lunedì 13 novembre 2017

Vaticano: si apre dolcemente la porta all'eutanasia






di Benedetta Frigerio (13-11-2017)

“Eutanasia nei paesi Bassi: bilanciare autonomia e compassione”. Non è il titolo di una relazione presentata dai Radicali, ma della sessione di un convegno organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita (dal 16 al 17 novembre) insieme alla World Medical Association. È così, all’insegna del “dialogo” e dello “spirito di apertura e di rispetto”, che in Vaticano si parlerà del “fine vita”. Nessuna menzione della verità sulla vita come mai negoziabile, né della visione cattolica sull’uomo a cui non si fa accenno se non in una sessione in cui si guarda alla morte a partire dal cristianesimo, l’islam l’ebraismo e l’ortodossia messi tutti sullo stesso piano.

Purtroppo però non c’è da sorprendersi, perché da quando la Chiesa ha deciso di mettere la sua stessa dottrina in secondo piano, quasi fosse un’onta, il passo per mettere in discussione ciò che è evidente (quindi non discutibile) è breve. Per questo nei titoli delle relazioni tenute da medici e teologi invitati non vi è traccia di alcuna condanna aperta e ferma all’eutanasia o della difesa della vita dal concepimento alla morte naturali. Figurarsi della spiegazione del perché l’eutanasia è sempre e moralmente inaccettabile (Catechismo della Chiesa cattolica). Troppi muri difensivi farebbero male ai promotori della morte su richiesta, con buona pace degli innocenti che pagheranno con la vita l’assenza di barriere protettive.

È così che, dopo l’apertura del convegno da parte di monsignor Vincenzo Paglia, chiamato da papa Francesco alla guida della Pontificia Accademia per la Vita e dopo la sessione su “Eutanasia nei paesi Bassi: bilanciare autonomia e compassione”, interverrà, ad esempio, René Héman, presidente dell'Associazione dei medici tedeschi, che nel marzo scorso si è detto d’accordo con la fondazione Levenseindenkliniek (una clinica dell’eutanasia) sul fatto che quanti scelgono l’obiezione di coscienza debbano comunque aiutare il paziente a trovare un altro medico disposto ad ucciderli, collaborando così con un male assoluto, aggiungendo che si tratta di “una responsabilità morale e professionale”.

Subito dopo, a parlare di “Suicidio assistito in Svizzera: pratiche e sfide”, ci sarà la dottoressa Yvonne Gilli, membro del Green Party svizzero, di cui se non sono chiare le posizioni personali in merito al tema, si conoscono quelle sulla necessità di controllare le nascite e di ridurre la popolazione attraverso la contraccezione. Nel pomeriggio si dibatterà poi di “Eutanasia, suicidio assistito e common law”, come se l’eutanasia fosse ormai un dato di fatto con cui bisogna fare i conti. E subito dopo Volker Lipp, professore di diritto civile all’università Georg-August di Gottingen, terrà una lezione su “Eutanasia e suicidio assistito”, nella convinzione che siano necessari strumenti legali per obbedire alle volontà del paziente. Lipp è infatti convinto che nel caso in cui il malato sia incosciente (vedi Eluana Engalro) si debba agire in presenza di un “testamento biologico” o secondo le disposizioni di un tutore, dimenticando così l’agire secondo giustizia del diritto naturale, da sempre difeso dal Magistero della Chiesa come unico argine al potere del più forte. Non solo, perché Lipp è anche favorevole alla sospensione di alimentazione e idratazione.

Il secondo giorno del convegno, sarà aperto da Heidi Stensmyren, presidente dell’Associazione dei medici svedesi, contraria all’eutanasia, ma anch’essa favorevole a quella “mascherata” sotto il nome di “sedazione terminale”, per cui, ha spiegato il medico “è consentito avviare un trattamento sintomatico in dosi tali che possano accelerare la morte”. Addio, dunque, all’asserzione chiara e indiscutibile del Catechismo per cui la sedazione non può essere praticata con il fine di uccidere e per cui “un’azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore” (N° 2277).

Ma il vero specchio dell’impostazione del convegno è la posizione bioetica descritta dal secondo relatore della mattina, Stefano Semplici, (Commissione internazionale di bioetica dell’Unesco) sulla necessità di bilanciamento degli opposti (ad esempio pro eutanasia e contro eutanasia), per cui, secondo la logica hegeliana, fra una tesi e un’antitesi bisogna trovare una sintesi, che se per Hegel è assoluta, ma che in realtà è fallace poiché la verità non può nascere da una contraddizione. È così, infatti, che Semplici può giustificare l'equivocità della legge 194 sull’aborto come un buon compromesso e la sentenza del 1975 della Corte costituzionale che “riconosceva il fondamento del principio della tutela del concepito e, al tempo stesso, l’impossibilità di garantire ad esso «una prevalenza totale ed assoluta» rispetto alla volontà e agli interessi di chi è già persona e non solo lo diventerà: la madre”.

Sulla "sedazione terminale" interverrà anche la francese Anne de la Tour,presidente della società francese di cure palliative, che nel caso di Vincent Lambert, il paziente francese incapace di esprimersi, la cui famiglia lottò perché non fosse privato di alimentazione e idratazione contro la volontà della ex moglie che voleva la sua morte per fame e per sete, difese la sentenza europea a favore dell'eutanasia dell'uomo dicendo che “non è sempre facile per la famiglia accettare” e che se ci fosse stato il “testamento biologico” questo “dramma familiare non si sarebbe verificato”.

Guardando invece ad alcuni scritti di Ralf Jox, dell’università di Monaco, chiamato ad esprimersi in merito a “Fine vita e dibattito pubblico in una società democratica”, si legge che la privazione di alimentazione e idratazione è omicidio. Peccato che Jox, in nome della difesa della vita, nel 2014 presentò insieme ad altri colleghi una proposta di legge per la legalizzazione del suicidio assistito in Germania, spiegando che “chiunque è serio nel proteggere la vita, deve mettere in campo regole per il suicidio assistito responsabile”.

Anche in questo caso una bella sintesi con cui ci si illude che si possa accontentare tutti (pro life e pro choice) evitando scontri. Viene da chiedersi se avverrà così che, in nome della difesa della vita, si accetterà la normalizzazione dell’omicidio legale pur dichiarandosi cristiani pro life. E vien proprio da pensare che l’astuzia luciferina si è affinata sempre più.

Infatti, mettendo in discussione le evidenze in nome del dialogo, della conciliazione e della pace hegeliana (quella che ha prodotto il marxismo e il totalitarismo comunista), il Vaticano apre la porta a posizioni diaboliche alimentando una grande confusione su ciò che andrebbe difeso senza compromessi come un bene indiscutibile. E dimenticando che sul male assoluto e intrinseco di un atto, ossia con il diavolo, non si può negoziare senza perdere totalmente il solo “spirito” che il mondo come non mai odia, ma che continua ad essere l’unico a poterlo salvare, quello di Cristo. Che dolore e che tragedia, quindi, nel vedere il Volto della Verità relativizzato per vergogna dalla Chiesa stessa (che dovrebbe proclamarlo con fierezza), ormai pronta a lasciare l’uomo in preda allo smarrimento e alla violenza del potere in cambio del piatto di lenticchie di una falsa pace. Che comunque, presto o tardi, finiranno, lasciando morire di fame (e di sete) i suoi figli.






















