papa Leone XIV


Riguardo al nuovo Pontefice, il Cardinale Müller si è espresso riconoscendo importanti qualità naturali e spirituali in Papa Leone XIV. Egli ha affermato:

«La grazia presuppone sempre la natura; la purifica, la eleva e, infine, la perfeziona. […] Credo fermamente che il nostro nuovo Papa possedesse già queste qualità umane fondamentali e, di fatto, le ha dimostrate in modo eclatante nei suoi molteplici e vari ruoli precedenti».

Egli sottolinea anche la sua preziosa esperienza sia a livello istituzionale che geografico, che considera un importante punto di forza:

«È stato eletto due volte superiore generale degli Agostiniani. […] Questa doppia elezione dimostra chiaramente che i suoi confratelli religiosi avevano piena fiducia nel suo stile di leadership, equilibrato e dialogante».

«Appartenendo sia al Nord America che all’America Latina, Sua Santità conosce a fondo e dall’interno entrambe queste culture così ricche e diverse».

Il cardinale Müller ha inoltre sottolineato la sua notevole capacità linguistica e il suo valore intrinseco come vero ponte tra culture diverse:

«Parla correntemente inglese, spagnolo, portoghese, francese… Questo lo rende senza dubbio un ponte naturale verso l’Europa e, per estensione, verso il mondo intero».


Missione del Papato


Infine, il Prefetto emerito ha ricordato il ruolo fondamentale e la missione essenziale del papato, al di là delle persone:

«Non si tratta di imporre al Santo Padre programmi propri o particolari. La sua missione primaria, ricevuta da Gesù Cristo, è quella di rafforzare i fratelli nella fede, come indica chiaramente il mandato esplicito dato all’apostolo Pietro da Gesù Cristo stesso».

Infovaticana





Quando il diritto diventa strumento dell’arbitrio mascherato da progresso



23 mag 2025

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by Aldo Maria Valli


Sulla sentenza n. 68/2025 della Corte costituzionale. 


di Daniele Trabucco*

La sentenza n. 68/2025 della Corte costituzionale costituisce un evento giuridico paradigmatico della crisi del diritto positivo contemporaneo, che, emancipandosi da ogni fondamento nell’ordine naturale, precipita nel nominalismo giuridico e, per ciò stesso, in una forma sofisticata e istituzionalizzata di nichilismo. La portata antropologica, assiologica e filosofico-giuridica di tale pronuncia, lungi dall’essere circoscrivibile a un caso particolare, segna un momento critico della storia della giustizia costituzionale italiana, rivelando una cesura ormai evidente tra l’ordinamento e la verità ontologica dell’umano.

Nel riconoscere automaticamente entrambe le donne di una coppia dello stesso sesso (la Corte dichiara incostituzionale il divieto di riconoscere il figlio da parte della madre “intenzionale”, ovvero la “partner” della madre biologica) come madri di un bambino nato da fecondazione assistita all’estero, la Corte non si limita a un’interpretazione estensiva del principio di uguaglianza o del superiore interesse del minore: essa ridefinisce ontologicamente la genitorialità, trasformandola da relazione naturale radicata nella complementarità sessuata e nella generazione biologica in una costruzione giuridico-affettiva fondata sull’intenzione soggettiva.

Tuttavia il diritto, se vuole restare ius, ossia ordinamento della giustizia, non può prescindere dalla res, dalla cosa stessa, dal dato naturale e dalla struttura della realtà. Se l’elemento naturale viene espunto, il diritto si dissolve in volontà di potenza mascherata da procedura, in manipolazione semantica istituzionalizzata.

Questa deriva è il risultato di una concezione della Costituzione come testo autonomo, chiuso in sé, capace di autolegittimarsi secondo una razionalità puramente formale e procedurale, che rinuncia a ogni fondamento ontologico e metafisico. Ora, una Costituzione priva di ordine naturale non è più una lex, bensì una somma di enunciati manipolabili, stratificati storicamente, esposti all’arbitrio ermeneutico delle Corti. La conseguenza inevitabile è il nominalismo giuridico, ossia l’idea secondo cui i concetti giuridici non rimandano più a una realtà oggettiva da riconoscere e tutelare, bensì a mere convenzioni linguistiche decise secondo il principio del consenso maggioritario o del sentire sociale dominante.

