giovedì 26 ottobre 2017

CAMISASCA: SUMMORUM PONTIFICUM UN DONO ANCHE PER CELEBRARE MEGLIO NELLA FORMA ORDINARIA





Venerdì 13 ottobre, il centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima si è solennemente chiuso a Correggio (Reggio Emilia), presso il santuario della Madonna della Rosa, con la Messa nella forma straordinaria del Rito Romano celebrata dal vescovo Massimo Camisasca. Riportiamo di seguito l’omelia.



Cari fratelli e sorelle perché il vescovo è venuto qui? Vorrei iniziare subito rispondendo a questa domanda.

Perché voi siete miei figli e il pastore deve essere pastore di tutte le sue pecore. Ciascuna secondo il suo dono e secondo la sua storia. Tutti coloro che sono dentro il nostro gregge hanno il diritto di essere seguiti aiutati corretti e amati dal vescovo e perciò ho desiderato venire qui proprio per questa ragione.

La seconda ragione è inerente alla celebrazione della Forma Straordinaria della messa: io sono profondamente convinto che l’intuizione di Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum non fosse contro la Messa di Paolo VI, ma a favore di essa e cioè in modo che le due celebrazioni, le due forme diverse di celebrazione, potessero aiutarsi a vicenda. In particolare che il silenzio e la sacralità che accompagnano questa celebrazione nel cosiddetto “Rito antico” possano aiutare tutti noi presbiteri che celebriamo la Santa Messa secondo la Forma ordinaria del messale di Paolo VI a custodire sempre il gusto del silenzio, della meditazione e dell’essere davanti a Dio, che deve connotare ogni celebrazione eucaristica.

Se mi chiedete personalmente che cosa, penso che sia stato un bene per la Chiesa la traduzione nelle lingue moderne della Celebrazione eucaristica; penso nello stesso tempo che sarebbe stato un bene custodire anche il latino all’interno della Messa nel prefatio, nel Canone o in alcune celebrazioni.

Oggi mi sono anche divertito: leggendo dei blog, non li leggo mai, li ritengo una perdita di tempo ma mi sono divertito. I miei segretari mi hanno fotocopiato dei blog, mi sono divertito. Vabbè, non dico altro, altrimenti uno non ha che da farsi il sangue amaro, che è una cosa negativa, allora, bene, prendiamo le distanze. A me le letture politiche delle vicende ecclesiali non interessano, a me interessa la Chiesa, interessano i miei figli, interessa aiutare ciascuno nella situazione in cui è secondo la sensibilità che ha e anche le necessità di correzione.

Quello che vi supplico è di portare tutta la vostra sensibilità e la vostra storia nella edificazione nella comunione ecclesiale nella Chiesa.

Una Chiesa che vive lacerazioni, polarizzazioni che possono nascondere quello che è invece il valore centrale della sua realtà: la comunione trinitaria del Dio vivente.

Vorrei riferirmi in questo giorno benedetto, il 13 ottobre, a lei, a Maria, alla madre delle grazie che abbiamo sentito nel libro della Sapienza chiamata con una espressione tornata molto nei testi della Chiesa dopo Giovanni Paolo II: madre dell’amore bello.

Che cos’è questo amore bello?

Anzitutto è madre dell’amore, questo è l’importante compito di Maria: continuare ad essere generativa, la sua generazione non si è concluda con la generazione di Cristo ma continua ogni giorno nella generazione della Chiesa. Lo avete sentito: “Donna ecco tuo figlio”.

Assieme a Gesù nato dal suo ventre c’è il figlio Giovanni, nato dal cuore di Maria che ha ottenuto la figliolanza di uomo a Maria. Dunque Maria non smette mai di generare, è madre dell’amore perché essa genera figli di Dio cioè genera uomini e donne che mette sulla strada del riconoscimento della loro creaturalità.

Ciascuno di noi è aiutato da Maria a camminare verso la scoperta di essere creatura, perciò figlio e figlia di Dio, perciò destinato in comunione con lui.

Ma come è difficile questo cammino.

Senza Cristo l’amore tende a diventare possesso, prevaricazione, si copre di belle parole di belle intenzioni ma diventa violenza. Solo con Cristo che purifica il nostro cuore e che ci rende simili a lui è capace di essere un amore che non pretende nulla, ma che tutto desidera spendersi.

Ecco: madre del bell’amore è la cosa di cui più abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di sapere che c’è una madre e che non siamo soli, che siamo amati, abbiamo bisogno di sapere e sperimentare che questa madre è una forza in noi di conversione della nostra esistenza, un cambiamento del nostro cuore, la forza ci rende capaci di amare.

Sapendoci amati da lei diventiamo capaci di amare. Come e grande come è bella la vita cristiana che nella sua semplicità porta a noi ciò che è essenziale: la capacità di amare, perdonare, vivere in comunione, di essere famiglia di Dio e permette alle nostre famiglie di rinascere continuamente di rinascere e donarsi.