Ecco le regole di Sant’Ignazio per tenere lontano il diavolo dalla tua vita





Questi quattro esercizi del fondatore dei gesuiti aiutano a diffidare da piaceri, peccati e seduzioni

Regole e suggerimenti su come sviare il diavolo dalla propria vita. Ce li indica Sant’Ignazio di Loyola nei suoi esercizi spirituali.

A riprenderli è Papa Francesco in “Il diavolo c’è” – una raccolta dei suoi interventi a cura di Diego Manetti (edizioni San Paolo) –


1) Attenzione ai piaceri apparenti

Negli Esercizi Spirituali 314-318 Sant’Ignazio indica 5 regole.


Prima regola. A coloro che passano da un peccato mortale all’altro, il demonio comunemente è solito proporre piaceri apparenti, facendo loro immaginare diletti e piaceri sensuali, per meglio mantenerli e farli crescere nei loro vizi e peccati. Con questi, lo spirito buono usa il metodo opposto, stimolando al rimorso la loro coscienza con il giudizio della ragione.

Seconda regola. In coloro che si impegnano a purificarsi dai loro peccati e che procedono di bene in meglio nel servizio di Dio nostro Signore, avviene il contrario della prima regola. In questo caso, infatti, è proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, porre difficoltà e turbare con false ragioni, per impedire di andare avanti (..).

Terza regola: la consolazione spirituale. Si intende per consolazione (…) ogni aumento di speranza, fede e carità, e ogni gioia interiore che stimola e attrae alle realtà celesti e alla salvezza dell’anima, dandole tranquillità e pace nel suo Creatore e Signore.

Quarta regola: la desolazione spirituale. Si intende per desolazione tutto il contrario della terza regola, per esempio l’oscurità dell’anima, il turbamento interiore, lo stimolo verso le cose basse e terrene, l’inquietudine dovuta a diverse agitazioni e tentazioni […].

Quinta regola. Nel tempo della desolazione non bisogna mai fare cambiamenti, ma rimanere saldi e costanti nei propositi e nella decisione in cui si era nel giorno precedente a quella desolazione, o nella decisione in cui si era nella consolazione precedente. Infatti, come nella consolazione ci guida e ci consiglia soprattutto lo spirito buono, così nella desolazione lo fa lo spirito cattivo, e con i suoi consigli noi non possiamo prendere la strada giusta.


2) Come una seduttrice© Sant'Ignazio da Laconi

Negli Esercizi Spirituali 325, 327, Sant’Ignazio paragona il diavolo ad una donna.


Il demonio si comporta come una donna, perché per natura è debole ma vuole sembrare forte. Infatti è proprio di una donna perdersi d’animo quando litiga con un uomo, e fuggire se l’uomo le si oppone con fermezza; se invece l’uomo incomincia a fuggire e a perdersi d’animo, crescono smisuratamente l’ira, lo spirito vendicativo e la ferocia della donna.

Allo stesso modo è proprio del demonio indebolirsi e perdersi d’animo, e quindi allontanare le tentazioni, quando chi si esercita nella vita spirituale si oppone ad esse con fermezza, agendo in modo diametralmente opposto; se invece chi si esercita incomincia a temere e a perdersi d’animo nel sostenere le tentazioni,non c’è al mondo una bestia così feroce come il nemico della natura umana nel perseguire con tanta malizia il suo dannato disegno (..).
Leggi anche: 4 modi in cui Sant’Ignazio può aiutarvi a crescere nell’intelligenza emotiva


3) L’angelo buono e l’angelo cattivo

Negli Esercizi Spirituali 331-332, 334, Sant’Ignazio mette a confronto l’angelo buono e quello cattivo.


Sia l’angelo buono sia quello cattivo possono consolare l’anima con una causa, ma per fini opposti: l’angelo buono per il bene dell’anima, perché cresca e proceda di bene in meglio; l’angelo cattivo, al contrario, per attirarla ancor più al suo dannato disegno e alla sua malizia.

È proprio dell’angelo cattivo, che si trasforma in angelo di luce, entrare con il punto di vista dell’anima fedele e uscire con il suo: suggerisce, cioè, pensieri buoni e santi, conformi a quell’anima retta, poi a poco a poco cerca di uscirne attirando l’anima ai suoi inganni occulti e ai suoi perversi disegni.

Quando il nemico della natura umana viene scoperto e riconosciuto per la sua coda serpentina e per il fine cattivo a cui spinge, colui che è stato tentato farà bene a esaminare subito il corso dei pensieri buoni all’inizio da lui suggeriti, e a considerare come il demonio a poco a poco abbia cercato di farlo discendere dalla soavità e dalla gioia spirituale in cui si trovava, fino ad attirarlo al suo disegno perverso; così, tenendo conto di questa esperienza, potrà guardarsi dai suoi soliti inganni.
Leggi anche: La straordinaria vita di Sant’Ignazio di Loyola raccontata in un film


4) I tre peccati

Infine negli Esercizi Spirituali 50-52, il fondatore dei gesuiti affronta i tre peccati che hanno favorito la presenza di Satana nel mondo.


Primo punto. Il primo peccato è quello degli angeli: su questo devo esercitare la memoria, poi l’intelletto ragionando, infine la volontà. Voglio ricordare e capire tutto questo per vergognarmi e umiliarmi sempre più, confrontando l’unico peccato degli angeli con i miei tanti peccati: essi sono andati all’inferno per un solo peccato, e io l’ho meritato innumerevoli volte per i miei tanti peccati. Devo dunque richiamare alla memoria il peccato degli angeli: essi furono creati in grazia, ma non vollero usare la libertà per prestare rispetto e obbedienza al loro Creatore e Signore; perciò, divenuti superbi, passarono dalla grazia alla perversione e furono precipitati dal cielo nell’inferno. Devo poi ragionare più in particolare con l’intelletto e suscitare gli affetti con la volontà.

Secondo punto. Il secondo peccato è quello di Adamo ed Eva: anche su questo devo esercitare le tre facoltà dell’anima. Richiamerò alla memoria che, in seguito a questo peccato, essi fecero penitenza per tanto tempo, e fra gli uomini dilagò tanta corruzione, per cui molti andarono all’inferno. Devo dunque richiamare alla memoria il secondo peccato, quello dei nostri progenitori: dopo che Adamo fu creato nella regione di Damasco e posto nel paradiso terrestre, e dopo che Eva fu formata da una sua costola, fu loro proibito di mangiare il frutto dell’albero della scienza; ma essi ne mangiarono e così peccarono; perciò, coperti di pelli e scacciati dal paradiso, trascorsero tutta la vita fra molti travagli e molta penitenza, senza la giustizia originale che avevano perduto. Devo poi ragionare più in particolare con l’intelletto ed esercitare la volontà nel modo già indicato.

