venerdì 4 gennaio 2013

PADRE SERAFINO M.LANZETTA: Il caso Rahner: una critica eccessiva o "teologicamente scorretta"? - PRIMA PARTE







di Padre Serafino M. Lanzetta, FI

Si sta registrando, in quest’ultimo scorcio di tempo, una presa di coscienza sempre più ampia della problematicità del pensiero di Karl Rahner per la comprensione della fede. Sprazzi di luce fanno sperare che ci si ponga finalmente ed ufficialmente in modo critico, ma pur sempre nella carità, davanti al pensiero onnicomprensivo ed ecclesiasticamente persuasivo del gesuita Rahner. Voci diverse si alzano ed invocano l’opportunità di condurre fino in fondo la critica. Al contempo, come è naturale, voci che, invece, ne sottolineano l’inopportunità, la superficialità, la scorrettezza, ma che a nostro parere, sembrano eco di quel “teologicamente corretto”, che ora dalla politica è stato trasferito anche alla teologia.

Ricostruiamo brevemente gli ultimi interventi, dopo che il nostro Istituto Teologico “Immacolata Mediatrice”, organizzò un convegno di studi dal taglio critico su Karl Rahner a Firenze, nel 2007, i cui atti sono apparsi nel 2009 per le edizioni Cantagalli (S. M. Lanzetta, a cura di, Karl Rahner un’analisi critica. La figura, l’opera e la recezione teologica di Karl Rahner [1904-1984]).

Si segnalò dapprima il giornale di Giuliano Ferrara (lui “ateo devoto” che si interessa dei problemi interni alla Chiesa, del magistero del Pontefice e degli smarrimenti dottrinali, sic!), Il Foglio, che pubblicò una recensione al nostro libro del Prof. Roberto De Mattei. Questi sottolineava la necessità di condurre fino in fondo la critica a Rahner. Il titolo scelto dal giornale per la recensione recitava: Karl Rahner, maestro del Concilio, di Martini e della coscienza relativa (sabato, 30 maggio 2009, p. 2).

Non contento di ciò, Ferrara volle sentire il parere anche di due studiosi di Rahner, Mons. Lorizio dell’Università Lateranense e la Prof. Salatiello, dell’Università Gregoriana. Mentre il Prof. Lorizio si dichiarava alquanto favorevole ad una critica a Rahner, ma misurata, equilibrata, dunque da non condurre fino in fondo, la Prof. Salatiello, invece, non riusciva a capire i motivi di tanto arroccamento e di tanta prevenzione nei confronti di Rahner. Questo lo diceva in considerazione di uno dei testi fondamentali di Rahner, da lei prediletto, Uditori della Parola, che da solo basterebbe a smentire la “ricostruzione” di De Mattei, ovvero quella critica a Rahner che lo accusa di esistenzialismo trascendentale e di collocare Dio come interpellante nella natura dell’uomo in quanto uomo, in uno stadio pre-religioso. Rahner a differenza dell’heideggerismo-hegelismo rimproveratogli dai suoi critici, sarebbe, per la Salatiello, in perfetta linea col tomismo di Tommaso d’Aquino.

Il Foglio (del 17 giugno 2009, p. 3) pubblicava un’ampia pagina su Rahner, aperta dall’intrepido Ferrara, che non la pensa come i suoi intervistati, le due interviste di cui dicevamo e alla fine un altro pezzo di De Mattei, che chiudeva la discussione, rispondendo ai difensori di Rahner.

Ancora, ed ora con più sorpresa, su Avvenire (del 5 novembre 2009, p. 32), A. Galli recensiva il recente lavoro di critica a Rahner, mostrandosi, tra le righe, piuttosto d’accordo – e per un giornale dei Vescovi Italiani questo non è poco – al modo di procedere dei «fiumi carsici che scorrono a lungo prima di trovare un pertugio e salire in superficie». Era favorevole cioè a quelle voci “fuori dal coro” che hanno segnalato sempre l’insinuosità e la problematicità della svolta rahneriana, tramite obbligatorio per collegare il pre- al post-concilio.

Nel frattempo, è venuta alla luce un’opera esimia del padre domenicano Giovanni Cavalcoli, Karl Rahner. Il Concilio tradito (Fede e Cultura 2009). P. Cavalcoli, studioso del pensiero rahneriano, appura che in Rahner emerge una volontà manipolatoria che si serve del Concilio, dei suo testi, letti ambiguamente, per affermare verità nuove, sconosciute alla Tradizione della Chiesa ma non alla modernità immanentista. Le svolte rahneriane, infatti, hanno avuto le loro più fedeli sistematizzazioni nel campo morale: un vero farwest soggettivista della libertà come compimento di sé oltre la norma.

In queste note, raccogliendo gli stimoli provenienti dagli echi suscitati dalla critica a Rahner, vorremo fondamentalmente rispondere a due domande, che a nostro giudizio sono, in un certo modo, la sintesi delle tesi dei difensori di Rahner: 1) è ancora valida, oggi, una critica teologica che si mostri intransigente, denunciando gli errori teologici, dopo averne appurato la loro cogenza? 2) Bisogna valutare un Rahner filosofo prescindendo dal Rahner teologo o, invero, non c’è la filosofia di Rahner senza la teologia e viceversa, e questo sin dai suoi albori filosofici?

Occore precisare subito che, la critica a Karl Rahner non è mossa da semplice antipatia culturale, da una prevenzione contro la modernità, o da un esasperato tradizionalismo. Neppure si vorrebbe far passare Rahner come il “capro espiatorio” di un sacrificio esigito da una cultura che necessariamente scarica le sue colpe su qualcuno e così si autoassolve. Essa, invece, è fondata sui dati di un percorso intellettuale che non ha lasciato affatto indifferente l'architettura della fede: ha segnato numerose svolte, troppe a dire il vero, da alimentare numerosi sospetti.

Per il fatto che ogni teologia è utile quanto al suo essere uno sforzo umano da inquadrarsi nel progresso del sapere e una spinta ad ulteriori conquiste o approfondimenti, non ne consegue però una sempre dovuta e supina accoglienza, precludendo ogni intervento forte di segno contrario. È, per così dire, la “falsificabilità” anche del metodo teologico che muove a prendere le dovute cautele da un pensiero, come quello rahneriano, che manifesta non pochi punti deboli e del resto perniciosi.

Il fatto di esser grati ad una malattia per il progresso in ambito medico-scientifico da essa sollecitato, non preclude però il dovere della Sanità di denunciarne gli effetti nocivi. In ambito dottrinale questo compito dovrebbe essere proprio dei Pastori della Chiesa, che però sembrano d’altro avviso quanto agli errori che circolano. Non li si ode quasi mai in questo campo. Li si vede preoccupati più che altro delle questioni etiche. Forse il vero problema è questo: è ancora rilevante l’errore? Si può ancora parlare di un errore che non sia un bene ma un male? Rahner direbbe di no, in ragione dell’idealismo precipuamente hegeliano. Oggi tanti nella Chiesa direbbero con Rahner di no. Eppure le conseguenze di questo “no” sono sotto i nostri occhi: il mondo è entrato nella Chiesa ma la Chiesa fa ancora fatica ad entrare nel mondo.

Oggi più che mai si evidenzia il fatto, da molti attribuito al nuovo “spirito conciliare”, di dover sempre plaudire ad ogni novità in quanto nuova e poi magari limitarsi, nelle sedi dovute, ad una critica, scevra di echi altisonanti, di sterili arroccamenti.

Una critica lasciata comunque “in sordina”, magari per gli addetti ai lavori, perché in fondo non si deve più condannare nessuno, ma solo essere misericordiosi. Questo ha provocato un’ingenua e troppo benevola ricezione della modernità, trasformatasi presto in modernismo. Si può essere però misericordiosi con l'errore? No, ma solo con le persone.

