venerdì 24 novembre 2017

La beata Anna Katharina Emmerick e le anime del Purgatorio








di Don Marcello Stanzione


Per molti cattolici la figura di Anna Katharina Emmerick (1774-1824), beatificata dal papa Giovanni Paolo II nel 2004, è essenzialmente legata al famosissimo film dell’attore e regista australiano Mel Gibson “La Passione di Cristo”, la cui sceneggiatura è in buona parte, per gli aspetti non tratti ovviamente dai Vangeli canonici, basata sulle visioni attribuite alla monaca agostiniana tedesca. 
La beata nacque l’8 settembre 1774 da una famiglia di contadini e non poté frequentare regolarmente la scuola, dovendo lavorare nei campi e aiutare in casa. Sin dalla più tenera età ebbe un profondo desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa. Come accadeva a quell’epoca, diverse congregazioni di suore la rifiutarono perché non aveva a disposizione la necessaria dote economica per entrare in monastero. Solo nel 1802 venne finalmente accolta nel monastero delle Agostiniane di Agnetenberg presso Dulmen e l’anno seguente prese i voti religiosi.
Quando nel 1811 il monastero venne soppresso, la Emmerick fu accolta a Dolmen come domestica del sacerdote Lambert, che era fuggito dai terrori della Francia rivoluzionaria. Dopo poco tempo, ella cominciò a sperimentare i dolori della Passione di Cristo e ricevette la stimmate.

Presto si diffuse la voce dei suoi doni soprannaturali: assenza di alimentazione, conoscenza dei cuori umani, riconoscimento delle reliquie dei santi, conoscenza delle erbe medicinali, dei misteri biblici della fede, partecipazione con lo spirito nell’aldilà, comunione con le povere anime del purgatorio e molte persone cominciarono a farle visita, ricevendone insegnamenti e gesti di benevolenza.
Dal 1819 fino al giorno del suo trapasso, nel 1824, le visioni della Emmerick furono dettate da lei stessa al poeta romanticista Clemens Brentano, che poi si convertì sinceramente al Cattolicesimo, il quale sedette quasi interrottamente al capezzale dell’estatica e annotò attentamente in sedicimila grandi fogli i suoi racconti biblici e le contemplazioni mistiche, paragonabili in qualche modo a quelle di Maria De Agreda (1602-1655) o della più recente Teresa Neumann (1898-1962). L’enorme materiale raccolto e poi ordinato dal poeta fu pubblicato, in parte postumo, tra il 1858 e 1860, in tre opere principali. Complessivamente l’opera completa curata dal poeta consta di sei volumi, di cui quattro sulla vita e la passione di Cristo, uno sulla vita della Madonna e uno sull’Antico Testamento.

Fin dalla sua giovinezza, Anna Katharina Emmerick si impegnò con preghiere e penitenze in favore delle anime del Purgatorio. Straordinarie apparizioni e visioni fecero poi crescere immensamente il suo amore e la sua intercessione orante a loro vantaggio. Essa vedeva tali anime in grande tristezza per la loro separazione da Dio; notò tuttavia in esse anche un’espressione di gioia per la beata speranza di arrivare al Paradiso.
La beata Emmerich conobbe anche il motivo perché alcuni dovevano restare a lungo in Purgatorio, mentre altri lo attraversavano solo. La beata affermò:
“Anche il contatto con le povere anime del Purgatorio avviene per mezzo del mio angelo. Egli si occupa di guidare le povere anime nei diversi luoghi del Purgatorio. Mi vidi spesso con lui presso le povere anime, le quali si lamentavano molto perché esse stesse non si potevano aiutare, ed erano aiutate molto poco sulla Terra, specialmente ai nostri tempi. […] Quando il mio angelo mi esortava a pregare ed espiare per le povere anime sentivo la loro felicità, mi ringraziavano e mi erano molto grate. Quando espiavo con i miei dolori esse pregavano per me. La loro nostalgia per la grazia e la misericordia della Chiesa era molto profonda. Tutto quello che noi facciamo per loro, causa una gioia infinita”. 

In un altro passo delle sue visioni ella dichiara:
“ Come è triste vedere le povere anime così poco aiutate, esse hanno veramente bisogno di quest’aiuto, poiché il loro stato è così miserabile che non possono aiutarsi da se stesse. Se qualcuno pregasse per loro e soffrisse un po’, oppure offrisse elemosine alla loro memoria, ne verrebbe profitto alle medesime al punto tale da sentirsi consolate e ristorate come assetati ai quali viene somministrata una fresca bevanda. Purtroppo le povere anime hanno da soffrire così tanto a causa della nostra trascuratezza, comoda devozione, mancanza d’entusiasmo per Dio e per la salvezza del prossimo. Come si può essere a loro meglio d’aiuto se non con un amore sufficiente e con atti di virtù? Cose che invece queste stesse anime trascurarono durante la vita terrena. I santi in cielo non possono compiere per le anime le penitenze che spettano ai discepoli e ai fedeli della Chiesa militante terrena. Ma purtroppo veramente poco viene fatto per loro, nonostante esse lo sperino molto! Basterebbe solo impegnarsi dedicando a queste anime seri pensieri e qualche preghiera. Un Prete che legge il suo breviario con intimo raccoglimento dona tanta consolazione alle poverette, raggiungendole fino alla tristezza del Purgatorio”.

