mercoledì 4 giugno 2025

Ma qual è il DNA del Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres)?



Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera 1216 bis pubblicata da Paix Liturgique il 3 giugno, in cui si riporta un articolo di Rémi Fontaine, pubblicato il 29 maggio sul blog Le Salon beige (QUI).
Rémi Fontaine – confondatore del Pellegrinaggio di Chartres ed autore del libro Chartres t’appelle! (QUI su MiL) – propone e spiega dieci parole-chiave del pellegrinaggio che, giunto alla sua quarantatreesima edizione, partirà da Parigi fra tre giorni con la partecipazione di ventimila (giovani) pellegrini.

Nota del traduttore: il titolo dell’articolo richiama i primi versi della celebre canzone Santiano di Hugues Aufray (1961), adattamento francese del paroliere Jacques Plante dal canto marinaresco irlandese Santianna: «È un famoso tre alberi, snello come un uccello (issate le vele, Santiano!), diciotto nodi, quattrocento tonnellate, sono orgoglioso di essere un marinaio. Tieni duro contro le onde e tieni duro contro il vento (issate le vele, Santiano!), se Dio vuole, sempre dritto davanti a noi, andremo fino a San Francisco» (la spiegazione è data a conclusione dell’articolo).


L.V.



Il «DNA» del Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres): «Un famoso tre alberi…!»

Nel cuore dell’Anno Giubilare dedicato al tema «Pellegrini di speranza», dopo l’elezione di Papa Leone XIV e in vista della Pentecoste, ecco dieci approcci (dieci «parole chiave») richiesti dal blog Le Salon Beige a Rémi Fontaine sul «DNA» del Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres), la sua storia e il suo spirito che ci presenta nel suo libro Chartres t’appelle! [Chartres ti chiama!: N.d.T.] (Via Romana) [QUI: N.d.T.].

1. Crociati: riporto in esordio questa citazione di padre Jacques Sevin S.I.: «È sempre bene, per non invecchiare, immergersi nello spirito delle proprie origini…». «Ora, il nostro spirito, aggiungeva (al presente), è uno spirito di crociata, altrimenti non siamo più noi». Ovviamente parlava degli Scouts de France, ma questo può applicarsi anche alla storia del nostro pellegrinaggio. È proprio uno spirito di crociata (in senso spirituale) che ha presieduto alla sua nascita. All’appello di San Giovanni Paolo II! È necessario ricordare il contesto: eletto nel 1978 con le parole «Non abbiate paura!», era venuto in Francia per esortare la nostra nazione: «Francia, figlia primogenita della Chiesa, sei tu fedele alle promesse del tuo battesimo?» [QUI: N.d.T.]. E al Parc des Princes aveva interpellato i nostri giovani: «La permissività morale non rende gli uomini felici», riprendendo anche le parole del Vangelo: «Giovane, alzati, ragazza, alzati!» [Lc 7, 14: N.d.T.].

Nello stesso periodo fu inaugurato il Centre Henri et André Charlier (dal nome di due grandi convertiti al Cattolicesimo, uno scultore, l’altro educatore, amici dello scrittore Charles Péguy) con la volontà di riconquistare la cultura e l’amicizia francese. Era proprio il momento in cui François Mitterrand saliva al potere con un governo social-comunista. La situazione diventava preoccupante per i Cattolici. La libertà di insegnamento, in particolare, era chiaramente minacciata.

Sotto l’egida del Centre Henri et André Charlier, alla sua terza università estiva a Mesnil-Saint-Loup (il famoso paesino non di irriducibili Galli, ma di ferventi Cristiani guidati da don Emmanuel André!), abbiamo quindi deciso, insieme a diversi amici, di rispondere all’appello di San Giovanni Paolo II come figli della Francia e della Chiesa. Un appello a uscire da noi stessi e a liberarci per aiutare gli altri a fare lo stesso. Non liberare la Terra Santa, ma liberare le nostre anime e lo spazio francese dal veleno dell’apostasia e del laicismo. Cito ancora padre Jacques Sevin: «Queste terre, queste terre spirituali, appartengono a Cristo, devono tornare alla Cristianità. Ma per questo, dobbiamo essere noi stessi risolutamente Cristiani!». Questo è il principio del pellegrinaggio.

2. Figli della Chiesa: perché se eravamo e rimaniamo «tradizionalisti», eravamo e siamo risolutamente sotto il comando del Padre comune dei Cattolici. Fedeli a tutti e non a parte, singolarmente sotto questo aspetto della nuova evangelizzazione che unisce spirituale e temporale. I «tradi», come si dice, «non possono essere né un partito né un esercito né una Chiesa; sono uno stato d’animo», riassumeva Jean Madiran. E, naturalmente, un comportamento. Anche se questo comportamento appare troppo spesso agli occhi di alcuni come un «una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo» (Sap 2, 14). È «una professio e una devotio». Questo rimane lo spirito: una parte nel tutto, un lievito nella pasta. Non vogliamo certo fare «una Chiesa a parte», perché è la Chiesa che ci salva tutti, oggi e domani grazie a ieri! «Noi non siamo che nani sulle spalle di giganti», come diceva Bernardo di Chartres.

3. Pietà filiale: il Pèlerinage de Pentecôte si colloca in una storia che ormai ha più di quarant’anni, ma anche e soprattutto in una «preistoria» recente o lontana. Risale naturalmente alla Virgo pariturae (la Vergine che partorisce) venerata dai Druidi, poi alla reliquia del velo della Vergine e a San Luigi, ma più recentemente a Charles Péguy e al pellegrinaggio degli studenti. Dopo un periodo di edulcorazione o di oblio negli anni Sessanta/Settanta, bisogna rendere omaggio anche a quei pochi sentinelle individuali o collettive che hanno mantenuto viva la fiamma e che sono come i prodromi del nostro pellegrinaggio per tutti. Penso in particolare (ma ne dimentico sicuramente altri) a don Guy Montarien con i suoi studenti del Centre d’étude et de recherche culturelles pour les étudiants, all’Association des guides et scouts d’Europe, al Mouvement de la Jeunesse Catholique de France e alla Fédération catholique des étudiants de France, o a mons. Maxime Charles con la Basilique du Sacré-Cœur di Montmartre…

Per quanto riguarda più precisamente la storia del Pèlerinage de Pentecôte, un sottotitolo del mio libro precisa: «Propos de route et jalons pour l’histoire» [Appunti di viaggio e pietre miliari per la storia: N.d.T.]. Si tratta di una raccolta di testi scritti fin dall’inizio, redatti sul posto, «contestualizzati» (come si dice oggi) dalla crisi postconciliare. Non pretende di dire tutta la verità sul pellegrinaggio, che ovviamente non è esente (come questi testi) da critiche e debolezze, ma di rivelare le nostre intenzioni e le nostre aspirazioni di fronte alle opposizioni che hanno incontrato. Un po’ come un libro bianco per giudicare sulla base dei fatti.

4. Nel mondo ma non di questo mondo. Alcuni di questi testi sviluppano una riflessione sulle finalità del pellegrinaggio, sui suoi tre pilastri (Cristianità-Tradizione-Missione). Essa mira soprattutto a dimostrare che non cerchiamo di tornare indietro, di essere pellegrini di ieri, né tantomeno pellegrini di domani. Siamo pellegrini di oggi, in altre parole pellegrini di sempre. Peregrini: stranieri. Stranieri al mondo nella misura esatta in cui lo spirito del mondo è estraneo a Dio. È cercando Dio, al di là del mondo e del tempo, che i monaci in particolare hanno costruito la Cristianità, senza preordinarla, come ha ricordato Papa Benedetto XVI. Questo è il nostro approccio (l’opzione benedettina!): la nostra fuga dal mondo e dal tempo si chiama conversione, ma noi restiamo ben radicati in questo mondo, non è una fuga. Custodi della Tradizione, non siamo né «indietristi» (retrogradi) né progressisti. Pellegrini di speranza perché pellegrini di sempre, né di domani né di ieri. Custodi del Meglio senza essere migliori. Semplicemente alla ricerca del Regno (che non è di questo mondo ma già dentro di noi). Alla ricerca quindi della salvezza delle anime (secondo il tema del 2024). La nostra volontà missionaria si fonda sul Vangelo e sulla Tradizione. Sottoscriviamo quindi pienamente il tema dell’anno santo 2025: «Pellegrini di speranza»! E lo manifesteremo consacrandoci il 9 giugno al Sacro Cuore.

