martedì 5 settembre 2023

Mai uccidere l'orsa sacra. Gli animalisti chiedono sangue



Un macellaio, Andrea Leombruni, 56 anni e padre di famiglia, ha sparato a un’orsa che, secondo la sua testimonianza, era entrata nel suo pollaio verso le 23 del 31 agosto. Da allora vive letteralmente sotto assedio, nell’incubo di subire una rappresaglia da parte degli animalisti.


PARCO DEGLI ABRUZZI

CREATO 



Stefano Magni, 05-09-2023

Da quattro giorni le cronache italiane sono ricche di versioni differenti e di commenti su quanto accaduto a San Benedetto dei Marsi, poco fuori dal Parco degli Abruzzi. Un macellaio, Andrea Leombruni, 56 anni e padre di famiglia, ha sparato a un’orsa che, secondo la sua testimonianza, era entrata nel suo pollaio verso le 23 del 31 agosto. Successivamente, Amarena (così era nota ai locali, perché ghiotta di amarene) è stata ritrovata morta per le ferite riportate. Dopo oltre due giorni di ricerche sono stati ritrovati, vivi, i suoi cuccioli. È un tragico episodio di convivenza fra uomo e animale, dunque. Ma il seguito è ancora peggiore: l’uomo, anche se si è detto pentito della sua reazione armata, vive letteralmente sotto assedio, nell’incubo di subire una rappresaglia da parte degli animalisti.

La Procura di Avezzano ha aperto un fascicolo nei confronti del macellaio. Aveva un regolare porto d’armi, ha sparato ad un grande predatore all’interno della sua proprietà, ma rischia di essere condannato per il reato 544bis del codice penale, ossia chiunque procuri per crudeltà o senza necessità la morte di animali. L’uomo rischia dai 4 mesi ai 2 anni di reclusione. Il pubblico ministero Maurizio Maria Cerrato ha nominato un perito, un esperto di balistica, per stabilire l’esatta traiettoria del colpo di fucile che ha causato la morte dell’orsa e per confrontarla con la posizione dell’indagato. Come se si trattasse dell’omicidio di un uomo.

Il vicino comune di Villalago ha commentato la notizia come se fosse morto un suo cittadino onorario: “La comunità di Villalago ti aveva accolto e protetto, te ed i tuoi cuccioli, potendo con rispetto ammirare lo spettacolo della natura”. Il Parco ha reagito subito con un post sui social dove dichiara: “L’episodio è un fatto gravissimo, che arreca un danno enorme alla popolazione che conta una sessantina di esemplari, colpendo una delle femmine più prolifiche della storia del Parco. Ovviamente non esistono motivazioni di nessuna ragione per giustificare l'episodio visto che Amarena, pur arrecando danni ad attività agricole e zootecniche, sempre e comunque indennizzati dal Parco anche fuori dai confini dell'Area Contigua, non aveva mai creato alcun tipo di problema all'uomo” (corsivo nostro). Il Parco ha dunque l’unico interesse a preservare una numerosa popolazione di grandi predatori, mentre non considera “problemi per l’uomo” i danni alle attività agricole e zootecniche.

Il presidente del Parco Nazionale della Maiella, Lucio Zazzara, nella sua nota, parla di sottocultura: “L'uccisione dell'orsa Amarena rappresenta un gesto sconsiderato per diverse ragioni, sia d'interesse scientifico, sia sociale, sia economico; ma soprattutto è la manifestazione di una pericolosa sottocultura che continua a privilegiare un approccio violento alle problematiche, che pure sussistono, nel rapporto uomo-natura” (corsivo nostro). Il presidente della regione Abruzzo, Marco Marsilio, è stato, se possibile, ancora più duro, definendo, senza mezzi termini, il suo cittadino come un “delinquente”, a processo non ancora iniziato: “Mai un orso ha rappresentato in Abruzzo un qualunque pericolo per l’uomo, neanche quando si è trovato a frequentare i centri abitati. L’atto violento compiuto nei confronti del plantigrado non ha alcuna giustificazione”. Quindi si dice “pronto a costituire la Regione come parte civile contro questo delinquente per tutelare l'immagine e l'onorabilità della nostra gente” (corsivo nostro).

Se questi sono i messaggi che arrivano dalle autorità, figuriamoci quelli degli animalisti che hanno subito lanciato la carica sul Web e anche per telefono (perché nome, cognome, indirizzo, numero di telefono del macellaio sono stati subito diffusi). “Sono tre giorni che non dormo e non mangio, non vivo più, ricevo in continuazione telefonate con minacce di morte, messaggi; hanno perfino chiamato mia madre 85 enne, tutta la mia famiglia è sotto una gogna”, spiega Leombruni ai giornalisti dell’agenzia Ansa. “Non è giusta questa violenza e questo martirio che ci stanno facendo - commenta la moglie - c'è la Procura che indaga, sono loro i titolati a farlo, a giudicare, noi sicuramente saremo puniti e ripeto giustamente, ma perché dobbiamo vivere sotto scorta? Perché dobbiamo aver paura di vivere?”

Primo risultato fra i suggerimenti Google (dunque le ricerche effettuate dalla maggioranza degli utenti) per “Andrea Leombruni” è: “bracconiere”. Eppure, appunto, ha sparato dentro il suo pollaio, con un’arma che deteneva regolarmente, non si è addentrato nel parco a uccidere animali protetti. Di fianco a casa sua è stato dipinto un murales con uno scheletro che spara con un fucile da caccia e la scritta “Giustizia”. È stato cancellato per ordine del sindaco, così come è stata annullata una manifestazione di animalisti nel paese. Non per proteggere l'allevatore, ma ufficialmente per non disturbare la ricerca dei cuccioli di Amarena.

Cinque mesi fa, quando Andrea Papi, un uomo di 26 anni che si allenava a correre in un bosco del Trentino, venne sbranato da un orso, si levarono alte le voci degli animalisti. Per difendere l’animale dal possibile abbattimento, argomentarono affermando che fosse “nel suo habitat”. Era l’uomo, semmai, che ne aveva invaso lo spazio vitale. Ora è un’orsa che ha invaso lo spazio dell’uomo ed è stata uccisa. E la colpa è solo dell’uomo? Quindi che cosa chiede l’animalismo all’uomo, di non entrare negli spazi vitali degli orsi e di lasciar entrare gli orsi nei propri? A questo punto non è più una mera difesa degli animali, ma una loro sacralizzazione: l’orsa Amarena è vista come una sorta di vacca sacra che può andare dove vuole, fare quel che vuole e guai a chi la tocca.





lunedì 4 settembre 2023

Settembre, mese dedicato agli Angeli



La Chiesa cerca di santificare tutto l’anno celebrando i santi di ogni giorno o le feste e solennità speciali, ma anche a ogni mese dell’anno la Chiesa dedica una devozione particolare. La scelta di questa devozione mensile avviene sulla base di qualche evento storico o di qualche celebrazione liturgica speciale.




Queste devozioni sono nate spontaneamente nel corso della vita della Chiesa, e non è sempre possibile determinare esattamente la data e il luogo della loro origini. E tutto può cambiare da un Paese all’altro, all’interno dell’unità della Chiesa nel rispetto della salutare diversità, soprattutto considerando le differenze culturali tra l’Occidente e l’Oriente cattolici.

SETTEMBRE è il mese dedicato agli angeli, messaggeri tra Dio e gli uomini, custodi e guide in ogni passo, in ogni giorno. Ad essi ci si rivolge invocando protezione e aiuto, perché veglino su di noi e ci diano la capacità di credere e amare Dio con tutta la forza di cui siamo capaci.


Nella Summa Teologica San Tommaso ripropone tra le altre cose la teoria delle tre gerarchie angeliche presentata dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, filosofo neoplatonico del V secolo, nel libro De coelesti hierarchia.


La struttura del cielo secondo lo Pseudo-Dionigi è basata su passi del Nuovo Testamento, dai quali egli dedusse uno schema formato da tre gerarchie (o sfere), ognuna composta da tre ordini (o cori), suddivisi in ordine di potenza decrescente man mano che si allontanano da Dio.
Prima gerarchia: Serafini, Cherubini, Troni;
Seconda gerarchia: Dominazioni, Virtù, Potestà;
Terza gerarchia: Principati, Arcangeli, Angeli.


