mercoledì 21 giugno 2023

Il significato politico della devozione al Sacro Cuore di Gesù









Don Samuele Cecotti 20 GIU 2023

La devozione al Sacro Cuore di Gesù, cui è consacrato l’intero mese di giugno, porta con sé indubbi significati socio-politici che, per quanto nell’ultimo mezzo secolo si sia fatto il possibile per condannarli all’oblio, fanno indelebilmente parte della storia di questo culto e sono in esso radicati.

Il culto al Sacro Cuore è culto di adorazione al Signore Gesù con particolare sottolineatura della sua santa e vera umanità, da cui l’ostilità che vi opposero i giansenisti nel XVIII secolo ritenendolo poco “spirituale” e addirittura idolatrico.

In questo scontro tra la Chiesa e l’eresia giansenista il culto al Sacro Cuore, promosso o rifiutato, rende evidente la posta in gioco: la trasformazione del Cristianesimo in uno spiritualismo disinteressato al corpo, alle realtà temporali, alla vita sociale … oppure la consapevolezza piena della verità dell’Incarnazione con tutto ciò che comporta relativamente all’incarnazione del Vangelo nella vita (familiare, economica, sociale, politica) concreta degli uomini.

Allora vinse la verità cattolica e, se pur con fatica, la Chiesa riuscì a debellare l’eresia giansenista. Vittoria certamente ascrivibile anche alla diffusione e al successo della devozione al Sacro Cuore. Oggi si sarebbe tentati, con un po’ di scoramento e tanta amarezza, di dire che se non il vecchio giansenismo ma certo una forma “nuova” di spiritualismo da “scelta religiosa” sembra aver soffocato dall’interno il Cattolicesimo.

Da troppo tempo infatti il Cattolicesimo si mostra incapace – anzi disinteressato quando non positivamente assertivo nel dichiarare impossibile/indesiderabile – di plasmare la vita reale degli uomini, di farsi cultura, di farsi costume, di farsi civiltà, di modellare l’economia, il diritto e la politica così come gli usi, le arti, le lettere e le scienze, di imprimere la propria forma alle famiglie e ai diversi corpi sociali così come agli Stati.

La scelta religiosa che caratterizza, più o meno evidentemente, il Cattolicesimo post-conciliare con la rinuncia alla res publica christiana in favore della società laica pluralista liberale, porta inevitabilmente a sottolineare la dimensione individuale e psicologica della fede sino ad esiti intimistici, dimenticando sempre più la dimensione comunitaria e politica del Cristianesimo. Ciò conduce quasi sempre ad un processo di dis-incarnazione del Cristianesimo con la fede sempre più confinata nella sfera intimo-psicologica dei credenti. Si arriva così agli esiti attuali di un Cattolicesimo da decenni sterile sul piano socio-economico, giuridico e politico.

Il culto al Sacro Cuore indica invece la direzione opposta, mettendo al centro il Cuore di carne di Cristo, organo in cui si “congiungono” corpo, anima e Divinità, ovvero celebrando l’unità indissolubile in Gesù Cristo di umanità e Divinità, di corporeo e di spirituale, di vita biologica, vita affettiva-psichica e Vita Eterna.

Il mistero dell’Incarnazione è celebrato nel culto e nella devozione al Sacro Cuore. La religione dell’Incarnazione non può escludere nulla di ciò che è umano dalla chiamata alla perfetta comunione con Dio e dunque nulla di ciò che è umano è escluso dall’opera di evangelizzazione che tutto, anzi, deve convertire a Cristo. Nella logica dell’Incarnazione non c’è spazio per la secolarizzazione o per la laïcité, anzi la logica dell’Incarnazione porta con sé l’anelito a tutto consacrare a Dio, omnia instaurare in Christo!

Con questo spirito di evangelizzazione “totale” e con l’intenzione di ri-conquistare a Cristo la società intera, fu promossa instancabilmente la devozione al Sacro Cuore a partire almeno dal XVII secolo. Devozione già diffusa in Germania nei secoli XIII e XIV, nel XVII trovò in Francia il proprio centro d’irraggiamento. Grandi apostoli della devozione al Sacro Cuore furono i gesuiti, gli stessi gesuiti che nei secoli XVII e XVIII (sino allo scioglimento del 1773) condussero eroica battaglia per conservare e incrementare la societas christiana, preservandola dal veleno delle idee “moderne”, razionaliste prima e illuministe poi.

Il culto al Sacro Cuore è strettamente connesso con la Regalità di Cristo, è infatti culto del cuore carneo del Re dei re, è culto regale. Non è un caso, dunque, se Cristo stesso il 17 giugno 1689, tramite santa Margherita Maria Alacoque, rivolse al re di Francia Luigi XIV una precisa richiesta: consacrare la Francia al Sacro Cuore e rappresentare il Sacro Cuore su tutti gli stendardi del regno.

Avrebbe significato l’esplicito riconoscimento della Signoria di Cristo, contro ogni moderna idea di sovranità, e ugualmente avrebbe significato la più solenne sconfessione di giansenismo e calvinismo così come di ogni razionalismo e incipiente illuminismo. La Francia si sarebbe solennemente dichiarata sacra a Cristo, al Suo Cuore Regale. Si sarebbe proclamata come Regno del Sacro Cuore di Gesù.

Luigi XIV rifiutò la richiesta, la Francia non fu consacrata, di lì a qualche anno la Francia sarebbe divenuta il centro del razionalismo e poi dell’illuminismo filosofico e politico. Il 17 giugno 1789, esattamente cento anni dopo, il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea Nazionale e rivendicò a sé il potere costituente.

La Francia della tradizione, il Regno Cristianissimo, la Francia di Clodoveo, di Carlo Magno e di Luigi IX era travolta dalla Rivoluzione.

Dopo la Rivoluzione francese il culto al Sacro Cuore fu ancor meglio compreso dai cattolici come culto regale e anti-rivoluzionario, così, non solo in Francia, l’opposizione alle idee “moderne” portate dalle armate rivoluzionarie si affidò al Sacro Cuore.

L’effige del Sacro Cuore divenne segno distintivo di tutti i contro-rivoluzionari, degli insorgenti e dei patrioti cattolici, dalla Vandea al Regno di Napoli passando per il Tirolo (il Tirolo si consacrò al Sacro Cuore nel 1796) … e poi tutto il mondo ispanico.

Ancora nel XIX secolo la consacrazione al Sacro Cuore fu il segno distintivo della “restaurazione” cattolica, lo fu in Francia con il voto del Parlamento del 23 luglio 1873 con il quale la Repubblica Francese presieduta da Mac Mahon decideva la costruzione di un tempio cattolico (sarà la basilique du Sacré-Cœur di Montmartre)dedicato al Sacro Cuore di Gesù in espiazione dei crimini commessi dai comunardi, lo fu ad esempio in Ecuador con la consacrazione della Nazione al Sacro Cuore di Gesù per volere del presidente Gabriel Garcia Moreno nel 1874.

L’idea cattolico-conservatrice di Francia rappresentata dal maresciallo Mac Mahon fu travolta dopo pochi anni dall’affermarsi dei repubblicani anticlericali, il presidente Garcia Moreno fu assassinato dalla massoneria nel 1875. La restaurazione cattolica posta sotto il segno del Sacro Cuore non fu vinta anche se storicamente la fine del XIX secolo vede il prevalere quasi ovunque delle forze laico-massoniche.

La restaurazione cattolica si fece piuttosto ancor più articolata e “ambiziosa” non limitandosi al solo piano istituzionale-legislativo ma comprendendo sempre più la sfera della cultura e della vita socio-economica.

È il grande e ambizioso progetto di restaurazione della societas christiana intrapreso da Leone XIII con l’impulso al neotomismo, con la Dottrina sociale, con un rinnovato protagonismo sociale e politico della Chiesa. Papa Leone XIII è anche l’autore dell’enciclica Annum sacrum del 1899 dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Egli consacra l’intero genere umano al Sacro Cuore e a tutti rammenta la Signoria e la Regalità universale di Cristo.

Anche Pio XI e Pio XII dedicheranno al culto del Sacro Cuore grande importanza e ne faranno il mezzo sovrannaturale per restaurare la civiltà cristiana. Si comprende allora perché monsignor Olgiati e padre Gemelli vollero intitolare al Sacro Cuore l’Università Cattolica da loro fondata.

Celebrare il Sacro Cuore di Gesù è da secoli segno di spirito contro-rivoluzionario e di impegno nella restaurazione della societas christiana. È culto, in questo senso, fortemente politico. Dice l’impossibilità di ridurre il Cristianesimo a “scelta religiosa” perché implicata dalla logica dell’Incarnazione vi è la dimensione pubblica, sociale, culturale e politica della Fede.

La Dottrina sociale della Chiesa, così come pensata da Leone XIII, se filosoficamente presuppone il realismo metafisico di Tommaso d’Aquino, spiritualmente si nutre del culto al Sacro Cuore perché ha il suo punto di vertice e di sintesi nella Regalità sociale di Cristo.

