venerdì 13 ottobre 2017

Come è triste il cristianesimo senza Dio!






Come è triste il cristianesimo ridotto a solo umanesimo Dio non è morto semplicemente è assente? Una forma sofisticata di relativismo: il situazionismo che adattato al neo cristianesimo rinuncia a distinguere tra il bene dal male 



di Roberto Pecchioli

Non siamo teologi, la nostra preparazione religiosa è quella di tanti italiani formati da modeste famiglie cattoliche e da quella che una volta si chiamava dottrina, gli insegnamenti del catechismo appresi in parrocchia. Siamo vissuti con le semplici formule da mandare a memoria, chiare e prive di sfumature: Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra. Retaggi del passato, affermazioni nette, apodittiche, che destano orrore nell’uomo moderno e che la Chiesa nasconde, trascura, tutt’ al più confina nell’allusione e nella disprezzata fede popolare.

Pensavamo queste cose assistendo, come è nostra abitudine mattutina, alle rassegne stampa televisive. Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, scrive di tutto, in particolare di immigrazione, ius soli, politica di governo e fatti internazionali, ma non nomina mai il nome di Dio, tanto meno parla di anima, del destino finale dell’uomo, di premio o castigo eterno. E’ un giornale, si potrebbe ribattere, il suo compito è fornire notizie. Vero, ma un foglio cattolico, espressione dei pastori di quello che un tempo avremmo chiamato popolo di Dio, dovrebbe diffondere e ribadire i fondamenti della fede e porli alla base del giudizio sui fatti.

Capiamo poco delle questioni poste da alcuni porporati a Francesco, dubia che ci sembrano ragionevoli; ancor meno sappiamo valutare il merito della “correzione filiale” contenuta nel manifesto di 62 sacerdoti, professori ed intellettuali cattolici, al di là dello sconcerto per encicliche che parlano del Creato ma tacciono sul Creatore. Prendiamo atto, con tristezza, di ciò che osserviamo.

Alla messa domenicale, le omelie sono spesso sciatte, frettolose, o al contrario inutilmente prolisse, ma, al di là di fornire un’interpretazione perifrastica delle scritture, nulla più di buoni consigli per una vita onesta e rispettabile. Manca il quid, che, nella fattispecie, è il senso di tutto. La grandezza di Gesù, il motivo profondo per cui quel giovanotto ebreo in tre anni di predicazione conclusa sulla croce ha cambiato la storia sta in un unico punto, la sua affermazione di essere il figlio di Dio. Senza di essa, tutto il resto, le parabole, il discorso della montagna, la sua stessa sofferenza durante il martirio che la Chiesa chiama Passione, non è che la vicenda ammirevole di un grande uomo, di un profeta, di un visionario o di un rivoluzionario propulsore di folle, ma non è religione, non è Verbo, non è Dio.

Lo colse per primo Paolo di Tarso, nella lettera ai Corinzi: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede.” Ed aggiunse drammaticamente: “se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.” . Ecco, ci sembra che quello presente sia un triste cristianesimo senza Dio. Si esalta la figura di Gesù Cristo, la si considera un grande esempio da cui scaturisce un’etica, una serie di modelli comportamentali, ma ciò che resta ai margini, quello cui tutt’al più si allude senza troppa convinzione, è l’annuncio – l’evangelo o, con una parola difficile, il kérigma, ovvero la proclamazione della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Fuori da ciò, il cristianesimo non è che una narrazione suggestiva, la straordinaria avventura, umana ed esclusivamente umana, del figlio del falegname di Nazareth e della giovane Maria.

Quando il “papa nero”, Sosa Abascal superiore dei Gesuiti – e gesuita fu lo stesso Bergoglio- afferma senza vergogna che dei fatti narrati dal Vangelo non vi è certezza, a partire dalla resurrezione, in quanto “non vi erano telecamere”, si è già fuori dalla religione cristiana, in un territorio desertico e inospitale in cui Gesù è attore protagonista, ma non più figlio di Dio. Forse semplifichiamo troppo, magari facciamo torto all’intelligenza del “nuovi cristiani” dubitando della loro stessa fede, ma quella è l’impressione che sgomenta.

Karl Rahner, teologo che ha dominato il Concilio Vaticano II e la sua applicazione successiva, parlò dei “cristiani anonimi”, ovvero di quegli uomini che, senza essere cristiani e senza possedere un’idea di Dio, ne hanno comunque, per natura, una conoscenza “trascendentale”, talché possono salvarsi anche fuori dall’adesione ai principi della fede ed alla Chiesa. A che serve dunque, l’imponente edificio cattolico? Aveva quindi ragione Lutero, non a caso rivalutato e quasi santificato nel quinto centenario delle tesi di Wittenberg: sola fide, sola gratia, sola scriptura.