Queste gerarchie sono state poi identificate con le orbite dei corpi celesti, che muovendosi emettono un’armonia, conosciuta come “musica delle sfere”.


San Tommaso era un appassionato studioso delle attività degli angeli, tanto da essere soprannominato ‘Doctor Angelicus’. A suo avviso gli angeli custodi hanno il compito di illuminare le nostre menti, aiutando la nostra intelligenza a farci comprendere la verità.


Approfondì l’opera di Dionigi, scrivendo nella Summa Teologica che la distinzione delle gerarchie angeliche si fonda sulle diverse nature intellettuali degli angeli, sui diversi modi in cui essi sono illuminati dall’Essenza di Dio. Per questo gli angeli superiori hanno una visione delle cose più universale rispetto agli angeli minori, perché apprendono la verità delle cose da Dio stesso, mentre gli angeli della seconda gerarchia le comprendono attraverso le cause universali e quelli della terza dall’applicazione delle cause sugli effetti particolari. In pratica, la prima gerarchia è composta da angeli più vicini e più somiglianti a Dio, in quanto tali capaci di conoscere tutte le cose in un’unica “forma”. Gli angeli della seconda gerarchia conoscono gli effetti divini dal modo in cui essi scaturiscono dalle cause universali e vengono illuminati dalla prima gerarchia. Gli angeli della terza gerarchia ricevono una conoscenza di effetti divini.

Di conseguenza, sempre secondo Tommaso, la prima gerarchia (Serafini, Cherubini e Troni) ha un rapporto diretto con Dio grazie al quale può considerare il Fine; la seconda (Dominazioni, Virtù e Potestà) il mezzo, ovvero la disposizione universale delle cose da farsi, l’ordinamento e il governamento del mondo; la terza (Principati, Arcangeli e Angeli) applica le disposizioni agli effetti, cioè esegue l’opera.
Preghiera all'Angelo Custode
(di San Pio da Pietralcina)

O santo angelo custode, abbi cura dell’anima mia e del mio corpo. Illumina la mia mente perché conosca meglio il Signore e lo ami con tutto il cuore. Assistimi nelle mie preghiere perché non ceda alle distrazioni ma vi ponga la più grande attenzione. Aiutami con i tuoi consigli, perché veda il bene e lo compia con generosità. Difendimi dalle insidie del nemico infernale e sostienimi nelle tentazioni perché riesca sempre vincitore. Supplisci alla mia freddezza nel culto del Signore: non cessare di attendere alla mia custodia finché non mi abbia portato in Paradiso, ove loderemo insieme il Buon Dio per tutta l’eternità.
Invocazioni ai Santi Arcangeli
San Michele, difendici
San Gabriele, fortificaci
San Raffaele, liberaci guariscici guidaci e proteggici.





Il problema degli stereotipi. Una premessa davanti ai tormentoni LGBTQ+ e Woke







Di Don Marco Begato, 4 AGO 2023

Un tema molto dibattuto e che sta trovando rinnovata attenzione a livello di confronto pubblico è quello relativo agli stereotipi. In realtà, e forse un po’ paradossalmente, sembra che il tema degli stereotipi non sia tanto oggetto di confronto quanto topos retorico calato dall’alto e con pochi margini di discussione, secondo un approccio e uno stile che di per sé favoriscono piuttosto la creazione che l’abbattimento di stereotipi.

Volendo combattere dunque il biasimevole ricorso agli stereotipi, credo proficuo offrire una riflessione sul tema. Obiettivo di tale confronto sarà in qualche modo eliminare la visione ormai stereotipata attorno agli stereotipi.

Sostengo due tesi. La prima è che la narrazione dominante sugli stereotipi sia appunto stereotipata a sua volta. La seconda è che l’esistenza di stereotipi non sia del tutto eliminabile, per il semplice fatto che essi si fondano, almeno in parte, su basi oggettive e su fondamenta realistiche.

Due esempi personali


Mi sovvengono due occasioni in cui ho avuto modo di ascoltare la narrazione dominante in tema di stereotipi, entrambe si legano al mondo scolastico che frequento.

Anzitutto, ho partecipato a un’attività formativa ospitata a Fiera Didacta Italia, “Il coinvolgimento delle studentesse nelle discipline STEM: un’esperienza positiva di collaborazione”. Si trattava dunque di un evento di grande ufficialità, promosso dal prestigioso istituto nazionale INDIRE, con la partecipazione della docente Rosaria Anna Puglisi del CNR. In quel contesto è stata presentata l’attività di “Women in Science” (https://hq.imm.cnr.it/womeninscience/20230310).

Speravo, in tale contesto, di trovare indicazioni su come sfruttare il genio femminile in ambito scientifico (nelle discipline STEM, appunto), magari andando a valorizzare quegli elementi di oggettiva differenza che si danno a livello cerebrale, cognitivo ed emotivo tra maschi e femmine. Invece in tale lezione ho solo sentito ribadire l’idea secondo la quale la partecipazione delle donne alle facoltà scientifiche è impedita da stereotipi e ho visto illustrare proposte che per lo più – se non ho frainteso – consistevano nel promuovere seminari scientifici di docenti donne per candidate studentesse donne.

Ora, non nego che si debba e si possa incentivare sempre meglio un accompagnamento delle studentesse verso un orientamento attitudinale aperto a 360°. Nego che, laddove si noti una disparità di scelta tra maschi e femmine, ciò sia dovuto semplicemente alla persistenza di stereotipi e non anche a inclinazioni che sono e rimangono sensibilmente diverse tra maschi e femmine.

Rispetto al caso citato e alle mie attese deluse, resto poi davvero molto stupito del fatto che non si siano messe in rilievo le attitudini proprie femminili e quindi il contributo specifico che le donne possono portare nel campo dell’indagine scientifica. Faccio io un’ipotesi: in un contesto di ricerca che privilegia sempre più il team working, forse il genio cooperativo femminino ha qualche vantaggio da portare rispetto all’istinto individualista del maschio? Lascio ad altri la risposta e torno sull’argomento principale dell’articolo.

Un secondo esempio lo traggo da un corso di formazione on-line, dedicato al tema dell’inclusione e quindi all’attenzione rivolta verso studenti che presentino disabilità, disturbi di apprendimento o bisogni educativi speciali. Anche qui in numerosi accenni ho ritrovato l’idea, questa volta applicata alle difficoltà di apprendimento e non ai caratteri sessuali, per la quale il pregiudizio a danno degli studenti in oggettiva difficoltà scolastica dipenda piuttosto da come si viene giudicati dai docenti e compagni di turno, anziché non dai limiti oggettivi propri.

Non nego un ruolo a entrambe le componenti appena elencate, ma nuovamente mi stupisco nel raccogliere una lezione che più o meno esplicitamente porta a concludere: la disabilità è in chi ti giudica. Falso. Vero è che il giudizio può rendere insopportabile o al contrario tollerabile una disabilità.

Chiudo questi due esempi con una puntualizzazione banale: in entrambi i casi si tratta di situazioni formative, lo stereotipo anti-stereotipi è dunque ormai un contenuto esplicito nella formazione dei docenti (per limitarmi alla mia categoria di esercizio). Non parliamo cioè di considerazioni peregrine, ma di un messaggio ben strutturato ormai assunto dagli organi formativi e destinato ai professionisti di settore in formazione.

Una proposta alternativa


Vengo al mio commento generale sulla tematica.

Gli stereotipi, dunque, sono solo frutto di pregiudizi sociali o sono fondati su dati di realtà?

La mia critica al pensiero dominante, come anticipavo, si appoggia su due osservazioni: l’impossibilità di liberarci in assoluto da pregiudizi soggettivi e l’oggettività che genera i giudizi umani anche al loro livello stereotipato.

Le tesi dominanti ed emergenti affermano: che gli stereotipi nascono dal giudizio dell’osservatore e non dipendono da caratteri oggettivi del soggetto; che gli stereotipi possono essere totalmente eliminati; che la persistenza di stereotipi è segno di ignoranza ed è causa di soprusi ingiustificati, perniciosi per chi ne è vittima e d’ostacolo allo sviluppo della società.

Tali idee non sono del tutto infondate: vi è una componente di giudizio che dipende dall’osservatore; il modo di guardare e giudicare può fare la differenza; vi è un modo di restare negli stereotipi che lede persone, comunità e società. Una parte, un modo. Non oltre.

