giovedì 4 settembre 2025

Demografia e piccoli centri. Le dimenticanze dei Vescovi



(Foto di Magda Kmiecik su Unsplash)



Di Paolo Piro, 4 2025

Il 25 agosto scorso, 139 fra Cardinali Vescovi e Abati delle aree interne, si sono riuniti a Benevento per trattare il tema “L’abbandono delle aree interne italiane”. In una parola il dramma del crollo demografico italiano e della sua prima linea, i piccoli centri che hanno la più accentuata vocazione allo spopolamento il nostro Paese conta 7896 comuni, dei quali 2.700 (34% del totale) con meno di 2.000 abitanti. 340 non arrivano a cinquecento abitanti, 590 a mille e la loro dimensione media è di circa 900 abitanti.

Tali municipalità sono per lo più situate nell’interland e nelle zone montuose. Poiché la maggior parte dei comuni con cinquantamila abitanti si trova in pianura, scorrendo i dati, “si può concludere che è scendendo di quota che un po’ di vivacità demografica sopravvive, non salendo”. Le regioni con il maggior numero di piccoli comuni sono Molise, Valle d’Aosta, Piemonte, Abruzzo, Liguria, Sardegna, Trentino, Basilicata, Calabria. La demografia ci dice che “lo spopolamento…. Procede dall’alto verso il basso, ed è nelle pianure che incontra delle resistenze, piuttosto che nelle montagne e nelle colline”.

Dall’incontro, al quale ha partecipato il Presidente della CEI Card. Matteo Zuppi, è scaturito un appello rivolto al Paese e, soprattutto, al Governo ed al Parlamento ai quali si dice: “non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa della nazione… una sfida che la politica deve saper cogliere se non vuole assistere al proprio fallimento”. Insomma la CEI affida un compito al governo e critica il suo Piano strategico nazionale delle aree interne, giudicato un modo per assistere ad un suicidio “ed alla morte felice dei territori”. Sembra che i vescovi abbiano posto uno dei punti sul quale verificare, a fine mandato – 2027, l’operato del centro destra al governo.

Nell’aprile 2023, Papa Francesco aveva dichiarato: «Ci sono Paesi in Europa che non voglio menzionare per non creare problemi diplomatici, che hanno piccole città o villaggi che sono quasi vuoti. Città che hanno solo una ventina di anziani che ci vivono. Campi incolti. Questi Paesi stanno vivendo un inverno demografico e hanno un’età media anche di 46 anni, ma non accolgono migranti. Quindi diventano sempre più vecchi». Potrebbe essere una soluzione! “In questi luoghi dove la vita rischia di finire essa può invece assumere una qualità superiore” continuano i vescovi “guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe – oltre che segno di grave miopia politica – un torto fatto alla nazione intera poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura!”.

Certo è straordinario notare come l’episcopato italiano non ricordi l’apporto che la 194, dal 1978 ad oggi, ha dato alla demografia, milioni di aborti e, quindi, milioni di cittadini in meno, per non parlare della menzione del concetto di “nazione” che i vescovi citano dopo l’appello estivo di Zuppi a cancellare ogni confine. Forse è bene ricordare che senza confini non c’è Stato ed ogni nazione senza uno stato, tende all’estinzione. Infine la citazione dell’uomo come regolatore della Natura è stupefacente, decenni di propaganda ecclesiale di stampo ambientalista distrutti da una frase “un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura!”. Viva il realismo!

Desta ancor più stupore l’accendersi improvviso dei vescovi per il tema demografico lì dove non c’è possibilità di eventi “natalizi”, posto che la media dell’età italiana supera i 48 anni, e nei piccoli centri va abbondantemente al di là di tale media. Allora quale idea proporrebbe la CEI per ripopolare i paesi di montagna? È lecito pensare che il Card. Zuppi avesse in mente gli immigrati? Purtroppo, è lecito perché su Avvenire, ha commentato l’appello dicendo “È una parte del futuro per tutto il Paese, non c’è futuro senza accoglienza”. Sempre su Avvenire Zuppi insite: “Accoglienza degli stranieri, protezione degli anziani e reti contro l’individualismo. Passa da qui la sopravvivenza delle aree interne del Paese”. Non una parola su divorzio e aborto che hanno devastato matrimonio e famiglia, solo migranti, accoglienza ed esami da superare per il governo Meloni, forse per meglio inchiodarlo nella campagna elettorale del 2027.

Quello degli stranieri è un chiodo fisso della CEI, che non tiene conto dei numeri perché l’apporto degli stranieri non risolve né modifica il trend demografico negativo “facendo 100 il totale delle nascite attuali in Italia, abbiamo che 15 di queste sono dovute a genitori entrambi stranieri, 7 a coppie in cui un genitore è straniero, e dunque complessivamente 22 sono nascite da almeno un genitore straniero”. L’Italia è campione europeo nella concessione della cittadinanza, oltre 1milione700mila al 2020, ma questo non incide, insomma non sono gli immigrati che risolvono il problema demografico. Forse i vescovi dovrebbero meglio considerare i dati della realtà offrendo la loro collaborazione alla società italiana svolgendo il ruolo che gli è tipico, quello di motore di avviamento motivazionale ed ideale, valoriale, morale e profetico invece di suggerire iniziative modello “piano quinquennale”, che come i “piani pastorali” di solito, risolvono ben poco perché partono da una idea invece che dalla realtà.


Fonte

I cardinali Burke e Sarah sostengono la campagna globale per la prima devozione del sabato nel centenario della richiesta



Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio dal National Catholic Register una notizia da condividere per promuovere la partecipazione.


