venerdì 7 luglio 2017

Il cattolico errante e la ricerca della liturgia perduta






di Aldo Maria Valli  (07/07/2017)

Sto notando, tra i credenti, il diffondersi di un fenomeno nuovo. O, meglio, di una nuova figura. Lo chiamerei il «cattolico errante».

Si tratta di un bravo cattolico, un po’ di tutte le età e le condizioni sociali, che vaga di chiesa in chiesa, di parrocchia in parrocchia. Perché lo fa? Perché, stanco di liturgie sciatte e di chiese brutte, di preti iperattivi o apatici, di parrocchiani sovreccitati o depressi, cerca una chiesa che sia semplicemente normale, con un prete che sia semplicemente prete, una liturgia semplicemente dignitosa, un edificio semplicemente rispettoso del sacro, fedeli semplicemente beneducati.

Il cattolico errante non ha molte pretese. In genere non è un tradizionalista. Anzi, cresciuto nella Chiesa del post Concilio, ne ha assimilato tutto il buono che c’è. Però è stanco, molto stanco. Non sopporta più le degenerazioni nate da una lettura distorta del Concilio, non gli va più di convivere con ignoranza e superficialità. Non ne può più di musica per nulla sacra, cori stonati, altoparlanti da discoteca, licenze assurde nella celebrazione. Non sopporta più fedeli chiassosi e sbracati. Non ne può più di chiese orrende, preti che celebrano con le scarpe da ginnastica, tazebao appesi tra una Madonna e un San Giuseppe. Non accetta più di subire omelie irrimediabilmente scontate o troppo immaginifiche. Non gli va più di fare i conti con parroci che sbrigano la messa come fosse una pratica amministrativa o che la trasformano in spettacolo. Ed è anche stanco di essere guardato come un provocatore ogni volta che osa dire come la pensa. Così si mette in viaggio e diventa un cattolico errante.

Il suo obiettivo è naturalmente quello di tornare a essere un cattolico stanziale, e c’è da dire che spesso ci riesce. Per quanto grami, infatti, questi nostri tempi non sono disperati. Ci sono ancora tanti preti semplici e assennati, alla guida di parrocchie normali nel senso migliore del termine. Ci sono ancora tanti bravi predicatori. C’è ancora attenzione per la coerenza liturgica, per il bel canto, per la musica davvero sacra. Però sono tesori che vanno cercati. E il metodo più utilizzato dal cattolico errante è il passaparola. Come nel seguente esempio di dialogo tra un ex cattolico errante tornato stanziale, che chiameremo Tizio, e un cattolico stanziale che sta per diventare errante, e chiameremo Caio.

Tizio: Ciao Caio!

Caio: Ciao Tizio!

Tizio: Lo sai che ho trovato una bella parrocchia? La Chiesa non è né troppo piccola né troppo grande e l’acustica è perfetta, tanto che non c’è bisogno di altoparlanti. I canti sono stupendi, qualcuno perfino in latino. Niente chitarre, niente tamburi. Pensa che i fedeli, quando entrano ed escono, si inginocchiano! E nessuno si mette a chiacchierare come se si trovasse nella piazza del mercato.

Caio: Ma no? Non ci posso credere!

Tizio: Te l’assicuro, è tutto vero! E il parroco non è un attivista. Niente lotterie, niente viaggi, niente iniziative strane. Non è neanche logorroico. Solo preghiera, adorazione eucaristica e catechismo. E tanta cura per la liturgia. E tante ore trascorse nel confessionale.

Caio: Ma guarda! Sembra impossibile!

Tizio: Anche a me sembrava impossibile. Poi ho trovato questa parrocchia e mi è tornata la voglia di andare in chiesa. E ancora non ti ho detto delle prediche: bellissime! Il parroco non è malato di protagonismo, né monomaniacale. Si limita a commentare il Vangelo del giorno e ogni volta lo fa con semplicità, ma senza diventare banale. E sa farsi ascoltare da tutti, bambini e vecchi, colti e meno colti!

Caio: Dimmi subito dove si trova questa parrocchia!

Ecco, le cose più o meno vanno così. Certo, il traffico un po’ ne risente, perché tutti questi cattolici erranti sono costretti a spostarsi percorrendo molti chilometri. Ma ne vale la pena.

