martedì 11 aprile 2017

Giudicare? Ecco perché il cattolico non solo può, ma deve farlo



di  (10/04/2017)
Dodici anni fa, il 18 aprile 2005, dopo la morte di Giovanni Paolo II, nella «Missa pro eligendo romano pontifice», il decano del collegio cardinalizio, il cardinale Joseph Ratzinger, pronunciò un’omelia che alle orecchie di molti suonò come un programma da affidare al futuro pontefice.
Un passaggio, in particolare, colpì tutti i presenti. È quello, famoso, nel quale Ratzinger denunciò la dittatura del relativismo, che ammette come unico metro di giudizio il proprio io moralmente ineducato: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero. La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».

Poi il decano disse: «Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede  –  solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1)».

Le parole dell’allora cardinale Ratzinger a molti possono sembrare superate. A me invece sono tornate alla mente leggendo il libro «Who Am I to Judge? Responding to Relativism with Logic and Love» («Chi sono io per giudicare? Una risposta al relativismo con la logica e l’amore»), del teologo Edward Sri, docente all’Augustine Institute di Denver, Colorado.

In questo testo il professor Sri si mette nei panni di tanti cattolici che, sottoposti alla mentalità relativista ormai ampiamente dominante, hanno paura di sostenere che sotto il profilo morale esiste un bene oggettivo e un male oggettivo e che dunque ci sono davvero scelte moralmente giuste o sbagliate.

Perché paura? Perché, risponde Sri, temono di offendere qualcuno e siccome non vogliono fare del male, ma apparire amorevoli, comprensivi e disponibili, evitano di formulare un giudizio morale sul comportamento delle persone.

Sri parte dalla sua esperienza accademica e ricorda tutte le volte che gli è stato chiesto: «Ma chi sei tu per giudicare? Chi sei tu per dire alla gente che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? Perché la Chiesa cattolica ha la pretesa di giudicare?».

Da lì, rendendosi conto di quanto il relativismo influenzi ormai il comune sentire, il teologo ha preso spunto per incominciare a spiegare ai suoi alunni che c’è una differenza tra formulare un giudizio morale e giudicare l’anima di una persona.

Quando Gesù raccomanda di non giudicare ci chiede di non prendere il posto di Dio, perché solo Dio sa che cosa c’è nel cuore di ogni uomo, ma di certo non ci chiede di astenerci da ogni valutazione morale cadendo nel relativismo.

Paolo ricorda che l’uomo spirituale giudica «ogni cosa», e lo fa alla luce della Parola di Dio. Il giudizio è quindi amore. Ecco perché il cattolico, di fronte al fratello che sceglie il male, non può dire semplicemente «Io non lo farei, ma tu fai pure, basta che vada bene per te». Questo non è amore. Questa è indifferenza e, alla fine, collaborazione con il male.

Il professor Sri sostiene che mentre nelle parrocchie ci sono, giustamente, programmi per la preparazione ai sacramenti, per la fede dei bambini e degli adulti, perfino per lo studio della Bibbia, non c’è quasi nulla per aiutare i cattolici a ritrovare la capacità di giudicare la realtà in termini morali. Sotto sotto prevale l’idea che un simile lavoro non vada fatto, per non creare tensioni, per non offendere le sensibilità delle persone. Ma in questo modo si lascia che le creature restino moralmente allo sbando.

Il problema interpella molto i genitori, che spesso non solo non hanno gli strumenti per proporre risposte morali ai figli, ma ritengono che le risposte non vadano date. Prevale l’idea che i giovani dovranno fare le loro esperienze e poi giudicheranno, in base a ciò che l’esperienza avrà insegnato. Ma questa via non è cattolica. Questa è proprio la via indicata dal relativismo.

Occorre recuperare l’idea che la Chiesa, maestra in umanità, non giudica per il gusto di sanzionare e dividere, ma per il bene delle creature, per non lasciarle in preda al disorientamento morale che, confondendo il male con il bene, le conduce su una strada non di salvezza ma di perdizione.

Troppo spesso, dice Sri, separiamo verità e misericordia, verità e compassione, come fossero cose diverse, mentre, al contrario, vanno sempre insieme. Mai dimenticare che quando Gesù, di fronte all’adultera, dice ai suoi accusatori «chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra», non legittima il relativismo, per cui nessuno può giudicare nessuno, ma mette gli accusatori di fronte alla necessità di un esame di coscienza. E poi è vero che alla donna dice «neanch’io ti condanno», ma le dice anche «va’ e d’ora in poi non peccare più».

Un’altra argomentazione che il professor Sri propone di utilizzare nei confronti del relativismo riguarda la reciprocità. Quando un amico relativista ti dice «tu non puoi giudicare le persone, ognuno può fare come gli pare», non bisogna aver paura di replicare che, in questo modo, il relativismo, che parla tanto di libertà, pretende di imporre a tutti la sua visione del mondo.

Noi cristiani, conclude Sri, siamo troppo sulla difensiva. Dovremmo recuperare un po’ di coraggio e trovare il modo di mostrare che la nostra attenzione per il giudizio morale nasce dall’amore verso le persone, non dal desiderio di condannarle.

Proprio mentre leggevo le argomentazioni di Edward Sri mi sono imbattuto anche in un’interessante intervista, pubblicata dall’«Osservatore romano», con  il frate minore conventuale Rocco Rizzo, rettore del Collegio dei penitenzieri vaticani che accolgono le persone nei confessionali della basilica di San Pietro.

Alla domanda su come vivono oggi i giovani il sacramento della confessione, padre Rizzo risponde: «C’è una buona percentuale che si confessa da noi. Alcuni provengono da comunità, gruppi, associazioni laicali e sono più preparati alla confessione. Molti invece si sono accostati al sacramento in occasione della prima comunione e si sono fermati lì. Quando capitano questi casi, la confessione diventa molto difficile, soprattutto perché bisogna aiutare il penitente a scavare un po’ dentro la coscienza».

Quale la principale difficoltà nel confronto con i giovani?

Sta nel fatto, risponde il penitenziere, che «per i giovani di oggi è difficile riconoscere i peccati. Non hanno una coscienza formata. Il relativismo ormai ha preso il sopravvento e quindi si è perso il senso del peccato. Alcune questioni per molti non rappresentano un problema, per cui non vengono considerate nemmeno materia di confessione».

La risposta di padre Rizzo è chiara e mi fa pensare a quanto riferiscono molti catechisti, secondo i quali, nel rapporto con i giovanissimi, prima ancora di trasmettere contenuti di fede si tratta di ripristinare una coscienza morale che è già assopita a causa del relativismo respirato fin dai primi anni di vita.

Occorre aiutare la coscienza a risvegliarsi, dimostrando che il richiamo alla responsabilità personale di fronte al bene e al male, in senso oggettivo, non è un’inutile complicazione, un peso caricato sulle spalle della creatura innocente, ma l’unico modo verso l’autentica libertà, perché là dove la voce di Dio è messa a tacere la persona diventa schiava: a volte di se stessa e delle proprie debolezze, a volte di un’ideologia, a volte di sistemi di convenzioni tanto più falsi e anti-umani quanto più si presentano come fonti di liberazione interiore.