Che cosa voglio augurarvi? Ecco anzitutto di imparare il silenzio, la liturgia celebrata secondo questa forma ci introduce nel silenzio, ma attenti: il silenzio non è mai un automatismo, se noi partecipiamo a questa liturgia come a un rito esteriore non impareremo il silenzio perché il silenzio è un dialogo con Dio, il silenzio è qualche cosa che è chiamato a vivere dentro tutta la nostra giornata.

La prima cosa dunque è che la partecipazione a questa Messa ci aiuti a un silenzio vero, pieno di adorazione, e nello stesso tempo la profondità di questa adorazione deve spingerci ad essere testimoni di Cristo in mezzo agli uomini e alle donne della nostra vita. Cristo ci chiama e ci sceglie per mandarci, per dare la testimonianza del nostro volto gioioso, di coloro che sono corsi al sepolcro e hanno trovato la pietra rotolata e hanno sentito l’angelo che diceva: non è morto, è vivo è colui che attendevate e che adesso si manifesta pienamente nella vostra vita. Essere suoi testimoni, il Signore vi ha scelto per questo, per essere suoi testimoni.

Chiedete a lui ogni giorno la gioia e la forza della testimonianza, soprattutto con la vostra leggerezza di vita con la capacità di attraversare anche le difficoltà con la fede che fa dire: sì ma Dio c’è, è qui mi prende per mano, non mi lascia solo, mi accompagna lo riconosco.

Cari fratelli e sorelle preghiamo gli per gli altri e pregate per il vescovo perché il suo ministero in questa diocesi possa essere sempre pieno di gioia e sappia attraversare con passo leggero le difficoltà e sappia perdonare, esprimere affetto dovunque a ogni cuore che lo cerca, a ogni baratro che si apre nell’umano, sappia essere un braccio, una mano, un piede che porta agli altri uomini e alle altre donne non solo la notizia che Gesù è risolto, ma la sua presenza sacramentale che è efficace.


Massimo Camisasca +














Dalla Polonia il Cardinal Sarah denuncia la "tranquilla apostasia" dell'Europa





Marco Tosatti (26-10-2017)

Il cardinale Robert Sarah ha partecipato nei giorni scorsi al Congresso Internazionale organizzato a Varsavia dal Movimento Europa Christi, nell’Università intitolata al cardinale Stefan Wyszyìnski, e a cui hanno presenziato esponenti della politica, della cultura e della Chiesa. Il porporato ha svolto il suo intervento partendo da quella che ha chiamato “un’inedita crisi di civiltà”, affermando che “L’Europa, costruita sulla fede in Cristo, è ora in un periodo di tranquilla apostasia”.

Il cardinale guineano ha trattato del problema dei migranti, e dei rifugiati; e ha affermato che i leader mondiali non possono mettere in questione “Il diritto che ogni nazione ha di fare una distinzione fra un rifugiato politico o religioso”, che è obbligato a lasciare la sua terra, e “i migranti economici che vogliono cambiare il loro luogo di residenza” senza adattarsi alla nuova cultura in cui si trovano. “L’ideologia dell’individualismo liberale promuove una miscela che è destinata a erodere i confini naturali delle patrie e le culture, e conduce a un mondo post-nazionale e unidimensionale dove l’unica cosa che conta sono il consumo e la produzione. Ma questa direzione di sviluppo è inaccettabile”.

Il porporato ha elogiato la Polonia: “Oggi la Polonia mostra la strada, quando nega un’obbedienza automatica alle richieste che scaturiscono dall’esterno, dalla globalizzazione liberale”. Sarah ha affermato che è vero che “ogni immigrato è un essere umano e va rispettato, ma non bisogna dimenticare il rapporto integrale dei diritti umani e dei doveri. Così un immigrato, proveniente da un’altra cultura o ambiente religioso, non può aspettarsi la relativizzazione del bene comune della nazione in cui si reca”. Il cardinale ha ricordato che “Tutti hanno il diritto di rimanere nella propria patria”. Gli Stati europei sono in gran parte responsabili della destabilizzazione del Medio Oriente. “Questo ha costretto le persone a fuggire. Accettare tutti in Europa non è una soluzione ai problemi di queste regioni lacerate dalla guerra”.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha detto il porporato, sembrava che l’Europa stesse per iniziare un nuovo periodo positivo, dopo che molte nazioni aveva riacquistato libertà e democrazia. “Tuttavia l’Unione Europea ha scelto di non fare ricorso alle radici cristiane della civiltà europea. Così ha cominciato a costruire le proprie istituzioni non su valori, ma su astrazioni, come il mercato libero, l’eguaglianza degli individui e i diritti umani individualistici. Questo è stato un grande errore, perché tutte le leggi dovrebbero basarsi sul concetto di dignità umana. È solo Dio la fonte dei valori che danno l’essenza dell’uomo e che devono essere irrinunciabili”.