Don Samuele Cecotti






lunedì 19 giugno 2023

Michael Shellenberger: «Per controllarci sfruttano la trinità woke»



L'attivista: «Clima, razza, trans: è la nuova religione di una minoranza ricca e senza più scopi, che si impone ai giovani usando eco-ansia, censura e miti apocalittici. Al pianeta serve il progresso tecnologico: le rinnovabili ci fanno regredire all'era contadina»




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di Martina Pastorelli

«Clima, razza e trans formano oggi la "santa tri­nità" della sini­stra, per la quale il woke la nuova religione con cui tiene insie­me lo spauracchio dell'apoca­lisse climatica, il proprio sen­so di superiorità morale e il transumanesimo che im­pianta uteri negli uomini e modifica il genere: è un'agen­da piena di contraddizioni, poiché non fondata sulla veri­tà. L'unico modo per imporla e impedire l'avanzata di un'alternativa politica di destra sa­rà ostacolare- la libertà di espressione»

Attivista ambientale di lun­go corso, proclamato «Eroe dell'ambiente» da Time ma­gazine, vincitore del Green book award 2008 e fondatore di Environmental progress, Michael Shellenberger avreb­be il pedigree perfetto per accodarsi al catastrofismo cli­matico in voga e invece resta, coraggiosamente, voce fuori dal coro che propone un'ana­lisi lucida e profonda della crisi che attraversa l'Occiden­te, arrivando a concludere che «stiamo assistendo al ri­baltamento della cultura illu­minista e giudaico-cristiana che ci vede tutti uguali davan­ti a Dio e alla legge». Giornali­sta d'inchiesta su temi clima­tici ed energetici, autore dei best sellers "L'apocalisse può attendere", "Errori e falsi allar­mi dell'ecologismo radicale" e "San Fransicko: why progressi­ves ruin cities", in questa inter­vista mostra «l'altra storia» che soggiace a quella che defi­nisce «regressione totalita­ria» in atto, individuandone il colpevole in una sinistra «anti crescita, anti natalità e pro­motrice di una infantilizzazione distruttiva della popo­lazione».

In Italia la narrativa dell'emergenza climatica sta prendendo piede e si usano paura e informazioni fuorvianti per smantellare la società con zelo rivoluzionario. Cosa c'è dietro questo ambientali­smo apocalittico?

«Il cambiamento climatico è il mito apocalittico domi­nante da circa, trent'anni, che per la gente ha sostituito quel­lo dell'olocausto nucleare ve­nuto meno con la fine della guerra fredda. Non è mai sta­to molto efficace perché fon­dato su uno scenario - la care­stia - che è stato smentito dai fatti: abbiamo continuato a produrre sempre più cibo no­nostante il riscaldamento cli­matico e le emissioni di car­bonio perfino in zone come l'Africa subsahariana e l'Asia meridionale, grazie a fertiliz­zanti, sistemi irrigazione e altre moderne tecniche agri­cole. Non c'è nessun rischio di un'apocalisse sebbene le pro­vino tutte per farcelo credere, ad esempio collegando le piogge tropicali con le corren­ti del golfo. Sono solo mezzi con cui le élites cercano di controllare le persone per in­teressi economici e per raf­forzare il proprio potere poli­tico sui Paesi in via di svilup­po, dall'America Latina all'A­frica, dove Usa e Ue vogliono dominare la produzione ali­mentare ed energetica».

Lei respinge l'attacco al­l'uomo visto come causa dei malanni climatici e sostiene che il progresso umano è vita­le per quello ambientale. Per­ché?

«La rivoluzione industriale e le transizioni energetiche degli ultimi duecento anni hanno portato ovvi benefici ecologici: sostituendo il legno con il carbone abbiamo salva­to le foreste, producendo pe­trolio abbiamo risparmiato le balene da cui si ricavava olio... sono esempi banali che do­vrebbero essere evidenti a tutti. Le rinnovabili ci fanno regredire alle società contadine: perché mai dovremmo volerlo? Ecologismo e woke so­no ideologie apocalittiche che puntano al potere, al control­lo, al guadagno e si presenta­no come una nuova religio­ne».

Pensa che la cosiddetta «ecoansia» che gira sia conse­guenza dell'angoscia esisten­ziale dell'uomo postmoderno che ha messo da parte Dio?

«Senza dubbio: secolariz­zazione e perdita del senso del trascendente stanno generando una crisi spirituale e financo psichiatrica negli Stati Uniti. Credere in Dio e nella vita eterna fa psicologi­camente bene, poiché allevia l'ansia dell'uomo davanti alla morte. Prima i totalitarismi novecenteschi, poi nel dopo­guerra l'isteria per la presun­ta sovrappopolazione mon­diale, ora l'emergenza clima­tica: sono le paure con cui le élites controllano le popola­zioni. Dovremmo riconoscere che, se non siamo mai stati così bene, lo dobbiamo alle fonti di energia abbondanti e a basso costo. La spinta verso l'austerità capitalizza sull'an­sia esistenziale delle persone ed è il fulcro delle pessime po­litiche odierne».

Le nuove generazioni sono le prime a cascarci: in Italia si susseguono le dimostrazioni di giovani attivisti climatici ai danni di monumenti. Come spiegargli che non c'è motivo di fare le vittime?

«Quando parlo ai miei figli o agli studenti chiedo loro di ricordare com'era la vita dei loro nonni e di confrontarla con la nostra. E gli rammento che nel mondo due miliardi di persone ancora oggi usano la legna come primaria fonte di energia. La battaglia per il cli­ma è il passatempo di una mi­noranza ricca e secolarizzata rimasta senza scopi, che si crede l'eroina che salverà il mondo dal "male" dei combu­stibili fossili e ha venduto questa immagine ai giovani. Ma la realtà è ben diversa: rendere costosa l'energia è un errore terribile che condan­nerà poveri e anziani. Quindi dico: comportatevi da adulti e piantatela: se davvero volete ridurre le emissioni, puntate sul nucleare!

Quanto è pericoloso questo allarmismo se unito all'attac­co alla libertà di parola?

«Siamo in presenza di un vero e proprio "apparato in­dustriale censorio": l'Europa sta disciplinando in modo sconcertante il diritto di pa­rola, che da noi è intoccabile per Costituzione e protetto dal primo emendamento. Pe­raltro, si è scoperto che il go­verno ha sollecitato restrizio­ni su Twitter e Facebook (il caso Twitter files, ndr). In Oc­cidente non abbiamo mai spe­rimentato una così grande tolleranza nei confronti delle minoranze, eppure da Biden a Obama ad altri capi di Stato è tutto un lamentarsi contro un presunto linguaggio d'odio per poi invocare la censura: un segnale preoccupante del­l'attacco alla libertà di espres­sione. Per denunciarlo, il 22 e 23 giugno, a Londra, terremo un incontro internazionale aperto a chi ha a cuore questo valore fondamentale».

Sul caso Twitterfiles, con il giornalista Matt Taibbi, ave­te testimoniato al Congresso. Come hanno reagito le auto­rità?

«Mi sono trovato a dover di­fendere il primo emenda­mento dai democratici, che ci hanno interrogato come "col­pevoli" di aver denunciato la censura in atto. Che a loro non basta: sono convinti che chi, come me, critica l'emergenzialismo climatico debba es­sere oscurato ancora di più sui social media. Ma senza li­bertà di parola non c'è demo­crazia, progresso, scienza! La sinistra, ora ostaggio dell'i­deologia woke, è sempre così preoccupata che qualcuno sia offeso o traumatizzato da to­gliere la facoltà di parlare li­beramente: questa è la strada che porta al totalitarismo».

In questo tipo di società, dove cosa è bene o male viene deciso dal potente di turno che stabilisce sempre nuovi criteri, chi può dirsi al sicu­ro?

«Viviamo un tempo molto difficile perché siamo nelle mani di élites che obbedisco­no a ideologie antiumane di decrescita e depopolamento, considerano la libertà di espressione una minaccia, mettono a rischio il principio di uguaglianza davanti alla legge, la sacralità dei bambi­ni, i diritti delle donne. Così molte persone, me incluso, che un tempo stavano a sini­stra su certi temi si trovano d'accordo con la destra, in una inedita alleanza liberal-conservatrice contro il wokeismo dal grande potenziale, anche elettorale».

Da: La Verità, martedì 6 giugno 2023



domenica 18 giugno 2023

La fuga dalla verità e dalla realtà dell’uomo contemporaneo




Silvio Brachetta 

Sull’ultima trasmissione che ho condotto a Radio Maria [qui] è necessaria una sintesi scritta, per via dell’importanza del contenuto dei due libri a base del mio intervento. I libri sono i seguenti:
Dietrich von Hildebrand, La detronizzazione della verità, Cantagalli, Siena 2023, euro 15,00
Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Cles 2023, euro 10,00
L’homo sapiens – scrive Byung-Chul Han[1] – è sempre più «phono sapiens», cioè colui che vive sempre attaccato al telefono (in versione smartphone), alla ricerca maniacale d’informazioni, alla ricerca del gioco digitale o del divertimento informatico. Il phono sapiens non capisce, però, che l’informazione non lo conduce più alla realtà delle cose[2], ma alle cose trasformate in «infomi», ovvero in «agenti che elaborano informazioni».