Ho incominciato con un pensiero dell’allora cardinale Ratzinger e voglio concludere ancora con lui.




«La coscienza richiede formazione e educazione. Può diventare rachitica; può essere distrutta; può essere deformata a tal pun­to da riuscire a esprimersi solo a stento o in maniera distorta. Il silenzio della coscienza può diventare una malattia mortale per una intera civiltà. Incon­triamo di tanto in tanto, nei Salmi, la preghiera a Dio perché liberi l’uomo dai suoi peccati nascosti. Il salmista vede come il più grande pericolo il non riconoscerli più come peccati, e cadere in essi apparentemente con buona coscienza. Non riuscire ad avere una coscienza di colpa è una malattia, come è una malattia l’assenza di dolore in una malattia. Non si può quindi accettare il principio che ognuno può sempre fare ciò che la sua coscienza lo autorizza a fare: in tal caso, un individuo senza coscienza sarebbe autorizzato a fare qualsiasi cosa. Invece è proprio per colpa sua se la coscienza è tanto oscurata che egli non vede più quello che, in quanto uomo, dovrebbe vedere […]. Questo significa per noi che il Magistero della Chiesa ha la responsabilità di una corretta formazione. Si rivolge, per così dire, alle vibrazioni interne che le sue parole suscitano nel processo di maturazione della coscienza […]. A questo corrisponde quindi un obbligo del Magistero di pronunciare la sua parola in modo tale che possa essere compresa in mezzo ai conflitti di valori e di orientamenti» (tratto da «Coscienza e verità. Conferenza a Dallas ed a Siena», in «La Chiesa. Una comunità sempre in cammino», Edizioni Paoline, 1991, pagg.113-137).











lunedì 10 aprile 2017

Da Lovanio a Roma, l'eutanasia dei "principi non negoziabili"





di Sandro Magister (10/04/2017)

Ha fatto rumore la vicenda dell'Università Cattolica di Lovanio, che ha sospeso e infine licenziato un proprio professore di filosofia, Stéphane Mercier, per aver scritto in una nota per i suoi studenti che "l’aborto è l’omicidio di una persona innocente".

La cosa non ha sorpreso, visti i precedenti di questa università pur insignita della qualifica di "cattolica", nella cui clinica si praticano da tempo alla luce del sole anche interventi di eutanasia, "dai 12 ai 15 all'anno" a detta del rettore della gemella università fiamminga di Lovanio, il canonista Rik Torfs.

Ma ciò che più colpisce è la sostanziale approvazione che i vescovi del Belgio hanno dato alla cacciata del professor Mercier.

Così come impressiona la reticenza del giornale della conferenza episcopale italiana "Avvenire", che nel dare uno stringato resoconto della vicenda – la cui documentazione più completa è apparsa finora nel blog Rossoporpora – ha evitato di prendere posizione, limitandosi a un: "Rimane da comprendere il significato di ciò che è stato dichiarato dal portavoce della conferenza episcopale belga".

Per non dire del silenzio di papa Francesco, che pure non ha mancato in altre occasioni di definire l'aborto "crimine orrendo".

*

C'è in effetti un notevole stacco tra come il papato e gran parte della gerarchia cattolica intervengono oggi su aborto ed eutanasia e come invece intervenivano ieri.

Quelli che durante i precedenti pontificati erano "principi non negoziabili" oggi sono diventate realtà da "discernere" e "mediare" sia in politica che nella pratica pastorale.

La conferenza episcopale italiana e il suo giornale "Avvenire" sono esempi perfetti di questa mutazione.

Nel febbraio del 2009, quando l'Italia fu scossa dal caso di Eluana Englaro, la giovane in stato vegetativo a cui fu tolta la vita troncandole l'alimentazione e l'idratazione, l'attuale direttore di "Avvenire" Marco Tarquinio scrisse un editoriale di fuoco, definendo quell'atto una "uccisione".

Mentre oggi c'è un altro clima. Basti vedere il garbato distacco con cui "Avvenire" riferisce e commenta la legge attualmente in discussione in Italia sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, in sigla DAT, cioè le indicazioni date previamente ai medici sulle cure per essere tenuti o no in vita in caso di perdita di conoscenza.

Un esempio lampante di questo cambiamento di rotta è dato dal professor Francesco D'Agostino, docente di filosofia del diritto all'Università di Roma Tor Vergata e alla Pontificia Università Lateranense, presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, presidente onorario del comitato nazionale italiano per la bioetica, membro della pontificia accademia per la vita, editorialista di "Avvenire", insomma, storico punto di riferimento della Chiesa italiana per quanto riguarda le questioni bioetiche.

La lettera riprodotta qui sotto mette appunto in luce il contrasto tra ciò che scrive oggi il professor D'Agostino sulle dichiarazioni anticipate di trattamento e ciò che scriveva sulla stessa materia dieci anni fa.

Autore della lettera è l'avvocato Antonio Caragliu, del foro di Trieste, anche lui membro dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani.

Due notazioni per la migliore comprensione del suo scritto:

– l'onorevole Mario Marazziti, deputato dal 2013 e presidente della commissione per gli affari sociali che si occupa della legge sulle DAT, è membro di primissimo piano della Comunità di Sant'Egidio, di cui è stato per molti anni portavoce;

– monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della conferenza episcopale italiana e con un legame diretto con papa Francesco che l'ha personalmente insediato in questa carica nel 2013 e confermato fino al 2019, è di fatto l'editore unico di "Avvenire", su cui ha pieno e pressante controllo.

Ecco dunque la lettera.

*

Caro Magister,

trovo interessante confrontare l'editoriale del professor Francesco D'Agostino, pubblicato su "Avvenire" del 30 marzo 2017, intitolato "Sulle DAT necessaria una buona legge. Non tutto è eutanasia. La storia chiede coraggio", con un suo altro editoriale, pubblicato dieci anni prima sempre su "Avvenire", il 6 aprile 2007, eloquentemente intitolato "Come uno scivolo mascherato verso l'eutanasia".

Nel 2007 D'Agostino sosteneva che le dichiarazioni anticipate di trattamento possono considerarsi giuste e valide a determinate condizioni, tra le quali contemplava le seguenti:

1. che il medico, destinatario delle dichiarazioni anticipate, pur avendo il dovere di tenerle in adeguata e seria considerazione, non venga mai dalla legge vincolato alla loro osservanza (esattamente come il medico di un paziente "competente" non può mai trasformarsi in un esecutore cieco e passivo delle richieste di questo);

2. che il rifiuto delle terapie non comprenda l'idratazione e l'alimentazione artificiale, dovendosi queste considerare "forme pre-mediche di sostentamento vitale, dotate di un altissimo valore etico e simbolico e la cui sospensione realizzerebbe di fatto una forma, particolarmente insidiosa, perché indiretta, di eutanasia". Nel sostenere ciò D'Agostino si richiamava al documento del comitato nazionale per la bioetica del 18 dicembre 2003 sulle "Dichiarazioni anticipate di trattamento".

Ora, l'art. 3 del disegno di legge attualmente all'esame della commissione per gli affari sociali, presieduta dall'onorevole Mario Marazziti, non rispetta né l'una né l'altra di queste due condizioni.