In tale prospettiva, “madre”, “padre”, “figlio”, “matrimonio”, “famiglia” non hanno più un contenuto stabile e riconoscibile: sono etichette fluttuanti, svuotate di ogni ancoraggio alla natura umana e alla sua teleologia. Il nominalismo giuridico non è un fenomeno neutro: esso è, nella sua essenza, un’espressione del nichilismo, inteso nel senso heideggeriano e nietzscheano come oblio dell’essere, come negazione di ogni struttura di senso immanente alla realtà. La Corte, credendo di agire in nome dei diritti e dell’eguaglianza, finisce in realtà per produrre un ordinamento che abbandona ogni idea di giustizia naturale e si trasforma in macchina normativa autoriflessiva, che produce significati “ex nihilo”, secondo logiche performative e funzionali. Laddove, però, tutto è possibile in nome della volontà soggettiva e del desiderio individuale, nulla è più stabile, nulla è più giusto, nulla è più vero.

La sentenza n. 68/2025 è, dunque, molto più che un atto giurisdizionale: è un gesto teoretico, un sintomo e al tempo stesso un atto costituente, che istituisce una nuova antropologia giuridica post-naturale. Il giudice costituzionale non è più custode del limite; diventa invece creatore di realtà giuridiche alternative, secondo una logica volontaristica che segna il passaggio da un diritto che riconosce all’uomo la sua natura a un diritto che lo reinventa. In questo quadro, il costituzionalismo si mostra nella sua nudità: forma postmoderna di “nihilismus juris“, una sovrastruttura che simula razionalità mentre dissolve ogni radice nel reale. Solo un recupero filosofico e giuridico del diritto naturale classico, come ordine ontologico inscritto nella struttura stessa dell’essere e dell’umano, potrà porre argine a tale deriva e restituire al diritto la sua vocazione originaria: essere misura della giustizia, e non strumento dell’arbitrio mascherato da progresso.




*professore strutturato in Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario San Domenico di Roma. Dottore di ricerca in Istituzioni di Diritto pubblico nell’Universitá degli Studi di Padova


E-mail: daniele.trabucco@ssmlsandomenico.it



La discriminazione dei bambini. Per sentenza



Pronunciandosi sul caso di due donne lesbiche e sul figlio avuto in provetta da una di loro, la Corte costituzionale ha stabilito che anche la “madre intenzionale” va riconosciuta come genitore. I giudici legittimano così l’omogenitorialità, vietata dalla legge, e condannano i bambini a crescere orfani di almeno un genitore.

La sentenza

Omogenitorialità, il sì della Consulta discrimina i bambini


Tommaso Scandroglio,  23-05-2025

Ieri la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 68/2025, ha detto “sì” all’omogenitorialità. Fino a ieri qual era il quadro giuridico sull’omogenitorialità? Da una parte c’era e c’è la legge che la vieta, dato che per l’ordinamento giuridico un bambino può essere figlio solo di un uomo e di una donna (cfr. art. 5 legge 40/2004, 231 Cc, 243 bis Cc, 246 Cc, 247 Cc, 250 Cc, 262 Cc, 269 Cc, 408 Cc, 566 Cc, 568 Cc, 599 Cc, 643 Cc). Su altro fronte abbiamo avuto sindaci e soprattutto giudici, anche quelli della Cassazione (ricordiamo la sentenza del 2018), che hanno permesso l’omogenitorialità riconoscendo gli atti di nascita formatisi all’estero di figlio di coppie gay e aprendo a queste ultime le porte alla stepchild adoption.

Ieri però la svolta, perché la Consulta ha giuridicamente legittimato l’omogenitorialità, seppur in un solo caso specifico che vedremo. Un placet che ha dunque valore pienamente normativo dato che cassa un articolo di legge, l’art. 8 della legge 40 che disciplina la fecondazione extracorporea, decisione che si pone in dissonanza con una sua precedente sentenza (n. 32 del 2021) che giudicò un caso molto simile. Dal divieto di omogenitorialità siamo dunque passati alla sua legittimazione. Per giungere alla sua piena legittimazione, la Corte ha chiesto l’intervento del Parlamento.