Al decano Resing ella disse:
“ La prego vivamente di esortare la gente nel confessionale a pregare solertemente per le povere anime del Purgatorio, poiché queste per gratitudine pregheranno certamente molto anche per noi. La preghiera per le povere anime è molto gradita a Dio perché le avvicina alla sua immagine”.
















giovedì 23 novembre 2017

Ricomincia la Messa antica a Pistoia: ogni domenica ore 18




Avviso

Dalla PRIMA DOMENICA DI AVVENTO 
-il 3 DICEMBRE 2017-

riprende la regolare celebrazione della 

Santa Messa in Rito Romano antico 

nella chiesa di San Vitale 
in via della Madonna, 58 a Pistoia


OGNI DOMENICA 
alle ORE 18:00

(dalle 17:30 confessioni)




Le celebrazioni di precetto che non sono di domenica saranno comunicate di volta in volta in questo blog.



mercoledì 22 novembre 2017

Giovanni Paolo II e l’Islam







scritto da Aldo Maria Valli

«Vedo la Chiesa afflitta da una piaga mortale. Più profonda, più dolorosa rispetto a quelle di questo millennio, quella del comunismo e del nazismo. Si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente e dall’Oriente».

Queste parole di Giovanni Paolo II, riferite da monsignor Mauro Longhi, hanno suscitato clamore. Monsignor Longhi, sacerdote dell’Opus Dei, ha raccontato (durante un incontro pubblico a Bienno, in Valcamonica) che la visione gli fu descritta direttamente da Giovanni Paolo II nel 1992.

Longhi, che poté frequentare papa Wojtyla per anni, nel corso della sua relazione ha confermato che Giovanni Paolo II aveva un’intensa vita mistica, comprendente anche visioni. Una delle quali riguardò appunto l’Islam: «L’Europa sarà come una cantina piena di vecchi cimeli, tra le ragnatele. Voi, Chiesa del terzo millennio, dovrete contenere l’invasione. Ma non con le armi, le armi non basteranno. [Dovrete farlo] con la vostra fede vissuta con integrità».

Qualcuno mi ha chiesto: ma secondo te è possibile che Wojtyla abbia parlato così? Non ho una risposta. D’altra parte non ho motivo di dubitare della correttezza di monsignor Longhi e della veridicità del racconto.

Credo che l’episodio narrato sia comunque utile per una riflessione, per quanto sintetica, sul modo con il quale Giovanni Paolo II si mise in relazione con il mondo islamico.

Come sappiamo, papa Wojtyla nel corso del suo lungo pontificato diede molta importanza al dialogo con l’Islam, tanto da recarsi più volte in paesi musulmani ed entrare, primo papa nella storia, in una moschea, a Damasco, nel 2001.

Numerosi sono i testi nei quali Giovanni Paolo II riflette sul rapporto con l’Islam.

La base di tutti gli interventi si trova nella «Nostra aetate», il documento del Concilio Vaticano II (28 ottobre 1965) dedicato al dialogo con le religioni non cristiane, nel quale si legge che «la Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini».

Davvero Giovanni Paolo II manifestò sempre stima e rispetto, ma non possiamo ignorare le ulteriori riflessioni da lui proposte. Riflessioni caratterizzate da tre aspetti: la lealtà nel riconoscere le differenze, la necessità di procedere sempre alla luce della verità e la richiesta di garantire la reciprocità in materia di libertà religiosa.

Della questione della lealtà Giovanni Paolo II parlò in modo esplicito nel celebre, storico discorso tenuto ai giovani musulmani del Marocco, a Casablanca, il 19 agosto 1985. Ecco il punto: «La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo».

Le differenze quindi non vanno sottaciute o minimizzate. Non c’è dialogo sincero senza un chiaro riconoscimento di ciò che differenzia, a partire dalla figura di Gesù.