4 settembre 2025

Nel centenario della richiesta fatta dalla Madonna nel 1925 a Pontevedra, in Spagna, i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah sottolineano la necessità di riparazione nei confronti del suo Cuore Immacolato.

I cardinali Raymond Burke e Robert Sarah sono tra i prelati più anziani che sollecitano una maggiore partecipazione alla devozione del primo sabato e sostengono un'iniziativa nata in Francia, volta a incoraggiare i fedeli a prendervi parte.

La devozione mariana, incentrata sulla riparazione delle offese e delle bestemmie contro il Cuore Immacolato di Maria, tra cui la negazione della sua perpetua verginità o dell'Immacolata Concezione, promette due immense grazie a coloro che vi partecipano con vera devozione e pentimento: l'assistenza della Madonna nell'ora della morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza e la pace sulla terra.

Il 100° anniversario della devozione è il 10 dicembre. Per celebrare il suo centenario, l'"Alleanza dei Primi Sabati di Fatima" - una federazione mondiale di gruppi cattolici con sede in Francia la cui missione è promuovere e diffondere la devozione - ha lanciato il "Giubileo dei Primi Sabati di Fatima 2025" il 4 gennaio.

L'obiettivo dell'iniziativa è innanzitutto quello di far conoscere la richiesta della Madonna di praticare questa devozione e, in secondo luogo, di ottenere la conversione del mondo, che porterà alla pace attraverso il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

«Mostriamo a Dio che sappiamo unirci una volta tanto per obbedire a questa richiesta essenziale della Madonna», ha detto Régis de Lassus, coordinatore capo di Salve-Corde, l'organizzazione ombrello che sovrintende all'iniziativa.

L'alleanza, che invita le persone a praticare la devozione in modo indipendente o a unirsi o creare un "Gruppo del Primo Sabato", ha pubblicato sul suo sito web una mappa che mostra i gruppi nelle vicinanze, sebbene al momento questa sembri limitata alla Francia, e, se non ci fosse un gruppo nelle vicinanze, strumenti per aiutarvi a crearne uno. Ogni mese vengono fornite anche delle meditazioni.

Quattro atti di devozione

La devozione è chiara, semplice e meno gravosa di quanto alcuni possano immaginare.

Come spiegò la Venerabile Lucia dos Santos, la Beata Vergine chiede quattro atti di devozione il primo sabato di cinque mesi consecutivi: la Confessione entro circa otto giorni prima o dopo il sabato, con l'intenzione di riparazione (alcuni dicono che può essere entro 20 giorni durante questo anno giubilare); la Santa Comunione (preferibilmente il primo sabato, ma è consentita anche entro un giorno se necessario); la recita di cinque decine del Rosario e, oltre alla recita, la meditazione per 15 minuti su uno o più misteri del Rosario.

Queste istruzioni furono impartite nel 1925 a Pontevedra, in Spagna, otto anni dopo le apparizioni di Fatima, quando la Beata Vergine, con il Bambino Gesù al suo fianco, adagiato su una nuvola luminosa, apparve alla Venerabile Lucia, allora la pastorella di Fatima ancora in vita. Suor Lucia, come divenne nota in seguito, era all'epoca postulante presso le Suore di Santa Dorotea a Pontevedra.

Nell'apparizione, il Bambino Gesù parlò a Lucia e chiese “compassione per il Cuore della tua santissima Madre, coperto di spine, con le quali gli uomini ingrati lo conficcano in ogni momento, e non c'è nessuno che faccia un atto di riparazione per toglierle”.

Dopo queste parole, la Beata Madre parlò, dicendo a Lucia:
Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine con cui gli uomini ingrati mi trafiggono ogni momento con le loro bestemmie e ingratitudini. Tu, almeno, cerca di consolarmi e di' che prometto di assistere nell'ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza, tutti coloro che, nel primo sabato di cinque mesi consecutivi, si confesseranno, riceveranno la Santa Comunione, reciteranno cinque decine del Rosario e mi terranno compagnia per quindici minuti meditando sui misteri del Rosario, con l'intenzione di ripararmi.
La Beata Vergine condivise due condizioni per ottenere la fine delle guerre: l'osservanza dei primi sabati in tutta la Chiesa e la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato, richiesta in una successiva apparizione a Tuy (Tui), in Spagna, nel 1929.

Ma è la condizione dei Primi Sabati, ha detto de Lassus al Register il 26 agosto, che "è stata dimenticata e deve essere soddisfatta il prima possibile perché la situazione spirituale e geopolitica nel mondo è catastrofica e il Paradiso aspetta da quasi cento anni".

In un'omelia tenuta al Santuario di Nostra Signora di Guadalupe nel Wisconsin, il primo sabato di giugno di quest'anno, il cardinale Burke ha sottolineato l'importanza della devozione , affermando che "l'insistenza della Madonna sulla devozione dei primi sabati è una meravigliosa espressione del suo indefettibile amore materno".

Ricordando una seconda visione che Lucia ricevette a Pontevedra nel febbraio del 1926, relativa alla devozione del Primo Sabato, il Cardinale Burke raccontò come il Bambino Gesù le avesse detto che “molte anime” avevano iniziato la devozione, ma “poche le portano a termine, e quelle che le portano a termine, lo fanno per ricevere le grazie promesse”. Le disse che gli sarebbe piaciuto di più se avessero compiuto “cinque decadi con fervore e con l'intenzione di fare riparazione al Cuore della loro Madre celeste, piuttosto che compiere quindici decadi in modo tiepido e indifferente”.

Il cardinale ha sottolineato che la devozione “non è un atto isolato, ma esprime uno stile di vita, vale a dire la conversione quotidiana del cuore al Sacratissimo Cuore di Cristo, sotto la guida materna e la cura del Cuore Addolorato e Immacolato di Maria, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime”.

