lunedì 8 novembre 2021

Ridere del materialismo






4 Novembre 2021

Volentieri offriamo ai lettori questo felice estratto de L’esistenza di Dio di Mons. G. Ballerini (qui l’offerta speciale).




[…] Mentre negano ad un essere infinito il potere di creare dal nulla, fanno poi della materia stessa un essere infinito ed onnipotente; e mentre non vogliono riconoscere nelle opere della natura le tracce di una Suprema intelligenza che sempre ravvisarono i più grandi naturalisti, i quali furono perciò rapiti come in estasi di lode al Creatore[1], fanno poi del caso la ragione dell’ordine ed ascrivono a forze cieche ed incoscienti quelle meraviglie che formano l’ammirazione dell’intelligenza umana. Perché, […] non è forse evidente un’attitudine, una direzione, un fine in ciascuna di quelle molecole infinitesimali, di quegli atomi puramente materiali che si attraggono, si aggruppano e si muovono in guisa da produrre soli ed attorno ai soli pianeti intiepiditi, solidificati, verdeggianti e vivi? E tutto ciò come si spiega?



[1] Linneo, il grande naturalista, diceva: «Il Dio eterno, il Dio immenso, sapientissimo ed onnipotente è passato dinanzi a me. Io non l’ho veduto in volto, ma il riverbero della sua luce ha ricolmo di stupore l’anima mia. Io ho studiato qua e là le tracce del suo passaggio nelle creature; e in tutte le opere sue, anche le più piccole, le più impercettibili, qual forza, qual sapienza, qual immensa perfezione!» –


«Ti ringrazio, o mio Creatore e Signore, esclama il grande astronomo Keplero, di tutte le gioie che mi hai fatto gustare nell’estasi in cui m’ha rapito la contemplazione delle opere della tua mano. La grandezza di queste opere io mi sono studiato di proclamare innanzi agli uomini, e ho posto ogni cura nel far loro conoscere quanto sia la tua sapienza, potenza, bontà». «Più si allarga il campo della fisica, diceva Herschell, e più le dimostrazioni dell’eterna esistenza di un intelletto creatore onnipotente, divengono numerose ed inconcusse».


***


Non c’è […] idea che abbia una base più oggettiva e inconcussa di quella di Dio
. Essa ha per base lo stesso universo. Non è forse questa la base che le assegna la Scrittura, la Chiesa[1] e la filosofia tradizionale dell’umanità?

Poiché a che si riduce tutta la questione fra noi e gli increduli? A sapere se l’universo esiste da sé, ovvero ha ricevuto la sua esistenza da altri. Se ha ricevuto da altri la sua esistenza, vuol dire che è prodotto, è creato; e se prodotto e creato, vuol dire che necessariamente suppone l’esistenza di una causa creatrice.

Si potrà qui domandare come possiamo noi sapere se la realtà cosmica sia improdotta o prodotta. Lo vedremo […] considerando i caratteri dell’universo, dai quali apparirà la dipendenza di tutto il mondo da Dio come effetto da causa.

Per ora osserviamo soltanto che il concetto di Dio è quello di causa prima. È questo l’insegnamento di tutta l’antichità. E ciò basta per farci comprendere che non si può dare altra dimostrazione della esistenza di Dio all’infuori di quella che ce lo addita come suprema causa del mondo stesso. Per conseguenza non si può dare altra dimostrazione all’infuori di quella che poggia sul principio di causalità. Solo per questa via si giunge all’essere trascendente e realmente distinto dal mondo: in tutte le altre ci troviamo sempre impigliati nell’essere immanente.

Così stando le cose, ognun vede che nessuna idea potrà mai avere una base più oggettiva di quella di Dio. Per negarle questa base o almeno poterne dubitare, bisognerebbe prima poter negare o almeno poter mettere in dubbio la realtà oggettiva del mondo, o quanto meno i suoi caratteri di dipendenza.

Ed è precisamente qui, come abbiamo visto, dove si concentrano tutti gli sforzi dei positivisti, dei critici, dei neo–critici e specialmente dei moderni idealisti. Che anzi per questi ultimi il mondo stesso è immanente nel nostro spirito ed è una creazione del nostro pensiero.

[…] Siamo […] persuasi fin d’ora che la semplice esposizione delle loro dottrine, da noi fatta […] con la più scrupolosa imparzialità, ne sia già un’indiretta confutazione. Perché nessuno vorrà certo prendere sul serio le stranezze del soggettivismo kantiano, o quelle del moderno idealismo che scambiano il mondo cervelloticamente da loro creato con quello vero e reale in cui viviamo. E se non possiamo dubitare della realtà oggettiva del mondo, neppure possiamo dubitare dei suoi caratteri di dipendenza che in concreto si identificano, come vedremo, con la stessa realtà oggettiva delle cose. Anche dopo tutte le critiche o chiacchiere di Kant e compagni, quei caratteri stanno e staranno sempre dinanzi a tutti per proclamare che il mondo non è da sé, ma da Dio.