Terzo punto. Devo fare ancora lo stesso sul terzo peccato particolare: è il caso di una persona che per un solo peccato mortale è andata all’inferno, e di moltissime altre persone che vi sono andate per meno peccati di quanti ne ho fatti io. Devo dunque fare lo stesso sul terzo peccato parti- colare, richiamando alla memoria la gravità e la malizia del peccato contro il mio Creatore e Signore. Devo poi ragionare con l’intelletto, considerando che chi ha peccato e agito contro la bontà infinita giustamente è stato condannato in eterno, e concludere con la volontà nel modo già indicato.
















domenica 12 novembre 2017

Il giudizio di Dio, l’inferno, il paradiso, il purgatorio. Le attualissime lezioni di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI





scritto da Aldo Maria Valli

Oggi, 11 novembre, la Chiesa ricorda un grande santo, Martino di Tours (316-397), noto per il gesto riprodotto in tanti dipinti: Martino, soldato romano, che durante una ronda, alle porte di Amiens, vede un medicante seminudo, infreddolito, e taglia in due il suo mantello per condividerlo con il povero. Il cielo si schiarisce, la temperatura si fa più mite, e quella stessa notte Martino ha un sogno: Gesù, avvolto dalla metà di mantello donata al povero, si presenta a lui e gliela restituisce. Poi, l’indomani, il soldato trova il suo mantello di nuovo intero.

Martino, che all’epoca ha diciotto anni e si sta preparando per ricevere il battesimo, compie così un gesto che diventerà centralissimo nell’iconografia cristiana (oltre che dai cattolici, Martino di Tours è venerato come santo anche da ortodossi e copti), entrerà nella cultura popolare con «l’estate di san Martino» (un periodo di tepore a inizio novembre, dopo i primi freddi autunnali) e avrà importanti conseguenze anche sulla lingua della Chiesa. Mantello, infatti, in latino si dice cappa. La cappa corta dei soldati romani era detta cappella, e questo divenne il nome assunto non soltanto dal luogo in cui i re merovingi conservarono il corto mantello del soldato Martino, ma, per estensione, da tutti i luoghi di preghiera in cui sono custodite reliquie, sotto la cura dei cappellani.

Proprio a Tours, nel 1996, durante la sua visita per il sedicesimo centenario della morte di Martino, san Giovanni Paolo II disse: «San Martino di Tours è un importante testimone della carità evangelica. Ogni anno, l’11 novembre, la liturgia ci ricorda la sua nobile figura. La sua vita è la narrazione delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Gli eventi che la compongono sono diventati, per così dire, simbolici: legati alla figura di questo santo, prima soldato e poi vescovo, sono stati conosciuti in tutta la Chiesa».

E poi: «Conosciamo tutti il famoso evento della vita di san Martino, che ebbe luogo il giorno in cui, ancora soldato, egli incontrò un povero, nudo e tremante per il freddo. Martino prese il suo mantello, lo divise a metà e con esso coprì l’infelice. È proprio questo che dice il Vangelo secondo Matteo che abbiamo appena ascoltato: “(ero) nudo e mi avete vestito” (Mt 25, 36). Durante il giudizio universale, Gesù rivolgerà queste parole a coloro che porrà alla sua destra, a quanti avranno fatto del bene. Essi allora domanderanno “Signore, quando mai ti abbiamo veduto . . .? Quando ti abbiamo visto . . . nudo e ti abbiamo vestito?” (Mt 25, 38). E Cristo risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

La riflessione di san Giovanni Paolo II sul giudizio va messa in rilievo. «Donando al povero di Amiens la metà del suo mantello, Martino ha tradotto in un gesto concreto le parole di Gesù che annunciano il giudizio universale: quando alla presenza del Figlio dell’uomo si riuniranno “tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25, 32-33). Egli dirà a coloro che sono alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Contemplando la vita di san Martino, e soprattutto il suo ardore nel praticare l’amore verso il prossimo, la Chiesa è giunta subito alla conclusione che il Vescovo di Tours si trovava nel novero degli eletti».

Ai nostri giorni parlare del giudizio divino sembra qualcosa di desueto. Non ci siamo più abituati. Invece papa Wojtyła ci mette di fronte alla questione non solo della coerenza cristiana, ma anche della conseguente valutazione che sarà fatta dal Padre, necessaria per dare valore alla nostra libertà di scelta.

Partiti da Martino di Tours, siamo approdati alla meditazione di san Giovanni Paolo II sul giudizio divino. Parole, quelle del papa santo, che si collegano direttamente a una risposta che Benedetto XVI diede anni fa, completamente a braccio ma con mirabile lucidità, davanti ai parroci romani.

Siamo nel febbraio 2008. Nell’aula delle Benedizioni, in Vaticano, Papa Ratzinger accoglie i parroci di Roma per l’incontro di inizio quaresima e risponde ad alcuni quesiti. Un prete denuncia l’atteggiamento sempre più diffuso, da parte dei pastori cattolici, di passare sotto silenzio le verità ultime, il giudizio, l’inferno, il paradiso, e osserva: «Nei catechismi della conferenza episcopale italiana usati per l’insegnamento della nostra fede ai ragazzi non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato e soltanto del peccato originale. Mancando queste parti essenziali del Credo, non le sembra che crolli la redenzione di Cristo?».

Ed ecco la risposta di Benedetto XVI: «Lei ha parlato, giustamente, di temi fondamentali della fede che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione. Nell’enciclica “Spe salvi” ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, universale, e in questo contesto anche di purgatorio, inferno e paradiso. Penso che noi tutti siamo ancora sempre colpiti dall’obiezione dei marxisti, secondo cui i cristiani hanno solo parlato dell’aldilà e hanno trascurato la terra. Così noi vogliamo dimostrare che realmente ci impegniamo per la terra e non siamo persone che parlano di realtà lontane, che non aiutano la terra. Ora, benché sia giusto mostrare che i cristiani lavorano per la terra — e noi tutti siamo chiamati a lavorare perché questa terra sia realmente una città per Dio e di Dio — non dobbiamo dimenticare l’altra dimensione. Senza tenerne conto, non lavoriamo bene per la terra. Mostrare questo è stato uno degli scopi fondamentali per me nello scrivere l’enciclica. Quando non si conosce il giudizio di Dio, quando non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione. Allora l’uomo non lavora bene per la terra perché perde alla fine i criteri, non conosce più se stesso, non conoscendo Dio, e distrugge la terra. Tutte le grandi ideologie hanno promesso: noi prenderemo in mano le cose, non trascureremo più la terra, creeremo il mondo nuovo, giusto, corretto, fraterno. Invece, hanno distrutto il mondo. Lo vediamo con il nazismo, lo vediamo anche con il comunismo, che hanno promesso di costruire il mondo così come avrebbe dovuto essere e, invece, hanno distrutto il mondo».

Abbiamo qui, da parte di papa Ratzinger, una prima riflessione folgorante: «Quando non si conosce il giudizio di Dio, quando non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione». E attraverso questa ignoranza, o indifferenza, non si diventa migliori servitori del mondo e dell’uomo. Infatti, se non si conosce Dio, se si ignora il giudizio divino, non si conosce l’uomo, non conosciamo noi stessi, e se non conosciamo noi stessi ci distruggiamo.

Importante è il collegamento che Benedetto XVI fa tra la reticenza da parte della Chiesa circa i Novissimi (appunto il giudizio, l’inferno e il paradiso) e l’obiezione, di origine marxista, secondo cui il credente, occupandosi del giudizio e dell’aldilà, si distaccherebbe dal mondo. Il credente, spiega Ratzinger, trascurando le cose ultime pensa di andare incontro al mondo e di rispondere così all’obiezione di avere la mente e il cuore altrove, in una dimensione lontana e alla fine inutile, ma non si rende conto che, comportandosi in questo modo, «perde i criteri» e finisce con l’assoggettarsi al mondo.