E qui veniamo alla grande questione della verità, che Giovanni Paolo II non si stancò mai di mettere in primo piano. Come disse nel palazzo presidenziale di Cartagine, il 14 giugno 1996, durante il viaggio in Tunisia, «porsi nella verità gli uni di fronte agli altri è un’esigenza fondamentale». Può dialogare proficuamente soltanto chi è interprete consapevole e sincero della fede: «I protagonisti del dialogo saranno sicuri e sereni nella misura in cui saranno veramente radicati nelle rispettive religioni. Questo radicamento consentirà l’accettazione delle differenze e farà evitare due ostacoli opposti: il sincretismo e l’indifferentismo. Consentirà anche di trarre profitto dallo sguardo critico dell’altro sul modo di formulare e di vivere la propria fede».

Non c’è dialogo senza verità. Se si esclude la verità, si cade facilmente nel mescolamento arbitrario di messaggi diversi, nella pretesa di conciliare ciò che non è conciliabile e nell’idea che ogni religione sia uguale all’altra. «Il grande compito della vita è cercare la verità di Dio e la sua giustizia!» (discorso nella moschea Omayyade, Damasco, 6 maggio 2001).

Sotto questo profilo Giovanni Paolo II non nascose mai il punto nodale della verità di Cristo, come si legge chiaramente, per esempio, nell’esortazione apostolica «Una speranza nuova per il Libano» (10 maggio 1997): « La Chiesa cattolica considera con attenzione la ricerca spirituale degli uomini e riconosce volentieri la parte di verità che entra nel cammino religioso delle persone e dei popoli, affermando tuttavia che la verità perfetta si trova in Cristo, che è l’inizio e la fine della storia che, grazie a Lui, giunge alla sua pienezza» (n. 13).

Infine la questione della reciprocità in materia di libertà religiosa, che papa Wojtyla non mancò mai di sottolineare, come nel messaggio in occasione dell’apertura della moschea di Roma (21 giugno 1995): «In una circostanza significativa come questa si deve rilevare purtroppo come in alcuni paesi islamici manchino altrettanti segni di riconoscimento della libertà religiosa. Eppure il mondo, alle soglie del terzo millennio, attende questi segni». E come nell’esortazione apostolica «Ecclesia in Europa» (28 giugno 2003), quando scrisse: «Si comprende d’altronde che la Chiesa, mentre chiede alle istituzioni europee di promuovere la libertà religiosa in Europa, si faccia egualmente un dovere di ricordare che la reciprocità nella garanzia della libertà religiosa deve essere osservata anche nei paesi di tradizione religiosa diversa, dove i cristiani sono in minoranza».

Alla fine di questo rapido excursus, vale la pena riportare quanto Giovanni Paolo II scrive in «Varcare la soglia della speranza», edito nel 1994, forse il testo nel quale il papa esprime nel modo più chiaro la sua valutazione sulle radicali differenze tra cristianesimo e Islam: «Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s´è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti, e poi in modo definitivo nel Nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. […] È completamente assente il dramma della redenzione. Non soltanto la teologia ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana. […] Il Concilio ha chiamato la Chiesa al dialogo anche con i seguaci del “Profeta” e la Chiesa procede lungo questo cammino. […] Non mancano, tuttavia, delle difficoltà molto concrete. Nei paesi dove le correnti fondamentaliste arrivano al potere, i diritti dell´uomo e la libertà religiosa vengono interpretati, purtroppo, molto unilateralmente: la libertà religiosa viene intesa come libertà di imporre a tutti i cittadini la “vera religione”. La situazione dei cristiani in questi paesi a volte è addirittura drammatica».

Queste valutazioni furono anche il frutto di visioni di carattere mistico? Monsignor Longhi dice che è così. In ogni caso, qualunque ne sia l’origine, si tratta di analisi da non dimenticare, specie in una stagione come quella che stiamo vivendo.

Aldo Maria Valli

















sabato 18 novembre 2017

LA GLORIA DI DIO IN UN LETTO DI SOFFERENZE: MARTHE ROBIN, CHE VISSE 50 ANNI DI SOLA EUCARISTIA







di Cristina Siccardi, da «Santi e beati»



Marthe Robin nacque a Châteauneuf-de-Galaure (Drôme), nel sud-est della Francia, il 13 marzo 1902, era sestogenita di Joseph Robin e Amélie-Célestine Chosson, modesti contadini, che la fecero battezzare il 5 aprile a Saint-Bonnet-de-Galaure.


La sua vita, fino ai 16 anni, scorre serena nella campagna. Ma, nel mese di novembre del 1918, mentre erano in atto i festeggiamenti per l'armistizio tra Francia e Germania, Marthe cadde a terra e non riuscì più ad alzarsi: fu l'inizio della sua misteriosa patologia, che venne diagnosticata come encefalite letargica, ma alcuni la definiranno «coma mistico».


Il coma durò fino al marzo-aprile del 1921, poi Marthe tornò lentamente a camminare, a lavorare all'uncinetto e, con l'aiuto del bastone, a sorvegliare gli animali della fattoria. Dopo qualche mese, tornò a peggiorare, perdendo la deambulazione, accusando forti dolori alla schiena e avendo pesanti problemi alla vista.


