domenica 11 dicembre 2011

L'itinerario dell'anima nella liturgia. Quell'«otium» che ci conduce a Dio






«La liturgia, itinerario dell'anima verso Dio» è stato il tema di una riflessione che il maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie ha tenuto a Roma in occasione del 43° congresso internazionale dell'associazione «Sanctus Benedictus patronus Europae». Ne pubblichiamo ampi stralci.





di Guido Marini

L'anima umana, ossia l'uomo, è chiamata a compiere l'itinerario verso Dio, a realizzare, pertanto, la propria santificazione. Questa è l'opera prima e decisiva della sua vita, il suo dovere primario (cfr. Pio xii, lettera enciclica Mediator Dei, 11). Ma un tale compito è realizzabile a partire da quell'azione sacra per eccellenza che è la liturgia: sacra perché azione di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa; sacra perché esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo; sacra perché resa tale dalla potenza amorevole dello Spirito Santo.

La liturgia «è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito» (Benedetto xvi, esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis, 37). Come ricordava l'allora cardinale Ratzinger a Fontgombault, nel 2001, «Dio agisce nella liturgia attraverso Cristo e noi possiamo agire soltanto attraverso Lui e con Lui» (Opera omnia, Teologia della liturgia, p. 747).

La liturgia, quindi, possiede una sua sacralità o santità oggettiva alla quale ciascuno deve attingere per poter procedere nel cammino della propria santità, della santità personale e soggettiva. In questo legame con il «sacro» e, dunque, con una realtà oggettiva di grazia che ci precede, troviamo la specificità dell'itinerario dell'anima verso Dio a partire dalla liturgia.

Cristo stesso «è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura» (Sacrosanctum concilium, 7). Non si può che partire da qui per illustrare quanta parte abbia la Parola di Dio, ascoltata nella liturgia, nell'itinerario dell'anima verso Dio. Vi sono certamente altri luoghi e momenti per l'ascolto personale e fruttuoso delle Scritture sante. Tuttavia, come sappiamo, la Parola del Signore, ascoltata nel contesto della celebrazione liturgica, si accompagna in modo del tutto particolare all'azione dello Spirito Santo, che la rende operante nel cuore dei fedeli. La Scrittura, proclamata dalla Chiesa nel culto liturgico, è la Parola viva e attuale di Dio, così che si rende possibile un rapporto personale tra Dio e l'uomo nella successione del tempo.

Inoltre, l'atto liturgico ha la capacità di sottrarre la pagina della Scrittura al gusto soggettivo e transitorio, donandola all'anima umana quale voce di Dio da accogliere, al presente, nella propria vita. In tal modo, il primato non è dato alla disposizione interiore individuale, ma a ciò che nell'oggi dell'atto liturgico il Signore desidera dire al suo popolo, educandolo alla vita evangelica. Perché una tale grazia possa essere accolta abbiamo bisogno dell'intima azione dello Spirito Santo che rende operante nel nostro cuore la Parola di Dio (cfr. Benedetto xvi, esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini, 52).

Anche per questo l'ordinamento generale del Messale Romano ci ricorda che «la Liturgia della Parola deve essere celebrata in modo da favorire la meditazione; quindi si deve assolutamente evitare ogni forma di fretta che impedisca il raccoglimento. In essa sono opportuni anche brevi momenti di silenzio, adatti all'assemblea radunata, per mezzo dei quali, con l'aiuto dello Spirito Santo, la parola di Dio venga accolta nel cuore e si prepari la risposta con la preghiera» (n. 56).

Infine è bene anche aggiungere che, nella celebrazione liturgica, non è l'uomo a piegare a sé il Signore, ma è il Signore a condurre l'uomo nella propria intimità. La Chiesa, quale soggetto vivente, nella sua liturgia ascolta e interpreta la Parola che Dio le rivolge. E ciascuno è chiamato a entrare nello stesso ascolto e nella stessa interpretazione, rinunciando a una manipolazione che condurrebbe non all'ascolto di Dio, ma di se stessi.

A Fontgombault, nel già citato intervento del 2001, il cardinale Ratzinger ricordava che «le configurazione liturgiche possono, a seconda del luogo e del tempo, essere molteplici, come sono molteplici i riti. Essenziale è il legame con la Chiesa, che a sua volta, mediante la fede è legata al Signore. L'obbedienza della fede garantisce l'unità della liturgia al di là del confine di luoghi e tempi e rende così sperimentabile l'unità della Chiesa, Chiesa come patria del cuore» (Opera omnia, Teologia della liturgia, p. 749).

Cristo «è presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, “offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti”, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche» (Sacrosanctum concilium, 7). Una tale presenza del Signore -- nella sua offerta sacrificale e, soprattutto, sotto le specie eucaristiche -- ci conduce al cuore dell'influsso di grazia che il sacro liturgico ha sull'itinerario dell'anima verso Dio.

Mettiamoci, per un istante, in ascolto di san Paolo: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Romani, 12, 1). «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Galati, 2, 20).