Ha anche incoraggiato i fedeli, dicendo che, sebbene la Madonna abbia chiarito la grande sofferenza che deriva dal non abbracciare la devozione al suo Cuore Immacolato, ha anche dato parole di speranza sottolineando che "alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà".

Devozione nel Burundi


De Lassus ha affermato che, oltre al Cardinale Burke e al Cardinale Sarah, l'alleanza è in contatto con molti vescovi in ​​tutto il mondo che hanno attirato l'attenzione sulla devozione. Ha sottolineato in particolare la Conferenza episcopale del Burundi, dove 10.000 fedeli hanno partecipato alla devozione del Primo Sabato il 3 maggio di quest'anno: la prima volta da quando la Madonna pronunciò il suo messaggio un secolo fa, che l'intera Chiesa di un Paese si è riunita per rispondere alla chiamata della Beata Vergine.

Altri prelati stanno celebrando la devozione, ha detto, aggiungendo che anche monasteri, rettori di santuari e altri hanno "accolti con fede questi Primi Sabati". Ad agosto, l'alleanza ha tenuto una novena per pregare affinché Papa Leone XIV praticasse la devozione durante il Giubileo della Speranza del 2025.

Alla domanda se l'iniziativa continuerà oltre quest'anno e l'anniversario, de Lassus ha affermato che questo è solo "un passo" per garantire che la devozione venga celebrata in modo permanente, e ha attirato l'attenzione sulle "Città del Primo Sabato" già istituite, dove i fedeli in centinaia di città in tutto il mondo praticano la devozione, rendendo tutti i partecipanti "uniti nella preghiera all'interno della Chiesa".

Ricordando che il 13 giugno 2029 segnerà il centenario della richiesta di consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, de Lassus ha sottolineato che “più che mai dobbiamo impegnarci a obbedire alla Madonna, utilizzando i mezzi che ci ha donato, in particolare il Rosario e i primi sabati”.

"Il suo trionfo potrebbe benissimo verificarsi durante questi tre anni e mezzo che incorniciano questi due anniversari", ha affermato. "Dipende da noi".





L’ecclesiologia del Vaticano II confutata prima del Vaticano II. Il dramma di chi vide il falso imporsi sul vero


Nella foto, monsignor Fenton e una pagina del suo diario sul Concilio Vaticano II


04 set 2025


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by Aldo Maria Valli



Una delle deviazioni più evidenti dalla dottrina precedente al Concilio Vaticano II è visibile nella teologia della Chiesa (ecclesiologia), cioè nella comprensione che la Chiesa cattolica ha della propria natura, funzione e necessità. Il Vaticano II (1962-1965), i cui documenti furono solennemente ratificati da Paolo VI (1963-1978), abbracciò una nuova dottrina per consentire l’ecumenismo, lo sforzo di perseguire “l’unità cristiana” con le sette ortodosse e protestanti in modo diverso dall’obbligo di convertirsi al cattolicesimo.

Poiché l’insegnamento cattolico perenne sulla Chiesa non consentiva un simile sforzo, come chiarito dai papi Pio IX, Leone XIII, Pio XI e Pio XII, il Vaticano II sostituì il “vecchio” insegnamento con i suoi “nuovi elementi” ecclesiologici che rivoluzionarono il modo in cui la Chiesa vede sé stessa e le altre religioni.

Mentre per 1900 anni la Chiesa cattolica si era considerata l’unica vera Chiesa fondata da Gesù Cristo, e vedeva in tutte le altre religioni “cristiane” niente altro che sette eretiche e scismatiche fondamentalmente estranee ad essa, la dottrina “nuova e migliorata” del Vaticano II presentò una Chiesa fondata da Gesù Cristo come esistente pienamente (“sussistente”) nella Chiesa cattolica e parzialmente (in alcuni “elementi”) nelle sette ortodosse e protestanti (le cosiddette “altre chiese cristiane e comunità ecclesiali”). E ciò aprì appunto la porta all’ecumenismo, che da allora ha causato danni incalcolabili alle anime.

Abbiamo già dimostrato più volte l’incompatibilità tra l’insegnamento pre-Vaticano II e la dottrina del magistero conciliare e post-conciliare. Qui ci concentreremo su come la nuova dottrina (in forme rudimentali) fosse già stata proposta nella Chiesa negli anni precedenti il ​​Concilio Vaticano II e fosse stata confutata da monsignor Joseph Clifford Fenton (1906-1969). Nella sua imponente opera “The Catholic Church and Salvation”, “La Chiesa cattolica e la salvezza” (1958), monsignor Fenton descrive e confuta quella che, in sostanza, solo pochi anni dopo sarebbe diventata la dottrina del Vaticano II. La definisce una “aberrazione dottrinale” e la identifica semplicemente come un’altra variante dell’indifferentismo, ovvero l’idea secondo cui, per quanto riguarda la salvezza, non importi a quale religione o a quale chiesa si appartenga.

Nel capitolo dedicato all’insegnamento di Pio IX contenuto nell’allocuzione Singulari Quadam del 9 dicembre 1854, Fenton spiega quali errori vi si oppongono.

Fenton ricorda che nella Singulari quadam (9 dicembre 1854), papa Pio IX esortava i vescovi della Chiesa cattolica a usare tutte le energie per sradicare dalle menti degli uomini il mortale errore secondo cui la via della salvezza può essere trovata in qualsiasi religione. L’errore ha una sua peculiare e individuale malignità. Si basa infatti sulla falsa implicazione che le false religioni, diverse da quella cattolica, siano in qualche misura un approccio parziale alla pienezza della verità che si trova nel cattolicesimo. Secondo questa aberrazione dottrinale, la religione cattolica si distinguerebbe dalle altre non come il vero si distingue dal falso, ma solo come la pienezza si distingue dalle rappresentazioni incomplete.