Al contrario io sostengo: che vi siano degli elementi oggettivi nel soggetto sui quali si fondano gli stereotipi; che gli stereotipi quanto più risultino fondati sull’oggettività tanto meno siano eliminabili; che la pretesa di azzerare totalmente gli stereotipi sia essa stessa lesiva dei soggetti e nociva al bene comune e al relativo sviluppo sociale.

La tesi dominante punta a rimuovere gli stereotipi e a condannare quanti si oppongono a tale obiettivo.

Io punto a mantenere gli stereotipi per quello che effettivamente, creando consapevolezza attorno ai loro pregi e limiti, operarndo per una gestione intelligente degli stessi. Condanno come errore lo sforzo di chi sostiene la tesi dominante.

Ma cosa sono gli stereotipi? Per rispondere ascolteremo il parere di Hans-Georg Gadamer riguardo al ruolo dei pre-concetti. Gadamer, maestro indiscusso della filosofia ermeneutica, ci aiuterà a fissare i confini del sapere e il rapporto della conoscenza scientifica con gli stereotipi e i pregiudizi. Chiariti tali confini generali, sarà consequenziale trarre le considerazioni riguardo all’uso quotidiano degli stereotipi stessi.

Preciso che reputo Gadamer un autore importante, in quanto riconosciuto maestro della modernità, in dialogo con i migliori sviluppi del pensiero contemporaneo. D’altro lato, oltre alla tesi qui presentata, non vado oltre nell’assumere posizioni ermeneutiche. In altri contesti ho mostrato la mia disponibilità ad aderire alla scuola ermeneutica, optando per la corrente detta ‘ermeneutica veritativa’, e discostandomi dalla corrente della cosiddetta ‘ermeneutica relativista’, tanto cara al pensiero debole.

La lezione di Gadamer


In “Verità e Metodo” (Parte II, c.2, §1.a, Il circolo ermeneutico e il problema dei pregiudizi) Gadamer scrive: “L’interpretazione comincia con dei pre-concetti i quali vengono via via sostituiti con concetti più adeguati”. Questa prima considerazione porta con sé due attestazioni importanti. La prima è che ogni sapere muove da alcuni pregiudizi. La seconda è che tali pregiudizi vanno sottoposti a vaglio critico. Qual è il criterio con cui vagliarli? L’interprete “nel rapporto col testo, mette alla prova la legittimità, cioè l’origine e la validità, di tali presupposizioni”. Il testo, l’oggetto delle mie interpretazioni, offre la prova del fatto che i miei pregiudizi su di esso siano fondati o meno.

Rimarca Gadamer: “cos’è che contraddistingue le pre-supposizioni inadeguate, se non il fatto che, sviluppandosi, esse si rivelano insussistenti?”. E così abbiamo riconosciuto che alcuni pregiudizi non sono validi, dal che però si deduce che altri invece lo sono. E abbiamo aggiunto che l’elemento per definire tale validità ha a che fare con il testo, cioè con la realtà verso cui l’interprete (colui il quale giudica) sta guardando. Quindi i pregiudizi sono il punto di partenza, ma non possiamo fermarci a essi. “Ci si impone il compito di non presupporre semplicemente come ovvio che il testo parli il nostro linguaggio” e dunque ci si impone di metterci in discussione, di interrogare maggiormente il testo e di vagliare i nostri pregiudizi. Tale esperienza, a detta dell’autore si impone in modo forte: “quello che ci costringe a riflettere e richiama la nostra attenzione sulla possibilità di un uso diverso del linguaggio che ci è familiare è l’esperienza di un urto che si verifica di fronte a un testo”.

Fin qui siamo in parte d’accordo e in parte in contrasto col pensiero dominante. Siamo certamente d’accordo sul fatto che i pregiudizi vadano scossi, a fronte dell’urto che il testo (la realtà) ci impone. Credo che siamo d’accordo sul fatto che essi rappresentino il punto di partenza del giudizio, che il nostro giudicare sia intriso di pregiudizi. Probabilmente non siamo d’accordo se diciamo – con Gadamer – che i pregiudizi sono un elemento originario e peraltro buono (buono, perché di fatto rappresenta la realtà insormontabile e il meccanismo universale del nostro comprendere); immagino che i sostenitori del trend contemporaneo stimino i pregiudizi come un ostacolo e un incidente non originario e non necessario (se non è necessario e non è originario, allora è un male esservi incappati). Facilmente non siamo d’accordo se affermiamo che la realtà (il testo che stiamo interpretando) offre dei criteri oggettivi alla cui luce vagliare i nostri pregiudizi; mi pare che il discorso mediatico-politico sottolinei piuttosto l’assenza di un simile testo e della relativa oggettività.

Esemplifico quest’ultimo aspetto, riferendomi agli esempi narrati in apertura di articolo.


Primo esempio. Per Gadamer il sesso/genere femminile porta con sé degli elementi oggettivi che hanno storicamente concorso a tenere le donne lontane dalle discipline STEM (gli studi tecno-scientifici); per il discorso predominante invece tale gap è dipeso solo da strumenti culturali non originari e non necessari (i pregiudizi, gli stereotipi) che ora abbiamo smascherato e dobbiamo combattere. Preciso: per Gadamer ci sono elementi oggettivi che segnano il divario tra donne e STEM, ma siamo esortati a vagliare sempre più approfonditamente di che natura siano tali elementi, se e come possano essere rinnovati, in quale misura potrebbe darsi un incontro donne-STEM (io stesso sopra avevo posto una domanda/proposta a riguardo).

Secondo eempio. Per Gadamer la disabilità e il disturbo sono elementi oggettivi che affaticano la partecipazione scolastica; per il discorso predominante invece tale fatica dipende da un’impostazione stereotipata del percorso didattico. Nuovamente: Gadamer ci invita a vagliare se nell’evoluzione dei metodi, delle cure e del concetto sociale di istruzione possa esserci un significativo modello di inclusione scolastica.

In tale ottica, chi scrive è promotore attivo sia dell’inclusione che dell’istruzione scientifica femminile, senza con ciò sposare le linee-guida prevalenti, che reputo ideologiche.

Bensì dialogo con gli sviluppi più recenti del pensiero occidentale. Proprio tali sviluppi obbligano a prendere le distanze da altre letture dogmatiche. È dogmatico, alla luce delle argomentazioni di Gadamer, ignorare la lezione sui pregiudizi e reiterare l’imperativo contro di essi. Per la precisione siamo di fronte a un dogma illuminista e positivista: paradossalmente anti-scientifico (perché ignora gli sviluppi delle teorie epistemologiche e della conoscenza più aggiornate) pur nella pretesa di essere scientifico (perché Illuministi e Positivisti si ersero a suo tempo a paladini di tale sapere). Quest’ultima proposizione spiega anche in che senso io giudichi ideologiche le linee guida mainstream.

Ma lasciamo che sia lo stesso Gadamer a spiegarcelo. “L’illuminismo ha un suo pregiudizio fondamentale e costitutivo: questo pregiudizio che sta alla base dell’Illuminismo è il pregiudizio contro i pregiudizi in generale e quindi lo spodestamento della tradizione”. Al contrario, una volta denunciata tale contraddizione radicale e invincibile (esser contro i pregiudizi è il primo dei pregiudizi), ha senso recuperare un retto concetto di tradizione come forma di sapere e di agire, non per un culto della tradizione in se stessa (tradizionalismo), ma per una accettazione della realtà antropologica fondamentale con tutti i suoi limiti e le sue condizioni di possibilità:

“È proprio vero che stare dentro a delle tradizioni significhi anzitutto sottostare a pregiudizi e subire una limitazione della libertà? O piuttosto non è la stessa esistenza umana, anche la più lbera, che è limitata e condizionata in maniera molteplice? Se questo è vero, allora l’ideale di una ragione assoluta non costituisce una possibilità per l’umanità storica”.

Il tutto sempre rimarcando la distinzione fondamentale, “quella cioè della distinzione tra pregiudizi veri, alla luce dei quali comprendiamo, e pregiudizi falsi, che conducono al fraintendimento”.