Per l'apostolo tutta la vita del cristiano è un sacrificio, che non ha soltanto un riferimento necessario e continuo al mistero di Cristo, ma ne è la stessa presenza. Il cristiano non è un semplice imitatore di Gesù, quasi fosse chiamato a ricopiare dall'esterno un modello di vita, ma è partecipe dello stesso mistero, fatto presente nell'atto liturgico dell'offerta sacrificale. In virtù dell'opera dello Spirito Santo diventa reale la contemporaneità tra il mistero della salvezza e il tempo dell'uomo. Per questo l'anima cristiana è chiamata a divenire un sacrificio vivente, una liturgia vivente.

In lei dovrà rivivere l'atto supremo con il quale Cristo consegna se stesso al Padre per la salvezza del mondo. «La santità dell'uomo esige la presenza di quest'Atto, e la presenza dell'Atto è il Sacrificio: non più solo di Cristo, ma della Chiesa intera. Tutta la santità della Chiesa, tutta la sua vita è l'Eucaristia, in cui l'Atto del Cristo si fa presente nell'atto stesso del sacerdote ministro della Chiesa; si fa presente nella e per la comunità di tutti quanti i fedeli, che non assistono passivamente ma partecipano attivamente al Sacrificio come all'Atto che fonda e consuma tutta la loro esperienza cristiana» (Divo Barsotti, Il mistero della Chiesa nella liturgia, p. 172).

Se ora ci addentriamo un po' di più nell'atto sacrificale del Signore, ne scopriamo tre diversi risvolti. Anzitutto il sacrifico di Cristo è un sacrificio di adorazione. Nel dono radicale della propria vita il Signore pronuncia il suo sì al disegno del Padre e alla sua volontà. In Lui la vita dell'uomo non è più dissonante rispetto al progetto di Dio. È ristabilita l'adesione piena e definitiva tra il Creatore e la sua creatura. La morte e la risurrezione del Signore sono il suggello di una umanità rinnovata, perché salvata dal dramma della separazione da Dio, nel tempo e nell'eternità.

Il sacrificio di Cristo, in secondo luogo, è un sacrificio di propiziazione. Nella sua immolazione cruenta, infatti, il sacrificio del Signore è anche propiziazione per i peccati del mondo. Il dono sacrificale della croce suppone il peccato e lo sconfigge una volta per tutte e a vantaggio di tutti. Nella partecipazione liturgica al sacrificio di Cristo, l'anima cristiana riceve in dono la capacità di alterità radicale rispetto al male in ogni sua forma. Il sacrificio di Cristo, inoltre, è un sacrificio di lode e di rendimento di grazie. In Cristo sacrificato sulla croce, in effetti, l'umanità intera innalza il suo inno di lode e di grazie al Padre per la salvezza donata. E in quella natura umana che il Signore porta in sé, è presente anche l'intera creazione che torna a orientarsi verso il suo Creatore. Insomma, in quell'atto sacrificale che si rinnova nella liturgia della Chiesa è l'intero cosmo che finalmente si rivolge a Dio, nel canto della lode e del ringraziamento.

Il richiamo alla dimensione del sacro, insito nella liturgia, per illustrare l'itinerario dell'anima verso Dio ha inteso privilegiare la dimensione oggettiva della vita spirituale rispetto al percorso soggettivo. Il che, in altri termini, significa anche affermare il primato della via dell'accoglienza del dono rispetto a quella della confusa e affannata ricerca. In fondo, si tratta dello specifico della fede cristiana applicato all'itinerario spirituale dell'uomo.

Il Santo Padre Benedetto xvi, in un suo discorso, accenna all'oscuramento del significato cristiano del mistero, declinando il possibile pericolo così: «Come avviene quando nella Santa Messa non appare più preminente e operante Gesù, ma una comunità indaffarata in molte cose, invece di essere raccolta e di lasciarsi attrarre verso l'Unico necessario: il suo Signore. Ora l'atteggiamento principale e fondamentale del fedele cristiano che partecipa alla celebrazione liturgica non è fare, ma ascoltare, aprirsi, ricevere» (Discorso ai vescovi della Conferenza episcopale del Brasile - Regione Norte 2 - in visita ad limina Apostolorum, 15 aprile 2010).

È, dunque, quanto mai importante custodire con cura la dimensione contemplativa della liturgia, quella particolare forma di otium che è lo spazio spirituale dell'apertura e della partecipazione al Mistero celebrato. Anche una tale custodia è un servizio prezioso all'anima cristiana e al suo itinerario verso Dio. L'anima cristiana ha di fronte a sé una duplice via: quella dell'otium e quella della acedia, intesa come mancanza di armonia con il proprio essere e, in ultima analisi, con Dio.

L'azione sacra della Chiesa che è la liturgia si propone all'anima cristiana come scuola alta di otium, ovvero di quella contemplazione attiva che apre alla partecipazione della salvezza donata da Dio. Di questo otium si è inteso fare qui l'elogio. Perché è proprio in virtù di questo otium che l'anima cristiana può compiere felicemente il proprio itinerario verso Dio.

(©L'Osservatore Romano 11 dicembre 2011)

sabato 10 dicembre 2011

Commento di San Tommaso d’Aquino al Padre nostro




Prima parte



Introduzione al Padre nostro

Tra tutte le preghiere la più eccellente è certamente quella del “Signore”, o “Padre nostro”.