Ma nonostante ciò il professor D'Agostino scrive che "il disegno di legge non è in alcun modo finalizzato a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l'eutanasia". Anzi, solo "un interprete subdolo e malevolo" potrebbe giungere a una simile conclusione, attraverso un'"interpretazione forzata".

Non c'è da stupirsi che molti giuristi cattolici siano rimasti sorpresi dalla svolta del professor D'Agostino, che presiede la loro associazione.

È una svolta che, a mio parere, può trovare spiegazione nella posizione di sostanziale apprezzamento del disegno di legge oggi in esame espressa dal segretario generale della conferenza episcopale italiana Nunzio Galantino nella conferenza stampa conclusiva del consiglio permanente della CEI del 26 gennaio 2017.

Ha detto in quell'occasione Galantino:

"Nella commissione per gli affari sociali, presieduta dall'onorevole Mario Marazziti, stanno preparando un testo al quale guardare con interesse. È venuto fuori con chiarezza che non si deve attribuire tutto il potere alla persona, perché l'autodeterminazione smonta l'alleanza tra paziente, medico e familiari e finisce per essere solo il trionfo dell'individualismo".

Insomma, per Galantino il testo in esame rappresenta un buon compromesso. Il tutto in linea con la ormai nota politica del segretario generale della CEI, attento ad evitare qualsiasi contrapposizione dei cattolici nei confronti del governo di centro-sinistra in carica. Come a dire che l'azione dei cattolici in politica deve essere dettata dagli orientamenti dell'alto ecclesiastico di turno, in questo caso lui, in una ennesima forma di clericalismo.

Ovviamente la situazione è spiacevole, sotto diversi punti di vista.

Sarebbe augurabile che il professor D'Agostino, quello del 2007, che è persona di provata intelligenza e competenza, si chiarisca con il professor D'Agostino del 2017. E poi, magari, si confronti con monsignor Galantino. Senza assecondarlo.

Un caro saluto,

Antonio Caragliu



http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/04/10/da-lovanio-a-roma-leutanasia-dei-principi-non-negoziabili/





domenica 9 aprile 2017

SACRA LITURGIA: LA QUARTA CONFERENZA INTERNAZIONALE ALL'UNIVERSITÀ CATTOLICA DI MILANO. CON I CARDINALI BURKE E SARAH








Dal 6 al 9 giugno Sacra Liturgia terrà la sua quarta conferenza internazionale a Milano, continuando il lavoro iniziato a Roma (2013), New York (2015) e Londra (2016). Nell'elenco dei relatori figurano tra gli altri i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah (la conferenza, all'Università Cattolica, sarà in italiano e in inglese, con traduzione simultanea di tutti gli interventi). Catholic World Report ha parlato di questo appuntamento con il coordinatore internazionale di Sacra Liturgiadom Alcuin Reid.

Si tratta del primo convegno Sacra Liturgia a Milano? Perché a Milano? C'è un tema o ci sono dei temi in particolare su cui si focalizzerà il convegno?
Sì, si tratta del secondo convegno in Italia - il primo è stato quello inaugurale a Roma nel 2013 - ma è il nostro primo convegno a Milano. Abbiamo voluto venire a Milano per attingere al suo ricco retaggio liturgico e culturale e per dare l'opportunità ai delegati non soltanto di trascorrere quattro giornate pregando e studiando la liturgia assieme ad altre persone provenienti da ogni parte del mondo, ma anche la possibilità di sperimentare un poco della vita dell’antica Chiesa di Milano, di sant’Ambrogio, di san Carlo Borromeo, del beato Ildefonso Schuster, etc. Inoltre, sin dal principio, sua eminenza il card. Scola, i membri della Curia, e le autorità della Università Cattolica del Sacro Cuore sono stati estremamente accoglienti e generosi nel loro sostegno. Milano ha così tanto da offrire sotto il profilo culturale e liturgico - in particolar modo il suo venerabile rito proprio (il rito ambrosiano) - che i partecipanti ne usciranno, ne siamo certi, profondamente arricchirti.

Dunque Sacra Liturgia - Milano prevederà delle celebrazioni in rito ambrosiano?
Sì, come nel corso di tutti gli altri nostri convegni la celebrazione della liturgia è il cuore di tutto, e, trovandoci a Milano, le funzioni, naturalmente, si svolgeranno in rito ambrosiano. I Vespri solenni di apertura saranno celebrati nella storica Basilica di Sant'Ambrogio; sua eminenza il card. Tettamanzi ha cortesemente acconsentito a celebrarli per noi. Inoltre, sempre a Sant’Ambrogio, una delle Messe del convegno sarà celebrata nel rito ambrosiano moderno da parte di sua ecc.za mons. Erminio De Scalzi, che è stato molto accogliente con noi. Il card. Scola ci ha concesso l'uso della magnifica chiesa di Sant'Alessandro per la celebrazione della Santa Messa nel rito ambrosiano antico, e il convegno si concluderà presso la Cattedrale metropolitana con Vespri solenni, benedizione del Santissimo Sacramento e una stazione all'altare del beato Ildefonso Schuster, il famoso liturgista e arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954. L'arciprete del Duomo, che è stato anch’egli molto accogliente, celebrerà i Vespri per noi.

Quale sarà l'offerta culturale del convegno?
Trascorrendo a Milano alcuni giorni non si può non essere permeati dalla sua cultura. Tuttavia, siamo consapevoli che i delegati al nostro convegno avranno bisogno di un po’ di tempo per approfondirla, dunque abbiamo lasciato un pomeriggio libero per alcune visite culturali. Stiamo organizzando visite guidate alla splendida Biblioteca Ambrosiana, fondata dal card. Federico Borromeo, oltre che al Duomo. Raccomandiamo anche di visitare il  monastero di San Maurizio - anche noto come “la Cappella Sistina di Milano” - che si trova molto vicina all’Università Cattolica, dove si terranno le relazioni del convegno. In verità, le opportunità di approfondimento culturale sono così numerose, che raccomandiamo ai delegati di trascorrere qualche altro giorno in città prima e dopo il convegno.

L’intervento inaugurale sarà tenuto ancora una volta dal card. Sarah: su quali temi si soffermerà? Il suo discorso toccherà anche alcuni argomenti discussi nel suo libro Il potere del Silenzio?
Sua eminenza parlerà del tema «La Sacra Liturgia - Il nostro incontro con Dio: una prospettiva cristologica ed ecclesiologica». Non posso immaginare che parli del nostro incontro con l’Onnipotente senza riflettere sulla necessità di un fecondo silenzio e capacità di ascolto da parte della Chiesa e di ciascuno di noi nel contemplare l'azione salvifica di Dio  nella liturgia. Vedremo però cosa vorrà aggiungere sua eminenza. Certamente la questione liturgica ed ecclesiologica sono di grande importanza e sono state oggetto di un vivace dibattito negli ultimi anni.