L’Unione Europea pensa che le radici cristiane possano essere sostituite da un “Nuovo Umanesimo”, indipendente dalla religione. “Ma in questo modo la UE ha perso la verità storica sulle fonti della civiltà europea, di cui questo continente è stata la culla. La fonte di ogni male è il taglio volontario da Dio. E l’Europa costruita sulla fede in Cristo, tagliata fuori dalle sue radici cristiane, è ora in un periodo di tranquilla apostasia”.

Questa crisi spirituale “porta a una grave crisi antropologica. Una delle sue conseguenze è la distruzione sistematica della famiglia. Con la scusa della lotta contro la discriminazione, alcuni vogliono offuscare la differenza fra la famiglia e le unioni omosessuali, la promozione di una vasta gamma di modelli non basati sull’unione permanente di un uomo e di una donna. L’Europa non sarà più se stessa se la cellula base della famiglia sarà scomparsa, o trasformata in qualcosa di diverso”.

L’apostasia che l’Europa sta vivendo non può essere senza conseguenze, “e l’umanesimo non deve diventare un’ideologia del male”. Sarah ha ricordato come Giovanni Paolo II abbia considerato nello stesso modo totalitarismo e nichilismo. Il cristianesimo ha creato una fonte di cultura in Polonia: “Grazie a questo la Polonia, che ha affrontato eroicamente nella sua storia diverse ideologie del male, ora ha la forza di affrontare le nuove sfide antropologiche e morali. L’anima polacca ha in sé la forza per resistere alle sirene del nuovo messianismo ateo”; se sarà fedele alle sue promesse battesimali. Perciò “La Polonia deve essere la sentinella dell’Europa, per avvertire l’Europa dei pericoli che derivano dall’apostasia silenziosa”.

















martedì 24 ottobre 2017

«Quella di Lutero? Non fu riforma ma rivoluzione»







di Gerhard Ludwig Müller

C’è grande confusione oggi nel parlare di Lutero, e bisogna dire chiaramente che dal punto di vista della teologia dogmatica, dal punto di vista della dottrina della Chiesa non fu affatto una riforma, ma una rivoluzione, cioè otale dei fondun cambiamento tamenti della fede cattolica. Non è realistico sostenere che la sua intenzione fosse solo di lottare contro alcuni abusi delle indulgenze o contro i peccati della Chiesa rinascimentale. Abusi e azioni cattive sono sempre esistite nella Chiesa, non solo nel Rinascimento, e anche oggi ci sono. Siamo la Chiesa santa a causa della Grazia di Dio e dei sacramenti, ma tutti gli uomini di Chiesa sono peccatori, tutti hanno bisogno del perdono, della contrizione, della penitenza.

Questa distinzione è molto importante. E nel libro scritto da Lutero nel 1520, “De captivitate Babylonica ecclesiae”, appare assolutamente chiaro che Lutero ha lasciato dietro di sé tutti i principi della fede cattolica, della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del magistero del Papa e dei Concili, dell’episcopato. In questo senso ha stravolto il concetto di sviluppo omogeneo della dottrina cristiana, così come spiegato nel Medioevo, arrivando a negare il sacramento quale segno efficace della grazia che vi è contenuta; ha sostituito questa efficacia oggettiva dei sacramenti con una fede soggettiva. Qui Lutero ha abolito cinque sacramenti, ha anche negato l’Eucarestia: il carattere sacrificale del sacramento dell’Eucarestia, e la reale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. E ancora: ha definito il sacramento dell’ordine episcopale, il sacramento dell’ordine, una invenzione del Papa - definito l’Anticristo - e non parte della Chiesa di Gesù Cristo. Noi diciamo invece che la gerarchia sacramentale, in comunione con il successore di Pietro, è elemento essenziale della Chiesa cattolica, non solo un principio di una organizzazione umana.

Per questo non possiamo accettare che la riforma di Lutero venga definita una riforma della Chiesa in senso cattolico. Quella cattolica è una riforma che è un rinnovamento della fede vissuta nella grazia, nel rinnovamento dei costumi, dell’etica, un rinnovamento spirituale e morale dei cristiani; non una nuova fondazione, una nuova Chiesa.

È perciò inaccettabile affermare che la riforma di Lutero «fu un evento dello Spirito Santo». È il contrario, fu contro lo Spirito Santo. Perché lo Spirito Santo aiuta la Chiesa a conservare la sua continuità tramite il magistero della Chiesa, soprattutto nel servizio del ministero Petrino: su Pietro solo Gesù ha fondata la Sua Chiesa (Mt 16,18) che è «la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» ( 1Tim 3,15). Lo Spirito Santo non contraddice se stesso.