>>> L’esistenza di Dio <<<

[1] «Se alcuno dirà che il solo e vero Dio Creatore e Signore nostro, per mezzo delle cose che furono fatte, non può conoscersi certamente col lume della naturale ragione: sia anatema». Concilio Vaticano, Della Rivelazione, Canone 1. È noto poi come tutte le Scritture dell’Antico e Nuovo Testamento, provochino sempre al creato per la conoscenza del Creatore.
>>> L’esistenza di Dio <<<

Foto di Anete Lusina da Pexels






domenica 7 novembre 2021

La Messa antica deve sparire. Firmato: la Santa Sede.




DOMENICA 7 NOVEMBRE 2021
Lettera di Roche
 #traditioniscustodes

Riportiamo in traduzione italiana l'interessante e tristemente rivelatore scambio epistolare tra il card. Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, e il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, mons. Artur Roche pubblicato da OnePeterFive (QUI). Rispondendo al alcune domande poste dal cardinale inglese sull'applicazione di Traditionis Custodes si ribadisce che l'obiettivo è che i fedeli legati alla Messa antica siano "guidati" ad abbandonarla (cosa già espressa chiaramente dal Papa); che quanti finora hanno diffuso e promosso la liturgia tradizionale hanno sbagliato, abusando di semplici concessioni dei precedenti pontefici (peccato che sia San Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI invitassero a essere generosi nel concederla...); che il rito antico è stato usato per veicolare "un’ecclesiologia che non appartiene al magistero della Chiesa"! Il testo è lungo ma vale la pena leggerlo. E poi chiedetevi: si è mai vista una venerabile liturgia così odiata fino a volerla estinguere, non dai nemici della Chiesa ma dalla sua stessa gerarchia?

Stefano [MiL]



A Sua Eccellenza, l’arcivescovo Arthur Roche,
Prefetto
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
00120 Città del Vaticano



28 luglio 2021


Eccellenza,
 
in seguito alla pubblicazione del motu proprio Traditionis Custodes del Santo Padre Papa Francesco, le scrivo dopo alcune conversazioni con alcuni nostri vescovi, per chiedere alla Congregazione alcune indicazioni relative alla nostra applicazione del motuproprio in Inghilterra e Galles.
Ci sono in particolare alcuni punti su cui gradiremmo dei chiarimenti.


a- La vostra Congregazione e/o il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi ha in mente di pubblicare una successiva istruzione per l’interpretazione e l’applicazione del motuproprio?
b- Notiamo che il vigente motuproprio abroga tutte “le norme, istruzioni, concessioni e consuetudini precedenti, che risultino non conformi con quanto disposto dal presente motu proprio” (art. 8). Chiediamo dunque se l’applicazione del Traditionis Custodes, pur non menzionandoli specificamente, abroghi l’uso della forma straordinaria anche per i sacramenti che non siano la celebrazione della Santa Messa (1962), oltre all’uso del Breviario Romano (1962), che venivano specificamente citati nell’art. 9 del Summorum Pontificum.
c- Come combinare l’uso del calendario nazionale per Inghilterra e Galles (basato sul calendario universale) con l’uso del calendario “tridentino” riguardo a feste quali il Corpus Domini, che cadono in giorni differenti?
d- Non c’è una corrispondenza netta tra il lezionario novus ordo, approvato per l’uso in Inghilterra e Galles e quello del rito del 1962. È possibile ricorrere direttamente alle pubblicazioni originali della Bibbia (che in Inghilterra e Galles sono la Bibbia di Gerusalemme originale e la RSV) da cui sono tratti i testi del lezionario permesso, per trovarvi i testi che interessano?
e- Qual è la concezione di “gruppo” che il Santo Padre menziona nel motu proprio? Va interpretato solo ai gruppi di fedeli formalmente costituiti oppure il motu proprio li applica anche a coloro che liberamente si radunano per la celebrazione della Messa in forma straordinaria? Questa considerazione pastorale sarebbe importante in Inghilterra e Galles.
f- Infine, come saprà, dal tempo dell’indulto concesso al card. Henan nel novembre 1971, c’è sempre stato un certo numero di fedeli che ha richiesto di celebrare i propri riti funebri secondo i testi liturgici precedenti al 1970. Il vigente motu proprio lo permette ancora? In che modo lo si dovrebbe fare? Per esempio, il Requiem andrebbe celebrato in un dato luogo, da un sacerdote autorizzato con un apposito permesso?