5. Laici: il Pèlerinage de Pentecôte esprime in particolare il punto di vista dei laici, secondo la giusta volontà del Concilio Vaticano II di promuovere il laicato cristiano. Concepito, organizzato e diretto da laici, il pellegrinaggio sfugge così, sin dalla sua creazione, a ciò che papa Francesco ha definito il (cattivo) clericalismo (sia interno che esterno), il che spiega forse la sua forza, la sua concordia e la sua longevità. Esiste infatti una grazia di stato legata al laicato, non solo alla gioventù (come diceva lo scrittore André Charlier), ma anche alle famiglie e in particolare ai genitori che hanno il compito temporale di trasmettere la fede che essi stessi hanno ricevuto dai propri genitori. Senza essere parte della Chiesa docente, essi hanno voce in capitolo in materia (entro i giusti limiti) e non hanno bisogno di alcun mandato per farlo, essendo i primi educatori dei propri figli.

Negli anni Ottanta, con il sostegno di sacerdoti amici, gli organizzatori del pellegrinaggio non si sono privati di esercitare questo diritto fondamentale. Come altri avevano fatto prima di loro (dom Jean-Philippe Lemaire O.S.B. o Jean Madiran di fronte alla rivoluzione del Catechismo e poi agli abusi liturgici; l’Association des Guides et Scouts d’Europe di fronte alla riforma dei neo-Scout de France; il Mouvement de la Jeunesse Catholique de France; le scuole fuori contratto…).

È il tempo delle famiglie e dei laici prima del sinodo, per così dire! Ma in una giusta distinzione dei poteri, senza la clericalizzazione dei laici né la secolarizzazione dei chierici che si vede troppo oggi e che denunciava Papa Benedetto XVI.

6. «Cristeros»: una delle caratteristiche del Pèlerinage de Pentecôte è il suo attaccamento alla dottrina di Cristo Re (compresa la sua regalità sociale) sviluppata da Papa Pio XI nella lettera enciclica Quas primas sulla regalità di Cristo, di cui quest’anno celebriamo il centenario. Questo non è sempre ben compreso dallo «spirito» del Concilio Vaticano II. Ciò non significa affatto che vogliamo la teocrazia (che non è cristiana) o addirittura lo Stato cristiano (oggi realmente impossibile). Né che non accettiamo la (vera) libertà religiosa. Significa semplicemente che verifichiamo sperimentalmente le parole del venerabile Papa Pio XII: «Dalla forma data alla società […] dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime» [QUI: N.d.T.].

Naturalmente, la comunità soprannaturale di persone che è la Chiesa (fondata da Cristo) non si confonde con la società temporale delle famiglie che è la nazione e che la Chiesa deve «informare» (nel senso filosofico di dare un senso) indipendentemente dall’unità o dalla divisione delle credenze e dal regime in vigore. Ma se la Chiesa non può trovare in essa una certa corrispondenza culturale, dovrà necessariamente agire in controcultura, come i primi Cristiani (o i dissidenti anticomunisti), con quelle che Papa Benedetto XVI chiamava «minoranze creative» o «oasi di cristianità». È la nostra convinzione militante che si incarna in una lotta contro-rivoluzionaria, per offrire un «letto di campeggio» al soprannaturale, secondo l’immagine di Charles Péguy. In altre parole: la nostra teologia politica (per riprendere il termine di mons. Éric Marie de Moulins d’Amieu de Beaufort, Arcivescovo metropolita di Reims) è la parabola del terreno e del seme: distinguere per unire! Se il Regno di Cristo è innanzitutto dentro di noi e non è di questo mondo, ha necessariamente una certa eco e un certo influsso sulla nostra vita sociale e politica in senso lato. Avendo dei Cristiani, occorrono spazi di Cristianità, anche se nelle catacombe o in isolotti, semi di Cristianità, ma meglio ancora in Nazioni cristiane! Perché «è un grande mistero, non basta avere la fede. Siamo fatti per vivere il nostro tempo nella Cristianità. Altrove, quando non è il martirio fisico, sono le anime che non riescono più a respirare» (Jean Madiran parafrasando Charles Péguy).

7. Cristianesimo: alla famosa supplica di mons. Marcel François Lefebvre – «Lasciateci fare l’esperienza della Tradizione!» – che è diventata quella delle comunità (ex) Ecclesia Dei e di una parte non trascurabile del popolo di Dio con il consenso di San Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto XVI, abbiamo aggiunto come laici responsabili del temporale: – Lasciateci fare l’esperienza della Cristianità! E abbiamo constatato che questo modo di obbedire al quarto comandamento – «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni» [Es. 20, 12: N.d.T.] – ha dato i suoi frutti nelle nostre comunità di vita, sia per quanto riguarda la pedagogia tradizionale della fede, sia per quanto riguarda la pedagogia educativa o politica. Ne sono prova, in particolare, le scuole indipendenti e il vero scoutismo, di cui sono noti lo spirito missionario e le vocazioni. È quindi eminentemente missionario, se si pensa che molti dei nostri pellegrini oggi non sono abituati a queste pedagogie e che i pellegrini alla prima esperienza sono sempre più numerosi, attratti dal senso del sacro e dalla trascendenza di questo cammino. Più per attrazione che per proselitismo! Il bene si diffonde da sé…

Le terre lontane da convertire (le «periferie») oggi ci hanno raggiunto a casa nostra. Basta uscire di casa e andare in strada (come diceva la mistica Serva di Dio Madeleine Delbrêl). Ciò non esime dal ricaricarci nei centri, nei nuclei, nei campi base o negli ecosistemi della Cristianità. «La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare» (papa Francesco) [QUI: N.d.T.]. Cominciare da noi stessi, da noi…

8. Nostra Signora della Speranza: l’idea del pellegrinaggio è nata a Mesnil-Saint-Loup, il villaggio cristiano convertito da don Emmanuel André grazie all’intercessione di Nostra Signora della Speranza. Il «metodo» del pellegrinaggio, se di metodo si può parlare, è quello per analogia con don Emmanuel André: «Il mio metodo? È quello di San Paolo: soffro tutto per gli eletti. Non ne ho altro». Diceva anche: «Avete una montagna di peccati, fate una montagna di preghiere». Si tratta della creazione di una società cristiana basata sulla preghiera e sulla penitenza, secondo le richieste della Vergine ai bambini stessi (da Françoise Mélanie Calvat [La Salette: N.d.T.] a Lucia dos Santos [Fátima: N.d.T.], passando per Bernarde-Marie Soubirous [Lourdes: N.d.T.]). Come un buon metodo naturale predispone alla grazia (il vero scoutismo nell’educazione, ad esempio, a differenza di un metodo che si allontana dalla legge naturale), un buon metodo soprannaturale (quello degli «esercizi spirituali», quello di don Emmanuel André) eleva le virtù naturali. Questo incontro intimo tra grazia e natura (e viceversa) dà, quando è vissuto in comunità, uno spazio di cristianità incarnata in un luogo e in un ambiente, con usi e costumi regolati dalla doppia e unica legge di Dio (la legge naturale dei dieci comandamenti e la legge soprannaturale dell’amore delle beatitudini). Costumi e virtù cristiane che non diventano folli…

9. Una Częstochowa francese: se il Pèlerinage de Pentecôte è diventato «la nostra Częstochowa nazionale» (dom Gérard Calvet O.S.B., Abate emerito di Sainte-Madeleine di Barroux), è perché il famoso pellegrinaggio polacco è stato anche per noi un modello. L’esempio di una Cristianità in marcia in pieno paese comunista, in pieno regime totalitario, ostile! Grazie alla grande novena lanciata dalla prigione dal Beato card. Stefan Wyszyński per preparare il millenario del battesimo di questa nazione. È quello che verrà chiamato «il miracolo polacco» che darà in particolare San Giovanni Paolo II e Lech Wałęsa (Solidarność) con la caduta del comunismo… E che ispirerà il piccolo miracolo di Chartres!