Il problema che oggi siamo chiamati ad affrontare è la nuova e caratteristica rilevanza dell'errore, da denunciare e sradicare per amore della verità. Non si è tradizionalisti o addirittura lefebvriani perché si denuncia un errore. Bollare qualcuno d’asmatico tradizionalismo o di gretto conservatorismo, è oggi la via più facile per farla finita con la fatica della verità, che non è semplicemente, al dire di Rahner, la fatica di un concetto, ma è la fatica della realtà.

La realtà non è un concetto. Gl’idealismi si rivelano profondamente vulnerabili nella loro pretesa di ridurre la realtà ad un concetto, la fede ad un concetto. La realtà, invece, precede il concetto e la fede precede la realtà: viene dall’alto. Non c’è un Kern dal quale dipende ogni soluzione, ogni risposta. Questa è la malattia dell’idealismo.

Questo ottimismo nei confronti di tutte le “nuove” proposte si riveste, spesso, di una giustificazione filosofica e talvolta anche teologica negli apologeti intrepidi dell'opera di Rahner. Entriamo nel merito della questione che si profila.

Partiamo anzitutto dal fatto che non è possibile capire Rahner cominciando da Uditori della Parola. Bisogna premettere la sua opera filosofica iniziale Spirito nel mondo, la cui tesi fondamentale è l’unità tra sensibilità ed intelletto: il senso che prima sembrava passivo rispetto al mondo e dipendente dall’esperienza, in realtà si rivela interno all’intelletto, ora divenuto principio produttivo dell’esperienza, e poi tener presente lo sviluppo teologico del suo pensiero, arrivando fino al Corso fondamentale sulla fede, sintesi del pensiero rahneriano e nuova architettura teologica come vantava J. B. Metz.

Il pensiero di Rahner è una parabola molto coerente: gli inizi si vedono nella fine, ma allo stesso tempo, vengono verificati e modificati durante il processo, com’è naturale, del resto, in una maturazione del pensiero. Questo ad esempio si vede nel concetto che all’inizio Rahner ha di Dio – il problema di Dio è il cuore di tutto l’impegno di Rahner, e per questo è sicuramente invidiabile –, il quale, più avanti, viene trasformato decisamente, ma in linea con tutto il substrato filosofico-teologico.

In Uditori della Parola dice Rahner che «Dio non è un fatto che potrebbe essere afferrato dall’uomo e dalla sua esperienza, immediatamente nel suo proprio Sé». In una conferenza sull’esperienza di Dio (Gottes Erfahrung heute) – a cui Rahner teneva molto –, aggiornandola di volta in volta, invece dice: «…questa esperienza di Dio è inevitabile. È indipendente dal fatto che si chiami Dio o no, se in un’asserzione teoretica di Dio viene all’interno tematizzata concettualmente o meno, se l’uomo liberamente vi s’identifica o vi si oppone, si allontana, vi si lascia fondare…Questa esperienza di Dio non è il privilegio di un qualche “mistico”, piuttosto è data in ogni uomo, anche se la forza e la chiarezza della riflessione sono molto differenti da essa» .

Questa esperienza di Dio, questa sua conoscenza, che si divide tra un ciò che è già dato nell’uomo e un Dio che comunque non è il semplice dato della natura, viene saldata con la creazione più importante di Rahner, l’“esistenziale soprannaturale”: quella saldatura originaria di natura e grazia, cooriginaria all’uomo, tale quale l’esperienza suddetta.

Dice Rahner: «…questa esperienza (di Dio) nella concreta situazione della nostra esistenza, si deve chiamare al contempo naturale e formata dalla grazia (gnadenhaft), dove però questo appoggio della grazia (Gnadenhaftigkeit) non significa alcun privilegio singolare e al contrario la domanda dell’accettazione esistenziale di questa esperienza rimane aperta attraverso la libertà» . Qui, a nostro giudizio, abbiamo il vero volto di Rahner, quel suo sforzo encomiabile ma fallimentare, di dare Dio già a tutti, pur subordinandolo alla libertà, perché l’uomo è essenzialmente libertà.

Questo nella nostra pastorale è stato tradotto sovente così: Dio è sempre a disposizione dell’uomo, in ogni momento, purché l’uomo sia libero, anche di peccare, nel qual caso Dio è sempre nell’uomo – con l’uomo – e non può non perdonarlo. Non è qui in qualche modo la radice della secolarizzazione?

Si tratta, in fondo, di un’esperienza pre-religiosa dell’uomo in quanto tale, e come tale, fondamento di ogni esperienza spirituale dell’uomo. È l’apertura esistenziale del proprio Dasein che si solleva verso questo mistero inafferrabile . Così, «il Cristianesimo non è qualcosa di parziale, piuttosto nel suo nucleo (Kern) ha da dire qualcosa a tutti gli uomini».

L’“esistenziale soprannaturale” è la via per il riconoscimento dei cristiani anonimi, cioè del fatto che tutti sono già cristiani anche se non lo sanno, ponendo così davanti alla pretesa esclusiva del cristianesimo, la domanda di salvezza per i non-cristiani.

Rahner ha fatto in modo molto veloce: ha pensato di salvarli donando la salvezza alla natura in quanto tale, almeno come domanda esistenziale.

La grazia, in verità, non è la natura e la domanda di salvezza non è esistenziale, è di tipo religioso (specifica l’essere uomo in quanto tale nel suo essere creatura spirituale, dando così compimento a questa dimensione spirituale-naturale) e finalmente si può compiere nella capacità che la natura ha della grazia, e ciò in virtù della grazia e non della natura: la natura è capace della grazia e la grazia donata perfeziona la natura.
Come vedremo in Uditori della Parola, Rahner non riuscirà – sin dal principio più filosofico della sua analisi – a liberarsi dalla commistione/confusione di natura e grazia, di filosofia e teologia, dell’essere uomini e dell’essere al contempo in ascolto della Rivelazione. (CONTINUA)


http://www.corsiadeiservi.it

giovedì 3 gennaio 2013

Meditazione di san Bernardo sul potere terapeutico del Nome di Gesù






Un pensiero meditativo di san Bernardo abate sulle proprietà del Nome santissimo di Gesù. Dal sermone che vi posto qui, attinge a piene mani anche sant'Antonio di Padova per il suo Sermone festivo in occasione della Circoncisione del Signore (§6) e lo hanno ben presente pure tanti altri predicatori francescani che diffonderanno la devozione al Santo Nome di Gesù:

BERNARDO DI CLAIRVAUX (CHIARAVALLE), Sermoni sul Cantico dei cantici,15, in "Opere di San Bernardo", vol. V/I, prima parte I-XXXV, ed. F. Gastaldelli et alii, Milano 2006, 202-204:

«NEL NOME DI GESÙ CRISTO NAZARENO, ALZATI E CAMMINA» (At 3,6) II nome di Gesù non è soltanto luce, ma è anche cibo. Non ti senti forse rinforzato ogni volta che lo ricordi? Cosa nutre di più la mente di chi lo pensa? Cosa ristora, in uguale misura, i sensi affaticati, rafforza le virtù, fa crescere i comportamenti buoni ed onesti, alimenta gli affetti casti? Ogni cibo dell'anima è arido, se non è intriso di quest'olio; è insipido, se non è reso gustoso con questo sale. Se scrivi, per me non ha sapore, se non vi leggerò Gesù. Se discuti o discorri, per me non ha sapore, se non vi risuonerà Gesù. Gesù, miele nella bocca, melodia nell'orecchio, giubilo nel cuore.