Quando arrivano dal papa i vescovi dei paesi ex comunisti, aggiunge Benedetto XVI, attraverso i loro racconti si capisce che in quelle terre, durante gli anni dell’oppressione e dell’ateismo di Stato, non sono state distrutte soltanto le risorse naturali, ma anche la anime. E allora appare ancora più evidente quanto sia importante «ritrovare la coscienza veramente umana», la coscienza «illuminata dalla presenza di Dio».

Insomma, i credenti si mettono veramente al servizio dei fratelli e del pianeta non seguendo il mondo, né aderendo all’ecologismo di moda, ma riproponendo Dio e «ritrovando nell’anima Dio».

Dando ragione al parroco suo interlocutore, Ratzinger in quell’incontro del 2008 proseguì spiegando che la Chiesa deve parlare delle cose ultime «proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono». Soprattutto, «dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra». Ed ecco un’altra affermazione decisiva: «Nell’enciclica ho cercato di dimostrare che proprio il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia. Tutti vogliamo un mondo giusto. Ma non possiamo riparare tutte le distruzioni del passato, tutte le persone ingiustamente tormentate e uccise. Solo Dio stesso può creare la giustizia, che deve essere giustizia per tutti, anche per i morti. E, come dice Adorno, un grande marxista, solo la risurrezione della carne, che lui ritiene irreale, potrebbe creare giustizia. Noi crediamo in questa risurrezione della carne, nella quale non tutti saranno uguali».

Sostenere che proprio il giudizio di Dio garantisce la giustizia, riaffermare la fede nella risurrezione della carne e chiarire che in quel momento non tutti saranno uguali. Si tratta di considerazioni oggi considerate ecclesialmente scorrettissime, il che ne aumenta il valore in un’epoca in cui, specie sotto il profilo pastorale, la Chiesa ha imboccato una direzione ben diversa.

Ma ascoltiamo ancora Benedetto XVI: «Oggi si è abituati a pensare: che cosa è il peccato? Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c’è la giustizia e c’è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l’uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime. Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere nell’enciclica anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare. Ho cercato di dire: forse non sono tanti coloro che si sono distrutti così, che sono insanabili per sempre, che non hanno più alcun elemento sul quale possa poggiare l’amore di Dio, non hanno più in se stessi un minimo di capacità di amare. Questo sarebbe l’inferno. D’altra parte, sono certamente pochi – o comunque non troppi – coloro che sono così puri da poter entrare immediatamente nella comunione di Dio. Moltissimi di noi sperano che ci sia qualcosa di sanabile in noi, che ci sia una finale volontà di servire Dio e di servire gli uomini, di vivere secondo Dio. Ma ci sono tante e tante ferite, tanta sporcizia. Abbiamo bisogno di essere preparati, di essere purificati. Questa è la nostra speranza: anche con tante sporcizie nella nostra anima, alla fine il Signore ci dà la possibilità, ci lava finalmente con la sua bontà che viene dalla sua croce. Ci rende così capaci di essere in eterno per Lui».

Il paradiso è la giustizia realizzata. Non è l’amnistia. E questa consapevolezza ci dà anche i criteri per vivere sulla terra, per cercare di portare sulla terra un po’ della luce del paradiso. «Dove gli uomini vivono secondo questi criteri, appare un po’ di paradiso nel mondo, e questo è visibile. Mi sembra anche una dimostrazione della verità della fede, della necessità di seguire la strada dei comandamenti, di cui dobbiamo parlare di più. Questi sono realmente indicatori di strada e ci mostrano come vivere bene, come scegliere la vita. Perciò dobbiamo anche parlare del peccato e del sacramento del perdono e della riconciliazione. Un uomo sincero sa che è colpevole, che dovrebbe ricominciare, che dovrebbe essere purificato. E questa è la meravigliosa realtà che ci offre il Signore: c’è una possibilità di rinnovamento, di essere nuovi. Il Signore comincia con noi di nuovo e noi possiamo ricominciare così anche con gli altri nella nostra vita».

A questo punto Benedetto XVI introduce una distinzione tra la possibilità di rinnovamento offerta dal sacramento della riconciliazione e la psicanalisi: «Questo aspetto del rinnovamento, della restituzione del nostro essere dopo tante cose sbagliate, dopo tanti peccati, è la grande promessa, il grande dono che la Chiesa offre. E che, per esempio, la psicoterapia non può offrire. La psicoterapia oggi è così diffusa e anche necessaria di fronte a tante psichi distrutte o gravemente ferite. Ma le possibilità della psicoterapia sono molto limitate: può solo cercare un po’ di riequilibrare un’anima squilibrata. Ma non può dare un vero rinnovamento, un superamento di queste gravi malattie dell’anima».

«Il sacramento della penitenza ci dà l’occasione di rinnovarci fino in fondo con la potenza di Dio — “ego te absolvo” — che è possibile perché Cristo ha preso su di sé questi peccati, queste colpe. Mi sembra che questa sia proprio oggi una grande necessità. Possiamo essere risanati. Le anime che sono ferite e malate, come è l’esperienza di tutti, hanno bisogno non solo di consigli ma di un vero rinnovamento, che può venire solo dal potere di Dio, dal potere dell’Amore crocifisso. Mi sembra questo il grande nesso dei misteri che alla fine incidono realmente nella nostra vita. Dobbiamo noi stessi rimeditarli e così farli arrivare di nuovo alla nostra gente».

Oggi, san Martino di Tours, meditiamo sulle parole di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Aldo Maria Valli
















venerdì 10 novembre 2017

SE NON SI PUÒ FARE LA COMUNIONE SERVE A QUALCOSA ANDARE A MESSA? CERTO, ECCO PERCHÉ





di Padre Henry Vargas Holguín, da Aleteia



La misericordia di Gesù nei confronti degli uomini non diminuisce mai, nonostante i rifiuti che ha incontrato e che incontra ancora oggi. Il suo amore per ogni essere umano è profondo ed efficace per guidarlo alla vita eterna, alla salvezza. E l’amore di Cristo è immenso, sincero, e vuole estendersi a tutti.

È quello che il Vangelo vuole trasmetterci con l’immagine del buon pastore. Gesù è il buon pastore, va a cercare la pecorella smarrita e se questa si lascia trovare e aiutare confidando nel suo pastore Egli la salverà.

Gesù è il Buon Pastore di tutte le anime, conosce tutte per nome e va loro incontro, soprattutto alla pecora smarrita. Non vuole lasciarne nessuna perduta sul monte.

Dio vuole salvare il salvabile. Gesù non dà nessuno per perso. Ci aiuta anche se abbiamo peccato.

Il suo atteggiamento, quando una delle pecore si allontana, è favorire il suo ritorno all’ovile, e tutti i giorni va a vedere se la avvista da lontano.

Questo tipo di pecore o di fedeli dev’essere consapevole di essere invitato a favorire la vicinanza a Dio, propria e altrui (di persone vive o defunte), e lottare perché questa vicinanza sia ogni giorno più piena e perfetta.

Il cristiano consapevole di essere lontano da Dio per qualsiasi circostanza è invitato, nel suo dolore interiore, a permettere in qualche modo che la luce divina, seppur tenue, illumini sempre più tutta la sua interiorità.