E comunque, l’ex agostiniano tedesco credeva nella vita eterna e nella salvezza o dannazione. L’argomento è diventato un tabù: silenzio impressionante. Ovvero, affermazioni del tipo che l’Inferno, se c’è, è vuoto, poiché tutti siamo destinati alla salvezza. In quel caso, sarebbe inutile ogni predicazione, ovvero, estremizzando, qualunque orizzonte morale avrebbe valore solo con riferimento alla vita terrena, giacché Dio sarebbe pura misericordia (concetto assai caro all’attuale vescovo di Roma). Ma se non c’è castigo, forse non c’è neppure delitto.

Probabilmente, nella nostra ignoranza, e magari accecati dal pregiudizio, diciamo cose assurde o ingiuste, ma il cristianesimo corrente ci sembra aver oltrepassato addirittura il confine che lo separa dall’ebraismo. La terra promessa al popolo eletto è ben materiale, è quella che calpestiamo ogni giorno. Gesù ha ribaltato la prospettiva (il mio regno non è di questo mondo) e se non è risorto, evento di cui manca la prova materiale o il filmato che tranquillizzerebbe il servo di Dio Sosa Abascal, il cristianesimo non è altro che il racconto di una vita illustre, una teoria sociale tra le altre, un ordito di regole morali e di prescrizioni pratiche da confrontare con tutte le altre.

Forse esageriamo, ma in quest’ottica si comprende perché non siano più invocati e difesi quelli che Benedetto XVI chiamava principi non negoziabili. Nel mercato delle idee e delle morali, il sistema di valori cristiani è uno dei tanti, in concorrenza con gli altri, e, ammettiamolo, intrinsecamente perdente in quanto più esigente, meno aperto alla mediazione, più assertivo, per usare un vocabolo caro alla psicologia.

Allora, non resta che ricorrere ad una forma sofisticata di relativismo, cioè il situazionismo. Facciamo un esempio: per il cattolicesimo, l’adulterio è oggettivamente un grave peccato. Tuttavia, in base alle situazioni date ed alle condizioni soggettive o storiche (una sorta di torsione della “circostanza” cara a Ortega y Gasset, che era agnostico) può essere derubricato o giustificato. Basta intendersi sulla portata dei due vecchi pilastri che reggono l’impalcatura cristiana del male: piena avvertenza e deliberato consenso. Io ho commesso adulterio, ma non avevo coscienza che fosse male, anzi forse l’ha commesso solo la mia carne, che è debole, ma non la coscienza.

Vi sono molti punti deboli nel situazionismo adattato al neo cristianesimo, la cui analisi lasciamo ai filosofi ed ai teologi. Ma almeno due saltano agli occhi dell’uomo comune: il primo è che se si rinuncia a distinguere il bene dal male, lasciandone il giudizio all’arbitrio individuale, nulla potrà essere considerato e vissuto come errore o come peccato, negando oltretutto la possibilità del pentimento, che è frutto della coscienza morale. L’altro è che la Chiesa ha l’obbligo di trasmettere il depositum fidei, di cui è parte integrante il giudizio immutabile posto da Dio – e per lui da suo figlio – sul bene e sul male. Sarà poi la sapienza divina a leggere nel cuore dell’uomo; la Chiesa può solo assolvere sulla base del pentimento, distinguendo tra la pena, rimessa, e la colpa, che resta.

Immaginiamo che quelli svolti alla buona nelle righe precedenti appaiano ai più futili questioni, simili alle dispute sul sesso degli angeli. In palio, però, c’è il cristianesimo come orizzonte di verità. La nostra opinione è che i cambiamenti di prospettiva, il ribaltamento di molte cose che la Chiesa ci proponeva a credere non soltanto generano confusione o perplessità, ma scavano un solco ben più profondo, quello della sfiducia e del sospetto. Abbiamo il diritto di pensare – magari a torto – che se comportamenti, idee, principi, valori, condotte proposte ed imposte per secoli non sono più valide, perché storicamente superate o semplicemente sgradite allo spirito dei tempi, uguale destino possa toccare alle nuove idee della Chiesa. Domani, o dopodomani, anch’esse saranno superate e sostituite.

Ma la religione vive dell’eterno, del permanente, non può immaginare – e neppure permettersi- in materia di fede e di legge naturale, che ciò che è giusto oggi possa essere considerato assurdo domani. Non si può accettare che la verità sia posta ai voti, o che sia declinata con aggettivi possessivi e con articoli indeterminativi. O esiste, o non esiste: non ha senso la “mia” verità né tanto meno più verità, a scelta, come nello scaffale del supermercato.