Dal 3 ottobre del 1926 si aggrava: ha continue emorragie e non ritiene più nulla nello stomaco. Riceve l’estrema unzione. Ma, proprio quando le speranze sembravano ormai finite, Marthe riceve l'apparizione di santa Teresina di Lisieux che le rivela di non essere giunta alla fine della sua vita, ma di dover assumere una precisa missione nel mondo.


Da questo momento Marthe Robin diventa pegno d’amore immolato per Gesù. Dal 1928 la paralisi colpisce tutto il corpo. Per 50 anni consecutivi non mangerà più e non berrà più; le verranno inumidite le labbra con acqua o caffè e nutrirà soltanto più l’anima con l’Eucaristia; tuttavia l’Ostia non veniva inghiottita, ma spariva letteralmente e inspiegabilmente tra le sue labbra e molte persone furono testimoni di questo inspiegabile fenomeno.


Il 2 febbraio 1929 perse anche l’uso delle mani e dovette imparare a scrivere servendosi della bocca.


Su di lei il filosofo cattolico Jean Guitton, accademico di Francia, scrisse il suo ultimo libro, Ritratto di Marthe Robin. Una mistica del nostro tempo (Paoline). Nell'Introduzione del libro di Jean-Jacques Antier (San Paolo) Guitton scrive: «Rassomigliava a una bambina, perfino nella voce. Era gaia più che gioiosa, la sua voce esile e bassa, il suo canto quello di un uccello. I suoi modi esprimevano l'essenza indefinibile della poesia». Inoltre: «Non aveva nessun talento, salvo, nella sua giovinezza, quello del ricamo. Al di là di qualsiasi cultura, al di là della povertà, si nutriva dell'aria, del tempo e dell'eternità. Perfino al di là del dolore. E tuttavia, subito presente a tutto e a tutti». «Mia moglie diceva: ''Altrove non ci sono che problemi, ma da lei non ci sono che soluzioni, perché si mette allo stesso tempo al centro del cielo e al centro della terra».


Nel 1930 Marthe vide Cristo, che le chiese: «Vuoi essere come me? ». Ed ella rispose: «Il mio io sei tu. La mia vita sia la riproduzione perfetta e incessante della tua vita». Il 1° ottobre, festa di santa Teresina di Lisieux, fu come una preparazione della passione in un vero tormento di sofferenze, di cui lascerà questa testimonianza: «Quanto mi avete fatto male mio Dio! Vi amo! Abbiate pietà di me! ho male nell'anima, nel cuore, nel corpo; la mia povera testa sembra rotta. Non so più niente, se non soffrire. Sento in me una tale stanchezza; il dolore grida così forte. E non c'è nessuno, nessuno per aiutarmi! Sono all'estremo delle mie forze. Non finirà dunque mai il dolore quaggiù? Quando ha straziato il corpo e il cuore, strazia l'anima.


Oh, mio Amore crocifisso! Voi m'insegnate giorno per giorno a dimenticarmi. Mio Dio, vi amo; abbiate pietà di me! Quando verrò, Dio mio, nella terra dei viventi? Gesù, sostenetemi!


Ma io so. Per vincere bisogna saper soffrire. Il dolore è la leva che solleva la terra. [Perchè] il Dio che affligge è anche il Dio che consola.


Non è un peso, ma piuttosto un altare. Niente è più bello davanti a Dio che l'oblazione di se stessi quando si soffre.


Con tutta la mia anima dolente, con tutto il mio cuore straziato, il mio corpo torturato dalle sofferenze, gli occhi accecati dalle lacrime, bacio amorosamente la vostra mano, mio Dio».


Sempre nell’ottobre del 1930 Marthe riceve una nuova visione, questa volta di Cristo crocifisso. Egli prende le sue braccia paralizzate e gliele apre. Poi lei sente di nuovo: «Marthe, vuoi essere come me?». «Allora sentii un fuoco bruciante, talora esteriore, ma soprattutto interiore. Era un fuoco che usciva da Gesù. Esteriormente, lo vedevo come una luce che mi bruciava. Gesù mi chiese prima di tutto di offrire le mie mani. Mi sembrò che un dardo uscisse dal suo cuore e si dividesse in due raggi per trapassare uno la mano destra e l'altro la sinistra. Ma, nello stesso tempo, le mie mani erano trapassate, per così dire, dall'interno. Gesù m'invitò ancora a offrire i miei piedi. Lo feci all'istante, come, come per le mani, mettendo le gambe come Gesù sulla croce. Restarono in parte piegate, come quelle di Gesù. Come per le mani, un dardo, che partiva dal cuore di Gesù, dardo di fuoco dello stesso colore che per le mani, si divise in due a una certa distanza dal cuore di Gesù, pur restando unico nello sprigionarsi dal cuore. Quindi questo dardo era unico verso il cuore di Gesù e si divideva per colpire e attraversare nello stesso tempo i due piedi. La durata non si può precisare. Questo si verificò senza interruzioni ». In seguito riceverà anche le ferite della corona di spine.