Dio deve vedere che in mezzo al peccato si ha questa disposizione, questa apertura a Lui; è ciò che Dio spera quando, per bocca di Gesù, dice “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli” (Lc 12, 37); ciò che conta è voler essere sulla via della salvezza.

I fedeli lontani da Dio, che non possono comunicarsi, farebbero male a mantenere o, peggio ancora, ad ampliare la distanza che li tiene separati da Dio. Farebbero invece bene a sforzarsi per ridurre quella distanza.

In che modo? Ci sono varie maniere, tra cui:

1 - Recuperare e coltivare il senso di trascendenza, la dimensione religiosa, la sensibilità spirituale.

2 - Confessarsi quanto prima se è possibile.

3 - Recuperare la vita di preghiera con atteggiamento penitenziale e cuore umile e contrito: il Santo Rosario, la Messa domenicale facendo la Comunione spirituale, la Via Crucis…

4 - Con lo stesso atteggiamento penitenziale o di conversione fare e offrire nella preghiera buone azioni, opere di misericordia per gli altri, vivi o defunti. “Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4, 7b-8). Bisogna ricordare che la preghiera per i defunti è un’opera di misericordia spirituale.

5 - Offrire a Dio la propria vita, i propri sacrifici e le proprie sofferenze.


6 - La lettura della Parola di Dio, della vita dei santi, del Catechismo… per rafforzare la fede.


7 - Offrire qualche servizio nella Chiesa in collegamento con il parroco e la parrocchia.

Se alcuni fedeli non possono confessarsi vale lo stesso. I fedeli che non possono confessarsi, tra le altre cose, per mancanza di disposizione, e che quindi non possono comunicarsi, sono ugualmente invitati a fare quanto possono perché non scompaia totalmente il minimo vincolo di unità che può esistere con Dio.

In ogni caso, non bisogna perdere di vista la Santa Messa, soprattutto quella domenicale e le feste di precetto. Nel caso della Messa domenicale, il fatto di non assistere alla Messa intera aumenta la distanza che la persona ha interposto tra sé e Dio.

Qualcuno potrebbe dire: “E perché andare a Messa la domenica se non posso fare la Comunione?” Queste persone andando a Messa faranno molto: per se stesse, perché è un modo per interessarsi alla propria salvezza, e per gli altri, vivi o defunti, perché si può far offrire a Dio il sacrificio redentore di Cristo partecipando attivamente con la propria preghiera.

Il precetto di ascoltare tutta la Messa ogni domenica e in ogni festa di precetto vale per tutti i fedeli (Canone 1247) da quando hanno l’uso della ragione (Canone 914), siano o meno in grazia di Dio. Si rispetta il precetto con l’assistenza completa, piena, consapevole e attiva a Messa, anche se non ci si comunica per qualche impedimento.

Che si possa fare la Comunione o meno è un’altra questione, perché il precetto non obbliga a comunicarsi. Il rispetto del precetto domenicale è del tutto indipendente dalla Comunione; chi assiste alla Messa senza potersi comunicare può comunque pregare, partecipando attivamente.

Esiste solo l’obbligo di comunicarsi una volta per la Pasqua di resurrezione (Canone 920), e questo presuppone come minimo la confessione sacramentale una volta all’anno (Canone 989).

Una cosa è quindi comunicarsi, e un’altra, molto diversa, è rispettare o meno il precetto di ascoltare la Messa tutta intera la domenica e nelle feste di precetto.

E anche se è vero che la Comunione eucaristica è la cosa migliore, la più sublime, la più grande, la più ineffabile e la più importante, tanto che per chi è in grazia è la perfetta unione del cristiano con Dio, è anche vero che non è l’unico modo di stare in comunione con Lui, di essere uniti a Lui e di amarlo.

Durante la Messa, la preghiera di chi non può fare la Comunione o, il che è lo stesso, di chi non è in grazia di Dio, soprattutto la preghiera di pentimento, serve a molto, così come la preghiera che motiva la conversione.

Pregare in stato di peccato mortale serve, perché la preghiera aiuta a far sì che la fede non decada, serve per non continuare a peccare, perché la persona non si allontani ancora di più da Dio, per avere la seria intenzione di ottenere la grazia del perdono in confessione.

Pregare Dio non può mai essere una cosa negativa o senza senso, indipendentemente dal fatto che la persona sia o meno in stato di grazia. Anzi, la Chiesa raccomanda di ricorrere alla Comunione spirituale se non è possibile ricevere l’Eucaristia trovandosi in peccato mortale.

La preghiera per altri, vivi o defunti, ha poi un effetto molto importante, perché la preghiera retroalimenta. Se preghiamo per qualcuno, quindi, allo stesso tempo stiamo aiutando noi stessi, perché il suo effetto spirituale ci rende più sensibili di fronte ai misteri di Dio e più disposti a compiere la sua volontà.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]













giovedì 9 novembre 2017

Errare humanum est...


I risultati del “rinnovamento” della Chiesa olandese, di cui Il nuovo Catechismo è in qualche modo l’emblema, dovrebbero farci riflettere. L’agenda di quel rinnovamento, che risale a cinquanta anni fa, è la stessa che si sta oggi cercando di attuare a livello di Chiesa universale.



di Giovanni Scalese 

Un lettore, dopo aver letto il post del 31 ottobre, mi ha fatto la seguente richiesta: «Potrebbe raccontarci di cosa c’era scritto nel Catechismo olandese che — mi pare di capire — provocò il “rigetto” e quindi il ritorno a un catechismo universale?».


Beh, non credo che sia stato solo il Catechismo olandese a provocare il rigetto dei catechismi nazionali col conseguente ritorno a un catechismo universale. Bisogna tener presente che il Catechismo olandese fu pubblicato nel 1966, mentre la richiesta per la stesura di un catechismo universale fu presentata al Papa durante il Sinodo del 1985. Nel corso dei vent’anni che separano le due date furono pubblicati catechismi pressoché in tutti i paesi, fra cui l’Italia.


Mi sia permessa, a questo punto, una digressione personale. Io ho vissuto quel ventennio come catechista, prima da laico (cominciai a insegnare catechismo nella mia parrocchia nel 1971, quando avevo 16 anni) poi, a partire dal 1974, come religioso/seminarista e infine, dal 1981 in poi, come sacerdote. Se si pensa che il “documento di base” Il rinnovamento della catechesi è del 1970 e i catechismi per le varie fasce d’età (bambini, fanciulli, ragazzi, giovani, adulti), in ben otto volumi, furono pubblicati — “per la consultazione e la sperimentazione” — fra il 1973 e il 1982, si capisce come io abbia vissuto in prima persona quella stagione. E la vissi senza alcuna prevenzione, in una totale apertura verso questi nuovi strumenti di catechesi. Il mio entusiasmo però si affievoliva man mano che sperimentavo quegli strumenti e verificavo che la nuova catechesi non produceva gli effetti sperati. Ricordo ancora la delusione provata quando scoprii che non so quale dei tre volumi del catechismo dei fanciulli si apriva parlando di “progetto”: ma che potevano capire quei poveri ragazzini di una questione che a quel tempo io stavo affrontando nei miei studi filosofici? Nel 1980 feci un corso di pastorale sulla catechesi col compianto Padre Raimondo Spiazzi: era stata appena pubblicata l’esortazione apostolica Catechesi tradendae; il nostro Professore, pur aperto alle novità, oltre a poter contare su una vasta esperienza, era un uomo di grande buon senso e con i piedi per terra, per cui ci diede delle direttive che mi furono assai utili per reimpostare il mio modo di fare catechesi. Sta di fatto che negli anni successivi, divenuto ormai sacerdote, misi da parte i catechismi della CEI per tornare a un metodo piú tradizionale che si ispirava al Catechismo di San Pio X, senza però farne un uso diretto. Non che in questo modo le cose divennero piú facili, ma per lo meno non ci si perdeva in discorsi fumosi, per concentrarsi sull’essenziale.