Da qualche parte, si è ipotizzato che in un futuro non troppo lontano, la Chiesa cattolica possa fare a meno del Vaticano. E’ possibile, del resto Jorge Mario Bergoglio ha rinunciato a vivere tra le vecchie mura del potere temporale, ma salterebbe per aria un’altra delle prerogative, l’universalità simboleggiata da Roma e dal Papa. La vittoria di Lutero non potrebbe essere più schiacciante, ma sarebbe, in effetti, la vittoria di un cristianesimo spogliato di sé stesso, svuotato della sua essenza salvifica e veritativa, che è la salvezza ed il destino eterno della creatura uomo per mezzo della fede in Dio e dell’adesione in vita a quanto rivelato nelle scritture.

In questo senso, preoccupa anche il ruolo e l’insistenza dei biblisti, ovvero quegli studiosi membri del clero che interpretano scritture e Vangelo sulla base della loro adesione alla storia accertata. E’ chiaro che la conferma scientifica e storiografica di fatti ed avvenimenti ha un grande valore, ma Dio trascende ogni cosa e comunque il punto è sempre lo stesso: credere o meno che Gesù sia il figlio di Dio morto sulla croce e risorto. Si ha l’impressione che uomini di grande scienza, come il defunto cardinale Martini o il vivente Ravasi, insigni biblisti, abbiano subordinato la fede alla storia. La città dell’uomo europeo ed occidentale ha battuto, lasciato sullo sfondo, privatizzato o addirittura scacciato la città di Dio.

Vince il progetto materialista, liberale e massonico, sbalordisce il silenzio di chi pare aver rinunciato alla battaglia, anzi sembra accogliere le tesi una volta nemiche. I cristiani, lo disse il fondatore (chiamiamolo così, per brevità…) devono essere il sale della terra. Ma quanto è insapore e sciapo un cristianesimo ridotto ad umanesimo, organizzazione caritatevole, narrazione della vita e sofferenza di un grande uomo, memoria delle sue idee suggestive. Ciò che non crediamo più, e neppure la Chiesa sembra più credere, è che Gesù è Dio ed è risorto dalla morte. Mancano le prove, ed aveva ragione Paolo a ricordarlo ai primi fedeli, la nuova religione non è nulla senza quell’accadimento prodigioso.

Forse non è buon profeta un ateo assai colto, come il sociologo e antropologo francese Marc Augé, nel suo romanzo breve Le tre parole che cambiarono il mondo. Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un teso silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste!” Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano una tempesta nel mondo intero. Non ci sarà alcun proclama o annuncio del genere, non ce n’è bisogno. Dio non è morto, semplicemente è assente, è un’ipotesi di cui non si tiene più alcun conto, con la complicità attiva di un cristianesimo stanco, indolente, incredulo. Per l’uomo Gesù omaggio e ammirazione, Dio non è pervenuto.



Del 13 Ottobre 2017












http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/1595-cristianesimo-senza-dio


giovedì 12 ottobre 2017

Traduzioni e liturgia, Sarah frena la deriva




Riccardo Cascioli (12-10-2017)

Quando il 9 settembre scorso fu reso noto il Motu Proprio di papa Francesco, Magnum Principium, i soliti noti hanno gridato al “Liberi tutti” per le traduzioni dei testi liturgici. Così ora interviene il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, a ribadire alcuni punti fermi e a rimettere nel giusto equilibrio il rapporto tra Santa Sede e Conferenze episcopali per evitare una sorta di “federalismo liturgico”. Non si tratta di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium», come il cardinale Sarah titola la sua letterache la Nuova BQ pubblica in esclusiva per l’Italia.

Della partita che si sta giocando sulle traduzioni dei testi liturgici abbiamo già parlato, è una questione delicata che va a toccare gli stessi contenuti della fede. Per capire dove può andare a parare Magnum Principium, basta leggere i commenti del liturgista Andrea Grillo, uno dei personaggi che ha lavorato con il segretario della Congregazione per il Culto Divino, monsignor Arthur Roche, per promuovere i cambiamenti nei criteri delle traduzioni dal latino in senso contrario a quanto auspicato da papa Benedetto XVI e prima ancora da san Giovanni Paolo II. Grillo (clicca qui), che si è distinto recentemente anche per una serie di invettive contro il cardinale Sarah, ha spiegato che l’obiettivo è superare l’istruzione Liturgiam Authenticam (2001), che richiedeva una traduzione letterale dei testi dal latino, a favore di una interpretazione che li renda più comprensibili alla popolazione locale. Grillo parla esplicitamente di “diritto all’interpretazione”, sottintendo il maggiore potere che le Conferenze Episcopali devono avere in materia.

