sabato 25 marzo 2023

Gates, il "padrone del mondo" regista di future pandemie



Il tempo del Covid si avvia alla sua conclusione, ma non deve finire lo stato di allarme in vista di catastrofi prossime venture. E la linea su come organizzarci la detta Bill Gates, in un articolo da "Padrone del mondo". L'oligarca filantropo auspica la creazione di un Global Health Emergency Corps, una squadra di pronto intervento sotto l'egida dell'Oms, ma che si muoverà da casta tecnocratica internazionale. L'obiettivo è metterci in testa che “siamo entrati nell’era delle pandemie” e dobbiamo vivere nel terrore di ammalarci.



SCENARI FUTURI

Paolo Gulisano, 25-03-2023

Le pandemie, se non ci fossero, bisognerebbe proprio inventarle, tanto sono utili ai grandi cambiamenti. Nel novembre del 2020 l’importante rivista scientifica Science ci diceva che l’emergenza Covid sarebbe durata fino al 2025, e che fino a tutto il 2022 si sarebbero dovuti mettere in atto provvedimenti restrittivi delle libertà. Sono stati facili profeti, ma ora il tempo del Covid si avvia alla conclusione. Certo, si prosegue negli allarmismi nei confronti delle nuove varianti, ma ormai è del tutto chiaro che anche i nuovi ceppi battezzati con i nomi più fantasiosi presi in prestito dalla narrativa horror non hanno più l’impatto psicologico del virus di Wuhan. Allora è tempo di lanciare sul mercato un nuovo prodotto, una nuova minaccia pandemica. La gente deve mettersi in testa che “siamo entrati nell’era delle pandemie” e deve vivere nel terrore di ammalarsi.

Si è fatto autorevolmente carico di annunciare le catastrofi prossime venture Bill Gates in persona, con un articolo uscito il 19 marzo sul New York Times (QUI in italiano). Una vera e propria prolusione solenne, col cipiglio del padrone del mondo che dà ordini e direttive.

L’incipit dell’articolo è studiato per essere un paternalistico avviso per le buone casalinghe americane: «Immagina che ci sia un piccolo fuoco nella tua cucina. Il tuo allarme antincendio si attiva, avvertendo tutti nelle vicinanze del pericolo. Qualcuno chiama il 911. Cerchi di spegnere il fuoco da solo, forse hai anche un estintore sotto il lavandino. Se non funziona, sai come evacuare in sicurezza. Quando esci, un camion dei pompieri sta già arrivando. I vigili del fuoco usano l'idrante davanti a casa tua per spegnere le fiamme prima che le case dei tuoi vicini rischino di prendere fuoco». ‌

Ecco, dice Gates: dobbiamo prepararci a combattere le nuove epidemie di malattie proprio come ci prepariamo a combattere gli incendi. Solo su scala molto più ampia. Gates propone quindi una vera e propria task force anti pandemica, un vero e proprio esercito con poteri illimitati e sovranazionali, ma lo camuffa dietro l’immagine rassicurante dei Vigili del Fuoco. Chi non ammira, stima e ama i pompieri? «Il mondo ha bisogno di un sistema ben finanziato che sia pronto a entrare in azione immediatamente quando emerge il pericolo. Sono ottimista riguardo a una rete che l'OMS e i suoi partner stanno costruendo chiamata Global Health Emergency Corps. Questa rete dei principali leader mondiali dell'emergenza sanitaria lavorerà insieme per prepararsi alla prossima ‌‌pandemia».

La necessità di questi Corpi Speciali viene secondo Gates da quello che lui giudica un fallimento collettivo nel prepararsi alle pandemie, nonostante i numerosi avvertimenti che erano arrivati negli anni precedenti, riferendosi senza nominarle a quelle epidemie-fantasma, l’Aviaria nel 2005, la Suina nel 2009, annunciate ma mai verificatesi. Poi è arrivato il Covid. Ma, dice Gates, il mondo non ha ancora capito bene la lezione. Il mondo – secondo l’oligarca americano, non si sta ancora preparando adeguatamente alla prossima pandemia, aggiungendo “come speravo”. Il linguaggio è proprio non di un semplice miliardario, ma di un vero e proprio padrone del mondo, che ammonisce: «Ma ‌‌non è troppo tardi per impedire che la storia si ripeta».

