domenica 20 gennaio 2019

“Sono caduto Ebreo e mi sono alzato Cristiano”: la conversione di Alfonso Ratisbonne






di Redazione RS, 20.01.2019

Alfonso Ratisbonne, laureato in giurisprudenza, ebreo, fidanzato, gaudente ventisettenne, cui tutto promettevano l’amore, le promesse e le risorse di ricchi banchieri suoi parenti, l’irrisore dei dogmi e delle pratiche cattoliche, il beffeggiatore della Medaglia Miracolosa, decise un giorno, per distrarsi di mettersi in viaggio e visitare alcune città dell’Occidente e dell’Oriente, escludendo Roma, che odiava, essendo la sede del Papa. 

A Napoli avvenne qualcosa di misterioso. Una forza irresistibile lo portò a prenotare il posto per il nuovo viaggio, anziché per Palermo, prenotò per Roma. 

Arrivato nella città eterna, fece visita a tanti suoi amici tra cui a Teodoro De Bussière, fervente cattolico. Questi, sapendolo miscredente, riuscì, nelle varie conversazioni a fargli prendere la medaglia e a promettere di dire la preghiera alla Madonna di S. Bernardo, a cui, però, con sorriso beffardo e sdegno disse: “vuol dire che sarà per me un’occasione, nelle mie conversazioni con gli amici, di mettere in ridicolo le vostre credenze”. Fai come vuoi, gli rispose il De Bussière, e si mise a pregare con tutta la sua famiglia per la sua conversione. 

Il 20 gennaio uscirono tutti e due. Si fermarono davanti alla Chiesa di S. Andrea delle Fratte. Il cattolico andò in Sacrestia per segnare una Messa per un funerale, mentre l’ebreo preferì visitare il tempio, curioso di trovarvi dell’arte, ma nulla lo attrasse, nonostante i lavori del Bernini, del Borromini, del Vanvitelli, del Maini ed di altri illustri artisti ivi raccolti. Si era nel mezzodì. La Chiesa deserta dava l’immagine di un luogo abbandonato; un cane nero passò saltellante accanto a lui e disparve. D’un tratto…lascio la parola al veggente, secondo come ebbe a deporre con giuramento, durante il processo che ne seguì … 

“Mentre camminavo per la chiesa ed ero giunto incontro ai preparativi del funerale, all’improvviso mi senti preso da un certo turbamento, e vidi come un velo innanzi a me, mi sembrava la chiesa tutta oscura, eccettuata una cappella, quasi tutta la luce della medesima Chiesa si fosse concentrata in quella. Levai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce, e vidi sull’Altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa la SS.ma Vergine Maria simile all’atto e nella struttura all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell’Immacolata. A tal vista io caddi in ginocchio nel luogo dove mi trovavo; procurai, quindi, varie volte di levar gli occhi verso la SS.ma Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li feci abbassare, ciò che però non impediva l’evidenza di quell’apparizione. Fissai le di Lei mani, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Quantunque ella non mi dicesse nulla compresi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica, in una parola capì tutto. Sono caduto ebreo e mi sono alzato cristiano”. 

In seguito il convertito fece un bellissimo cammino che lo portò al sacerdozio e a partire missionario nella sua terra di Palestina, dove morì da santo[1].


[FONTE]


NOTE


[1] Fu battezzato (col nome di Alfonso Maria), cresimato e comunicato al Gesù il 31 gennaio 1842 dal Cardinale Patrizi-Naro e il 20 giugno dello stesso anno entrò nella Compagnia di Gesù. Sacerdote il 24 settembre 1848, nel 1852 lasciò i Gesuiti e si unì al fratello Teodoro nella congregazione dei Padri di Nostra Signora di Sion per la conversione dei Giudei. Stabilitosi a Gerusalemme fu apostolo della fede e delle opere di carità e curò anche la riscoperta dei luoghi della Passione. Morì, ottantenne, ad Ain Karem il 6 maggio 1884.


Fonte: Radiospada, 20.1.2019



SUPPLICA ALLA MADONNA DEL MIRACOLO recitata il 20 gennaio




O Vergine Santissima del Miracolo, Madre e Regina di misericordia, prostrati dinanzi alla tua immagine, noi ci affidiamo totalmente alla tua amorosa e potente tutela. Conserva viva e pura in noi quella luce che il tuo Figlio divino riportò sopra la terra; quella luce che è la sorgente della vita spirituale e morale, la luce della fede. Tu, che ti degnasti miracolosamente apparire, per illuminare con questa luce di fede lo spirito dell’ebreo Ratisbonne, rinnova questo prodigio per tanti infelici nostri fratelli che vivono nella miscredenza o nell’indifferenza. Illuminaci, o Maria, coi tuoi splendori; che ci aprano alle verità salvifiche e ci facciano vivere costantemente da figli della luce.

Ave Maria ...

O Santa Madre di Dio, le tue mani benedette, che versarono tanta copia di grazie nell’animo fortunato dell’ebreo, sono pure il tramite prezioso per il quale si diffonde su di noi la grazia, che ridesta nei nostri cuori, inariditi dalla colpa, l'ardente attesa e la speranza della visione divina. A te, dunque, noi ricorriamo in tutte le necessità, per noi, per le nostre famiglie, per la nostra Patria e per il mondo intero: da te ci aspettiamo di ottenere dal Signore il perdono di tutte le nostre colpe, l’aiuto necessario a sorreggere le nostre debolezze, per non ritornare più sulle vie del peccato. Per tua intercessione, o Madre divina, si mutò il cuore indurito del Ratisbonne; si rinnovi anche il nostro, e fa’ che non abbia altri palpiti, che per la virtù, altre aspirazioni che per il cielo!

Ave Maria ...