Su queste domande che ci sono state poste apprezzeremmo un’indicazione della Congregazione.
Benché il motu proprio abbia avuto vigore immediato, siamo consapevoli che la sua applicazione corretta e duratura richiederà del tempo. Dalla lettura combinata del motu proprio e della lettera che lo accompagna è chiaro che il Santo Padre desidera un’unità nella preghiera liturgica espressa mediante “l’unica espressione della lex orandi del rito romano”. Con sollecitudine pastorale dovremo accompagnare quanti sono saldamente legati al messale del 1962 verso il messale dei santi Paolo VI e Giovanni Paolo II.
In Inghilterra e Galles prevediamo una difficoltà su come rispondere alla Latin Mass Society. In allegato c’è una lettera che ho ricevuto recentemente dal suo presidente, il dr. Joseph Shaw, insieme a un’interpretazione canonica del motuproprio. Il sito della LMS e la sua intestazione affermano chiaramente che la sua ragion d’essere “è [quella di] un’associazione di fedeli cattolici dediti alla promozione della liturgia romana tradizionale della Chiesa cattolica, degli insegnamenti e pratiche inerenti a essa, della relativa tradizione musicale e della lingua latina nella quale è celebrata”. Ovviamente questo non è in accordo con l’intenzione del Santo Padre. Saremmo ben lieti di ricevere un’indicazione dalla Congregazione su come affrontare al meglio questa situazione. Sono sicuro che altri gruppi nella Chiesa, che usano esclusivamente i riti del 1962, come la FSSP e l’ICRSS, abbiano chiese nel nostro territorio. Pertanto, sarebbe utilissima una indicazione su di loro.
La ringrazio anticipatamente per il suo aiuto su questo argomento e le assicuro il nostro continuo sostegno e la preghiera per il suo lavoro e quello della sua Congregazione.

Cordialmente,

 
+ card. Vincent Nichols,
arcivescovo di Westminster




***


Città del Vaticano , 4 agosto 2021

Prot. N. 378/21



Eminenza reverendissima,

Grazie per la sua lettera del 28 luglio 2021 e per aver riferito alla Congregazione le sue domande sul Traditionis Custodes. La Congregazione stessa sta studiando attentamente le presenti implicazioni del motu proprio e non ha ancora diffuso delle istruzioni in proposito.
Tuttavia, al fine di aiutare Sua Eminenza, sono lieto di darle una risposta iniziale e condividere con lei le nostre attuali considerazioni sulle questioni da lei sollevate.
Questa risposta, di conseguenza, è a titolo personale.
È chiaro che il principale commento sulla nuova legislazione che regola la concessione dell’uso dei precedenti testi liturgici, come concessione eccezionale e non come promozione, è la lettera accompagnatoria di Papa Francesco ai vescovi. È evidente altresì che queste concessioni eccezionali devono essere permesse solo per coloro che accettano la validità e legittimità della riforma liturgica del Concilio Vaticano II e il magistero del Sommo Pontefice. Tutto questo nella nuova legislazione è orientato al ritorno e alla stabilizzazione della liturgia stabilita dal Concilio Vaticano II.


Riguardo ai singoli punti:


a. La Congregazione per la Dottrina della Fede era in precedenza il solo dicastero della Santa Sede con competenza in materia. Questa responsabilità è stata ora trasferita interamente alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e a quella per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Soltanto queste ora esercitano la competenza nei rispettivi campi.
b. È chiaro per la Congregazione che la nuova legislazione abroghi ciò che è stato concesso precedentemente in via eccezionale e limitata. Tuttavia, la prudenza pastorale può richiedere un tempo molto limitato e in vista dell’accresciuta comunione ecclesiale prima che il motu proprio sia pienamente applicato, ma questo richiederà comunque un attento monitoraggio e una chiara direzione verso l’obiettivo. Traditionis Custodes menziona soltanto l’uso del Missale Romanum del 1962 e le celebrazioni eucaristiche. Ci sono stati considerevoli fraintendimenti delle precedenti misure con l’aumento di pratiche, sviluppo e promozione, che in non piccola parte hanno incoraggiato una crescita che non era stata prevista o sancita dai precedenti pontefici. Una precedente svalutazione del ruolo sancito dal Concilio Vaticano II per l’ordinario locale quale moderatore, promotore e custode della liturgia si è dimostrata inefficace in questo ambito, ragion per cui il Santo Padre adesso sottolinea l’importanza del ruolo del vescovo nella piena applicazione delle nuove norme.
c. Il Calendarium del Missale Romanum del 1962, a differenza del Calendarium Romanum Generale del Missale Romanum del 1970, stabilito dal Concilio e che governa l’unica espressione del rito romano. Tuttavia le leggi relative alle feste di precetto nel Codice di Diritto Canonico del 1983 le posticipano per entrambi i calendari. La Conferenza episcopale, di conseguenza, dovrà necessariamente considerare la questione molto attentamente prima di chiedere a questa Congregazione un aggiustamento in linea con i canoni 1246-1248. Una tale deliberazione e decisione da parte di una conferenza episcopale dovrà inoltre tener conto di come applicarlo anche ad altri usi liturgici dello stessa circoscrizione ecclesiastica.
d. I testi biblici da usare per le letture secondo il Messale del 1962 devono essere nella stessa versione della Scrittura approvata per l’uso dalla Conferenza Episcopale nel suo Ordo Lectionum Missae. Questo si applica certamente anche ad altri usi liturgici presenti nella stessa circoscrizione ecclesiastica.
e. Il termine “gruppi” si applica alle parrocchie personali erette precedentemente per la concessione della liturgia antecedente e a quei gruppi di persone che si sono regolarmente radunate per la celebrazione dell’Eucaristia secondo il Missale Romanum del 1962. Al tempo stesso il motu proprio chiede ai vescovi di non istituire nuovi gruppi.
f. Riguardo all’indulto concesso al card. Heenan nel novembre 1971, di cui lei scrive, abbiamo cercato nei nostri archivi ma senza trovare nulla che lo attesti. C’è tuttavia una corrispondenza tra il cardinale e il vescovo Wheeler riguardo ai riti funebri riformati, datata ottobre 1971, ma nessuna evidenza di un indulto o di qualsiasi corrispondenza sul punto in quel fascicolo. Se Sua Eminenza ha visto questo indulto, sarei grato che lo condividesse con tutta la relativa corrispondenza con questa Congregazione. In ogni caso, bisogna tener presente che il n. 8 di Traditionis Custodes abroga ogni precedente norma, istruzione, permesso e uso non conformi alla vigente legislazione. Un indulto precedente verrebbe certamente a cadere sotto questo divieto.


Chiaramente è un momento che richiede ai pastori delicatezza di attenzione e direzione verso coloro che le norme ora in vigore toccano più da vicino. L’uso dei testi liturgici antecedenti è stato regolato, non soppresso. Le ragioni sono state chiaramente evidenziate nella lettera del Papa. Il fraintendimento e la promozione dell’uso di questi testi, dopo semplici limitate concessioni dei precedenti pontefici sono stati utilizzati per incoraggiare una liturgia differente dalla riforma conciliare (e che di fatto era fu abrogata dal Papa San Paolo VI) e un’ecclesiologia che non appartiene al magistero della Chiesa.
La lettera della Latin Mass Society che allega insieme alla sua lettera è un buon esempio di questa sbagliata interpretazione e della promozione di questi riti sotto il pretesto di una legislazione permissiva. Bisogna assolutamente chiarire loro che i soli vescovi, in comunione con il Papa, sono i moderatori della liturgia e che il fraintendimento di Traditionis Custodes da parte della LMS così come proposto da loro non ha alcun fondamento e non deve essere divulgato come un commento autorevole.


Spero che queste osservazioni le siano di aiuto, mentre riflette sulle sue risposte. Nello stesso tempo, stia pur certo della nostra volontà di aiutarla e sostenerla.

Fraternamente nel Signore,

+Artur Roche
Prefetto



+Vittorio Francesco Viola
Segretario





















Ddl Zan mascherato da Decreto Infrastrutture: il gender è passato






 In Parlamento qualcuno ha dormito mentre il gender passava indisturbato




di Jacopo Coghe, 05/11/2021

Quando, lo scorso 27 ottobre, votando la «tagliola», il Senato ha affossato il ddl Zan, da parte del mondo pro family italiano - insieme alle parole di grande gioia – è arrivato anche un ammonimento forte e chiaro: quello a non abbassare la guardia.

Occhio, si era detto, perché la guerra è ancora lunga. Ora, vuoi per i troppi festeggiamenti per la morte politica della legge contro l'omofobia, vuoi per distrazione, quell'invito a restar lucidi e vigili non è purtroppo stato ascoltato. E non lo è stato neanche nei mesi scorsi a quanto pare.

Solo così si può spiegare quanto avvenuto con il decreto legge 10 settembre 2021, n. 121 - più noto come decreto Infrastrutture -, che, nel corso dell'esame alla Camera dei Deputati prima e successivamente in Senato (proprio ieri), ha visto, tra le modifiche introdotte, un emendamento – il numero 1294 – proposto dal Pd ed approvato senza illustrazione né discussione, che strizza l’occhio al mondo arcobaleno.