È pregiudizio falso l’idea che il gap donne-STEM non esista e ogni suo residuo sia il prodotto di una civiltà machista. È pregiudizio vero il fatto che tale gap abbia un fondamento – nella natura psichica e biologica, nei compiti sociali materni – tale però da poter essere superato in specifici casi – caratteri brillanti, personalità spiccatamente propense e dotate, scelte familiari non impedienti, dinamiche storico-sociali particolari. Casi pur lodevoli, aggiungerei.

Mancano ancora un paio di tasselli a chiudere la riflessione gadameriana, in fondo impliciti nelle pagine precedenti: i pregiudizi sono indomiti e ineliminabili. Il destino del sapere e del convivere umano non sta nello sterminio dei pregiudizi, ma nella capacità di valorizzare quelli veri e di usarli per procedere nella propria esperienza buona. “I pregiudizi e le tendenze che occupano la coscienza dell’interprete non sono qualcosa di cui egli possa liberamente predisporre. Egli non è in grado, di per sé, di separare preliminarmente i pregiudizi produttivi che rendono positivamente possibile la comprensione da quelli che invece la intralciano”. I pregiudizi ci precedono, ci sovrastano e ci sfidano: a distinguere quelli utili da quelli nocivi, per esempio. I pregiudizi sono ineliminabili, perché la conoscenza della realtà nella sua grandezza non si riduce mai a etichette semplificate.

Termino qui l’accenno al pensiero gadameriano – complesso, certo, ma utile a scardinare le banalità teoriche che reggono la propaganda diffusa.

Un’ermeneutica degli stereotipi


E ora torno a un livello più immediato della riflessione. Gadamer insiste sui pregiudizi, ma che dire degli stereotipi? Da un punto di vista teorico, le due questioni combaciano. Dovremo ammettere che gli stereotipi sono una forma di conoscenza, ma ugualmente dovremo dire che essi devono essere sottoposti a vaglio.

Generalmente forse con stereotipo si intende qualcosa di più gretto di un pregiudizio. In certo senso dire stereotipo significa dire: un pregiudizio fossilizzato e infondato.

E allora, senza inseguire l’utopia di voler eliminare gli stereotipi, dovremmo però stare attenti almeno a questi due aspetti: primo, che nessuno stereotipo sia assunto in modo fisso e immodificabile; e secondo, quale sia il fondamento reale e rispettabile di uno stereotipo.

Ora, e tornando per l’ultima volta sugli esempi sopra citati, quanto al primo aspetto, dovremo accettare che il ruolo della donna e del diversamente abile muti nel tempo e non si configuri rigidamente su modelli passati – questo errore di irrigidimento può darsi, questo errore ha subito una forte spinta (a volte scomposta) a mutare grazie al pensiero rivoluzionario illuminista, sul valore di tale svolta possiamo complessivamente concordare (soprassedendo sui dettagli attuativi e suoi principi teorici della stessa).
Quanto al secondo aspetto, dovremo valutare quali sono i fondamenti degli stereotipi sulla donna e sul diversamente abile, e scoprire che la disabilità e il sesso/genere comportano dei confini e dei limiti evidenti e intrascendibili, così come ugualmente essi presentano uno spettro di variabili che potrebbero essere maggiormente esplorate e valorizzate a beneficio dei soggetti e della comunità.

Dunque, ora possiamo rispondere alla domanda iniziale: cosa sono gli stereotipi? Un tipo di pregiudizio, socialmente diffuso, con un fondamento oggettivo nella realtà biologica e culturale, e un margine di evoluzione politico-pedagogico significativo, ma anche con una certa tendenza a fossilizzarsi e ad assumere presupposti falsi.

Dal che discende la conclusione: che fare davanti agli stereotipi? Studiare. E così vincere la tendenza a fossilizzarsi e ad assumere presupposti falsi, sapendo al contrario distinguere il fondamento oggettivo degli stessi dal loro margine di adattabilità e rinnovabilità storico-sociale.

Questo mi sembra l’avvio di una buona riflessione sugli stereotipi, di una attenzione alla dignità delle persone, di un lavoro utile al bene comune. Le medesime attenzioni, se edificate su di un fondamento culturale dogmatico illuminista, nutrito dal Paradosso del Pregiudizio (la pregiudiziale lotta ai pregiudizi), reputo che possano fare dei danni tanto ai singoli quanto alla collettività.

Tutta la retorica sui diritti umani e in particolare gli aggiornatissimi tormentoni LGBTQP e Woke dovrebbero essere vagliati alla luce della prospettiva oggi introdotta.



II PARTE 


Assolutizzazione delle differenze ed egualitarismo applicato ai generi. 


Abbiamo introdotto la questione degli stereotipi. La abbiamo ampiamente trattata alla luce delle riflessioni di H. G. Gadamer attorno al valore epistemologico dei pregiudizi. Abbiamo così raccolto un dato prezioso: la conoscenza umana non può mai sbarazzarsi definitivamente di pregiudizi e stereotipi, dovrà dunque trovare un modo intelligente di usarli.

L’idea di condannare qualsiasi ricorso agli stereotipi risulta quindi infondata, errata e nociva.

Abbiamo anche accennato a un secondo elemento, il fatto che i pregiudizi e gli stereotipi trovino un fondamento oggettivo nella realtà. Questo secondo appunto non è stato approfondito nel precedente articolo. Per farlo si potrebbero citare vari testi, ma non sarà il mio obiettivo odierno. Tanti sono i lavori già pubblicati, tra gli altri ricordo il saggio divulgativo ma puntuale di Giuliano Guzzo …

Una ripresa su veri e falsi stereotipi


Oggi preferisco toccare l’argomento con parole mie e limitarmi a definire genericamente gli stereotipi come delle realtà verosimili che hanno un fondamento statisticamente comprovato nella natura e/o nella natura. Anzitutto, e facendo un passo indietro, richiamiamo la tesi di Gadamer, secondo cui esistono due tipi di pregiudizi, quelli veri e quelli falsi. Quelli falsi vanno smascherati e superati. Quelli veri si tengono e guidano la crescita del sapere. Lo stesso, dicevamo, vale per gli stereotipi. Quindi proviamo a dire cosa possiamo intendere con stereotipi veri. Considero stereotipi veri quelli che hanno un fondamento oggettivo, una base che si riferisce a dati solidi, come per esempio gli elementi biologici. Per esempio, se ci riferiamo alle narrazioni LGBTP, e trattiamo la questione dei sessi e dei generi, i dati biologici saranno quelli dei cromosomi, degli ormoni, delle reti neurali, delle strutture fisiche. Ma per l’appunto, e seguendo la mia definizione, uno stereotipo dice di un certo andamento statistico e dunque ha a che vedere con una variabilità. Sempre sostando sull’esempio dato, la variabilità si incontrerà a più livelli: già a livello biologico si può dare uno sviluppo maggiore o minore dei caratteri maschili o femminili del soggetto; in più a livello psicologico e sociologico possono intervenire differenti stimoli, tali da rimodulare ulteriormente il ruolo della variabile biologica; infine, a livello spirituale si incontrano ulteriori variabili, legate al senso dell’esistere e alle scelte di libertà. Per cui generalmente dal maschio ci attendiamo alcuni caratteri, che però potremmo non trovare a motivo delle variabili – biologiche, psicologiche o spirituali – in atto nei singoli soggetti. Il pregiudizio che esprimiamo sui maschi, riferendoci ai caratteri stabili presupposti e prevedibili, è uno stereotipo. Se esso è consapevole del proprio limite e quindi è pronto ad essere revisionato alla luce delle singole situazioni, diviene un pregiudizio vero, uno stereotipo sano. Se esso si illude di rappresentare una conoscenza universale, risulta uno stereotipo nocivo. Ugualmente nociva e assurda sarà però la pretesa di giudicare le persone quasi fossero il prodotto di pure variabili soggettive, prescindendo da quegli elementi che le definiscono oggettivamente.

Quanto alle variabili, aggiungo due brevi incisi. Il primo è che lo spettro di variabilità non è infinito e non è arbitrario, bensì è legato alle possibilità di variazione proprie dell’ambito considerato. In campo sessuale, possono darsi significative variazioni, per esempio legate al livello di ormoni o alla plasticità celebrale, ma esse rimangono all’interno di limiti scientificamente rilevabili, altrimenti si finisce nella patologia fisica (ermafroditismo) o mentale (follia). Esiste anche una patologia spirituale? Sì, e questo ci introduce al secondo inciso. Vi è una variabilità legata alla componente spirituale: essa è potenzialmente più ampia di quella psico-fisica – lo spirito effettivamente può sporgersi ben al di là di ciò che gli permette il sostrato corporeo e psichico -, ma non dimentichiamo che a questo livello spirituale si intreccerà sempre e intrinsecamente la dimensione morale: certe pretese posizioni dello spirito sono cioè possibili ma cattive. Non mi dilungo oltre perché qui si tratta di materia nota e già affrontata da moralisti e teologi nelle debite sedi.