O Madre di amore e Regina amabilissima, fosti tu che ottenesti i raggi della grazia alla mente e al cuore del Ratisbonne, ed accendesti nel suo animo smarrito nella colpa, la fiamma di quell’amore celeste, che tanto lo elevò e lo nobilitò: tu pure purifica e infiamma di amore celeste i nostri cuori. Sì, o Maria, l’amore tuo e del tuo Figlio splenda sempre nella nostra vita, suoni sulle nostre labbra, e ci renda degni del tuo sguardo e del tuo sorriso materno. Questo amore, o Benedetta, ci affratelli tutti in Gesù Cristo, unifichi le nostre menti e i nostri cuori, ci renda tutti fecondamente operosi per l’eterna salvezza, ci conduca a godere con te le gioie del Paradiso.

Ave Maria ...

Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è inteso mai al mondo, che alcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto il tuo patrocinio e sia stato da te abbandonato. Animato da una tale confidenza, a te ricorro, o Madre, Vergine delle vergini, a te vengo e peccatore come sono, mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà. Non volere, o Madre del Divin Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen.


O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te.
Salve Regina





IL DECRETO DEL PAPA Chiude Ecclesia Dei, ombre sulla messa antica




Come anticipato, Francesco ha posto fine alla vita autonoma e indipendente della Commissione “Ecclesia Dei”, inserendola come sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Resta da vedere in che modo sarà esercitata dalla Congregazione la funzione di difesa dei diritti di chi desidera una celebrazione in Vetus Ordo, visto l’atteggiamento decisamente ostile di non pochi vescovi.




di Marco Tosatti, 20-01-2019

Come era stato anticipato qualche giorno fa il Pontefice regnante ha deciso di porre fine alla vita autonoma e indipendente della Commissione “Ecclesia Dei”, inserendola come sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Mons. Guido Pozzo, che di Ecclesia Dei è il segretario, andrà a occuparsi della vita economica della Cappella Musicale Pontificia, che, con un altro Motu Proprio viene collocata nell’ambito dell’Ufficio delle Celebrazioni Pontificie. È probabile che a questa decisione non siano estranee le polemiche e i problemi che hanno segnato nei mesi scorsi la vita della Cappella Pontificia, il cui incarico è giunto a termine il 14 ottobre scorso.


Nel Motu Proprio emesso ieri il Pontefice fa riferimento alla volontà della Congregazione per la Dottrina della Fede di voler portare avanti direttamente il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X (i cosiddetti “lefebvriani”) da un lato, e dall’altro prende atto del fatto che gli istituti di vita religiosa della Chiesa cattolica che celebrano anche secondo il Vetus Ordo, in base al Summorum Pontificum, hanno trovato una propria stabilità e continuità. Le funzioni esercitate da Ecclesia Dei vengono attribuite a una nuova sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede.


Resta da vedere in che modo sarà esercitata dalla Congregazione la funzione di difesa dei diritti di chi desidera una celebrazione in Vetus Ordo, visto l’atteggiamento decisamente ostile di non pochi vescovi. Non dimentichiamo che durante l’ultima Assemblea della CEI ci sono state voci che si sono elevate pubblicamente contro il Summorum Pontificum, e che il neo-arcivescovo di La Plata, nonché pupillo del Pontefice, mons. Tucho Fernandez, ha proibito l’uso del latino in tutta la sua diocesi. La sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede avrà la volontà e il potere di tutelare i diritti dei fedeli?


Scrive il Pontefice: “Da oltre trent’anni la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, istituita con il Motu proprio Ecclesia Dei adflicta, del 2 luglio 1988, ha assolto con sincera sollecitudine e lodevole premura al compito di collaborare coi Vescovi e coi Dicasteri della Curia Romana, nel facilitare la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose, legati alla Fraternità fondata da Mons. Marcel Lefebvre, che desideravano rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando le proprie tradizioni spirituali e liturgiche. In tal modo, essa ha potuto esercitare la propria autorità e competenza a nome della Santa Sede su dette società e associazioni, fino a quando non si fosse diversamente provveduto.


Successivamente, in forza del Motu proprio Summorum Pontificum, del 7 luglio 2007, la Pontificia Commissione ha esteso l’autorità della Santa Sede su quegli Istituti e Comunità religiose, che avevano aderito alla forma straordinaria del Rito romano e avevano assunto le precedenti tradizioni della vita religiosa, vigilando sull’osservanza e sull’applicazione delle disposizioni stabilite”.


Il 2 luglio 2009 Benedetto XVI ha riorganizzato la struttura della Pontificia Commissione, dopo la remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati senza mandato pontificio. Dopo tale atto di grazia le questioni trattate dalla Commissione diventavano di natura primariamente dottrinale, e per questo l’ha legata alla Congregazione per la Dottrina della Fede.


“Ora, poiché la Feria IV della Congregazione per la Dottrina della Fede del 15 novembre 2017 ha formulato la richiesta che il dialogo tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X venga condotto direttamente dalla menzionata Congregazione, essendo le questioni trattate di carattere dottrinale, alla quale richiesta ho dato la mia approvazione in Audientia al Prefetto il 24 successivo e tale proposta ha avuto l’accoglienza della Sessione Plenaria della medesima Congregazione celebratasi dal 23 al 26 gennaio 2018, sono giunto, dopo ampia riflessione, alla seguente Decisione.
Considerando mutate oggi le condizioni che avevano portato il santo Pontefice Giovanni Paolo II alla istituzione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei; constatando che gli Istituti e le Comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria, hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita; prendendo atto che le finalità e le questioni trattate dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sono di ordine prevalentemente dottrinale; desiderando che tali finalità si rendano sempre più evidenti alla coscienza delle comunità ecclesiali, colla presente Lettera Apostolica ‘Motu proprio data’,
Delibero:
1. E’ soppressa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, istituita il 2 luglio 1988 col Motu Proprio Ecclesia Dei adflicta.
2. I compiti della Commissione in parola sono assegnati integralmente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, in seno alla quale verrà istituita una apposita Sezione impegnata a continuare l’opera di vigilanza, di promozione e di tutela fin qui condotta dalla soppressa Pontificia Commissione Ecclesia Dei”.