Quindi entra nei dettagli operativi: il Corpo di emergenza, dopo essere stato costituito, dovrà eseguire esercitazioni per «esercitarsi in caso di focolai». Pertanto tutti - governi, operatori sanitari, operatori sanitari di emergenza – devono sapere cosa fare quando emerge un potenziale focolaio. «Uno dei compiti più importanti del corpo – dice il sedicente filantropo - sarà quello di agire rapidamente per fermare la diffusione di un agente patogeno. La rapidità dell'azione richiede che i paesi dispongano di capacità di test su larga scala che identifichino tempestivamente potenziali minacce. La sorveglianza ambientale come i test sulle acque reflue è fondamentale, poiché molti agenti patogeni si manifestano nei rifiuti umani. Se un campione di acque reflue risulta positivo, un team di risposta rapida si schiererebbe nell'area interessata per trovare persone che potrebbero essere infette, attuare un piano di risposta‌‌ e dare il via alla necessaria educazione della comunità su cosa cercare e come rimanere protetti».

Per anni i sistemi sanitari dei vari Paesi hanno eleborato piani pandemici, come d’altra parte la stessa OMS; ora non è più necessario: le linee guida arrivano direttamente dal boss di Microsoft, investito di non si sa quale autorità politica e scientifica. Ovviamente non se ne occuperà lui personalmente: il suo ruolo è in cabina di regia, ma poi sarà necessario che il Corpo di emergenza debba basarsi sulle reti di esperti esistenti.

«Il Corpo di emergenza si assicurerà che i paesi e i sistemi sanitari siano coordinati prima di un'emergenza, in modo che tutto funzioni senza intoppi durante i periodi di crisi. È qui che la pratica rende perfetti. Eseguendo esercitazioni e simulazioni, il corpo scoprirà le aree in cui ‌paesi e leader non sono pronti e ci aiuterà a risolverle». Come le simulazioni avvenute alla fine del 2019 negli Stati Uniti coordinate allora dalla CIA, come denunciato da Robert Kennedy.

Il disegno di Gates prevede quindi una sorta di casta tecnocratica internazionale, dove comunque l’OMS avrà ancora un ruolo importante, ma dovrà soprattutto svilupparsi questa nuova agenzia, queste unità speciali: Global Health Emergency Corps, un nome che dovremo imparare a conoscere. Questo perché, sottolinea in chiusura del suo proclama travestito da articolo, il mondo è ancora sotto minaccia, sotto attaco da parte di patogeni, specialmente di tipo respiratorio. E qui Gates abilmente fa leva sul terrore instillato nella popolazione dalla propaganda negli ultimi tre anni di morire soffocati.

Ma non solo: Gates entra anche nel dettaglio delle possibili minacce che ci dovrebbero far vivere in un costante stato di paura: «E se il prossimo agente patogeno potenzialmente pandemico si diffondesse attraverso le goccioline di superficie? O se è trasmesso sessualmente come l'HIV? E se fosse il risultato del bioterrorismo? Ogni scenario richiede una risposta diversa e il Corpo di emergenza può aiutare il mondo a prepararsi per ognuno di essi».

Le parole dell’oligarca americano non rappresentano solo degli auspici, delle speranze: sono degli ordini di servizio a cui attenersi.





Quante follie per un mero desiderio



di Boni Castellane 

Gli atei non esistono, quando qualcuno dice di essere ateo significa che sta credendo a un dio che lo fa sentire a suo agio. Oggi nel mondo il dio più comune è la Scienza ma i suoi fedeli non sono sempre così credenti come dicono. Il solo fatto che ci sia gente che sta ancora indossando una mascherina in garza, magari la stessa da sei mesi, mentre cammina per la strada, dimostra che i precetti religiosi vengono seguiti solo se sembrano "giusti", e quindi un ipocondriaco seguace della Scienza in realtà è un cattivo fedele, un peccatore, perché la sua vera divinità è la dea Ipocondria.

 Lo stesso dicasi per le persone affette da grave distacco dalla realtà alle quali un sistema ideologico e consumistico sta vendendo loro, negli ultimi anni, delle assurde teorie in base alle quali il sesso non dipende dagli organi sessuali con cui uno nasce ma dalla propria "percezione di sé", e se la propria percezione di sé non è in accordo con gli organi del proprio corpo, invece di curare questa disforia a livello mentale bisogna eliminare chirurgicamente gli organi "sbagliati". Il "desiderio di procreazione" provato da una coppia omosessuale spesso fa parte dei numerosi sintomi delle disforie e ciò non perché sia un sentimento sbagliato in sé, ma perché identifica un desiderio con una possibilità e quindi una possibilità con un diritto. Il dato di realtà, confermato dalla divinità scientifica, dice invece che da due umani dello stesso sesso non può nascere la vita, che la fecondazione ha bisogni di una parte maschie ed una femminile, e che quindi i sessi biologici esistono e sono due.