Alla luce di queste considerazioni nuovamente affermo: gli stereotipi presentano una verosimiglianza con un fondamento statisticamente comprovato. Il problema, dunque, non sono gli stereotipi (ineliminabili), ma il loro utilizzo (da monitorare). A questo punto avevamo concluso l’articolo precedente. Offrendo un richiamo genericista al compito di studiare. Si potrebbe approfondire ulteriormente tale via? Certamente, ma non sarà la mia preoccupazione.

Una pagina di Romano Guardini


Anziché scavare nel tema degli stereotipi preso in se stesso, preferisco spostare il focus della riflessione ed esplorare in che modo si potrebbe purificare il nostro sguardo sugli stereotipi. Per fare questo, mi lascerò guidare da una pagina illuminata di Romano Guardini.

Riporto integralmente la pagina, che poi commenteremo:

“Non è vero che tutti gli uomini siano uguali; sono diversi secondo le loro nature, diversi secondo il modo e la natura delle loro doti. L’uguaglianza non consiste in ciò, che tutti siano e valgano lo stesso, ma in ciò che uno sia se stesso e possa raggiungere il posto che gli compete tra gli altri. Questa è vera democrazia. È un modo di sentire plebeo quello che afferma che tutti siano uguali. L’invidia non vuole che alcuno valga di più e vuole abbattere chi si alza sopra gli altri. Dove essa domina, non nasce il ricco, intenso, unitario comportamento del popolo nello Stato. Atteggiamento politico significa che si vede e si riconosce la differenza delle doti. Se si lascia arrivare il singolo al posto che gli compete, le forze e le doti maggiori raggiungeranno i compiti e le maggiori responsabilità, anche se così resteremo noi stessi nell’ombra. E, per converso, Stato significa che colui che si trova in una situazione di comando compie la sua opera nel tutto come lo richiedono le circostanze e in favore della comunità; significa che ci comanda lascia che gli altri partecipino, capiscano e collaborino, e fa sentire attraverso tutto il suo modo di agire come egli lavori per loro. Così, l’unità diventa l’unità di chi guida e di chi è guidato; di chi va avanti e di chi segue; del creatore e dello scopritore e del collaboratore” (R. Guardini, Lettere sull’autoformazione, Morcelliana, Brescia 1994, 181).

Commentiamo dunque questa intensa citazione. Anzitutto la contestualizziamo: il testo è tratto dalla “Lettere sull’autoformazione”, raccolta di brevi scritti che l’autore indirizza alla gioventù tedesca degli anni Trenta. In particolare, la nostra citazione compare nella “Lettera Nona. Lo Stato siamo noi”.

L’egualitarismo come ideologia


Perché ci interessa tale citazione? Perché il motto sull’uguaglianza richiama una classica visione illuminista. Gli illuministi, al grido di Egalité!, ci hanno inculcato che è ragionevole riconoscere l’uguaglianza di tutti e che sarebbe pregiudiziale misconoscerla. Commentando tale paragrafo, avverso all’egualitarismo, troviamo preziose indicazioni per vincere quei classici assunti e possiamo trarne utili suggerimenti per superare anche i più moderni assunti, essi pure di matrice illuministica (cfr. i commenti di Gadamer nel precedente articolo).

Guardini esordisce seccamente enunciando la tesi: “non è vero che tutti gli uomini sono uguali”. E subito aggiunge un rilievo fenomenologico, cioè una evidenza accessibile a tutti: “son diverse le nature, sono diversi i modi di darsi di esse”. Se dunque diamo voce all’evidenza, anche noi dobbiamo riconoscere che si danno delle nature, che esse hanno caratteri netti, che poi si danno modi differenti in cui tali nature e tali caratteri possono essere vissuti. L’aggressus di Guardini tocca il mito dell’uguaglianza, ma la cultura LGBTP rappresenta la posizione uguale e contraria dell’egualitarismo, l’altra faccia della medesima medaglia ideologica: affermare che tutti siamo uguali o che tutti siamo diversi, in assoluto e senza distinguo rispettosi della realtà, significa compiere il medesimo errore. E quanto più tale errore viene cavalcato, tanto più si fa evidente che la Gender Theory va sempre più configurandosi come una Gender Ideology, intendendo con ideologia una struttura di pensiero disobbediente ai criteri di realtà e recalcitrante al rapporto con la realtà stessa.

Prosegue l’autore: “L’uguaglianza non consiste in ciò, che tutti siano e valgano lo stesso, ma in ciò, che uno sia se stesso e possa raggiungere il posto che gli compete tra gli altri”. La fenomenologia di Guardini ha sempre un marcato riferimento antropocentrico con significativi approfondimenti sul valore della coscienza e dell’identità soggettiva. Anche in questo caso troviamo simili agganci. Qual è dunque secondo Guardini il criterio capace di sciogliere il nodo dell’egualitarismo (e per noi del genderismo?): tornare alla verità sull’uomo. E questo quali elementi comprende? Ne include almeno tre, anzitutto si chiede una riflessione sull’autenticità del soggetto (“che uno sia se stesso”), quindi ricorda che l’identità personale si definisce nella relazione con gli altri individui (“il posto che gli compete tra gli altri”), e infine si riconosce che tale identità va conquistata, si pone come meta di un cammino rigoroso e non come emersione spontanea, chiede dunque disciplina e fatica (“possa raggiungere” è un’esortazione e non un dato di fatto). Tutte le “Lettere” di Guardini sono poste sotto tale prospettiva, ai giovani si propongono alti ideali che però sono presentati come meta di un cammino rigoroso, in alternativa a spontaneismi e facilitazioni che hanno come pegno una vita di basso profilo o anche il fallimento del proprio essere.

Aspetti politici dell’egualitarismo


“Questa è vera democrazia”, chiosa il Guardini. Fuori da tale prospettiva, fuori di una assunzione responsabile e impegnata per trovare la propria autenticità nella società, adempiendo il compito che la natura ci ha dato, fuori di tutto ciò non avremo democrazia, ma anarchia e dispotismo. Ricordiamo che Guardini ragiona alla luce della disfatta della Prima Grande Guerra e nel clima di instabilità politica nella Germania degli anni Trenta, e questo fa di lui un teste autorevole sull’argomento, da non sottostimare.

Il passaggio successivo introduce elementi scomodi per la cultura attuale: “È un modo di sentire plebeo quello che afferma che tutti siano uguali”. Guardini mette in guardia proprio dal rischio che il nostro modo di sentire sia vile e sprovveduto. Nuovamente, tra le righe si cela una forte consapevolezza: si danno diversi livelli di sapere, di sentire e di volere. Alcuni di essi sono nobili e ricchi, altri mediocri, altri plebei. Non c’entra nulla con ciò la classe o la provenienza, c’entra invece la serietà con cui ciascuno assume il compito di ricerca della verità. L’affermazione dell’egualitarismo corrisponde a una lettura semplificata e grossolana delle dinamiche antropologiche e quindi merita il titolo di concezione plebea. Sembra una diagnosi pulita della nostra epoca, che ha evidentemente banalizzato il sapere e l’informazione; l’era dei social ha reso tutti in apparenza opinionisti ed esperti, ma generalmente ci troviamo solo più banali e instupiditi.

