lunedì 28 maggio 2012

L’inspiegabile pace di una fragile roccia





di Antonio Socci

Aveva iniziato il suo pontificato con un appello insolito e drammatico. Ricordo bene quella sua messa di insediamento, il 24 aprile 2005: ero lì, in piazza San Pietro, quando pronunciò, con la sua voce timida, queste terribili parole: “Pregate perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri.


Tornano in mente specialmente oggi, quelle espressioni, di fronte alla tempesta che ha investito il Vaticano. Ero ovvio che Benedetto XVI sapesse bene di cosa parlava. E non avrebbe mai pronunciato una frase del genere se non fosse servita anche al popolo cristiano a capire cosa sarebbe accaduto.
Nel linguaggio tradizionale cristiano peraltro “i lupi” rappresentano non il nemico esterno, non la persecuzione del mondo, ma “il fumo di Satana” – come ebbe a dire Paolo VI – che si insinua nel Tempio di Dio, cioè il male che è dentro la comunità, in noi cristiani, e, quindi, anche (qualche maligno dice: soprattutto) dentro le mura leonine.

Ritengo che sarebbe profondamente ingiusto squalificare in toto la città vaticana come un covo di serpenti, corvi e lupi. Confesso di essermi sorpreso tante volte nel conoscere persone, importanti o no, che all’ombra di san Pietro vivono una fede luminosa, una carità fervente, una vita ascetica inimmaginabile.
Egualmente mi rifiuto di identificare la causa di tutta questa tempesta con il cameriere personale di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, che è stato “fermato” ieri dalla gendarmeria vaticana. Sia perché la presunzione d’innocenza vale anche per lui, sia perché tutti coloro che lo conoscono lo giudicano un uomo buono e devoto al papa, che non può aver commesso un simile tradimento.

Sia perché i documenti pubblicati da Gianluigi Nuzzi provengono non solo dalla corrispondenza del Papa, ma anche da altri uffici vaticani che non sono certo accessibili al signor Gabriele.
Sia perché, infine, la fuoruscita di documenti è stata gestita con una strategia molto scaltra ed elaborata, da addetti ai lavori (o ai livori).
E lascia trasparire dietro – come scrive lo stesso Nuzzi – un certo numero di persone e un’evidente lotta per bande. Scatenatasi sulle macerie della macchina di governo vaticana che sembra francamente da rinnovare radicalmente.

D’altra parte non è un mistero per nessuno che all’interno del mondo ecclesiastico si scatenino talvolta logiche di potere che nulla hanno da invidiare a quelle del mondo.
Tanto è vero che è stato lo stesso Benedetto XVI a mettere in guardia i cardinali dell’ultimo concistoro dalla smania del potere ed è stato sempre lui – in più occasioni – a denunciare il clericalismo, il carrierismo e l’abuso del potere.

In un documento solenne come la sua “Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica” del 10 marzo 2009, con candore evangelico, ma anche con profondo coraggio e trasparenza, ha scritto questo terribile passo:
“Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: ‘Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!’ ”.


Dopo questa scioccante citazione ha aggiunto:
“Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo ‘mordere e divorare’ esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata.
È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?”.


Pur con questa chiara e desolante coscienza della realtà, ieri, dalle mura vaticane, è emerso lo stato d’animo del Papa: “addolorato e colpito”. Sono parole tipiche della personalità di Joseph Ratzinger i cui rapporti umani sono improntati sempre a leale sincerità e disarmante candore.
Ho avuto il privilegio di poter trascorrere, in diverse occasioni, del tempo con lui, quando non era ancora papa e fuori da circostanze ufficiali. Nell’ultima, era l’ottobre 2004, sei mesi prima della sua elezione, siamo stati due giorni sulle montagne bellunesi.