Comunione parziale, comunione imperfetta, elementi ecclesiali, verità parziale contro pienezza della verità: tutte queste idee erano respinte dalla Chiesa prima del Vaticano II.

Scriveva Pio IX: “Lungi da Noi, Venerabili Fratelli, la pretesa di porre limiti alla divina misericordia, che è infinita! Lungi da Noi lo scrutare i consigli e i misteriosi giudizi di Dio, profondità insondabile dove il pensiero umano non può penetrare! Ma appartiene al dovere del Nostro ufficio apostolico eccitare la vostra sollecitudine e vigilanza episcopale a fare tutti gli sforzi possibili per rimuovere dalle menti degli uomini l’opinione, tanto empia quanto funesta, secondo cui gli uomini possono trovare in qualsiasi religione la via dell’eterna salvezza. Impiegate tutte le risorse del vostro ingegno e della vostra dottrina per dimostrare al popolo affidato alle vostre cure che i dogmi della fede cattolica non sono in alcun modo contrari alla misericordia e alla giustizia divina. La fede ci ordina di sostenere che fuori dalla Chiesa Apostolica Romana nessuno può essere salvato, che essa è l’unica arca di salvezza e che chiunque non vi entrerà perirà nelle acque del diluvio… Quando saremo liberati dai vincoli del corpo vedremo Dio quale Egli è, comprenderemo perfettamente da quale ammirevole e indissolubile legame siano unite la divina misericordia e la divina giustizia; ma finché saremo sulla terra, curvi sotto il peso di questa massa mortale che sovraccarica l’anima, teniamo fermo ciò che la dottrina cattolica ci insegna, che c’è un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo; cercare di penetrare oltre non è permesso. Come esige la carità, effondiamo davanti a Dio preghiere incessanti, affinché, da ogni parte, tutte le nazioni si convertano a Cristo; lavoriamo, per quanto è in noi, per la comune salvezza degli uomini. Le braccia del Signore non si accorciano, e i doni della grazia celeste non mancano mai a coloro che sinceramente li desiderano e che implorano l’assistenza di quella luce. Queste verità dovrebbero essere profondamente incise nelle menti dei fedeli, affinché non si lascino corrompere da false dottrine, il cui scopo è propagare l’indifferenza in materia di religione, un’indifferenza che vediamo crescere e diffondersi da ogni parte, a danno delle anime”.

Siamo seri: c’è qualcuno nella “Chiesa del Vaticano II” che aderisce a questo insegnamento di papa Pio IX? Porre la domanda equivale già a rispondere: ovviamente no!

Fenton era noto (e odiato) da molti per la sua ferrea ortodossia, che non si piegava né ai progressisti del suo tempo né al rigorista Leonard Feeney. Come professore di teologia dogmatica e fondamentale presso la Catholic University of America e direttore dell’”American Ecclesiastical Review” (1944-1963), Fenton ebbe una notevole influenza teologica sul clero e sui seminaristi americani di quel periodo, e nel marzo 1954 fu premiato da papa Pio XII per i suoi contributi teologici e insignito della medaglia Pro Ecclesia et Pontifice.

Durante il Concilio Vaticano II, Fenton fu consulente teologico del cardinale Alfredo Ottaviani. I suoi diari del Concilio forniscono spunti affascinanti e terrificanti sul massacro teologico che si stava verificando.

Meno di tre settimane dopo l’apertura del cosiddetto Concilio ecumenico, Fenton scrisse: “Questo segnerà la fine della religione cattolica come l’abbiamo conosciuta finora. Ci saranno messe in lingua volgare e, peggio ancora, ci sarà una teologia miserabile nelle costituzioni” (31 ottobre 1962). E meno di un mese dopo osservava: “Se non credessi in Dio, sarei convinto che la Chiesa cattolica stia per finire”.

Qualcuno potrebbe obiettare che Fenton comunque accettò l’insegnamento ecclesiologico del Vaticano II quando fu promulgato nel 1964 (in “Lumen gentium”) e nel 1965 (in “Unitatis redintegratio”), ma la sua testimonianza ci fa capire chiaramente come la consapevolezza delle drammatiche conseguenze del Vaticano II fosse già ben presente in alcuni.

Fenton credeva che Paolo VI fosse il papa legittimo e quindi, data la sua ferma adesione all’insegnamento cattolico tradizionale sul papato, accettò la dottrina conciliare come necessariamente cattolica. Dobbiamo ricordare che nei pochi anni in cui egli visse dopo il Concilio – morì il 7 luglio 1969 – era ancora possibile, in buona coscienza, dare ai testi ambigui del Concilio un’interpretazione ortodossa, nella misura in cui un’interpretazione ufficiale di alcuni punti controversi del Concilio non era ancora stata diffusa.

Ai nostri fini, il punto è che la dottrina ecclesiologica del Vaticano II è nuova e incompatibile con la dottrina perenne conosciuta, insegnata e creduta prima del Concilio. Non si può difenderla con la pretestuosa motivazione che si tratti semplicemente di un “approccio diverso” all’unità della Chiesa, un approccio che pone l’accento su aspetti diversi rispetto a quelli trattati in precedenza; né si tratta semplicemente di una riaffermazione più conciliante delle verità dottrinali senza tempo.

La relazione tra le due ecclesiologie è tale che se l’una è vera l’altra deve necessariamente essere falsa. In altre parole, si tratta di una questione di vero contro falso e non semplicemente di buono contro migliore, tradizionale contro contemporaneo, parziale contro completo, o negativo contro positivo.