Come già Pro Vita & Famiglia ha avuto modo di denunciare, infatti, esso vieta espressamente «sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga» dei «messaggi lesivi» in tema di «diritti civili» o in ordine «all’identità di genere». Già, si tratta della stessa identità di genere di cui parlava la lettera d) dell’articolo 1 della legge contro l’omobilesbotransfobia.

Per questo serpeggia un certo malcontento tra chi ha sempre difeso la famiglia e la libertà di pensiero e per questo, vista ormai l'impossibilità di togliere quella polpetta avvelenata inserita nel decreto Infrastrutture, un dubbio sorge: dov'erano i politici che hanno a cuore i valori non negoziabili, quando il Pd preparava e serviva quell'emendamento gender? Perché, soprattutto alla Camera dei Deputati, si sono così alacremente distratti e non si sono accorti di questo “piccolo” dettaglio?

Al Senato, lo si è già detto, grazie ad oltre un anno di campagne informative e manifestazioni che hanno visto Pro Vita & Famiglia in prima linea il ddl Zan è stato fermato. Bene, anzi benissimo.

Quanto accaduto col Dl Infrastrutture dimostra però che questo, da solo, non può bastare. I politici di centrodestra e quanti, in generale, hanno a cuore valori come la vita, la famiglia e la libertà educativa, non possono cioè sperare che ci si sia sempre qualcuno che spieghi loro cosa fare. Devono combattere anch'essi, prepararsi, rimboccarsi le maniche, studiare; e, soprattutto, prestare attenzione a ciò che accade attorno a loro.

Da questo punto di vista, inutile negarlo, tanta parte della sinistra, dei radicali e della galassia Lgbt ha ancora parecchio da insegnare: per determinazione, combattività e costanza. Già, la costanza è probabilmente quello che maggiormente ancora manca, nelle istituzioni, a quanti hanno a cuore i valori non negoziabili. Il che, beninteso, non è un problema solo, si fa per dire, per quanto accaduto per il decreto Infrastrutture.

Dall'eutanasia all'utero in affitto, dalla cannabis legale alle adozioni omogenitoriali, dal «cambio di sesso» per i minori alla minaccia alla libertà educativa, sono infatti molteplici le sfide che ci attendono.

Il punto è che per continuare questa battaglia, a livello politico, non basta più essere – con tutto il rispetto – brave persone. Che è un requisito fondamentale, ovvio: ma non sufficiente. Occorrono anche la capacità di studiare ogni singolo provvedimento, di setacciarne le pieghe, nonché quella di proporre iniziative e atti che possano aiutare la vita, la maternità, la famiglia, i malati, i disabili, la libertà educativa ma anche religiosa.

Tutti temi di enorme spessore antropologico che però, si badi, non ammettono improvvisazione né distrazione. Cioè quello che si è verificato alla Camera con il Dl Infrastrutture e che ha portato lo stesso decreto ad arrivare “blindato” al Senato.

Risultato: l'ideologia gender, pur non è entrata nelle scuole di ordine e grado, come voleva il ddl Zan, ora è libera, ahinoi, di circolare «sulle strade e sui veicoli». E tutto ciò grazie ad una svista che no, non deve più ripetersi, soprattutto per le sfide che ci attendono.



***

Comunicato di 
Pro Vita & Famiglia:


«Il Governo Draghi mettendo la fiducia ha approvato un ddl Zan mascherato. Da oggi avremo il bavaglio per le nostre opinioni»




Roma, 4 novembre 2021 

«Da oggi associazioni pro vita e pro famiglia come la nostra avranno sulla loro testa la scure della censura e del bavaglio sui temi quali il gender, l’ideologia Lgbt e l’identità di genere. La discriminazione voluta dal Ddl Zan alla fine è diventata realtà, semplicemente sotto falso nome». 

E’ il commento di Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, sul voto di fiducia che il governo ha posto – e ottenuto con 190 voti favorevoli e 34 contrari – sul DL Infrastrutture, che vieta “qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto” sia discriminatorio con riferimento anche all’identità di genere. 

«La dittatura gender non è entrata con il cavallo di Troia del ddl Zan e ora surrettiziamente il Governo Draghi l’ha inserita ugualmente nel Dl Infrastrutture con un emendamento liberticida, a causa del quale non sarà più possibile fare affissioni o camion vela contro il gender, l’utero in affitto e le adozioni per coppie omosessuali. In più, come se non bastasse – aggiunge Jacopo Coghe, vicepresidente della Onlus – è stata legittimata la fluidità di genere, come al solito sotto le mentite spoglie delle discriminazioni».

«Abbiamo già sperimentato in passato – conclude la nota di Pro Vita & Famiglia – censure sui nostri manifesti, quando alcuni Comuni hanno bloccato o stracciato le nostre affissioni per norme simili. Non ci siamo arresi allora e non ci arrenderemo ora. Faremo sempre sentire la nostra voce perché la libertà di espressione è sacra ed è sancita dalla Costituzione che, proprio oggi – 4 novembre – è stata ignorata e violata da governo e Senato».