Ma è anche medicina. Qualcuno di noi è triste? Gesù venga nel cuore, e di là salga nella bocca: ed ecco, al sorgere della luce del nome, ogni nube si dissipa, torna il sereno. Qualcuno cade in una colpa? Peggio, corre, senza più speranza, al laccio di morte? Non è forse vero che, se invocherà il nome della vita, immediatamente riprenderà fiato per la vita? Com'è possibile che, alla presenza del nome della salvezza, duri a lungo — come talvolta accade — la durezza del cuore, il torpore dell'ignavia, il rancore dell'animo, il languore dell'accidia? A chi la fonte delle lacrime, disseccata per caso, non sgorgò subito più abbondante, non fluì più soave, dopo aver invocato Gesù? A chi, sbigottito e trepidante fra i pericoli, l'invocazione del nome della potenza non donò all'istante fiducia, non allontanò il timore? A chi, domando, - mentre era agitato e inquieto fra i dubbi - all'invocazione del nome luminoso, non brillò all'improvviso la certezza? A chi mancò la fortezza se, mentre ormai aveva perso la fiducia e stava per venir meno, risuonò il nome di colui che viene in soccorso? Senza dubbio queste sono malattie e debolezze dell'anima, quel nome è la medicina. E si può anche provare: «Invocami — dice — nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria» (Sal 49(50),15). Niente trattiene altrettanto efficacemente l'impeto dell'ira, placa il gonfiore della superbia, guarisce la ferita del livore, limita il moto impetuoso della lussuria, spegne la fiamma della libidine, tempera la sete dell'avarizia e allontana la voglia di tutto ciò che è disonorevole. In verità, quando nomino Gesù, mi pongo davanti un uomo mite e umile di cuore, generoso, sobrio, casto, misericordioso, insomma, straordinario in ogni cosa onesta e santa e, contemporaneamente, il medesimo Dio onnipotente che mi guarisce con il suo esempio e rafforza con il suo aiuto. Tutte queste cose risuonano per me, quando percepisco l'eco interiore potente: di Gesù. Così prendo, per me, esempi da lui, come uomo, e aiuto da lui perché potente: quelli come essenze aromatiche, questo per renderle più efficaci; e confeziono un preparato che nessun medico è in grado di preparare.

Anima mia, hai questo farmaco, nascosto nel piccolo vaso di questo nome, che è Gesù, sicuramente portatore di salvezza, e che non si dimostrerà mai inefficace nei confronti di nessuna tua malattia. Sia sempre nel tuo petto, sempre nella tua mano, affinché tutti i tuoi sensi e le tue azioni siano orientati a Gesù. Infine, sei anche inviata. Dice la Scrittura: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio» (Ct 8,6). Ma di questo parleremo un’altra volta. Ora hai ciò con cui guarire sia il braccio sia il cuore. Tu hai – ripeto -, nel nome di Gesù, ciò con cui puoi, o correggere le tue azioni malvagie, o perfezionare quelle meno perfette; allo stesso modo hai ciò con cui custodire i tuoi sensi affinché non si corrompano o, con cui guarirli, se si corrompessero.



http://www.cantualeantonianum.com

Gli anticristi




di Padre Giovanni Cavalcoli, OP

Secondo la fede cristiana l’umanità si divide tra due categorie di persone: chi è per Cristo e chi è contro Cristo. Nessuno può sottrarsi a questa scelta, anche chi non ha conosciuto o non conosce esplicitamente e coscientemente Cristo, perché comunque ognuno ha un rapporto con Lui, positivo o negativo. Infatti, come dice S.Giovanni, il Verbo illumina ogni uomo o manifestandosi apertamente come tale – e questi sono coloro che conoscono Cristo esplicitamente, i membri della Chiesa visibile – o manifestandosi attraverso varie mediazioni, come per esempio la voce della coscienza, la percezione naturale dell’esistenza di Dio, i saggi, i riti o i libri sacri di altre religioni, la sapienza filosofica, il rispetto per il prossimo, l’ideale della verità, della giustizia o della pace, l’inclinazione alla bontà, all'onestà, alla virtù, il desiderio della felicità o della beatitudine.


Infatti, come dice il Catechismo di S.Pio X, “l’uomo è creato per conoscere, servire ed amare Dio su questa terra e goder di Lui eternamente in paradiso”. Ma Cristo è appunto il Dio incarnato, Salvatore dell’uomo; e per questo ogni uomo, come membro della Chiesa, è creato per conoscere, servire ed amare Cristo su questa terra, e goder di Lui eternamente in paradiso. Così ogni uomo, per salvarsi, come ha detto il Concilio di Firenze (1442), deve appartenere alla Chiesa Cattolica, il che però può avvenire anche in modo inconscio e invisibile, per coloro che senza colpa non hanno avuto o non hanno la possibilità di entrarvi consciamente ed esplicitamente.

L’uomo dunque è creato per accogliere Cristo come Signore e Salvatore, ma questa accoglienza, questa unione con Cristo, questo vivere di Cristo nella grazia non discende necessariamente dal semplice fatto di essere uomini, non entra nell'essenza o nelle esigenze della natura umana come tale, come alcuni erroneamente credono, ma è effetto di una libera scelta e nel contempo della divina elezione o predestinazione, come dice Cristo: “molti sono i chiamati, pochi gli eletti”.

L’idea oggi diffusa che tutti si salvano è quindi un’idea falsa e pericolosa perché deresponsabilizzante: ci si convince di salvarsi comunque, anche se non ci si cura di liberarsi dai peccati e di esercitarsi nell'obbedienza alla legge divina, credendo che basti una vaga “fede” soggettiva o “atematica” priva di contenuti dogmatici e di un “amore” puramente emotivo, scisso dalla verità. La verità, invece, chiaramente insegnata dal Vangelo e da sempre insegnata dalla Chiesa è che tutti possono salvarsi, ma di fatto non tutti si salvano.

Come dunque insegna Cristo stesso, ogni uomo deve render conto davanti a Lui del proprio operato: al momento della morte (“giudizio particolare”) e alla fine del mondo, ossia al Ritorno (“Parusia”) di Cristo (“Giudizio universale”); nel primo giudizio, come singolo davanti a Dio; nel secondo, come membro della Chiesa e dell’universo.

Nessuno quindi può astenersi dal prender posizione davanti a Cristo, nessuno può dire che Cristo non gl’interessa, nessuno è esentato dal dover render conto a Lui, nessuno può tenersi fuori dal problema dell’incontro con Cristo, nessuno può credere che rifiutare Cristo sia privo di conseguenze o che non metta in gioco il proprio eterno destino (paradiso o inferno), nessuno può credere che per non andare all’inferno basti negar fede all’esistenza dell’inferno, nessuno può essere neutrale nei confronti del cristianesimo o addirittura, come fanno certi gnostici, ritenere di porsi da un punto di vista superiore o considerare come facoltativa l’adesione al cristianesimo, come se il non aderirvi non comportasse nessun problema.

Chiunque nutrisse idee di questo genere, non per questo potrebbe evitare di presentarsi davanti al tribunale di Cristo e subire le conseguenze di tali idee, conseguenze certo tutt'altro che piacevoli, ma giuste. Per amore o per forza, come dice S.Paolo (Fil 2,10), ogni uomo e tutto l’universo alla fine dei tempi saranno sottomessi a Cristo, Re dell’universo. Allora tanto vale che, se non per amore, almeno per sano interesse, prendiamo tutti sul serio la prospettiva cristiana vivendola con impegno, amore e sacrificio, certi che ci attende già da questa vita una divina felicità. Il cristianesimo non è un optional, nel supermercato delle religioni o delle Weltanschauung, tra altre possibilità di salvezza, di felicità o di affermazione dell’uomo: è l’unica via e di una felicità immensamente superiore quella che il più esigente di noi può immaginare.