Una relazione sarà tenuta anche da un altro porporato molto noto, il card. Raymond Leo Burke. Su quali argomenti si soffermerà?
Il card. Burke parlerà, dieci anni dopo la sua promulgazione, del Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, e presenterà un bilancio di questi dieci anni, ed una prospettiva sul futuro dell’usus antiquior, la forma cioè più antica del rito romano. Questo si prospetta come un intervento importante sia per l’analisi di quanto trascorso sia per la prospettiva dei dieci anni a venire.

Può illustrarci alcuni degli altri relatori e gli argomenti su cui si terranno relazioni e discussioni?
Trovandoci a Milano, abbiamo invitato diversi esperti di liturgia ambrosiana ad intervenire al convegno, in particolar modo mons. Inos Biffi, cui è stato recentemente attribuito il Premio Ratzinger. Mons. Timothy Verdon terrà una relazione su «La liturgia e l'arte sacra». Padre Vincenzo Nuara  parlerà de «La liturgia e i giovani». La professoressa Jennifer Donelson del Seminario di Dunwoodie a New York parlerà del rinnovamento della musica sacra cinquant'anni dopo la Musicam sacram. L’abate Christopher Zielinski terrà una relazione su «La formazione liturgica della persona - Il risveglio dell’anima nell’uomo contemporaneo». Padre Uwe Michael Lang ed io presenteremo una relazione su tematiche storiche e ci sarà una relazione di un giovaneesperto di Milano su «La partecipazione dei laici alla Liturgia». La lista completa dei relatori e degli argomenti è disponibile sul sito web del Convegno. Speriamo che sia un programma interessante e appagante che possa avere la sua parte nell’avanzamento del movimento liturgico dei nostri tempi.

Quale riscontro hanno avuto i convegni Sacra Liturgia dalla loro nascita? L’interesse è cresciuto? Quali i frutti di questi incontri?
L’interesse è senza dubbio cresciuto - ed è proprio questa la ragione che ci ha spinti a convocare un quarto convegno. Ciò è vero in particolare fra i giovani, uomini e donne, e fra i giovani preti e religiosi. C’è sete di formazione liturgica, accademica e pratica, che talvolta manca nelle diocesi, nelle parrocchie o nei seminari, e negli altri centri di formazione. C’è anche desiderio di essere in contatto con l'apostolato o il movimento liturgico del ventunesimo secolo in una dimensione più ampia, e i nostri convegni agevolano questo aspetto mettendo in contatto persone di molti paesi diversi: per Milano vi sono già iscrizioni da più di dieci paesi. Quanto ai frutti, speriamo che Sacra Liturgia abbia fatto qualcosa, qualcosa di importante, per sviluppare quello che in termini generali rientra nella denominazione di “nuovo movimento liturgico”, quel movimento «verso la maniera corretta di celebrare la liturgia, interiormente e esteriormente», al quale papa Benedetto ha fatto appello da cardinale. Speriamo che abbia fornito una parte della formazione necessaria per la sana pratica liturgica e che la pubblicazione dei suoi atti (il terzo volume, dalla conferenza di Londra del 2015, dovrebbe essere pronto a Milano) abbia contribuito sensibilmente allo studio accademico della liturgia, sia sotto il profilo storico sia in rapporto ai temi della contemporaneità.

Nel suo intervento a Sacra Liturgia - Londra la scorsa estate il card. Sarah ha suggerito ai cattolici il ritorno alla preghiera verso oriente. Complessivamente, in retrospettiva, che riscontro ha avuto questo invito? Che indicazioni danno questi riscontri a lei, che ha dedicato molti anni allo studio della riforma liturgica?Come sappiamo, i riscontri sono stati diversi e di vario tipo. Alcuni - e fra questi mi riferisco anche a quelli provenienti da alcune autorità - hanno stupito per superficialità e scarsa comprensione di cosa il cardinale avesse realmente detto e persino delle norme ecclesiastiche pertinenti. Tuttavia il suo messaggio non è stato soffocato dal chiasso provocato da queste critiche male informate. Ha raggiunto le orecchie di coloro che erano realmente preparati ad ascoltare. Sono a conoscenza del fatto che il Cardinale ha ricevuto innumerevoli messaggi di sostegno da ogni parte del mondo, ed essi superano di gran lunga in numero le critiche ricevute. Si sente di un numero sempre crescente di sacerdoti e parrocchie che hanno adottato la sua proposta di celebrare la sacra liturgia verso Oriente; ho visto riportata la notizia di sacerdoti che hanno iniziato a farlo all'inizio della Quaresima poiché hanno giudicato che fosse necessario un periodo più lungo per fornire la catechesi necessaria nelle loro parrocchie. Questo approccio è saggio e prudente. Malgrado la “dittatura del rumore” che tenta a volte di dominare il dibattito liturgico, il messaggio pacato e ponderato di sua eminenza ha in realtà raggiunto molti che stavano lentamente portando avanti il lavoro di arricchimento della vita liturgica della Chiesa secondo l'ermeneutica della continuità e non della rottura. Il suo «lieve sussurro» (cfr. 1Re 19,12) suona veritiero nei cuori e nelle anime di molti, e col tempo porterà nuovi frutti. Le varie reazioni allo sfaccettato discorso del card. Sarah (ed esso andrebbe letto e studiato - contiene molti punti da considerare attentamente!) indicano insomma, a parer mio, che esistono ancora persone appartenenti ad una certa generazione e mentalità per cui qualunque, dico qualunque riforma o arricchimento dei riti moderni è del tutto inconcepibile. Non si può non notare, con una certa ironia, la presenza di una rigidità a fronte del cambiamento, o persino dell’idolatria verso le stesse forme liturgiche moderne, di cui queste persone hanno talvolta accusato gli altri. In realtà, costoro dovrebbero essere più aperti al legittimo processo di sviluppo liturgico che il vero bene della Chiesa richiede oggi (cfr. Sacrosanctum Concilium, 23).

Potrebbe dirci qualcosa riguardo agli aspetti organizzativi più pratici di Sacra Liturgia - Milano?
Il convegno si aprirà nel pomeriggio di martedì 6 Giugno e si terrà all'Università Cattolica del Sacro Cuore nel centro di Milano, accanto alla storica Basilica di Sant'Ambrogio. Le autorità accademiche hanno generosamente messo a nostra disposizione l'aula magna e gli spazi annessi, assicurandoci uno spazio largo e confortevole per i delegati e gli espositori. Il convegno si chiuderà venerdì 9 nel pomeriggio. Sarà in due lingue - italiano ed inglese - con traduzione simultanea di tutte le relazioni. Le iscrizioni a tempo pieno sono ora aperte sul sito web del convegno. Le iscrizioni a tempo parziale saranno rese disponibili dopo Paqua quando verrà reso noto il programma completo. I delegati dovranno organizzare autonomamente il loro soggiorno, ma la nostra Segreteria ha a disposizione alcuni suggerimenti per la sistemazione fornitici dagli organizzatori locali. Ugualmente, i pasti durante il convegno sono lasciati alla libera scelta dei delegati, ma l'Università ha a disposizione diversi bar e locali per il pranzo. Il caffè verrà offerto durante le pause delle sessioni antimeridiana e pomeridiana.

In che modo i lettori possono sostenere gli scopi e le iniziative di Sacra Liturgia?