10. In conclusione: un «tre alberi»! Il Pèlerinage de Pentecôte è una nave mariana che ha le sue ancore in Cielo grazie alla sua preghiera, alla sua penitenza e alla sua fedeltà. «Un bel monumento davanti a Dio» che attraversa il mondo moderno, come scrive Charles Péguy in Clio. Una nave a tre ponti o meglio ancora «un famoso tre alberi snello come un uccello», come dice la canzone. Siamo orgogliosi, senza superbia, non di esserne marinai, ma di esserne pellegrini, nonostante le nostre debolezze e i nostri peccati. Una nave singolare (nello spazio e nel tempo) con tre grandi vele che gli organizzatori orientano e tendono (in termini marinari «stendono») instancabilmente sin dall’inizio. Queste tre vele si chiamano Tradizione, Cristianità e Missione! Ma non sono solo queste tre vele insieme a far avanzare la nave verso la nuova evangelizzazione. È chiaramente lo Spirito Santo che soffia su di esse, come mediazioni opportune e necessarie. «Se Dio vuole, sempre dritti davanti a noi», non «andremo fino a San Francisco», ma fino a Chartres e oltre: fino alla comunione dei santi, ma anche fino a una nuova Cristianità che è il suo trampolino di lancio, come diceva dom Gérard Calvet.

È lo Spirito Santo che ci fa andare avanti! Da qui il titolo del mio libro: Chartres t’appelle! Une Pentecôte de Chrétienté [Chartres ti chiama! Una Pentecoste della Cristianità: N.d.T.]. «Non vedete ciò che nasce», diceva già lo scrittore Louis Veuillot ai becchini frettolosi della defunta Cristianità che vedevano troppo in fretta ciò che muore ma non ciò che può risorgere. Chartres, ultreïa! [Andiamo oltre; saluto utilizzato dai pellegrini sul Cammino di Santiago per incoraggiarsi e motivarsi a proseguire il viaggio: N.d.T.]





Aborto senza ricovero, i Radicali tacciono sui rischi per le donne



L’Associazione Luca Coscioni preme sulle Regioni perché consentano di prendere a casa anche la seconda pillola prevista per l’aborto farmacologico. Ma questo va contro la legge e la letteratura scientifica mette in guardia sui rischi per la salute delle donne. Senza dimenticare i bambini.

Campagna folle

Vita e bioetica 



Numquam satis. Mai abbastanza. I Radicali non ne hanno mai abbastanza. Vorrebbero più fecondazioni artificiali e di tutti i tipi, più uteri in affitto, più droghe e più consumatori di droghe, più morti per eutanasia e più aborti. In merito a quest’ultimo tipo di omicidi, l’Associazione Luca Coscioni lancia la campagna Aborto senza ricovero. Di cosa si tratta? Nell’agosto del 2020 l’allora ministro della Sanità, Roberto Speranza, aveva pubblicato alcune linee guida per la somministrazione del preparato abortivo RU486, che dal 2021 è la metodica più usata per abortire in Italia: la prima pillola, il mifepristone che uccide il nascituro, deve essere presa in ospedale; la seconda, la prostaglandina che espelle il cadavere del feto, può essere assunta a casa. In breve per Speranza la procedura abortiva si poteva esplicare in regime di day hospital (clicca qui per un approfondimento).

Nonostante la misura permetta l’assunzione del secondo preparato a casa, tutte le Regioni, eccetto Toscana, Emilia Romagna e Lazio, si sono mostrate restie ad applicare le linee guida di Speranza. I Radicali così commentano: «Non tutte le Regioni, a distanza di 5 anni, hanno recepito e applicato le indicazioni ministeriali, sprecando così preziose risorse (economiche e professionali) e mettendo a rischio la nostra salute. Perché un ricovero non necessario è pericoloso per la salute e costituisce un costo evitabile. La campagna Aborto senza ricovero ha lo scopo di chiedere ai consigli regionali di approvare procedure chiare, definite e uniformi per l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, per garantire a tutte le donne la possibilità di scegliere e di prendere il secondo farmaco a casa». In breve questa campagna vuole esercitare un pressing psicologico su quelle Regioni riottose che guardano con diffidenza l’aborto domestico.

E perché tanta diffidenza? In primo luogo c’è la legge, proprio la 194, che vieta che l’iter abortivo – tutto l’iter abortivo – si svolga al di fuori delle strutture ospedaliere indicate dalle norme (cfr. art. 8). Per la 194 l’aborto non può essere domestico. Dunque, sia le linee guida di Speranza sia la campagna radicale si pongono al di fuori della legge, sono illegittime.

Nel 2010 il Ministero della Salute aveva emesso delle linee guida sulla RU486 in cui si prevedeva che entrambe le pillole dovessero essere assunte in ospedale e che la degenza fosse almeno di tre giorni. Perché un ricovero così lungo? «Per un’attenta sorveglianza sanitaria, in modo da ricevere un’assistenza immediata se si verifica un’emorragia importante», questo si leggeva nelle linee guida del 2010. E infatti la letteratura scientifica riporta questi effetti avversi gravi a seguito della RU486: decessi della donna (cfr. R. Puccetti – G. Carbone – V. Baldini, Pillole che uccidono, ESD, pp. 173-179), abbondanti e prolungate emorragie, svenimenti, aumento della pressione, nausea, vomito, dolori e crampi addominali, endometriosi, malattia infiammatoria pelvica, aborto incompleto [cfr. Società italiana di ginecologia e ostetricia – Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani – Associazione ginecologi universitari italiani, Buone pratiche clinico-assistenziali per il trattamento farmacologico dell’aborto, 21 agosto 2024, p. 50; R.M. De Hart, M. S. Moreheade, Mifepristone, in Ann Pharmacother, 2001 Jun 35 (6), studio che analizza tutti gli studi in inglese dal 1966 al 2000].

Secondo il report annuale del Ministero della Salute sullo stato di attuazione della 194 sull’anno 2021, nel 2,2% dei casi di assunzione della RU vi sono state complicanze. Tradotto in numeri, ciò vuol dire che i Radicali vogliono che più di 600 donne all’anno in Italia si trovino costrette ad affrontare disturbi seri a casa e da sole, tra cui anche l’essere costrette a ritornare in ospedale a volte con il loro bambino morto nel grembo per il raschiamento (circa 400 casi) e/o ad affrontare pericolose emorragie. Ma per i Radicali il ricovero per l’assunzione della seconda pillola rimarrebbe pericoloso.

Non solo, ma l’assunzione di questa seconda pillola a casa comporta che la donna, in buona parte dei casi, vede il feto finire nel WC con gravissime ripercussioni psicologiche (cfr. R. Puccetti – G. Carbone – V. Baldini, Pillole che uccidono, op. cit., pp. 179-182). Rischio ancor più elevato oggi rispetto al passato perché le linee guida di Speranza hanno esteso la finestra temporale di assunzione della RU, permettendo così di uccidere un bambino sempre più formato e riconoscibile. E infatti è per questo motivo che anche le stesse nuove linee guida che i Radicali vorrebbero che fossero applicate alla lettera sconsigliano di far assumere la RU486 alle donne particolarmente ansiose.