Si sentono tante voci che parlano troppo entusiasticamente di Lutero, non conoscendo esattamente la sua teologia, la sua polemica e gli effetti disastrosi di questo movimento che ha rappresentato la distruzione dell’unità di milioni di cristiani con la Chiesa cattolica. Noi possiamo valutare positivamente la sua buona volontà, la lucida spiegazione dei misteri della fede comune ma non le sue affermazioni contro la fede cattolica, soprattutto per quel che riguarda i sacramenti e la struttura gerarchica-apostolica della Chiesa.

Non è corretto neanche affermare che Lutero aveva inizialmente buone intenzioni, intendendo con ciò che fu poi l’atteggiamento rigido della Chiesa a spingerlo sulla strada sbagliata. Non è vero: Lutero aveva sì intenzione di lottare contro il commercio delle indulgenze, ma l’obiettivo non era l’indulgenza come tale ma in quanto elemento del sacramento della penitenza.

Non è neanche vero che la Chiesa abbia rifiutato il dialogo: Lutero ebbe prima una disputa con Giovanni Eck, poi il Papa inviò come legato il cardinale Gaetano per dialogare con lui. Si può discutere sulle modalità ma quando si tratta della sostanza della dottrina, si deve affermare che l’autorità della Chiesa non ha commesso errori. Altrimenti si deve sostenere che la Chiesa ha insegnato per mille anni errori nella fede, quando sappiamo – e questo è elemento essenziale della dottrina – che la Chiesa non può errare nella trasmissione della salvezza nei sacramenti.

Non si deve confondere sbagli personali, i peccati delle persone della Chiesa con errori nella dottrina e nei sacramenti. Chi lo fa crede che la Chiesa sia solo una organizzazione fatta di uomini e nega il principio che Gesù stesso ha fondato la sua Chiesa e la protegge nella trasmissione della fede e della Grazia nei sacramenti tramite lo Spirito Santo. La Sua Chiesa non è un’organizzazione solo umana: è il corpo di Cristo, dove c’è la infallibilità del Concilio e del Papa in modalità precisamente descritte. Tutti i concili parlano della infallibilità del magistero, nella proposizione della fede cattolica. Nella confusione odierna in tanti sono arrivati invece a capovolgere la realtà: ritengono il papa infallibile quando parla privatamente, ma poi quando i papi di tutta la storia hanno proposto la fede cattolica dicono che è fallibile.

Certo, sono passati 500 anni, non è più il tempo della polemica ma della ricerca della riconciliazione: non però a costo della verità. Non si deve fare confusione. Se da una parte dobbiamo saper cogliere l’efficacia dello Spirito Santo in questi altri cristiani non cattolici che hanno buona volontà, che non hanno commesso personalmente questo peccato della separazione dalla Chiesa, dall’altra non possiamo cambiare la storia, ciò che è successo 500 anni fa. Una cosa è il desiderio di avere buone relazioni con i cristiani non cattolici di oggi, al fine di avvicinarci a una piena comunione con la gerarchia cattolica e con l’accettazione anche della tradizione apostolica secondo la dottrina cattolica; un’altra cosa è l’incomprensione o la falsificazione di ciò che è successo 500 anni fa e dell’effetto disastroso che ha avuto. Un effetto contrario alla volontà di Dio: «...Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anche essi in noi, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gio 17, 21).




















lunedì 23 ottobre 2017

ROSARIO MONDIALE PER BENEDETTO XVI MARTEDÌ 24 OTTOBRE ORE 15:00!!!! DIFFONDI OVUNQUE!!





Doctor Angelicus

HO DECISO DI ORGANIZZARE UN ROSARIO MONDIALE PER BENEDETTO XVI MARTEDÌ 24 OTTOBRE 2017, ORE 15:00.

TI CHIEDO DI DIFFONDERE QUESTA INIZIATIVIA OVUNQUE: TRA I TUOI AMICI, NELLA TUA PARROCCHIA, NELLA TUA DIOCESI, SU FACEBOOK E SU OGNI SOCIAL NETWORK.





NON ABBANDONIAMO QUELLO CHE È STATO IL NOSTRO DOLCE CRISTO IN TERRA PER BEN OTTO ANNI!
STA OFFRENDO LA SUA VITA PER LA SALVEZZA DELLA CHIESA!!!



P.S
IL 24 OTTOBRE RICORRE LA MEMORIA DI SANT' ANTONIO MARIA CLARET, FONDATORE DEI MISSIONARI FIGLI DELL' IMMACOLATO CUORE DI MARIA, DUNQUE GIORNO PIENAMENTE "FATIMIANO" !!!!












domenica 22 ottobre 2017

GPII: I SANTI DEGLI ULTIMI TEMPI SARANNO FORMATI DA MARIA, PER PORTARE NELLA CHIESA LA VITTORIA SULLE FORZE DEL MALE





Centosessant’anni or sono veniva resa pubblica un’opera destinata a diventare un classico della spiritualità mariana. San Luigi Maria Grignion de Montfort compose il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine agli inizi del 1700, ma il manoscritto rimase praticamente sconosciuto per oltre un secolo. Quando finalmente, quasi per caso, nel 1842 fu scoperto e nel 1843 pubblicato, ebbe un immediato successo, rivelandosi un’opera di straordinaria efficacia nella diffusione della “vera devozione” alla Vergine Santissima. Io stesso, negli anni della mia giovinezza, trassi un grande aiuto dalla lettura di questo libro...
[...]