Ridurre il Cristianesimo ad esperienza… un errore per nulla innocuo




7 NOVEMBRE 2021


di Corrado Gnerre

Non è da adesso, ma ormai da diversi decenni a questa parte, il sentir dire che il Cristianesimo sia unicamente un’ “esperienza” e che tutto sommato bisognerebbe soprassedere sulla verità e sulla sua conoscenza.

Parlare in questi termini non è assolutamente corretto. Il Cristianesimo non solo non è riducibile ad esperienza, ma è verità che produce e giudica l’esperienza. Non è l’esperienza che giudica la verità, bensì è la verità che giudica l’esperienza.

Facciamo un esempio molto semplice, se diciamo: siamo cristiani perché ci sentiamo felici di esserlo… come la mettiamo con il musulmano o con il testimone di Geova che potrebbe ovviamente rispondere: anch’io sono felice di essere quello che sono? Certamente è importante il riscontro dell’essere cristiano nella propria vita, ma non è determinante. Lo ripetiamo: è la verità che giudica l’esperienza, non il contrario.

Identificare Gesù con la felicità non è affatto sbagliato, anzi è verissimo; ma non basta. Cristo è la felicità perché è la Verità.

Si sa che oggi non è molto efficace un metodo ben strutturato come quello tomista che parte dalla centralità della verità, mentre può essere più persuasivo quello agostiniano che parte dalle esigenze esistenziali dell’uomo, ma ciò non vuol dire che, anche partendo dalle aspettative dell’uomo e dal suo bisogno di senso, non si debba poi completare l’annuncio facendo capire la priorità logica della Verità. Facciamo un esempio: l’ideale è vedere un film partendo dall’inizio; ma ciò non toglie che lo si può capire anche se si arriva al cinema a proiezione in corso; poi, una volta che lo si vede per intero aggiungendo la parte iniziale a cui si è mancati, la trama diviene comprensibile. Così per il Cristianesimo, si può anche approdare alla vita cristiana (e forse avviene per la maggioranza dei casi) attraverso circostanze esistenziali varie, ma poi si è sempre tenuti a rendere ragione della propria fede come dice san Pietro nella sua prima lettera (3,15): “(…) adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.”.

Indubbiamente l’uomo di oggi non è quello del XIII secolo, è purtroppo un uomo completamente destrutturato che deve essere prima di tutto coinvolto attraverso i bisogni esistenziali; ma ciò non toglie –come abbiamo già detto- che una volta utilizzato questo approccio, gli si debba far capire che tutto inizia dalla Verità e tutto ha senso nella Verità.

Ma c’è un’altra cosa da aggiungere. Bisogna ben capire cosa significa “felicità”.

la felicità non è uno stato dell’animo che riconosce che tutto è positivo e che è capace di produrre sempre e comunque una condizione di consolazione e di gaudio. Se fosse questa la felicità, i santi avrebbero qualche problema in merito. Basterebbe pensare a tutte le prove che contrassegnano la loro vita: desolazioni, “notti”, tentazioni. La felicità in senso cristiano non è alternativa alla sofferenza ma alla disperazione. La felicità è la pace dell’anima che può e deve coniugarsi anche con l’esperienza delle prove più terribili. Ma per capire questo -e torniamo al punto iniziale- bisogna che l’esperienza cristiana sia sempre esito del riconoscimento di ciò che è vero.

Detto questo, dobbiamo porci un interrogativo. Come dobbiamo intendere la famosa espressione “vieni e vedi” (Giovanni 1,46)? Molti oggi dicono che più che fare catechesi, basterebbe “invitare” nelle proprie comunità a vivere l’’esperienza cristiana, come avrebbero fatto i primi cristiani.

Rispondiamo.

Prima di tutto va detto che ciò che facevano i primi cristiani andrebbe ben chiarito, perché ci sono molti luoghi comuni da sfatare. L’espressione “vieni e vedi” va bene, ma va correttamente intesa. Certamente il riscontro della vita cristiana sta nelle opere, le quali -lo sappiamo bene- concorrono alla salvezza dell’anima. Ebbene, in quella frase, utilizzata dall’apostolo Filippo e che si diffuse presso i primi cristiani, si voleva dire proprio questo: vieni a vedere quanto è diversa la vita dei cristiani rispetto a quella dei pagani; per esempio, quanto è diversa dal modo come trattano le donne, gli schiavi, i bambini… Prendiamo come esempio i bambini: nel mondo pagano era diffusissimo l’infanticidio, cosa che ovviamente fu subito rifiutata dai cristiani. Insomma, la frase “vieni e vedi”, lungi dal voler essere una negazione dell’importanza della verità, era piuttosto l’attestazione e la dimostrazione concreta dell’accoglienza della verità: la vita dei cristiani è diversa da quella falsa e violenta dei pagani, perché è diversa la verità in cui credono.