A motivo di tutti questi rischi psico-fisici a carico della donna le vecchie linee guida ammonivano: è «fortemente sconsigliata la dimissione volontaria contro il parere dei medici prima del completamento di tutta la procedura perché in tal caso l’aborto potrebbe avvenire fuori dall’ospedale e comportare rischi anche seri per la salute della donna». Tutte queste evidenze hanno allora spinto quasi tutte le Regioni italiane ad optare per una degenza lunga finché tutta la procedura abortiva non venga completata.

I Radicali hanno invece preferito tacere su questi rischi affermando addirittura l’opposto che cioè rimanere in ospedale è rischioso. Hanno taciuto su tutto questo e hanno taciuto sull’aspetto più importante di questa vicenda: che la RU, presa in ospedale o a casa, uccide decine di migliaia di bambini all’anno.








«Mostrare ai conviventi la bellezza del matrimonio»






Di giulianoguzzo03Giu 2025

Nel suo messaggio inviato ai partecipanti al seminario Evangelizzare con le famiglie di oggi e di domani. Sfide ecclesiologiche e pastorali, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita (2-3 giugno 2025), all’indomani del Giubileo delle famiglie di domenica scorsa, Papa Leone XIV ha richiamato l’importanza di rappresentare alle giovani coppie che scelgono la convivenza un’altra opzione: quella del matrimonio cristiano. «Forse molti giovani, che ai nostri giorni scelgono la convivenza invece del Matrimonio cristiano», recita il messaggio di Papa Prevost, «in realtà hanno bisogno di qualcuno che mostri loro in modo concreto e comprensibile, soprattutto con l’esempio della vita, cos’è il dono della grazia sacramentale e quale forza ne deriva; che li aiuti a comprendere la bellezza e la grandezza della vocazione all’amore e al servizio della vita che Dio dona agli sposi».

Raramente parole sono state più azzeccate; nel senso che è indiscutibile come alle tante coppie (sempre di più) che scelgono «la convivenza invece del Matrimonio cristiano» quasi nessuno più espone – «soprattutto con l’esempio della vita», ma non solo – «la bellezza e la grandezza» dell’opzione coniugale. Questa quasi rinuncia a promuovere la vita matrimoniale ha tante ragioni, non ultima forse la convinzione, radicata anche in ambienti cattolici, che l’ascesa della convivenza sia inarrestabile. Inutile quindi – è probabile che sia il ragionamento – insistere col promuovere il matrimonio cristiano, dal momento che questo tipo di proposta rischia non solo di non essere compresa, ma perfino ridicolizzata; questo clima di rassegnazione educativa, per così dire, se da un lato appare forse comprensibile, dall’altro lato non è però in alcun modo giustificabile – e non solo dal punto di vista meramente dottrinale.

Ciò che infatti anche nel mondo cattolico ci si dimentica di dire – o forse perfino si ignora – è che esiste una robusta letteratura che documenta in modo assai convincente il fatto che quella coniugale sia una vita di coppia più soddisfacente di quella coabitativa. Tanto che perfino siti laicissimi e insospettabili di simpatie cattoliche come Psychology Todayda anni – esaltano i benefici del matrimonio sulla convivenza. E non mancano non ragioni, ma addirittura elenchi di ragioni – tutte non confessionali – in favore delle nozze. Per quanto sia brutto citarsi, chi ha letto i miei libri poi sa che anche su temi molto scottanti come la violenza domestica, in media, le coppie sposate risultano meno esposte al fenomeno rispetto alle conviventi. Inoltre, la stessa convivenza prematrimoniale, benché dilagante e spesso tentata anche con tale scopo, non pare abbassare, anzi, le probabilità di futuri divorzi. Insomma, rivolgendosi alle giovani coppie Papa Leone XIV ha di certo parlato da pontefice, ma ha fatto un ragionamento anche sociologicamente valido. Perché la morale cristiana, checché se ne dica, ha sempre ottime ragioni. Basta avere la pazienza di riscoprirle.





martedì 3 giugno 2025

Leone XIV: “il matrimonio non è un ideale”, come invece diceva Amoris laetitia





Di Stefano Fontana, 3 Giu 2025

Nel suo recente discorso ai pellegrini per il Giubileo della Famiglia, dei nonni e degli anziani, il Santo Padre Leone XIV, ha detto: “«Per questo, col cuore pieno di riconoscenza e speranza, a voi sposi dico: il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo” e ha citato la Humanae vitae.

“Il matrimonio non è un ideale”, ma quando in Amoris laetitia si parla delle cosiddette situazioni “irregolari”, come le convivenze senza matrimonio o dopo un divorzio, le si considera come una situazione di inadeguatezza rispetto allì’ideale propostoci da Cristo. Il matrimonio come ideale era la chiave di lettura di tutta l’Esortazione apostolica. Ora, questo intervento del Papa è oggettivamente correttivo di Amoris laetitia.

Pubblichiamo il capitolo riguardante questo argomento tratto dal libro di Stefano Fontana, Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris laetitia, Fede & Cultura, Verona 2019, pp. 35-40 [lo trovi qui].

Le norme divine come “ideali” e il peccato come inadeguatezza

di Stefano Fontana

Quando in AL si parla delle cosiddette situazioni “irregolari”, come per esempio le convivenze senza matrimonio o un nuovo matrimonio dopo un divorzio, le si considera sempre come una situazione di inadeguatezza rispetto alla pienezza di quanto propostoci da Cristo. Non come qualcosa di contrario ma come qualcosa di inadeguato, soprattutto a causa della fragilità umana o delle circostanze della vita. Qualcosa di inadeguato non è un male da condannare o da evitare, ma è qualcosa di positivo, seppure non completamente, da far crescere e migliorare. Sicché il passaggio non è da male a bene, da peccato a salvezza, da prigionia ad esodo, ma da minore a maggiore adeguatezza. Tutti siamo già sulla buona strada solo che qualcuno è più indietro e qualche altro è più avanti. Viene applicato, in altre parole, uno schema interpretativo esistenzialistico secondo il quale ci sono semplicemente passaggi da uno stato esistenziale ad un altro all’interno di un cammino con alle spalle una condizione trascendentale di salvezza anonima.
 

Ad esempio, al numero 6 si legge: “Quindi mi soffermerò su un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore ci propone”. Per AL il peccato è questo: non una risposta sbagliata ma una risposta non pienamente corrispondente, ma proprio per questo in qualche misura anche corrispondente. Infatti, a proposito della Samaritana, il testo di AL dice: “… e poi sola con Gesù che non la condanna e la invita ad una vita più dignitosa (cfr. Gv 8,1-11)”. Se l’invito di Gesù alla Samaritana non è a pentirsi dal peccato ma ad una vita più dignitosa significa che l’adulterio non è un peccato ma è qualcosa che possiede una propria dignità, anche se parziale e da migliorare. Che la persona non si riduca al suo peccato è vero, che il peccato non coinvolga ontologicamente la persona, contraddicendo la sua dignità, è falso, specialmente per il peccato mortale.