E poi c’è la questione della Cappella Pontificia. Una strana lettera in forma di Motu Proprio, in cui in pratica, da quanto è dato di capire, la Cappella Pontificia perde la sua autonomia. Il Pontefice dispone che “la Cappella Musicale Pontificia venga inserita nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, quale specifico luogo di servizio alle funzioni liturgiche papali e nel contempo a custodia e promozione della prestigiosa eredità artistico-musicale prodotta nei secoli dalla Cappella stessa per le solenni liturgie dei Pontefici”. L’attuale Maestro delle celebrazioni liturgiche, Mons. Guido Marini, viene nominato responsabile della Cappella Musicale Pontificia, “affidandogli il compito di guidare tutte le attività e gli ambiti liturgico, pastorale, spirituale, artistico ed educativo della medesima Cappella, rendendo sempre più percepibile in essa e nei singoli componenti il fine primario della Musica sacra, che “è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli”.


Il fatto singolare è che in tutta la lettera non si cita mai il Direttore artistico; mons. Guido Marini non è Maestro di musica. Quindi si dovrà pensare a uno specialista che agisca sotto la direzione di mons. Marini; con un’autonomia artistica e spirituale limitata da quanto scritto sopra…E inoltre “Avendo, poi, a cuore il proficuo cammino ecclesiale della Cappella stessa” viene nominato mons Guido Pozzo Sovrintendente all’economia della Cappella Musicale Pontificia, “affidandogli soltanto il compito della specifica cura dell’amministrazione economica della Cappella stessa da svolgere sotto la guida del Maestro delle Celebrazioni e Responsabile della Cappella Musicale Pontificia”. Quindi una doppia operazione: da un lato si blinda la parte economica, che come sappiamo aveva suscitato polemiche. E dall’altra si porta tutta la struttura sotto un controllo più diretto dell’area di gestione del Pontefice.














sabato 19 gennaio 2019

Il ’68, sfida per i cattolici oggi. La lezione di Del Noce





Tra le tante letture critiche di quel ‘68 che ha rappresentato, come ebbe a dire Benedetto XVI, una vera e propria “cesura storica”, un posto a parte merita quella di Augusto Del Noce. Tanto il marxismo quanto la società tecnocratica quanto il ’68 ponevano quella per Del Noce era “la” questione innanzi alla quale i cattolici erano (e sono) chiamati a dire la loro: la questione antropologica.



Luca Del Pozzo*, 19-01-2019

Tra le tante letture critiche di quel ‘68 che ha rappresentato, come ebbe a dire Benedetto XVI, una vera e propria “cesura storica”, un posto a parte merita quella di Augusto Del Noce. Il filosofo torinese si occupò del fenomeno a più riprese e in diversi scritti, tutti connotati da un’analisi assolutamente originale e che oggi potremmo a buon diritto definire “politicamente scorretta”. Del Noce vide nel ’68 un fenomeno le cui radici culturali confemavano quella lettura della storia della filosofia e la conseguente interpretazione della storia contemporanea italiana che egli andava maturando in quegli anni e che rappresenterà uno, non l’unico, dei lasciti più importanti del suo percorso filosofico, ossia la problematizzazione della storia della filosofia e la critica di quella modernità atea e nichilistica che storicamente si è affermata, e la conseguente proposizione di una modernità altra, cioè di una filosofia cristiana che sempre partendo da Cartesio approdava non a Marx e Nietzsche bensì a Rosmini passando per Malebranche Pascal e Vico: era la linea di un pensiero cattolico nella modernità, la cui riscoperta per Del Noce era quanto mai necessaria per rispondere, muovendosi sullo stesso terreno del marxismo, cioè la storia, alla sfida lanciata dal razionalismo.

Ma questa era anche la sfida rappresentata, da un lato, dalla “società opulenta”; dall’altro, dalla cultura del ’68 nata in opposizione ad essa. Da qui la riflessione, muovendo da una prospettiva cattolica, circa il cosa fare di fronte ad una realtà, all’epoca solo incipente ma che di lì a poco avrebbe assunto i caratteri che oggi vediamo dispiegati alla massima potenza: dal pansessualismo alla tecnocrazia, dal clima totalitario in cui domina incontrastato un pensiero unico abilmente camuffato dietro le spoglie di un umanesimo tollerante e democratico, al relativismo assoluto che non ammette alcuna verità.

Tanto il marxismo quanto la società tecnocratica quanto il ’68 ponevano insomma quella che per Del Noce era “la” questione innanzi alla quale i cattolici erano (e sono) chiamati a dire la loro: la questione antropologica. Per il filosofo torinese di fronte ad una società che non aveva precedenti nella storia dell’umanità non vi era che un atteggiamento da assumere: quello della “risposta a sfida”. Si trattava cioè di vivere e approfondire con rigore la propria posizione di pensiero chiedendo all’avversario di fare altrettanto: sarebbe stata poi la storia a decretare il vincitore tra i due contendenti, nel momento in cui una delle due opzioni si fosse rivelata contraddittoria con le sue finalità. Qualora si avesse avuto chiaro che di ciò si trattava, e non di altro, dell’urto cioè tra due opposte antropologie, allora il cattolico avrebbe dovuto quanto meno sentire la necessità di muoversi in tutt’altra direzione. E in tal senso, l’atteggiamento della “risposta a sfida”, nella sua accezione positiva, si può riassumere nell’impegno culturale, quindi politico, per la “restaurazione dei valori”: contro l’esito catastrofico a cui era giunto il pensiero rivoluzionario, la sfida consisteva nella riproposizione del pensiero tradizionale ovvero affermazione del primato dell’essere, dell’intuizione intellettuale e del valore ontologico del principio d’identità, lungo una linea di pensiero che partendo da Cartesio arriva a Rosmini, alternativa a quella Cartesio-Nietzsche che storicamente ha prevalso.