Essa possiede in sommo grado i cinque requisiti che ogni preghiera ben fatta deve avere: essere cioè sicura, retta, ordinata, devota e umile.

1. È sicura

La preghiera, infatti, deve darci la sicurezza di poterci accostare “con piena fiducia al trono della grazia” (Eb 4,16), e “con fede, senza esitare”, perché, come dice S. Giacomo, “non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l'animo oscillante e instabile” (Gc 1,6 7).

Ebbene, questa preghiera dà senz’altro molta fiducia perché è stata composta dal nostro Avvocato presso il Signore, l'Intercessore sapientissimo “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2, 3) e del quale si dice: “Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,1 2). Giustamente S. Cipriano dice: “Avendo come avvocato dinnanzi al Padre il Cristo, che è difensore per i nostri peccati, lasciamo parlare il nostro Avvocato”.

La sicurezza diventa ancora più grande e la nostra fiducia viene poi ulteriormente incoraggiata se si pensa a questo: che colui che ci ha insegnato questa preghiera, è lo stesso che, insieme al Padre, ha il compito di esaudirla, adempiendo quanto è detto nel salmo 91,15: “Mi invocherà e gli darò risposta”.
Per questo San Cipriano dice: “E una preghiera da amico e di familiare quella con la quale preghiamo Dio usando le sue stesse parole”.
E indubbiamente è questa la ragione per cui questa preghiera non si recita mai senza frutto, sicché essa ci ottiene tra l'altro, come dice S. Agostino, anche la remissione dei peccati veniali.

2. È retta

Ogni preghiera deve essere retta. Infatti ogni persona che prega deve chiedere a Dio le grazie che sono un bene per lui. San Giovanni Damasceno insegna che la preghiera è una “una richiesta a Dio di cose che sono un bene per noi”.
Ecco perché molte volte la preghiera non viene esaudita: perché vengono chieste cose che non sono un bene per noi, come dice S. Giacomo: “Chiedete e non ottenete perché chiedete male” (Gc 4,3).

Sapere che cosa chiedere è difficilissimo, perché è difficilissimo conoscere quali siano i veri beni da desiderare. Si chiede infatti lecitamente nella preghiera solo quello che è lecito desiderare. Lo rilevava già S. Paolo quando scriveva ai Romani: “Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26).

Il Cristo però, che è nostro Maestro, ci ha personalmente insegnato quello che dobbiamo chiedere quando i discepoli gli chiesero: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1). Perciò la nostra preghiera è rettissima quando chiediamo al Signore le cose che lui stesso ci ha insegnato a chiedere. Insegna in proposito S. Agostino: “Se vogliamo pregare in modo retto e conveniente, qualunque sia la parola che usiamo, dobbiamo chiedere solo ciò che è contenuto nella Preghiera del Signore”.

3. È ordinata

La preghiera deve essere ordinata, così come ordinato dev’essere il desiderio. Infatti la preghiera è interprete del desiderio.
Ebbene: il giusto ordine vuole che tanto nel desiderare come nel chiedere preferiamo i beni spirituali a quelli materiali e i beni del cielo a quelle della terra. Il Signore infatti ci ha ammonito: “Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33). E questo ordine appunto il Signore ci ha insegnato ad osservare nella sua preghiera, nella quale ci fa domandare prima i beni celesti e poi quelli terreni.

4. È devota

La preghiera deve essere anche devota, perché l'abbondanza della devozione rende il sacrificio dell'orazione accetto a Dio, secondo quanto dice il salmista: “Nel tuo nome alzerò le mie mani; mi sazierò come a lauto convito, e con voci di gioia ti loderà la mia bocca” (Sal 63,5 6).

La devozione si stempera se la preghiera è prolissa. Per questo il Signore stesso ci ha comandato di evitare lungaggini. Pregando non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7). S. Agostino, scrivendo a Proba, le dà il seguente avvertimento: “Lungi dalla preghiera le molte parole. Non manchi però il molto supplicare finché dura il fervore”. Ecco perché il Signore ha voluto che questa preghiera fosse breve.

La devozione, poi, sgorga dalla carità, e cioè dall'amore di Dio e del prossimo. E questi due amori vengono raccomandati nella preghiera del Pater.
L'amore di Dio viene stimolato quando, rivolti a Lui, lo chiamiamo “Padre”.
L’amore del prossimo invece viene stimolato quando, in comunione con tutti, preghiamo per tutti dicendo al plurale: “Padre nostro”. E “rimetti a noi i nostri debiti”. L’amore del prossimo infatti conduce a questo.

5. È umile

Da ultimo, la preghiera deve essere umile perché Dio “si volge alla preghiera dell'umile e non disprezza la sua supplica” (Sal 102,18). Vedi anche la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,10 14) e la preghiera di Giuditta: “Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti” (Gdt 9,11).

E questa umiltà viene osservata nel Padrenostro. Infatti si ha vera umiltà quando uno non presume assolutamente nelle proprie forze, ma aspetta tutto dalla potenza divina alla quale si rivolge supplichevole.
La preghiera del Pater è la più eccellente fra tutte anche perché produce tre vantaggi

Quanto ai vantaggi, questa preghiera procura tre grandi benefici.