Nel numero 78, a proposito dei conviventi, degli sposati solo civilmente e dei divorziati risposati, si dice: «Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cfr. Gv. 1,9; Gaudium et spes, 22) ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati. Nella prospettiva della pedagogia divina, la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto, invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. […] Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – ed è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove – può essere vista come un’occasione da accompagnare verso il sacramento del matrimonio, laddove questo sia possibile». Questo lungo passo è di notevole importanza e dovremo esaminarlo ancora in seguito. Per il momento facciamolo solo dal punto di vista del peccato come inadeguatezza. Intanto notiamo che la convivenza, la convivenza in base al solo matrimonio civile e lo stato di divorziati risposati – tutte situazioni oggettive che la Chiesa ha sempre considerato peccato invitando gli interessati al pentimento e all’accostamento al sacramento della confessione – qui vengono definiti come una partecipazione alla vita della Chiesa fatta in modo imperfetto. Come già osservato, imperfetto non vuol dire negativo o sbagliato, vuol dire meno perfetto della perfezione assoluta, ma comunque dotato di un qualche grado di perfezione. Ora, non si può dire che l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio o l’adulterio siano modalità buone, seppure in modo imperfetto, di relazione. Il testo, poi, auspica la Grazia della conversione su queste coppie. Ma la conversione non è il passaggio da un minor bene ad un maggior bene: in questo caso la coppia sarebbe già sulla strada giusta e non avrebbe bisogno di convertirsi. La conversione è dalle tenebre alla luce e non è un atto psicologico o esistenziale ma ontologico: dalla morte alla vita, dal non essere all’essere.

Ancora più preoccupante è però la conclusione del passo, quando si dice che nel caso in cui la relazione abbia raggiunto una certa stabilità può essere punto di partenza per un percorso verso il matrimonio. In una relazione anche irregolare, e perciò contraria alla legge divina e in sé non ordinabile a Dio, i due certamente compiono reciprocamente anche azioni buone, di aiuto e di cura, ma siccome la relazione è oggettivamente un male, tali loro buone azioni si dissipano e non li aiutano veramente nella vicinanza a se stessi, a Dio e ai fratelli. Quindi anche se la relazione è stabile non cessa di essere sbagliata – una situazione di peccato secondo la terminologia di un tempo – e su di essa è impossibile fondare un percorso verso il matrimonio. Piuttosto il contrario, il percorso verso il matrimonio comincia veramente quando i due si pentono della convivenza, comincia dal rifiuto, dalla negazione, dall’allontanamento da quella relazione e non da essa. Il concetto di “stabilità” qui usato sembra essere solo sociologico. Per “coppia stabile” si intende una coppia che è insieme da un tempo congruo e che si è assunta nel frattempo degli impegni, ma se quella coppia vive una relazione falsa, non conforme alla legge morale e divina, essa è umanamente e cristianamente profondamente instabile, anche se sociologicamente stabile. Non bisogna confondere il piano dei fenomeni con quello della sostanza. Se si assume un approccio solo esistenzialistico e non metafisico, si inseguono i fenomeni e ci si fa dettare da essi le leggi. La stabilità fenomenica di una relazione ontologicamente falsa, anziché essere un dato positivo, è negativo, in quanto ne conferma e approfondisce l’instabilità ontologica, e da essa non bisogna partire per farla crescere ma allontanarsene.

Nel numero 292 si dice che «I Padri sinodali hanno affermato che la Chiesa non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio». Anche qui si vede il concetto dell’inadeguatezza che ha sostituito quello di male e di peccato e la visione delle relazioni irregolari come matrimoni in embrione.

Ma il punto senz’altro più dirompente circa la concezione del peccato è quello espresso nel paragrafo 303: la coscienza “può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo”. Qui non solo si torna a dire che la legge di Cristo è un ideale e che una situazione di peccato è una fase inadeguata di quell’ideale e quindi comunque positiva, in più si afferma che Dio stesso in quel momento sta chiedendo quello, ossia permanere in una situazione irregolare e quindi di male e peccato può essere quello che Dio sta chiedendo. Il peccato diventa una vocazione.

Il cardinale Caffarra ha scritto “… l’indissolubilità, più in generale il matrimonio inteso cristianamente, non è un ideale, una sorte di meta da raggiungere e verso cui tendere. Vorrei vedere la reazione di una sposa a cui il marito dicesse: “guarda che la fedeltà a te è per me un ideale verso cui cerco di tendere, ma che non posseggo ancora”. Presentare il matrimonio cristiano come un ideale rischia di far pensare che per i battezzati possa esistere una forma di coniugio che non è ancora sacramento”; “Ma la legge morale non è nemmeno un ideale verso cui tendere: non esiste un matrimonio ideale, ma solo un matrimonio vero o falso, cioè nullo”. Quando si presentano le situazioni irregolari come tappe positive verso il matrimonio, si afferma che è possibile vivere come marito e moglie senza esserlo e che, per i battezzati, “possa esistere una forma di coniugio che non è ancora sacramento”. Come notava il cardinale Velasio De Paolis: “Ciò che non è ammissibile per la legge morale divina è proprio che due persone che non sono coniugi vivano come tali … Sarebbe la distruzione totale del rapporto matrimoniale e della famiglia e cadrebbe tutta la legge morale sulla sessualità”.

In questa nuova visione della norma divina come ideale e del peccato come inadeguatezza rispetto a questo ideale, AL rivede anche la dottrina dei “Semi del Verbo” (n. 76), formulata da Giustino nel secondo secolo e da Clemente di Alessandria nel terzo. AL intende i semi del Verbo come semi di vero e di bene che esistono anche nel male e nel peccato, per cui dal male e dal peccato in quanto tali si può partire per valorizzare i semi di positività che in essi si danno. Giustino e Clemente avrebbero molto da stralunare gli occhi davanti a questa interpretazione di una tra le più importanti delle loro dottrine. Da questo punto di vista anche l’utero in affitto è una via positiva da sviluppare verso la procreazione naturale tra un uomo e una donna, anche una relazione omosessuale è in potenza un matrimonio eterosessuale e l’esercizio della sessualità prima del matrimonio o fuori del matrimonio è un utile elemento da potenziare verso una vera e propria castità coniugale.



(Foto: Di Cassidy Rowell, Unsplashed)





lunedì 2 giugno 2025

Il Papa "accarezza" i francesi amanti della Tradizione




Con la lettera ai vescovi francesi per il centenario delle canonizzazioni, Leone XIV pone san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney e santa Teresa del Bambin Gesù a fondamento del risveglio missionario e della rinascita delle vocazioni, temi tabù nel precedente pontificato.


CHIESA
Ecclesia 


Nico Spuntoni, 02-06-2025

Il cattolicesimo francese gode al momento di un'inaspettata vitalità fotografata alla perfezione dal dato sui battesimi di adulti a Pasqua: nel 2023 erano stati 5.463, un anno dopo ben 7.135 con un aumento del 30%. Di recente anche il cardinale olandese Willem Jacobus Eijk non ha esitato a parlare di «una rinascita» della fede in corso. A trainarla sono soprattutto i fedeli e le comunità di sensibilità tradizionale, quelli che semplicisticamente vengono etichettati come «tradizionalisti».

Negli anni di Francesco questa situazione è stata vista con sospetto e ha portato a commissariamenti di istituti religiosi o pensionamenti di vescovi giudicati troppo favorevoli a queste realtà. Leone XIV sembra invece voler adottare un approccio diverso nei confronti dello zoccolo duro del cattolicesimo transalpino.

Lo si capisce dai toni e dai contenuti della lettera inviata ieri ai vescovi francesi per i 100 anni delle canonizzazioni di san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney e santa Teresa del Bambin Gesù. Quest'ultima, peraltro, è una santa molto cara ai fedeli d'orientamento tradizionale che non dimenticano come fu il Papa del giuramento antimodernista san Pio X a definirla «la più grande santa dei tempi moderni».

Leone ha scritto ai vescovi di auspicare «che queste celebrazioni non si limitino a evocare con nostalgia un passato che potrebbe sembrare passato, ma che risveglino la speranza e suscitino un nuovo slancio missionario. Dio può, con l'aiuto dei santi che vi ha dato e che voi celebrate, rinnovare le meraviglie che ha compiuto in passato».

Parole che denotano l'equilibrio del pensiero e dell'azione del nuovo Papa, non ideologicamente ostile a quelli che il predecessore bollava come «indietristi».