Innanzitutto, possono aiutare a diffondere la notizia delle nostre iniziative; quest'anno il convegno di Milano di cui abbiamo discusso e poi la Summer School annuale in Francia. Possono informare quanti possono essere interessati, particolarmente il clero, i seminaristi e i giovani. Possono seguirci su Facebook per ricevere regolari aggiornamenti.
Inoltre, possono naturalmente fare donazioni, in particolare per aiutarci a mantenere i costi di iscrizione più bassi possibile per gli studenti e il clero e i religiosi indigenti. Negli anni passati è stato possibile offrire numerose iscrizoni a studenti bisognosi, grazie all'interessamento di donatori.  Quest’anno abbiamo persino ricevuto la richiesta di un Vescovo che vorrebbe partecipare, ma la cui diocesi è povera e molto lontana dall'Italia, e che ha bisogno di aiuto per coprire il viaggio aereo. Sino ad oggi non ci è stato possibile inviargli l’aiuto di cui ha bisogno. Un sostegno, grande o piccolo, sarebbe davvero benvenuto. Siamo profondamente grati ai nostri sponsor, il cui aiuto ci ha permesso di tenere molto alto lo standard dei nostri Convegni internazionali, e siamo sempre felici di trovarne di nuovi. Non abbiamo uno staff retribuito o altri introiti se non quelli che le persone ci forniscono, ma, per dono della Divina Provvidenza, Sacra Liturgia prosegue, speriamo, a promuovere la Santa Liturgia come fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa di oggi. Ringraziamo sin d'ora dal profondo del cuore i vostri lettori per l’aiuto che vorranno darci per permetterci di continuare quest’opera e per le loro preghiere per questo scopo.
Grazie. Che Dio vi benedica!



http://www.iltimone.org/35942,News.html





giovedì 6 aprile 2017

Silenzio, adorazione, formazione. Per ritrovare la vera liturgia






 Blog
di  (03/04/2017)
Occorre un equilibro tra la fedeltà alla tradizione e un legittimo sviluppo, senza mai dimenticare la sacralità e la bellezza della liturgia. Non si ripeterà mai a sufficienza che la liturgia, in quanto culmine e fonte della Chiesa, ha il suo fondamento non nella creatività umana, ma in Cristo stesso.

Sono questi i concetti che il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, sviluppa nel messaggio inviato al colloquio «Quelle der Zukunft» («La fonte del futuro») svoltosi dal 29 marzo all’1 aprile a  Herzogenrath, in Germania, nel decimo anniversario di «Summorum pontificum»,  la lettera apostolica di Benedetto XVI (7 luglio 2007) che contiene le indicazioni giuridiche e liturgiche per la celebrazione della cosiddetta messa tridentina.
Il contributo del cardinale, autore di recenti libri di successo come «Dieu ou rien» e «La force du silence», contiene numerosi spunti di riflessione.

Che cosa volle insegnare, si chiede Sarah, il documento di Benedetto XVI pubblicato in forma di «motu proprio»?

Fu lo stesso Benedetto XVI, con una lettera ai vescovi, a spiegare il senso della sua iniziativa precisando che la decisione di far coesistere due messali (quello per la forma «ordinaria», sulla base della revisione operata secondo le linee guida del Concilio Vaticano II, e quello per la forma «straordinaria», corrispondente alla liturgia in uso prima dell’aggiornamento) non nasce solo dall’esigenza di soddisfare i desideri di alcuni gruppi di fedeli affezionati alle forme liturgiche precedenti al Concilio Vaticano II. C’è anche l’obiettivo di consentire un arricchimento reciproco. E in effetti, scrive Sarah, là dove l’attuazione di «Summorum pontificum» è stata possibile si registra un maggior fervore sia nei fedeli sia nei sacerdoti, con positive ripercussioni sulla forma ordinaria, in particolare sotto il profilo della riscoperta di atteggiamenti (specialmente lo stare in ginocchio e il raccoglimento nel silenzio) che consentono a sacerdoti e fedeli di interiorizzare il mistero della fede che si celebra.

La liturgia, sostiene il cardinale Sarah, ha bisogno di essere sempre riformata per renderla sempre più fedele alla sua essenza mistica. Purtroppo però, a suo giudizio, dopo il Concilio Vaticano II più che una riforma c’è stata una svendita, dettata dal desiderio di sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come negativo e superato.

Eppure, dice il cardinale, è sufficiente prendere la «Sacrosanctum Concilium» (la costituzione conciliare sulla sacra liturgia, 4 dicembre 1963) e leggerla con onestà, per vedere che il vero scopo del Concilio non è stato quello di determinare una cesura con la tradizione, ma, al contrario, di riscoprire la tradizione nel suo significato più profondo.

Ecco perché oggi non si dovrebbe parlare di «riforma della riforma», ma di arricchimento reciproco dei riti, sulla base di un’esigenza prima di tutto spirituale.

Nessuna ermeneutica della discontinuità o della rottura è quindi possibile.

Già molto prima di diventare papa, il cardinale Joseph Ratzinger fece notare che la crisi che ha scosso la Chiesa per mezzo secolo, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, è connessa con la crisi della liturgia, quindi con la mancanza di rispetto per il sacro, con la desacralizzazione del culto e il livellamento degli elementi che lo compongono.  Come si legge nelle memorie di Ratzinger («Milestones. Memories 1927 – 1977»),  la crisi nella Chiesa che oggi stiamo vivendo è in gran parte dovuta alla disintegrazione della liturgia.

Il Concilio Vaticano II, giustamente, ha voluto promuovere una partecipazione attiva da parte del popolo di Dio, tuttavia, annota Sarah, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla devastazione  provocata da chi, volendo imporre le proprie idee, ha dimenticato che l’azione liturgica è «anche e soprattutto un mistero nel quale si compie qualcosa che non possiamo comprendere appieno, ma che dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell’amore, nell’obbedienza e nel silenzio adorante». Questo è il vero significato della partecipazione attiva dei fedeli. Non si tratta di inventare attività esteriori, di distribuire in modo nuovo ruoli o funzioni. Si tratta di vivere il mistero  in Cristo e con Cristo, attraverso l’umile offerta di se stessi, nella preghiera silenziosa e con un atteggiamento contemplativo.

«La grave crisi di fede, che si registra non solo a livello dei fedeli, ma anche e soprattutto tra molti sacerdoti e vescovi, ci ha resi incapaci di capire la liturgia eucaristica come sacrificio, identico all’atto compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo».

Spesso, nota Sarah, c’è la tendenza a ridurre la santa messa a un semplice pasto conviviale e la celebrazione a una festa profana, dove la comunità celebra più che altro se stessa.  Ma la santa messa è sacrificio vivente di Cristo, che è morto sulla croce per liberarci dal peccato e dalla morte, allo scopo di rivelare l’amore e la gloria di Dio Padre.