Le informazioni, dice sempre Byung-Chul Han, «non sono un costrutto stabile» poiché manca loro «la saldezza dell’essere». L’informazione, di per sé, non sarebbe un male. Dovrebbe accompagnare l’uomo nella comprensione delle cose e del mondo. Però le cose si possono sì raggiungere con la parola (di cui l’informazione fa parte), ma attraverso una narrazione, una spiegazione, una storia che dà significato alle cose – attraverso un logos.


Al contrario, le informazioni che provengono dall’informatica e dalle tecnologie digitali sono «additive, non narrative», per cui «si possono contare, ma non raccontare». Per definizione, l’ordine digitale «è privo di storia e di memoria». In questo senso, l’«essere» digitale è immediatamente disponibile, mentre invece l’«essere» (in Heidegger) è sempre indisponibile: anzi, è fattibile solo quello che, nell’esistenza umana, è indisponibile. Se infatti l’essere fosse disponibile, sarebbe controllabile e manipolabile persino nell’essenza, che però non è soggetta a mutazione.


Per questo Byung-Chul Han è convinto che l’ordine digitale «defatticizza l’esistenza umana». E quando le cose non si fondano sulla stabilità dell’essere e la «fatticità» heideggeriana è negata, allora il reale è sostituito dal virtuale. Non è dunque in discussione l’utilità dei mezzi informatici, ma la deriva virtuale delle tecnologie digitali.


Non è troppo complicato da capire che la verità delle cose non si raggiunge attraverso un coacervo di dati caotici accostati gli uni agli altri, o attraverso una massa di affermazioni o negazioni tutte sganciate tra loro, come succede quasi sempre nel mondo dei mass media, della pubblicità, del giornalismo e delle telecomunicazioni. La verità «è fatticità e sfoggia una saldezza dell’essere». Se viene meno questa saldezza, si corre «dietro alle informazioni senz’approdare ad alcun sapere».


Per approdare al sapere è necessario invece un logos, un discorso (anche socratico), una storia, un racconto: è successo per la stessa Rivelazione (il cui Dio è il Logos), ma anche per tutte le grandi opere teologiche e filosofiche della storia.


Parente stretto dell’informazione, breve e isolata, è lo «slogan», a tutt’oggi gridato con arroganza e imposto nelle piazze. E proprio dello slogan ci parla Dietrich von Hildebrand[3], nel suo libro postumo, che vede una verità detronizzata e sostituita dalla menzogna. Hildebrand scrive questa sua opera nel 1943, dopo aver conosciuto l’impostura del Nazismo e del Comunismo.


Ebbene, scrive Hildebrand, i regimi totalitari fanno grande uso dello slogan, che si potrebbe chiamare informazione spiccia, informazione umorale, viscerale, non pensata. Lo slogan è «un’arma di propaganda» in cui «il significato delle parole è stato sostituito con l’effetto emotivo che esse creano nella mente del pubblico». Lo slogan è il risultato di una qualche elucubrazione ideologica, imposto dai pochi alle masse, che devono assorbirlo in modo acritico. Lo slogan fa perno sull’emozione, per renderlo di facile diffusione e per allontanare le masse dalla speculazione filosofica.


Il ricorso allo slogan, continua Hildebrand, provoca una «desostanzializzazione della mente umana». La mente umana perde la sua sostanza, che è quella di pensare. Non solo però nelle dittature Hildebrand vede questa perdita di pensare da parte della mente.


Anche la democrazia – attraverso un equivoco sull’uguaglianza tra le persone – produce una fitta rete di slogan, che sono nient’altro che le opinioni delle persone: esse devono essere tutte dello stesso peso e non c’è più un criterio oggettivo della verità.


Pur con argomenti diversi, Hildebrand e Byung-Chul Han trattano delle sorti della verità, sostituita «da un espediente», vuoi che si chiami «informazione digitale», vuoi che si chiami «slogan».


Entrambi prospettano un mondo (quello contemporaneo) che è sotto l’impero di una triade relativistica della conoscenza: l’informazione, lo slogan, l’opinione. Tornando al modo di esprimersi del filosofo sudcoreano, si direbbe che «il mondo fatto di informazioni viene regolato non dal possesso, bensì dall’accesso». Si può possedere qualcosa, ma solo se qualcuno ti autorizza ad usufruirne, mediante username o password.


Non è una cosa strana: venendo meno la realtà delle cose, viene meno anche la di loro proprietà privata. L’umanità potrà avere, tutt’al più, un accesso ad un mondo virtuale, dove non troviamo più le cose, ma quello che l’ideologia pensa siano le cose.


È noto, infatti, che i grandi media sono mossi da grandi capitali e relativi programmi di rivoluzione della realtà. Vengono dunque messe in discussione le stesse fondamenta etiche della vita: per mezzo dello slogan e delle informazioni manipolate ad arte, si cerca di annullare la famiglia, di annullare l’ordine naturale del vivere, di corrompere lo spirito dei bambini e dei giovani, di edificare una società disumana del vizio.


Hildebrand è molto diretto: «la detronizzazione della verità comporta la decomposizione della vita stessa dell’uomo»; «la mancanza di rispetto per la verità […] distrugge palesemente ogni morale, anche ogni ragionevolezza e ogni vita comunitaria»; «tutte le norme oggettive sono dissolte […]»; «viene ignorata ed eliminata la funzione essenziale di qualsiasi proposizione e opinione che pretenda di essere conforme all’essere».


Eppure la parte emotiva della mens, se non soggetta a sloga ideologici e non perduta nel caos delle informazioni sganciate tra loro, non solo non danneggia, ma rende possibile il pensiero umano.

Qua Byung-Chul Han considera tutta una tradizione metafisica che, da sant’Agostino, passa per san Bonaventura e approda a Brentano (ma anche a Husserl e Heidegger). La nostra anima, cioè, è un «medium affettivo», diffusivo, intenzionale – che spira (in quanto spirito), ovvero che esce da sé medesimo e si avventa sull’ente che si è manifestato.

L’anima si avventa con una particolare predisposizione, che non è la «predisposizione al dubbio» di tipo cartesiano, ma è lo «stato d’animo fondamentale» di Heidegger, il quale è «l’inizio di un filosofare effettivo e vitale». In questo stato d’animo vi è inclusa la «totalità», che connota la capacità metafisica di un soggetto e che è una «cornice che mette ordine».


L’intelligenza artificiale – e per questo virtuale – non pensa proprio perché non va «fuori di sé» come la mens umana, ma rimane confinata nella correlazione tra due cose. Non va a sintesi, non crea una terza cosa inaudita, non è il risultato di un sillogismo, non esprime un concetto. Non va nell’ananke sténai di Aristotele, non conclude.


Scrive Byung-Chul Han: l’intelligenza artificiale e virtuale «non si spinge oltre il precostituito per arrivare, così, all’ignoto», mentre per la mente umana la «totalità è una forma di conclusione».



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[1] È un filosofo e docente sudcoreano che vive in Germania. Classe 1959, Byung-Chul Han è uno studioso eclettico e di profonda introspezione su diverse discipline: teoria della cultura, antropologia, comunicazione di massa, etica e filosofia sociale. I corsivi nelle citazioni sono suoi. Di questo autore si è già occupato Stefano Fontana nel nostro sito: vedi QUI su questo stesso libro, e QUI sulla società palliativa.
[2] La «cosa» è semplicemente la «res» latina, che però non di esaurisce nel senso di «oggetto materiale». Il significato della «res» è ben più ampio: cosa, fatto, circostanza, realtà, causa, ragione, bene, patrimonio, attività, stato, ecc… La cosa, che qui è nominata, è tutto ciò che è l’oggetto della conoscenza umana, ovvero tutto ciò che «si pone» (Agazzi) e che il senso avverte. [3] Firenze 1889 – New York 1977. Filosofo e teologo tedesco, di fede cattolica. Allievo di Husserl, fu uno studioso tra i più acuti, utilizzando in modo sorprendente il metodo della fenomenologia, in etica e in filosofia. Lodato a ragione da Papa Pio XII è stato poi ghettizzato in epoca post-conciliare.








La decostruzione del linguaggio

 


La distruzione delle parole è una cosa molto bella!”, esclamava Syme, personaggio del celebre romanzo di George Orwell, 1984. Si trattava del Newspeak, il nuovo linguaggio forgiato dallo Stato totalitario al fine di manipolare la mente dei cittadini.