 Sino a qualche anno fa l'omosessualità nelle sue accezioni letterarie, artistiche ed affettive si è sempre fatta vanto della propria sterilità: essere omosessuali significava, in un certo senso, far parte di un mondo "privilegiato" composto da esseri dotati di una sensibilità superiore, di un gusto più acuto, di una diversità rivendicata gelosamente e con un certo orgoglio. Negli ultimi anni, al contrario, il sistema della vita-a-debito ha deciso che l'omosessuale doveva diventare il prototipo del consumatore ideale, e ciò presupponeva l'eliminazione di ogni idea di diversità connessa all'omosessualità. Non soltanto nell'ostentato e triste esibizionismo dei gay pride o negli inquietanti tentativi di introduzione di temi gender nelle scuole elementari, il rifiuto della diversità doveva necessariamente arrivare sino al riconoscimento di genitorialità e procreazione in capo a coppie che hanno nella sterilità una delle loro caratteristiche di fatto.

Ecco dunque che all'interno della narrazione visiva dei due padri con il loro neonato in braccio si è dovuta necessariamente inserire una donna, nella fattispecie una sconosciuta gestita da società private, che viene pagata per essere fecondata e trattata farmacologicamente per sostenere una gravidanza al termine della quale il bambino verrà comprato dalla coppia che lo ha ordinato.

 L'argomento a sostegno di questa moderna vendita di esseri umani-paradosso che il Charles Dickens di Oliver Twist nell'episodio di "Bambino in vendita", utilizzò per definire nel modo più inumano possibile la società forse più invivibile della storia dell'umanità, quella vittoriana-pesca nel più classico armamentario della campagna abortista degli anni Settanta: il feto è una parte del corpo della donna e la donna col suo corpo fa quello che vuole. Tuttavia un feto non è un'appendice e nemmeno una milza o una tonsilla che una volta asportate non hanno vita propria. Il feto è un essere umano nella sua fase più indifesa, viene portato (gestato) in grembo dalla donna (gestante) e la sua soppressione prende il nome di aborto. Quindi una donna, nel momento in cui viene inseminata, non sta più disponendo soltanto del proprio corpo e della propria vita, ma anche del corpo e della vita di un altro essere umano che sta crescendo in lei e che, dopo nove mesi, verrà venduto ai suoi nuovi proprietari.

 Il secondo argomento a sostegno dell'utero in affitto è quello dell'"Atto di amore": si tratterebbe di un modo particolarmente complicato di dare amore a una nuova vita. Purtroppo gli esseri umani chiamano "amore" quasi tutti i propri desideri e molti dei propri sbagli: l'amore inoltre, proprio perché tale, non ha bisogno di giustificazioni e non si è mai troppo oggettivi nel giudicarne le conseguenze.

 Alla fine alcuni, forse i più onesti, ammettono di desiderare l'esperienza della "gravidanza mentale" cioè il provare quel periodo di attesa nel quale gli esseri umani formano la propria identità di padri e di madri. Alla effimera natura sentimentale di questo desiderio si deve aggiungere i  fatto che il bambino viene "ordinato" con determinate caratteristiche e che le società che si occupano di questi servizi garantiscono con la formula del possibile rifiuto e del secondo tentativo compreso nel prezzo.

Ma  non è tutto un po' folle per soddisfare un nobile desiderio?



(da La Verità di Giovedì 23 Marzo 2023)



venerdì 24 marzo 2023

Architettura sacra / Se non si crede nella Presenza reale…




24 MAR 2023

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by Aldo Maria Valli

Caro Valli,

tempo fa ho letto che l’architettura sacra dovrebbe suscitare in chi la vive “l’urgente bisogno di togliersi il cappello”.

Ora, sia l’immagine del progetto che lei pubblica nell’articolo Architettura sacra / Il premio pontificio e quel senso di negazione [qui], sia – per fare un altro esempio più datato e famigerato – la cappella dell’adorazione del nuovo cosiddetto santuario di San Giovanni Rotondo, mi pare suscitino quello di coprirsi il volto, eventualmente col medesimo cappello.



Nel caso del progetto milionario di Renzo Piano, oltre alla scoperta e parziale rimozione di simboli massonici, c’è stata anche quella assai ecologica del riciclo: era infatti un vecchia bozza di stazione ferroviaria!

In questo caso chissà, magari si trattava di un parcheggio riservato ad auto elettriche con relative colonnine oppure di un recinto per maiali che, oltre al richiamo alla variante nipponica della favola di Pinocchio, sono anche utilissimi per ulteriori produzioni artistiche come quella di Innsbruck.



Però, vedendo l’immagine, quello che mi è balzato alla mente è stato uno strano parallelo con la comunione sulla mano o in bocca, e cerco di spiegarlo.