Troppo spesso nella nostra società e persino da certi cristiani la fede in Cristo è presentata come una scelta facoltativa tra quella di altri ideali o religioni, come se comunque ognuno possa raggiungere la felicità e la salvezza, quale che sia la sua religione o la sua idea preferita. In questo clima si pensa che non esista una verità oggettiva ed universale, e quindi vincolante per tutti, ma che ognuno può seguire liberamente la propria opinione soggettiva. Cristo non avrebbe parlato per tutti ma solo per i cristiani. Gli ebrei, gli islamici o i buddisti lasciamoli in pace. Ora tutto ciò è completamente falso ed eretico, benché certo Dio salvi anche coloro che in buona fede, senza conoscere Cristo, seguono il dettame della coscienza morale naturale.

Questo vuol dire che Cristo ha degli amici, ma ha anche dei nemici; e come ha degli amici docili, fedeli, affezionati, sinceri, generosi e a volte eroici, così ha nei nemici superbi, invidiosi, ostinati, implacabili, bellicosi, crudeli, feroci, diabolici. Certamente non è facile in questa vita distinguere gli uni dagli altri, il grano dal loglio, i “figli del regno” dai “figli di questo mondo”, perché i santi a volte sembrano peccatori e i peccatori sembrano santi.

Per questo, esiste una certa predicazione cristiana della pace che assomiglia più all'utopismo massonico, russoiano ed illuminista che non alla vera predicazione cristiana, come se la pace internazionale potesse, in questa vita mortale ancora ferita dalle conseguenze del peccato originale, essere semplicemente il frutto della buona volontà e di sagge e ragionevoli trattative.

Non c’è dubbio che il cristiano è uomo di pace e straordinario costruttore di pace in forza della pace che gli dona Cristo, ma Cristo stesso ci avverte, soprattutto attraverso l’Apocalisse, che il cristiano non può sottrarsi alla lotta contro gli stessi nemici della pace, ossia i nemici di Cristo e della Chiesa, nemici che agiscono all'interno stesso del nostro spirito (la tendenza al peccato o il demonio), poi in tutti gli ambiti della vita sociale internazionale.

Per questo lo spirito di pace non esime il cristiano, quando occorre, anche dal prendere le armi per la difesa della pace e per lo stesso raggiungimento della pace. Qui sta il valore morale e il merito delle forze dell’ordine delle forze armate. Solo in paradiso la pace potrà essere piena, perfetta e libera da qualunque minaccia, perché lì Cristo non avrà più nemici di combattere e vincere per mezzo dei suoi discepoli. Le forze nemiche, incatenate nell'inferno, non disturberanno più.

Così avviene che molti, per un malinteso pacifismo, che poi diventa opportunismo e vigliaccheria e che lascia i forti ad opprimere i deboli, pensando forse di essere imparziali o nel desiderio scriteriato di farsi amare da tutti o di accontentare tutti o di dialogare con tutti (falso concetto della carità), danno spazio tanto alla ragione che al torto, amano, magari senza discernimento o prudenza, la compagnia di tutti, si espongono agli incontri più pericolosi per la loro anima, sono oscillanti, indecisi, doppi, incostanti, incoerenti, sono ora per Cristo ora per il mondo o, se fosse possibile, vorrebbero servire entrambi simultaneamente e ci provano, con risultati a volte ridicoli, a volte penosi, a volte vergognosi.

L’insieme delle forze malvagie e sataniche che si oppongono a Cristo, le si consideri come un tutt'uno o si voglia far riferimento a una specie di capo supremo, come è più probabile – ma su questo punto gli esegeti non ci vedono chiaro - è notoriamente chiamato da S.Paolo “Anticristo” (II Ts 2,8-11).

Che questo nome non sia necessariamente l’appellativo di una singola persona, ma possa rappresentare un nome comune o il nome di un collettività, è testimoniato da S.Giovanni, il quale viceversa parla di più “anticristi” nel seguente brano: “Figliolini miei, è l’ultima ora; e come udiste che l’Anticristo viene, vi sono ora molti anticristi, donde intendiamo che è l’ultima ora. Sono usciti di tra noi, ma non erano dei nostri, perché se fossero stati dei nostri, sarebbero certamente rimasti con noi, ma si deve far manifesto che non tutti sono dei nostri”( I Gv 2,18-19). E poco dopo l’Apostolo spiega chi è l’anticristo: “Chi nega il Padre e il Figlio” (v.22) e altrove chi nega il Verbo “venuto nella carne”(4,3).

L’“ultima ora” della quale parla S.Giovanni non è necessariamente da intendersi come prossima venuta di Cristo, benché S.Paolo associ la venuta dell’Anticristo all'imminente venuta finale del Signore. Infatti l’espressione “ultima ora” come gli “ultimi tempi” nel linguaggio biblico corrispondono anche a quella che è chiamata la “pienezza del tempo”, ossia il momento della venuta del Messia, l’“ora” nella quale si decidono le sorti dell’umanità secondo il piano divino della salvezza. Per S.Giovanni quindi la venuta degli anticristi è segno della venuta dell’ “ultima ora” nel senso suddetto di quell’ora nella quale si decide per l’uomo il suo destino legato alla scelta radicale fra Cristo e l’Anticristo.

L’Anticristo è dunque colui che attacca direttamente il Mistero di Cristo Verbo fatto carne, Figlio del Padre, come lo stesso Apostolo insegna nel Prologo del suo Vangelo. Già da allora iniziavano le eresie cristologiche. La Chiesa le combatté subito con la massima energia chiarendo la verità in grandiosi ed immortali Concili ecumenici, soprattutto quelli di Nicea del 325 (la “consustanzialità” di Cristo con Dio Padre, omoùsios to Patrì, in altre parole, la divinità di Cristo) e quello di Calcedonia del 451 (Cristo una persona divina in due nature: umana e divina).

Al riguardo, possiamo dire che per moltissimi secoli le eresie cristologiche hanno praticamente taciuto, salvo forse con Lutero, il quale però non attaccò direttamente il dogma della Persona di Cristo, Verbo Incarnato Redentore, che in lui resta intatto, ma falsificò l’opera della salvezza, quella che allora si chiamava con linguaggio paolino la “giustificazione”, ossia la questione di come Cristo ci perdona i peccati, ci dona la grazia e ci rende giusti e santi.

Ma da allora la non facile armonia raggiunta dalla Chiesa nel definire il complesso mistero di Cristo ha come cominciato a dissestarsi, sono sorti gravi strascichi dell’eresia luterana anche in campo cattolico, come per esempio il delicato problema del rapporto tra la grazia e il libero arbitrio, circa il quale apparve una duplice opposta tendenza: o a dar troppa importanza alla volontà dell’uomo (molinismo) o, al contrario, ad accentuare l’opera della grazia a scapito dell’esercizio del libero arbitrio (Giansenio, Quesnel).

La prima tendenza porterà al naturalismo e razionalismo illuministici e massonici del sec. XVIII sino ai nostri giorni; la seconda accentua talmente l’opera della grazia (il sola gratia luterano), che si giungerà addirittura a risolvere l’umano, totalmente relativizzato, nel divino che diventa Dio stesso come forma dell’uomo e si perverrà, a cominciare da Spinoza, Lessing e Schleiermacher sino a Schelling, Hegel e Gentile, al panteismo.