Julio Loredo

Ogni rivoluzione ha manipolato il linguaggio per offuscare la realtà, aggiustandola alla sua particolare ideologia. Quando, nel discorso inaugurale della III Internazionale nel 1919, Lenin proponeva una “pace democratica”, era evidente che non si riferiva alla tranquillitas ordinis cristiana, ma alla dittatura del proletariato, cioè il suo esatto opposto.

Con la rivoluzione culturale attualmente in atto – la 4ª Rivoluzione, secondo il ben noto schema di Plinio Corrêa de Oliveira – questo tipo di manipolazione linguistica raggiunge il suo parossismo. La contraccezione viene presentata come “controllo del proprio corpo”; l’uccisione di un nascituro diventa “ivg”, ovvero interruzione volontaria della gravidanza; gli assassini degli innocenti sono chiamati semplicemente “pro-scelta”; e gli omosessuali si tramutano in “gay”, cioè gaudenti.

È tutto un linguaggio che, lungi dall’essere moralmente neutro, induce al peccato presentandolo sotto una luce benevola.

Con la cosiddetta teoria di genere si è varcato un nuovo traguardo. Questa teoria nega la naturale dicotomia maschio/femmina, sostituendola con un’infinità di “orientamenti sessuali” poliedrici. Alcuni studiosi hanno individuato più di cinquanta “generi”, e adesso va di moda perfino proclamarsi gender fluid, cioè senza un genere definito.

La teoria di genere nega che esista un’identità sessuale fondata sulla natura. Questa sarebbe il risultato di condizionamenti culturali, sociali e linguistici, mutevoli per definizione. Viene quindi affermato che niente – nemmeno la natura – è oggettivo, ma può essere manipolato a piacere dall’uomo, che in questo modo diventa un demiurgo, non guidato dalla ragione ma dalle passioni sregolate. La sessualità, liberata in modo polimorfico a seconda dei capricci soggettivi, e non dipendente nemmeno dalla legge naturale, diventa quindi la forza motrice della società post-moderna.

Qui non siamo più di fronte ad una mera decostruzione del linguaggio, bensì al tentativo di sovvertire la natura creata da Dio. E questo, a nostro avviso, segna un nuovo passo nel processo rivoluzionario, l’inizio di una 5ª Rivoluzione.

Egualitarismo: molla del processo rivoluzionario

Ciò che definisce il processo rivoluzionario di scristianizzazione che, dalla fine del Medioevo, sta facendo strage della civiltà cristiana, è l’egualitarismo con il suo necessario corollario, il liberalismo.

Il protestantesimo cercò l’uguaglianza nella sfera religiosa, negando l’autorità del Papa e, in molte sette, anche quella dei vescovi e dei sacerdoti. La rivoluzione francese traspose questi principi ugualitari al campo politico, negando l’autorità del re e della nobiltà. Il comunismo si scagliò contro l’ultima disuguaglianza rimasta, quella economica, attraverso l’abolizione della proprietà privata.

Ma restava un’ultima gerarchia da distruggere, quella in interiore hominis, per la quale la Fede illumina l’intelligenza, che guida la volontà, che domina la sensibilità. Questo è il compito della rivoluzione culturale che, iniziata nei ruggenti anni venti, ha avuto il suo paradigma nel maggio ’68 parigino. Si parla di una “rivoluzione nei modi di essere”, di una “rivoluzione totale”, di una “liberazione”, che in realtà implica la tirannia delle passioni su qualsiasi freno di tipo intellettuale, morale, sociale o culturale.

Cardine di questa rivoluzione è la liberazione sessuale. Si proclama il decadimento della morale finora vigente e la libertà di “fare sesso” con chiunque si voglia, ovunque si voglia e comunque si voglia. Intesa inizialmente come sesso libero fra uomini e donne, questa rivoluzione è andata sviluppandosi sempre di più come una proliferazione dell’omosessualità e, più recentemente, della pan-sessualità.

Niente di più logico. Per i più estremisti, il sesso genitale è ancora “oppressivo”, in quanto si attua secondo modi definiti dalla nostra naturale morfologia. Quindi proclamano che l’essere umano deve “liberarsi” perfino dalla sua morfologia, esperimentando la propria sensualità attraverso ogni fibra, ogni poro, ogni possibile fantasia. Si arriva in questo modo a una sorta di versione adulta di ciò che Freud chiamava “perverso polimorfo”.

La distruzione della natura

Questo tipo di pan-sensualità, però, si scontra con un ostacolo insormontabile: l’oggettività del reale, in altre parole la natura. La differenza maschio/femmina scaturisce dalla natura stessa.

Lungi dal voler piegarsi alle leggi della natura, i partigiani della teoria di genere negano che la differenza fra i sessi, con la conseguente distinzione dei comportamenti fra maschi e femmine, sia oggettiva. Per affermare questo assurdo sostengono che il reale non esiste come oggettività, tutto è soggettivamente interpretabile, riscrivibile e rinominabile a piacere. Non si tratta più di un “pensiero debole”. Qui siamo di fronte alla proclamazione della fantasia come regola di comportamento.

Ora, ciò che definisce clinicamente la follia è proprio la non conformità dell’intelletto con la realtà, e la conseguente invenzione di un mondo interno che non corrisponde più con quello esterno.

I partigiani della teoria gender vogliono distruggere la legge naturale. Ora, questa non è altro che la legge divina incisa nella natura. Cercano di sovvertire la struttura più intima della natura, laddove l’uomo comincia a comportarsi come Dio, sognando una nuova creazione opposta a quella divina.

Mai il non serviam di Satana era arrivato a una tale radicalità. Pur nella loro distruttività, tutte le rivoluzioni avevano finora rispettato le leggi della natura. Qui siamo di fronte alla più tremenda rivoluzione di tutti i tempi.

La discesa verso il nulla

“L’uomo genitale deve trasformarsi nel polimorfo perverso, capace di vivere il mondo con tutti i suoi sensi e attraverso tutti i suoi pori”, scrive Daniel Bell analizzando questa rivoluzione[1]. Superata la genitalità, si supera la distinzione tra i sessi e nasce l’essere androgino. Viene creato il “nuovo Adamo”, o meglio, rinasce l’Adamo primitivo, il fauno androgino della mitologia esoterica. Il peccato originale (cioè la repressione dell’Eros, secondo loro) è redento e la Storia, tornando alle origini, giunge al termine.

Norman Brown, araldo di questo nuovo mondo, parla del “trionfo di Dioniso, il Dio folle che viene a liberare i prigionieri”[2]. È il trionfo della follia, l’unica via per liberarci definitivamente da Dio. Alcuni teologi post-moderni prospettano che, a questo punto, la creazione verrebbe riassorbita dal “Cristo cosmico”, in una sintesi finale, il “Pleroma” di cui parlava Teilhard de Chardin, e si formerebbe il “Corpo mistico del Cristo dionisiaco”[3]. Ma, al di là di tale corpo mistico, cosa ci sarà? Bell dice: “Oltre il corpo mistico c’è il nulla”.

E per questo, d’ora in poi, poiché il nulla è l’ultimo orizzonte, l’unica attività che abbia senso è fomentare la dissoluzione di tutte le cose, compreso lo stesso io, attraverso la pan-sensualità carnale e il delirio dei sogni. La modernità è stata finora guidata dall’idea di un Aufheben, una costruzione del superuomo razionale all’interno della civiltà perfetta. Si tratta adesso di sostituire questo impulso ascendente con un Niedergang, una discesa verso il nulla.

Dopo aver conquistato tutto, il demonio dovrebbe suicidarsi per cancellare l’ultima traccia dell’opera di Dio nell’universo: egli stesso.




Fonte: Osservatorio Cardinale van Thuan


venerdì 16 giugno 2023

L’egemonia culturale avvelena anche te






Antonio de Felip, 14 giugno 2023

Al Ministro della Famiglia, Eugenia Roccella, qualche settimane fa è stato impedito di parlare al Salone del Libro di Torino. Gruppi di fanatiche femministe, assieme a esaltati eco-vandali, hanno assaltato e occupato la sala con strepiti e insulti ai partecipanti, impedendo la conferenza. La polizia, ben presente, non è intervenuta, sembra su indicazione dello stesso ministro, per evitare incidenti. Il direttore del Salone, tra l’altro in scadenza di mandato, Nicola Lagioia, anch’egli presente all’atto di violenza, non solo non ha fatto nulla per impedirlo, ma lo ha giustificato (“io capisco che le donne si sentano minacciate”). La sua sola reazione è stata quella di attaccare un deputato della maggioranza di governo che gli contestava la sua colpevole acquiescenza rispetto alla violenta censura.

La nuova direttrice del Salone, Annalena Benini non promette bene: ha affermato che, al posto di Lagioia, si sarebbe comportata allo stesso modo. D’altronde, qualcuno si ricorderà come il Salone si arrogò alcuni anni fa il diritto di cacciare un editore, Altaforte Edizioni, a stand già pagato e a inviti già spediti, accusandolo di “essere fascista”. Ultimo evento: lo stand delle edizioni librarie del sindacato di destra UGL è stato devastato da attivisti di sinistra con danni notevoli alle strutture, al materiale informativo e ai computer.