1. È rimedio utile ed efficace contro il male perché:
libera dai peccati commessi: “Tu hai perdonato la malizia del mio peccato. Per questo ti prega ogni fedele” (Sal 32,5 6). Il ladrone in croce pregò così e ottenne il perdono: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43), e per la sua preghiera il pubblicano tornò a casa giustificato (cf. Lc 18,14).
libera inoltre dalla paura dei peccati imminenti, dalle tribolazioni e dalle tristezze. Dice la Scrittura: “Uno di voi è triste? Preghi (serenamente)” (Gc 5,13).
libera infine dalle persecuzioni e dai nemici. Diceva al riguardo il salmista: “Invece di volermi bene, mi colpivano; ma io pregavo” (Sal 109,4).

2. È il mezzo efficace e utile per ottenere tutto ciò che desideriamo.
Lo ha promesso Gesù: “Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato” (Mc 11,24).
Se poi non veniamo esauditi, è perché non ci atteniamo alla esortazione del Signore di “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1).
Oppure perché non chiediamo quello che è meglio per la nostra salvezza, come dice S. Agostino: “È buono il Signore, il quale spesso non ci dà quel che vogliamo, per darci quello che dovremmo preferire”.
Ciò si riscontra in S. Paolo, che per tre volte chiese di venire liberato da una spina nella carne, ma non fu ascoltato (cf. 2 Cor 12, 7).

3. È utile poi perché ci rende familiari a Dio, così da potergli dire con confidenza: “Come incenso salga a te la mia preghiera” (Sal 141,2).

Padre

Su questa invocazione facciamo due riflessioni: in che senso Egli è Padre e quali siano i nostri doveri verso di Lui in quanto Padre.
Viene detto nostro Padre innanzitutto in ragione del modo speciale con cui ci ha creati, perché ci ha creati a sua immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26): il che non fece invece con le altre creature. Così infatti la Scrittura: “É lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito” (Dt 32,6).

Viene poi detto Padre per il modo speciale con cui ci governa. Governa, è vero, anche tutti gli altri esseri, ma governa noi lasciandoci padroni di noi stessi. Gli altri, invece, li governa come schiavi. Questa cosa è bene espressa dal Libro della Sapienza: “Tutto è governato, o Padre, dalla tua Provvidenza... Tu ci tratti con grande riverenza” (Sap 14,3; 12,18).

Viene detto Padre anche per averci adottati. Se, infatti, alle altre creature egli ha fatto dei regalini, a noi invece ha dato l'eredità. E questo perché siamo suoi figli, e “se figli, siamo anche eredi” (Rm 8,17). Sicché l'Apostolo può dire: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi e di paura, ma avete ricevuto lo Spirito dei figli adottivi che ci fa esclamare ‘Abbà, Padre’” (Rm 8,15).

Da parte nostra quattro sono i doveri che derivano da questa paternità

1. Gli dobbiamo anzitutto onore.
Dio dice per bocca di Malachia: “Se io sono il Padre, dov’è l’onore che mi spetta?” (Ml 1,6). E questo onore si deve manifestare in tre modi.
Primo, nel dare lode a Dio, come dice il salmista: “Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora” (Sal 50,23). Lode, però, che non deve essere solo un omaggio delle labbra ma del cuore, per non meritare il rimprovero che Dio rivolgeva al popolo ebraico: “Questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13).

Secondo, lo onoriamo in noi stessi accogliendo l'esortazione di S. Paolo: “Glorificate Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6,20).
Terzo, lo onoriamo nel prossimo col giudicarlo equamente, perché Dio è un Re potente che ama la giustizia” (Sal 99,4).

2. Inoltre dobbiamo imitarlo.

Dio dice a Geremia: “Voi mi direte: 'Padre mio', e non tralascerete di seguirmi” (Ger 3,19).
Questa imitazione si attua in tre modi:
Primo, con l'amarlo, come ci ricorda S. Paolo: “Fatevi imitatori di Dio quali figli carissimi, e camminate nella carità” (Ef 5,1). Questo amore deve essere evidentemente nel nostro cuore.

Secondo, lo dobbiamo imitare nell'esercitare la misericordia, come ci ha ordinato il Signore: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).
Terzo, lo imitiamo tendendo alla perfezione, perché l'amore e la misericordia devono essere perfetti: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

3. Dobbiamo obbedirgli.

É infatti nostro Padre. Come dice S. Paolo “Noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita?” (Eb 12, 9). Questa obbedienza gli è dovuta per tre motivi.

Primo, per il dominio che ha su di noi, essendo egli il Signore di tutte le cose, per cui “quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo” (Es 24,7).
Secondo, per l'esempio che il suo vero Figlio ci ha dato facendosi obbediente al Padre fino alla morte (Fil 2,8).

Terzo, per il vantaggio che ne ricaviamo, come rispose Davide a Mikal che lo disprezzava per aver ballato davanti all'Arca: “L'ho fatto dinanzi al Signore, che mi ha scelto invece di tuo padre” (2 Sam 6,21).