Com'è noto, nel mio stemma episcopale, che è l'illustrazione simbolica del testo evangelico appena citato, il motto Totus tuus è ispirato alla dottrina di san Luigi Maria Grignion de Montfort. Queste due parole esprimono l'appartenenza totale a Gesù per mezzo di Maria: “Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt", scrive san Luigi Maria; e traduce: “Io sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio ti appartiene, mio amabile Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre” (Trattato della vera devozione, 233). La dottrina di questo Santo ha esercitato un influsso profondo sulla devozione mariana di molti fedeli e sulla mia propria vita. 

[...]
Negli scritti di san Luigi Maria troviamo lo stesso accento sulla fede vissuta dalla Madre di Gesù in un cammino che va dall'Incarnazione alla Croce, una fede nella quale Maria è modello e tipo della Chiesa. San Luigi Maria lo esprime con ricchezza di sfumature quando espone al suo lettore gli “effetti meravigliosi” della perfetta devozione mariana: “Più dunque ti guadagnerai la benevolenza di questa augusta Principessa e Vergine fedele, più la tua condotta di vita sarà ispirata dalla pura fede. Una fede pura, per cui non ti preoccuperai affatto di quanto è sensibile e straordinario. Una fede viva e animata dalla carità, che ti farà agire solo per il motivo del puro amore. Una fede ferma e incrollabile come roccia, che ti farà rimanere fermo e costante in mezzo ad uragani e burrasche. Una fede operosa e penetrante che, come misteriosa polivalente chiave, ti farà entrare in tutti i misteri di Gesù Cristo, nei fini ultimi dell'uomo e nel cuore di Dio stesso. Una fede coraggiosa, che ti farà intraprendere e condurre a termine senza esitazioni cose grandi per Dio e per la salvezza delle anime. Una fede, infine, che sarà tua fiaccola ardente, tua vita divina, tuo tesoro nascosto della divina Sapienza e tua arma onnipotente, con la quale rischiarerai quanti stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte, infiammerai quelli che sono tiepidi ed hanno bisogno dell'oro infuocato della carità, ridarai vita a coloro che sono morti a causa del peccato, commuoverai e sconvolgerai con le tue soavi e forti parole i cuori di pietra e i cedri del Libano e, infine, resisterai al demonio e a tutti i nemici della salvezza” (Trattato della vera devozione, 214).

Come san Giovanni della Croce, san Luigi Maria insiste soprattutto sulla purezza della fede e sulla sua essenziale e spesso dolorosa oscurità (cfr Segreto di Maria, 51-52). È la fede contemplativa che, rinunciando alle cose sensibili o straordinarie, penetra nelle misteriose profondità di Cristo. Così, nella sua preghiera, san Luigi Maria si rivolge alla Madre del Signore dicendo: “Non ti chiedo visioni o rivelazioni, né gusti o delizie anche soltanto spirituali... Quaggiù io non voglio per mia porzione se non quello che tu hai avuto, cioè: credere con fede pura senza nulla gustare o vedere” (ibid., 69). La Croce è il momento culminante della fede di Maria, come scrivevo nell'Enciclica Redemptoris Mater: “Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione... E' questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell'umanità” (n. 18).


Lo Spirito Santo invita Maria a “riprodursi” nei suoi eletti, estendendo in essi le radici della sua “fede invincibile”, ma anche della sua “ferma speranza” (cfr Trattato della vera devozione, 34). Lo ha ricordato il Concilio Vaticano II: “La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, cosi sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (Lumen gentium, 68). Questa dimensione escatologica è contemplata da san Luigi Maria specialmente quando parla dei “santi degli ultimi tempi”, formati dalla Santa Vergine per portare nella Chiesa la vittoria di Cristo sulle forze del male (cfr Trattato della vera devozione, 49-59). Non si tratta in alcun modo di una forma di "millenarismo", ma del senso profondo dell'indole escatologica della Chiesa, legata all'unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo. La Chiesa attende la venuta gloriosa di Gesù alla fine dei tempi. Come Maria e con Maria, i santi sono nella Chiesa e per la Chiesa, per far risplendere la sua santità, per estendere fino ai confini del mondo e fino alla fine dei tempi l'opera di Cristo, unico Salvatore. [...]
da «Vatican.va»


sabato 21 ottobre 2017

Con Dio in Russia






scritto da Aldo Maria Valli

«Niente poteva separarmi da Dio perché egli è presente in tutte le cose. Nessun pericolo mi poteva minacciare, nessuna paura poteva più spaventarmi, salvo quella di distogliere il mio sguardo da lui e non vederlo più».