Bisogna quindi scegliere. La Chiesa cattolica ha sbagliato per 1900 anni? Oppure è forse la “Chiesa del Concilio Vaticano II” a essere in errore?

novusordowatch.org





mercoledì 3 settembre 2025

La dignità della donna: esaltata dal Cristianesimo e mortificata dalla cultura moderna




Società | CR 1914


di Cristina Siccardi, 3 settembre 2025 

La squallida e ormai nota vicenda del sito della vergogna, con 800 mila utenti (stiamo parlando di quasi un milione di persone!) e 10 milioni di messaggi scritti, ora chiuso, era attivo da ben vent’anni. Aperto nel 2005, ha operato per tutto questo tempo insieme ad altre realtà virtuali dello stesso tenore. Ma questa amarissima storia è solo la punta di un iceberg. Quel sito ha solamente scoperchiato un vaso di Pandora che raccoglie altre realtà virtuali pornografiche, aggressive e degenerate, coinvolgendo, dietro gli schermi digitali, un numero spropositato di uomini, giovani e non; infatti, sono sempre di più le donne di tutte le età, comuni (fidanzate, mogli, compagne) oppure appartenenti al mondo della politica o dello spettacolo, che scoprono le proprie foto, sia private che pubbliche, sia autentiche che modificate, oppure ottenute con l’intelligenza artificiale, all’interno di blog e siti internet pornografici, senza il loro consenso.

Ha scritto la Cgil a riguardo del sindaco di Firenze, Sara Funaro, anche lei gettata nella fossa della depravazione: «Questi attacchi non sono semplici commenti. Sono espressione di una cultura patriarcale che colpisce le donne nello spazio pubblico con il linguaggio dell’odio, del sessismo e della violenza patriarcale. Alla sindaca Funaro e a tutte le altre vittime finite sotto questi attacchi vergognosi va tutta la nostra vicinanza». Bene denunciare, bene rendere pubblica tale situazione, ma tutto questo marciume non è espressione della cultura patriarcale, è effetto invece del demoniaco malessere sociale in Occidente, che va di pari passo con il cosiddetto femminicidio, il bullismo e la violenza fra i giovani.

Questo clima esacerbato e di infima corruzione morale ha delle cause, non nasce dal nulla, bensì da una cultura femminista che si è andata via via trasformando, avviluppando, aggrovigliando, tralignando nella competizione surreale della parità dei sessi – i due sessi non sono uguali, sono diversi a livello biologico e complementari a livello psicologico e spirituale – fino ad arrivare alle teorie gender.

Ormai i corpi delle donne, giovani e meno giovani (vengono realizzati persino con calendari con donne attempate discinte), sono denudati ovunque, nelle pubblicità, nei film, negli spettacoli televisivi e nei locali pubblici, come le discoteche, ma anche sul lavoro, nei ristoranti, nei bar, nelle scuole, per la strada… perché, si dice, la donna può fare ciò che vuole di se stessa, indipendentemente dagli occhi indiscreti di chi le guarda, e la buona educazione, il buon gusto nel vestirsi e nel parlare, è stato inesorabilmente messo in un angolo. È come se, di degenerazione in degenerazione, non si conoscesse più la natura fisica, sensoriale e filosofica dell’uomo e della donna e mancando questa conoscenza si è entrati in un vortice di primordialità bestiale e orgiastica che non ha nulla a che vedere con il concetto di patriarcato di stampo cristiano.

Quando l’Occidente viveva nella mentalità cristiana c’era il rispetto e la cavalleria per le donne, approcci attualmente andati in disuso. Oggi, il sesso è stato linguisticamente trasformato in genere, in quanto, a tavolino e senza prove scientifiche, la comunità occidentale culturale e mediatica dominante ha stabilito l’esistenza di altri generi, che trova la sua sintesi nell’acronimo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender come quello omossessuale e lesbico).

Sorto come movimento organizzato nel XIX secolo, il femminismo trova le sue radici nella cultura anticristiana illuministica, dove sono maturate le idee di libertà, di uguaglianza, di fratellanza universale… ed ora se ne vedono tutte le conseguenze. Fu durante la Rivoluzione francese che, per la prima volta, le donne si organizzarono collettivamente istituendo dei circoli femminili al fine di rivendicare l’universalità dei diritti a cui aspiravano anche i maschi giacobini.

Le pietre miliari del femminismo della prima ora furono due libri: I diritti delle donne del 1792 dell’inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797) e la Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine, pubblicato nello stesso anno del precedente, a firma dell’attivista Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze (1748-1793). Nel libro A Vindication of the Rights of Woman, Wollstonecraft scrive: «È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne – è tempo di restituire loro la dignità perduta – e fare in modo che esse, come parte della specie umana, si adoperino, riformando se stesse, per riformare il mondo» (M. Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman (1792), a cura di Eileen Hunt Botting, Yale University Press, 2014, p.71). In queste pagine si parla di dignità perduta, facendo intendere che è esistito un tempo in cui questa dignità era presente.

Il vocabolario Treccani definisce così il lemma femminismo: «Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne».

Fra le contraddittorietà più marcate dell’illuminismo e del liberalismo ricordiamo l’ostilità viscerale contro il Medioevo. Tutto l’Illuminismo si è concentrato a screditare l’età di mezzo, accusandola di essere un’epoca oscurantista. La questione è ben diversa e a dispetto del liberalismo, in cui si esaltano le “libertà” più svilenti e distruttive (si pensi al divorzio, all’aborto, all’eutanasia), nel Medioevo sorsero le nazioni europee, si diede un’identità ai popoli, si salvò la cultura sia sacra che profana (grazie alle abbazie); si diede vita a confraternite, ordini cavallereschi, ospedali, istituzioni religiose di eccezionale valore per il bene delle anime e delle menti, e di conseguenza per il bene degli individui nella loro integralità. E fu proprio in questo periodo che il valore delle donne emerse in tutto il suo splendore. Il Cristianesimo è stata la religione che, più di ogni altra, ha posto in luce le doti femminili: guardando al modello e alle virtù di Maria Vergine, Madre di Dio.