Eravamo ospiti di un centro culturale cattolico che, insieme al cardinale, mi aveva invitato a presentare il suo libro “Fede, verità, tolleranza” (Cantagalli).
Ho potuto vederlo nella vita quotidiana, in un contesto familiare, ne ho studiato i gesti, le espressioni e ho toccato con mano la sua sorprendente affabilità, un’umanità plasmata dallo spirito evangelico.
Pur essendo un grande teologo, una delle menti più lucide della sua epoca e pur avendo un ruolo così alto nella Chiesa universale, sorprendeva tutti con la sua semplicità e la sua timida gentilezza.
L’ho visto ogni volta, dopo la colazione del mattino o la cena, bussare alla porta della cucina per ringraziare personalmente, una ad una, le donne che, là dietro, avevano preparato i pasti.
Ricordo la sua gioia – di artista o di fanciullo – nel camminare su un sentiero panoramico in montagna, davanti a tutta la magnificenza delle Dolomiti, e il suo immediato moto di tenerezza per un gattino comparso nel cortile.

Un uomo così, mi dissi, è come indifeso di fronte alla naturale malizia degli uomini. Perché immediatamente aperto alla fiducia. E’ dunque comprensibile il suo dolore per quello che sta accadendo.
Tuttavia papa Ratzinger è anche un vero sapiente, da tutti i suoi gesti e le sue parole traspare la sapienza che viene dall’alto.

In anni lontani, durante una conversazione in cui erano emersi tutti i veleni e le minacce che stavano facendo oscillare paurosamente la barca di Pietro, concluse con disarmante certezza che – in ogni caso – è il Signore stesso che guida la storia e porterà lui in salvo la sua Chiesa.
Ieri lo ha ribadito davanti a 50 mila aderenti del Rinnovamento nello Spirito: “il vento scuote la casa di Dio, ma la casa costruita sulla roccia non cade”. La “roccia” è Cristo. E ciò che il Papa ha chiesto è di testimoniare “la gioia” della sua “attrazione” e della sua amicizia.

Per papa Ratzinger la “vittoria” della Chiesa non è una vittoria mondana, non è un successo legato ai criteri terreni o alle istituzioni vaticane. Ma l’evidenza che la compagnia di Gesù vince il male, il dolore e la morte.
Una volta lo ha spiegato con un’immagine sorprendente e meravigliosa:
“Le vie di Dio sono diverse: il suo successo è la croce…non è la Chiesa di chi ha avuto successo ad impressionarci, la Chiesa dei papi o dei signori del mondo, ma è la Chiesa dei sofferenti che ci porta e credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. Essa è ancora oggi segno del fatto che Dio esiste e che l’uomo non è solo un fallimento, ma può essere salvato”.


In questo senso non ha torto lo storico cattolico Franco Cardini che ha affermato: “Lo Stato Città del Vaticano non è la Chiesa. Non bisogna gridare al Cristianesimo offeso e tradito”.
Infatti lo stato Città del Vaticano e pure la Curia sono istituzioni umane, storiche, che potrebbero anche non esserci più, come non c’erano nei primi secoli.
Ma la Chiesa, dietro a Pietro, non crolla, è “la casa costruita sulla roccia”, che rimane fino alla fine dei tempi. E scaturisce dal dono dello Spirito Santo, dai sacramenti e fiorisce nella vita e nei cuori, nella mistica unità dei cristiani. La Chiesa è il luogo della misericordia e della salvezza. Per tutti. Il luogo dei miracoli.


da “Libero” 27 maggio 2012 


domenica 27 maggio 2012

Video della conferenza di don Enrico Bini

Al link seguente il video della conferenza tenuta da don Enrico Bini il 27 aprile 2012:


“La Liturgia in Romano Guardini”