Illustriamo allora, in modo sintetico, i passaggi argomentativi della Corte. Partiamo dai fatti. Due donne lesbiche vanno all’estero e una di essa si sottopone alla pratica della fecondazione artificiale eterologa. Il bambino nasce in Italia e viene registrato dall’ufficiale di stato civile come figlio della madre biologica e della compagna, la cosiddetta madre intenzionale. La Procura della Repubblica impugna l’atto presso il Tribunale di Lucca in merito al riconoscimento della genitorialità in capo alla donna non madre biologica e quest’ultimo solleva questioni di legittimità costituzionale degli artt. 8 e 9 della legge 40/2004.

Tralasciando l’art. 9, non giudicato incostituzionale dalla stessa Consulta, analizziamo l’art. 8. Secondo questo articolo, il figlio nato in provetta può essere riconosciuto dalla coppia sposata o dalla coppia convivente ma eterosessuale. Infatti la legge 40 permette l’accesso alla fecondazione artificiale solo a coppie eterosessuali. Se una coppia omosessuale accede alla fecondazione artificiale all’estero non subisce sanzioni, ma, tornando in patria, la donna che non ha partorito il bambino non può essere riconosciuta come genitore. Il Tribunale di Lucca contesta proprio questo punto: è incostituzionale che l’art. 8 non contempli anche il caso di riconoscimento del figlio da parte di coppie omosessuali.

Da notare che né il Tribunale né la Consulta contestano l’art. 5 della legge 40 che vieta l’accesso alla Fivet delle coppie omosessuali, ma “solo” l’art. 8 che riguarda il riconoscimento. Questo per due motivi: in primis perché l’art. 8 è più pertinente al caso sottoposto al Tribunale di Lucca; in secondo luogo perché i giudici di Lucca e quelli romani sapevano che era più alla loro portata questa vittoria – permettere il riconoscimento del figlio alle coppie gay – piuttosto che tentare sin da subito la legittimazione dell’accesso alla fecondazione artificiale per le coppie omosessuali. Ben sapendo poi che, avendo ottenuto questo primo risultato, il bottino più ricco arriverà di conseguenza.

La Consulta dà ragione al Tribunale di Lucca disegnando questo percorso argomentativo. La compagna, non madre biologica, è già genitore perché concordando con l’altra donna il ricorso alla provetta si è automaticamente assunta anche la responsabilità di essere genitore. Perciò si diventa genitore nel momento stesso in cui si decide di avere un figlio, sia per vie naturali che artificiali. Questa argomentazione di carattere psicologico-sociale trova, secondo i giudici, anche dei puntelli normativi. Innanzitutto proprio l’art. 8 afferma che la genitorialità delle coppie di fatto nasce dall’aver concordato insieme la volontà di avere un figlio in provetta. In secondo luogo l’art. 6 ci dice che una volta che si è deciso di intraprendere la strada della fecondazione artificiale non si può più tornare indietro e quindi, inevitabilmente (eccetto nel caso di aborto), si diventa madri e padri. Quindi la volontà di accedere alla provetta fa immediatamente diventare i membri della coppia genitori. Inoltre abbiamo l’art. 9. Questo articolo vietava l’azione di disconoscimento del bambino, sia da parte del genitore biologico che di quello “intenzionale”, una volta fatto ricorso alla fecondazione eterologa, al tempo vietata. I giudici interpretano così l’articolo: una volta che c’è il bambino, sei genitore e lo sei anche nell’ipotesi in cui, come nel caso presente, hai avuto il bambino seppur in violazione della legge italiana. Proprio come ai tempi della legge 40, quando il compagno della donna che aveva avuto un figlio con l’eterologa, allora vietata, era comunque considerato il genitore di quel figlio, seppur non suo biologicamente e seppur avuto contra legem.