Evidentemente quella che fu la mia esperienza era stata anche l’esperienza di tanti altri, se nel Sinodo straordinario del 1985, convocato in occasione del XX anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, i Vescovi chiesero al Papa di fare un catechismo destinato a tutta la Chiesa, che servisse anche da riferimento per i catechismi nazionali. Mi sembra pertanto un po’ azzardato affermare che l’esigenza di un catechismo universale sia scaturita dalla vicenda del Catechismo olandese. Essa è piuttosto la conseguenza di un’esperienza piú generale, di carattere pastorale, fatta dai Vescovi nelle diverse parti del mondo.


Il problema del Catechismo olandese fu invece, prima che pastorale, un problema dottrinale. Ma prima sarà bene fare qualche cenno di carattere storico. Si cominciò a lavorare al Catechismo nel 1956 (e questo la dice lunga sul fatto che all’origine di tutti i problemi della Chiesa ci sarebbe il Vaticano II; soprattutto in alcuni paesi, certe tendenze erano presenti ben prima che il Concilio venisse convocato): i Vescovi olandesi affidarono in quell’anno all’Istituto catechetico superiore di Nimega il compito di rivedere il Catechismo allora in uso nelle loro diocesi. A questo proposito, può essere utile aprire una breve parentesi. Già prima del Concilio esistevano catechismi locali; non si deve pensare che in tutta la Chiesa si facesse uso del Catechismo di San Pio X, che si era imposto solo in Italia. Tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti fin dal 1885 si usava il Baltimore Catechism. Tornando al Catechismo olandese, esso fu pubblicato poco dopo la conclusione del Concilio, il 9 ottobre 1966, col titolo De Nieuwe Katechismus (“Il nuovo Catechismo”). Fin da subito esso suscitò forti perplessità, dentro e fuori i Paesi Bassi, tanto è vero che il Papa volle che tre teologi scelti dai Vescovi olandesi si incontrassero con tre teologi designati da Roma. L’incontro si svolse a Gazzada dall’8 al 10 aprile 1967. Questo incontro non ebbe alcun risultato, dal momento che le due parti rimasero ciascuna sulle proprie posizioni; ma è importante per l’ordine del giorno, in cui venivano elencati i quattordici punti controversi: 1. la concezione verginale di Gesú; 2. il peccato originale; 3. la riparazione offerta da Gesú al Padre celeste; 4. l’offerta sacrificale e propiziatoria della croce; 5. il sacrificio eucaristico; 6. la presenza di Gesú nell’Eucaristia; 7. la transustanziazione; 8. l’esistenza degli angeli; 9. la creazione immediata dell’anima umana; 10. la vita futura; 11. alcune questioni morali; 12. regolazione delle nascite; 13. il primato del Pontefice; 14. il miracolo.


Una volta conosciuto l’esito del colloquio di Gazzada, Paolo VI decise di affidare a una Commissione cardinalizia il compito di esaminare ed emendare il Catechismo. Il 15 ottobre 1968 la Commissione (formata dai Cardinali Josef Frings, Joseph-Charles Lefèbvre, Lorenz Jaeger, Ermenegildo Florit, Michael Brown, Charles Journet) emanò una dichiarazione contenente i punti da correggere nel Catechismo:

1. Punti riguardanti Dio Creatore
2. Circa la caduta di tutti gli uomini in Adamo
3. Circa la concezione di Gesú da Maria in modo verginale
4. Circa la “sodisfazione” operata da Nostro Signore Gesú Cristo
5. Circa il sacrificio della Croce e il sacrificio della Messa
6. Circa la reale presenza e la conversione eucaristica
7. Circa l’infallibilità della Chiesa e la conoscibilità dei misteri rivelati
8. Circa il sacerdozio ministeriale o gerarchico e circa la potestà di insegnare e di governare nella Chiesa
9. Circa alcuni argomenti di teologia dommatica
10. Circa alcuni argomenti di teologia morale

Il testo di tale dichiarazione si può trovare sul quaderno n. 2843 (7 dicembre 1968) della Civiltà Cattolica, alle pp. 494-499 (qui). Nello stesso fascicolo e in quello seguente (n. 2844 del 21 dicembre 1968) di può leggere un interessantissimo articolo del Padre Giuseppe De Rosa dal titolo La dichiarazione della Commissione cardinalizia sul “Nuovo Catechismo” olandese: la prima parte (“I precedenti storici”) si trova alle pp. 421-435; la seconda parte (“I punti da modificare”), alle pp. 550-569. Sono 35 pagine che val la pena leggere per intero per farsi un’idea della questione.


Ma la storia non finisce qui, dal momento che le correzioni romane non furono accolte dalla maggioranza dell’establishment cattolico olandese, con a capo l’Arcivescovo di Utrecht e Primate d’Olanda, il Card. Bernard Jan Alfrink. Nel gennaio del 1969 il Consiglio pastorale olandese, riunito a Noordwijkerhout, emise una “dichiarazione di indipendenza”, con la quale si schierò a favore del Nuovo Catechismo senza le correzioni romane (oltre a rifiutare l’enciclica Humanae vitae da poco pubblicata). Su questo si legga l’articolo di Massimo Introvigne, L’altro 1968.La nascita del dissenso organizzato nella Chiesa Cattolica sul sito del CESNUR. Forse è il caso di fare qualche riflessione su questa vicenda:


1. Il Catechismo olandese non è tutto da buttare. Può essere utile riportare la conclusione della dichiarazione della Commissione cardinalizia:

Le presenti osservazioni, anche se non poche e non di lieve importanza, lasciano intatta la maggior parte del «Nuovo Catechismo», con il lodevole suo carattere pastorale, liturgico e biblico. Esse non si oppongono all’intento degno di elogio degli autori del «Catechismo» di proporre l’eterno vangelo di Cristo in forma aderente al modo di pensare degli uomini del nostro tempo. Le grandi doti per cui l’opera si caratterizza, richiedono che essa rifletta sempre la dottrina della Chiesa senza oscuramento di alcuna ombra (loc. cit., p. 499).
2. Ho l’impressione che il Catechismo olandese anticipò, nel bene e nel male, il modo di esporre la dottrina cattolica negli anni successivi nel resto della Chiesa. La teologia continua ancora ai nostri giorni, nelle stesse università pontificie, a usare un linguaggio molto simile a quello del Catechismo olandese. Per fortuna, soprattutto dopo la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, la predicazione e la catechesi hanno cercato, in genere, di conformarsi all’insegnamento ufficiale della Chiesa.