sabato 26 maggio 2012

La danza vuota intorno al vitello d'oro




Raymond Leo Burke
Nicola Bux
Raffaele Coppola

Liturgie secolarizzate e diritto

I contributi raccolti nel volume affrontano sotto varie angolature il tema, assai caro alla teologia di Benedetto XVI, della "tentazione costante nel cammino della fede" di eludere il profondo mistero di Dio, "costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi e ai propri progetti". Questa deviazione si è verificata pure in campo liturgico: dopo il Vaticano II e sino ai nostri giorni vi sono stati non rari abusi, i quali risultano censurabili nella misura in cui si traducono in atti di culto che, secondo il pensiero del Santo Padre, non sono più teocentrici ma piuttosto antropocentrici, vale a dire protesi ad un'auto-esaltazione dell'uomo e delle sue esigenze. È per questo che il recupero, compiuto da Benedetto XVI, della cosiddetta "Messa di San Pio V" ovvero della Forma extraordinaria del rito della Messa potrà svolgere un utile compito, spingendo ad arginare quelle non isolate deviazioni, onde riportare sempre più al centro dell'attenzione il vero Protagonista anche nelle modalità di svolgimento della Messa secondo la Forma ordinaria o "di Paolo VI" e dei riti adottati a seguito delle riforme conciliari. Va ricordato che, secondo la dottrina tradizionale, tutti i riti sono offerti per adorare, propiziare, ringraziare Dio ed impetrare da Lui le grazie necessarie alla salvezza eterna dell'uomo.


Scuola Ecclesia Mater

Ciò che veramente intendeva Giovanni XXIII per "novella Pentecoste"





Il beato Giovanni XXIII la definì così: “La Chiesa Santa di Dio, che vuol essere luce delle genti, ha una sua parola da dire agli uomini dell’epoca presente. Con umile fermezza, essa per la voce dei suoi pastori, uniti con Pietro, richiama i popoli alla preminenza delle cose dello spirito; invoca l’istituzione di un ordine civile e domestico più equo e più nobile, in cui tutti i figli di Dio, redenti dal Sangue di Cristo, possano vivere nell’amore reciproco, nel rispetto dei mutui diritti e doveri. La Chiesa chiama soprattutto i suoi figli a una rifioritura esemplare di virtù, nella pratica costante delle opere di misericordia e nell’esercizio volenteroso del buon esempio e dell’apostolato. È questa la novella Pentecoste, che invochiamo ardentemente dallo Spirito Santo, come frutto del Concilio Ecumenico Vaticano II.” (Udienza generale del 24 ottobre 1962).