Anche se il cattolico errante spesso non lo sa (perché è una persona semplice, mossa solo dalla sua fede e dal desiderio del bello e del sacro), il «Codice di diritto canonico» sta dalla sua parte. Il Codice infatti riconosce non solo il diritto di ricevere dai pastori l’aiuto derivante dai beni spirituali della Chiesa, specie attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, ma anche «il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa». Quindi c’è un diritto a evitare le storture, le stranezze e le ambiguità, per non parlare delle vere e proprie profanazioni.

In realtà il Codice dice che le aberrazioni liturgiche vanno anche segnalate e denunciate, e che anzi, per il cattolico, questo è un preciso dovere. Ma il cattolico errante, mosso da pietà, spesso preferisce stendere un velo pietoso e, anziché scrivere al vescovo ed esporre le sue lagnanze, si mette in viaggio.

Il cattolico errante, insomma, non fa che cercare ciò che gli spetta. Lo spiega molto bene anche il liturgista don Nicola Bux in quel prezioso libro che è «Come andare a messa e non perdere la fede», dove ricorda che in tutti i casi in cui la comunità, anziché lodare Dio, celebra se stessa (per dirla con Joseph Ratzinger, trasforma la liturgia in «una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi»), occorre reagire.

Pochi lo sanno, e don Bux giustamente lo sottolinea: nell’istruzione «Redemptionis sacramentum» del 2004, approntata dalla Congregazione per il culto divino d’intesa con quella per la dottrina della fede, si legge che tutti i fedeli «godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme». Dunque niente fantasie, niente aggiunte, niente travisamenti, perché «il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa messa, in piena conformità con la dottrina del magistero della Chiesa».

Oggi, 7 luglio 2017, sono passati dieci anni esatti dalla lettera apostolica in forma di motu proprio «Summorum pontificum» di Benedetto XVI, che, insieme all’istruzione «Universae Ecclesiae», ha permesso il moltiplicarsi delle messe in rito antico, secondo un’esigenza sempre più diffusa. La data è dunque propizia per ricordare che per secoli la Chiesa, specie attraverso l’arte, la musica, l’architettura, ha orientato tutto alla gloria di Dio, alla preghiera, alla salvaguardia della dottrina. Poi, improvvisamente, un’idea distorta di aggiornamento ha dato inizio agli orrori.

Farne l’elenco non è necessario. Delle chiese bruttissime e dei tabernacoli spariti, o messi in un angolo, ci siamo già occupati in un’altra occasione. Qui vorrei solo sottolineare la verbosità che ha fatto irruzione nella celebrazione della messa. Verbosità vuol dire che si chiacchiera troppo, si prega poco e si adora ancor meno. Don Bux scrive che la messa «non è una conferenza dove devi capire tutto», quindi è inutile che il celebrante si affanni a spiegare ogni cosa, in modo didascalico, quasi desacralizzando la liturgia. «Il linguaggio liturgico non può essere quello quotidiano» e «comprendere la realtà della liturgia è diverso dal comprendere le parole». Occorre lasciare spazio al mistero e lasciarsi prendere dal mistero. San Bonaventura arriva a dire che durante la liturgia bisogna sospendere l’attività intellettuale. La liturgia è essenzialmente adorazione di Dio.

Un’annotazione va fatta sul ruolo della comunità, del popolo di Dio. Che partecipa alla messa, ma, attenzione, non è il soggetto della messa. Tanto è vero che il celebrante può benissimo essere da solo e la messa è pienamente valida. Quindi, se va evitato il protagonismo del celebrante, va evitato anche quello dell’assemblea, altrimenti c’è davvero il rischio che l’azione liturgica diventi spettacolo rispetto al quale tutti sono desiderosi di dare un contributo. Partecipare non vuol dire gareggiare nel protagonismo, ma stare al proprio posto, con discrezione. Un malinteso senso della partecipazione porta a coinvolgere il popolo in modo improprio. «Partecipare attivamente significa cooperare intimamente con la grazia di Dio; non è attività esteriore».

Bellissime poi le pagine nelle quali don Bux spiega la necessità e il significato dell’inginocchiarsi. Vangelo e Atti degli apostoli ci dicono che Gesù, Pietro, Paolo e Stefano hanno pregato in ginocchio. «Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr Filippesi 2,10), segno della signoria di Dio sul mondo. In tale gesto di verità si inserisce la Chiesa nel glorificare Gesù Cristo». L’inginocchiarsi, il genuflettersi e l’inchinarsi sono atti di culto esterno, certamente, ma anche di fede. Ci aiutano nella preghiera e nell’adorazione. Come scrisse Romano Guardini: «Quando entri in chiesa o ne esci, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: “Mio grande Iddio!…”. Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all’anima tua».