4. Dobbiamo essere pazienti nelle prove che ci manda.

Dice infatti il Libro dei Proverbi. “Figlio mio, non disprezzare l'istruzione del Signore e non avere a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3,11 12).

nostro

Da questo aggettivo scaturiscono due doveri verso il prossimo.

1. Il primo è l'amore, perché sono nostri fratelli in quanto tutti gli uomini sono figli di Dio e “chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).

2. Il secondo è il rispetto, perché sono figli di Dio. Per cui Malachia si chiede: “Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l'uno contro l'altro, profanando l'alleanza dei nostri padri?” (Ml 2,10). San Paolo ci esorta: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12,10).

Ciò ridonda a nostro vantaggio, perché “per tutti coloro che gli obbediscono egli divenne causa di salvezza eterna” (Eb 5,9).

Che sei nei cieli

Molte sono le cose necessarie per chi si mette a pregare. Ma la più importante è la fiducia. S. Giacomo dice: “Chieda con fede, senza esitare” (Gc 1,6).
Perciò il Signore, insegnandoci a pregare, presenta anzitutto le due realtà che servono per generare in noi la fiducia: la benignità del Padre e il suo immenso potere.

La benignità del Padre è messa in risalto dall’invocazione iniziale “Padre nostro”. Egli infatti ha detto: “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11, 13).

L’immensità del suo potere è messa in risalto dalle parole “che sei nei cieli”. A questo allude il salmo quando dice: “A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli” (Sal 123,1).

L’espressione “che sei nei cieli” si riferisce a tre cose.
In primo luogo alla preparazione di chi si mette a pregare, secondo l’ammonimento che ci viene dalla Scrittura: “Prima dell’orazione prepara l’anima tua, per non essere come uno che tenta Dio” (Sir 18,23).

Sicché nell’espressione “nei cieli”, che si può intendere per “gloria celeste”, possiamo vedere un richiamo a quel premio che il Signore ha promesso agli Apostoli quando disse: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,12).

E questa preparazione deve avvenire imitando gli esseri del cielo, ossia del Padre celeste, perché il figlio deve imitare il Padre, secondo quanto dice S. Paolo: “Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste” (1 Cor 15,49).

La preparazione alla preghiera si fa anche tramite la contemplazione delle realtà celesti, perché gli uomini sogliono dirigere con più frequenza il loro pensiero là dove hanno il padre e le altre cose che amano. Infatti “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21). A ragione dunque S. Paolo diceva che “il nostro interesse sta nei cieli” (Fil 3,20).

Infine la preparazione all’orazione si fa col desiderio e col tendere alle cose del cielo, in modo che a Colui che è nei cieli chiediamo soltanto beni celesti, secondo quanto si legge nella lettera ai Colossesi: “Cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo” (Col 3,1).

L’espressione “che sei nei cieli” indica anche la facilità con la quale il Signore ci ascolta, perché ci è vicino.
In tal caso per cieli vanno intesi i santi, nei quali Dio abita, perché, secondo quanto dice Geremia, egli abita in mezzo a noi (cfr. Ger 14,9). E anche quando il salmista dice: “I cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2), la parola cieli va presa per santi.

Dio abita nei santi in tre modi:
mediante la fede, per cui S. Paolo esorta gli Efesini: “Cristo abiti per la fede nei vostri cuori” (Ef 3,17);
mediante l’amore, perché “chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16);
e infine mediante l’osservanza dei comandamenti, perché dice il Signore: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
L’espressione “che sei nei cieli” allude anche al particolare potere di Colui che ci esaudisce.

In tal senso la parola cieli indica i cieli materiali, non quasi volessimo affermare che Dio vi sia contenuto, essendo scritto di Lui, che “i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti” (1 Re, 8,27); ma per significare che Dio è perspicace nello sguardo, perché vede dall’alto, come dice il salmista: “Egli si volge alla preghiera del misero e non disprezza la sua supplica... si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato la terra” (Sal 102, 18.20); è sublime nel potere, perché “ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo” (Sal 103,19); è stabile nella sua eternità perché di lui dice ancora il salmista: “I tuoi anni durano per ogni generazione... i tuoi anni non hanno fine” (Sal 102,25.28). E di Cristo si dice che “il suo trono durerà come i giorni del cielo” (Sal 89,30). E il Aristotele dice che, per la loro incorruttibilità, tutti i popoli ritennero che i cieli fossero la sede degli esseri spirituali.

Per questo le parole “che sei nei cieli” ci danno fiducia nel pregare per tre ragioni: per il potere di Colui al quale ci rivolgiamo, per la familiarità di Colui al quale chiediamo, e per le condizioni richieste per la preghiera.
Il potere di Colui al quale ci rivolgiamo emerge chiaramente se per cieli intendiamo i cieli fisici, quantunque Dio non vi risieda né sia racchiuso in essi secondo quanto egli dice di sé: “Non sono forse io a riempire i cieli e la terra?” (Ger 23,24).