venerdì 25 maggio 2012

Il cardinal Burke: cattolici, non è tempo di tacere







Il cardinale Burke, uno degli uomini molto vicini al papa, è stato tra i numerosi cardinali che hanno dato l’adesione alla marcia per la vita del 13 maggio. Inoltre egli è sceso per strada e ha camminato con i marciatori.
di Benedetta Frigerio (Tempi)
Dall’aborto alla riforma liberticida di Obama, «il male è scatenato». Il cardinal Burke e la scelta di marciare in difesa della vita. Con la testimonianza e con i piedi
Il 13 maggio scorso 15 mila persone hanno sfilato nella capitale per chiedere l’abolizione della legge 194/78 che legalizza l’aborto. Fra i cartelli che denunciavano la morte di 5 milioni di bambini e l’impossibilità di tollerare anche un solo aborto legale, spuntava una faccia capace di rendere ancora più significativa la svolta del mondo pro life italiano. Quella di Raymond Leo Burke, il cardinale statunitense prefetto della Segnatura Apostolica che ha marciato silenziosamente per due ore secondo il suo stile umile ma mai remissivo. Infatti, la sola presenza del capo del supremo tribunale vaticano, noto per essere fra i porporati più vicini sia per formazione sia per impostazione al papa teologo e pastore Benedetto XVI, ha segnato una novità non indifferente nella linea d’azione indicata dalla Chiesa cattolica per far fronte alla violazione dei cosiddetti “princìpi non negoziabili”.
Eminenza, è la prima volta che una fetta così consistente del mondo pro life, con il plauso di molti vescovi, intraprende la via dell’opposizione senza compromessi. Fino ad ora si era scelto di combattere per l’applicazione integrale della legge 194 quale via per ridurre gli aborti, come se non fosse possibile chiedere di più. Il numero degli aborti, però, non ha fatto che aumentare. È realistico percorrere la strada più audace ora che siamo ancora più assuefatti alla mentalità abortista?
È necessario prendere la via audace. L’unica accettabile e indicata da sempre da Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI poi davanti alla negazione dei princìpi non negoziabili. L’aborto è la violazione di un diritto inviolabile della persona. Non si può rimanere silenziosi di fronte a una legge che lo permette, non ha senso parlare di male minore davanti a un omicidio. Per quanto riguarda l’esito politico di tale azione è difficile fare previsioni, ma se non si comincia non lo sapremo mai. Comunque sia abbiamo il dovere di parlare chiaro per tenere deste le coscienze, testimoniando fino in fondo la santità inviolabile della vita umana, tutelandola dal concepimento fino alla morte naturale.
In America lo Stato si sta spingendo più in là. Nell’ambito della sua riforma sanitaria Obama ha approvato un regolamento che vìola la clausola di coscienza: qualsiasi istituzione deve offrire ai propri dipendenti, studenti o fruitori la copertura assicurativa di contraccettivi e aborto. La Chiesa cattolica, spronata dal Papa, si sta mobilitando, attraverso incontri pubblici, interventi mediatici, manifestazioni e preghiere comunitarie per chiarire alla gente che il governo non sta minacciando la Chiesa ma la libertà religiosa in generale. La stampa laicista parla di ingerenza.
Questo lavoro è assolutamente necessario: la Chiesa cattolica non può rimanere integra senza impegnarsi per continuare ad agire nella società. Assistiamo a una secolarizzazione totale che vuole zittire la coscienza umana. Perciò, i vescovi non solo possono ma devono protestare e fare tutto il possibile per risvegliare le coscienze della popolazione, anche perché il mondo mediatico, tutto a favore della secolarizzazione, sta cercando di confondere i cittadini mascherando quello che sta accadendo. Dice: “Sì, voi avete la libertà di culto nella vostra chiesa ma poi, fuori dalle sue mura, non avete quella religiosa”. Accettare di vivere così è tradire la natura cattolica del cristianesimo. Pertanto mi conforta molto vedere che tutti i vescovi americani sono uniti per protestare contro un governo che minaccia le sue stesse fondamenta: il primo emendamento della Costituzione. Sono sicuro che ogni americano che si renderà conto che l’attacco non è rivolto alla sola Chiesa cattolica, ma alla libertà religiosa in generale, si opporrà al presidente.
C’è chi teorizza che il mondo non capisce più quello che la Chiesa ha da dire, perciò l’unica via sarebbe quella della testimonianza di vita.
Non si può stare in silenzio. In questo caso accontentarsi della testimonianza personale sarebbe come affermare che si è d’accordo con quanto il governo sta facendo. Il silenzio non è ammissibile di fronte alle ingiustizie più gravi. Tradiremmo la missione che il Signore ci ha affidato: difendere la dignità di ogni essere umano. Parlano di ingerenza e poi rimproverano il silenzio della Chiesa di fronte al nazismo. Chi parla così, almeno per coerenza, dovrebbe auspicare l’intervento della Chiesa, perché siamo di fronte a un pericolo simile.