Sì, ci farà bene. Come il silenzio, il «sacro silenzio», che è esso stesso preghiera e manifestazione di fede e adorazione. Quel silenzio che oggi è così negletto nelle celebrazioni piene di clamore, nelle quali si arriva perfino all’applauso. Come se l’azione liturgica, al pari di uno spettacolo, dovesse procurare emozioni e non aiutarci a entrare nel mistero permanente di Cristo sulla croce.

Insomma, il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci. Ed è comprensibile che, una volta trovato un tesoro così grande, lo voglia condividere.

Aldo Maria Valli











Decimo anniversario della promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum





OLANDA. DATI CHOC IN TEMA DI EUTANASIA. CONSIGLIO DI LETTURA AI PARLAMENTARI “CATTOLICI” IN TEMA DI DAT.










MARCO TOSATTI (07/07/2017)

Ogni cinque anni l’Olanda conduce uno studio sulla morte nel Paese, e per verificare se la legge sull’eutanasia crea problemi. Il rapporto del 2015 è impressionante. E credo che dovrebbe essere esaminato attentamente dai politici – in particolare i soi-disant cattolici – che si stanno occupando della legge sulle disposizioni anticipate (DAT). Forse non farebbero male a leggerlo anche i vescovi, e gli organi di informazione cattolica finanziati dalla Conferenza Episcopale. Se l’Olanda, che probabilmente è un Paese più serio e strutturato della nostra povera Italia, accadono queste cose, Dio solo sa verso quale precipizio scivoleremmo noi con questo giocattolo di vita-morte fra le mani. Tanto per capirci: vi ricordate le assicurazioni di Alfano e compagnia cantante cattolica sui paletti per le unioni civili, le adozioni, il riconoscimento dei bambini comprati praticamente su Amazon? Ecco…

Potete leggere l’articolo in inglese a questo link.

Ma ecco i dati. Nel 2015 ci sono state in Olanda 7254 morti assistite (6672 eutanasie, 150 suicidi assistiti, e 431 fine vita senza richiesta. La ricerca non specifica i dettagli relativi a questi 431 casi. Ma secondo Alex Shadenberg, un attivista olandese che si batte contro l’estensione dell’eutanasia, si tratta di “un chiaro abuso della legge sull’eutanasia”. In ottobre scorso il governo ha annunciato l’intenzione di estendere l’eutanasia a persone non in fase terminale, o malate, ma che dichiaravano di aver vissuto “una vita completa”. Nel 2017 un Comitato Regionale decise che l’eutanasia forzata su una donna afflitta da demenza, sedata e con i familiari che la tenevano per ricevere l’iniezione letale non aveva seguito le regole, ma che “era stata fatta in buona fede”.

Da notare che un gruppo di medici olandesi si oppone all’eutanasia per demenza, e che l’Associazione medica Olandese si oppone all’idea di permettere l’eutanasia per “una vita completamente vissuta”.

Secondo Alex Schadenberg invece i dati provano che “dopo la legalizzazione, l’eutanasia segreta continua a essere praticata, che le regole, come l’obbligo di denunciare tutte le morti assistite saranno ignorate e l’eutanasia continuerà a crescere e estendersi a un numero sempre maggiore di situazioni. Un piano inclinato scivoloso esiste e l’esperienza olandese lo prova”.









fonte: Stilum curiae






mercoledì 5 luglio 2017

Müller fuori. Ma il vero attacco è contro "Veritatis splendor"






di Sandro Magister



05 lug '17

Domenica 2 luglio, proprio nel giorno in cui papa Francesco ha rimosso il cardinale Gerhard L. Müller da prefetto della congregazione per la dottrina della fede, da tutte le chiese cattoliche di rito romano, all'inizio della messa, è salita a Dio la seguente preghiera, chiamata "colletta" nel messale:


"Deus, qui, per adoptionem gratiæ, lucis nos esse filios voluisti, præsta, quæsumus, ut errorum non involvamur tenebris, sed in splendore veritatissemper maneamus conspicui. Per Dominum nostrum…".


In italiano, nella traduzione ufficiale:


"O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore…".