In linea di principio il cardinal Sarah – riprendendo quanto già osservava il cardinale Ratzinger (poi Benedetto XVI) – non obietta affatto alla distinzione tra traduzione e interpretazione, ma si preoccupa che questa non copra la voglia di rivoluzione che alcuni stanno portando avanti. E per capire appieno l’iniziativa del cardinale Sarah, va ricordato che la commissione che ha lavorato alla preparazione del Motu Proprio, lo ha fatto alle sue spalle, tenendolo volutamente all’oscuro.

Entrando nel merito del documento firmato dal cardinale Sarah, come dicevamo emerge chiara la preoccupazione che la distinzione che viene fatta in Magnum Principium tra traduzione (= la resa del testo liturgico in lingua vernacola a partire dall’originale “tipico” latino) e adattamento (= un nuovo testo aggiunto, un nuovo rito o la modifica di un rito esistente) non diventi il pretesto per far passare di tutto. Il nuovo canone 838 prevede infatti un diverso tipo di approvazione da parte della Santa Sede: la confirmatio/conferma per le traduzioni e la recognitio/revisione per gli adattamenti (cfr su questo più ampiamente padre Riccardo Barile in la NBQ).

Ecco dunque in breve i principali chiarimenti proposti dal cardinale Sarah:

1. Per le traduzioni restano in vigore le norme attuali di Liturgiam autenthicam (2001), che richiedono la fedeltà e insieme offrono i criteri per l’adattamento linguistico nel passaggio dal latino alle lingue parlate.

2. Sia la confirmatio che la recognitio stabiliscono che sempre è necessaria l’approvazione della Santa Sede e, dal punto di vista dell’approvazione, quasi non sembra esserci differenza e sono intercambiabili. Anche la conferma richiede la revisione del testo tradotto.

3. C’è differenza invece nel risultato finale, perché la traduzione è la semplice trasposizione di un libro liturgico dal latino a una lingua parlata, mentre l’adattamento modifica poco o tanto la edizione tipica dello stesso libro per quella lingua o area linguistica.

4. Il card. Sarah prevede e auspica una differenza anche nel procedimento previo: infatti la traduzione sembra più affidata direttamente alle Conferenze Episcopali le quali poi chiederebbero la conferma alla Santa Sede, mentre gli adattamenti, data la loro natura più delicata, per giungere alla auspicata recognitio finale, sembrerebbero richiedere un più opportuno lavoro di concertazione previa tra le Conferenze Episcopali interessate e la Santa Sede. Ovviamente tale concertazione previa sarebbe auspicabile anche per le traduzioni, non in tutto, ma almeno per la traduzione di alcuni termini particolarmente fondamentali e delicati in ordine all’espressione della fede e della preghiera della Chiesa.

Questi chiarimenti non piaceranno sicuramente ai soliti “Guardiani della rivoluzione” e ad alcuni episcopati che mal sopportavano le precedenti disposizioni. Vedi ad esempio la conferenza episcopale tedesca, che ha appena annunciato lo stop alla traduzione in tedesco del messale. Il cardinale Reinhard Marx, secondo quanto riportato dalla testata britannica The Tablet, considera finita “Liturgiam Authenticam” e quindi decadute tutte le precedenti disposizioni. Il lavoro sul messale tedesco si era arenato sulle parole della consacrazione eucaristica, una questione che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Quando si parla del sangue versato da Cristo, il “pro multis” latino viene tradotto da molti episcopati con “per tutti” anziché “per molti”, come sarebbe letteralmente. Benedetto XVI aveva dunque invitato tutti gli episcopati del mondo a correggere la traduzione – risultando “per molti” la versione corretta -, ma non tutti si sono ancora adeguati: fra questi la Germania, che ora si sente libera di fare la sua strada.

(Ha collaborato padre Riccardo Barile)






http://www.lanuovabq.it/it








martedì 10 ottobre 2017

L'INVITO DEL NEO VESCOVO. "Meno messe, più Parola": è la ricetta "ambro-luterana"




ECCLESIA
Tommaso Scandroglio 10-10-2017

Meno Eucarestia, più Parola. Questa in sintesi la dieta che il neo arcivescovo di Milano
Mario Delpini ha prescritto ai fedeli di Busto Arsizio, cittadina del varesotto, quando sabato scorso ha visitato la parrocchia di San Giovanni. Il giorno dopo i fedeli hanno potuto trovare sulle panche un pieghevole in cui a firma di mons. Delpini si indicavano i quattro passi che questa città dovrà compiere in ambito pastorale nel prossimo futuro. Al primo posto si può leggere testuale: «Promuovere decisamente un ritorno alla conoscenza, personale e comunitaria, della Parola di Dio, come forma di evangelizzazione. Dove è necessario si può togliere anche qualche S. Messa, pur di favorire momenti di catechesi e ascolto della Parola».