Non vi erano insomma che due alternative: “o Chiesa o il nichilismo”. Ma la riaffermazione dei valori tradizionali non significava affatto restaurazione di un ordine temporale cristiano sul modello delle società del passato; lungi dall’essere nostalgico della vecchia alleanza tra Trono e Altare, Del Noce mirava piuttosto ad un Risorgimento cattolico, ossia al recupero del cattolicesimo dentro e non contro la modernità, avendo a mente la frase di Joseph de Maistre secondo la quale «una controrivoluzione non è una rivoluzione di segno contrario, ma il contrario di una rivoluzione». A livello più strettamente politico ciò si traduceva nella proposizione di un progetto politico autenticamente democratico e liberale fondato su tre pilastri culturali: il rispetto della persona umana e della sua libertà, il rifiuto della violenza e il metodo della persuasione.

A differenza di Maritain Del Noce non considerava la democrazia di origine evangelica, ma un fatto storico e contingente; ciò nondimeno esistono dei valori che pur essendo immutabili quanto all’origine e al contenuto, hanno tuttavia “bisogno” di incarnarsi nelle diverse epoche storiche. Il rispetto della persona umana e della sua libertà, il rifiuto della violenza e il metodo della persuasione sono pertanto le condizioni che, se da un lato non rendono certo cristiana una democrazia, dall’altro sono in grado di garantire quello spazio necessario perché l’individuo possa liberamente aprirsi alla verità e ai valori che da questa discendono.

Il filosofo cattolico ebbe chiaro fin dall’inizio, come dato certo e indiscutibile, l’essenziale storicità della Rivelazione cristiana; ed è proprio nella riduzione del fatto religioso a foro interno che egli vide il segno del cedimento di tanta parte della cultura cattolica a quell’idea di modernità sviluppatasi lungo l’asse Cartesio-Nietzsche. Con la duplice conseguenza della protestantizzazione di fatto del cattolicesimo, da un lato, e della ricerca di chiavi interpretative della storia contemporanea altre rispetto a quella cattolica. Ma se all’opposto si tiene ben presente la storicità del cristianesimo, ne consegue che questo non può non avere anche una traduzione politica, nel senso cioè di farsi “polis”, mondo, storia.

In questo senso chi scrive ha voluto riassumere la proposta di Del Noce all’insegna di una “metafisica civile”: cioè una filosofia cristiana che implica e richiede un nesso indissolubile tra pensiero ed esperienza, interiorità ed esteriorità, onde una “propria e personale” riaffermazione del pensiero tradizionale in grado di tradursi, per sua natura, in una “polis” realmente degna dell’uomo. Al di là e prima di ogni programma politico e di quale organizzazione darsi, questa era, ed è, la sfida da assumere per i cattolici. Aggiungo: con un ruolo di primo piano per il laicato, tanto più ora e tanto più in questo frangente storico in cui ampi settori ecclesiali sembrano essere più interessati alla salvezza dell’economia che non all’economia della salvezza. Sfida da affrontare avendo sempre a mente il detto evangelico secondo cui “non è l’uomo per il Sabato ma il Sabato per l’uomo”, ciò che segna la distanza tra una visione ultimamente ideologica dove l’uomo è mezzo e strumento in vista di un fine, e una visione che, all’opposto, partendo dal principio di realtà, considera l’uomo che della realtà è il culmine, mai come mezzo ma sempre e soltanto il fine di ogni azione, sia essa economica sociale culturale e, ovviamente, politica.



*Luca Del Pozzo, giornalista e saggista, terrà una relazione sulla lettura critica del Sessantotto da parte del filosofo cattolico Augusto Del Noce, nell’ambito della giornata di studio “Il Sessantotto e Noi. Un percorso filosofico” che si terrà il 19 gennaio 2019 a Milano presso il Centro Culturale Francescano Rosetum. Aprirà i lavori M.or Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, cui seguiranno gli interventi del Prof. Giancarlo Rovati, del Prof. Paolo Pagani, di Luca Del Pozzo e del Prof. Sante Maletta.











fonte 





venerdì 18 gennaio 2019

Perché i pittori dipingevano la Madonna nera





da www.stilearte.it/perche-i-pittor…

Quando e perché, nei dipinti e nelle statue che effigiano la Vergine, il volto della stessa – lei l’eburnea, lei l’immacolata per eccellenza – diventa nero?Origine e cause di questa iconografia sono varie e in parte almeno misteriose. Ciò che è fuor di dubbio è che la devozione ad essa è molto diffusa, e si contano a centinaia i luoghi di culto dove si venera una Madonna nera: soprattutto in Italia (dal Trentino alla Sicilia), in Francia (centottanta quelle censite) e in Spagna, ma anche in Russia e in Brasile, in Turchia e negli Stati Uniti, in Messico e nelle Filippine, persino a Trinidad e Tobago. Tra le più conosciute, citiamo quella di Loreto, nelle Marche, quella di Oropa, in Piemonte, quella di Czestochowa, in Polonia, e la Virgen de Candelaria di Tenerife, nelle isole Canarie.

Proviamo a spiegare come mai, già nei primi secoli dell’era cristiana, nasce e si propaga tale immagine. Ricordiamo che tra le icone bizantine – laddove l’utilizzo dei vari colori (il nero, il bianco e il rosso in particolare) assume valenza simbolica, senza preoccupazioni di verosimiglianza naturalistica – sono parecchie quelle in cui la madre di Dio ha il viso scuro, a cominciare dalla celebre Odighitria. Copie di esse raggiunsero ben presto l’Occidente, trasportate qui per più d’una ragione. Nel periodo iconoclasta, ad esempio, ciò consentì di preservarle dalla sicura distruzione alla quale erano condannate. Durante le Crociate, la diffusione in Europa delle icone orientali avvenne per mano sia dei monaci carmelitani e francescani che degli stessi combattenti, di ritorno dalla Terrasanta.