3. Le lacune del Catechismo olandese erano notevoli, ma non era impossibile colmarle. È ciò che fece la Commissione cardinalizia costituita da Paolo VI. Il problema è che si volle rifiutare la correzione proveniente da Roma, pensando che la posizione romana rappresentasse un passato destinato presto a finire, mentre quella olandese fosse l’inizio di un radioso futuro per la Chiesa. La storia dimostra che è stato esattamente il contrario. Non è un caso che il cinquantesimo del Catechismo, ricorso lo scorso anno, non è stato celebrato da nessuno, non solo perché i protagonisti di quella vicenda erano nel frattempo scomparsi (cosa abbastanza comprensibile), ma anche perché non avevano lasciato nessun erede: nei Paesi Bassi, la Chiesa cattolica in questi cinquant’anni è andata progressivamente assottigliandosi fino quasi a scomparire, per essere sostituita dall’Islam.


4. I risultati del “rinnovamento” della Chiesa olandese, di cui Il nuovo Catechismo è in qualche modo l’emblema, dovrebbero farci riflettere. L’agenda di quel rinnovamento, che risale a cinquanta anni fa, è la stessa che si sta oggi cercando di attuare a livello di Chiesa universale. Sinceramente, si fa fatica a comprendere il senso di tanta pervicacia. Se nei Paesi Bassi quel programma ha dato certi risultati, perché lo stesso programma, riproposto dopo cinquant’anni, dovrebbe dare oggi risultati diversi? Errare humanum est, sed diabolicum in errore perseverare.

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Pubblicato da Querculanus   08-11-2017







mercoledì 8 novembre 2017

Belgio: eutanasia fuori controllo, pure i medici pro chiedono paletti






di Leone Grotti (08-11-2017)

L'eutanasia è fuori controllo in Belgio.
A dirlo non sono appena le statistiche sull'enorme numero di persone (più di duemila all'anno), in continua crescita, che scelgono di morire con l'iniezione letale. Gli stessi entusiasti e promotori della “buona morte” nel paese sono preoccupati dal vedere che giorno dopo giorno la legge sull'eutanasia viene aggirata portando al decesso di malati che neanche dovrebbero accedere alla pratica.

Da anni in Belgio, dove l'eutanasia è legale dal 2002,
non è più necessario essere malati terminali per venire uccisi. Anche chi soffre di problemi mentali, così come i bambini, può ricevere l'iniezione letale, a patto che provi sofferenze «insopportabili e incurabili». Non è necessario dimostrare tali sofferenze, dal momento che il criterio è soggettivo. Cornelia Geerts, ad esempio, aveva 60 anni quando è stata uccisa con l'eutanasia nell'ottobre del 2014. Tra tranquillanti, antidepressivi e oppioidi prendeva quasi 20 pillole al giorno per curare bipolarismo e schizofrenia. Secondo la sorella Adriana «è una vergogna che abbiano accettato di ucciderla dopo averla curata per 20 anni. Se i dottori le avessero proposto qualcos'altro, sono certa che avrebbe accettato». La dottoressa Lieve Thienpont, invece, non ha fatto una piega alla richiesta e ha firmato il suo consenso all'eutanasia.

Thienpont non è un nome qualunque, ma uno dei principali sponsor dell'eutanasia
in Belgio. Secondo la psichiatra è inutile preoccuparsi di mettere dei paletti alla pratica, perché solo le persone davvero disperate richiedono l'eutanasia. E l'unico modo per aiutarle è ucciderle. La psichiatra ha pubblicato nel 2015 uno studio sul rinomato British Medical Journal nel quale spiegava di aver approvato tra il 2007 e il 2011 l'eutanasia per 48 pazienti con problemi mentali su un totale di 100 richieste. Secondo gli esperti del settore normalmente solo il 10 per cento di chi fa domanda ha i requisiti per ottenere l'eutanasia, quindi «che un solo psichiatra in Belgio ne approvi così tante è davvero allarmante».

Thienpont ha anche fondato un'organizzazione, Vonkel,
a cui chi soffre di problemi mentali può rivolgersi per ottenere l'eutanasia. Spesso chi ottiene il permesso riceve poi l'iniezione alla clinica Leif, fondata tra gli altri anche da Wim Distelmans, principale sponsor della “buona morte” nel paese e capo della commissione statale che dovrebbe controllare che la legge venga rispettata. Insieme a Distelmans, Thienpont ha fondato anche Ulteam, clinica specializzata nel fornire consulenza (e “buona morte” ovviamente) ai pazienti che non soffrono di malattie fisiche, ma di disagi psicologici.

Ed è proprio da uno scambio di email tra i due medici,
svelato dall'Associated Press, che si capisce quanto la situazione in Belgio sia grave e fuori controllo. Tutto nasce da un caso, quello di Tine Nys, 38 anni, da tempo affetta da problemi mentali. Il suo medico di fiducia, che la seguiva da sempre, le aveva rifiutato l'eutanasia perché non c'erano le condizioni. Allora la donna si è rivolta a Thienpont, che dopo appena tre sedute ha accordato il permesso. Secondo la sorella di Tine, Sophie, «tutto è stato fatto troppo in fretta, non c'erano le condizioni» e per questo ha fatto causa denunciando le irregolarità nel processo di eutanasia. Il caso, come accade in Belgio, è passato prima dalla commissione di controllo dell'eutanasia, che l'anno scorso ha rifiutato di passare il fascicolo ai giudici, sostenendo che tutto era stato fatto secondo la legge. Al di là della totale mancanza di trasparenza (il dottor Distelmans è a capo di quella commissione che deve decidere se incriminare una collega psichiatra con la quale ha una collaborazione professionale da lunghi anni), qualcosa non doveva essere a posto a giudicare dalle email, svelate dall'Ap, che Thienpont ha inviato ad alcuni membri della commissione: «Dobbiamo fermare queste persone [che hanno fatto causa]. Fanno parte di una famiglia traumatizzata, ferita che non prova empatia né ha rispetto per gli altri», ha scritto.

La commissione ha “assolto” Thienpont, ma a febbraio Distelmans
ha inviato un'altra mail alla psichiatra: «Non tratteremo più i tuoi casi di eutanasia nella nostra clinica. Il motivo è la divergenza di opinioni su quando una richiesta di eutanasia può essere approvata. Te l'abbiamo già detto diverse volte a voce, ma senza risultati». Il riferimento è ad «alcuni pazienti» che sono stati uccisi senza che la psichiatra li avesse prima fatti visitare da altri due medici indipendenti, come prevede la legge. Più di una volta, si legge in un'altra email, «ci siamo accorti che hai fatto promesse irrealizzabili ai pazienti, vogliamo prendere le distanze da questo tuo modo di lavorare». Se persino Distelmans, che organizza seminari sull'eutanasia ad Auschwitz e in barba alla legge ha ucciso ad esempio due fratelli gemelli solo perché sordi, si lamenta dei metodi di Thienpont significa che sono davvero estremi. E del resto la psichiatra ha idee molto forti, avendo più volte dichiarato che «sapere di poter morire con l'eutanasia dà alle persone la serenità e il coraggio per poter continuare a vivere».