Insomma tutto muoveva e muove dalla Verità, quella con la “V” maiuscola… s’intende.







sabato 6 novembre 2021

I castighi di Dio? Sono la sua misericordia!






29 OTTOBRE 2021


Scrive il servo di Dio don Dolindo Ruotolo (1882-1970):

"Che cosa credete che voi sia la sua misericordia? Essa non è soltanto l’indulgenza ma è anche il rimedio, la medicina, l’operazione chirurgica.

La prinma misericordia che deve avere questa povera terra. e la Chiesa per prima, deve essere la purificazione.

Non vi spaventate, non temete, ma è necessario che un uragano terribile passi prima sulla Chiesa e, poi, sul mondo!

La Chiesa sembrerà quasi abbandonata e da ogni parte la siderteranno i suoi ministri… dovranno chiudersi persino le chiese! Il Signore troncherà con la sua potenza tutti i legami che ora l’avvincono alla terra e la paralizzano!

Hanno trascurato la gloria di Dio per la gloria umana, per il prestigio terreno, per il fasto esteriore e tutto questo fasto sarà ingoiato da una persecuzione terribile, nuova! Allora si vedrà a che cosa giovano gli appannagi umani e come valeva meglio appoggiarsi a Gesù solo che è la vita vera della Chiesa.

Quando vedrete i Pastori scacciati dalle loro sedi e ridotti in povere case, qaundo vedrete i sacerdoti privati di ogni loro avere, quando vedrete abolite le grandezze esterne dite che il regno di Dio è imminente!

Tutto questo è misericordia, non è male!"






Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri




Quel rito delle esequie così umano. Troppo umano. E di Dio chi si ricorda




Una bella lettera pubblicata da Aldo Maria Valli.
Luigi [di MiL]


22-10-21
Cari amici di Duc in altum, ricevo e vi propongo questa lettera. Riguarda il rito delle esequie. E le libere innovazioni volute dalla Chiesa 2.0



Caro Aldo Maria,


giorni fa mi sono recato al funerale del figlio di una mia ex compagnia di classe delle scuole superiori. I segni della Chiesa 2.0 c’erano tutti. Ecco la suora 2.0 che, con carità sollecita, ti aspetta alla porta di ingresso per darti un po’ di igienizzante, anche se il segno della pace è stato abolito e quindi non vi è alcuna necessità di proteggersi da un contatto umano che non vi sarà. Vorrei respingerla, ma temo che, in virtù della sua posizione di guardiana, possa offendersi o addirittura impedirmi di entrare, e allora eseguo.


Forse sono solo io che noto che non vi è più l’uso dell’acqua benedetta, ovvero che il parroco potrebbe, in qualche modo, benedirci? E perché non lo fa? Ha forse ha altro da fare?


Vi è poi l’immancabile palloncino a ricordare l’anima che è volata in cielo ed ecco che il sacerdote, durante l’omelia, diligentemente ripete all’assemblea ciò che vi è scritto sopra, come se si trattasse di un passo scritturistico.


Vi è infine la poesia letta in extremis, al termine della Messa, da un’amica del defunto, con il parroco che dice che non ne era al corrente e comunque eccolo che raccomanda a tutti di aspettare prima di uscire perché c’è questo rito da espletare.


Mi chiedo: ma tutti questi segni esterni, ed estranei alla liturgia cattolica, non potrebbero irritare un po’ il nostro Dio, il quale – vado a braccio tra i miei ricordi biblici – è “un amante geloso” delle proprie creature? Non è sufficiente Cristo morto in croce? Forse la “nuova Chiesa” vuole mostrarsi particolarmente misericordiosa con chi soffre. Peccato che non lo sia nei confronti di quei fedeli che desidererebbero entrare in un luogo di culto, ad esempio la cattedrale di Orvieto, ma non possono se non hanno il lasciapassare sanitario.


Preciso che io per lungo tempo non ho certo messo in cima ai miei interessi e pensieri Cristo e la Chiesa, preferendo i piaceri terreni (più desiderati che praticati, in verità), ma vi sono stato costretto dalla volontà divina. E ora vorrei che a Dio venisse reso un culto degno, non che fosse irriso.