Meno messe, più Parola, anzi più parole. Una deriva che è schiettamente di matrice luterana.
Nell’indicazione di mons. Delpini riverbera il portato teologico di Lutero che con quel suo “sola scriptura” assegnava l’opzione preferenziale alla libera interpretazione dei testi sacri (libero esame) a discapito dell’insegnamento del Magistero: «Un semplice laico armato con le Scritture è più grande del più coraggioso Papa senza essa», aveva una volta dichiarato Lutero. La libertà che rivendicava da Roma però non poteva essere predicata nei suoi confronti. «Io non ammetto che la mia dottrina possa essere giudicata da alcuno – scriveva l’ex agostiniano - neanche dagli angeli. Chi non riceve la mia dottrina non può giungere alla salvezza».

Il suggerimento di snellire il quantum del sacrificio eucaristico rimanda
inoltre all’impostazione sacramentale protestante che svaluta il reale valore delle specie eucaristiche. Affermare che «dove è necessario si può togliere anche qualche S. Messa» indica una concezione della Santissima Eucarestia come pratica che può essere superflua, che non sempre è necessaria per la salvezza. Quasi che il numero di S. Messe da celebrare non debba superare certi limiti perché “in medio stat virtus” e non è bene essere bulimici di Pane eucaristico. Si sa, il troppo stroppia. La giusta quantità di sacrificio incruento di Cristo, il q.b. eucaristico sarà ovviamente lasciato alla sapiente prudenza dei sacerdoti bustocchi. Inoltre far spazio alla catechesi e mettere in un angolo l’Eucarestia – come fisicamente capita per moltissimi tabernacoli in altrettante chiese – è segno che per una certa cultura cattolica – di impronta martiniana – la Bibbia vale più dell’Eucarestia. Ma non è così. Posto che anche qui vale la regola dell’et-et e non dell’aut-aut – sia la Bibbia che l’Eucarestia - quest’ultima ha un valore infinitamente più grande della prima per il semplice fatto che l’Eucarestia è Cristo in carne, ossa, sangue ed anima. Inoltre non esiste nulla di più prezioso al mondo che un unico sacrificio eucaristico, nemmeno mille catechesi di Santi Pontefici.

Torniamo al pieghevole lasciato sulle panche della chiesa di San Giovanni.
Nella seconda anta il cattolico della domenica vi poteva leggere un avviso concernente una iniziativa della Commissione pastorale per l’Ecumenismo del decanato di Busto Arsizio pensata per i 500 anni dalla Riforma così intitolata: “Giubileo della riforma luterana”. Si tratta di due momenti, il primo di carattere musicale e meditativo: “Musiche della tradizione protestante con letture spirituali di Riformatori” che si svolgerà nella chiesa suddetta. Ed un secondo di natura culturale: una conferenza con taglio ecumenico.

Una nota a margine: si parla di “giubileo”
, ma il cattolico autentico di certo non ha motivo alcuno di giubilare per il protestantesimo. E quindi le letture “spirituali” protestanti declamate in una basilica cattolica farebbero il pari della lettura del Mein Kampf in una sinagoga. Il paragone sembra azzardato ma invece è assai adatto, come spiegheremo tra qualche riga.

La parrocchia di San Giovanni comunque non è sola al comando
in questa gara per celebrare il 500° anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sulla porta della chiesa di Wittenberg. La Comunità Pastorale Beato Paolo VI di Milano sta promuovendo una serie di incontri dal titolo “Riforma protestante: una benedizione per la chiesa". La parrocchia di San Simpliciano a Milano invece sta organizzando anche lei degli incontri dal titolo: “Lutero. La nascita dell’uomo moderno e la sua crisi”. Nella brochure delle cinque serate, in cui sono espressi anche contenuti apprezzabili, possiamo altresì leggere: «Pensiamo alle varie forme di fondamentalismo cattolico, che vivono la professione di fede come professione di un’identità culturale. […] La gran parte delle iniziative di celebrazione del 500° anniversario della Riforma cerca il superamento delle divisioni mediante il rinnovato ascolto dell’unica Parola, del vangelo [minuscolo] dunque, e più in generale della Scrittura. Sola Scriptura».

Lutero è dunque personaggio da celebrare?
Un esempio per i cattolici? Il protestantesimo è una benedizione per noi tutti? In realtà la dottrina luterana è inconciliabile, perché eretica, con la dottrina cattolica sia in ambito di fede che di morale. Qualche esempio. In merito alla sfera morale, il peccato originale avrebbe compromesso in modo irrecuperabile la volontà e l’intelletto rendendo schiava la persona dei suoi istinti e quindi incapace di essere un soggetto libero (“De servo arbitrio”). Per questo motivo la ragione era definita da Lutero “prostituta del diavolo”. Da qui l’impossibilità di conoscere e dunque seguire la legge morale naturale e la degradazione della fede in cieco fideismo: o ci credi o non ci credi. Altra conseguenza della mancanza di libertà è la doppia predestinazione: è Dio e non la tua libertà che ti metterà in Paradiso o all’Inferno. La mancanza di libertà fa sì che la salvezza si attui senza il merito ottenuto dalle opere personali, ma per sola fede nei meriti di Cristo (sola fide) e quindi la salvezza è unilaterale (sola gratia), senza che l’uomo possa far alcunchè per meritarsela.