La sorte – o la divina provvidenza? – ha quindi voluto che la cacciata del cardinale Müller sia stata accompagnata dalla corale invocazione liturgica che lo "splendore della verità" continui a illuminare la Chiesa.


"Splendore della verità" è esattamente il titolo della più importante enciclica dottrinale di Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1993:


> Veritatis splendor


È un'enciclica "circa alcune questioni fondamentali dell'insegnamento morale della Chiesa": proprio le questioni che oggi sono tornate di nuovo ad essere materia di contrasto, con ampi e influenti settori della Chiesa che ritengono ormai superati – specie dopo la pubblicazione di "Amoris laetitia" – alcuni principi capitali della "Veritatis splendor".


Basti osservare che ben quattro dei cinque "dubia" sottoposti nel settembre dello scorso anno a papa Francesco dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner vertono proprio sulla coerenza o meno di "Amoris laetitia" con "Veritatis splendor". E tali "dubia" continuano ad essere tuttora apertissimi, anche per il rifiuto di papa Francesco di prenderli in considerazione e di incontrare i quattro cardinali.


Ma quali sono stati la genesi e l'obiettivo di "Veritatis splendor"? Per rispondere a questa domanda c'è un testimone d'eccezione: Joseph Ratzinger.


Da predecessore di Müller alla testa della congregazione per la dottrina della fede egli contribuì in modo sostanziale alla scrittura di quell'enciclica.


Ma anche dopo le sue dimissioni da papa continua a giudicare la "Veritatis splendor" di "immutata attualità", da "studiare e assimilare" anche oggi.


Nel 2014, in un suo meditato capitolo per un libro in onore di Giovanni Paolo II, Ratzinger ha indicato proprio nella "Veritatis splendor" la più importante e attuale delle quattordici encicliche di quel papa.


Uno capitolo che è tutto da rileggere, con un occhio a ciò che sta accadendo oggi nella Chiesa, regnante il suo successore Francesco.


Ecco il passaggio dedicato dal "papa emerito" a quell'enciclica.


*


SULLA "VERITATIS SPLENDOR"

L'enciclica sui problemi morali "Veritatis splendor" ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità.


La costituzione del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all'orientamento all'epoca prevalentemente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico.


Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo. Poi andò affermandosi l'opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede.


Scomparve così, da una parte, la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell'efficacia, è meglio o peggio.


Il grande compito che Giovanni Paolo II si diede in quell'enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell'antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura.


Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere.


*


Vedendo ciò che accade oggi nella Chiesa cattolica, anche ai suoi vertici, le ragioni che motivarono l'enciclica "Veritatis splendor" sono tutte di nuovo presenti, con pari se non maggiore drammaticità.


E rendono più che mai attuale anche la preghiera per restare "nello spìendore della verità" che si è levata domenica scorsa da tutte le chiese.


















lunedì 3 luglio 2017

CHARLIE GARD, ovvero DELLA SCONFITTA DEL BENE.




di Gabriele Gabbanini


Inizio raccordandomi ad un evento apparentemente decontestualizzato.

Come sapete, oggi 3 luglio, è morto il grande attore Paolo Villaggio.

Come spesso accade, in concomitanza della morte di un personaggio pubblico, le persone fanno qualche ricerca su internet per avere qualche informazione in più sul trapassato.

Quasi una moderna forma di omaggio al defunto che, nei tempi dei big data disponibili per tutti, risulta niente affatto complicata.

Il sottoscritto non ha derogato e, saputo della morte dell’attore, ha imbracciato la tastiera e, su internet, si è imbattuto in una intervista del de cuius resa qualche tempo fa.

Ivi il grande attore (a cui non facciamo mancare le nostre preghiere) su precisa domanda, rendeva conto del suo tormentato rapporto con la religione affermando che, per un uomo di cultura moderno, sarebbe stato ben arduo avere/mantenere la Fede (si riferiva a quella cattolica).

In particolare il buon Paolo rilevava come non fosse possibile credere, per esempio, alla verginità di Maria.

Cultura e Fede, dunque, descritte come “entità” che si escludono a vicenda.

Non posso essere d’accordo; ciò che mina la Fede non è la Cultura, è ben altro.

Tralascio il fatto che la Chiesa Cattolica (prima dell’infestazione modernista) abbia sempre insegnato che la Fede e la Ragione non si escludono affatto essendo la Ragione il presupposto della Fede.