Il vescovo di Ravenna, quando ancora abitavo lì, era monsignor Verucchi e ricordo che mi colpì quando, in occasione mi pare della messa per il decimo anno di episcopato in piazza San Francesco, disse prima della distribuzione delle particole: “In questa festa non vi obbligo, ma vi chiedo per favore: la comunione fatela in bocca”.



Io allora ero proprio al di fuori della questione, ma quelle parole mi sono rimaste nel cuore e penso, oggi che ricevo l’Eucaristia sulla bocca, di avere capito cosa intendesse il vescovo: è questione di intimità.

Nella festa bella e sentita di un vescovo molto amato dalla sua città si era diffusa tra noi l’intima gioia della comunione tra il gregge e il suo pastore, ed era bello conservarla anche attraverso quel gesto.



La comunione sulla mano è possibile e, come scrive su Duc in altum il signor Colattini [qui], può essere indifferentemente preferita dalla sensibilità di qualcuno, ma non è oggettivamente indifferente.
Così come non è affatto indifferente lo spazio liturgico: basti vedere dove viene celebrata la messa al sinodo tedesco (sorvolando sul come). Ometto l’aggettivo santa per costernata provocazione.
Perciò anche sprofondare in queste strutture asettiche e macabre non può essere considerato indifferente e anzi, se riflettono una qualche forma di comunione, c’è da chiedersi con chi questa sia.

Nicolò Raggi

*

Caro Valli,

ho letto il suo breve commento [qui] relativo al premio pontificio assegnato all’adeguamento dello spazio liturgico della Cappella della Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena a Roma.

Non mi stupisco di tale premio: da anni, regolarmente, i progetti che vincono i concorsi della Cei per la realizzazione delle nuove chiese non rappresentano più il sacro ma il vuoto, manca qualsiasi afflato per ciò che deve essere una chiesa.



Il discrimine sostanziale tra l’edifico chiesa dei cattolici e tutte le altre espressioni del sacro è la Presenza reale; ecco, se non si crede che tutto deve ruotare intorno a questa Presenza, che tutto debba essere fatto a maggior gloria di Dio, allora si cade in un esercizio formale che deve essere giustificato e raccontato da “chiacchiere”, vuote come il vuoto che descrivono.

Non si discute la qualità compositiva ed estetica (che però a volte è veramente desolante) ma l’errore di fondo nell’affrontare il progetto dello spazio sacro. Viene da chiedersi se chi pensa queste “cose” crede a qualcosa e, se crede, in cosa o a cosa crede.

Forse bisognerebbe ripartire da qui: a chi si affidano i progetti degli spazi liturgici? A persone che non avvertono il timore e la responsabilità nell’accingersi a edificare per Dio?

Lettera firmata

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Fonte: blogducinaltum





giovedì 23 marzo 2023

Chi Odia i Bimbi Down, e Strappa i Manifesti? I Paladini dei Diritti Globali?




marzo 2023

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo breve comunicato degli amici di Pro Vita & Famiglia, che denunciano una volta di più come la cultura cosiddetta "libertaria", in realtà mortifera, mostri ogni giorno di più nelle nostre società occidentali il suo volto violento. Atteggiandosi, a parole, come paladina dei diritti e delle libertà e negando nei fatti quelli degli esseri più deboli. Buona lettura e diffusione.


§§§



Aborto. Pro Vita Famiglia: Qualcuno non vuole far nascere i bambini con Sindrome Down e strappa i nostri manifesti



«In Italia c’è chi non vuole far nascere i bambini con Sindrome di Down. E quel qualcuno, per farlo sapere, ha strappato i nostri manifesti sulla Giornata della Sindrome di Down, del prossimo 21 marzo, non a caso proprio nella parte in cui c’era scritto “Facciamoli nascere - #StopAborto”. Non ci arrenderemo alla cultura dello scarto che vorrebbe spingere l’Italia ad inseguire il modello dei Paesi “felici” del Nord Europa, come la Danimarca o l’Islanda, cioè “Down Syndrome free”, dove la corsa alla civiltà perfetta chiede di identificare i bambini con Sindrome di Down per poterli eliminare. Noi non vogliamo diventare così! Non vogliamo essere una moderna Sparta!Non possiamo e non vogliamo accettare la logica secondo cui in una civiltà perfetta non c’è posto per chi non è uguale agli altri, dove il diverso vada eliminato. Non vogliamo una società incapace di farsi carico dei più fragili. Non vogliamo guardare inermi allo sterminio di quelli che Jérôme Lejeune, scopritore della Sindrome di Down, chiamava i miei – i nostri – piccoli. Sfidiamo chi ha strappato i nostri manifesti a rendersi riconoscibile, palesarsi per affrontare un dibattito pubblico e civile sul tema. Noi, dal canto nostro, non arretriamo e chiediamo con più forza alla politica di offrire a quelle mamme e a quei papà che vengono a conoscenza della presenza della trisomia 21 per il loro bambino, tutti gli aiuti e le rassicurazioni per superare paure e difficoltà. I test prenatali non siano e non diventino un’arma eugenetica vergognosa». Così Maria Rachele Ruiu, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia Onlus.