Un ruolo fondamentale fu svolto dai Templari. Tale ordine cavalleresco era legato alla figura di san Bernardo di Chiaravalle, autore di un commento al Cantico dei Cantici, libro della Bibbia nella cui protagonista femminile, sposa “nigra sed formosa”, “bruciata dal sole”, “scura come le tende dei beduini”, viene ravvisata profeticamente proprio la Vergine Maria. Ciò, secondo alcuni, spiegherebbe il perché della fortuna della Madonna nera anche in un contesto culturale ben diverso da quello dove il culto aveva avuto origine.


Czestochowa, Madonna nera

C’è poi un’altra affascinante traccia da seguire. Concerne il presunto artefice di numerose di queste effigi, assegnate fin da epoche remote a san Luca, il quale – secondo una tradizione tanto consolidata quanto priva di fondamento – sarebbe stato un abilissimo pittore. Il riferimento a Luca andrebbe in realtà associato ad una frase contenuta nel vangelo scritto dallo stesso, pronunciata da Simeone durante la presentazione di Gesù al tempio, a presagio della Passione: “Maria, il dolore ti colpirà come colpisce una spada”. Nel cromosimbolismo delle icone il nero, lo rammentiamo, è espressione del dolore, cosicché le Madonne nere credute opera di san Luca altro non sarebbero se non “Madonne addolorate”.


Madre di Dio di Tichvin, XVII secolo, particolare

A parere di studiosi come Stephen Benko, il culto della Vergine nera si sviluppa attraverso legami con religioni precristiane. “Già nell’antichità – si osserva – alcune dee, quali Iside e Demetra/Cerere, potevano essere rappresentate con il volto scuro. L’immagine di Iside, addolorata per la tragica morte di Osiride e spesso ritratta con in grembo il figlio Horus, ha più di un motivo di sovrapposizione con il culto mariano. Anche Cerere era addolorata per la perdita di Proserpina. Il colore nero, inoltre, è quello della terra fertile, simboleggiata dalle dee. L’iconografia della Madonna nera ha quindi le sue lontane radici nell’antichissimo culto della Grande Madre”.



Tale teoria potrebbe spiegare tra l’altro perché alcuni santuari siano sorti – almeno, così vuole la tradizione – sul luogo del ritrovamento di una statua di donna dal viso color nero, ritenuta dal popolo effigie miracolosa di Maria vergine ma che sarebbe stata in realtà un reperto pagano, raffigurante Iside, dea venerata in tutto l’Impero romano.




E nel resto del mondo? La diffusione di questa iconografia in America latina è stata favorita dal caso, ossia dal recupero di due statue di Madonna nera custodite a bordo di navi naufragate rispettivamente a Cagliari e a Tenerife, città all’epoca entrambe assoggettate agli Spagnoli. A Cagliari si instaurò presto il culto di Santa Maria di Bonaria, eletta a patrona della flotta di Spagna (da Bonaria deriva, tra parentesi, anche il nome di Buenos Aires); a Tenerife, ultimo porto prima del viaggio sulla rotta transatlantica, quello – già citato – della Virgen de Candelaria. E’ naturale perciò che chi aveva compiuto felicemente la perigliosa traversata dell’oceano sotto la protezione della Madonna nera esprimesse la propria riconoscenza promuovendone la pratica devozionale nelle terre su cui aveva messo piede.

Con l’affermazione del Cristianesimo tra le popolazioni indigene, poi, il colore scuro della pelle di Maria assunse pure le caratteristiche di un adattamento dell’immagine della Madre di Dio alla realtà locale. Un processo, questo, che si è verificato in altre aree geografiche, ed in particolare in Africa, accompagnato spesso da un'accentuazione delle specificità fisionomiche.

Va sottolineato, in conclusione, che si registra una tipologia di Madonna nera “impropria”. Parliamo cioè di volti mariani dipinti in modo tradizionale e diventati scuri nel tempo, per il fumo delle candele o per l’alterazione dei pigmenti utilizzati dall’artista, specie quando gli stessi contenevano piombo. Rientrano in tale categoria anche effigi molto note e venerate, da quella del Sacro Monte di Serralunga di Crea (Alessandria) a quella di Montserrat, in Catalogna.


Oropa, Madonna nera

Si tratta di casi. Non infrequenti, ma, per l’appunto, casi. Nell’Ottocento, però, una corrente di teologi ultraconservatori e razzisti, non potendo sopportare l’idea di una Vergine colored, arrivò a teorizzare che tutte le Madonne nere fossero nate bianche e che si fossero in seguito “sporcate”.

















giovedì 17 gennaio 2019

Ma la religione è morta?





di Aldo Maria Valli 17/01/2019

In questi giorni, per vari motivi, mi sono arrampicato sulla scaletta e ho messo mano ai libri che se ne stanno a prendere polvere in alto, sugli scaffali irraggiungibili. Dopo aver starnutito cinque volte, l’occhio mi è andato su un librino dalla copertina marrone e il librino, come a volte succede, mi ha detto: “Leggimi”. E così mi sono messo a leggere. E non l’ho più mollato.

Il librino si intitola Religione e futuro ed è di Sergio Quinzio (1927 – 1996), teologo (a modo suo) ed esegeta (a modo suo) che forse i lettori più anziani ricorderanno.

L’edizione che mi è ricapitata in mano è di Adelphi e risale al 2001, ma il libro è del 1962, e la cosa va considerata. Quinzio, che all’epoca aveva trentaquattro anni, lo scrisse infatti mentre si apriva il Concilio Vaticano II.

Dunque apro il librino e subito, nel paragrafo intitolato La scomparsa della religione, trovo questa affermazione folgorante: «Una parola che potrebbe tranquillamente essere cancellata dai nostri vocabolari, senza che nessuno dei nostri attuali concetti risultasse per questo inesprimibile, è la parola “sacro”».

Ohibò, mi son detto. Ecco perché il librino mi ha chiamato. Da tempo vado riflettendo sulla fine del sacro, ed ecco qui un autore che tanti anni fa diceva quello che penso io.