In merito alla fede Lutero inoltre fa piazza pulita dei sacramenti e del culto mariano.
Nel Grande e Piccolo Catechismo i sacramenti sono ridotti a due: Battesimo e Cena del Signore. La presenza di Cristo nel pane eucaristico viene spiegata non attraverso la transustanziazione – la sostanza del pane e del divino si trasformano in quella divina - ma per tramite dell’impanazione: vero pane e vero vino accanto ai quali si trova la vera carne e il vero sangue di Cristo. La celebrazione eucaristica poi non ha nulla a che vedere con il sacrificio di Cristo in croce. Tra i sacramenti di cui si disfò Lutero ricordiamo l’ordine: a lui tanto stretto che sposò una monaca.

Riguardo al piano ecclesiale Lutero definì il Papa
, non solo quello di allora ma ogni Pontefice, «asino, cane, re dei ratti, coccodrillo, larva, bestia, drago infernale», termini spesso ricorrenti nella sua opera “Contro il papato di Roma fondato dal diavolo”. Ovviamente negò la successione apostolica. Non meno gentile, tanto per parlare di ecumenismo che va tanto e sempre di moda, era verso gli ebrei. Nel suo volume “Degli ebrei e delle loro menzogne” consigliava di bruciare le loro sinagoghe e le loro case. Facile individuare in Lutero i prodromi dell’odio razzista del nazionalsocialismo.

In ambito politico Lutero è uno degli artefici dell’assolutismo moderno
: per disfarsi della Chiesa cattolica sottomette la religione al potere politico e questo diventa tirannico. Di fronte ai soprusi dei prìncipi i contadini di allora si ribellarono e Lutero incitò alla strage: «Verso i contadini testardi, caparbi e accecati, che non vogliono sentir ragione, nessuno abbia un po’ di compassione, ma percuota, ferisca, sgozzi, uccida come fossero cani arrabbiati». Le conseguenze geopolitiche della dottrina di Lutero si riverberarono fin nel secolo scorso. Lo storico Emilio Gentile scrisse a tal proposito: «Più propense a schierarsi con il nazionalsocialismo, con la sua concezione della nazione e dello Stato e con il suo antisemitismo, erano le chiese luterane, vincolate per secolare tradizione all’obbedienza al potere statale quale espressione della volontà divina».

E dunque cosa c’è da celebrare?











http://www.lanuovabq.it/it/meno-messe-piu-parola-e-la-ricetta-ambro-luterana






lunedì 9 ottobre 2017

USI E ABUSI di Aurelio Porfiri: Gloria, gloria!




di Aurelio Porfiri  (7 ottobre 2017 )


Riflettiamo sul canto del Gloria e sugli abusi che spesso lo circondano. Allora, il Gloria viene definito “Hymus Angelicus”, perché le prime parole menzionano le parole degli angeli alla nascita di Gesù.

Non è un canto responsoriale. Tutte quelle versioni che usano le parole iniziali come fossero un ritornello, fanno un errore, compreso il Gloria di Lourdes che, visto le mie premesse, solo un miracolo può salvare. 

Disclaimer: nel passato ho composto anche io Gloria responsoriali; come mi giustifico? Non mi giustifico, è stato un errore. Quando l’ho capito, non l’ho più fatto. 

L’OGMR dice: “Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l’opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano. Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare solennità”.

Vengono offerte varie modalità di esecuzione, compresa quella alternata. Un alternarsi che non deve essere per forza a versetti pari e dispari, ma anche con una attenzione più forte alla divisione tenendo conto del significato del testo.

Spesso si sente dire che è difficile far cantare il Gloria all’assemblea. Non lo sarebbe se nelle parrocchie ci fosse un maestro competente ed un programma liturgico musicale sostenuto e supportato dal parroco e dagli altri componenti dello staff parrocchiale. Purtroppo, come mi dicono molti anche attraverso i social, non è questo quello che accade.

Il Gloria recitato fa tristezza…ma come sappiamo, vista la situazione, questo sembra il male minore delle nostre liturgie….