Affermando che egli è nei cieli vengono suggeriti due suoi attributi: la virtù della sua potenza e la sublimità della sua natura.
La virtù della sua potenza elimina l’errore di quanti pensano che tutto succeda per necessità, quasi in forza di un destino derivante dagli astri. Per costoro sarebbe inutile chiedere qualcosa a Dio nella preghiera.

Ma questa è una opinione stolta, perché quando si dice che egli è nei cieli, si vuole affermare che egli vi è come Signore dei cieli e delle stelle, secondo quanto afferma anche il salmo: “Il Signore ha stabilito nei cieli il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo” (Sal 103,19).

Il secondo attributo divino, e cioè la sublimità della sua natura, è contro l’abitudine di coloro che nel pregare costruiscono fantasie materialistiche riguardo a Dio. Si dice nei cieli perché, indicando ciò che è il più alto tra le cose sensibili (i cieli), si viene ad affermare la sua divina sublimità che tutto trascende, compresi l’intelligenza e i desideri umani. Sicché qualunque cosa si possa pensare o desiderare è sempre meno di Dio, come mettono in evidenza questi testi della Sacra Scrittura: “Ecco, Dio è così grande che non lo comprendiamo” (Gb 36, 26); “Su tutti i popoli eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria” (Sal 113 [112], 4); “A chi potreste paragonare Dio e quale immagine mettergli a confronto?” (Is 40, 18).

L’espressione “che sei nei cieli” indica la familiarità con Lui, se per cieli si intendono i Santi.
Poiché alcuni, a causa della divina trascendenza, affermarono che Dio non si cura delle cose umane, occorre considerare quanto invece egli sia vicino a noi, anzi intimo. Per questo si dice che è nei cieli, cioè nei santi, secondo il significato di questa parola del salmo sopra citato: “I cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2). Vicinanza e intimità che ci vengono ricordate anche dal profeta Geremia quando afferma: “Tu sei in mezzo a noi, Signore” (Ger 14,9).

Queste considerazioni infondono fiducia in chi prega per due motivi.
Primo, perché ci rassicurano della vicinanza di Dio, come dice il salmo: “Il Signore è vicino a quanti lo invocano” (Sal 145,18) e come afferma Gesù: “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera”, ossia nella camera del tuo cuore (Mt 6,6).
Secondo, perché l’intercessione degli altri santi ci fa ottenere quanto desideriamo, secondo il consiglio dato a Giobbe: “Rivolgiti a qualcuno dei Santi” (Gb 5,1) e l’esortazione di S. Giacomo: “Pregate gli uni per gli altri... molto vale la preghiera del giusto” (Gc 5,16).

L’espressione “che sei nei cieli” indica infine l’adeguatezza e l’idoneità della nostra preghiera.
Infatti la nostra preghiera ha le dovute condizioni se nella formula “che sei nei cieli” prendiamo i cieli per i beni spirituali ed eterni, nei quali è riposta la nostra eterna felicità. E questo per due motivi.

Primo, perché così si accende in noi il desiderio delle realtà celesti. Il nostro desiderio deve essere rivolto là dove abbiamo il Padre, perché là c’è la nostra eredità. Dicono gli Apostoli: “Cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1) e “per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1 Pt 1,4).

Secondo, perché così la nostra vita si modella fino a diventare celeste, e noi diventiamo conformi al Padre celeste, secondo quanto si legge: “Quale è il Celeste, così anche i celesti” (1 Cor 15, 48).
Infatti il desiderio di cose celesti e una vita celeste sono le due cose che rendono l’orante idoneo a chiedere. E per esse la preghiera ha quello che deve avere per domandare.

mercoledì 7 dicembre 2011

Pistoia: conferenza sulla Tradizione

L’Associazione Madonna dell’Umiltà e la parrocchia dello Spirito Santo invitano,

Venerdì 09 Dicembre alle ore 21:15,
presso i locali della parrocchia dello Spirito Santo di Pistoia,


alla conferenza di Padre Serafino M. Lanzetta, FI,
docente dell'Istituto Teologico "Immacolata Mediatrice",




che interverrà sul tema:

«Tradizione: vita e giovinezza della Chiesa»


Il relatore illustrerà il significato della Tradizione apostolica nella Chiesa, un argomento trascurato e addirittura travisato, infatti“Uno dei tabù post-moderni più insidiosi, - afferma Padre Lanzetta - dal quale fino a qualche anno fa bisognava necessariamente emanciparsi nella Chiesa, è stato il lemma “Tradizione”. Il rischio, sempre ricorrente, è quello di emanciparsi però non solo da uno slogan, da una parola, per coniarne una nuova, ma dalla Chiesa stessa, che dalla Tradizione è strutturata e della Tradizione vive”.