Prevost ha anche scritto che i tre santi sapranno «parlare alla coscienza di molti giovani della bellezza, della grandezza e della fecondità del sacerdozio, suscitarne il desiderio entusiasta, e dare il coraggio di rispondere generosamente alla chiamata, mentre la mancanza di vocazioni si fa crudelemente sentire nelle vostre diocesi e i sacerdoti sono sempre più pesantemente messi alla prova».

Parole che sono state accolte con grande entusiasmo dalle comunità tradizionali reduci dal duro trattamento dell'ultimo pontificato. In questi anni gli istituti e le diocesi con un numero di vocazioni in controtendenza rispetto al resto del Paese hanno conosciuto di frequente visite apostoliche che addirittura raccomandavano «un miglior discernimento e una certa prudenza nell’ingresso nella formazione».
Tradotto: porte chiuse ai seminaristi che mostravano una sensibilità liturgica ed ecclesiale legata alla Tradizione e che spesso erano pure gli unici in diverse diocesi.

Esaltando i pregi e non i difetti del sacerdozio, Leone XIV ha assestato una carezza ai cosiddetti «tradizionalisti» che in Francia sono sempre di più. Ed è la seconda volta, dopo la nomina del «loro» cardinale di riferimento, il guineano francofono Robert Sarah, a suo inviato speciale per le celebrazioni liturgiche al santuario di Sainte-Anne-d’Auray in occasione del 400° anniversario delle apparizioni di Sant’Anna al contadino bretone Yvon Nicolazic.






Porre fine alle guerre liturgiche




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da First Things. La visuale dell'Arcivescovo Cordileone, USA, sulla lex orandi in relazione alla Messa tradizionale ed alla situazione problematica indotta dall'ultimo pontificato e dunque alle aspettative in base agli esiti del recente conclave". Un discorso da registrare come positivo - e non è nemmeno in primo [vedi] - nel mare magnum delle divisioni in ambito ecclesiale. Purtroppo, però, delude in quanto non tradizionale ma prettamente conservatore. Tra le diverse positive affermazioni, scopriamo come il suo afflato vatican-secondista lo tenga ancorato alla cattiva applicazione del Concilio, alla "Riforma della riforma" e al "reciproco arricchimento dei riti"; suggestioni ratzingeriane che sembravano tramontate. Non ho voluto pubblicare questo suo intervento senza rimandarvi a mie vecchie obiezioni al riguardo: Traditionis custodes e i rigurgiti della discontinuità [qui], inserite nell'orizzonte più ampio e con diversi echi ante et postea l'epoca del Summorum.

2 giugno 2025



Mons Cordileone,

I ricordi sono ancora vividi, anche se è passato tanto tempo. Essendo nato nel 1956, sono abbastanza grande da ricordare l'epoca confusa e tumultuosa dei "cambiamenti" successivi al Concilio Vaticano II, in particolare per quanto riguarda la Messa. Una coppia di anziani del mio quartiere rifletteva ad alta voce con me, adolescente, che era come se il padre fosse assente e i bambini giocassero come volevano.

Non dovrebbe sorprendere, quindi, che l'intera gamma dell'insegnamento della Chiesa, dalla morale all'esercizio dell'autorità alle verità dogmatiche della fede, sia stata messa in dubbio e persino apertamente negata, e le vocazioni religiose siano crollate. La vecchia massima lex orandi, lex credendi (a cui alcuni hanno aggiunto lex vivendi) si dimostra sempre vera. L'era delle "guerre liturgiche" non riguardava la riorganizzazione degli ornamenti; in un periodo di confusione e dissenso in tutti gli ambiti della vita della Chiesa, era fondamentale per tutto ciò che accadeva.

In un recente passato, sembrava che fossimo giunti a una pacifica coesistenza con quelle che Papa Benedetto definiva le due forme del Rito Romano, dopo aver emanato il suo motu proprio Summorum Pontificum. Tuttavia, dopo la Traditionis Custodes e le restrizioni ancora più severe imposte dal Dicastero per il Culto Divino alla celebrazione del Rito Romano secondo il Messale del 1962, le guerre liturgiche sono riprese. Sebbene la liturgia non fosse al centro dell'attenzione dei cardinali nel conclave che ha eletto Papa Francesco dopo le dimissioni di Papa Benedetto, sarà senza dubbio un tema centrale in questo prossimo conclave.

Con tutti i problemi che la Chiesa si trova ad affrontare in questo momento, nulla è più importante del modo in cui adoriamo. Dio ci ha creato per adorarlo. L'adorazione divina, se deve davvero meritare il nome di "divina", si basa sul senso del sacro, che a sua volta scaturisce dalla visione sacramentale della realtà: la realtà fisica media e rende presente la realtà spirituale e trascendente che la supera. Se perdiamo questo, perdiamo tutto.

E le perdite ci sono state. Non si può negare che la perdita, ben visibile, del senso del sacro nel nostro modo di adorare sia una causa fondamentale (anche se non l'unica) del massiccio allontanamento dei giovani dalla Chiesa. Secondo uno studio del Pew Research Center del 2015, il 40% degli adulti che affermano di essere cresciuti come cattolici ha abbandonato la Chiesa. E la situazione non sta migliorando. Un sondaggio del 2023 condotto su 5600 persone ha rilevato che "i cattolici hanno registrato il più grande calo di affiliazione tra tutti i gruppi religiosi".

È chiaro che non ci sono abbastanza giovani che incontrano Gesù nell'Eucaristia; altrimenti non lo abbandonerebbero per altre esperienze religiose né perderebbero del tutto la fede in Dio. E altrettanto chiaramente, la sete di tradizione che rimane nella prossima generazione di cattolici è palpabile.

Come ha scritto Francis X. Rocca il 9 aprile su The Atlantic:
Nel 2023, Cranney e Stephen Bullivant, un sociologo della religione, hanno intervistato i cattolici e hanno scoperto che metà di loro esprimeva interesse a partecipare alla Messa in latino. ... Forse controintuitivamente, questo ritorno alla tradizione sembra essere guidato dai giovani cattolici, che costituiscono una quota sproporzionata dei devoti alla Messa in latino. Secondo un recente sondaggio ... il 44% dei cattolici che partecipavano al rito antico almeno una volta al mese aveva meno di 45 anni, rispetto a solo il 20% degli altri membri di quelle parrocchie.Questo mi sembra vero. La maggior parte dei giovani cattolici devoti che incontro cresce con la tipica pietanza parrocchiale della domenica, scoprendo solo in seguito la bellezza del nostro autentico patrimonio liturgico cattolico. La loro reazione? Meraviglia mista a rabbia. Mi dicono – e questa è una citazione letterale, parola per parola – "Sono stato privato del mio diritto di nascita cattolico".

Lo scopo di Papa Francesco nell'emanare la Traditionis Custodes era quello di unire la Chiesa in un'unica forma di culto. Bisogna ammettere che avere due forme di Messa per la Chiesa universale è anomalo nella storia della Chiesa. In realtà, però, non ci sono semplicemente due "forme" di Messa, ma un'intera varietà di forme dovute alle libertà dei sacerdoti di fare le cose a modo loro, violando le norme liturgiche – una chiara vulnerabilità dell'ordinamento della Messa attualmente in vigore, che rischia di arrecare grave danno alle anime. Ora abbiamo forme estremamente divergenti del Rito Romano. Un video di un prete tedesco che fa il rapper durante la Messa è recentemente diventato virale. D'altra parte, per esempio, c'è la Messa delle Americhe, che ho celebrato come Solenne Pontificale in latino presso la Basilica del Santuario Nazionale dell'Immacolata Concezione a Washington, DC, nel novembre 2019 [qui].