L’etimologia della parola sacro è alquanto complessa e ora non starò qui a farla lunga. Diciamo che le sue radici ci portano ai concetti da un lato di separare e interdire, dall’altro di seguire e adorare. È sacro ciò che non è profano. È sacro ciò che attiene a Dio, non all’ordinario. Il tempo e lo spazio sacri sono speciali, separati dal tempo e dallo spazio ordinari. È sacro ciò che ci conduce a Dio e alla sua adorazione.

Ora, come dice Quinzio, la parola «sacro» in nessun modo potrebbe essere cancellata dai vocabolari delle civiltà che ci hanno preceduto. Se lo facessimo, le priveremmo di qualcosa di essenziale per consentire loro di dire che cos’è la vita, la realtà, l’uomo stesso. Oggi noi, invece, possiamo benissimo fare a meno della parola «sacro». Se per le civiltà precedenti era sacro tutto, per noi oggi non è sacro nulla, e anzi riteniamo che sia cosa bella e utile il dissacrare.

Non intendo qui imbarcarmi, anche perché non ne sarei capace, in una disquisizione a proposito della modernità o post-modernità, ma penso sia difficile negare che un tratto distintivo del nostro tempo è proprio la negazione del sacro. Non ci sono più spazi e tempi riservati, separati, interdetti. Tutto è mescolato. Non ci sono più spazi e tempi rispetto ai quali l’uomo fa un passo indietro e lascia il posto a Dio. Anzi, spesso, anche da parte di uomini di Chiesa, si ha la pretesa che sia Dio a fare un passo indietro per lasciare spazio all’uomo.

Perfino le persone che credono in Dio dimostrano di non possedere più un’idea del sacro. Non c’è bisogno di essere antropologi della religione. Basta andare in una qualsiasi chiesa cattolica in una qualsiasi domenica per rendersene conto. I fedeli entrano nella chiesa, luogo che dovrebbe essere sacro, come se entrassero in una sala per riunioni. Pochissimi quelli che si genuflettono, pochissimi quelli che si fanno un segno della croce degno di questo nome. Pochissimi quelli che assumono un atteggiamento di riverenza. Il silenzio, espressione del sacro, è a sua volta eliminato e sostituito dal protagonismo dell’uomo che celebra se stesso.

D’altra parte, che cosa poteva aspettarsi la Chiesa cattolica dopo che per decenni ha fatto di tutto per eliminare o per lo meno ridurre e annacquare il senso del sacro? Non voglio qui tornare su questioni trite e ritrite come lo spostamento dell’altare, l’orientamento del celebrante verso l’assemblea, l’eliminazione delle balaustre, l’abbigliamento stesso del celebrante, l’accesso indiscriminato dei laici al presbiterio eccetera eccetera. È chiaro che la Chiesa stessa, per moltissimi motivi che non staremo a rivangare, ha lavorato per desacralizzare il più possibile. Il risultato, come scrive Quinzio, è che per noi, anche per noi credenti, anche per noi cattolici, «non è sacro niente» e perfino quando celebriamo un rito, per quanto solenne possa essere, in realtà non rendiamo gloria a Dio, ma contempliamo noi stessi.

Ma nelle riflessioni di Sergio Quinzio (ripeto: anno 1962) ci sono molti altri punti che mi hanno costretto a restare con il naso incollato alle pagine polverose.

Sentite qui: «La religione, da cosa virile, è diventata cosa tipicamente femminile, da donnicciole, e i nostri ragazzi considerano un punto d’onore e una prova di maturità disprezzarla».

Ecco, espresso in due righe, un concetto al quale mi capita di pensare quando sento dire che nella Chiesa bisogna dare più spazio alla donna. Ora so che sarò giudicato maschilista, retrogrado e tutto il resto, ma penso che la richiesta di dare più spazio alla donna possa essere avanzata solo da chi non conosce la realtà della Chiesa. Perché oggi nelle parrocchie le donne hanno già spazio, moltissimo, forse troppo. Non per colpa loro, sia chiaro, ma per colpa di maschi che non ci sono, che sono spariti. E così è difficile negare che sia in atto un processo di femminilizzazione del cattolicesimo.

Ma vado avanti. Riflettendo sulle chiese protestanti, verso le quali è di moda per noi cattolici cercare affannosamente un dialogo, come se da ciò dipendesse il destino della nostra Chiesa, a un certo punto l’autore afferma che «la sopravvivenza di queste chiese nel mondo contemporaneo è pagata al prezzo della rinuncia alla loro fede, che è stata più o meno ovunque trasformata in generico moralismo liberaleggiante». Ed è vero, verissimo, come si può ben vedere andando a fare un giro nel Nord Europa. Pertanto viene da chiedersi perché noi cattolici dobbiamo tanto ricercare il dialogo con qualcuno che, di fatto, si è spogliato o si sta spogliando della propria fede, e non dovremmo invece cercare di convertire questi fratelli.

Molte altre sarebbero le pagine da sottolineare. Per esempio quando Quinzio osserva che oggi, non essendoci più la religione, non c’è più neppure l’ateismo (bei tempi quelli in cui religiosi e atei si affrontavano a viso aperto. Oggi, invece, domina purtroppo l’indifferenza, che emerge anche tra coloro che, solo nominalmente, ancora si definiscono religiosi e atei) o quando annota che abbiamo ridotto Dio a un padre di oggi, succube dei figli, togliendogli ogni capacità di giudizio, oppure quando dice che la religione (e qui il pensiero va a tutti i nostri dolciastri teorici dell’ascolto, della tolleranza, dell’apertura) se è davvero tale non è vaga e affettata consolazione, ma «è una cosa potente», assoluta, che riguarda il sangue e la morte.

E che dire dei passaggi in cui l’autore osserva che la religione non produce più nulla? Guardiamo a noi cattolici: non più poesia, non più architettura, non più musica, non più pittura. Solo, al più, scimmiottature o «provocazioni» (parola che piace a chi non ha nulla da dire) o, addirittura, contro-testimonianze (come si vede bene nel caso delle orrende nuove chiese, progettate e costruite per far scappare i fedeli e non per farli entrare).