Fonte: Stylum curiae


mercoledì 22 marzo 2023

«Noi vescovi belgi benediciamo le coppie gay, con l’ok del Papa»




Clamorose dichiarazioni del vescovo di Anversa, monsignor Johan Bonny, al Sinodo tedesco: dopo Amoris Laetitia in tutte le diocesi belghe è normale benedire le coppie irregolari, e papa Francesco avrebbe approvato la scelta nella visita ad limina dello scorso novembre: «Basta che siate tutti d’accordo». Parole gravissime, che richiedono una immediata spiegazione da Roma.




DICHIARAZIONI SHOCK


ECCLESIA

Luisella Scrosati, 22-03-2023

In Belgio i vescovi sono tutti uniti nell’approvare la benedizione delle coppie omosessuali e di altre coppie irregolari, c’è anche un rituale e il Papa avrebbe approvato tutto lo scorso novembre durante la visita ad limina. Queste sono le esplosive dichiarazioni del vescovo di Anversa, monsignor Johan Bonny all’assemblea del Sinodo tedesco che possono essere ascoltate qui (dal minuto 06:08:46) all’interno del video integrale della quinta Assemblea sinodale del Sinodo tedesco.

In una giornata fittissima di interventi, contenuti in un tempo di un minuto e mezzo ciascuno, Bonny ha potuto benificiare di ben otto minuti, per raccontare come i vescovi belgi hanno introdotto ufficialmente nelle loro diocesi le benedizioni per le coppie irregolari (ne avevamo parlato qui e qui), in barba al Responsum che l’anno prima la Congregazione per la Dottrina della fede aveva emesso, con approvazione del Papa.

Un clima veramente surreale, quello dell’Assemblea, con interventi di ogni genere: dalle riflessioni più teologiche, alle richieste da parte di psicologi di approvare la benedizione delle coppie omosessuali, per non avere sulla coscienza dei futuri suicidi, di persone deluse dal rifiuto della Chiesa; fino ad una giovane donna che si mette a leggere i bigliettini ricevuti da non si sa chi, e che chiedono all’Assemblea di cambiare la Chiesa. Un teatro dell’assurdo, culminato nell’incredibile “Celebrazione eucaristica” (dal minuto 2: 58:27): luci soffuse, musica blues, stile piano bar, cantante che “ancheggia”, e al posto del Salmo Responsoriale o Canto al Vangelo (difficile interpretare questa creatività liturgica) si avventura in vocalizzi “ah, eh, dududu”; prete con camice e stola, rigorosamente senza Messale, che un po’ sbircia da un foglietto, un po’ va a memoria, aggiungendo e togliendo qua e là “ad libitum”, inventandosi di sana pianta la “Preghiera eucaristica”; assemblea stravaccata sulle sedie, con davanti i loro appunti sinodali, pc e bottiglie d’acqua. Vedere per credere.

Mons. Bonny ha spiegato che i presuli belgi, dopo aver letto e meditato per due giorni l’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, hanno realizzato un breve testo di due pagine e mezzo, con soli quattro paragrafi, che davano disposizione su due punti fondamentali: una pastorale stabile delle persone queer (questo il termine utilizzato da Bonny, ma dal contesto si comprende che intenda tutti gli orientamenti LGBTQ), con la designazione di una responsabile per ogni diocesi, e di un gruppo stabile interdiocesano; la benedizione di tutte le coppie irregolari.

Il primo paragrafo, ha spiegato l’arcivescovo, indica i due testi che fanno da fondamento a queste due decisione, ossia i paragrafi 297 e 303 di Amoris Laetitia. Entrambi appartengono al capitolo ottavo, il capitolo decisamente più problematico e più discusso dell’Esortazione. Il primo, il n. 297, è una sollecitazione del Papa ad «integrare tutti», ad «aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”».

Il paragrafo non fa riferimento «solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino». Questo testo, «riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”», conclude, in modo assai vago, la necessità di «rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro».

Il secondo paragrafo, il n. 303, è il famoso passo sul coinvolgimento della coscienza nella pastorale della Chiesa; la coscienza può infatti «riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo».