Come spiegare queste aggressioni e innumerevoli altre che continuano a susseguirsi, a dire il vero non solo in Italia? Certo, la sopraffazione è profondamente, e da sempre, connaturata alla natura, al modus operandi e alla sub-cultura della sinistra. Tuttavia è possibile pensare che questa sequela di violenze sia anche un’altra cosa: la prosecuzione dell’egemonia culturale con altri mezzi. O meglio, lo strumento “di ultima istanza” di questa egemonia culturale della sinistra.

Quando qualcosa sfugge alla sistematica occupazione di tutti gli spazi da parte del goscismo più prevaricatore, quando la polizia del pensiero non riesce a spegnere qualche fiammella d’indipendenza che ancora si accende qua e là sul campo culturale, ecco che intervengono gli sprangatori delle idee “non conformi” e di chi se ne fa portatore e impongono l’egemonia culturale con la violenza, la sopraffazione, la censura più becera. Sì, la violenza esercitata al salone del Libro di Torino è una delle forme, e neppure la più estrema, dell’egemonia culturale della sinistra: antifascista, antirazzista, liberal, anticristiana, femminista, abortista, ecologista, wokista e così via.

Cos’è questa egemonia culturale? Possiamo definirla il dominio della sinistra, spesso brutale e censorio, su tutti gli spazi della società che possono modellare le idee collettive, il sentire comune, definire ciò che è decente e accettabile e ciò che non lo è. Un dominio che ha raggiunto un grado di pervasività così granulare che mai si era visto nella storia culturale italiana: la scuola, l’università, le case editrici, i testi scolastici, i premi letterari, le mostre librarie, le fondazioni culturali, la stampa tutta o quasi, l’informazione televisiva, le fiction di ogni genere, il cinema, gli spot pubblicitari, le radio e poi la magistratura, i sindacati, le cooperative rosse, i centri sociali, le associazioni ecologiste-animaliste, le lobby omosessualiste-genderiste, quelle eutanasiche e abortiste.

Gli officianti di questa opprimente egemonia e dei suoi riti sono quegli intellettuali che rappresentano l’élite del ceto dominante, più importanti ancora dei politici progressisti: direttori dei grandi giornali e delle tv di regime, accademici onnipresenti nei salotti televisivi e no, scrittori vincitori a rotazione dei grandi premi letterari, direttori editoriali delle case editrici, grandi registi, persino qualche alto prelato bergogliano, modernista ed ecumenista. Costoro si conoscono tutti, si invitano a vicenda ai convegni, si scambiano le prefazioni dei loro libri e si auto-incensano l’un con l’altro (salvo tirarsi coltellate sotto il tavolo). La loro super-classe si alimenta per cooptazione, ma ovviamente se non sei di sinistra puoi essere bravo quanto vuoi, ma non entri.

L’egemonia culturale non è qualcosa che riguarda solo gli strati alti e presunti “colti” della società: riguarda, quotidianamente, tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Egemonia culturale è quando i genitori devono controllare il linguaggio di tutti i giorni: se sfugge loro di dire “negro”, il bambinetto, plagiato a scuola da maestrine dalla penna rossa intinta nel veleno dell’oikofobia, li redarguisce con un: “ma allora siete razzisti” (il fatto è vero). Egemonia culturale è quando, se vuoi trovare delle famiglie normali nelle fiction televisive (di tutti i canali), devi tornare a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello se non alla tv di Carosello. Egemonia culturale è quando persino gli spot pubblicitari ci presentano spesso coppie di omosessuali e coloured di ogni sfumatura. Egemonia culturale è quando studenti liceali vengono puniti e sospesi perché hanno educatamente contestato la vulgata resistenziale e antifascista onnipresente nelle lezioni di storia. Egemonia culturale è quando vengono cambiati i nomi delle vie o delle scuole perché i precedenti “intestatari”, pur illustri, avevano qualche legame con il fascismo. Egemonia culturale è quando, in una scuola media di Sassuolo, la direzione espone nei corridoi manifesti inneggianti all’omosessualismo e all’aborto. Egemonia culturale è quando personaggi come Roberto Saviano e Mario Tozzi intimano alle televisioni di non invitare a trasmissioni e dibattiti i molti scienziati e ricercatori che sono scettici sull’origine antropica dei presunti cambiamenti climatici.

E si potrebbe continuare per pagine e pagine: l’egemonia culturale è intorno a noi e spesso, purtroppo, anche dentro di noi. Infatti, dopo decenni di questa egemonia (ma perché non la chiamiamo dittatura?), anche il “sentire comune” di moltissimi è cambiato: oggi certe idee non sono solo censurate, in qualche caso persino penalmente, ma sempre più spesso anche auto-censurate, auto-bloccate al loro nascere da un automatico “pseudo-pudore” ideologico inoculatoci in decenni di avvelenamento e che ormai abbiamo interiorizzato.

Di più: la sinistra, scrive Marco Tarchi, è riuscita a imporre “l’idea di fondo che al proprio versante appartenga tutto ciò che si può considerare positivo, in una parola, il Bene, mentre tutto ciò che le è estraneo è il Male: è rozzezza, è stupidità, è malvagità”. Non per nulla in molti esponenti della destra, politica e/o intellettuale, sembra albergare una sorta di complesso d’inferiorità, di disagio ideologico nei confronti degli avversari, che produce talvolta un implicito, forse inconsapevole, desiderio di piacere e compiacere, di dimostrare a “quelli di sinistra” che “no, noi non siamo come ci descrivete, noi siamo buoni, simpatici, antifascisti, antirazzisti e vogliamo bene alla NATO e a Zelensky”.

Di qui la resa, parziale o totale, riguardo a molte posizioni considerate, anche solo qualche anno fa, irrinunciabili. Com’è capitato nella storia, si è talvolta rinunciato ai propri valori identitari in nome della conquista del potere con il risultato di perdere non solo i valori e l’identità, ma anche, nel lungo periodo, il potere. Non basta vincere le elezioni, se poi il corpaccione della società civile rimane sotto il dominio degli occupanti di sinistra, se i veleni ideologici liberal continuano ad avere libero corso, a infettare le coscienze e a negare la realtà.

Riguardo all’egemonia culturale della sinistra, che possiamo definire subculturale se non anticulturale, considerata la cancel culture scatenata contro tutta la nostra memoria politica, storica, letteraria, persino scientifica, talvolta si ha l’impressione che sull’altro versante politico ci sia un’incomprensione, o una sottovalutazione, dell’ampiezza, della profondità e dell’invasività di questa egemonia. Non solo: si tende a ignorare la direttrice strategica gramsciana riguardo alla conquista del potere politico che deve passare per l’imposizione, alle coscienze e al sentire comune, delle ideologie progressiste e antifasciste come “valori” normali e non rifiutabili, pena la delegittimazione, la condanna pubblica, la censura.

Questa conquista delle coscienze necessita, per essere attuata, del pieno dominio di tutte le “agenzie datrici di senso” che danno forma alle idées reçues accettate come “normali”, quindi l’occupazione manu militari di quella “catena di fortezze e casematte”, come la definiva Gramsci, che è la società civile nelle sue espressioni istituzionali e no che abbiamo già citato: la scuola, l’università, i media, le case editrici e così via.

In altri termini, non sembra che la destra, o le destre, si siano mai poste organicamente e continuativamente il problema di elaborare una strategia per la liberazione della Cittadella del Potere Culturale dalla feroce occupazione della sinistra in tutte le sue forme. Solo come esempi, reti informali e solidali di professori che promuovano la crescita di talenti “non conformi” nell’ambito della docenza nei licei e nell’università; il supporto alla pubblicazione e diffusione di testi scolastici non inquinati dalle menzogne della sinistra, la penetrazione nelle grandi case editrici, nelle giurie dei premi letterari. Esistono migliaia di biblioteche, pubbliche e scolastiche: perché non fare in modo e controllare che anche libri di destra abbiano il dovuto spazio?

Potremmo continuare con decine di altri esempi. Lo sappiamo: la Cittadella è ben munita e fortificata e la “vigilanza” del potere opprimente. Però da qualche parte dobbiamo pur cominciare. Non solo: occorre creare, o consolidare, piccoli centri di contro-potere, “zone liberate” dalle quali operare. Sempre come esempio: vi sono nell’area della destra molte piccole e coraggiose case editrici, sia nuove, sia “storiche”, che pubblicano o ripubblicano testi interessanti, utili fonti di controinformazione e di disintossicazione. Perché non vengono aiutate da nessuna delle “nostre” istituzioni a crescere, a farsi conoscere, a commercializzare i loro testi?