Guardini poi precisa. Le ideologie non risultano plebee unicamente per la loro fragilità teoretica, bensì perché si appoggiano su un senso morale compromesso, spesso loro motore è l’invidia personale: “L’invidia non vuole che alcuno valga di più e vuole abbattere chi si alza sopra gli altri”. Dietro le teorie egualitariste si cela dunque un’opzione esistenziale; oltre alle difficoltà teoretiche e prima di esse incontriamo delle bassezze comportamentali e personali. L’animo invidioso, proprio perché è tale, si trova accecato nel riconoscere la verità delle differenze che arricchiscono; l’animo invidioso nega le differenze e impone l’egualitarismo perché non accetta che qualcuno possa differire da lui in meglio. La viltà alimenta l’ideologia. E quindi dovremmo chiederci anche circa le Gender Theory: l’assolutizzazione delle differenze e l’egualitarismo applicato ai generi nascondono una fragilità esistenziale di chi non accetta che altri siano migliori di sé? Durissima questa domanda, inaccettabile per i contemporanei, ma genuina. Vi risponderemo in un articolo a venire. E un altro interrogativo si pone circa il grave problema di affidare scelte politiche a uomini moralmente corrotti ed esistenzialmente compromessi. Se la verità e il potere dipendono da persone spiritualmente schiave, lo Stato non potrà che trarne danno. Se le leggi vengono fatte dal governo dei peggiori, saranno leggi pessime. Ne parleremo nel prossimo articolo.

Guardini prosegue nella denuncia delle derive conseguenti agli atteggiamenti plebei, dove essi dominano “non nasce il ricco, intenso, unitario comportamento del popolo nello Stato”. Ma allora quale atteggiamento è richiesto per promuovere un senso statale ricco e fecondo? La risposta chiesta per essere autentici uomini e cittadini è molto esigente e si fonda sull’appello a una magnanimità senza mediocrità. Per essere buoni cittadini bisogna essere personalità di una rettitudine superiore, sacrificata addirittura. Scrive l’autore: “lascia arrivare il singolo al posto che gli compete, le forze e le doti maggiori raggiungeranno i compiti e le maggiori responsabilità, anche se così resteremo noi stessi nell’ombra”. La verità e la civiltà chiedono al singolo uno spirito di autenticità, umiltà e oblazione. Riconoscere dove sta il meglio e promuoverlo, anche a costo di dovermi mettere io stesso in disparte – e questo per il beneficio di tutta la comunità e non di un gruppo ristretto.

Lo stesso atteggiamento si richiede al ‘migliore’ assurto ai posti di comando, il quale è chiamato ad agire in modo che “gli altri partecipino, capiscano e collaborino, e fa sentire attraverso tutto il suo modo di agire come egli lavori per loro. Così l’unità diventa l’unità di chi guida e di chi è guidato; di chi va avanti e di chi segue; del creatore e dello scopritore e del collaboratore”.

Il testo di Guardini non approfondisce la definizione degli stereotipi e non esemplifica la loro catalogazione o evoluzione. Fa qualcosa di diverso, e di grandemente importante per noi: getta luce sulle qualità umane richieste al singolo e alla comunità al fine di costruire insieme una politica giusta, imperniata sulla verità. Nel precedente articolo ho lasciato un richiamo generico al compito di studiare, per meglio comprendere il portato dei diversi stereotipi in base alle situazioni e alle aumentate conoscenze scientifiche. Ora, grazie al filosofo italo-tedesco, siamo andati oltre. Abbiamo visto che è necessario lavorare anche e soprattutto su se stessi, sul proprio sguardo, sul proprio senso morale, sul proprio modo di vedere, sulla propria disponibilità nei confronti della verità e della giustizia, sulla forza di superare l’egoismo e di sottomettersi alla realtà anche quando essa non è generosa con noi, o almeno lo è di più con gli altri. Tutte queste attitudini hanno a che fare radicalmente con la capacità di confrontarsi con gli stereotipi, di sciogliere quelli falsi, di proporzionare quelli veri e di fuggire le ideologie.

Le prossime tappe della nostra ricerca


A questo punto potremmo aprire un grosso capitolo relativo alla formazione personale e magari addentrarci nello studio complessivo delle “Lettere” di Guardini. Ma questo ci porterebbe fuori tema. Però nel prossimo articolo sosteremo ancora un momento a commentare la struttura della Lettera Nona, dedicandoci alla questione della Comunanza nel suo complesso. Essa ci offrirà ricchissimi spunti per riflettere sul senso della politica e su come rispondere virtuosamente alle sue crisi moderne. La debacle sugli e degli LGBTP sta mostrando infatti, tra gli altri aspetti, anche un lato di profondo decadimento nel senso statale e democratico. La visione politica rappresenta dunque un ulteriore punto di vista sul problema, la chiarificazione del quale potrà darci istruzioni notevoli attorno al problema stesso. Così prosegue il nostro cammino, che appunto vuole essere non un’analisi dell’oggetto LGBTP, quanto una critica del contesto e dei presupposti che a tale oggetto stanno dando linfa e protagonismo.

Don Marco Begato





domenica 3 settembre 2023

Perché la vera filosofia cristiana non può accettare l’esistenzialismo?





3 SETTEMBRE 2023


di Corrado Gnerre

Il secolo XX si aprì con un grande ottimismo. I grandi miglioramenti nella vita quotidiana del secolo XIX avevano ubriacato di un grande ottimismo: forse, chissà, un giorno si sarebbe riusciti anche a sconfiggere la morte. Poi la catastrofe della Grande Guerra, la quale , proprio utilizzando i grandi progressi tecnologici, fece morti su morti. E allora la disillusione e l’avvilimento pessimista. Fu in questo contesto che nacque l’esistenzialismo come segno di un’angoscia diffusa.

I maggiori rappresentanti furono i tedeschi Heidegger e Jaspers e i francesi Sartre, Camus, Marleau-Ponty.

L’esistenzialismo può essere sintetizzato in questi punti fondamentali:

Il metodo fenomenologico che vuol dire capire la vita non alla luce di princìpi metafisici (verità, Dio, vita eterna…) ma attraverso l’esperienza della vita stessa.

Il punto di vista antropologico. Lo studio deve partire dall’uomo e deve concentrarsi solo sull’uomo.

I valori sono frutto del divenire del tempo e della storia. Non esistono valori eterni e assoluti, ma questi sarebbero l’esito di ciò che accade nella vita singola e generale degli uomini.

Già questi tre punti basterebbero a capire quanto sia inconciliabile l’esistenzialismo con una visione cristiana della vita. C’è però un quarto punto che è più difficile da capire, ma che ancora di più dimostra questa inconciliabilità. Vediamolo.

La subordinazione dell’essenza all’esistenza. Esiste solo l’esistenza e non l’essenza. La vita non può essere limitata dalla natura che definisce ogni realtà singola.

Il buon san Tommaso d’Aquino affermava che tutto ciò che esiste è ente, cioè realtà che esiste. Ma egli faceva un ulteriore precisazione: mentre Dio è l’essere in cui l’esistenza coincide con l’essenza, la realtà creata ha sì l’essere ma in essa esistenza ed essenza non coincidono. Più semplicemente. L’essenza di una cosa è la sua natura, é ciò che fa sì che una cosa sia quello che é, é ciò che fa sì che un cane sia un cane o una sedia una sedia. Ma l’essenza da sola non basta a formare l’essere di un ente, questo ha bisogno di esistere (dell’atto di essere). L’essenza di una sedia, senza l’esistenza, è solo una sedia astratta che non esiste. Per esistere ha bisogno che all’essenza si accompagni l’esistenza. L’atto di essere necessario é solo di Dio. Mentre la sedia, il cane…possono non esistere, Dio non può non esistere.

Questa premessa per dire che cosa? Che l’esistenzialismo deve essere capito proprio nella prospettiva di rifiuto alle convinzioni tomiste. Per l’esistenzialismo esiste solo il singolo ente e non l’essenza e questo comporta che ogni cosa, proprio perché non limitata alla sua natura (essenza), può divenire “possibilità infinita”, tutto e il contrario di tutto. La natura (l’essenza) è un orizzonte definito delle scelte che l’uomo può compiere nella sua vita. L’essenza fa capire che la libertà dell’uomo non è fare quello che si vuole ma scegliere ciò che realizza davvero la sua natura e quindi liberarsi da tutto ciò che compromette il suo essere. Ma quando non si è più consapevoli della propria natura (essenza) ma solo del proprio essere, allora la vita diventa la possibilità di realizzare ogni cosa, di passare dal bene al male, dal giusto all’ingiusto, dalla verità all’errore. Anzi, gli stessi concetti di bene e di male, di giusto e d’ingiusto, di verità e di errore vengono meno.

Da qui l’idolatria della libertà che contraddistingue l’esistenzialismo. Ma da qui anche l’esito fallimentare. La vita di per sé definisce e riconduce l’uomo al suo limite, e allora, per chi ha scelto la libertà come fine, essa diventa insopportabile, diventa quella “marmellata appiccicaticcia e insopportabile” di cui Sartre stesso parlò.