Nell’applicazione operata dai vescovi belgi, una relazione sessuale disordinata e oggettivamente peccaminosa può dunque divenire il massimo che si può offrire a Dio in un dato momento, e la Chiesa, da parte sua, non solo deve rispettare questo erroneo discernimento della coscienza, deve integrare tutti in modo incondizionato. In questa logica, la benedizione delle coppie irregolari si trasforma magicamente da benedizione di una relazione disordinata, a benedizione di quel “bene” imperfetto che in quel momento costituisce la concreta «risposta generosa che si può offrire a Dio».

Questi due punti di AL – teniamolo presente – sono serviti di supporto all’apertura alle benedizioni delle coppie omosessuali, affermata nel quarto paragrafo del documento dei vescovi belgi. Il testo è stato approvato da tutti i vescovi del Belgio, anche se poi, quelli di lingua francese, hanno voluto presentare ciascuno un documento proprio, ma con gli stessi contenuti. Secondo il racconto di Bonny, il testo è stato realizzato confrontandosi con gli interlocutori della Santa Sede; alla fine, «abbiamo pubblicato il testo e poi c’è stato silenzio». Uno scroscio di applausi dei presenti ha accompagnato le parole dell’arcivescovo di Anversa.

Il testo, accettato unanimemente, è stato quindi portato a Roma, durante la visita ad limina dello scorso novembre, una settimana dopo quella dei vescovi tedeschi. Così Bonny riferisce di quell’incontro con le autorità romane: «Hanno detto tutti – e questa è la cosa importante: “è la vostra Conferenza Episcopale, è la vostra decisione”. Il Papa non ha detto né sì né no. “E’ la vostra competenza”».

I vescovi avevano altresì deciso di presentare uno schema per effettuare queste benedizioni; non un vero e proprio rituale, ma un abbozzo, che poteva poi essere personalizzato in ciascuna diocesi; dopo un paio d’anni di esperimenti liturgici, i vescovi hanno concordato che si sarebbero scelti i testi migliori, per poter poi avere un rituale comune. Aggiunge il vescovo di Anversa: «Abbiamo parlato con il Papa anche su questo, anche su questo. E ha detto: “è la vostra decisione, lo posso capire”. L’importante per lui era di continuare con sapienza e di rimanere uniti. Due volte ha chiesto: siete tutti d’accordo? Camminate insieme? Allora abbiamo detto: sì».

Le dichiarazioni di mons. Bonny non riferiscono di un presunto colloquio privato del Papa, come quelli a cui ci aveva abituati Eugenio Scalfari. Si tratta di dichiarazioni date alla presenza di tutti i vescovi del Belgio, nell’importante ed ufficiale visita ad limina. E sono dichiarazioni di una gravità enorme, che rivelano l’appoggio del Papa ad una vera e propria eresia. Mons. Bonny poi le riferisce non alla sua perpetua, ma all’intera Assemblea Sinodale della Chiesa in Germania, parole che non sono ricostruzioni di giornalisti, ma quelle da lui effettivamente pronunciate, e che tutti possono udire. Parole che, oltretutto, indicano un’interpretazione chiaramente eterodossa di un’Esortazione apostolica più che ambigua e sulla quale papa Francesco non ha mai voluto dare risposte chiare.

È perciò evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione esplosiva e tragica, che richiede una immediata e pronta chiarificazione da parte della Santa Sede. Perché non si può far finta di niente di fronte a un Papa che toglie ai vescovi l’autorità di decidere se una Messa in Rito antico possa essere fatta in una parrocchia, ma che riconosce agli stessi vescovi l’autorità di compiere atti eretici e blasfemi. Purché lo facciano con sapienza e tutti uniti.





martedì 21 marzo 2023

Sinodo tedesco, Müller e Burke chiedono sanzioni anti-eresie




I vescovi che hanno approvato gravi errori dottrinali, inclusa la benedizione per le coppie omosessuali e i divorziati-risposati, devono subire sanzioni, se non si ravvedono. È quanto chiedono, sulla base del Diritto canonico, i cardinali Müller e Burke. Ma Roma propende per una linea molto diversa.



GLI INTERVENTI

Luisella Scrosati, 21-03-2023

Cosa bisognerebbe fare con i vescovi tedeschi che hanno approvato, tra le altre cose, anche la benedizione delle coppie omosessuali e dei divorziati-risposati? Il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervistato da Raymond Arroyo, durante la trasmissione The World Over (qui dal minuto 33:36), non sembra conoscere particolari esitazioni: «Quanti vanno direttamente contro la dottrina cattolica […] devono subire un processo, e devono essere condannati e rimossi dai loro uffici, se non si ravvedono e accettano la dottrina cattolica». È infatti chiaro, ribadisce Müller, che «la maggioranza dei vescovi ha votato esplicitamente contro la dottrina rivelata». Il cardinale tedesco ha infatti spiegato che, in principio, Dio ha benedetto l’uomo e la donna, perché fossero fecondi (cf. Gen 1, 27-28).