Cari saluti


Lettera firmata











Evangelizzare o umanizzare la società? Di Stefano Fontana






5 novembre 2021

Nel 1991 i vescovi italiani avevano pubblicato un Direttorio di pastorale sociale dal titolo “Evangelizzare il sociale”. Il vescovo Giampaolo Crepaldi, che allora aveva curato il documento in quanto direttore dell’Ufficio nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro, ha ricordato il suo contenuto e considerato la sua evoluzione nel suo libro-intervista “La Chiesa italiana e Il futuro della pastorale sociale” [vedi qui ]. Un Direttorio è un documento con cui il magistero dice cosa si deve fare e chi deve farlo. A quel tempo si riteneva che la Dottrina sociale della Chiesa appartenesse alla missione stessa della Chiesa e che quindi tutti i ministeri ecclesiali vi fossero coinvolti con la loro specificità, da qui la necessità di un Direttorio.

“Evangelizzare il sociale” negli anni Novanta del secolo scorso era una espressione ricorrente. Esprimeva la visione che della Dottrina sociale della Chiesa aveva Giovanni Paolo II, espressa già da arcivescovo di Cracovia in una lunga intervista concessa a Vittorio Possenti e più volte edita negli anni successivi. Visione poi sviluppata con la solennità del magistero pontificio nelle sue tre grandi encicliche sociali. L’espressione aveva un significato “missionario” ed era legata all’altra nozione allora molto adoperata: “nuova evangelizzazione”. L’aggettivo “nuova” aveva il significato di “ri-evangelizzazione”: la società doveva essere di nuovo evangelizzata perché non lo era più, vale a dire perché Cristo non aveva più un suo posto nella pubblica piazza, concetto questo ripreso e sviluppato da Benedetto XVI che ha sempre spinto a creare un posto per Dio in pubblico.

Nella Chiesa di oggi la nozione di “Evangelizzare il sociale” non esiste più. L’unica cosa che si riesce ancora a dire nella Chiesa è di “umanizzare” il sociale, ma l’idea che nell’agire sociale dei cattolici debba esserci l’annuncio di Cristo non è più evidente, anzi è decisamente trascurato o addirittura contestato. Anche le Settimane sociali, come quella che si è celebrata a Taranto pochi giorni fa, parlano di energia e ambiente ma non di Cristo [vedi qui ]. Se poi consideriamo gli interventi di Francesco la cosa si fa molto evidente.

I motivi di questo “cambio di paradigma” sono molti ed erano già attivi quando Giovanni Paolo II parlava di “nuova evangelizzazione”, anzi erano alla base della contestazione di quella linea da parte di teologi e vescovi. Indichiamone alcuni.

La nozione di “nuova evangelizzazione” ha bisogno di una concezione metafisica, come tra forma e materia o tra anima e corpo, del rapporto tra la Chiesa, che evangelizza, e il mondo, che viene evangelizzato. Una concezione solo esistenziale e storica non è sufficiente, perché in questo caso la Chiesa si dovrebbe accontentare di “accompagnare” il mondo e non di salvarlo. Oggi, però, quella concezione metafisica viene rifiutata.

La nozione di “nuova evangelizzazione” ha bisogno che tutta la vita sociale possa essere evangelizzata, compresa la presenza sociale delle altre religioni. Questo implica che la religione cattolica si intenda come vera e come unica, come “veramente unica” e “unicamente vera”. Ma oggi non è più così.

La nozione di “nuova evangelizzazione” ha bisogno di essere estesa non solo alle coscienze degli uomini che vengono “evangelizzati”, ma anche alle strutture sociali, economiche, giuridiche, politiche. Ma oggi questo viene negato perché lo si considera una forma di integralismo. Se però questo aspetto manca, la Chiesa diventa una agenzia di animazione sociale e il posto di Dio in pubblico non è garantito fino in fondo, ma solo nelle coscienze: questo è stato l’errore del personalismo cristiano di Maritain e altri.

La nozione di “nuova evangelizzazione” ha bisogno di ripristinare nel giusto modo il rapporto tra la ragione (politica) e la fede (cattolica) in modo che non ne derivi una forma di teocrazia, ma di distinzione dei piani nella loro connessione essenziale e nel primato della fede sulla ragione. Benedetto XVI aveva iniziato questo lavoro che poi è stato interrotto. In questo modo, per evitare l’integralismo e la teocrazia si cade nel laicismo e nel secolarismo.

Mi sono soffermato brevemente su quattro elementi che oggi mancano e che impediscono di riprendere il concetto di “evangelizzazione del sociale” e di “nuova evangelizzazione”. Altri ce ne sarebbero. Anche solo da questi quattro, tuttavia, si capisce che siamo davanti ad un vero “nuovo paradigma” che sostituisce “evangelizzare” con “umanizzare”, senza però riuscirci, perché senza Cristo è perduto anche l’uomo e dalla “umanizzazione” si passa facilmente alla “scristianizzazione”.

Stefano Fontana