Vescovi green: dalla salute delle anime a quella del pianeta



"Cambiare rotta": è l'accorato invito di mons. Gianmarco Busca, vescovo di Mantova, che non si riferisce alla conversione, bensì alla cura dell'ambiente.



SALUS ORBIS TERRARUM


BORGO PIO, 02-09-2023

Vescovi in stato di allerta, accorati appelli e l'invito a "cambiare rotta", che –dopo Rimini – questa volta proviene dalla diocesi di Mantova.

Se "cambiare rotta" può far pensare alla conversione, la lettera di mons. Gianmarco Busca non si riferisce tuttavia alla vecchia salus animarum, per la quale non si vede in giro grande preoccupazione, piuttosto alla salus orbis terrarum: la salute del pianeta più che delle anime sembra animare lo zelo di molti pastori. Dopo una narrazione eco-apocalittica, che quasi ricalca l'annuncio degli ultimi tempi di Mt 24, ma in salsa mediatica (dai «fratelli costretti a migrare per i cambiamenti del clima...» alla «divisione impari delle risorse che sono tristemente concentrate nelle mani di pochi Paesi»), il presule invita però a non scoraggiarsi perché «quello che possiamo fare è ancora molto!».

Occorrono «passi concreti, innovativi e promettenti, di condivisione e compartecipazione sinergica», tra i quali mons. Busca cita le «comunità energetiche rinnovabili» e invita a cogliere il Tempo del Creato come un «tempo propizio per riflettere e condividere progetti concreti e sostenibili di cura, rispetto e valorizzazione dell’ambiente». Un linguaggio sinergico e sostenibile da addetti ai lavori dell'eco-teologia che ci porta ben oltre le 12 best practices suggerite dal vescovo di Rimini, cui riconosciamo quantomeno la facile e immediata comprensione.

Anche stavolta il Creato c'è, ma il Creatore risulta non pervenuto in un testo che sembra scritto non da un ministro di Dio ma da un ministro dell'Ambiente.







sabato 2 settembre 2023

Debelliamo l’uomo per salvare l’ambiente?


Greta Thunberg, Oljehamnen, Svezia, 24 luglio 2023 (Ansa)

Tentar (un giudizio) non nuoce

Che cosa c’è al centro dell’universo? L’uomo o la natura? S'avanza sempre più un'ideologia che, per preservare la natura, sacrifica gli uomini






Raffaele Cattaneo02/09/2023

Papa Francesco nel recente discorso durante l’udienza concessa a una delegazione di avvocati di paesi membri del Consiglio d’Europa firmatari dell’Appello di Vienna ha annunciato a sorpresa che sta scrivendo una seconda parte della Laudato si’ per aggiornarla ai problemi attuali. Attenendoci alla edizione del 2015, il Santo Padre aveva posto la questione: Persona e ambiente, Antropocene o Biocene?

Non possiamo negare che il documento Vaticano ha prodotto una crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura, maturando una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta. Questo fatto rappresenta un dato certamente positivo, da cui possiamo essere confortati.

Uomo distruttore


Nello stesso modo non possiamo negare che in questa generale crescente consapevolezza, hanno fatto anche breccia le voci di chi denuncia che l’ambiente in cui viviamo sia stato irrimediabilmente deturpato e che la causa di tutto questo sia l’uomo. È la posizione mainstream, che si è venuta affermando negli ultimi anni soprattutto grazie al movimento di opinione globale dei Fridays for Future e della sua leader Greta Thunberg, sull’onda di messaggi del tipo: «Ci avete rubato il futuro», «Non c’è un pianeta B», «La nostra casa brucia».

Si tratta di una rappresentazione della realtà che usa pressoché esclusivamente messaggi allarmistici e negativi, che fa leva su elementi emozionali, che basa il proprio ampio consenso su una visione, in ultima istanza, negativa e nichilista, in cui l’uomo è considerato il distruttore dell’ambiente.

Biocentrismo


Per molto tempo la discussione a livello filosofico ed anche etico è stata fra antropocentrismo e biocentrismo: che cosa c’è al centro dell’universo? L’uomo o la natura? Qual è il paradigma concettuale e la prospettiva di pensiero corretta da cui analizzare la realtà e in particolare la crisi ecologica? L’Antropocentrismo sostiene che al centro c’è la persona umana, che ha un valore superiore a quello di tutti gli altri esseri viventi. È la visione che deriva, tra l’altro, dalle grandi religioni monoteiste e che ha prevalso nella storia per molto tempo.

Il Biocentrismo, al contrario, sostiene che al centro ci debba essere il cosmo stesso, in una relazione di pari dignità ontologica fra tutti gli esseri viventi, nella quale gli esseri umani sono solo una delle tante forme di vita, al pari di animali, vegetali, funghi, batteri, e tutti hanno una identica centralità in una sorta di “ontologia della rete”, nella quale ciò che conta sono le interazioni, la co-evoluzione, le relazioni tra le specie.

Fino alla estrema conclusione, teorizzata nel libro Biocentrismo di Robert Lanza, di una nuova teoria del tutto in cui è la fisica quantistica a giustificare l’immortalità dell’anima.

Basta antropocentrsimo


La questione è tutt’altro che astratta: il ministero della Pubblica Istruzione italiano ha dato disposizioni, già nel 1989, affinché venisse creata nelle scuole «una nuova sensibilità verso i problemi dell’ambiente per diffondere una cultura che trasformi la visione antropocentrica del rapporto uomo natura». Le implicazioni etiche di tale cambiamento di prospettiva mi paiono evidenti: semplificando molto potremmo dire che, se al centro c’è l’uomo, sarà eticamente corretto ciò che serve all’uomo, anche se dovesse danneggiare la natura. Al contrario, se al centro c’è la natura, sarà eticamente corretto il comportamento umano che serve e tutela la natura, anche se dovesse danneggiare l’uomo.

Messa così, il biocentrismo potrebbe sembrare ad alcuni persino un passo avanti rispetto all’antropocentrismo: l’uomo si rende conto che non può essere il dominatore assoluto dell’universo e cerca di costruire un’etica che lo tenga maggiormente in equilibrio con tutto. Così, infatti, lo rappresentano i suoi sostenitori.

Natura senza l’uomo


La questione oggi però, a mio parere, è arrivata a un punto ancora più spinto, sul quale dobbiamo interrogarci a fondo: la perdita della centralità dell’uomo ha portato al superamento della dialettica fra antropocentrismo e biocentrismo, verso l’affermazione dell’Antropocene. Pertanto l’uomo sarebbe diventato il distruttore del pianeta che abita, non più il suo centro.


Non voglio negare che l’azione dell’uomo sia stata, in molti casi, negativa o fortemente negativa, ma mi domando: può essere questo il fondamento di un’etica ambientale che ci permetta di affrontare in modo adeguato e generando comportamenti buoni il tema che abbiamo di fronte? In questa visione l’uomo ultimamente viene considerato come una sorta di virus che distrugge il pianeta. Però se l’uomo è il virus, la scelta etica conseguente sarebbe quella di spazzarlo via, di debellarlo.

Dietro a queste riflessioni c’è un pensiero che, in ultima istanza, non può che portare alla conclusione secondo cui dovremmo fare a meno dell’uomo per salvaguardare la natura. Non solo è la fine dell’antropocentrismo, ma anche del biocentrismo: al centro non c’è più l’uomo, e neppure la natura con tutti gli esseri viventi in equilibrio fra di loro, ma la natura contro o senza l’uomo! È questa un’esagerazione dialettica?

Ha ancora senso fare figli?


Mi hanno fatto molto riflettere alcuni fatti concretissimi: all’interno del movimento Fridays for Future è nato un gruppo di ragazze poco più che diciottenni che, pur desiderando la maternità, hanno scelto di non mettere al mondo dei figli. Questo movimento si chiama Birth Strike, è stato fondato dalla attivista britannica Blythe Pepino, autrice di un pamphlet dal titolo Contro i figli, la cui tesi è che non avere figli è una delle misure più efficaci per limitare le emissioni di gas serra, e conta già centinaia di aderenti.