E siamo ai nostri giorni, ai disgraziati nostri giorni, che vedono il risorgere impressionante e diffuso, cambiando forse qualche termine, di tutte le antiche eresie già vinte dai Concili cristologici dei primi secoli, ed oggi trionfalmente ed sfacciatamente risorte come se si trattasse, in linea con la “modernità” e con l’esegesi “storico-critica”, della verità finalmente conquistata circa l’“evento-Cristo”, dopo secoli di equivoci e di oscurantismo della Chiesa di Roma, che aveva dichiarato eretici i profeti, araldi della Parola di Dio e servitori del Vangelo, come per esempio Lutero o Calvino, mentre aveva canonizzato i servi di Aristotele e della scolastica, come per esempio S.Tommaso d’Aquino o S.Roberto Bellarmino o S.Pietro Canisio o S.Pio X.
Anche oggi, quindi, con S.Giovanni, possiamo lamentare che molti fratelli, del popolo come del clero e della stessa gerarchia, teologi o semplici fedeli, “son usciti di tra noi”, ma diversamente da quanto riferisce Giovanni, costoro hanno la pretesa di “restare con noi” senza affatto rinunciare ai loro errori, ma anzi con la pretesa di assumere nella Chiesa un ruolo guida proprio per imporre le loro idee cosiddette “moderne” contro quelle tradizionali della vera fede, da loro viste come vecchie e superate, per non dir sbagliate e comunque non adatte ai tempi moderni.

E’ questa la speciale difficoltà dell’attuale convivenza ecclesiale: la presenza all'interno della Chiesa stessa, di questa zavorra, di questi eretici, i quali non solo non sono affatto disposti a riconoscere di sbagliare, ma si ritengono i maestri, aspirano alle cattedre e ai primi posti, sono sicurissimi di essere nella verità, benché si tratti di idee in contrasto con la tradizione della fede. Eppure ritengono che le loro teorie siano più progredite e più avanzate di quelle dei normali cattolici, a cominciare dal Papa fino all'ultimo dei veri cattolici.

Pertanto questi eretici non intendono assolutamente lasciare la Chiesa, anzi sono convinti di essere più che mai “cattolici”, di aver capito, meglio del Papa e del Magistero, qual è il vero Vangelo, qual è la vera Tradizione, qual è la vera Parola di Dio. Un Vito Mancuso, per esempio, proprio nel suo famoso libro sull'anima dove rifiuta formalmente alcuni dogmi, perché, a suo dire, sarebbero “contro la ragione”, dichiara solennemente di appartenere alla Chiesa cattolica e che apparterrà sempre alla Chiesa cattolica.

Soltanto Mons.Forte, tra i vescovi (che io sappia), è intervenuto a smentirlo. Ma per un caso così grave e scandaloso non sarebbe forse stata opportuna almeno una nota della la S.Sede, che pure interviene per molte altre questioni di minore importanza? Almeno a riparare l’imprudenza di un card.Martini, il quale, nella prefazione a quel disgraziato libro, benché tra alcune vaghe e deboli riserve, gli fa sostanzialmente una lode? Come mai questo smarrimento? Che cosa è successo in questi ultimi decenni di vita ecclesiale? Infatti il caso Mancuso-Martini non è affatto raro, ma si potrebbero citare moltissimi altri esempi. Come mai “l’abominazione nel luogo santo”?

Perché i vescovi tacciono? Non se ne accorgono? Non capiscono? Condividono? Hanno paura? Pensano che siano in gioco delle semplici opinioni? Non sanno che pesci pigliare? Non si rendono conto che è in gioco la loro responsabilità specifica di maestri e custodi della fede? Non pensano al bene del gregge? O come lo intendono questo bene? Solo riempire la pancia o anche illuminare l’intelligenza? Non si accorgono col loro silenzio, di dar scandalo e di indurre i fedeli nell'errore  Vogliono sprovvedutamente mostrarsi al di sopra delle parti? Fraintendono la missione del vescovo insegnata dal Concilio? Non vogliono far la figura del retrogrado? Sono sedotti dal modernismo? Da Rahner? Difficile rispondere con precisione, ma certamente vale una o più di queste risposte, diversa forse caso per caso.

La particolare difficoltà della Chiesa di oggi è che non sempre disponiamo del criterio di distinzione offerto dall'Apostolo per sapere quali “sono dei nostri” e quali non lo sono. Infatti S.Giovanni, per aiutarci a riconoscere coloro che non sono dei nostri, lascia intendere che essi sono usciti visibilmente e dichiaratamente dalla Chiesa, eventualmente, come si usa dire, “sbattendo la porta”, come nel passato hanno fatto tanti eretici, a cominciare da Lutero, lanciando bestemmie contro il Papa e il Magistero, in certo senso però meno sleali dei nostri moderni, che vogliono tenere i piedi su due staffe, fingono di rispettare Papa e Magistero, e per il colmo dello scandalo, ricevono anche onori e lodi da teologi e da prelati, mentre magari chi li critica in nome della vera fede viene disprezzato, emarginato o coperto di insulti.

Oltre a ciò – cosa che contribuiva in passato alla chiarezza – normalmente gli eretici venivano o avvertiti o ammoniti o scomunicati o comunque erano oggetto di varie censure ecclesiastiche più o meno severe, in modo tale che anche il comune fedele che poteva non essere addentro alla questione, sapeva che di quella data persona non ci si poteva fidare[1] o comunque andava affrontata con circospezione e discernimento, un po’ come avviene in campo medico o della salute, dove le autorità competenti avvertono i cittadini dei rischi insiti in certi prodotti.

Il cittadino di buon senso, anche se non conosce i motivi precisi che hanno indotto l’autorità all'intervento  fidandosi di essa, evita saggiamente quel dato prodotto o lo usa con una speciale cautela o solo a certe condizioni. Perché mai invece nel campo della dottrina della fede, dove c’è in gioco la salute dell'anima ben più importante della salute fisica, c’è tanto pressapochismo, tanta incuria, tanta debolezza, tanta incompetenza, tanta superficialità, ci si limita a discorsi generici che lasciano il tempo che trovano, non disturbano nessuno, non colpiscono mai il colpevole, che sfugge sghignazzando ai colpi maldestri, i medici o sono assenti, imboscati o inetti o addirittura, invece di curare, sbagliano la diagnosi e quindi la cura o compromettono la salute o favoriscono le malattie, come il famoso dottor Mengele dei campi di stermino nazista o come quei medici che praticano l’eutanasia?

Abbiamo perso – e mi riferisco ai medici dello spirito, docenti, sacerdoti, religiosi, teologi, vescovi, cardinali, – il senso terapeutico dell’ammonimento o della censura o correzione dottrinale, abbiamo perso la coscienza che questi interventi, ben studiati e calibrati, sono un preciso dovere della carità pastorale[2] che è obbligo dei pastori e dei superiori, nonché della correzione fraterna tra uguali o fratelli nella fede.

Sembra che siamo tuttora schiavi di vecchi pregiudizi razionalisti, illuministi o massonici contro l’idea stessa di eresia e di repressione dell’eresia, cose viste come truci e illiberali usanze di un passato medioevale che deve esser morto e sepolto in questi tempi moderni, illuminati dalla libertà di pensiero, dal dialogo a tutto campo e dalla tolleranza di tutte le idee, mentre si pensa che tutti, seppur da punti di vista diversi, sono in buona fede e cercano la verità, ammesso e non concesso (come dice Rahner) che esista una verità oggettiva ed universale, concettualmente ed inequivocabilmente formulabile, alla quale si possa opporre con certezza e precisione un errore contrario.

Speriamo che il presente Anno della Fede costituisca un efficace appello a tutti i credenti di buona volontà, popolo e pastori, ad avvertire maggiormente l’importanza della verità nella vita di fede, perché se è vero che la fede deve giungere ad una prassi e ad un’esperienza di vita, tutto ciò sarebbe falso ed illusorio se non fosse fondato su di una chiara e sicura percezione della verità della Parola di Dio libera da tutto ciò che la può falsificare e trasformare in via di perdizione anziché di salvezza.