Per tutte queste ragioni, secondo la Consulta, anche la compagna non madre biologica è genitore legale a tutti gli effetti. Da ciò discende che la mancata previsione nell’art. 8 della possibilità di riconoscimento del figlio avuto all’estero tramite eterologa da coppia lesbica lede il diritto del figlio ad essere educato dai propri genitori ex artt. 2 e 30 Cost., lede la sua identità personale ex art 31 Cost. perché gli si toglie uno dei genitori e lede il diritto del figlio a non essere discriminato ex art. 3 Cost., dato che solo i figli di coppie omosessuali non possono essere riconosciuti. A questo proposito la Corte richiama una propria sentenza, la n. 494 del 2002, che legittimava la filiazione incestuosa perché altrimenti questi bambini sarebbero stati figli di serie B (scordandosi di aver legittimato in tal modo la famiglia incestuosa che è contro natura). E dunque, in modo analogo, i giudici hanno pensato di legittimare l’omogenitorialità per il miglior interesse dei bambini anche se la legge la vieta. Essendo le due donne ritenute genitori legali del minore, l’art. 8 poi violerebbe l’art. 30 della Cost. perché non permetterebbe a costoro di esercitare i diritti e soddisfare i doveri inerenti il loro stato.

L’Avvocatura dello Stato è intervenuta in giudizio e ha ricordato che in casi come questi la coppia omosessuale può ricorrere alla stepchild adoption. Risposta dei giudici: innanzitutto la Consulta non ha il compito di trovare soluzioni normative, bensì è chiamata a risolvere questioni di legittimità costituzionale. Quindi l’indicazione dell’Avvocatura non è pertinente con l’ambito d’azione della Consulta. In secondo luogo lo status di figlio nella stepchild adoption è subordinato alla decisione del partner del genitore biologico: non viene ad esistenza immediatamente come nella nascita ed è eventuale. Poi, può passare molto tempo, i costi sono elevati e il giudice può anche rifiutare la richiesta di adozione.

Tutte queste argomentazioni della Consulta crollano di fronte ad un dato evidente: un bambino ha il diritto naturale di essere figlio di un uomo e di una donna. La Consulta gli ha tolto questo diritto per soddisfare le pretese delle coppie omosessuali e quindi ha leso il suo diritto, ex art. 2 Cost, di essere educato dai propri genitori biologici, ha leso la sua identità personale perché lo ha strappato ad uno o ad entrambi i genitori naturali, legittimando così lo stato di orfananza, e infine lo ha discriminato, violando l’art. 3 Cost., perché lo ha condannato non a crescere in una famiglia con un padre e una madre come gli altri bambini, bensì in una relazione dannosa per il suo sviluppo psico-fisico e sociale, vincolandolo così in una condizione di inferiorità. La Corte, su questo punto, è di avviso diverso e arriva a dire, citando una sua sentenza: «“Non esistono neppure certezze scientifiche o dati di esperienza in ordine al fatto che l’inserimento del figlio in una famiglia formata da una coppia omosessuale abbia ripercussioni negative sul piano educativo e dello sviluppo della personalità del minore” (sentenze n. 32 del 2021 e n. 221 del 2019; nello stesso senso, sentenze n. 79 del 2022 e n. 230 del 2020)». Falso. È estesissima la letteratura scientifica sui danni che i minori subiscono quando sono inseriti in relazioni omosessuali o quando manca una figura genitoriale (qui un assaggio).

La Corte ha quindi legittimato l’omogenitorialità di coppia lesbica che ha avuto un figlio tramite eterologa avvenuta all’estero. Le conseguenze sono ovvie: in futuro verrà dichiarato incostituzionale l’art. 5 della legge 40 che vieta la Fivet alle coppie omosessuali e quindi anche le coppie gay potranno diventare genitori a tutti gli effetti di legge. Riconosciuto il diritto all’omogenitorialità in un caso non si potrà che riconoscerlo in tutti i casi. Da qui la modifica di tutta l’attuale normativa che esige la diversità di sesso dei due genitori. Una vera rivoluzione.