Ancora. Sono molte le Regioni e migliaia i Comuni governati dal centro-destra. Non trovate scandaloso che solo in pochissimi casi gli Assessorati alla Cultura di questi enti locali promuovano convegni, pubblicazioni, conferenze, presentazioni e mostre di libri ispirati ai valori delle destre di varia natura e origine? Ci provò, anni fa, l’indimenticato Marzio Tremaglia assessore alla cultura della Regione Lombardia che ci lasciò giovanissimo dopo una grave malattia. Con poco, fece moltissimo: convegni, pubblicazioni, mostre. Dimostrò che la dittatura culturale della sinistra poteva essere, se non vinta, almeno incrinata.

Certo, ci mancano persone del valore e dello spessore di un Marzio Tremaglia o di un intellettuale come Alfredo Cattabiani, che rilanciò con Rusconi Editore la cultura “alta” di destra, pubblicando, con successo editoriale, autori come Mircea Eliade, J.R.R. Tolkien, Cristina Campo, Carlo Alianello, René Guénon, Hans Sedlmayr e molti altri. Però molte cose possono essere fatte, o tentate, subito e con buone speranze di successo. A destra vi sono varie Fondazioni (alcune, che non citiamo per pudore, ben finanziate). Attività svolte? Solo qualche saltuaria autocelebrazione.

Se questa è la situazione, parrebbe giustificato il pessimismo di Marcello Veneziani: “…non esiste e non può esistere un’egemonia culturale della destra. Non ne ha il carattere, non ha i numeri e gli esponenti, non ha la forza, non ne ha l’indole e non ha nessuna strategia organica all’opera.” Anche se è vero, questo non legittima l’attuale, sostanziale resa senza condizioni. Tra l’altro, l’opinione di Veneziani coincide paradossalmente con quella della sinistra. Scrive il sinistrissimo quotidiano “Domani”: “Dopo aver occupato con le poltrone dei direttori di Rai, Biennale e musei, serviranno i contenuti. Ma scrittori, architetti, registi non votano Meloni.” C’è della presuntuosa arroganza in questa affermazione, un disprezzo antropologico: “noi siamo noi e voi non siete un c…o”. Per costoro la destra non deve neppure osare di percorrere qualche metro sul red carpet della cultura.

Ancora un esempio: le recenti nomine in RAI. Ci fa piacere per i nominati, ammesso che siano veramente di destra (qualcuno lo è, probabilmente). Permetteteci di provocare: che nessuno osi dire “basta che siano bravi”. Ci viene in mente la confessione di un vecchio barone universitario: “Noi sceglievamo come assistenti gli studenti migliori, i nostri colleghi di sinistra solo gli studenti di sinistra. Dopo trent’anni l’Università è quasi totalmente in mano loro e il livello accademico è semplicemente deplorevole.”

Non basta che questi nominati, presunti di destra, occupino poltrone nei Consigli di Amministrazione, nelle direzioni di rete o di TG (è già successo in passato) se le cose non cambiano anche a livello sottostante, a livello di giornalismo operativo e trasmesso, di tendenze politiche e di programmi. E in passato, nulla è cambiato: la propaganda di sinistra è proseguita anche con direttori di rete presunti di destra. Ci fa piacere se i nominati “di destra” verranno premiati con buoni stipendi, ma non ci basta.

Provochiamo ancora: è troppo pretendere di avere telegiornali “di destra”, programmi “di destra”, ricostruzioni storiche “di destra”, talk show “di destra”? E lasciamo perdere, per ora, cosa voglia dire “di destra”. Possiamo pretendere di vedere fiction e film quantomeno non di sinistra? Non ce ne sono? Che si producano. “Loro” hanno occupato spudoratamente la RAI (e non solo) per decenni. Persino i documentari naturalistici trasudano propaganda eco-sinistrorsa. Proseguiamo con la provocazione: esigiamo una compensazione, esigiamo un’occupazione manu militari, un feroce spoil system, come quello attuato da “loro”. Esageriamo? A noi pare il minimo.

Il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, con un prestigiosissimo curriculum accademico e giornalistico, che da giovane è stato militante del Fronte della Gioventù e consigliere circoscrizionale del MSI, ha dichiarato: “Non vogliamo sostituire un’egemonia culturale con un’altra”. Che spirito di liberale tolleranza, di educata moderazione, di bon ton istituzionale: “Signori inglesi, sparate voi per primi”. Certo, c’è dell’ipocrisia nell’affermazione, considerata purtroppo l’improbabilità, sul breve periodo, di questo Grand Remplacement culturale. Però, così facendo, vinceranno sempre loro. Recuperiamo un po’ di sana barbarie. Tanto, per “loro”, noi saremo sempre, qualunque cosa noi si dica o si faccia, quelli brutti, sporchi e cattivi. E allora tanto vale esserlo davvero.

Il nostro amato Joseph de Maistre predicava, molto cristianamente, che la Contro-Rivoluzione non deve essere una Rivoluzione uguale e contraria, ma il contrario della Rivoluzione. Parafrasandolo rispetto all’argomento in questione, ci permettiamo di contraddirlo e assieme a lui anche il Ministro della Cultura. Noi vogliamo, esigiamo un’egemonia culturale uguale e contraria, non il suo contrario. Ci vorranno decenni? Bene, incominciamo a costruirla. Ce lo siamo meritati.







giovedì 15 giugno 2023

La Messa celebrata dai laici è già realtà in Svizzera



Nel cantone tedesco è ormai consueto che siano i laici a svolgere le funzioni sacerdotali: predicano, celebrano la liturgia della Parola con la completa sostituzione della Messa, battezzano, celebrano matrimoni. Il tutto in spregio alle più elementari norme canoniche. La "resistenza" di Vera Fides, un'associazione che vuole rimanere cattolica e che ha scritto al Dicastero del Culto Divino.



CATTO-PROTESTANTESIMO


ECCLESIA

Luisella Scrosati, 15-06-2023

Non solo Germania. Anche i fedeli della Svizzera tedesca hanno il loro bel da fare per cercare di mantenersi cattolici e trovare celebrazioni liturgiche e sacramentali che rispettino la normativa della Chiesa. Con la motivazione della sempre maggiore scarsità di sacerdoti, i Vescovi stanno autorizzando di tutto.

«Nel cantone tedesco, nelle nostre diocesi è consueto che siano dei laici a svolgere le funzioni proprie del sacerdote durante la celebrazione della S. Messa e la celebrazione dei sacramenti, eccetto che la consacrazione». A raccontarcelo è Davor Novakovic, giornalista e teologo, presidente dell’Associazione Vera Fides, nata proprio con lo scopo di comunicare l’insegnamento della Chiesa cattolica, in comunione con il Papa, in un contesto sempre più confuso e fuorviante, prendendo posizione contro l’ordinazione delle donne, i matrimoni omosessuali, l’aborto: «Sempre più fedeli cattolici sono titubanti di fronte al comportamento dei vescovi e del clero. Date le incomprensioni e le richieste dei fedeli, ho deciso insieme ad altri di creare questo gruppo, che ufficialmente nasce il 17 ottobre 2021», spiega Novakovic.

Questi abusi non sono occasionali, ma sono divenuti non solo la regola, ma un vero e proprio sistema di abusi completamente istituzionalizzato: «I teologi laici sono nominati dai vescovi come responsabili delle parrocchie, il che non è corretto secondo il diritto canonico. Questo dà loro la possibilità nelle parrocchie di predicare all'interno della Messa o di abolire del tutto la Santa Messa, sostituendola con servizi della Parola».

Le diocesi maggiormente colpite da questo fenomeno sono quelle di Basilea, Coira e San Gallo.

La prima è stata presa a modello dal Cammino sinodale della Chiesa in Germania, dove «si discute ora di richieste che nella diocesi di Basilea sono già state attuate da dieci anni. I teologi laici predicano, battezzano e celebrano matrimoni. Allo stesso modo, vengono benedette le coppie dello stesso sesso. Tutto questo ha portato a un'enorme perdita di fede in questa diocesi, con moltissime persone che hanno abbandonato la Chiesa». Quasi la metà delle parrocchie della diocesi basileese ormai non ha più la Messa domenicale, ma solo la celebrazione della parola con distribuzione della Comunione. La vita sacramentale, nel suo complesso, è ridotta al lumicino.

Situazione analoga nella diocesi di Coira, divenuta tristemente famosa per il caso di Monika Schmid, che aveva pubblicamente simulato la concelebrazione di una Messa, con tanto di preti (rigorosamente senza casula), diacono (con stola arcobaleno) e un’altra aspirante sacerdotessa presenti. Era l’agosto 2022, anche se la signora Schmid, che adesso è in pensione, aveva spiegato che per lei era consueto simulare la celebrazione eucaristica; insomma, non era mica la prima volta !