Molti buoni e devoti cattolici, turbati dalla confusione liturgica, attribuiscono la colpa al “Vaticano II”. Ci vorrebbe un intero altro articolo per spiegare cosa si intenda con questo termine, ma per ora è necessario distinguere tre livelli a cui il Concilio è stato e continua a essere operativo: (1) i sedici documenti del Concilio Vaticano II; (2) i documenti sulla loro attuazione, che tra loro appartengono a diversi livelli di autorità (il Romano Pontefice, i dicasteri della Santa Sede, le Conferenze Episcopali Nazionali e i singoli vescovi nelle proprie diocesi); e (3) il modo in cui il Concilio è stato effettivamente attuato nelle nostre parrocchie e in altre comunità di fede. I problemi emersi dopo il Concilio si trovano a quei livelli inferiori, che hanno sfruttato alcune ambiguità presenti in quei sedici documenti anziché leggerli in continuità con la tradizione che li aveva preceduti. Ad esempio, il movimento per rinnovare e rivitalizzare la sacra liturgia aveva preso piede già da decenni prima del Concilio Vaticano II, e quindi la Sacrosanctum Concilium deve essere letta come un ulteriore impulso e direzione di questo movimento, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione attiva dell'assemblea, e non come una divergenza da esso.

Il punto critico che ha concretizzato il senso di rottura nella tradizione liturgica è stata la decisione, storicamente senza precedenti, di convocare un comitato di studiosi per riscrivere radicalmente la liturgia e imporla all'intero mondo cattolico dall'alto verso il basso. Di nuovo, sono abbastanza vecchio da ricordare quando ciò accadde, e da ricordare la resistenza dei cattolici più esperti tra i banchi. Ma a quei tempi i cattolici erano più obbedienti ai loro pastori e accettavano cambiamenti che non gradivano, cambiamenti che sembravano persino contraddire ciò che era stato loro insegnato sulla fede cattolica per tutta la vita.

Molti di noi capiscono che questo è un problema che deve essere risolto. Ma non dobbiamo commettere lo stesso errore metodologico: il senso di unità spezzata nella liturgia non può essere sanato semplicemente imponendo un nuovo insieme di regole dall'alto. Invece, ora è il momento opportuno per rilanciare la visione di Papa Benedetto XVI per sanare questa frattura, una "riconciliazione interiore" delle due forme del Rito Romano (come ha affermato nella sua lettera Con Grande Fiducia ai vescovi in ​​occasione della pubblicazione del Summorum Pontificum). La trovata geniale del Summorum Pontificum è stata quella di creare una terza via alla riforma liturgica, consentendo il libero uso del Messale Romano preconciliare, permettendo così a queste due espressioni dello stesso Rito Latino di influenzarsi a vicenda in un modo che sarebbe stato "reciprocamente arricchente". E stiamo già iniziando a vedere una sorta di contaminazione tra queste due forme di culto cattolico nelle parrocchie che le celebrano entrambe: i parrocchiani in genere vivranno entrambe, pur mantenendo una preferenza per l'una rispetto all'altra. Ecco perché è un errore cercare di isolare coloro che sono devoti alla Messa latina tradizionale, come se fossero un pericolo per la fede della stragrande maggioranza dei loro correligionari.

Questo indica ciò che Papa Benedetto aveva previsto quando permettiamo alle due forme di coesistere: un processo di autentico arricchimento reciproco, in cui ciascuna forma influenza l'altra. E, nella mia esperienza personale, vedo come questo stia già iniziando ad accadere. Ad esempio, la predicazione durante una Messa in latino tradizionale – almeno per i sacerdoti che celebrano entrambe le forme – si concentra tipicamente sulle letture. Prima del Concilio, tuttavia, la predicazione era vista più come un'azione extraliturgica, e quindi come qualcosa di aggiunto alla Messa e, pertanto, non necessariamente correlato ai testi liturgici. Fu il Concilio Vaticano II a considerare l'omelia parte integrante della liturgia e a esortare i predicatori a predicare a partire dai testi scritturali e liturgici della particolare Messa celebrata. Noto anche che, durante le celebrazioni della Messa in latino tradizionale, sempre più persone tra i banchi pregano le loro parti della Messa e cantano le risposte e i canti dell'Ordinario della Messa in latino. Ciò riflette il desiderio dei fedeli di comprendere i testi e i riti della Messa e di esserne attivamente coinvolti. Sebbene questo tipo di partecipazione attiva fosse incoraggiato, e persino in crescita, ben prima del Concilio, è ora diventato più comune grazie all'abitudine ricevuta nell'Ordinamento della Messa rivisto. Il punto essenziale è che questi cambiamenti avvengono organicamente, non per decreto, e quindi contribuiscono a un autentico sviluppo del culto cattolico.

Summorum Pontificum pose fine in gran parte alle guerre liturgiche nell'esperienza vissuta dai cattolici statunitensi, un processo che Papa Benedetto XVI prevedeva sarebbe continuato: "La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali ed essere amato da esse consiste nel fatto che sia celebrato con grande riverenza in armonia con le direttive liturgiche. Ciò farà emergere la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale".

Gli appelli di ogni papa postconciliare, da Paolo VI a Francesco, a correggere abusi e sciattezze liturgiche non hanno avuto praticamente alcun effetto sull'esperienza vissuta dai cattolici tra i banchi. Bisogna fare di più. Una comoda familiarità con la Messa latina tradizionale ha un grande potenziale per servire a questo scopo. Offre anche una via da seguire che evita l'ermeneutica della rottura, un altro aspetto che Papa Benedetto ha sottolineato : "Non c'è contraddizione tra le due edizioni del Messale Romano. Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso". Poi prosegue applicando questa logica per aiutarci a comprendere il vero significato dello sviluppo organico: "È dovere di tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa e dare loro il giusto posto".

Una tale continuità nello sviluppo della liturgia emerge chiaramente dalla lettura dei documenti conciliari e postconciliari sulla liturgia alla luce della tradizione ricevuta. Ad esempio, la Sacrosanctum Concilium non dice nulla riguardo al cambiamento dell'orientamento dell'altare. Infatti, l'edizione attuale del Messale Romano prescrive al sacerdote di voltarsi verso il popolo in tre punti durante la Liturgia eucaristica, presumendo chiaramente che lui e l'assemblea siano rivolti nella stessa direzione: " ad orientem ", verso est (liturgico), essendo l'est la fonte di luce e simbolo della Resurrezione di Cristo dai morti, che dissipa le tenebre del peccato e della morte, nonché del suo ritorno nella gloria. L'est è anche simbolo del paradiso poiché, al momento della creazione, Dio pose il Giardino a est (Gen 2,8).

Data l'urgenza della questione, ho invitato alcuni cardinali e confratelli vescovi, insieme a eminenti teologi e leader laici, a contribuire al Vertice Liturgico Fons et Culmen, che si terrà dall'1 al 4 luglio presso il Seminario di San Patrizio a Menlo Park, in California. Il Cardinale Sarah, una luce splendente tra i prelati che comprendono l'importanza di recuperare il sacro nelle nostre pratiche liturgiche, sarà presente. Così come il Cardinale Seán O'Malley, che ho invitato a parlare di quanto l'ordine e la bellezza della Messa possano essere importanti per l'anima e la psiche dei poveri, i cui ambienti sono così spesso segnati dal caos e dalla bruttezza. Il Cardinale Malcolm Ranjith è da tempo un punto di riferimento nel promuovere la visione di Papa Benedetto e offrirà preziosi spunti sulla sua comprensione dell'actuosa participatio (partecipazione attiva).