La fede cattolica ha eliminato ogni tipo di sopruso sulle donne, senza mai porre in contrasto, in gara agonistica e competitiva gli uomini ad esse. Pensiamo al valore e alla dignità femminile inneggiata da Dante nella Divina Commedia. Nel Medioevo ecco lumeggiare figure del calibro di santa Ildegarda di Bingen, santa Caterina da Siena, santa Brigida di Svezia, santa Margherita di Scozia, della regina Eleonora di Provenza regina d’Inghilterra, Adelaide di Torino, Matilde di Canossa… l’elenco è innumerevole. Un piccolo esempio, nella valanga di fatti ed episodi che potrebbero essere presi in considerazione: il marito della regina di Scozia Margherita, Malcom III, nell’XI secolo, non seppe mai leggere, mentre la moglie era molto acculturata, ma non per questo egli si sentiva sminuito, anzi, cercava sempre il suo consiglio e il suo supporto.

La maggior parte di queste figure sono state cancellate dalla pubblicistica dominante, mentre quando viene presa in considerazione la restante minima parte, lo si fa con un metro deformante, camuffando e storpiando a proprio piacimento le vicende storiche. Tutto ciò viene ad infangare la realtà dei fatti, ingannando i propri contemporanei sulla trasmissione del sapere.

In Occidente, fino ai prodromi del femminismo, né donne, né uomini della cristianità cercavano la rivendicazione sull’altro sesso, ma insieme faticavano, sudavano e si sacrificavano nella famiglia e nella società per proseguire nel cammino terreno della vita con lo sguardo rivolto a Dio e proiettati, nel bene o nel male, verso l’eternità.

Occorrerebbe essere oggettivi e finalmente, con onestà intellettuale e autocritica sincera, formulare un pensiero concreto e realista, per considerare che la vera e libera dignità della donna è esaltata proprio e solo all’interno del Cristianesimo: «Chi dunque potrebbe pretendere di escludere le donne da questa partecipazione [ovvero l’essere a immagine e somiglianza di Dio, ndr], dato che esse sono nostre coeredi della grazia e visto che l’Apostolo [san Paolo] dice […]: “Voi siete infatti tutti figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né Giudeo, né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché siete tutti uno solo in Gesù Cristo?”» (Sant’Agostino, De Trinitate, XII 7).




La scelta dell’istruzione parentale cattolica


(Foto di Tuyen Vo su Unsplash)



Di Don Samuele Cecotti, 3 set 2025

La scelta dell’istruzione parentale cattolica presuppone una riscoperta centralità della famiglia e della genitorialità. Spesso, tanto in Europa quanto in USA, l’educazione parentale è scelta da famiglie cattoliche che non si limitano a rifiutare il modello della scuola “pubblica” laica ma che collocano la questione “scuola” nel più vasto orizzonte di una complessiva visione del mondo.

La scelta dell’istruzione parentale cattolica si accompagna spesso a precise scelte culturali riguardo l’idea di famiglia, di società, di politica, di vita ecclesiale, etc. ovvero è parte coerente di una alternativa consapevole al modello culturale dominante. Non è un caso se, in Francia come in USA e un po’ ovunque, l’istruzione parentale è molto praticata proprio dalle famiglie cattoliche di “area tradizionalista” ovvero da quelle famiglie che si oppongono al compromesso del cristianesimo con la modernità ideologica e ricercano invece l’integralità della fede cattolica secondo Tradizione tanto in campo liturgico quanto dogmatico e morale.

Spesso queste famiglie sono seriamente impegnate a riscoprire il vivere tradizionale cattolico a tutto tondo e dunque anche nei ruoli familiari con la valorizzazione della virilità maritale-paterna e della femminilità muliebre-materna. In questo quadro, centrale diviene la scelta della moglie-madre di non lavorare fuori casa ma di occuparsi a tempo pieno della famiglia. Riscoprire la bellezza di essere casalinga è un tema ricorrente in tutte le realtà femminili cattolico-tradizionali, specie se qualificate dalla scelta dell’istruzione parentale.

L’essere famiglia mono-reddito non sempre è economicamente sostenibile, ecco dunque la necessità di pensare a forme di integrazione del reddito familiare attraverso piccole attività lucrative domestiche che la moglie-madre casalinga potrà svolgere con la libertà e la flessibilità necessarie alle esigenze familiari. E ciò sarà possibile proprio perché dette attività lucrative saranno del tutto autogestite e libere, attività inserite nella quotidiana attività domestica familiare. Gli esempi si sprecano, anche con casi di notevole successo, e varia ne è la tipologia, dalla agricoltura di prossimità (per chi ha campagna è relativamente facile integrare il reddito con la produzione-vendita a livello casalingo di ortaggi, frutta o lavorazioni degli stessi come conserve, marmellate, etc.), al piccolo artigianato domestico femminile (cucire, ricamare, etc.), al fornire servizi quali ad esempio la stessa istruzione (se la madre-moglie casalinga ha le competenze adeguate per insegnare una certa materia può benissimo integrare il reddito familiare svolgendo lezioni private di quella stessa materia). Le attività lucrative orticole, artigiane, di insegnamento privato (es. le classiche “ripetizioni”) saranno una piccola attività “imprenditoriale” della moglie-madre casalinga ma, svolgendosi in casa e in assoluta autogestione, non costituiranno ostacolo alla vita armoniosa della famiglia e alla scelta dell’istruzione parentale.