Analogamente, hanno preso vita altri movimenti simili, come Ginks: che sta per “Green inclinations, no kids”, o si sono orientati verso ragioni ambientaliste movimenti già esistenti come Childfree. In rete si trovano molti racconti a riguardo. Alexandria Ocasio-Cortez, una dei nuovi leader del Partito democratico americano, sul suo profilo Instagram, che conta tre milioni di followers, ha scritto recentemente: «There’s scientific consensus that the lives of children are going to be very difficult» come risultato del cambiamento climatico. «It does lead young people to have a legitimate question: Is it OK to still have children?».

Ideologia insostenibile

Dunque, il problema se in un mondo così abbia ancora senso mettere al mondo dei figli è già diventata una autorevole opzione politica. Per citare un esempio più vicino, il Comune di Cremona, in un opuscolo diffuso due o tre anni fa per la promozione degli atteggiamenti responsabili da intraprendere per mitigare i cambiamenti climatici, ha inserito, accanto al no alla carne rossa, ad auto e aerei, anche il “fare meno figli”. Episodio che ha scatenato evidentemente forti discussioni e forti critiche. Il sindaco si è scusato, ma il pensiero ovviamente qualcuno lo ha avuto, segno che ha trovato legittimazione anche qui.


Quindi, in conclusione, se si perde ciò che fonda le ragioni di un ruolo particolare dell’uomo dentro l’universo, si finisce col costruire un comportamento, e quindi un’etica ambientale, ultimamente contro l’uomo. Il cristianesimo e prima ancora l’ebraismo fondano la centralità dell’uomo nell’universo sul suo essere «A immagine e somiglianza di Dio». Ma anche per chi non è credente l’interrogativo si pone. Su che cosa possiamo fondare solidamente una nuova centralità dell’uomo in relazione positiva con l’ambiente e la natura? L’ambiente e la natura, infatti, quando vengono assunti a valori assoluti, cioè – etimologicamente – sciolti da qualsiasi legame con altri valori che possano equilibrarli, diventano purtroppo facilmente oggetto di una ideologia insostenibile.

Ecologia e antropologia

Una ideologia secondo la quale – in un modo che, se ci pensiamo bene, suonerebbe persino ridicolo se non fosse tragico –, l’uomo dovrebbe scegliere volontariamente di anticipare la propria autoestinzione, smettendo di fare figli, per timore che un ambiente degradato potrebbe rendergli la vita più difficile.

Mi chiedo e vi chiedo: è questa l’etica condivisa che ci serve? Io credo proprio di no! Questo approccio nasconde un’idea che trovo profondamente dannosa. Un pensiero nichilista, ultimamente contro l’uomo. Qui si annida a mio parere un grave rischio etico dell’ambientalismo attuale. Resto in attesa della nuova “appendice” della, Laudato si’ in cui papa Francesco aveva già ampiamente esplicitato come non possa esistere un’ecologia senza un’adeguata antropologia, per capire come l’avrà deciso di affrontare questa delicata tematica.





venerdì 1 settembre 2023

Il vescovo di Berlino si astiene sulla benedizione delle coppie omo






Di Stefano Fontana, 1 SET 2023

Il vescovo di Berlino Heiner Koch ha dichiarato in una sua lettera ai fedeli che non sanzionerà quanti, nella sua diocesi, benediranno le coppie di fatto eterosessuali o omosessuali, secondo quanto stabilito dal Sinodaler Weg tedesco appena concluso. Scrive che, dopo la conclusione del sinodo tedesco, nella sua diocesi è iniziata una grande discussione di cui egli stesso riassume gli argomenti principali di chi è a favore e di chi è contrario alle benedizioni. Dà quindi delle indicazioni pastorali secondo le quali ogni sacerdote o diacono potrà scegliere cosa fare e non saranno prese nei suoi confronti disposizioni disciplinari, ogni decisione dovrà essere rispettata da tutti, non si dovranno adoperare le benedizioni per fini politici o mediatici, il vescovo comunque non presiederà tali benedizioni fino a che rimane in vigore il Responsum della Dottrina della fede 2021 che le vieta. Monsignor Koch dice di aver fondato queste sue decisioni su Amoris laetitia di papa Francesco, riconosce che ci sono “ragioni a favore e contro la benedizione delle coppie che si amano ma non vogliono o non possono sposarsi sacramentalmente”, incoraggia “a decidere in modo responsabile” e aggiunge di sperare di “riuscire a preservare l’unità nella diversità”.

L’unità della Chiesa di Berlino viene considerata qui una unità nelle opinioni, non una unità nella verità. Se il “pubblico” dibattito in seno alla diocesi dopo le decisioni del Weg avesse concluso per la benedizione, il vescovo non avrebbe riscontrato nessuna minaccia per l’unità e non ci sarebbe stato problema: tutti d’accordo, lo Spirito ha parlato. La lettera nasce allora non dalla constatazione che sia stata violata qualche verità naturale o di fede e dalla paura che questo minacci l’unità della Chiesa di Berlino, ma dalla constatazione dell’esistenza di “ragioni a favore e contro”. Ci si chiede però se il vescovo non dovrebbe ragionare diversamente e proclamare la verità che, sola, può garantire la vera unità della Chiesa e non di una generica “opinione pubblica cattolica”. In pratica monsignor Koch se ne tira fuori.

Il vescovo Koch, da amministratore della succursale di Berlino di una multinazionale, non avendo indicazioni chiare dagli uffici centrali e notando diversità di opinioni tra i propri lavoratori, se ne tira fuori, attendendo ordini superiori (che non verranno), e lascia libertà operativa, limitandosi a chiedere rispetto delle varie opinioni e facendo consistere l’unità della succursale in questo bon ton borghese

Il rimando ad Amoris laetitia per i fondamenti di questa decisione è molto indicativo. Anche l’Esortazione apostolica di Francesco, per quanto riguarda l’ammissione dei divorziati alla Santa Comunione, alla fine non decideva e rimetteva tutto alla coscienza. Il principio“Ognuno per sé” è però una finzione perché la prassi viene di fatto spinta in una sola direzione. Che di divorziati conviventi more uxorio possano accedere alla comunione è una prassi ormai acquisita, anche se Amoris laetitia dava libertà di coscienza in materia. Anche la benedizione delle coppie omosessuali diventerà di fatto usuale nella Chiesa di Berlino di Mons. Koch. Lasciare la libertà di coscienza su fatti così fondamentali, come ha fatto lui, in pratica significa aprire ed essere corresponsabili di queste aperture. Francesco è il primo a lasciar fare e, lasciando fare, a indirizzare la prassi in un certo senso.

In questa sua decisione, il vescovo non si ritiene condizionato né dalla tradizione (ciò che da tutti, sempre e dovunque è stato creduto), né dalle verità di ordine naturale (ciò che ogni persona dotata di ragione considera vero e buono per connaturalità). Il vescovo è maestro di fede e di morale. Nella questione delle benedizioni alle coppie di fatto sia etero che omosessuali sono implicati – oltre a principi rivelati – anche principi di ordine naturale: l’indissolubilità del coniugio, la sua apertura naturale alla vita, il matrimonio come luogo naturale dell’attività sessuale e così via. Il fatto è che è in atto una ampia revisione della morale nella Chiesa cattolica e tale revisione/rivoluzione è arrivata ormai anche nella curia di Berlino.

La nuova teologia morale cattolica dice che non si può conoscere fino in fondo la legge morale né se, quando e quanto si è in peccato; sostiene che la vita morale è sempre condizionata e che nessuno è in nessuna delle sue azioni mai completamente fuori dal bene; afferma che le circostanze sono fondamentali per definire la bontà o meno di un’azione; che la legge morale naturale è una invenzione perché la vita etica è tutta storia e processo e non stasi e immobilità; che la coscienza non deve essere solo applicativa ma creativa, perché la norma morale non è qualcosa di astratto ma di vivo e, quindi, di oggettivo e soggettivo sempre indissolubilmente intrecciati. Date queste nuove visioni, perché mai un vescovo dovrebbe ritenersi in dovere di dire di no alle benedizioni delle coppie conviventi fuori del matrimonio?

Finirà così anche dopo il sinodo sulla sinodalità. Niente di definito, spiragli e aperture di nuove prassi ispirate alla coscienza che però poi verranno di fatto generalizzate e imposte, senza che nessuno si assuma la responsabilità di dire che sono prive di dottrina.

Stefano Fontana