Il vescovo, Mons. Bonnemain, ha istituito una commissione canonica per accertarsi di cosa sia successo. Il 2 marzo 2023, sette mesi dopo l’accaduto, il vescovo, tramite la sua portavoce, ha fatto sapere che non era ancora opportuno dare informazioni sulla situazione di questa indagine e sulle sanzioni conseguenti e che si rifiutava di attribuire alla Schmid la parola «colpevole» (Beschuldigte). Chi va piano… Ad oggi, non risulta che sia stato preso alcun provvedimento. Cosa ci sia da indagare è un mistero, dal momento che esiste un video pubblico e che il Codice di Diritto canonico afferma esplicitamente che «nella celebrazione eucaristica ai diaconi e ai laici non è consentito proferire le orazioni, in particolare la preghiera eucaristica, o eseguire le azioni che sono proprie del sacerdote celebrante» (can. 907).

Poi, la diocesi di San Gallo, nella quale, spiega Novakovic, «la situazione è probabilmente peggiore di quella della diocesi di Basilea, anche a causa dell'ampia delega ad assistere i matrimoni, che dovrebbe essere formalmente approvata dalla diocesi o dal Vaticano. L'ex nunzio Gullickson di Berna una volta disse che la diocesi di San Gallo era la peggiore».

Di fronte a questa situazione, l’Associazione Vera Fides ha deciso di inviare al Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti alcune richieste di chiarimento, anche alla luce del sempre più diffuso smarrimento tra i fedeli: «La gente non percepisce più alcuna differenze tra liturgia della parola o liturgia della S. Messa», aggiunge Novakovic, il quale tiene a precisare che anche i vescovi delle tre diocesi svizzere summenzionate sono stati raggiunti in copia.

Si tratta in sostanza di cinque dubbi che sottolineano come la straordinarietà, in queste diocesi, sia divenuta ordinaria. Più in generale, ci si domanda se si possa parlare di una effettiva carenza di sacerdoti, posto che il loro numero debba essere rapportato al sempre più esiguo numero di battezzati, e più specificamente di cattolici praticanti.

E poi altri quesiti di compatibilità tra la prassi di queste diocesi e la legge della Chiesa: il fatto che i tre vescovi abbiano conferito un mandato generale ad alcuni laici di predicare ordinariamente durante le celebrazioni eucaristiche è compatibile con il diritto canonico? Analogamente, che il permesso speciale conferito a laici per l’amministrazione del Battesimo diventi ordinario è compatibile con il can. 861 §2? Nelle diocesi di Basilea e San Gallo l’incarico ai laici ad assistere i matrimoni avviene senza il voto previo favorevole della Conferenza Episcopale e la licenza dalla Santa Sede, secondo quanto disposto dal can. 1112 § 1. Infine, è compatibile con quanto previsto da Sacrosanctum Concilium 35 § 4 che quasi una parrocchia su due non abbia la celebrazione dell’Eucaristia, ma solo la liturgia della Parola?






mercoledì 14 giugno 2023

Il vescovo Athanasius Schneider sul Santissimo Sacramento



Nella nostra [Chiesa e postconcilio] traduzione da OnePeterFive insegnamenti e conferme da un vero Pastore, da assimilare e vivere con sempre maggiore profondità, per irrobustire la nostra fede in questa temperie oscura. Nella nota (1) troverete una mia chiosa che sottolinea l'Offerta e il Sacrificio che precedono la Santa Comunione con Cristo Signore glorioso e come vi si rapportano. Per il nostro Mons. Schneider son cose scontate; ma, poiché in questo caso si tratta di uno stralcio (che pone l'accento sul Santissimo Sacramento) da un suo testo ben più ampio, ho sentito la necessità di precisare (estraendolo da un mio vecchio lavoro insieme ad altri dettagli non meno importanti e significativi) quanto per la mens odierna non è affatto scontato e sfugge ai più... Il vescovo Athanasius Schneider sul Santissimo Sacramento

Un estratto da Christus Vincit [vedi]: il trionfo di Cristo sulle tenebre del tempo.

14 giugno 2023



Diane Montagna: Eccellenza, lei ha già detto che la via d'uscita dall'attuale crisi della Chiesa è “riscoprire il soprannaturale” e “dare il primato al soprannaturale nella vita della Chiesa” attraverso una rinnovata attenzione alla preghiera e al Santa Eucaristia. Possiamo ora tornare al mistero della Presenza Reale e discuterne l'importanza?

Il vescovo Atanasio Schneider:

Quando parliamo dell'Eucaristia, dobbiamo concentrarci sull'essenza della liturgia, sul mistero dell'Eucaristia, e questo è Cristo, Cristo vivente, il nostro Dio incarnato, che vive davvero con la sua mente, il suo cuore, la sua anima, e la sua divinità nel sacramento della Santissima Eucaristia. Ma in questo mistero Egli è velato, come era velata la sua divinità quando camminava sulla terra con il suo popolo, mentre insegnava e parlava con le folle. Poiché era così semplice e sembrava un uomo comune, sebbene in Lui fosse presente la pienezza della divinità, molte persone non Lo riconobbero e Lo respinsero - i Farisei, gli scribi e altri - a causa del Suo aspetto umile. San Paolo dice di Nostro Signore Gesù Cristo: “Prese la forma di servo, si fece simile agli uomini e, ha assunto la natura umana ed era riconosciuto come uomo” (Fil 2,7).

In modo più profondo e radicale, lo stesso avviene nel mistero dell'Eucaristia, che è un prolungamento dell'Incarnazione. L'Incarnazione continua perché ora non solo la divinità di Cristo è velata dalla sua umanità, ma le specie eucaristiche del pane e del vino velano sia l'umanità che la divinità di Cristo. Cristo è velato, ma continua ad essere lo stesso; Vive qui sulla terra nella stessa realtà della sua Incarnazione, ma in una modalità diversa. Ora è una modalità sacramentale. La sua umanità nell'Eucaristia è già un'umanità glorificata, ma l'umanità glorificata è reale e si può toccare.(1) Quando Gesù è risorto dai morti, poteva essere toccato; Aveva un Corpo vero ma trasfigurato. Lo stesso vale per l'Eucaristia: il suo vero corpo, la vera anima e tutta la pienezza della sua divinità sono velate sotto l'aspetto di un piccolo pezzo di pane.

Questo presenta una sfida continua alla nostra fede, al nostro amore. Siamo sfidati a rinnovare il nostro amore per l'Incarnazione, esercitando continuamente la nostra fede quando vediamo l'Ostia consacrata. Questo è il nostro Dio incarnato: et Verbum caro factum est: et habitavit in nobis, «e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). E ora dimora in mezzo a noi ancora più profondamente, più umilmente e più misteriosamente - davvero, nello stesso modo realistico in cui ha camminato sulla terra, ma in un altro modo. È reale; ecco perché parliamo della Presenza Reale, voglio sottolineare questo punto. Questa è la nostra fede: che sotto il velo delle specie eucaristiche del pane e del vino è presente la pienezza dell'umanità e della divinità di Nostro Signore. Dovrebbe toccare le profondità più profonde della nostra anima e provocare in noi un corrispondente atteggiamento dell'anima e del corpo, perché questa è l'Incarnazione. Non possiamo fare a meno dei segni corporei di riverenza e rispetto, perché Egli è presente fisicamente; il Dio-uomo è veramente presente. Gesti concreti di adorazione, adorazione e stupore sono la logica conseguenza della nostra fede.

DM: E quando facciamo a meno di questi gesti, la fede nel mistero si indebolisce?


AS: Sì. Quando diminuiamo i segni esteriori di soggezione, sacralità e riverenza, col tempo diminuisce quasi inevitabilmente la nostra fede nella Presenza Reale di Nostro Signore e nella Sua Incarnazione. Essi sono collegati. Ogni volta che si attenua il nostro rispetto e la nostra consapevolezza della presenza di Cristo nel sacramento dell'Eucaristia – la Presenza reale, piena, sostanziale e divina – scema nello stesso tempo la nostra fede nell'Incarnazione stessa. La fede nell'Eucaristia e la fede nell'Incarnazione sono inscindibilmente legate. Quindi, si tratta di un continuo atto di fede nell'Incarnazione e nel soprannaturale perché è soprannaturale, perché la divinità è così intimamente vicina a noi. Nel sacramento dell'Eucaristia Nostro Signore si è degnato di velarsi sotto questi elementi esteriori e poveri della materia. Non c'è luogo nel mondo intero, nell'intera storia del mondo, nell'universo intero, dove Dio è così vicino, dove la divinità è così vicina alle sue creature, come nel mistero dell'Eucaristia.