Mi fermo qui, perché le citazioni sarebbero innumerevoli. Quinzio arriva a dire senza mezzi termini che la religione è morta e che, sebbene i «cadaveri rituali delle grandi religioni» continuino a essere in circolazione, la realtà è che l’uomo di oggi vive senza religione e non ne avverte il bisogno (tanto che non possiede neppure più un vocabolario adeguato).

A quasi sessant’anni dalla prima edizione del libro, si può forse aggiungere che qualche sintomo di un ritorno al religioso si avverte, ma la risposta consiste per lo più nel piegare le religioni alle esigenze dell’uomo: c’è una strumentalizzazione del religioso da parte dell’uomo, che non sa più abbandonarsi alla contemplazione, al rendere gloria, che non sa più provare stupore, ma, invadente e presuntuoso, mette sempre se stesso al centro.

Conclusione? «La verità è che ha subìto un crollo terribile la capacità dell’uomo di credere e di sperare». È proprio questa capacità, decisiva «che non si è travasata se non in minima parte nella cultura e nelle civiltà moderne».

Che tristezza, dirà qualcuno. No. Come osserva lo stesso Quinzio in uno dei suoi Frammenti di religione (la parte conclusiva del librino), «ogni tempo, dice l’Ecclesiaste, ha il suo significato», e quindi anche il nostro ce l’ha. Cercare di riconoscerlo, con l’aiuto del Signore, può forse essere il senso di questo nostro tempo.

martedì 15 gennaio 2019

Un'intervista con il Cardinal Brandmüller sulla crisi della Chiesa e le possibili soluzioni





Il card. Walter Brandmüller la scorsa settimana ha suscitato scalpore concedendo una intervista all’agenzia di stampa tedesca DPA nella quale si è espresso dei pensieri sulla crisi della Chiesa e della piaga degli abusi sessuali affermando che il dibattito sugli abusi sessuali del clero “dimentica o mette a tacere il fatto che l’80% dei casi di violenza sessuale nella Chiesa ha colpito giovani maschi non bambini” e che un collegamento tra omosessualità e abuso sessuale è stato “statisticamente dimostrato”. Inoltre ha dichiarato che "solo un esiguo numero" di preti ha commesso abusi sessuali e che è "ipocrita" concentrarsi solo sulla crisi degli abusi sessuali nella Chiesa poiché "ciò che è accaduto nella Chiesa non è nient'altro che ciò che sta accadendo nella società nel suo complesso".
L’intervista ha suscitato alcune critiche, come quella di Ulf Poschardt, redattore del quotidiano Die Welt, che lo ha accusato di “diffamare gli omosessuali”.


* * *
In un'intervista con CNA Deutsch, l'agenzia sorella della CNA in lingua tedesca, lo storico della chiesa ha spiegato le sue osservazioni e ha indicato le cause della crisi della Chiesa e le possibili soluzioni: 

Eminenza, l’intervista dello scorso venerdì ha suscitato grande scalpore. Come ne affronta la diffusione mediatica e le reazioni?Solleva molte perplessità ciò che i media laici fanno delle dichiarazioni che non corrispondono alla visione del mondo dei giornalisti. Ma la mia preoccupazione era rivolta agli scandali pù che a come vengo trattato come persona.


Si riferisce agli scandali degli abusi e al loro insabbiamento?Direi che il vero scandalo è che quando si tratta di questo tema, il clero e gli ecclesiastici non sono sufficientemente distinguibili dalla società nel suo complesso. L’apostolo Paolo ammonì i Romani: “Non conformatevi a questo mondo” (Rm 12:2).
Ma l’abuso sessuale – in qualsiasi forma – è tutt’altro che un fenomeno specificamente cattolico.


Come deve essere inteso in questo contesto?La sessualizzazione della società nel corso dei decenni – si pensi a Oswalt Kolle e Beate Uhse – ha lasciato il suo segno sui cattolici e sui membri della Chiesa. Questa affermazione può aiutare a spiegare l’atrocità delle trasgressioni, ma non è affatto una scusa!
[ndr Nota: Oswalt Kolle è stato autore, regista, sostenitore della rivoluzione sessuale in Germania, di spicco negli anni Sessanta e Settanta. Beate Uhse AG è un distributore tedesco di pornografia, “sex toys,” e lingerie.]



In altre parole, al centro della questione c'è il ruolo e l’autocoscienza del clero?Innanzitutto, occorre sottolineare con enfasi che centinaia di migliaia di sacerdoti e religiosi servono fedelmente e generosamente Dio e gli uomini. Metterli genericamente sotto sospetto è tanto offensivo quanto ingiustificato, considerata la piccola percentuale di coloro che abusano. Inoltre, è ugualmente una visione eccessivamente ristretta della realtà guardare solo alla Chiesa cattolica.


Ma veramente bisogna distinguere tra gli abusi nella Chiesa e nella società?Assolutamente.
Non sarebbe meno irrealistico dimenticare o nascondere che l’80 per cento dei casi di abusi nel contesto ecclesiale sono stati perpetrati contro adolescenti maschi, non contro i bambini. Questo rapporto tra abuso e omosessualità è stato statisticamente provato; ma non ha nulla a che fare con l’omofobia, qualunque cosa si intenda con questo termine.


Come si possono prevenire in linea di principio la cattiva condotta sessuale e gli abusi sessuali? Indipendentemente dal fatto che sia perpetrato contro minori o adulti, uomini o donne?In primo luogo sarà necessario, prima di ogni considerazione religiosa, recuperare e approfondire la nostra comprensione dei principi della moralità sessuale determinati dalla natura umana che è quella dell’uomo e della donna. Giovanni Paolo II, con la sua Teologia del corpo, ha dato un contributo rivoluzionario sul tema.