Queste parole sono di un religioso, un gesuita: Walter J. Ciszek, americano nato da una famiglia di emigrati polacchi. Parole che riassumono efficacemente una vicenda umana e spirituale da conoscere, perché si tratta di una grandissima testimonianza di fede.

L’occasione è offerta dalla pubblicazione di una nuova edizione dell’autobiografia di padre Ciszek, «With God in Russia» (Harper Collins), nella quale il protagonista ripercorre gli anni vissuti da prigioniero in Unione Sovietica, nel gulag.

Ma andiamo con ordine.

Walter Ciszek nasce in Pennsylvania il 4 novembre 1904. Figlio di emigrati dalla Polonia, ha dodici fratelli, tra cui due sorelle che diventeranno suore. Entra nella Compagnia di Gesù nel 1928 e dal 1934 studia al Collegium Russicum di Roma, voluto nel 1929 da Pio XI, e affidato ai gesuiti, come centro di formazione di missionari da inviare nella Russia sovietica.

Nel 1938 Walter è ordinato sacerdote cattolico di rito bizantino e un anno dopo, spinto dal desiderio di testimoniare la fede là dove un regime ateo pretende di cancellare Dio, riesce a passare di nascosto la frontiera e si stabilisce ad Albertyn, nella regione di Slonim. È territorio polacco, ma proprio in quel periodo, in seguito al patto Molotov-Ribbentrop, l’area passa sotto il controllo sovietico.

L’arrivo dell’Armata Rossa sconvolge tutto. Nella parrocchia in cui lavora padre Walter si stabilisce un gruppo di soldati sovietici e subito incominciano arresti e persecuzioni. Le proprietà ecclesiali sono espropriate e la parrocchia viene chiusa.

Per dare assistenza spirituale agli operai polacchi trasferiti in Russia il gesuita si trasferisce a Teplaya Gora, negli Urali, dove però ogni attività religiosa può avvenire solo nella clandestinità. Le spie comuniste sono ovunque e parlare di Dio in pubblico equivale a una condanna certa. Per celebrare la messa si va nei boschi, ovviamente senza abiti liturgici, usando un tronco come altare. L’apostolato è impossibile. I lavoratori cattolici temono gli informatori comunisti ed evitano di rivelare la loro fede.

Nonostante le precauzioni, nell’agosto 1940 padre Ciszek è arrestato e condotto prima nella prigione di Perm, poi nel famigerato carcere moscovita della Lubianka, quartier generale sei servizi segreti e simbolo del terrore staliniano.

In carcere il gesuita subisce una doppia emarginazione. Gli stessi compagni di prigionia, sottoposti agli effetti della propaganda atea, vedono nel prete una parassita, lo insultano e lo evitano.

Dopo due anni di interrogatori, sevizie e privazioni, la polizia segreta sovietica riesce a strappare al gesuita americano, ormai esausto, una «confessione» dei suoi presunti crimini. Per Ciszek è un terremoto interiore. Si rende conto di aver puntato più sulla sua testardaggine e sulla capacità di far fronte alle sfide che sull’aiuto di Dio. Soltanto quando ammette la sua totale impotenza e si abbandona alla volontà di Dio ritrova la pace. Non esita a chiamarla una conversione.

La condanna, in quanto «spia», è a quindici anni di gulag. Gettato in un vagone con una ventina di criminali comuni, il religioso è deportato a Krasnoyarsk, in Siberia, dove lavora a ritmi impossibili e temperature polari in una miniera di carbone. Ma, sia pure in condizioni tanto estreme, riesce a celebrare la messa con vino e pane introdotti di nascosto, e di notte confessa i prigionieri e assiste i moribondi. Incontra anche pastori battisti e pope ortodossi incarcerati e vive quello che poi definirà l’«ecumenismo della persecuzione».

Solo il 22 aprile 1955 può uscire finalmente dal gulag e dopo quindici anni riesce per la prima volta a comunicare con la famiglia, che dal 1947 lo aveva dato per morto.

Costretto al confino, trova lavoro come meccanico in un garage nella città di Abakan. Poi, il 12 ottobre 1963, improvvisamente, la libertà: nell’ambito di uno scambio di prigionieri con i servizi occidentali, il Kgb lo preleva, lo porta a Mosca e lo imbarca su un volo per Londra.

Rientrato negli Stati Uniti, padre Ciszek presta la sua opera per vent’anni al Centro ecumenico Giovanni XXIII della Fordham University, a New York. Dove muore l’8 dicembre 1984.

«Ho imparato a rivolgermi a Dio per domandargli la sua consolazione e a non porre la mia fiducia in altri se non in lui» racconta rievocando i lunghi anni di prigionia. Ma perché andare proprio nella tana del lupo?

All’origine c’è l’appello di Pio XI, che nel 1929, l’anno di fondazione del Russicum, chiede nuovi missionari per la Russia. Ma c’è anche il temperamento di un giovane attirato dalle imprese apparentemente impossibili.