In Italia si cerca di fare apparire la Chiesa come un’istituzione potente e corrotta a cui porre fine. L’attacco viene anche dall’interno e arriva fino al Santo Padre, con la pubblicazione della sua corrispondenza personale.
Questa è una cosa che la Chiesa deve affrontare anche al suo interno. Il segreto pontificio non esiste per mascherare le ingiustizie, ma perché viga il rispetto della coscienza personale. Bisogna poi ricordare che quanto è destinato a un uso personale, non avendo lo scopo di un annuncio generale, ha una forma che non è pensata per essere comprensibile al pubblico. Mi auguro un ripristino immediato del segreto e della riservatezza dei documenti pontifici, che la Chiesa deve ricomprendere. Perché quanto avvenuto è una violazione gravissima.
Anche la stessa Costituzione italiana, all’articolo 11, tutela la segretezza della corrispondenza privata.
Sarà la Segreteria di Stato ad occuparsi di questa violazione per far valere i propri diritti anche all’esterno.
Davanti agli scandali si vede anche il rischio di dividere la “Chiesa dei buoni” da quella “dei cattivi”.
La Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo, è una ed è il mezzo attraverso cui il Signore ha scelto di restare con noi: la Chiesa, dunque, è una realtà santa composta da uomini che rimangono peccatori e che talvolta non rispondono alla grazia ricevuta dallo Spirito. Una grazia continuamente necessaria per la conversione della vita, per il rigetto del peccato e per abbracciare la via della Croce e della donazione di sé. Così la Chiesa resta una realtà non coerente, santa e meretrice insieme. Perciò, chi prende solo un aspetto di essa è ideologico. Non ha scuse nemmeno chi assiste al compimento di peccati gravissimi che i suoi uomini possono commettere, perché chiunque ha a che fare con la Chiesa ha conosciuto anche la sua santità, magari più visibile in certi uomini che in altri.
Non pensa che ci sia anche un’amplificazione dei peccati, se non addirittura una distorsione della realtà della Chiesa?
È indubbio. I media, ad esempio, prendono le cose più normali e di per sé buone, come la conversazione del Santo Padre con un governatore, e ne distorcono il messaggio insinuando secondi fini. Mentre i fatti sono più semplici: da sempre la Chiesa, come qualsiasi altra istituzione, nel dialogo con altri esprime il proprio pensiero. E questo è bene, perché la sua missione è di salvare e difendere il mondo. Anche per questo un cattolico non può accettare una separazione assoluta tra Stato e Chiesa. I due piuttosto devono collaborare mantenendo la propria identità.
La cronaca dimostra che è in atto un tentativo di infangare chi cerca di applicare la dottrina sociale della Chiesa. Così i cattolici sono tentati di ritirarsi dal mondo non solo per paura della persecuzione, ma per quella di sporcarsi le mani.
Non è possibile per un cattolico accettare di farsi chiudere in sagrestia. Non possiamo ritirarci per paura di diventare come il mondo. Sì, ci sono anime che hanno la vocazione eremitica o monastica chiamate a lasciare il mondo per salvarlo abbracciando una vita di penitenza e preghiera. Ma per chi non ha questa vocazione è un dovere quello di agire nei vari campi dell’attività umana per testimoniare Cristo risorto. Certo è difficile, perché più la nostra testimonianza è forte più i nemici del Vangelo ci attaccano. È poi c’è sempre il rischio di cadere. Ma questa non può essere una ragione per lavarsene le mani. Non possiamo pensare che seguendo Gesù non saremo attaccati e nemmeno che non sbaglieremo. Proprio per questo si deve continuare ad agire stando attaccati alla vite. Dobbiamo essere tralci ben inseriti nella vite che è il Signore per trarre forza dall’Unico che ci può sostenere e farci rialzare. Altrimenti saremo perduti. Soprattutto ora che il male è scatenato, è solo con Cristo, nella Chiesa, e in Cristo, nell’Eucarestia e nella Confessione, che possiamo prevalere sulle forze di Satana, sui principati e le potestà, come dice san Paolo.
Perché Dio permette una prova simile, che allontana gli uomini dal Suo corpo che è la Chiesa? Che cosa sta chiedendo il Signore ai suoi discepoli?
La spiegazione si trova nella Passione di nostro Signore. Il Padre ha permesso che Lui soffrisse una passione crudele per salvare il mondo. Quindi dobbiamo vedere nelle nostre sofferenze la via misteriosa della purificazione, per amare ancor più Dio e il prossimo. Se tutto fosse facile la bellezza della vita cristiana si offuscherebbe. Al contrario, quando la vita cristiana è provata, la sua bellezza è misteriosamente più evidente. Io sono solo un sacerdote, ma mi pare che in questi tempi così duri il Signore ci stia chiedendo una testimonianza eroica: di soffrire per Lui e per la sua Chiesa.
Come sta vivendo il Santo Padre questa prova?
Mentre il corpo soffre anche il capo soffre con lui. Ma il Papa ha una fede ferma e forte: soffre ma è certo che tutto è nelle mani del Signore che ha già vinto ed è risorto. Perciò è sempre molto sereno e tranquillo e non si lascia scalfire dal mondo.