Sono convinto che il futuro del rinnovamento liturgico richieda l'ascolto e la risposta ai bisogni sentiti da tutto il popolo di Dio, compresi coloro che sono stati ispirati ad amare Gesù dalla bellezza e dall'ordine della Messa latina tradizionale. Il suo sviluppo organico fin dai tempi antichi riflette le nostre profonde radici nel culto e nelle pratiche dei nostri antenati ebrei nella fede. L'altare maggiore sotto il baldacchino discende direttamente dalla struttura del Santo dei Santi del Tempio di Gerusalemme, che ricordava la camera nuziale ebraica: la Messa è la consumazione del Banchetto delle Nozze dell'Agnello. Inoltre, dopo aver terminato le Preghiere ai Piedi dell'Altare, il sacerdote sale all'altare maggiore con una preghiera che riconosce questa continuità delle due Alleanze: "Togli da noi le nostre iniquità, ti preghiamo, o Signore, affinché possiamo essere degni di entrare con mente pura nel Santo dei Santi".

Ciò che è classicamente cattolico non è nostalgico o retrogrado, ma senza tempo. È così che raggiunge lo status di classico: ha resistito alla prova del tempo e parla a tutte le età e culture, compresa la nostra. Il cammino della riconciliazione interiore è l'antidoto sia all'impulso scismatico che a quello burocratico, offrendo il rimedio curativo alla rottura e un catalizzatore per il ripristino del sacro, come auspicato da Papa Benedetto XVI. Ma perché ciò avvenga organicamente, ci vorrà molto tempo: generazioni, forse persino secoli. Non possiamo sederci e tracciare il percorso; deve nascere dall'esperienza vissuta delle persone. Pertanto, non possiamo predeterminare quali tesori delle due forme saranno conservati e integrati in un'unica forma: le letture della Scrittura in lingua volgare dall'ambone? Il Canone recitato in silenzio? Le antiche preghiere dell'offertorio ripristinate? Sacerdote e fedeli che recitano insieme il Padre Nostro e pronunciano insieme il responsorio prima della Comunione, " Domine, non sum dignus " ("Signore, non sono degno")? Non lo sappiamo. Solo il tempo ce lo dirà. Ed è così che dovrebbe funzionare.

Dobbiamo avere sufficiente fiducia nella saggezza del Concilio Vaticano II da non temere più la Messa così come veniva celebrata prima – e durante – quel Concilio. Dobbiamo invece affidarci alla tradizione. La tradizione è protettiva: offre affidabilità, prevedibilità; ci protegge dalle astuzie, dalle preferenze personali, dai gusti e dalle antipatie di chiunque sia al comando, che sia il papa, il vescovo, il sacerdote che celebra la Messa, i musicisti che progettano e cantano la musica, il coordinatore liturgico locale e così via. In altre parole, la tradizione garantisce che siamo tutti uguali, servitori e osservatori uguali della tradizione che abbiamo ricevuto, e non in balia dei giudizi arbitrari di chiunque sia al comando in un determinato momento e luogo.

Facciamo dunque tesoro della tradizione così come l'abbiamo ricevuta e da essa impariamo chi siamo come popolo di Dio: connessi trascendentalmente nella comunione dei santi non solo attraverso lo spazio, ma anche attraverso il tempo, oggi e per tutta l'eternità.







domenica 1 giugno 2025

Chiesa sinodale: davvero una chiesa che ascolta o una chiesa che esclude?




31 mag 2025


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by Aldo Maria Valli



di padre Santiago Martín, FM

In questo primo mese di pontificato di Leone XIV il protagonista indiscusso è stato Gesù Cristo, poiché il Papa ha voluto che fosse il Signore, e non lui stesso, il centro di tutto. Il Papa ha ribadito il suo desiderio che tutto ruoti attorno a Gesù Cristo, affinché sia possibile l’unità tra le diverse forme di comprensione della missione della Chiesa. Ciò implica necessariamente mettere in discussione che cosa si intenda per sinodalità, il modello di Chiesa promosso dal suo immediato predecessore. Una Chiesa sinodale, intesa come una Chiesa che ascolta tutti, non dovrebbe suscitare alcun sospetto, eppure basta menzionare questa parola perché in molti cattolici sorgano immediatamente diffidenza e interrogativi.

Ad esempio, se sinodalità significa ascolto, perché nell’ultimo Sinodo hanno partecipato laici con diritto di voto, cosa molto diversa dal partecipare solo con diritto di parola?

Se sinodalità significa ascoltare tutti, perché in quel Sinodo la maggior parte dei laici invitati rappresentava un settore della Chiesa che non si identifica con il Concilio Vaticano II, ma con il cosiddetto «spirito del Concilio», che esige sotto molti aspetti una rottura con tutto ciò che è precedente all’evento conciliare? Con quale criterio rappresentativo sono stati scelti questi laici? Lo stesso Papa Francesco aveva rimproverato per iscritto i responsabili del Sinodo tedesco di rappresentare solo una piccola parte dei cattolici di Germania, i più radicali e ideologizzati. Eppure si è avuta l’impressione, forse errata, che con i membri eletti per il Sinodo fosse successo qualcosa di simile.

Se la sinodalità è ascoltare la voce del popolo di Dio, perché molti vescovi e sacerdoti che si identificano con la Chiesa sinodale proibiscono ai loro fedeli di ricevere la comunione in bocca e in ginocchio in segno di rispetto? Si potrà dire che il vero rispetto sta nell’anima e non nei gesti corporei, ma bisognerebbe rispettare la sensibilità di quelle persone per le quali quei gesti corporei sono importanti. Sarebbe un modo per dimostrare che davvero la Chiesa sta accogliendo e ascoltando tutti.

Se «tutti, tutti, tutti» hanno posto nella Chiesa sinodale, perché non si permette, sulla linea tracciata da Papa Benedetto, la celebrazione della Messa tradizionale e invece si tollerano spettacoli blasfemi come quello avvenuto nella cattedrale di Paderborn, in Germania, senza che questo grave oltraggio al Signore – che la diocesi ha deplorato sostenendo di non saperne nulla – sia rimasto senza conseguenze per coloro che lo hanno promosso e permesso? Sono molti i laici che si stupiscono e si scandalizzano per le restrizioni alla forma tradizionale della Messa, mentre si permette ogni tipo di abuso nella celebrazione della nuova forma.

Tutti hanno posto nella Chiesa. Così deve essere perché così ha voluto Gesù Cristo, ma sono molti quelli che trasformano il «tutti, tutti, tutti» in «tutto, tutto, tutto». Davvero tutto ha posto nella Chiesa? I criminali hanno posto, ma il crimine ha posto? I corrotti hanno posto, ma la corruzione ha posto? C’è posto anche per i pedofili, ma c’è posto per la pedofilia? C’è posto per i divorziati risposati, ma si può ricevere la comunione in peccato mortale? Inoltre, a coloro che trovano posto grazie al fatto che la Chiesa è aperta a tutti non dovrebbe essere chiesta la conversione? Sant’Agostino diceva: «Se non puoi evitare di peccare, almeno odia il peccato che commetti». Senza uno spirito di conversione e di pentimento, il «tutti ci stanno» non diventa facilmente un «tutto ci sta»?

In questi anni, il concetto di Chiesa sinodale non è stato quello di una Chiesa che ascolta, o di una Chiesa misericordiosa e accogliente con i peccatori. Per molti, Chiesa sinodale è diventato sinonimo di una Chiesa che accoglie solo coloro che vogliono rompere con la Parola e con la Tradizione. La misericordia verso il peccatore deve essere, come quella di Dio, infinita. Ma la tolleranza verso il peccato deve essere pari a zero. Invece abbiamo avuto l’impressione che ormai sia il contrario: si tollera il peccato e si rifiuta il peccatore perché gli si dice che il suo peccato non esiste e quindi non aveva bisogno di chiedere perdono per qualcosa che ha smesso di essere peccato.

Chiesa sinodale, Chiesa che ascolta, sì. Ma tutti. Chiesa misericordiosa sì, ma Chiesa tollerante no. Chiesa che apre le braccia ai peccatori sì, ma Chiesa che apre le braccia al peccato no. Solo così si potrà raggiungere l’unità tanto desiderata e urgente che Cristo vuole per la sua Chiesa.



Traduzione di Claudio Forti