Da quel giorno Marthe rivivrà ogni venerdì la passione di Gesù. Il Signore promise di inviarle un sacerdote illuminato per aiutarla a realizzare la missione alla quale era destinata: creare dei luoghi di preghiera e carità destinati a diffondersi in tutto il mondo. Venne, tra gli altri, a visitarla il giovane abate Finet, che Marthe riconosce per averlo visto nelle sue visioni. Insieme a lui realizzerà i Foyers de charité, tutt’oggi presenti in tutto il mondo.


Marthe aveva il dono del consiglio e quello di leggere nei cuori, grazie ai quali aiutò molte persone, laici e religiosi, a risolvere difficili questioni spirituali. Diede importanti consigli al Presidente de Gaulle, a cardinali, vescovi, filosofi e scienziati. Marthe riuscì a curare, attraverso l’intercessione della Madonna, molte persone. Quando ricevette le stigmate la gente iniziò ad arrivare numerosa da ogni parte della Francia per vederla. Talvolta incontrava più di 60 persone al giorno e nonostante le sue sofferenze manteneva la sua abituale giovialità e il suo sorriso mentre ascoltava, rasserenava, convertiva. Riceveva lettere da tutto il mondo, erano tutte richieste di aiuto da parte di persone di ogni età. Nel 1940, dopo un’offerta fatta al Signore, autorizzata da Padre Finet, sopraggiunse una quasi totale cecità, unita a una ipersensibilità alla luce che obbligava Marthe a vivere al buio. «Gesù mi ha chiesto gli occhi», diceva la mistica.


Jean Guitton andò da lei ben quaranta volte. Rimase colpito da questa umile contadina che malgrado non fosse mai uscita dalla sua fattoria sapeva illuminare e aiutare gente semplice e dotti uomini di cultura e di scienza.


Marthe aveva il dono della veggenza, conosceva le cose lontane e quelle future, aveva una infinita capacità di donare amore e prendere su di sé i mali altrui.


Vide per decenni, ogni settimana, la Madonna e tutti i venerdì, prima della fine della passione di Gesù che viveva sulla sua carne, la Santa Vergine le appariva ai piedi del divano. Inoltre versava lacrime di sangue ogni notte, una moltiplicazione misteriosa che accompagnerà la martire fino alla fine dei suoi giorni.


La morte la colse, completamente sola, il 6 febbraio 1981, il primo venerdì del mese. Venne trovata sdraiata per terra, in mezzo a tanti oggetti sparsi.


Dopo sette anni dalla sua morte iniziò il suo processo di beatificazione, conclusosi a livello diocesano nel 1996.






















venerdì 17 novembre 2017

LA CONSACRAZIONE A MARIA: IL MEZZO ELETTO DA DIO PER FRANTUMARE' IL CAPO DEL SERPENTE-DRAGO (Gen 3, 15; Ap 12) E PER CONDURRE ALL'INSTAURAZIONE DEL TRIONFO DEL SUO CUORE IMMACOLATO!







Perché alla consacrazione a Maria vissuta fedelmente dai suoi figli dovrebbe essere direttamente connesso un effetto tanto grandioso quale l'epica vittoria storica sul serpente infernale (Ap 20, 2-3) da cui dovrà derivare, di conseguenza, il sospirato Trionfo del Cuore Immacolato di Maria preconizzato a Fatima, a Civitavecchia, ad Anguera e in numerosissime altre apparizione della Beata Vergine Maria?

Innanzitutto va precisato che, alla luce dei messaggi mariani degli ultimi due secoli, risulta con estrema chiarezza che la conversione integrale è il fondamento della collaborazione umana alla volontà di Dio di stabilire sulla terra il suo regno di Pace. Questa conversione, poi, all’atto pratico si traduce in una serie di comportamenti e impegni di vita che ne garantiscono l’autenticità.

È evidente che la preghiera fatta bene, il sacrificio offerto con amore e generosità, il dovere quotidiano fatto con diligenza per amore di Gesù e Maria, le virtù praticate ogni giorno con impegno e serietà, affretteranno di certo il Trionfo. Si tratta proprio degli appelli che, continuamente e con urgenza progressiva, la Madonna sta rivolgendo agli uomini, soprattutto da due secoli a questa parte. Si tratta del nostro « contributo di sforzi nel cooperare al Trionfo » (1).