Libertà e Persona

giovedì 24 maggio 2012

IL PAPA: DIO E' DIVENTATO SCONOSCIUTO ANCHE IN ITALIA



Benedetto XVI incontra i vescovi riuniti in assemblea e chiede loro di puntare all'essenziale della fede cristiana per evangelizzare nuovamente il Paese







di ANDREA TORNIELLI

Non ha citato le emergenze etiche, non ha ripetuto l’appello per una nuova generazione di cattolici in politica, non ha commentato la situazione sociale ed economica del Paese: si è concentrato sulla fede. Anzi sulla mancanza di fede e sul processo di secolarizzazione sempre più evidente anche in Italia, «in un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato».

È un discorso che punta all’essenziale quello che a mezzogiorno di oggi, nell’aula del Sinodo, Benedetto XVI ha rivolto ai vescovi italiani riuniti in assemblea generale. Il Papa ha ricordato innanzitutto il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio, invitando ad «approfondirne i testi». Ha ribadito le intenzioni di Giovanni XXIII, che voleva «trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti, ma in modo nuovo» e ha definito «inaccettabile» la chiave di lettura che presenta il Vaticano II «discontinuità» «rottura» con la tradizione precedente, affermando che grazie al Concilio «la Chiesa può offrire una risposta significativa alle grandi trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo».

Benedetto XVI ha quindi messo in guardia dalla «razionalità scientifica» e dalla «cultura tecnica» che travalicando i loro ambiti pretendono «di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste, e ha citato l’emergere «a volte in maniera confusa», di «una singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio».

La secolarizzazione avanza e «anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto. Ne è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione alla liturgia eucaristica e, ancora di più, al sacramento della penitenza». Tanti battezzati, continua il Papa «hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensano di poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale. E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio» solo ad alcuni grandi valori.

Il cuore dell’annuncio cristiano, ha ripetuto Ratzingter citando le parole di Papa Wojtyla «non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile». Purtroppo, ha aggiunto, «è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica». Da qui deriva la «crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale».

Per far fronte a questa situazione, ha detto ancora il Papa, «non bastano nuovi metodi di annuncio evangelico o di azione pastorale». I padri conciliari del Vaticano II «da Dio, celebrato, professato e testimoniato» e non a caso approvarono come prima costituzione conciliare quella sulla liturgia. Benedetto XVI ha indicato ai vescovi italiani la necessità di «un rinnovato impulso, che punti a ciò che è essenziale della fede e della vita cristiana», spiegando che «non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio».

Ratzinger ha ricordato che per questo scopo ha indetto l’Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre, e ha citato nuovamente il precedessore per affermare che la nuova evangelizzazione «deve essere, come insegna questo Concilio, opera comune dei Vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, opera dei genitori e dei giovani». Il Papa ha concluso: «Dio è il garante, non il concorrente, della nostra felicità, e dove entra il Vangelo – e quindi l’amicizia di Cristo – l’uomo sperimenta di essere oggetto di un amore che purifica, riscalda e rinnova, e rende capaci di amare e di servire l’uomo con amore divino».

Al termine del suo discorso, Benedetto XVI ha recitato una sua preghiera allo Spirito Santo, nella quale tra l’altro si afferma: «Spirito di Vita, che in principio aleggiavi sull’abisso, aiuta l’umanità del nostro tempo a comprendere che l’esclusione di Dio la porta a smarrirsi nel deserto del mondo, e che solo dove entra la fede fioriscono la dignità e la libertà e la società tutta si edifica nella giustizia».

Vatican insider   24 maggio 2012

Maria Ausiliatrice dei cristiani






L'omelia di mons. dal Covolo alla Messa per la Solennità di Maria SS.Ausiliatrice dei Cristiani alla Lateranense




di mons. Enrico dal Covolo


 Celebriamo oggi un “segno grandioso”: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi, e sul capo una corona di dodici stelle” (Apocalisse 12,1).
Questo “segno grandioso”, che noi oggi celebriamo, ha un nome e una storia. Si chiama Maria Ausiliatrice, o meglio Maria Auxilium Christianorum, la Madonna di Don Bosco.
Vorrei delineare brevemente la storia di questa devozione all’Ausiliatrice: una devozione così “salesiana”, così di “casa nostra”, che continua a commuovermi.