Fermo l’insegnamento della Chiesa, sopra sintetizzato, il postulato di Paolo Villaggio non regge neppure ad una verifica empirica dato che moltissimi “grandi” del ‘900 non hanno trovato alcuna contrapposizione tra Fede e Ragione.

Ed invero da un punto di vista meramente empirico, per molti “grandi” intellettuali l’ostacolo più poderoso all’abbraccio della Fede non è stato tanto la sua pretesa inconciliabilità con la Ragione quanto, piuttosto, l’evidenza (e l’apparente invincibilità) del Male.

Mi viene a mente, al proposito, una delle donne più lucide degli ultimi anni: Oriana Fallaci.

La grandissima fiorentina, morta significativamente mano nella mano con Mons. Fisichella, non riusciva a trovare la via della Fede perché non riusciva ad accettare, e a conciliare, la bontà di Dio e l’esistenza del male, soprattutto del male “metafisico” ossia quel male gratuito, osceno, raccapricciante e senza giustificazione razionale come appunto il male perpetrato sugli esseri più indifesi, tipo i bambini o i malati.

Oriana Fallaci aveva colto, da persona lucidissima ed intelligentissima quale era, che ogni atto malvagio vulnera sempre la Speranza e, alla fine, porta ogni persona (soprattutto chi non beneficia della difesa della Fede) a dubitare della esistenza stessa del Bene e dunque, in ultima istanza, a dubitare dell’esistenza di Dio.


Lo scandalo subito da Charlie Gard è strumentale proprio all’annientamento del concetto di “bene” (e quindi, in ultima istanza, dell’idea di Dio) e non si può certo dire che chi tira le fila di questo abominio, ossia Satana, non abbia raggiunto il proprio scopo, almeno presso la gente più semplice.

La violenza di cui è fatto oggetto il bambino inglese, con la sua famiglia, è raccapricciante ed intollerabile viepiù perché apparentemente impunita e totalmente spersonalizzata constando, invero, in una blasfema – ed acefala – Ragion di Stato medico / giudiziaria verso la quale è pure difficile puntare il dito alla ricerca di presunti responsabili verso i quali invocare sacrosanta Giustizia umana (in attesa di quella divina).

Charlie Gard è in un vicolo cieco, ma lo siamo anche noi, inermi e schiacciati da un male che sembra davvero invincibile, per difenderci dal quale non ci rimane altro che invocare l’aiuto di Dio e della Madonna senza però, apparentemente, avere dal Cielo alcuna risposta.

In questo raccapricciante contesto è ovvio che le persone meno forti, davanti al sacrificio di questo bambino inglese, perdano la Fede in Dio perché, si dicono tra sé e sé, se Dio ci fosse stato non avrebbe permesso quello che sta succedendo a Charlie.

E’ esattamente questo ragionamento quello su cui conta Satana affinché ci perdiamo definitivamente ed è esattamente l’inganno intellettuale che dobbiamo evitare come la peste.

Del resto noialtri che ancora siamo capaci di scandalizzarci del male siamo, per ciò stesso, la prova che il bene esiste, che lo Spirito Santo è ancora in mezzo a noi e ci comanda, prima di tutto, di non cedere alla paura.

Dobbiamo mantenere la Speranza nonostante l’apparente invincibilità del Male che c’attornia, ma dobbiamo anche fare altro.

Voglio, al proposito, concludere queste semplici, e forse banali, note con una citazione dal saggio “La grande eresia” di Marcel De Corte (ed. EFFEDIEFFE p.96): “Frattanto bisogna restar saldi nella fede, secondo l’esortazione dell’Apostolo: Vos autem resistite fortes in fide.

San Tommaso ci dice che la virtù cardinale della forza consiste in due attività connesse: resistere, resistere a tutto ciò che suscita timore; aggredi, attaccare con audacia ciò che solo con l’audacia può venire abbattuto; e aggiunge che essa è coronata da una terza: sperare, la speranza. Tale virtù ha il suo analogo evangelico nella virtù sovrannaturale della hypomoné, la virtù di pazienza e di resistenza alla prove. PRATICHIAMOLE.