A partire da questo primo principio si comprende pure, senza eccessiva difficoltà, il ruolo e la parte che la consacrazione al Cuore Immacolato gioca nel preparare la venuta del Trionfo. E’, infatti, esperienza comune di chi si impegna nella vita di perfezione prendere coscienza che, correggere la propria vita in maniera davvero autentica e radicale, è un po’ come voler “spostare da soli una grossa montagna”. Bisogna fare i conti con una natura ribelle, con la debolezza costitutiva dell’uomo, che porta su di se le conseguenze del peccato originale, personale e sociale.

Per cui la Consacrazione, spingendo al massimo l’impegno del consacrato nella pratica delle virtù cristiane e facendo donare tutto totalmente all’Immacolata che è la Mediatrice della grazia – e dunque anche di tutte le grazie necessarie alla santificazione –, risulta essere lo strumento più efficace per «tradurre il mistero dell’Immacolata nelle anime», usando un’espressione di san Massimiliano Kolbe, per tradurre il mistero del suo Cuore Immacolato nelle anime che è mistero di trionfo della grazia e annientamento del peccato:

« Io la intendo a questo modo: l’Immacolata è la Mediatrice di tutte le grazie. Ora, ogni conversione e santificazione è opera della grazia; avvengono, perciò, per mezzo dell’Immacolata. Quindi, quanto più un’anima si avvicina all’Immacolata, tanto più abbondantemente attinge alle grazie, sia di conversione che di santificazione […]. E ancora: il maggiore avvicinamento possibile è la consacrazione illimitata »
(2).

Sicuramente questa è una prima ragione per cui il Signore vuole stabilire nel mondo la Devozione al Cuore Immacolato di Maria: essa ci apporterà tutte le grazie di cui necessitiamo per emendare pienamente la nostra vita e, in tal modo, contribuire all’instaurazione del Trionfo. La Consacrazione ha risvolti del tutto eccellenti per potenziare l’uomo interiore e renderlo soprannaturalmente efficace nel suo agire in favore della causa del Cuore Immacolato di Maria.

Continuando la riflessione, va pure aggiunto che se la parte della Madonna è in generale assolutamente decisiva per il trionfo della grazia lo dovrà essere anche per il trionfo della Controrivoluzione sulla Rivoluzione (3) perché tale vittoria non è principalmente l’effetto di progettualità e strategie umane ma dell’intrattenibile Onnipotenza di Dio.

Il Trionfo del Cuore Immacolato, infatti, « sarà non il culmine di una inevitabile evoluzione umana immanente, bensì il risultato di un gratuito, misericordioso e miracoloso intervento della Divina Provvidenza per raddrizzare le umane vicende […].Infatti, se è vero che “natura non facit saltus”, il soprannaturale suole invece provocare quei salti che sono le grandi conversioni [individuali e sociali] capaci di cambiare il corso della storia e di risolvere le crisi epocali. Dobbiamo quindi attenderci un nuovo e decisivo salto storico, una rottura traumatica, uno scontro cruento che finalmente interromperà quel graduale e indolore processo di avvelenamento che sta estinguendo la vita morale, religiosa, morale e civile dei popoli cristiani e sta mettendo in pericolo la sopravvivenza della Chiesa » (4).

Ma secondariamente, subordinatamente e strumentalmente, sarà una vittoria anche di quelle forze buone che, unite a Lui, nonostante non superino le dimensioni del « piccolo gregge » (cf Lc 12, 32), devono azionarsi perché Dio vuole servirsi di quei « cinque pani e due pesci » (cf Mt 14, 17) che le energie e gli strumenti umani possono offrirgli in questa condizione presente.

Per attuare questo « trionfo teologico e storico » delle forze del Bene su quelle del Male che caratterizzerà l’epoca del Trionfo, si rendono necessarie le inesauribili operazioni della grazia divina, di cui la Mediatrice è Maria Vergine e, per sineddoche, il Suo Cuore Immacolato.

Alla luce della teologia della consacrazione riassunta in modo geniale da San Luigi e San Massimiliano, risulta che gli uomini offrono alla Madonna il potere di agire con la sua onnipotente opera di mediazione attraverso una devozione a Lei che sia ardente, profonda, ricca di sostanza dottrinale. Non esistendo devozione mariana più solida e completa della Consacrazione, sarà appunto questa lo strumento eletto, più potente e più certo, della vittoria di Dio e dell’affermazione, in terra, del Trionfo del Cuore della SS. Vergine.