Non sarebbe particolarmente richiesta una simile comprensione al clero, e a chiunque abbia responsabilità di insegnamento, in termini di educazione sia su questo argomento sia su se stessi, vivendolo effettivamente?Infatti, l'insegnamento dottrinale di Giovanni Paolo II dovrebbe costituire la base per la selezione e la formazione dei futuri sacerdoti e degli educatori religiosi. Poi dovremmo prestare attenzione alla loro costituzione psico-fisica. Tuttavia, non si dive ignorare che ciò non riguarda solo la psicologia e la sociologia, ma piuttosto il riconoscimento di una vera vocazione che viene da Dio. Soprattutto quando si tratta di sacerdoti! Solo quando questi aspetti sono debitamente valutati e presi in considerazione, un candidato può essere ammesso all’ordinazione.
Questo è quanto ha detto Papa Francesco in più occasioni.
A proposito: un rigore frutto di competenza nella selezione dei candidati porta anche ad una maggiore attrattiva della sacerdozio.


Dato che questo cade sotto la giurisdizione di un vescovo, il suo è sicuramente un ruolo chiave nel realizzare questo obiettivo?La crisi attuale può essere superata solo se, soprattutto i vescovi, la interpretano come una chiamata e uno stimolo a un nuovo risveglio spirituale, attingendo alle radici della nostra Fede. Non è sbalorditivo che i seminari “convenzionali” delle cosiddette comunità tradizionaliste, soprattutto in Francia ma non solo, non manchino di seminaristi? Allora perché non adottare questo modello di successo?


Di fronte alla crisi attuale, la credibilità della Chiesa come istituzione morale è duramente scossa agli occhi di molti. Inoltre, i cattolici si chiedono in quale direzione stia andando la Chiesa.
La domanda che mi pongo è se davvero si vada in qualche direzione. La Chiesa non è sballottata avanti e indietro su correnti contraddittorie? Si può riconoscere una qualche direzione?
In ogni caso, è ovvio che – almeno nell’Europa occidentale – le dichiarazioni della Chiesa sono più o meno in linea con l'ambiente sociale, e che questioni puramente laiche spesso determinano i discorsi e le azioni delle autorità ecclesiastiche invece di seguire l’esempio di Benedetto XVI, che nel suo discorso di Friburgo del 2011 ha parlato del necessario distacco dalla mondanità, che è stato subito frainteso ed è stato perfino oggetto di riprovazione.
Nel frattempo, anche alcuni vescovi, soprattutto in campo morale, hanno espresso opinioni diametralmente opposte alla Scrittura. Ma così facendo, ci si allontana dalle fondamenta stesse dell’esistenza della Chiesa.


Quindi la Chiesa e le sue fondamenta sono ancora al loro posto?Naturalmente. E naturalmente è tanto più imbarazzante quando, in Germania, una Chiesa economicamente potente ma che va a fondo spiritualmente ritiene di avere il mandato di dare lezioni ai suoi “fratelli e sorelle più poveri” in tutti i luoghi, nelle regioni in cui la Chiesa sta vivendo un periodo di vitalità e crescita spirituale, cioè nell’Europa orientale e nordorientale, così come in Africa e in Asia.
Da rilevare tuttavia che anche in Occidente si assiste al fenomeno del risveglio religioso tra i giovani, che non restano contagiati dal declino che li circonda.
“Fluctuat nec mergitur” – Questa espressione è scritta sullo stemma della città di Parigi, che mostra una nave sulle onde alte: nonostante sia sballottata avanti e indietro, non è perduta! Infatti, Gesù Cristo è a bordo anche quando sembra addormentato. Questa è una rappresentazione della Chiesa. 


Fonte: Catholic News Agency

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]







lunedì 14 gennaio 2019

FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE AL MULINACCIO VAIANO: sabato 19 gennaio 2019 ore 15:00


Cappella della Villa del Mulinaccio a Vaiano 


L'Associazione Nazionale Case della Memoria è membro della Conferenza Permanente delle Associazioni Museali Italiane istituita presso ICOM Italia e socio dei Comitati Tematici Internazionali ICLCM (International Committee for Literary and Composers' Museums), DEMHIST (International Committee for Historic House Museums) e CIMCIM (International Committee of Museums and Collections of Instruments and Music).



Comune di Vaiano
Museo della Badia di Vaiano
Associazione pro Museo della Badia di Vaiano
Parrocchia di San Salvatore a Vaiano

ORATORIO DI S. ANTONIO ABATE
ALLA VILLA DEL MULINACCIO
Via della Fattoria, 4 - Vaiano (PO)

SABATO 19 GENNAIO 2019
ORE 15:00

S. MESSA FESTIVA
in onore di
S. ANTONIO ABATE
Patrono degli animali


con benedizione degli animali
del fieno e delle biade
e del tradizionale
PANINO BENEDETTO




La celebrazione per la festa di Sant’Antonio abate al Mulinaccio è una tradizione che ricorre da secoli. Diventa anche l'occasione per visitare l’oratorio della Villa, capolavoro del barocchetto pratese. Ancora oggi nella memoria popolare si ricorda che, quando era ancora attiva la Fattoria del Mulinaccio, il 17 gennaio in occasione della festa di Sant’Antonio abate, dopo la Messa solenne in cappella, il sacerdote usciva a benedire cavalli, mucche ed altri animali, tutti agghindati, disposti in buon ordine lungo la strada, davanti alla facciata dell’oratorio su cui campeggia la statua del patrono degli animali. Nell’oratorio si conservano interessanti opere d’arte: all’altar maggiore è una bella tela del 1845 del pittore pratese Antonio Marini, raffigurante La Madonna col Bambino in trono tra San Giovanni Evangelista e Sant’Antonio Abate; ad esso fanno da pendant due statue barocche raffiguranti la Madonna Immacolata e S. Antonio da Padova.




Per informazioni: Coordinatore del Museo della Badia di Vaiano tel. 328/6938733 (e-mail: adriano.rigoli@gmail.com).