«Molti cattolici non sanno che lo scopo finale di ogni celebrazione liturgica è la gloria e l’adorazione di Dio, per la salvezza e la santificazione degli esseri umani», dal momento che con la liturgia «viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati» ( «Sacrosanctum Concilium», n. 7 ).
Molti tra i fedeli e i sacerdoti, compresi i vescovi, dimostrano di non conoscere questo insegnamento del Concilio. Così come non sanno che i veri adoratori di Dio non sono quelli che riformano la liturgia secondo le proprie idee e la propria creatività, per renderla qualcosa di piacevole per il mondo, ma quelli che vogliono riformare il mondo con il Vangelo e con una liturgia che deve essere il riflesso di quella celebrata per tutta l’eternità nella Gerusalemme celeste.

Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI, alla radice della liturgia c’è l’adorazione, e quindi Dio. La grave e profonda crisi che ha colpito la liturgia e la stessa Chiesa a partire dal Concilio è dovuta al fatto che al centro non abbiamo più Dio e l’adorazione di Dio, ma gli uomini e la loro capacità di fare qualcosa.

Secondo il cardinale Sarah, nella Chiesa troppe persone che ricoprono ruoli di responsabilità sottovalutano il fatto che l’attuale situazione di crisi  è dovuta al relativismo dottrinale, morale e disciplinare, agli abusi liturgici, alla desacralizzazione e banalizzazione della sacra liturgia, avvenuta secondo una visione meramente sociale e orizzontale della Chiesa e della sua missione.

Molti, spiega Sarah, dichiarano che il Concilio Vaticano II ha portato una primavera nella Chiesa, ma ritengono che la primavera abbia coinciso con la rinuncia a un patrimonio secolare, o addirittura con una messa in discussione del passato e della tradizione. L’Europa politica è spesso rimproverata dalla Chiesa per aver abbandonato o negato le radici cristiane, ma «la prima ad aver abbandonato le sue radici cristiane e il passato è proprio la Chiesa post-conciliare».

Spiega Sarah: «In seguito alla pubblicazione del mio libro “Dio o niente”, molte persone mi hanno fatto domande circa le “guerre liturgiche” che per decenni hanno diviso i cattolici. Rispondo che si tratta di un’aberrazione, perché la liturgia è per eccellenza il campo in cui i cattolici dovrebbero sperimentare l’unità nella verità, nella fede e nell’amore. Gesù ha parole molto esigenti circa la necessità di andare a riconciliarsi con il fratello prima di presentare il proprio sacrificio all’altare».
Il Concilio Vaticano II «non ha mai chiesto di fare tabula rasa del passato e di abbandonare il Messale di San Pio V, che ha prodotto tanti santi».

Che si celebri nella forma ordinaria o straordinaria,  l’importante è assicurare ai fedeli ciò a cui hanno diritto: la bellezza della liturgia, la sua sacralità, il silenzio, il raccoglimento, la dimensione mistica, l’adorazione.

«La liturgia ci dovrebbe mettere faccia a faccia con Dio in un rapporto personale di intensa intimità. Ci dovrebbe immergere nella vita interna della Santissima Trinità».

«L’eucaristia non è una sorta di “cena tra amici”, un pasto conviviale della comunità, ma un sacro mistero, il grande mistero della nostra fede, la celebrazione della redenzione compiuta da nostro Signore Gesù Cristo, la commemorazione della morte di Gesù in croce per liberarci dai nostri peccati. È pertanto opportuno celebrare la Santa Messa con la bellezza e il fervore del Santo Curato d’Ars, di Padre Pio, di san Josemaría Escrivá».

«Non bisogna sprecare il tempo nel contrapporre il Messale di San Pio V a quello del beato Paolo VI. Piuttosto, si tratta di entrare nel grande silenzio della liturgia, permettendo a noi stessi di essere arricchiti da tutte le forme liturgiche, siano esse latine o orientali. Senza questa dimensione mistica del silenzio e senza uno spirito contemplativo, la liturgia, invece di essere il luogo della nostra unità e comunione nel Signore, diventa occasione di divisioni, scontri ideologici e pubblica umiliazione dei deboli da parte di coloro che sostengono di avere qualche autorità».

«Negli ultimi decenni – denuncia il cardinale – molti fedeli sono stati maltrattati o profondamente turbati da celebrazioni contrassegnate da superficialità e devastante soggettivismo».  Abbiamo così fedeli che si sentono liturgicamente «apolidi», senza casa. Ebbene, bisogna riportarli nella loro casa comune.

Secondo Sarah occorre un nuovo movimento liturgico per favorire la riscoperta del centro vivo della liturgia.

Oggi abbiamo due poli. Da una parte «una liturgia degenerata in uno spettacolo, in cui si cerca di rendere la religione interessante con l’aiuto di innovazioni alla moda e luoghi comuni orecchiabili»; dall’altra una conservazione di forme rituali che, portata alle estreme conseguenze, «si manifesta in un isolamento ostinato».  Occorre evitare i due estremi puntando sullo spirito della liturgia. E per fare questo il cardinale propone una formula: silenzio, adorazione, formazione.

«Per quanto mi riguarda, tutti i grandi momenti della mia giornata coincidono con le ore incomparabili che trascorro in ginocchio, nel buio, davanti al Santissimo Sacramento del Corpo e del Sangue di nostro Signore Gesù Cristo». In quei momenti, dice il cardinale, si è immersi nella purezza dell’amore di Dio.

La formazione liturgica è decisiva. Si tratta di vivere la liturgia in tutta la sua ricchezza. Le disposizioni di «Summorum pontificum» vanno applicate con attenzione, non per tornare indietro, per guardare al passato, ma per far sì che la liturgia ritrovi il suo centro.

La conclusione è affidata dal cardinale alle parole pronunciate da Benedetto XVI al termine dell’omelia nella solennità dei santi Pietro e Paolo nel 2008: «Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo».

Aldo Maria Valli








mercoledì 5 aprile 2017

Settimana Santa e Tempo Pasquale 2017 nella Diocesi di Prato





La locandina delle celebrazioni in rito antico per la Settimana Santa e l'Ottava di Pasqua nella Diocesi di Prato nasce dalla fattiva collaborazione fra le 5 chiese che nella Diocesi di Prato celebrano con varie modalità la S. Messa in rito antico. L'immagine scelta è quella molto significativa dell'Arresto di Gesù dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Quest'anno infatti si ricorda il 750° anniversario della nascita di Giotto di cui si conserva ed è visitabile la casa natale dell'artista a Vespignano nel Comune di Vicchio di Mugello (FI), mentre nella vicina chiesa di San Martino a Vespignano un figlio di Giotto, di nome Francesco, fu priore. Ringrazio l'amico Marco Capaccioli (www.cdev.it), bravissimo grafico e disegnatore che ha composto gratis et amore Dei la locandina.