Vale qui il principio enunciato dal Montfort nell’introduzione al Segreto di Maria: per trovare la grazia bisogna trovare Maria e per trovare Maria bisogna consacrarsi a Lei (5). Parafrasando, potremmo completare le connessioni misteriche dicendo che per instaurare il Trionfo bisogna sconfiggere il serpente-drago; per sconfiggere il serpente-drago è necessario trovare la grazia; per trovare la grazia occorre trovare Maria; per trovare Maria, infine, bisogna consacrarsi a Lei!

Consacrazione a Maria, frantumazione del capo del serpente nemico per opera della discendenza-stirpe di Maria e Trionfo del Cuore Immacolato sono, perciò, intimamente congiunti tra loro
, inseparabili e la loro relatività fa parte di quel progetto di grazia e misericordia che è decisivo oggi conoscere, accettare e vivere con gratitudine e coraggio.



Note:
1) Cf padre S. M. Manelli, FI, Fatima tra passato, presente e futuro, in Maria Corredentrice. Storia e Teologia, Casa Mariana Editrice, Frigento 2007 (Bibliotheca Corredemptionis Beatæ Virginis Mariæ. Studi e ricerche, 10), vol. X, p. 234.
2) Scritti Kolbiani, n. 668.
3) Il prof. Plinio Correa de Oliveira, nel suo saggio Rivoluzione e Controrivoluzione, chiarisce come questa Rivoluzione sia « un immenso processo di tendenze, di dottrine, di trasformazioni politiche, sociali ed economiche, che derivano — in ultimissima analisi — da un deterioramento morale causato da due vizi fondamentali: l’orgoglio e l’impurità, che suscitano nell’uomo un’incompatibilità profonda con la dottrina cattolica; questo deterioramento morale, a sua volta, ha il suo astuto e occulto registanel nemico di Dio e del genere umano per antonomasia, il serpente antico, satana», perché «la Rivoluzione non è frutto della semplice malizia umana. Quest’ultima apre le porte al demonio, dal quale si lascia eccitare, esacerbare e dirigere […]. La parte del demonio nell’esplosione e nei progressi della Rivoluzione è stata enorme. Come è logico pensare, un’esplosione di passioni disordinate tanto profonda e tanto generale come quella che ha dato origine alla Rivoluzione non sarebbe avvenuta senza un’azione preternaturale. Inoltre, sarebbe stato difficile che l’uomo giungesse agli estremi di crudeltà, di empietà e di cinismo ai quali la Rivoluzione è arrivata diverse volte nel corso della sua storia, senza il concorso dello spirito del male »: P. Corrêa de Oliveira, La devozione mariana e l’apostolato contro-rivoluzionario, prefazione a Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, in Cristianità II (8/1974) 3-6 (prima edizione argentina: Revolución y Contra-Revolución, Tradición Familia y Propiedad, Buenos Aires 1970, pp. 9-34). La Controrivoluzione, in questa lettura teologica della storia, si presenta invece come l’contro-azione di Dio che, sia mediante interventi soprannaturali diretti che per mezzo di agenti naturali e preternaturali, sta operando per condurre la Chiesa ed il mondo ad un’epica vittoria storica del Bene sul Male e alla conseguente instaurazione del Regno di Dio nel mondo, la cui perfezione sarà però relativa e non assoluta (che competerà solo al venturo Regno escatologico che si instaurerà solo alla fine dei tempi e che sarà la Gerusalemme celeste descritta da san Giovanni nell’Apocalisse).
4) G. Vignelli, Fine del mondo? O avvento del Regno di Maria, Fede & Cultura, Verona 2013, pp. 125; 151.
5) San Luigi M. Grignion de Monfort, Il Segreto di Maria, §§ 3-6.























mercoledì 15 novembre 2017

Il volto dell'Europa disegnato da San Benedetto








[...] Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?» (Regola, Prologo, 15; cfr. Sal 33,13). 

Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica.

San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.

[...] È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» (Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964), mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo.








[Estratto del discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza (Re)Thinking Europe. Un contributo cristiano al futuro del progetto europeo, promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) in collaborazione con la Segreteria di Stato, del 28 ottobre 2017]











martedì 14 novembre 2017

Alcuni stralci dal libro "Il segreto delle tre fontane"




Brani tratti da:
Saverio Gaeta, Il veggente. Il segreto delle Tre Fontane, Salani 2016, p.233


A pagina 153 del suo libro Saverio Gaeta riporta una annotazione personale di Cornacchiola su un malinteso ecumenismo, che definisce “ecclesiasticamente scorretto”:


“Non posso farmi l’idea che tutte le religioni portano alla redenzione. Tutte le religioni, dicono oggi, danno la salvezza. Ma allora perché Gesù è venuto, se già esistevano tante religioni? Gesù dice: ‘Chi crede in Me sarà salvo’; non chi crede alla sua religione. Se anche i protestanti si salvano, perché la Vergine mi è venuta a chiamare e mi ha detto di rientrare nell’Ovile santo, quando poteva lasciarmi benissimo dov’ero, fra gli avventisti?”.