Quando penso a questo tipo di scelta, a questo modello di famiglia ho certamente in mente i dati generali che possiamo leggere sul fenomeno in USA ed Europa, sulla percentuale sempre crescente di giovani sposi cattolici “intransigenti” che scelgono questa coerenza di vita (in Francia e in USA il fenomeno è molto più evidente, in Italia meno), sul legame strettissimo che si registra tra tradizionalismo cattolico, riscoperta di virilità e femminilità nei ruoli familiari, scelta della sposa di essere casalinga, istruzione parentale. Ma ho anche in mente i volti di persone in carne e ossa che tale scelta la vivono, volti di giovani amici, di giovani sposi. In particolare ho in mente alcune famiglie di Trieste e due famiglie di San Giovanni in Persiceto (Bologna) che incarnano quanto sopra: sposi cattolici, famiglie mono-reddito, moglie-madre casalinga, lavori femminili tradizionali per integrare il reddito familiare, istruzione parentale.

Le due giovani spose di San Giovanni in Persiceto, ad esempio, quando le conobbi, avevano una buonissima posizione lavorativa ben retribuita e coerente con gli studi svolti, eppure, fatta famiglia, hanno deciso di lasciare il lavoro dipendente e di essere casalinghe. Questo impegno familiare a tempo pieno consente loro di dedicarsi all’istruzione domestica dei figli (numerosi) e a una forma di piccolo artigianato domestico. Entrambe sono abili sarte e così, senza dover lasciare il focolare domestico, possono contribuire al bilancio familiare riscoprendo, peraltro, quei lavori femminili oggi spesso dimenticati (cucire, ricamare, lavorare all’uncinetto, etc.).

Monica, una delle due spose persicetane di cui sopra, ha sviluppato negli anni un vero e proprio atelier domestico dove realizza artigianalmente prodotti a forte connotazione cattolico-tradizionale, un artigianato femminile catto-trad. Per chi volesse conoscere il lavoro artigianale-domestico di Monica può farlo consultando il sito web dedicato: https://monnicraft.com/ Sono certo possa essere di ispirazione per molte giovani donne che magari desiderano fare la scelta di essere casalinghe ma che non hanno ancora trovato il coraggio di compiere il passo, magari perché lo pensano impossibile economicamente.

Negli ultimi anni Monica ha ideato anche un diario cattolico per i bimbi “A scuola con i santi” – secondo il calendario dell’antico Rito Romano così da accompagnare i giorni della scuola con le figure dei santi e secondo il ritmo millenario della liturgia vetus ordo. Anche questa ultima iniziativa mi dicono sia, di anno in anno, un successo.

La ricetta funziona: cattolicesimo tradizionale, famiglia numerosa, virilità e femminilità riconosciute e valorizzate, moglie-madre casalinga, istruzione parentale, riscoperta del lavoro femminile domestico.

E sono coppie giovani, spesso di laureati tutt’altro che incolti o naïf, a scegliere per la propria famiglia la via della tradizione, della moglie-madre casalinga, dei figli istruiti privatamente, della religione rimessa al centro.



Fonte

Dall’evento all’esperienza: Il Meeting di Rimini come epistemologia neomodernista del cristianesimo


Draghi al Meeting di Rimini 2025 (screenshot)



Di Daniele Trabucco, 3 settembre 2025

La categoria di “evento”, che ha costituito il cardine teoretico dell’esperienza di Comunione e Liberazione e, conseguentemente, del Meeting di Rimini, porta in sé una intrinseca ambiguità. Finché Mons. Don Luigi Giussani ne fu guida viva e presente, essa rimase in qualche modo ancorata a una fedeltà alla Tradizione: l’”evento” era inteso sì come accadere nella storia, ma in un quadro metodologico che ancora riconosceva il primato dell’oggettività della verità rivelata e della continuità dogmatica. L’esperienza cristiana giussaniana, pur con i suoi limiti terminologici, non cadeva in una deriva relativista: l’evento non era puro fenomeno, bensì segno sacramentale, epifania dell’Incarnazione che rinviava a un contenuto veritativo superiore.

Tuttavia, una volta venuta meno la sua figura, quel fragile equilibrio si è spezzato. Il metodo è stato separato dalla sua radice. La categoria di evento si è saldata a quella di esperienza, producendo una riduzione tipicamente neomodernista: il cristianesimo come accadere soggettivo, come vissuto esistenziale, come incontro che “muove” la persona, ma senza più il riferimento forte al dogma, alla Tradizione, alla verità ontologica e immutabile.

L’esperienza, se non ancorata all’oggettività della verità rivelata, scivola in un empirismo religioso che riconduce la fede a fenomeno psicologico, a vitalismo comunitario, a emozione condivisa.

È esattamente lo schema delineato da san Pio X nella “Pascendi” del 1907: la fede come sentimento intimo, come esperienza del divino che si dà nell’evento e che si rigenera di volta in volta nella comunità.

In tale passaggio, il Meeting di Rimini ha mostrato la sua metamorfosi. Mentre con Giussani il cristianesimo rimaneva esperienza di un evento ancorato all’oggettività del Logos, successivamente l’evento si è fatto narrazione culturale e l’esperienza si è trasformata in vissuto fenomenologico da condividere. Il legame con la Tradizione si è dissolto in una ermeneutica dell’incontro che non giudica più, ma semplicemente accoglie. Si è assistito così a un transito dall’ontologia all’ermeneutica, dal dogma alla prassi, dalla verità al dialogo.