Questo «in principio» non ha una valenza meramente cronologica, ma indica il principio, l’archè primordiale che dà senso a tutte le derivazioni successive. La Chiesa non fa altro che proseguire questa benedizione divina. Chi si arroga il diritto di benedire situazioni che sono oggettivamente peccaminose, non solo si distanzia dall’ordine voluto da Dio, ma, dice il cardinale, commette un atto «blasfemo».

Le sanzioni ricordate da Müller sono previste chiaramente dal Codice di Diritto Canonico di fronte ad atti o pronunciamenti eretici o comunque contrari a quanto la Chiesa insegna come dottrina definitive tenenda, come aveva spiegato qualche giorno fa anche il vescovo di Springfield (in Illinois), monsignor Thomas Paprocki (vedi qui).

Il cardinale Raymond Burke (qui dal minuto 14:33), ex prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, a sua volta conferma: «Nel caso delle benedizioni di coppie dello stesso sesso, siamo di fronte ad un insegnamento immutabile della Chiesa» che viene direttamente contraddetto, ricadendo così nei canoni del Diritto canonico che colpiscono chi insegna eresie e nega l’insegnamento della Chiesa. «Questi sono crimini, sono peccati contro Cristo e della natura più grave […]. La Legge canonica prevede sanzioni appropriate». Burke ha espresso preoccupazione per la proiezione del Sinodo tedesco sulla Chiesa universale: «Quanto avviene nel Sinodo in Germania è un’anticipazione di quanto avverrà durante il Sinodo sulla sinodalità». Questo veleno minaccia di diffondersi in tutta la Chiesa e, per questo, «dev’essere fermato».

Ben diversa appare la linea che Roma intende prendere. La replica del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, alle decisioni del Cammino sinodale tedesco non è certamente di quelle rassicuranti. Parolin infatti si è limitato ad annunciare la prosecuzione del dialogo e a fare un rilievo non proprio di sostanza: «Una singola Chiesa non può prendere una decisione del genere che riguarda la Chiesa universale. Ci vuole tempo per il dialogo». Ed ha aggiunto: «Nella Chiesa ci sono sempre state posizioni diverse, a volte contrastanti. Ora tutto questo confluirà nel cammino sinodale». Come a dire che la “Chiesa universale”, durante l’Assemblea generale ordinaria del prossimo ottobre, potrebbe invece legittimamente sdoganare pratiche e posizioni contrarie all’insegnamento costante della Chiesa.

La posizione di Parolin sembra peraltro ricalcare quella del Papa, che aveva messo in questione non i contenuti, ma il modello troppo “elitario” e periferico del Sinodo tedesco, richiamandolo ad integrarsi nella Chiesa. Tutto il problema sembrerebbe dunque quello di non fare disastri da soli, ma tutti insieme. Per questo il cardinale italiano ha salutato come un segno positivo la decisione della Chiesa tedesca di attendere fino al 2026 prima di offrire alle coppie irregolari la benedizione della Chiesa. Peccato però che le cose non stiano esattamente così. Infatti, il 10 marzo scorso, intervistato da ZDF, il presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, mons. Georg Bätzing, aveva già fatto presente che «la pratica di questa benedizione esiste già. La vogliamo portare alla luce. Questo significa che noi vescovi prendiamo posizione al riguardo e diciamo: è un bene che lo facciamo. Qualcosa che nella relazione di una coppia è buono, può anche ricevere la benedizione di Dio. È solo una conseguenza logica». In sostanza, fino al 2026 le benedizioni alle coppie irregolari possono continuare indisturbate, ma ancora senza alcuna ufficialità; perché si benedice ciò che c’è di buono in una relazione, facendo finta che non ci siano alla base di questa relazione dei peccati gravi.

Di fronte all’obiezione che forse il Papa potrebbe non essere d’accordo, Bätzing non accenna a ripensamenti: «Bisogna dire che abbiamo molte cose che possiamo mettere in atto qui nel nostro Paese, e lo faremo, perché è conforme al diritto […]. Abbiamo deciso oggi che benediremo ecclesialmente coppie che non sono sposate in Chiesa: coppie omosessuali, coppie che sono divorziate e risposate, coppie che chiedono la benedizione. Questo è qualcosa che qui facciamo». Punto. Dopo aver nuovamente ribadito che, a prescindere da quello che dirà Roma o deciderà il prossimo Sinodo, «noi qui lo metteremo in pratica», per la teologica motivazione che è stato deciso da oltre i due terzi degli aventi diritto al voto al Sinodo tedesco (inclusi i due terzi dei vescovi), Bätzing si fa forte della prassi già rodata dalla Chiesa belga e di una presunta autorizzazione informale di papa Francesco: «Abbiamo sentito oggi [durante la quinta Assemblea sinodale, n.d.a.] dalla Chiesa belga che anche lì lo stanno già mettendo in pratica e che questo con Roma è già concordato».