Dopo la pubblicazione delle email molti medici in Belgio
hanno chiesto di cambiare la legge perché «servono paletti più stringenti, oggi è troppo facile ottenere l'eutanasia». Secondo Joris Vandenberghe, psichiatra all'università di Lovanio, «so che molte persone sono state uccise anche se c'era ancora la possibilità di curarle e avrebbero potuto vivere bene per anni, forse decenni». Se le email dimostrano che anche i più ideologici sostenitori dell'eutanasia sono preoccupati per quello che sta accadendo nel paese, a livello formale non è stata ancora presa nessuna contromisura. Né i politici, né la commissione di controllo dell'eutanasia sembrano ancora intenzionati a fare nulla per cambiare le cose. Fernand Keuleneer, tra coloro che siedono nella commissione di controllo, ha addirittura dichiarato: «La commissione non serve a proteggere le persone. Sono gli stessi medici a preparare le pratiche e queste vengono esaminate solo dopo la morte del paziente». L'associazione degli psichiatri delle Fiandre ha proposto una modifica alla legge, chiedendo che tutti i casi di eutanasia siano sottoposti allo studio di una commissione prima dell'esecuzione. Per ora non hanno ricevuto risposta.























lunedì 6 novembre 2017

Il sentimentalismo, l'eresia della musica liturgica







di Aurelio Porfiri (06-11-2017)

Quando mi trovo a parlare con persone che hanno a cuore il destino della musica nella liturgia (la questione terminologica - musica sacra, musica liturgica, musica di chiesa etc. - per ora la teniamo da parte) mi rendo conto che molti rilievi vengono fatti verso lo stato miserevole della stessa, ma che pochi poi si concentrano su uno dei punti nodali più forti, e più drammatici dell'intera questione. Questo punto riguarda il modo in cui il sentimentalismo - non il sentimento - ha preso possesso delle nostre cantorie e impazza sulle tastiere dei nostri strumenti musicali senza che ce ne rendiamo pienamente conto. Alcuni cercano di mettere in guardia da questo male, ma non vengono ascoltati o, peggio, vengono anche blanditi come fossero dei poveretti. In realtà la spiegazione è ovvia: il sistema, anche clericale, è talmente intriso di questo vero e proprio male terminale, che reagisce quando qualcuno tenta di ricondurre le cose ai loro veri intendimenti.

Forse ad alcuni può sembrare esagerato che si parli di "eresia", ma io intendo questo termine come "elemento sovversivo" all'interno di quella che dovrebbe essere la funzione della musica nella liturgia. E si badi bene anche che parlo di "sentimentalismo", non di "sentimento". Il sentimento è moto nobile delle nostre facoltà affettive ed una musica senza sentimento non sarebbe musica. Il sentimentalismo è la corruzione del sentimento. Tra sentimento e sentimentalismo c'è la stessa differenza che c'è tra polmone e polmonite, comunità e comunismo (esempi ispirati da Marcello Veneziani). Il sentimentalismo non esalta il sentimento, ma è la sua corruzione interna, cerca di suscitare un moto emozionale fine a se stesso, che rimane chiuso in se stesso e mai raggiunge un dialogo con le facoltà intellettive più alte, si avvita su se stesso e di rado può aprirsi all'infinito (se rimane a se stante).

Il sentimentalismo è passione ma senza risoluzione, impeto senza requie, moto disordinato senza ritorno all'ordine, Dioniso senza Apollo. Nell'inno Veni Creator Spiritus chiediamo "accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus"; tutti i nostri sensi partecipano all'esperienza spirituale, vivificati dalla luce, dal Logos divino. Ma il sentimentalismo salta direttamente all' "amorem cordibus" romanticamente inteso, di fatto minando il "carattere profondamente oggettivo della liturgia", come lo definisce don Martino Neri (Salirò all'altare di Dio: Principi di Sacra Liturgia). Questo ci fa ricordare, sull'onda anche di Benedetto XVI, che non siamo noi a fare la liturgia, ma noi la riceviamo come dono. Ecco, questo fonda l'oggettività della liturgia e si oppone all'enfasi sentimentalistica, che in realtà spinge al più profondo soggettivismo. Se riduciamo tutto al soggettivismo, all'essere di coscienza che scalza l'essere in sé. In fondo è questo il principio che soggiace anche alla morale di situazione, tout se tient, direbbero i francesi. Romano Amerio, in quel libro fondamentale che è il suo Iota Unum, infatti osservava: "La morale di situazione, rifiutando la legge come ordine assiologico dipendente da Dio, e non dall’uomo, è forzata per logica vis a tergo a professare il principio della creatività della coscienza". Insomma, si torna sempre a mettere l'uomo al centro piuttosto che Dio.

Ma l'espressione sentimentalistica, sottospecie di quella sentimentale, non è stata totalmente eliminata dalla Chiesa, che pur capisce che si deve, in modo regolato, lasciar "sfogare" certi moti dell'animo (pur se appartenenti a facoltà conoscitive inferiori) che sono, in gradi diversi, presenti in tutti noi. Ecco l'enfasi secolare che si è dato al canto popolare, quei moti semplici e spontanei dell'animo che, a margine dell'oggettività liturgica, consentivano a questa pietà popolare fortemente soggettiva di manifestarsi senza ledere il principio generale che era, come detto, garantito dall'oggettività del rito. Questo era un bene, in quanto la Chiesa vuole salvare tutto l'uomo e sa che in quei moti c'è anche del buono se non sono lasciati a se stessi e tenuti sullo sfondo del culto ufficiale. Un culto ufficiale che li purifica e li eleva, li innalza e non li lascia a se stessi.

Dobbiamo sorvolare su alcuni snodi storico musicologici importanti, che ci farebbero intravedere come questa corrente sentimentalistica si è fatta strada in passato anche nella liturgia ufficiale, specie nel secolo passato. Eppure essa non fu mai prevalente come lo è stata a partire dai cambiamenti post conciliari. Si intenda: ci sono e ci sono stati musicisti che anche di recente hanno tentato una via vernacolare all'autentica musica liturgica, anche con risultati eccellenti. Ma purtroppo non sono loro ad aver prevalso nei nostri repertori. Una delle cause di queste difficoltà è dovuta alla confusione oramai quasi irrecuperabile fra il canto popolare e il canto liturgico. Oggi nelle nostre Chiese per la gran parte non si canta musica liturgica ma canti popolari (non significa che il popolo non può anche unirsi alla musica liturgica, quando possibile). Il canto liturgico, il cui modello è il canto gregoriano, rifugge proprio dai sentimentalismi a buon mercato. La profonda scienza musicale profusa nell'autentico canto liturgico si mette a servizio completo dell'esigenza della liturgia in quel particolare momento rituale, al centro non è l'uomo ma l'esigenza del rito. In questo modo, si raggiunge una unione fra le esigenze oggettive della liturgia, la sua oggettività in quanto manifestazione dell'Oltre e non creazione umana, e l'espressione del sentimento in questo caso elevato alla contemplazione delle realtà soprannaturali manifestate nella liturgia e così nobilitato. Quando il sentimentalismo prende piede, il rito è violato, la scienza musicale impoverita, la pertinenza rituale non osservata. I musicisti (ma soprattutto gli orecchianti di talento) sanno come "forzare la mano" verso il sentimentalismo, se vogliono; l'intera industria miliardaria della musica leggera è costruita sull'arte di appellarsi alle facoltà conoscitive inferiori degli individui.

Purtroppo la musica leggera e il suo linguaggio sono entrati senza filtri nelle nostre liturgie e ci sono anche coloro che, pur non usando sfacciatamente i linguaggi tecnici della stessa, o le sonorità derivanti, non sfuggono dall'impiego di quei mezzi espressivi volti alle sollecitazioni più bieche della nostra emozionalità.