Il 9 gennaio 1986 Cornacchiola ha un’altra locuzione:

“Oggi gli uomini hanno messo tutte le religioni sullo stesso piano per cui tutte portano a Dio e tutti si salvano. […]. Allora si salvano anche coloro che non accettano Gesù?. […]. Contro la Chiesa satana non può far nulla perché è divina; ma contro le anime che vivono in essa può molto; anzi presenterà il male sotto la veste morale, religiosa, politica e sociale. […]. Chiamo tutti alla conversione, ma per giustizia devo lasciare la mano di mio Figlio: proprio perché si compia la giustizia ” (op. cit., p. 165-166).

Impressionante è la visione avuta il 7 aprile 1966:

“si vede la basilica di San Pietro che ha la faccia tutta rovinata, la guardiamo e piangiamo” (op. cit., p. 169). Il 1° agosto 1966: “Mi son trovato davanti alla chiesa detta della Scala Santa, nella piazza adiacente ove c’è l’obelisco. Vi era allestita come una sala con vescovi e cardinali. D’improvviso crolla sopra molti vescovi, cardinali e altri tutta la facciata della chiesa” (ivi).

Nel messaggio del 1° gennaio 1988 un particolare ammonimento è riservato ai sacerdoti:

“Voi state calpestando le mie pecore e le portate verso la perdizione. Perché non fate più conoscere la mia dottrina? Perché le mie pecorelle le portate dove sono erbe secche e cespugli mortali? […]. Io sono stato ucciso proprio perché la mia dottrina non era la loro (dei farisei) dottrina. Voi avete chiuso la vostra bocca e le orecchie del mio gregge. Avete chiusa la porta della mia Chiesa per non entrarvi voi e non farvi entrare il mio popolo” (op. cit., p. 171).

Nel 1982 la Madonna dà un ulteriore monito ai sacerdoti (che costerà a Cornacchiola tantissime grane):
“essi miseramente girano sicuri senza segni sacerdotali esterni: non solo vivono nel dubbio della fede, ma attirano altri a lasciare la fede […] si sono ubriacati del mondo e del falso modernismo” (op. cit., pp. 172-173).

Una delle visioni più toccanti è quella del 28 aprile 1986. Cornacchiola si trova in piazza San Pietro e la Madonna gli dice:

“anche se chi dà un ordine ti sembra che sbagli, tu sei tenuto ad obbedire, a meno che quest’ordine tocchi la fede, la morale e la carità. Allora no!” (op. cit., p. 174).

Il 12 novembre 1986 la Madonna gli mostra una scena terrificante:

“vedo molti sacerdoti con la loro talare e religiosi e religiose con il loro saio: tutti in fila e degli aguzzini che li spingono e trascinano uno alla volta su un palco di legno. Li facevano inginocchiare e chiedevano loro: ‘Getta l’abito’. Alla risposta ‘No!’ gli prendevano la testa e gliela mettevano su un ceppo e lì venivano decapitati dal boia che aveva una scure” (op. cit., p. 174-175).

Una delle visioni più attuali mi sembra quella del 18 luglio 1996:

“Specialmente tanti miei figli sacerdoti, e anche più in alto, facilmente cadono nella braccia di satana come foglie secche che cadono da un albero al soffio del vento” (op. cit., pp. 181-182).

Il 4 giugno 1964 la Madonna aveva dettato a Cornacchiola una richiesta per

“salvare l’umanità dal diluvio di fuoco” (op. cit., p. 183).
Il 1° gennaio 1988 il veggente riceve una rivelazione che dischiude le porte del futuro:
“Avete degli esempi, Sodoma e Gomorra: non si pentirono, non fecero penitenza e conoscete quello che la giustizia ha fatto di loro. […]. Se non vi convertirete ferro e fuoco scenderà sopra di voi. […]. Quello che voi chiamate pace non è altro che inganno perché manca la conversione e tutto si sta preparando per una satanica guerra” (op. cit., p. 187).

Un’altra apparizione attualissima è quella del 14 agosto 1999:

«La Vergine mi fa vedere religiosi e religiose, sacerdoti, vescovi, cardinali e mi dice: “Sono sordi e stolti! Vedono i segni che sono un richiamo, ma non riflettono sopra questa realtà. […]. Negano Dio uno e trino e si fanno orgogliosamente essi stessi dio”» (op. cit., p. 195).

Il 13 marzo del 2000 la Madonna gli dice:

“la salvezza non è riunire tutte le religioni per farne un ammasso di eresie e di errori, ma convertitevi per l’unità di amore e di fede” (op. cit., p. 204).






chiesaepostconcilio.blogspot.it/14/11/2017