È così che Ciszek, primo prete americano ordinato secondo il rito bizantino, consacra la sua vita all’apostolato in mezzo alla persecuzione.

Ciszek racconta di essere stato un ragazzo ostinato e duro con se stesso. Lo affascinava l’idea di fare sempre la cosa più difficile. Di qui il sogno di essere missionario nella Russia sovietica. Di qui anche la capacità di resistere alla fame, al freddo, agli interrogatori, ai soprusi, alle violenze. Ma la vera forza gli arrivò da Dio. Perché «la religione, la preghiera e l’amore di Dio non cambiano la realtà, ma le danno un nuovo significato».

E la paura? Certo che la provò. Così come la solitudine. Ma «tu pensi forse che Dio non sappia dove sei e ti possa dimenticare?». Proprio nei momenti più tragici padre Ciszek riconosce la mano della Provvidenza e avverte che il compito al quale è stato chiamato è portare anime a Dio.

L’ispirazione, racconta, gli venne dalla figura di Stanislao Kostka, nobile adolescente polacco che nel XVI secolo, sfidando la contrarietà della famiglia, fuggì di casa e andò a piedi a Roma per entrare nella Compagnia di Gesù (e ricordiamo che proprio a Stanislao Kostka è intitolata la chiesa di Varsavia di fronte alla quale riposa il beato Jerzy Popiełuszko, il sacerdote polacco rapito e ucciso trentatré anni fa, il 19 ottobre 1984, da funzionari del Ministero dell’interno polacco).

«Apostolo della divina provvidenza», così madre Marija Shields, di un monastero bizantino carmelitano in Pennsylvania, ha definito padre Ciszek. «Voleva che tutti vivessimo per Dio e ci ha mostrato come farlo».

La causa di beatificazione del gesuita è stata avviata nel 1990.

Il 7 maggio dell’anno 2000 mi trovavo al Colosseo, a Roma, quando Giovanni Paolo II commemorò i testimoni della fede del ventesimo secolo. Ricordo alcune delle parole pronunciate nell’omelia: «La generazione a cui appartengo ha conosciuto l’orrore della guerra, i campi di concentramento, la persecuzione […]. Sono testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore e di tante prove […]. La loro memoria non deve andare perduta, anzi va recuperata in maniera documentata. I nomi di molti non sono conosciuti; i nomi di alcuni sono stati infangati dai persecutori, che hanno cercato di aggiungere al martirio l’ignominia; i nomi di altri sono stati occultati dai carnefici. […]. Laddove l’odio sembrava inquinare tutta la vita senza la possibilità di sfuggire alla sua logica, essi hanno manifestato come l’amore sia più forte della morte. All’interno di terribili sistemi oppressivi, che sfiguravano l’uomo, nei luoghi di dolore, tra privazioni durissime, lungo marce insensate, esposti al freddo, alla fame, torturati, sofferenti in tanti modi, essi hanno fatto risuonare alta la loro adesione a Cristo morto e risorto […]. Resti viva, nel secolo e nel millennio appena avviati, la memoria di questi nostri fratelli e sorelle. Anzi, cresca! Sia trasmessa di generazione in generazione, perché da essa germini un profondo rinnovamento cristiano!».

Aldo Maria Valli


















giovedì 19 ottobre 2017

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale





(Prima parte)

Nell’ambito delicato della liturgia, in cui le suscettibilità sono in agguato, il soggetto di questo intervento comporta un vantaggio. Sganciato da ogni ideologia, esso si vuole risolutamente pragmatico. Il contadino, quando pianta un seme, può avere un’ideologia. Quando raccoglie, non è più lo stesso. Al contatto con il reale, con la natura, l’ideologia ha contribuito alla nascita di un frutto. Un frutto che può raccogliere; un frutto che può essere bello, piccolo, talora assente.
Dieci anni fa, Papa Benedetto XVI ha realizzato un progetto maturato sin dai primi tempi del suo incarico di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ridare uno statuto ufficiale al messale del 1962, attraverso la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum.
Mettiamoci umilmente al servizio non dei nostri pensieri, ma della Chiesa, e più particolarmente della sua liturgia, considerando i frutti di questo documento per la Chiesa universale.
In un primo momento, vorrei evocare la storia liturgica dell’abbazia di Fontgombault, come una panoramica. Seguiranno delle riflessioni sui frutti del documento pontificio secondo i punti di vista del rito e della Chiesa.


Storia

Dom Jean Roy O.S.B. (1921-1977), Abate di Notre-Dame di Fontgombault dal 1962 al 1977, accolse di buon grado il piccolo convoglio di riforme dell’Ordo Missæ, nel 1965. Non fu tuttavia senza qualche apprensione che seguì la fermentazione, che sfocerà nel 1969 nella promulgazione di un nuovo Ordo Missæ, del quale percepì al contempo le qualità e i limiti.