Aurelio Porfiri









www.lafedequotidiana.it/













domenica 8 ottobre 2017

Recitiamo il Santo Rosario venerdì 13 ottobre





Anche in Italia "Un muro di persone reciterà il Rosario (e digiunerà) su tutto il territorio della nostra Nazione".
AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) seguendo gli insegnamenti di Maria e seguendo il bellissimo esempio dei fratelli polacchi, il 13 ottobre alle ore 17.30 indice la più potente iniziativa per la pace: "il digiuno e la preghiera del Santo Rosario".

Su tutto il territorio Nazionale ogni uomo/donna di buona volontà si rechi quindi nella propria Parrocchia e/o crei gruppi di preghiera con la stessa intenzione dei fratelli Polacchi: "Chiedere alla Madonna di salvare l'Italia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana".
La Recita del Rosario comincerà alle ore 17.30, il digiuno a pane ed acqua (come chiede Maria) tutto il giorno... Chi non può digiunare ricordi che può fare rinunce.
Anche in Italia si richiede di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale).

MA PERCHE' PROPRIO IL ROSARIO ED IL DIGIUNO?
La Madonna ci insegna che il Rosario è la più potente arma contro il male e con il digiuno si possono fermare anche le guerre e gli eventi naturali.
Quindi nel suo centenario dalle Apparizioni di Fatima imploriamo proprio questo e venerdì 13 ottobre 2017 alle ore 17.30, uniti, eleviamo al cielo le nostre preghiere.

Il direttivo AIASM













giovedì 5 ottobre 2017

«Pranzo in San Petronio, è solo la punta dell'iceberg»




 di Riccardo Cascioli (La Nuova BQ)

Mentre la polemica sul pranzo nella Basilica di San Petronio a Bologna tiene ancora banco, viene documentato un altro clamoroso caso di profanazione, questa volta in Spagna, nel contesto della battaglia politica per l’indipendenza della Catalogna da Madrid. Domenica nella chiesa di Vila-rodona, diocesi di Tarragona, gremita di fedeli, si è svolta una strana liturgia (il prete è vestito con i paramenti sacri) in cui preghiere e canti hanno accompagnato lo spoglio delle schede che avveniva proprio davanti all’altare. Video mostrano anche il grande applauso della folla all’ingresso dell’urna che conteneva le schede votate.

Scene francamente sconcertanti, ma quel che qui si vuole sottolineare è che ormai non si tratta più di episodiche trasgressioni compiute da sacerdoti o vescovi border-line, ma di una chiara linea di tendenza che investe la Chiesa intera e che, con il pretesto di avvicinare Dio all’uomo, abolisce il confine tra sacro e profano.

Non è un caso che sempre meno le chiese vengano rispettate come luogo sacro, inviolabile. Quella del pranzo in chiesa con i poveri è ormai una tradizione consolidata nelle città italiane dove è presente la Comunità di Sant’Egidio, vera artefice di questa iniziativa. Ma è diventata routine, in diversi luoghi, a cominciare da Napoli, l’occupazione delle chiese da parte dei disoccupati. E se qualche anno fa ancora qualche parroco chiamava le forze dell’ordine per liberare la chiesa, oggi si abbozza rassegnati quando non partecipi. Ora poi tocca agli immigrati: a Roma già il portico della Chiesa dei Santi Apostoli è da tempo trasformato in una tendopoli dove trovano provvisorio alloggio immigrati e senzacasa sgomberati da un palazzo poco lontano, ma quando all’inizio di settembre c’è stato il famoso sgombero con la forza di un palazzo nei pressi della stazione Termini, solo l’intervento degli agenti ha impedito che un gruppo di immigrati, con la regia dei centri sociali, facesse irruzione nella vicina chiesa di Santa Maria degli Angeli. E certamente non è finita qui.

Questa è soltanto la punta dell’iceberg, perché in realtà negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva desacralizzazione delle chiese, che si trasformano via via in teatri, sale per conferenze, concerti e così via: sostanzialmente un luogo di aggregazione, una sala polivalente. Il grande antropologo Julien Ries, che fu fatto cardinale all’età di 92 anni da Benedetto XVI, nel 2012, spiegava che questo processo è figlio della teologia della secolarizzazione e della teologia della morte di Dio: «A forza di voler esprimere il messaggio di Cristo in un linguaggio secolare, si svuota questo messaggio di ogni dimensione verticale. Secolarizzazione diviene sinonimo di ideologia orizzontalista». Si afferma in pratica una «prassi di dissacrazione», di cui una delle conseguenze è il cambiamento della concezione stessa di chiesa: «Non più uno spazio sacro, ma uno spazio funzionale. Nella stessa ottica, alcuni sono scesi in campo per la soppressione di ogni segno di sacro cristiano: abiti liturgici e sacerdotali, statue di santi, decorazioni religiose di chiese e cappelle» (cfr. Julien Ries, L’uomo religioso e la sua esperienza del sacro, Jaca Book 2007).