Le radici filosofiche di questo esito vanno cercate da un lato nel pensiero di Heidegger, che ha dissolto l’essere nell’accadere dell’esserci e, dall’altro, nella teologia di Rahner, per la quale l’esperienza trascendentale del divino è sempre già presente nell’autocoscienza umana. Da queste matrici deriva l’idea di un cristianesimo come “evento-epifania” che accade nella coscienza e si rinnova nell’esperienza, piuttosto che come verità eterna comunicata una volta per tutte nella Rivelazione e custodita nel dogma.

Il Meeting di Rimini, col tempo, non ha fatto che dispiegare le conseguenze di questa impostazione. Da luogo in cui si tentava di mostrare la ragionevolezza della fede, esso si è trasformato in piattaforma culturale dove il cristianesimo è posto accanto ad altre visioni senza criteri di verità, come se fosse una opzione dialogica tra le altre. L’evento è diventato spettacolo, l’esperienza è divenuta emozione comunitaria, il dogma è stato sostituito da narrazione, la verità dal consenso.

In definitiva, il Meeting appare oggi come un paradigma del neomodernismo: un cristianesimo ridotto a esperienza dell’evento, a vissuto fenomenologico senza fondamento ontologico, a religione culturale incapace di affermare la propria unicità salvifica.

Finché vi fu Giussani, la tensione alla Tradizione frenava la deriva; ma venuto meno quel riferimento personale, la struttura concettuale dell’ “evento-esperienza” ha dispiegato tutta la sua forza dissolutiva. Da strumento di testimonianza, il Meeting si è trasformato in laboratorio di contaminazione culturale, mostrando con chiarezza come un cristianesimo privato del suo fondamento dogmatico e metafisico non possa che collassare in un umanesimo vago, privo di verità e, quindi, incapace di salvare.






Papa Leone XIV e la Messa Tradizionale




Il silenzio di Leone XIV sulla Messa tradizionale perdura. Di seguito interessanti riflessioni messe insieme dalla FSSPX, raccogliendo affermazioni da fonti cattoliche d'interesse. Sono in molti oggi a non rendersi conto di quale livello di gravità sarebbe avere un pontefice regnante che - per ragioni di anagrafe e in quanto figlio del concilio - non abbia alcuna idea di cosa sia la messa di San Pio V.




3 settembre 2025

Sul sito web americano The Pillar, il 17 giugno 2025, Ed Condon chiede: "Papa Leone XIV può permettersi di rimanere attendista riguardo al Traditionis Custodes?". E osserva: "Mentre crescono le aspettative di un intervento papale, il pontefice stesso non ha dato alcuna indicazione pubblica sui suoi piani di riesaminare la questione, né sui tempi in cui potrebbe scegliere di farlo".

Tuttavia, il giornalista americano fornisce informazioni poco note al pubblico francofono: "È chiaro che la questione è stata portata all'attenzione di Leone XIV. In un video pubblicato online, il cardinale Raymond Burke ha rivelato [qui - qui], in occasione del 60° anniversario della Latin Mass Society [il 14 giugno 2025 a Londra], di aver discusso la questione con il nuovo papa".

"Tuttavia, sebbene il prelato abbia espresso la sua 'speranza che [Leone XIV] intraprenda, il prima possibile, lo studio di questa questione e tenti di riportare la situazione allo stato in cui si trovava dopo il Summorum Pontificum, non ha fornito alcuna indicazione su come il Papa abbia accolto la sua richiesta."

Riguardo al possibile interesse del nuovo Papa per la Messa tridentina, James F. Keating, scrivendo sul sito web First Things del 23 giugno, ricorda che Leone XIV aveva 10 anni alla fine del Concilio Vaticano II. Egli osserva che "a differenza dei suoi recenti predecessori, Robert Prevost non è diventato sacerdote in una Chiesa [cioè preconciliare] prima di ritrovarsi in un'altra Chiesa [cioè conciliare].

— Questa affermazione è un'ammissione della rottura causata dal Concilio: una Chiesa prima e una Chiesa dopo! Per questa ragione storico-cronologica, James F. Keating ritiene "probabile che il pontificato di Leone XIV consisterà più nell'attuazione del Concilio Vaticano II che nel discuterlo". In altre parole, un'applicazione pratica del Concilio data per scontata, senza interpretazione teorica. Ma è possibile?

Possiamo ignorare la riflessione dottrinale sul Vaticano II? Accontentarci di applicare le riforme conciliari senza risalire ai principi da cui derivano? In breve, applicarne gli effetti senza risalire alle loro cause, per paura di mettere in discussione questi principi, considerati dati per scontati, o addirittura "irreversibili".

Questo significa dimenticare che la realtà è ostinata. E i fatti, sempre ostinati, difficilmente si lasciano manipolare da ideologie. James F. Keating ammette: "Una delle questioni che Papa Leone dovrà risolvere è quella della forma straordinaria della Messa". Avendo pochi ricordi personali, è improbabile che la Messa antica lo preoccupi in alcun modo.

"Piuttosto, si troverà di fronte a un fatto semplice: la liturgia che il Concilio ha ritenuto opportuno riformare esercita un fascino inaspettato sui giovani cattolici. Ciò indica che la ricezione delle questioni liturgiche da parte del Concilio è incompleta e richiede una seria riflessione teologica prima di qualsiasi ulteriore azione destabilizzante da parte del magistero papale.

Affermare che "la ricezione delle questioni liturgiche da parte del Concilio è incompleta" significa implicitamente riconoscere che la riforma liturgica conciliare è essa stessa parziale (troncata) o di parte (truccata). Una "seria riflessione teologica" è essenziale, indipendentemente dall'età del Papa.



(Fonti: The Pillar/First Things – Trad. à partir de belgicatho et benoitetmoi – DICI n°458 – FSSPX.Actualités)