La Consacrazione all’Immacolata secondo san Massimiliano Kolbe







L'Immacolata: ecco il nostro ideale

Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva ed operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami DIO con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale.
Irradiare nell'ambiente, conquistare le anime a Lei, in modo tale che di fronte a Lei si aprano anche i cuori dei nostri vicini, affinché Ella estenda il proprio dominio nei cuori di tutti coloro che vivono in qualunque angolo della terra, senza riguardo alle diversità di razza, di nazionalità, di lingua, e altresì nei cuori di tutti coloro che vivranno in qualunque momento storico, sino alla fine del mondo: ECCO IL NOSTRO IDEALE. (SK 1210)


Appartenere all'Immacolata

Essere Suo servo, figlio, schiavo d'amore, cosa, proprietà, insomma appartenere a Lei sotto qualsiasi denominazione, per tutta la vita, per la morte e per l'eternità. Divenire Suoi sempre di più, in modo sempre più perfetto, farsi simili a Lei, unirsi a Lei, divenire in certo qual modo Lei stessa, affinché Ella prende sempre più possesso della nostra anima, si impadronisca totalmente di essa, e in essa e per mezzo di Ella medesima pensi, parli, ami DIO e il prossimo, e agisca. Chi diviene proprietà di Lei in modo sempre più perfetto, in questa maniera, eserciterà un'influenza sempre maggiore nell'ambiente che lo circonda e stimolerà gli altri a conoscere sempre più perfettamente l'Immacolata, ad amarla sempre più ardentemente, ad avvicinarsi sempre più a Lei e a donarsi a Lei fino a divenire nello stesso modo totalmente senza alcuna limitazione, lei stessa. (SK 1211)



Come consacrarsi all'Immacolata

Ci possiamo consacrare a Maria usando qualsiasi espressione, purché rinunciamo alla nostra volontà per aderire ai Suoi comandi, che ci vengono presentati nei comandamenti di DIO e della Chiesa, nei doveri del proprio stato e nelle ispirazioni interiori.
Questa attività dell'Immacolata sarà tanto più efficace quanto più, da parte nostra cercheremo di approfondire maggiormente la nostra formazione spirituale. La donazione di se stessi all'Immacolata, perciò, porta con sé la necessità di un lavoro in vista del perfezionamento del nostro carattere.
Solo allora - quando saremo ormai perfettamente obbedienti all'Immacolata - diverremo uno strumento esemplare nelle Sue mani apostoliche. Saremo apostoli mediante l'esempio della nostra vita, apostoli per mezzo della nostra azione. (SK 1220)


Fonte: kolbemission


martedì 6 dicembre 2011

Il teologo all'ombra di Maria, paradigma del retto teologare





p. Serafino M. Lanzetta, FI

Il S. Padre, incontrando i membri della Commissione Teologica Internazionale, lo scorso 2 dicembre, ha tenuto un discorso davvero magistrale sulla vocazione del teologo, quale uomo dell'avvento e sulla stessa teologia, radicata nel mistero del Dio vero, del monoteismo trinitario. Il teologo deve pensare nella Tradizione viva della Chiesa e nell'obbedienza al Magistero. Il teologo è l'uomo dell'attesa vigilante, dello sguardo profondo rivolto al vero Dio e in questa coscienza del vero Dio c'è il compimento della sua vocazione, del suo retto pensare teologico:

«Possiamo dire che la conoscenza del vero Dio tende e si nutre costantemente di quell’«ora», che ci è sconosciuta, in cui il Signore tornerà. Tenere desta la vigilanza e vivificare la speranza dell’attesa non sono, pertanto, un compito secondario per un retto pensiero teologico, che trova la sua ragione nella Persona di Colui che ci viene incontro e illumina la nostra conoscenza della salvezza».

Il Dio trinitario, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è il compimento della fede di Israele. Questa fede piena, mentre illumina il mistero del monoteismo di Dio, un monoteismo trinitario (non si può mai separare l'unità della natura di Dio dalla trinità delle persone divine), dà anche un significato vero e nuovo alla comunità cristiana: nella Trinità l'uomo ha il modello della convivenza pacifica e veramente umana. Diceva il S. Padre:

«La teologia, in fecondo dialogo con la filosofia, può aiutare i credenti a prendere coscienza e a testimoniare che il monoteismo trinitario ci mostra il vero Volto di Dio, e questo monoteismo non è fonte di violenza, ma è forza di pace personale e universale».

E' necessario poi leggere la Bibbia nel suo contesto vivo, nella Chiesa e nell'unità della sua viva Tradizione:

«Ogni lettura della Bibbia si colloca necessariamente in un dato contesto di lettura, e l’unico contesto nel quale il credente può essere in piena comunione con Cristo è la Chiesa e la sua Tradizione viva».

La teologia deve essere al servizio dell'unità tra i saperi: può realizzare quella sinfonia tra la scienza di Dio e la scienze umane e inoltre opporsi alla religione della violenza, degradazione del volto stesso della religione. Diceva il Pontefice:

«Una teologia veramente cattolica con i due movimenti, «intellectus quaerens fidem et fide quaerens intellectum», è oggi più che mai necessaria, per rendere possibile una sinfonia delle scienze e per evitare le derive violente di una religiosità che si oppone alla ragione e di una ragione che si oppone alla religione».

La teologia infine opera anche per la costruzione di una società migliore. Una delle sue discipline è la dottrina sociale. La teologia studia una dottrina sociale, la Chiesa si interessa della società e della politica, ma non per offrire una soluzione meramente sociale o politica, ma per indicare attraverso una società a misura di uomo perché a misura di Dio, la vera dimensione trascendente della realtà. Alla base vi è un fine soprannaturale:

«L’impegno sociale della Chiesa non è solo qualcosa di umano, né si risolve in una teoria sociale. La trasformazione della società operata dai cristiani attraverso i secoli è una risposta alla venuta nel mondo del Figlio di Dio: lo splendore di tale Verità e Carità illumina ogni cultura e società».