Concetto analogo ha espresso più recentemente il cardinale Robert Sarah, nel suo libro La forza del silenzio (Cantagalli 2017): «Vi sono teologi che affermano che Cristo avrebbe messo fine, con l’Incarnazione, alla distinzione tra sacro e profano. Per altri, Dio si fa così vicino a noi che la categoria del sacro sarebbe sorpassata. Così alcuni, nella Chiesa, non giungono mai a distaccarsi da una pastorale tutta orizzontale, centrata sul sociale e la politica». «La questione è grave – dice il cardinale Sarah – perché ne va del nostro rapporto con Dio».

La chiesa, come spazio sacro, è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio; questa dissacrazione, che prende a pretesto la necessità di avvicinare Dio agli uomini, in realtà impedisce che gli uomini incontrino Dio. Se è vero che «il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (Sant’Atanasio), andiamo in chiesa per poter vivere la dimensione di Dio, per elevarci a Lui. Certe manifestazioni riducono invece Dio alla nostra misura, invece di ascoltare Dio siamo costretti ad ascoltare le idee di altri uomini.

Significative al proposito le parole con cui l’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, ha respinto le critiche per il pranzo in San Petronio: «Quello che è successo non significa desacralizzare, anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’Eucarestia». Cioè, in chiesa c’è la presenza reale di Cristo, che possiamo adorare in silenzio e invece, per renderlo più umano lo togliamo dalla chiesa e organizziamo un pranzo con i poveri? Ad essere buoni, non è esattamente ciò che ci aspetteremmo di ascoltare dalla bocca di un vescovo.

Certe espressioni però non sono casuali: si sente sempre più spesso ripetere in modo esclusivo che è nei poveri la presenza di Cristo, quasi una trasposizione dall’Eucarestia ai poveri, dimenticando ciò che la Santa Madre Teresa di Calcutta ricordava sempre: soltanto l’Adorazione quotidiana e la preghiera permettono a Dio di mettere nel nostro cuore il Suo Amore che è poi possibile portare ai poveri. «Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri», diceva.
Per questo abbiamo bisogno di difendere lo spazio sacro che sono le chiese. In questa prospettiva va compresa anche la nostra polemica per l’uso indebito della Basilica di San Petronio: non è in gioco la reputazione di una persona o di un movimento, ma la possibilità per noi e per ogni uomo di incontrare la Salvezza.














mercoledì 4 ottobre 2017

MA LA CHIESA CREDE ANCORA NELLA PRESENZA REALE DI DIO NELL'EUCARISTIA? VISTA DA FUORI, NON SEMBREREBBE






La mancanza di rispetto per la presenza reale di Dio nell’Eucaristia rende il cattolicesimo, per chi ne è al di fuori, poco credibile. Questo è ciò che ha compreso lo scrittore americano Patrick Madrid, parlando con un mormone. Ha raccontato questo incontro nel suo libro Life Lessons. Fifty Things I Learned in My First Fifty Years (Lezioni di vita. Cinquanta cose che ho imparato nei miei primi cinquant'anni). 
Un giorno Madrid tenne una relazione sulla fede cattolica. Alla fine della presentazione gli si avvicinò un appartenente alla “Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni”, cioè un mormone. Costui non riusciva a pensare che i cattolici credessero davvero in ciò che Madrid aveva appena descritto. Aveva partecipato – diceva – ad alcuni matrimoni e ad alcune Messe: «Ho visto gente che aveva il chewing-gum in bocca mentre andava a fare la comunione». Altri sembravano annoiati o salutavano amici e parenti mentre erano in fila. Anche dopo aver ricevuto l’Eucaristia sembravano come disinteressati o indifferenti.

Il mormone non lo raccontava in modo provocatorio, ma perché sinceramente non riusciva a capacitarsi del fatto che i cattolici potessero credere a quello che aveva appena sentito. E Madrid dovette ammettere che le osservazioni del suo interlocutore corrispondevano a ciò che accade in tante, troppe Messe.
«Se io credessi a quello che insegnate, se veramente credessi che l’Eucaristia è Dio stesso e non solamente un simbolo, mi getterei a terra davanti ad essa e rimarrei prostrato», continuò il uomo. Questa misura di rispetto, di venerazione lui non l'aveva mai vista fra i cattolici. Perciò ne aveva desunto che essi non credevano alla reale presenza di Dio nel sacramento.
E la lezione che Madrid ha tratto è la seguente: con la loro superficialità e tiepidezza di fronte al Corpo e Sangue del Signore, con l’assenza di timor di Dio, i cattolici confondono e “de-evangelizzano” coloro che non hanno la fede.
tamite IL TIMONE 4 ott 2017