Pazienza è la parola chiave del Vangelo. Santa Teresa d’Avila ce lo assicura: << la pazienza ottiene tutto>> …”

Come insegna il Doctor Angelicus dobbiamo dunque resistere al male ed al timore che esso suscita, ma dobbiamo avere anche la forza di rispondere con audacia manifestando il proprio “NO”, in particolare nei confronti di ciò che sta succedendo a Charlie.

Io, nella mia meschinità, cerco di praticare l’insegnamento dell’Aquinate mediante queste povere righe di denunzia di quello che sta accadendo.

Nell’attesa che arrivino, auspicabilmente, Vescovi (e Papi) che si decidano a riprendere il ruolo di guide del popolo cristiano.

Resistenza paziente e audace risposta, si diceva, il tutto sublimato, come è ovvio, da altrettanto paziente ed incessante preghiera affinché trionfi presto il Cuore Immacolato di Maria e spazzi via questa “necro-cultura” che “possiede” l’occidente (e spiace dirlo anche larga parte del clero) e che, come ha detto egregiamente il Cardinale Sgreccia, degrada l’uomo malato a scarto di cui disfarsi per mero, abietto, conto economico.

Insieme a Charlie muoiono anche i popoli d'Europa





Anziché promuovere la cultura della vita, il Vecchio Continente si sta suicidando legittimando la cultura della morte


Magdi Cristiano Allam - Dom, 02/07/2017 


Il piccolo Charlie Gard incarna una realtà nuova nella cultura della morte che sta travolgendo questa Europa: si chiama «eutanasia di Stato». Sono i medici e i tribunali ad avere deciso che deve morire per soffocamento, staccando la spina del respiratore.

I suoi genitori sono contrari. Ma medici e tribunali hanno detto «no» al proseguimento dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale; «no» al suo trasferimento negli Stati Uniti per sottoporlo a una cura sperimentale; «no» al suo ricovero in un centro di assistenza per malati terminali; «no» ad affidarlo ai genitori che hanno espresso il desiderio di portarlo a casa forse per un estremo saluto, dopo avergli fatto il bagnetto e sistemato amorevolmente nella sua culletta.

Pur essendo affetto da una rara patologia genetica, il piccolo Charlie non è in fase terminale. Ma per i medici non essendoci speranze, anche l'alimentazione e l'idratazione sarebbero accanimento terapeutico. Non solo la Chiesa cattolica, anche il nostro Comitato nazionale per la bioetica sostengono il contrario.

Il caso del piccolo Charlie è diverso da quello di Eluana Englaro, perché fu il padre Beppino che volle che la figlia morisse, riuscendo a far interrompere l'alimentazione e l'idratazione artificiale il 9 febbraio 2009 dopo il parere favorevole della Corte d'appello e della Cassazione.

Ebbene ora è lo Stato, attraverso la magistratura, che decide se una persona possa continuare a vivere o se debba morire. Lo si riscontra anche con il trattamento riservato agli anziani ricoverati, che non sono più considerati persone da curare, ma pazienti sgraditi perché si traducono in un peso economico che riduce le risorse di per sé insufficienti dell'«azienda ospedaliera». Al centro delle scelte dello Stato non c'è più la persona, ma la moneta.

L'eutanasia di Stato si consuma nel contesto della «dittatura del relativismo» che si è impossessata dell'Europa. Quando si relativizza il valore assoluto della vita dal concepimento alla morte naturale, si avvia un processo suicida che porta a legittimare ogni arbitrio contro la vita stessa. Vivere o morire diventerà una scelta condizionata dalle crisi esistenziali. Quando si eleva il desiderio soggettivo del singolo a legge oggettiva della collettività, si trasforma l'eccezione nella regola, facendo venir meno la sostanza della legge. Il diritto all'aborto fu affermato sostenendo che per tutelare primariamente la donna, solo in casi estremi diventava legittimo uccidere il feto. Invece da subito l'aborto si è rivelato quasi esclusivamente un mezzo per il controllo delle nascite, dove il feto viene ucciso semplicemente perché la donna non vuole farlo nascere.

Eppure quest'Europa che ha elevato ad apice della propria civiltà l'aborto, l'eutanasia, l'eugenetica, la fecondazione artificiale e l'omosessualismo, è destinata ad estinguersi demograficamente perché è l'area del mondo che in assoluto fa meno figli. Anziché promuovere la cultura della vita, si sta suicidando legittimando la cultura della morte.


Magdi Cristiano Allam


magdicristianoallam@gmail.com



Fonte: Il Giornale