Adriano Rigoli  

Coordinatore Museo della Badia di Vaiano

Presidente Associazione Nazionale Case della Memoria



Settimana Santa e Tempo Pasquale 2017

Diocesi di Prato

Celebrazioni in Rito Romano Antico in Latino 



7 aprile – Venerdì della I Settimana di Passione
Commemorazione dei Sette Dolori della B.M.V. e Primo Venerdì del mese 
Ore 21:00 S. Messa (chiesa del Sacro Cuore di Gesù - Prato)

9 aprile - Domenica delle Palme 
Ore 9:30 Benedizione dei rami di ulivo, processione e S. Messa (chiesa di S. Cristina a Pimonte - Prato)
Ore 16:00 Benedizione dei rami di ulivo, processione e S. Messa (chiesa di S. Martino a Paperino - Prato)
Ore 17:00 Benedizione dei rami d'ulivo e S. Messa con canto del Passio in Latino (chiesa dello Spirito Santo - Prato)

14 aprile - Venerdì Santo 
Ore 15:00 Solenne Azione Liturgica in Passione Domini con canto del Passio in Latino (chiesa dello Spirito Santo – Prato)
Ore 21:00 Solenne Azione Liturgica in Passione Domini con letture in Italiano (chiesa di S. Cristina a Pimonte – Prato)

15 aprile - Sabato Santo 
Ore 20:30 Veglia Pasquale e S. Messa in Resurrectione Domini (chiesa S. Martino a Paperino-Prato)
Ore 21:00 Veglia Pasquale e S. Messa in Resurrectione Domini con letture in Italiano (chiesa di S. Cristina a Pimonte - Prato)

16 aprile - Domenica di Pasqua 
Ore 10:00 S. Messa (chiesa di S. Cristina a Pimonte – Prato)
Ore 17:00 S. Messa (chiesa dello Spirito Santo – Prato)

18 aprile - Martedì nell'Ottava di Pasqua 
Ore 18:00 S. Messa a conclusione delle Solenni Quarantore (chiesa S. Martino a Paperino - Prato)

22 aprile- Sabato in Albis deponendis
Ore 16:00 S. Messa valida per il precetto festivo (chiesa della Badia di S. Salvatore - Vaiano)

23 aprile – Domenica in Albis depositis
Ore 10:00 S. Messa (chiesa di S. Cristina a Pimonte – Prato)
Ore 17:00 S. Messa (chiesa dello Spirito Santo – Prato)



I luoghi delle celebrazioni:

- Chiesa di Santa Cristina a Pimonte, Via della chiesa di Santa Cristina a Pimonte, 2 – Prato, tel. 0574 595392 email sanfilippoprato@gmail.com

- Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, Via Ofanto, 9 – Prato, tel. 0574 466777 email sacrocuoreprato@gmail.com

- Chiesa di San Martino a Paperino, Piazza della chiesa, 6 – Prato, tel. 0574 540120 email donchi_@libero.it

- Chiesa dello Spirito Santo, Via Silvestri, 21 – Prato, tel. 0574 28137 email donenricobini@gmail.com

- Chiesa della Badia di San Salvatore, Piazza Agnolo Firenzuola 15, Vaiano (PO), tel. 0574 989110 email propositura.vaiano@gmail.com

domenica 2 aprile 2017

«Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la messa» Sarah rimette al centro la questione liturgica



In occasione dei dieci anni del Motu Proprio che sdoganava la messa in latino e riprendendo Benedetto XVI, il prefetto del Culto Divino ribadisce che «la crisi della Chiesa è una crisi liturgica: non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee». E punta il dito su molti sacerdoti e teologi «ammalati di novità» e su chi vuole cambiare il Messale con traduzioni che rigettano il linguaggio sacro di Dio. «Ma distruggendo la liturgia, si autodistrugge la Chiesa».


di Lorenzo Bertocchi (02/04/2017)

Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé (QUI l'originale in francese).

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI

Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».

Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

LA CRISI DELLA CHIESA E LA CRISI LITURGICA

Ricordando la famosa indicazione espressa in diverse occasioni già dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, il prefetto ha sottolineato che «la crisi che scuote la chiesa da circa una cinquantina d'anni, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è legato alla crisi della liturgia, e quindi dal mancato rispetto, la desacralizzazione e la riduzione alla dimensione orizzontale degli elementi essenziali del culto divino».

Anche se il Concilio ha voluto promuovere una maggior partecipazione attiva del popolo di Dio, «noi non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Essi hanno dimenticato che l'atto liturgico è, non soltanto una preghiera, ma anche e sopratutto un mistero nel quale si realizza per noi qualche cosa che noi non possiamo comprendere pienamente, ma che noi dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell'amore, nell'obbedienza e nel silenzio adoratore. E questo è il vero senso della partecipazione attiva dei fedeli».

LA LITURGIA COME SACRIFICIO E GLORIFICAZIONE DI DIO

C'è una «grave crisi di fede», secondo Sarah, che dobbiamo riconoscere «non solo a livello dei fedeli, ma anche e sopratutto presso numerosi preti e vescovi, che ci ha messo nell'incapacità di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come atto identico, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, e che rende presente il Sacrificio della Croce in una maniera non cruenta, ovunque nella Chiesa, attraverso tutti i tempi, luoghi, popoli e nazioni. Si ha spesso la tendenza sacrilega di ridurre la Santa messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a una autocelebrazione della comunità, o peggio ancora, a un mostruoso intrattenimento contro l'angoscia di una vita che non ha più senso, o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo svela e ci obbliga a guardare in verità la nostra interiorità».

Molti «ignorano che la finalità di tutte le celebrazioni è la gloria e l'adorazione di Dio, la salute e la santificazione degli uomini, poiché, nella liturgia, “Dio è perfettamente glorificato e gli uomini santificati (Sacrosantum concilium n° 7). Questo è l'insegnamento del Concilio, una maggioranza dei fedeli, preti e vescovi compresi, lo ignorano».

L'ADORAZIONE DI DIO E NON DELL'UOMO

«Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI», ha scritto il cardinale, «alla radice della liturgia si trova l'adorazione, e quindi Dio. Pertanto, bisogna riconoscere che la grave e profonda crisi che, dopo il Concilio, influenza e continua a influenzare la liturgia e la stessa Chiesa, è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e la sua adorazione, ma gli uomini e la loro pretesa capacità di “fare” qualche cosa per occuparsi durante la celebrazione eucaristica.

Anche oggi, un numero importante di ecclesiastici sotto-stimano la grave crisi che attraversa la Chiesa: relativismo nell'insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, desacralizzazione e banalizzazione della santa liturgia, visione puramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano in modo alto e forte che il concilio Vaticano II ha suscitato una vera primavera nella Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di di ecclesiastici stanno prendendo in considerazione questa “primavera” come un rifiuto, una rinuncia del patrimonio secolare, a anche come una rimessa in causa radicale del passato della Chiesa e della sua Tradizione. Si accusa l'Europa politica di abbandonare o di negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad avere abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano, è incontestabilmente la Chiesa cattolica postconciliare».

LA TRADUZIONE DEL MESSALE

A proposito di un argomento attuale, vista la commissione recentemente istituita e che sta lavorando proprio su questo tema, il cardinale ha specificato che «certe Conferenze episcopali rifiutano anche di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni reclamano che ogni chiesa locale possa tradurre il messale romano, non secondo il patrimonio sacro della Chiesa e in base ai metodi e i principi indicati da Liturgiam authenticam, ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali suscettibili di essere, dicono, comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo desidera essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Il Vangelo e la Rivelazione, anch'essi, sono “reinterpretati”, “contestualizzati” e adattati alla cultura occidentale decadente. (…) Molti rifiutano di guardare in faccia all'opera di autodistruzione della Chiesa con le sue stesse mani, attraverso la demolizione pianificata dei suoi fondamenti dottrinali, liturgici, morali e pastorali».