Fedele al principio di non dire nulla che non sia teologicamente certo, né di fare alcunché che non sia canonicamente in regola, e contro numerose e forte pressioni, il Padre Abate mantenne l’uso del messale tridentino fino alla fine del 1974.

Secondo il documento di promulgazione del nuovo messale, esso sarebbe diventato obbligatorio quando le conferenze episcopali avessero ottenuto l’approvazione della traduzione. Fu questo il caso alla fine di quell’anno. 

Il Padre Abate ottemperò, non senza reticenze, ma considerando che i monaci non dovevano nemmeno dare l’impressione di disobbedire. Più tardi, dirà che la sua decisione rilevava più dalla prudenza che dall’obbedienza, poiché non era certo che il nuovo messale fosse obbligatorio e che il messale tridentino fosse legittimamente interdetto. L’avvenire mostrerà che il suo dubbio era giustificato.
Il Padre Abate raccomandò ai sacerdoti dell’abbazia di conservare nella celebrazione dei santi misteri le disposizioni di pietà, di rispetto, di senso del sacro che avevano acquisito alla scuola del messale tridentino.
È in questo clima liturgico pesante che il Padre Abate ha concluso la sua vita, in occasione di un Congresso benedettino a Roma, nel 1977; una vita senza dubbio abbreviata, almeno parzialmente, dalla lotta che non ha cessato di condurre per la difesa della santa Chiesa e della sua Tradizione.
Mediante la lettera circolare Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984, inviata alle conferenze episcopali, la Congregazione per il Culto divino faceva eco al desiderio del Sommo Pontefice san Giovanni Paolo II (1920-2005), di dare soddisfazione ai sacerdoti e ai fedeli desiderosi di celebrare secondo il messale romano pubblicato nel 1962. 

A partire dalla festa dell’Annunciazione del 1985, i sacerdoti del monastero – a condizione di farne personalmente richiesta all’ordinario del luogo – ricevettero il permesso di dire la metà delle messe della settimana secondo tale messale.
Una nuova tappa fu compiuta in seguito alle infelici “consacrazioni di Ecône”, con la creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Al prezzo di trattative rese difficili in virtù di persone influenti, Dom Antoine Forgeot O.S.B., successore del Padre Abate Jean, ottenne dalla Commissione il rescritto del 22 febbraio 1989, autorizzando a riprendere in maniera abituale il messale del 1962.

Incoraggiata dalla Commissione per tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un avvicinamento con il messale del 1969, l’abbazia ha conservato il nuovo calendario per il santorale, e ha adottato qualche nuovo prefazio, una preghiera universale la domenica… Queste usanze si riveleranno andare nella direzione del pensiero del cardinale Joseph Ratzinger.
Il 7 luglio 2007, il motu proprio Summorum Pontificum ha reso il suo pieno diritto di cittadinanza al messale del 1962. Se all’abbazia non fu occasione di riunioni, già anticipate da più di vent’anni, esso ha aumentato la devozione filiale e la gratitudine dei monaci nei confronti della Madre Chiesa e verso Benedetto XVI.
Da questa data, un centinaio di sacerdoti desiderosi d’imparare a celebrare nella forma extraordinaria – la cui età media è attorno ai 30-40 anni –, sono venuti all’abbazia. Inviati dal loro vescovo in vista di un ministero specifico, venuti da sé stessi al fine di rispondere alla richiesta dei fedeli, o semplicemente desiderosi di celebrare in privato questa forma venerabile per profittare della sua spiritualità, essi compiono il loro soggiorno con la convinzione di avere scoperto un tesoro. Le difficoltà incontrate riguardano l’uso della lingua latina e una presa di coscienza di una “conversione” da compiere nella maniera di celebrare, sulla quale torneremo oltre.

La gran parte di essi continueranno a praticare abitualmente la forma ordinaria. Altri celebreranno regolarmente una o più messe nella forma extraordinaria nella loro parrocchia – ciò che prevede il motu proprio –, e non solo per dei fedeli relegati in una “piccola cappella”.

Come non vedere qui le primizie di un rinnovamento della Chiesa orante, la nascita di sacerdoti e fedeli senza complessi, che attingono generosamente alla fonte inesauribile della tradizione liturgica della Chiesa, segnata almeno dalle preghiere del sacerdote – dette private –, di spirito monastico. 

Il messale di san Pio V è un messale medievale. Beneficia del clima di una società in cui il monachesimo ha svolto un ruolo capitale, sia tramite Cluny sia attraverso Cîteaux. Arricchito dal contatto con la tradizione monastica, esso è a immagine di ciò che san Benedetto chiede ai suoi monaci: “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” (RB 43,3).

Che dei sacerdoti riscoprano così il sacro, che i fedeli se ne abbeverino, non può essere senza riverbero sulla società. Ecco già uno dei primi frutti del motu proprio.




[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]









romualdica.blogspot.it (19-10-2017)