Nell'Eucaristia persistono solo gli elementi esterni della materia, che sono chiamati gli "accidenti", mentre la sostanza degli elementi si trasforma nella sostanza del Corpo e del Sangue della sacra umanità di Cristo e, attraverso l'umanità, è presente anche la divinità di Cristo. Nell'Incarnazione, Dio ha unito inseparabilmente la sua divinità alla nostra natura umana: entrambe le nature sono unite nel Figlio, la Seconda Persona della Santissima Trinità; la chiamiamo unione ipostatica. Nell'Eucaristia, questa unione ipostatica riceve un aspetto nuovo. Gli accidenti del pane e del vino sono associati alla sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo e quindi sono legati alla Sua Divinità in modo misterioso e indicibile. San Tommaso d'Aquino dice che la divinità di Cristo è in questo sacramento per reale concomitanza, “poiché la divinità non ha mai messo da parte il corpo assunto, dovunque è il corpo di Cristo, là, per necessità, deve essere la divinità; e quindi è necessario che la divinità sia in questo sacramento in concomitanza con il suo corpo. Perciò leggiamo nella professione di fede di Efeso (p. 1, cap. 26): 'Noi siamo resi partecipi del corpo e del sangue di Cristo, non come assumendo carne comune, né come già ora un uomo santo è unito al Verbo in dignità, ma della vera carne vivificante del Verbo stesso”» (Summa theologiae III, q. 76, A. 1, a 1). E il Concilio di Trento insegna: “sotto le specie del pane e del vino sta la divinità, per la mirabile unione ipostatica di essa con il suo corpo e la sua anima” (sess. 13, cap. 3).

* Il Vescovo Athanasius (Anton) Schneider è autore di due libri: Dominus Est – È il Signore! e Propter Sanctam Ecclesiam Suam (non ancora disponibile in inglese).
 
È nato da genitori tedeschi il 7 aprile 1961 a Tokmok, Kirghiz SSR in Unione Sovietica, dove la sua famiglia ha ricevuto la cura pastorale di p. Oleksa Zaryckyj, poi beato martire della fede. Lo stesso vescovo Schneider ha ricevuto la sua prima santa comunione in segreto, poiché la pratica della fede era stata bandita sotto il regime comunista. Nel 1973 parte con la famiglia per la Germania.
In seguito entrò a far parte dei Canonici Regolari della Santa Croce di Coimbra, un ordine religioso cattolico, dove gli fu dato il nome religioso Atanasio. È stato ordinato sacerdote il 25 marzo 1990. Nel 1997 ha conseguito il dottorato in Patrologia presso l'Augustinianum di Roma; e nel 1999 è diventato professore di Patristica al Mary, Mother of the Church Seminary di Karaganda.
Nel giugno 2006 è stato consacrato Vescovo all'Altare della Cattedra di San Pietro in Vaticano. Fu poi assegnato alla carica di vescovo ausiliare nell'arcidiocesi di Astana. È Segretario Generale della Conferenza Episcopale del Kazakistan e Vescovo titolare di Celerina, Svizzera.


[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]_____________________

 
Nota di Chiesa e post-concilio
 
1. Prima della Santa Comunione dobbiamo ricordare il Santo Sacrificio. La Mediator Dei distingue il momento in cui il Sacerdote offre la Vittima (momento culminante e unico) da quello in cui, dopo averla deposta sull'altare la presenta a gloria di Dio padre e per il bene di tutte le anime. È a quest’oblazione propriamente detta che i fedeli partecipano nel modo loro consentito. Invece nella Sacrosanctum Concilium, che dice cose prese a sé molto belle e molto vere, la distinzione è stata omessa e la sua mancanza fa perdere l'unicità dell'offerta del Sacerdote (Actio di Cristo) nel momento della Consacrazione... E non è una questione di poco conto. Non distinguere l'Azione del Sacerdote da quella del fedele (che può far sua ogni preghiera tranne che al momento della Consacrazione, appunto), non tiene conto della distinzione netta non solo per grado ma anche per essenza del Sacerdozio ordinato rispetto a quello battesimale dei fedeli... La Mediator Dei afferma e conferma che il Sacrificio di Cristo è uno ed unico ed appartiene a Lui solo. E non è un caso che le parole "mysterium fidei" siano pronunciate al momento della Consacrazione del Calice e quindi del Sangue della Nuova ed eterna Alleanza qui pro vobis et pro multis effundetur (sarà sparso: è un futuro che diventa un eterno presente, la prefigurazione del Calvario nell'imminenza di quanto sarebbe accaduto); il Signore ci comanda di fare haec (questo) in sua memoria fino alla fine dei tempi. Anche le parole "mysterium fidei" appartengono a Cristo, che suggella così la sua Azione espiatrice e redentrice e qui non ci resta che adorare e accogliere. (Non posso far a meno di notare che stranamente nel NO quelle parole vengono messe in bocca all'assemblea e pronunciate ad alta voce in un momento in cui bisognerebbe solo adorare davanti al Sacrificio. E invece si parla addirittura dell'"attesa della tua venuta", inopinatamente richiamando la parusia proprio nel momento in cui il Signore si è fatto Realmente Presente: Presenza che dovrebbe essere accolta vissuta e adorata con maggiore consapevolezza e sacralità...) Solo successivamente: ce lo dice l'Unde et memores..., dopo che il Sacrificio è stato compiuto e dispiega i suoi effetti, possiamo, insieme al sacerdote, offrire noi stessi nell'offerta dell' "Hostia pura santa e immacolata, Pane santo di vita eterna e Calice di perpetua salvezza". Ma l'Agnello immolato è Risorto e ora siede glorioso alla destra del Padre (l'Unde et memores ci ricorda anche questo), e dunque possiamo insieme al sacerdote unire a quella di Cristo la nostra offerta e anche i frutti del Suo Sacrificio. Nella SC questo forse è dato per scontato (?), ma nelle "cose sacre" che riguardano i fondamenti della nostra fede occorre serietà e precisione e anche completezza. Altrimenti, più che dar per scontato, alla fine si oltrepassa e si elide qualcosa di essenziale. Quel che è più grave, non è tanto la diluizione del ministero sacerdotale, che pure avviene, quanto la confusione del Sacrificio di Cristo (uno e unico e non confondibile) col nostro e della Chiesa tutta in Lui! Quello che Mediator Dei e Sacrosanctum Concilium affermano è che i fedeli offrono insieme con il Sacerdote i propri voti e per mezzo del Sacerdote Cristo stesso, ma con la sottile e per nulla ininfluente distinzione con cui inizia il periodo. Non a caso, poi, la Mediator Dei dice: "Ponendo però, sull'altare la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della Santissima Trinità e per il bene di tutte le anime". Ponendo sull'altare la Vittima (il sacerdote depone l'oblata sul Corporale, chiamato anche sindone) è come se si ripetesse la deposizione dalla Croce e, come già detto, in quel momento si dispiegano gli effetti del Sacrificio già compiuto e quindi subentra anche la funzione della Chiesa con la sua Offerta dell'Hostia pura santa e immacolata, che include non solo il mistero della passione e morte, ma anche quello della Risurrezione e Ascensione, esplicitato nell' Unde et memores, Domine, nos servi tui, set et plebs tua sancta, eiusdem Christi Filii tu, Domini nostri, tam beatae passionis, nec non et ab inferis resurrectionis, sed in caelos gloriosae ascensionis: offerimus praeclare majestati tuae de tuis donis ac datis (non dal frutto della terra e del nostro lavoro)... Mi sembra che l'oltrepassamento e l'oblio di una cosa così fondamentale, cioè del cuore della nostra Fede, sia un dato non trascurabile e tutto da recuperare. E c'è di più... Dopo, nel Supplices te rogamus, il sacerdote chiede : jube haec perferri per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in cospectu divine majestatis tuae... ciò che si trova sull'Altare della terra viene portato all'Altare celeste per mezzo dell'Angelo Santo - in origine identificato con l'Arcangelo Michele nella sua funzione presso l'altare degli aromi che in Cristo Signore è unificato con l'altare del sacrificio -, mentre in epoca più recente lo si è identificato nel Signore stesso. E ancor di più, se anche si tratta di un Angelo - come è detto per i Sacrifici antichi e nella De Sacramentis - resta la sublime richiesta che sull'Altare del Cielo vengano portate, dopo la Consacrazione, haec (queste cose), cioè l'Offerta di Cristo e quella dei presenti e di tutta la Chiesa! E - prosegue la preghiera - "affinché quanti per questa partecipazione dell'Altare assumeremo l'infinitamente Santo Corpo e Sangue del Figlio tuo saremo riempiti di ogni grazia e benedizione del Cielo", che scende su di essi dal Trono dell'Altissimo. Ora, che col Novus Ordo si perda tutta questa ricchezza e profondità, non può giungere anche fino a oltrepassare ciò che di più grande e sacro Cristo Signore ci ha consegnato: il Suo Sacrificio, in cui Egli si fa Realmente Presente e operante per la salvezza nostra e del mondo intero, 'passaggio' ineludibile sia per la Risurrezione che per il "Banchetto escatologico" in cui ci nutriamo del suo Corpo e del Suo Sangue Anima e Divinità. All'inizio (nell'immediato dopo-concilio e in parte tuttora) chi viveva/vive la celebrazione con la pre-comprensione cattolica poteva/può anche non farci caso e interiorizzare il dato di Fede genuino e quindi assimilarlo; ma, dopo? Quando si parla di iato generazionale (riconosciuto dallo stesso Benedetto XVI), cosa si intende se non questa a volte diluizione altre volte omissione, che alla fine diventa oblìo, soppressione - come in questo caso - di un elemento fondante della nostra Fede?
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