IL FUTURO DI SUMMORUM PONTIFICUM

Al termine del suo lungo e articolato messaggio il prefetto del Culto divino ha indicato quella che «da lungo tempo» è una convinzione che lo abita. «La liturgia romana riconciliata nelle sue due forme, che è essa stessa frutto di uno sviluppo, (…), può lanciare il processo decisivo del “movimento liturgico” che tanti sacerdoti e fedeli attendono da tempo. Da dove cominciare? Io mi permetto di proporre tre piste che ho riassumo in queste tre lettere: SAF, silenzio, adorazione, formazione. (…) Il silenzio, senza il quale non possiamo incontrare Dio, (…) l'adorazione (…) e la formazione liturgica a partire da un annuncio della fede o catechesi avente come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ciò che ci protegge da eventuali elucubrazioni più o meno convincenti di alcuni teologi ammalati di “novità”. (…) Io vi chiedo di applicare Summorum pontificum con grande cura; non come una misura negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce dei muri e crea dei ghetti, ma come un importante e vero contributo all'attualità e al futuro della vita liturgica della Chiesa».









http://www.lanuovabq.it/it/home.htm






sabato 1 aprile 2017

Al naturalismo non servono le chiese



da "Radicati nella fede" - Editoriale Anno X n° 4 - Aprile 2017


Che crisi del Cattolicesimo!
Che desolazione ci circonda!
Un deserto sconfinato, pieno di ruderi, tra i quali si aggirano anime spaventate in cerca di una guida.
Apparentemente tutto sembra al suo posto... ancora segni della storia cristiana, monumenti che ti parlano del popolo di Gesù Cristo; ancora immagini di santi... ancora croci e altari... ancora chiese, ma senza la vita dentro.
Sì, è proprio questa l'impressione violenta: senza la vita dentro.

Intanto perché la maggioranza delle chiese resta chiusa: ti aggiri nei paesi con al centro, perennemente, la casa di Dio inaccessibile, non si sa per quale prudenza! 
Fatte per l'incontro degli uomini con Dio, edificate per il culto e per l'adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo presente nel Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, le chiese restano chiuse.
Una parte di esse si apre solo per una veloce messa, il tempo per esplicare il rito scheletrico rinnovato, poi la porta viene di nuovo sprangata, in attesa della prossima volta; e questo solo per i villaggi che hanno, non si sa per quanto tempo ancora, la visita del prete.

La cristianizzazione del mondo si è propagata nei secoli passati con l'apertura di luoghi di culto.
In una terra desolata arrivavano i monaci per primi, iniziavano ad edificare una chiesa e una casa, il monastero, e abitandola vi instauravano la lode di Dio, il servizio all'Altissimo, trasformando quel pezzo di mondo da pagano a cristiano.

La conversione dei popoli avveniva intorno ai monasteri, vere scuole del servizio di Dio.
Paesi e poi città sono sorte attorno a questi luoghi consacrati; gli uomini hanno imparato dai monaci missionari cosa vuol dire vivere da cristiani, hanno imparato una vita redenta.

Le parrocchie poi, quelle della diffusione capillare della vita cristiana, hanno continuato il lavoro: erano piccoli ma veri e propri monasteri, dove un parroco abitando cristianamente quella porzione di terra assieme ai fedeli, garantiva la possibilità di una vita diversa da quella del mondo senza Dio; una vita ritmata dall'anno liturgico, dalla grazia dei sacramenti, dall'osservanza dei comandamenti.
In una parola, garantiva la vita soprannaturale degli uomini.

È la storia della Cristianità.

Della cristianità, non solo del Cristianesimo: cioè la storia della trasfigurazione del mondo che prese la forma di Cristo.
Ne nacque una cultura.
Una cultura, cioè una capacità intelligente di affrontare tutto secondo la forma di Cristo: il lavoro, la gioia, i dolori, la vita e la morte, l'arte e lo studio: tutto prese una forma nuova. Il Cristianesimo non solo era nella storia, ma fece la storia.

Oggi non è proprio più così, che tristezza.
Oggi i cristiani non fanno storia, la subiscono.

Ma da dove arriva questo rivolgimento, questo terremoto inarrestabile che ha raso tutto al suolo?
Non ne vediamo che una origine: il Naturalismo.

Il Protestantesimo e il suo “cavallo di troia” che lo ha introdotto tra noi, cioè il cattolicesimo liberale, hanno prodotto il cattolicesimo modernizzato che non è nient'altro che naturalismo.

Questo naturalismo “cattolico” crede in Dio, ma in un Dio da guardare da lontano, un Dio che in fondo in fondo non si è rivelato; o meglio, si riduce la rivelazione al fatto che Dio dice che c'è.
E con questo Dio gli uomini hanno un semplice rapporto tra creatura e Creatore: tutto qui.

Allora questo vuoto nel rapporto tra Dio e gli uomini viene riempito dalle nostre idee e opinioni; viene colmato dalle mode del momento, viene assunto come contenuto religioso quello che il mondo pensa: così si assiste a quella perenne giostra di cambiamenti che tanto piace ai cattolici nuovi, che stanno picconando ciò che resta della cristianità.

Invece Dio si è rivelato.
E ha rivelato un contenuto: ha rivelato la sua vita intima.
Dio è Padre; dall'eternità, quando ancora non splendeva la luce creata sul mondo, Dio genera un Figlio, al quale comunica la sua natura, le sue perfezioni, la sua beatitudine, la sua vita.
E il Padre e il Figlio sono uniti in un vincolo d'amore potente e sostanziale, da cui procede quella terza persona che la Rivelazione chiama con un nome misterioso: lo Spirito Santo.
È il segreto della vita intima di Dio.

Per un trasporto d'amore Dio decreta di chiamare delle creature a dividerla: questa vita traboccherà dal seno della divinità per raggiungere e beatificare elevandoli al di sopra della loro natura, degli esseri tratti dal nulla: gli uomini.

Per questo il Figlio si fa uomo, il Verbo si fa carne: perché in Cristo, nella sua grazia santificante che discende dalla Croce, noi siamo adottati come figli, come veri figli.
“Ecco, voi siete divinizzati” (Gv 10,34): da questa trasformazione dell'uomo, chiamato a partecipare, ad aderire alla vita intima di Dio, nasce la Cristianità, cioè la trasformazione del mondo intero, della storia e della realtà, chiamata a servire l'unica cosa necessaria, cioè la trasformazione dell'uomo nella santità.
Questa è l'opera della vita, l'unica in fondo.

Per questo c'è la Chiesa, per quest'opera hanno lavorato gli operai del vangelo nei secoli, per questo Dio ha voluto la Cristianità, cioè il mondo trasfigurato dalla grazia.
Ma oggi non si parla quasi più della Trinità, della grazia santificante, della vita intima di Dio, della santità di Dio e della nostra santificazione.
Si dice solo che Dio c'è, ma per questo non era necessaria la rivelazione, bastava la ragione umana.

Per questo le chiese chiudono: alla religione naturale non servono più.