La vera fede non lascia sussistere in noi un “non-credente interrogato dal credente e interrogante il credente”, come erroneamente ritiene il card.Martini. La vera fede, certo, si pone delle domande, ma le domande non le fa al non-credente, che invece dev'essere istruito e non far da maestro, ma le fa alla Parola di Dio, trasmessaci dal Magistero della Chiesa, perché la vera fede elimina l’incredulità (non il non-credente!), che le è nemica e rifugge dal dubbio che non sia ispirato dal desiderio di aumentare la fede o di comprendere le ragioni della fede.

La vera fede non è quella che cincischia sempre col dubbio fine a se stesso, senza mai venir a capo di nulla, ma è quella che, fondata su buoni argomenti di credibilità, con sagge argomentazioni e una credibile testimonianza di vita, può essere comunicata ad altri non ancora o non più credenti, sotto l’influsso e con l’aiuto dello Spirito Santo. Questo è quanto ci insegna Cristo che, di fede, penso, se ne intendeva.




[1] L’Indice dei libri proibiti per secoli ha servito anche a questo scopo, benché non fosse il sistema ideale per preservare dall'errore  perché si finiva con l’escludere anche i lati buoni che potevano esse contenuti in questi libri. L’ideale sarebbe ed è fare una lavoro di separazione fra il positivo e il negativo.

[2] Mi permetto di indicare su questo tema il mio libro La questione dell’eresia oggi, Edizioni Vivere In, Monopoli (BA) 2008, dove presento un modo attuale di affrontare il problema alla luce della Sacra Scrittura, sulle orme dei maestri del passato e delle indicazioni della Chiesa postconciliare. Espongo queste idee ormai da due anni mensilmente nelle mie catechesi domenicali alle ore 18 a Radio Maria


Libertà e Persona   3 gennaio 2013

mercoledì 2 gennaio 2013

Femminicidio e crisi della famiglia





di Riccardo Cascioli

Tutti impegnati a bastonare don Piero Corsi per l’articolo sulla violenza alle donne appeso nella bacheca della propria parrocchia a Lerici, non si è prestata molta attenzione a un aspetto molto serio relativo al modo di presentare le notizie sulle uccisioni di donne. In effetti recentemente la cronaca ci ha dato molte notizie di donne uccise da mariti o conviventi, e il succedersi di tali fatti non può lasciare indifferenti.

Però anzitutto è importante comprendere bene il fenomeno. Contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, gli omicidi nei confronti delle donne sono in diminuzione, almeno a quanto affermano i dati dell’Istat: in questo 2012 le vittime femminili alla fine supereranno di poco le 120 unità, ma nel 2010 erano state uccise 156 donne, 172 nel 2009 e ben 192 nel 2003, che rappresenta il picco degli ultimi dieci anni. Rispetto al totale degli omicidi le vittime donne rappresentano circa il 30%.

Sia ben chiaro, anche un solo omicidio sarebbe già troppo e intollerabile, però è bene guardare la realtà per quello che è. Proprio per questo il dato più interessante – e inquietante – per il nostro discorso è che, per le donne, è aumentato notevolmente il tasso di omicidi cosiddetti di prossimità, ovvero che avvengono in ambito familiare o sentimentale. Nel 2002 per la prima volta le vittime di mariti, conviventi o amanti hanno superato quelle causate dalla criminalità organizzata, e oggi tale tasso ha superato il 70%.

La famiglia è dunque più pericolosa della malavita? Rispondere in modo corretto a questa domanda è fondamentale se si vuole davvero affrontare in modo giusto il problema. In effetti, ad ascoltare i tg e leggere i giornali si ha proprio questa impressione: si parla sempre di omicidi in famiglia, e la famiglia è sempre sotto accusa. Ma se si ha la pazienza di andare oltre i titoli si scopre che gli omicidi non sono generati dalla famiglia, ma dalla crisi della famiglia. Come ha spiegato l’anno scorso il presidente dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, Gian Ettore Gassani, alla presentazione del rapporto Eurispes: «Nelle coppie l’80% degli omicidi avviene nelle fasi in cui la relazione sta finendo o quando è appena finita. Nell’85% dei casi, l’omicida è l’uomo, sia perché di solito sono le donne a lasciare sia perché per l’uomo è più difficile accettare di essere lasciato. A volte poi ci sono questioni di “onore”, specie nei piccoli paesi, oppure economiche, come la perdita della casa, ma anche di affetto, come le difficoltà per vedere i figli».

Questo è il punto centrale: la criminalizzazione dell’ambito familiare è infatti funzionale a chi vuole distruggere definitivamente la famiglia, tanto è vero che poi si invocano misure e provvedimenti che difendano l’individuo – in questo caso è la donna, ma lo schema funziona anche per i figli – dalla famiglia. Così che l’individuo si trova a dipendere totalmente dallo Stato. Peraltro non è una strategia solo italiana, sono ormai più di venti anni che a livello internazionale le solite lobby anti-famiglia ci provano, e già alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo svoltasi al Cairo nel 1994 nel documento finale l’individuo prendeva il sopravvento sulla famiglia come cellula fondamentale della società. Ma se si imbocca questa strada – come si sta facendo – si pongono le premesse per un aumento delle violenze.

Se il problema – come è evidente dai dati – nasce invece dalla crisi della famiglia, dalle separazioni e dai divorzi che – contrariamente a quello che ci vogliono far credere le fiction tv – provocano grandi sofferenze, allora l’unica strada per combattere il fenomeno degli omicidi di prossimità è rafforzare la famiglia, sostenerla, aiutare in tutti i modi ad avere relazioni più stabili e durature.

In questa prospettiva va assolutamente rigettato il divorzio breve – e si dovrebbe dire il divorzio e basta -; non ci può essere spazio per il riconoscimento delle unioni di fatto, figurarsi quelle gay; la conciliazione famiglia-lavoro deve essere a vantaggio della prima; va promossa una riforma fiscale che prenda in considerazione il reddito familiare; va rafforzato in tutti i modi il diritto-dovere dei genitori ad educare i figli. E per quel che riguarda la Chiesa, bisognerebbe prestare maggiore attenzione ai contenuti dei corsi di preparazione al matrimonio, che spesso sono una patetica riproposizione di buoni sentimenti e luoghi comuni.

Tutto il resto è solo ideologia e sottomissione al politicamente corretto. E a questo proposito ci si lasci spendere solo due parole sul caso di Lerici. Come pare evidente da quanto scritto sopra, il contenuto dell’articolo appeso dal parroco è come minimo fuori tema, senza considerare che suona come una inaccettabile giustificazione della violenza. Forse spinto anche dalle pesanti pressioni esterne, il fuoco “amico” sul parroco è stato comunque impressionante: sono intervenuti in rapida sequenza, e con parole pesanti, il suo vescovo, il presidente dei vescovi italiani e il neo-presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

Poi accade che un gruppo di dimostranti esagitati che vogliono contestare don Corsi, fanno irruzione in chiesa interrompendo la messa e soltanto l’intervento dei carabinieri riporta la calma. Ripeto: irruzione in chiesa e interruzione della messa. Silenzio da parte di tutte le autorità ecclesiali. Qualche settimana prima, 8 dicembre, in un’altra parte della Liguria un prete fa cantare Bella Ciao come canto finale della messa. E ancora silenzio.

C’è qualcuno che ci può spiegare la gerarchia della “gravità” e “tristezza” dei fatti?


La nuova Bussola Quotidiana 

Andare a Messa e morire. L’incredibile testimonianza di fede dei cristiani nigeriani





La Radio Vaticana ha intervistato monsignor Ignatius Kaigama, arcivescovo di Jos e presidente dell’episcopato nigeriano. Il 2012 è stato un anno terribile per lo stato africano e solo qualche giorno fa quindici cristiani sono stati sgozzati nel sonno, probabilmente per mano dei terroristi islamisti di Boko Haram. Di seguito riportiamo il testo dell’intervista di Alessandro Gisotti.