Non sia mai che adesso il Papa si metta a discriminare i vescovi, in base alla nazionalità.




lunedì 20 marzo 2023

Il cammino sinodale tedesco è la spinta progressista per una rivoluzione mondiale nella Chiesa






Osservatorio Card. Van Thuan, 20 MAR 2023

È stato scritto molto sul “cammino snodale tedesco”. Cerchiamo qui di ridurre tutta quella matassa imbrogliata di proposte ereticali e para-scismatiche a concetti più alla portata del lettore mediamente informato sulle vicende della Chiesa.

Se si potesse dirlo in breve, diremmo che il “cammino” è un tentativo di far approvare dalla Chiesa qualcosa sulla scia del celebre sessantotto: rivoluzione sessuale, femminismo, unioni alternative (matrimoni di ogni tipo) e tutto ciò in parallelo a una visione radicale ed egualitaria della società e della politica.

Un altro elemento semplice ma indispensabile da capire è il seguente: il cammino sinodale non si propone appena di cambiare dalle fondamenta la chiesa in Germania, ma vorrebbe influenzare la Chiesa in tutto il mondo. In altre parole, una rivoluzione ecclesiale di portata universale. Lo dicono apertamente i loro esponenti più noti, sia fra i vescovi che nel laicato. Alcuni manifestano una viva gioia anche per il fatto che le tematiche da loro sollevate, oggi vengono discusse in molti altri Paesi del pianeta. Già questo, secondo loro, è un risultato vincente.

Rimane da vedere, adesso, se un tale piano per convincere tutti della bontà delle idee e delle proposte del “cammino” sinodale tedesco sia realistico. In altre parole, la sua radicalità estremista verrà accettata da un numero rilevante di vescovi o da una parte rilevante della Chiesa Cattolica universale? O si tratta di qualcosa di troppo acerbo da ingoiare, con il rischio di vive reazioni?

E se qualcosa non dovesse funzionare come voluto ora dai più estremisti, ciò significherebbe che la radicalità delle proposte e delle conclusioni del “weg” potrebbero dirsi inutili? Rispondiamo a questa domanda con le parole del saggio “Rivoluzione e Controrivoluzione”, quando in esso Plinio Corrêa de Oliveira, riferendosi alle marcie del processo rivoluzionario, una lenta e una rapida, afferma: “È necessario studiare la parte di ciascuna di queste velocità nella marcia della Rivoluzione. Si direbbe che i movimenti più veloci siano inutili. Ma non è vero. L’esplosione di questi estremismi alza una bandiera, crea un punto di attrazione fisso che affascina per il suo stesso radicalismo i moderati, e verso cui questi cominciano lentamente a incamminarsi. Così, il socialismo respinge il comunismo, ma lo ammira in silenzio e tende a esso. Ancora prima nel tempo si potrebbe dire lo stesso a proposito del comunista Babeuf e dei suoi seguaci negli ultimi bagliori della Rivoluzione francese. Furono schiacciati. Ma lentamente la società sta percorrendo la via sulla quale essi avevano voluto portarla. Il fallimento degli estremisti è, dunque, soltanto apparente. Essi danno il loro contributo indirettamente, ma potentemente, alla Rivoluzione, attirando lentamente verso la realizzazione dei loro colpevoli ed esasperati vaneggiamenti la moltitudine innumerevole dei “prudenti”, dei “moderati” e dei mediocri.”

Se trasferiamo questo concetto al Cammino Sinodale e alla sua rivoluzione ecclesiale mondiale, vediamo che il cammino sinodale tedesco ha alzato una bandiera indicando dove alla fin fine si vuole arrivare. Gli osservatori più lucidi di ogni parte hanno visto l’importanza del „weg“ tedesco per l’insieme del processo di sinodalità lanciato nel 2015 da Papa Francesco. Tuttavia, era scontato che qualche attivista del progressismo, molto più passionale che lungimirante, a volte si sia sentito frustrato, non comprendendo nel piano immediato qual è stata l‘utilità della bandiera innalzata dai suoi correligionari.

di Mathias von Gersdorff

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