Don Bosco stesso ci aiuta, in alcuni cenni storici molto sintetici, quando scrive: “Un’esperienza di diciotto secoli” (oggi egli direbbe: un’esperienza di duemila anni) “ci fa vedere in modo luminosissimo che Maria ha continuato dal cielo, e col più grande successo, la missione di Madre della Chiesa e di Ausiliatrice dei cristiani, quella stessa missione che aveva cominciato sulla terra”.
Lo abbiamo ascoltato anche nel Vangelo: alle nozze di Cana, in Galilea, l’occhio vigile e materno di Maria anticipa addirittura l’ora di Gesù, l’ora della nostra salvezza. Già i martiri delle catacombe pregavano così: Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genitrix.
Sì, sotto il tuo aiuto, sotto il tuo manto materno, noi ci rifugiamo, santa Madre di Dio…

Ma l’ambiente in cui si sviluppò la devozione a Maria Ausiliatrice è il clima drammatico della battaglia di Lepanto del 1571.
Qui a Roma c’è un affresco originale, nel Convento dei Domenicani di santa Sabina, sull’Aventino, là dove è conservata l’antica cella di san Pio V. Raccolto in preghiera, con il Rosario in mano, Pio V ha una visione: la flotta delle navi cristiane arresta e sconfigge l’inesorabile avanzata dei musulmani in Europa.
Egli era devoto, da bravo figlio di san Domenico, del Rosario. Ma attorno a questa devozione egli fece fiorire anche la giaculatoria: Maria Auxilium Christianorum, alla quale venne assegnata una peculiare indulgenza.

Fu poi uno dei successori di san Pio V, Pio VII, a istituire la festa di Maria Ausiliatrice, il 24 maggio di due secoli e mezzo più tardi. In quel giorno infatti – era il 24 maggio 1814 – Pio VII poté rientrare a Roma, ponendo termine finalmente ai cinque anni dolorosi di esilio e di prigionia, a cui lo aveva costretto Napoleone Bonaparte.

Ancora cinquant’anni dopo, nel 1868, Don Bosco inaugurava a Valdocco (Torino) la splendida Basilica dedicata a Maria Ausiliatrice.
Sopra l’altare maggiore della Basilica campeggia il famoso quadro del Lorenzone. Il significato del quadro è chiarissimo. Come Maria era presente, insieme agli apostoli, a Gerusalemme durante la Pentecoste, quindi all’inizio dell’attività della Chiesa, così ancora Lei sta a protezione e a guida della Chiesa, lungo i secoli.

Alcuni decenni più tardi, l’immagine di Maria Ausiliatrice – venerata a Cracovia, nella parrocchia salesiana del quartiere Debniki – era la mèta delle lunghe soste di preghiera di un brillante giovanotto, di nome Karol. Gli amici lo chiamavano Lólek.
E’ proprio lui, il nuovo beato Giovanni Paolo II. Egli stesso racconta: “Pensando alle origini della mia vocazione, non posso dimenticare il filo mariano. La venerazione della Madre di Dio nella sua forma tradizionale mi viene dalla mia famiglia. Quando poi mi trovai a Cracovia entrai nel gruppo del ‘Rosario vivo’, nella parrocchia salesiana. Vi si venerava in modo particolare Maria Ausiliatrice” (Dono e mistero, p. 37). Davanti a questa immagine dell’Ausiliatrice il giovane Lólek prese la ferma decisione di entrare nel Seminario clandestino, per diventare sacerdote.

***

Ho tratteggiato fin qui alcuni segmenti di storia della devozione a Maria Ausiliatrice.
Concludo ora con qualcosa di più personale.
Uno dei romanzi più belli che ho letto nella mia vita è quello di Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro. Mi è rimasto impresso soprattutto il “gran finale” del romanzo, dove Boccadoro, ormai sul letto di morte, affida all’abate Narciso le sue ultime parole, quasi un testamento spirituale: “Senza una mamma non si può nascere… Senza una mamma, non si può neppure morire”.
Ecco: il senso della vita – dall’inizio alla fine – è comunicato dal cuore di una mamma.
Noi ce l’abbiamo questa Mamma.
A questa Mamma noi ci rivolgiamo oggi, con le parole stesse di Don Bosco:
O Maria, Vergine potente,
tu grande presidio della Chiesa;
o Maria, aiuto dei cristiani,
tu nelle angosce e nelle lotte della vita,
tu nei pericoli difendici dal nemico.
Tu nell’ora della morte accogli l’anima in Paradiso”.
Amen!


ROMA, giovedì, 24 maggio 2012 (ZENIT.org) -