Kaigama: Certamente, è stato un anno molto difficile per i cristiani in Nigeria, a causa della persecuzione e quindi la sofferenza a causa della fede. Abbiamo avuto attacchi su attacchi nelle chiese. Sono stati certamente momenti molto difficili. Però, abbiamo speranza: i cristiani qui non rinunciano! Fanno il possibile per poter continuare a praticare la loro fede, vengono a Messa. Sono pochi quelli che hanno paura. Dobbiamo dire che la maggioranza è forte. Continuiamo così e speriamo che l’anno nuovo sia diverso: che possa essere un anno di armonia, di pace per tutti noi, musulmani e cristiani. Vogliamo vivere in pace, sempre…

Moltissime stragi sono avvenute proprio la domenica, proprio mentre i fedeli erano in chiesa. Forse in Occidente non si capisce questo, andare a Messa e morire: questa è una testimonianza fortissima anche per i cristiani del resto del mondo…Certamente, queste persone cercano momenti solenni, momenti speciali per attaccare. Quindi, la chiesa diventa bersaglio quando i cristiani vi si radunano per pregare: in questa occasione è più facile, è più semplice per i terroristi attaccare. Come dico sempre, questo non può far morire la fede, non può ridurre l’amore per la fede cristiana. Questo non ci trattiene dal praticare la fede: infatti, noi andiamo avanti, bambini, uomini e donne. Sempre siamo pronti ad andare avanti. Per questo, siamo sicuri che saremo vincitori.

Diceva Tertulliano, all’inizio della storia del cristianesimo, che il sangue dei martiri è fecondo per la vita di fede. Sembra incredibile visto oggi da qui, da Roma. Ma è così: in fondo, è stato anche a Roma così, all’inizio del cristianesimo. Dunque, queste continue stragi non piegano la fede dei cristiani, anzi, la rafforzano…
Senz’altro. Anche oggi, questa notte, festeggeremo la vigilia dell’Anno Nuovo e io sono sicuro che parteciperanno tante persone, che verranno a ringraziare il Signore per tutte le grazie, per tutto quello che hanno ricevuto nel corso dell’anno passato. La fede è solida. Senz’altro, noi continueremo a praticare la fede cristiana. E speriamo di vincere con l’amore e con la fortezza della nostra fede, su queste persone diaboliche.


Tempi.it  31 dicembre 2012

martedì 1 gennaio 2013

LA FALSA ALTERNATIVA DELLA MEDICINA DELLA MISERICORDIA





Editoriale di “Radicati nella fede” n° 1 Gennaio 2013

Pare che oggi sia scomparsa dalla Chiesa la condanna del peccato.
Non diciamo che non si dichiari più che questo o quello sia peccato; diciamo solo che lo si fa così timidamente e dolcemente da sembrare, anche per la Chiesa, una questione non grave. Sì, generalmente oggi si fa così. Se si dice ancora che un'azione è peccato, parte subito tutta un’opera di addolcimento dell'accusa, per non spaventare il peccatore, per accoglierlo comunque, dicendo subito che la misericordia vince. Ma la misericordia di Dio la si comprende bene solo se si coglie tutta la gravità del peccato. Oggi ormai ha vinto questa linea nella Chiesa, disastrosa dal punto di vista della cura delle anime, disastrosa per la pastorale, come si suol dire oggi.
Non è solo il mondo ad aver fatto il disastro morale di oggi, troppo comodo incolpare solo quelli di fuori! Siamo noi che non abbiamo più parlato con chiarezza della gravità del peccato, del peccato mortale, del pericolo dell'anima che muore in stato di impenitenza finale. Siamo noi che abbiamo “scherzato”, parlando di peccato e di misericordia (quasi fosse questa una concessione preventiva al tradimento di Dio), non aiutando le anime nel ravvedimento e nel vivere secondo Dio. Vivere nel peccato vuol dire perdere la vita. Non abbiamo più detto che il peccato dispiace a Dio, che rovina l'esistenza quaggiù e chiude il Paradiso. Non abbiamo più parlato di dolore del peccato, di contrizione, e poi ci stupiamo che non ci si confessi più!
Il nuovo corso è iniziato quando si è cominciato a dire che la Chiesa (“moderna”) preferisce la medicina della misericordia a quella della condanna. Si è addirittura fatto un Concilio per dire che non si voleva condannare più l’errore. Si è d'autorità deciso, per esempio, di tacere sul male “religioso” del '900, il comunismo ateo con tutti i suoi errori ed orrori.
Invece la Chiesa, nel passato, non distinse mai la misericordia dalla condanna del peccato! Sono entrambe azioni necessarie nell'opera di Dio, nell'opera di salvezza delle anime: la condanna seria del peccato apre l'anima alla possibilità del dolore che salva; la misericordia dona la grazia del perdono, a chi la domanda.
Terminiamo con una pagina di J. H. Newman, dell'Apologia pro vita sua, dove, parlando dell'Infallibilità della Chiesa, la introduce così:
Anzitutto, la dottrina del maestro infallibile deve iniziare da una vibrata protesta contro lo stato attuale dell'umanità. L'uomo si è ribellato al suo Creatore. Questa ribellione ha provocato l'intervento divino; e la denuncia della ribellione dev'essere il primo atto del messaggio accreditato da Dio. La Chiesa deve denunciare la ribellione come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti; se vuole essere fedele al suo Maestro, deve bandirla e anatemizzarla. [...]
La Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo.”
Ecco come il beato Newman, erroneamente considerato come precursore del Vaticano II, fa eco alla grande Tradizione della Chiesa, che anche sugli aspetti morali è di semplice ed estrema chiarezza. Altro che le elucubrazioni pastorali di oggi che hanno prodotto parrocchie dove la maggioranza dei fedeli vive strutturalmente in peccato mortale.
Ascoltiamo Newman, ascoltiamo la Chiesa: la Misericordia inizia con la denuncia del peccato, dicendone tutta la sua gravità.

www.radicatinellafede.blogspot.it

Bilancio di un anno. E previsioni



Nell'Italia cattolica ci si sposa sempre meno, e c'è chi vi vede l'ennesimo segnale dell'avvento di un'età postcristiana. Un'analisi sugli attuali "segni dei tempi" e su come la Chiesa li interpreta







di Sandro Magister

ROMA, 30 dicembre 2012 – Un indicatore forte della secolarizzazione nei paesi di antica cristianità è il calo dei matrimoni sacramentali.

Anche l'Italia è segnata vistosamente da questo calo. L'edizione del 2012 dell'"Annuario statistico italiano", pubblicata nei giorni scorsi dall'ISTAT, ha documentato che per la prima volta, nell'Italia del Nord, i matrimoni civili hanno superato i matrimoni religiosi, nella proporzione di 51,7 contro 48,3 ogni cento.

Ma ciò non significa che i matrimoni in municipio registrino una "vittoria" sui matrimoni in chiesa. Sia gli uni che gli altri, infatti, sono diminuiti di numero rispetto all'anno precedente. Anzi, i matrimoni civili sono calati più ancora dei religiosi: meno il 7,3 per cento i primi, e meno il 4,6 per cento i secondi.

Per i matrimoni civili il declino è fortissimo. Dopo molti anni di crescita ininterrotta, dal 2008 non fanno che diminuire. Ha commentato su "il Foglio" del 28 dicembre il demografo Roberto Volpi:

"Se si tiene conto che tra i matrimoni civili cresce la quota dei secondi matrimoni – quelli di quanti, per essere divorziati, non possono sposarsi in chiesa – si capisce bene come tra coloro che si sposano civilmente per la prima volta il tonfo sia ancora più forte. La verità è che in Italia non ci si sposa più: né in chiesa né in municipio".

Riguardo ai matrimoni celebrati, quindi, l'Italia non rappresenta più una "eccezione" rispetto ad altri paesi di avanzata secolarizzazione. Anzi, il suo quoziente di nuzialità è ormai tra i più bassi d'Europa: con soli 3,6 matrimoni in un anno ogni mille abitanti, contro i 4,7 dell'insieme dell'Unione europea.

Nelle due regioni italiane più ricche, la Lombardia e l'Emilia Romagna, il quoziente di nuzialità è addirittura sotto il 3 per mille, la metà di quello dei paesi scandinavi: Danimarca, Svezia, Finlandia.

Non sorprende, allora, che la gerarchia della Chiesa sia in allarme per questo crollo della nuzialità, sia religiosa che civile, tanto più impressionante quando avviene nei paesi di più radicata tradizione cattolica.

È un allarme che incide sulle strategie pastorali. Che impone nuove riflessioni. Come quelle che fa qui di seguito Francesco Arzillo, un magistrato amministrativo di profonda competenza filosofica e teologica.

Arzillo mostra tra l'altro come il pontificato di Benedetto XVI – specie nelle omelie – si confronti con la crisi del matrimonio e con altri "segni dei tempi" con uno stile simile a quello dei Padri della Chiesa, capace di "tenere assieme la radicale essenzialità del fondamento della fede con le dinamiche della società contemporanea".






COME LEGGERE I NUOVI "SEGNI DEI TEMPI"






di Francesco Arzillo

La recente notizia secondo cui nell’Italia settentrionale il numero dei matrimoni civili ha superato quello dei matrimoni religiosi contribuisce a tenere desta l’attenzione sul tema della secolarizzazione e sulle strategie pastorali più adeguate a fronteggiarla, anche in un paese con una diffusa presenza della Chiesa.

È facile immaginare che un dato come questo possa essere adoperato – da parte degli esponenti delle posizioni ecclesiali e mediatiche maggiormente polarizzate in senso “tradizionalista” o in senso “progressista” – per mettere in discussione la scommessa cui è ispirata la pastorale ufficiale della Chiesa italiana sin dall’epoca della presidenza del cardinale Camillo Ruini: scommessa favorevole a valorizzare le peculiarità storiche e culturali di quella che appare essere una vera e propria “eccezione italiana” nel trend apparentemente irreversibile del processo di secolarizzazione europea.

In fondo, le due menzionate linee di pensiero – discordi quasi su tutto – paiono concordi nel denunciare un’eccessiva enfasi della gerarchia della Chiesa sulle questioni bioetiche e culturali, a discapito dell’attenzione al fondamento della fede. Anche se poi di questo fondamento i tradizionalisti e i progressisti danno letture ispirate a prospettive addirittura antitetiche, pur se sostanzialmente coincidenti nell’attribuire al Concilio Vaticano II un ruolo di sostanziale rottura rispetto al passato.

Vale la pena, invece, di continuare a "sperare contra spem", e a operare di conseguenza nella direzione intrapresa da qualche decennio.

In primo luogo va ribadito con forza che l'eccezione italiana – come mostrano gli studi di sociologi della religione come Pietro De Marco e Luca Diotallevi – non è un mito creato a tavolino.

È noto, ad esempio, che a Roma le messe celebrate nelle parrocchie con forte presenza di popolazione universitaria sono affollate da studenti di entrambi i sessi: a un semplice colpo d'occhio esse non denotano certamente una situazione di irrilevanza sociale del cristianesimo tra le giovani generazioni. E tanti altri esempi si potrebbero fare al riguardo.

Occorre però intercettare più efficacemente questa domanda giovanile, che non è solo una domanda emotiva, ma anche una domanda di intelligenza – di un “senso intelligibile e vero” –, fornendo degli strumenti idonei a meglio pensare la fede, per meglio viverla e meglio comunicarla. E forse a questo fine occorrerebbe anche correggere qualcosa nella formazione del clero, che dovrebbe essere maggiormente centrata sul ruolo della catechesi dottrinale e della liturgia, che sono fondamento autentico di ogni altro operare cristiano. Ma non si può negare che esista una base su cui è possibile continuare a costruire.

Le narrazioni tradizionaliste e progressiste hanno difficoltà a confrontarsi con questo discorso, perché postulano – sia pure in forme diverse – la presa d’atto della fine della cristianità: i tradizionalisti a favore di un cristianesimo che sopravviverebbe in minoranze combattive, isole felici del tutto impermeabili alla cultura contemporanea; i progressisti inverandosi in una sorta di “puro vangelo”, annunziato da una Chiesa minoritaria pronta a celarsi come lievito nel mondo secolarizzato, assumendone per buona parte la cultura.

Anche le narrazioni tipiche dei movimenti ecclesiali incrociano questi due atteggiamenti, pervenendo a posizioni di vario segno, accomunate comunque dalla medesima convinzione di essere minoranza nella postcristianità.

Questa convinzione tuttavia non va banalizzata: essa richiede anzitutto la consapevolezza che – a dispetto delle analogie che si fanno – non ci troviamo oggi in una situazione assimilabile a quella dei primi secoli del cristianesimo.

La secolarizzazione europea è un fenomeno tipicamente postcristiano: di qui le notevoli difficoltà che essa pone ai teologi, ai filosofi e agli studiosi in genere. Del resto, oggi non andiamo ad assistere a spettacoli cruenti nel circo, ma nello stesso tempo produciamo bambini in provetta: pare evidente che si tratta di una situazione nuova, che ci chiede di coniugare il ritorno alle fonti della fede con una capacità di lettura del tutto adeguata ai tempi. In questo senso, la dottrina conciliare dei “segni dei tempi” acquista una risonanza non ingenuamente ottimistica.

La necessità di una battaglia bioetica e biogiuridica, ad esempio, non va intesa come restaurazione di una cristianità del passato, di un passato in cui tali problemi non si ponevano nella qualità e nella misura odierne.

Si tratta puramente e semplicemente della grammatica dell’umano, che in altri tempi si poteva dare per presupposta in Europa, e che oggi non lo è più.

Questa grammatica dell’umano costituisce la base su cui si può innestare l’annuncio di fede in maniera fruttuosa.

Non a caso nel pontificato di Benedetto XVI la difesa di questa grammatica e l’annuncio di una fede purificata e ricondotta al suo fondamento spirituale coesistono nitidamente e trovano espressione nelle straordinarie omelie, che proprio per questo assomigliano alle omelie dei Padri della Chiesa.

Non si tratta, infatti, di una somiglianza stilistica estrinseca, ma di una somiglianza di logica interna: il tentativo, felicemente riuscito, di tenere assieme – come facevano un Agostino e un Giovanni Crisostomo – la radicale essenzialità del fondamento della fede con le dinamiche della società contemporanea, in un discorso mai ideologico e sapientemente articolato sui diversi ma connessi piani del kerygma, della dottrina, della liturgia, della vita.

In quest'ottica anche la grande disputa ecclesiale sul concilio Vaticano II, che lungi dal placarsi acquista toni sempre più radicali, può essere ricondotta nel giusto alveo.

La Chiesa oggi non può non porre al primo posto l’attuazione di questo grande e universale concilio, della cui validità canonica e della cui significatività non sussiste alcun serio motivo di dubitare, per un cattolico.

Ma, proprio per questo, la Chiesa deve distinguere ciò che il concilio ha realmente detto dal groviglio delle sue interpretazioni ideologiche, non rispondenti alla pienezza dell’insegnamento contenuto nei suoi documenti.

Non si tratta di un compito impossibile, se si pensa all’assistenza divina di cui beneficia il "munus" magisteriale, i cui pronunciamenti odierni vengono facilmente disattesi, sia dai progressisti, sia dai tradizionalisti, con l’impiego di letture unilaterali e selettive, come tali neppure rispondenti a un autentico principio cattolico.


http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350393