La Chiesa, infine, diceva il S. Padre, ha bisogno della teologia e la teologia ha bisogno della Chiesa, in un'unità sinergica e obbedienziale:

«Senza una sana e vigorosa riflessione teologica la Chiesa rischierebbe di non esprimere pienamente l’armonia tra fede e ragione. Al contempo, senza il fedele vissuto della comunione con la Chiesa e l’adesione al suo Magistero, quale spazio vitale della propria esistenza, la teologia non riuscirebbe a dare un’adeguata ragione del dono della fede».

L'ultimo sguardo del Papa è stato rivolto a Maria, «Donna dell’Avvento e Madre del Verbo incarnato, la quale è per noi, nel suo custodire la Parola nel suo cuore, paradigma del retto teologare, il modello sublime della vera conoscenza del Figlio di Dio». Sia Lei a guidare le menti e i cuori dei teologi, in una fedeltà alla Verità che Lei ha generato e offerto al mondo.

I beni più preziosi





di Giacomo Samek Lodovici

Per quale ragione i beni non negoziabili – cioè la vita, la famiglia, la libertà di educazione e la libertà religiosa – devono essere considerati gerarchicamente preminenti rispetto ad altri beni come la giustizia sociale, l’eliminazione della povertà, la solidarietà, l’accoglienza degli stranieri, la pace, ecc.?

Essi sono preminenti perché sono più preziosi degli altri valori, che sono decisamente importanti, ma non come quelli non negoziabili. Dunque questi ultimi non si possono mettere su un piatto della bilancia collocando sull’altro piatto gli altri valori. Sarebbe come pesare con una bilancia a due piatti l’oro e l’argento: sono entrambi preziosi, ma l’oro lo è di più.

Ma perché i beni non negoziabili sono più preziosi?

I motivi sono diversi e qui ne consideriamo solo uno (per un approfondimento sul tema cfr. G. Samek Lodovici, Vita, «il Timone», 108, dicembre 2011, pp. 36-38). Il fatto è che negando i beni non negoziabili si negano anche gli altri beni. Questo è un punto fondamentale e cruciale, ma raramente colto, anche dai cattolici. Infatti, come ha detto davvero efficacemente Angelo Bagnasco (che è un ecclesiastico, ma che citiamo perché si è espresso con argomenti pienamente laici) il 17 ottobre 2011 a Todi, con i beni non negoziabili «Sono in gioco […] le sorgenti» dell’uomo e degli altri valori.

Lo stesso Bagnasco ha fatto alcuni esempi (il primo ripreso da Benedetto XVI) circa l’inaridimento degli altri valori prodotto dalla negazione della loro sorgente, che consiste appunto nei valori non negoziabili: «“Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, §. 28)». Infatti, che senso ha parlare di accoglienza degli immigrati (per es.) se non si accoglie la vita, cosa che avviene tralasciando di combattere l’aborto e l’eutanasia, o (peggio ancora) praticandoli, i quali uccidono l’essere umano nel grembo materno, o il malato o il disabile?

E, similmente, che senso ha parlare di difesa dei deboli, poveri e indifesi se non si difendono o (peggio ancora) si uccidono gli esseri umani più deboli, poveri e indifesi, cioè quelli nel grembo materno (sul concepito come essere umano cfr. G. Samek Lodovici, Aborto: una valutazione filosofica) o in stato di incoscienza? Infatti, come ha detto Bagnasco, «chi è più debole e fragile, più povero, […] più indifeso di chi non ha voce perché non l’ha ancora [cioè l’embrione] o, forse, non l’ha più [cioè chi è in stato cosiddetto “vegetativo”]?».

Ancora, una società che promuove la solidarietà, ma non tutela la vita e la famiglia, in realtà non è solidale con l’uomo, bensì lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità. Infatti, esplicitiamo noi, non solo abbandona il concepito e l’essere umano incosciente, che hanno massimamente bisogno di essere protetti da coloro che li vogliono uccidere, ma abbandona anche il bambino ed il ragazzino, che hanno bisogno di un padre e di una madre uniti con il legame il più forte possibile: nonostante i molti matrimoni che si sfasciano, ci sono dati inoppugnabili sulla maggiore tenuta del matrimonio rispetto alle convivenze, cosicché i pacs (o i dico progettati dall’allora ministro Rosy Bindi) non solo terminano molto più facilmente dei matrimoni, ma inoltre indeboliscono il matrimonio stesso, perché creano una forma di relazione più attraente (dato che comporta per i conviventi quasi gli stessi diritti dei coniugi, senza quasi nessuno dei loro doveri), che gli è alternativa e concorrenziale.

Similmente, chi promuove la lotta contro la povertà e l’emarginazione entra in contraddizione con se stesso se colpisce o non difende la famiglia edificata sul matrimonio tra uomo e donna.
Infatti, come anche in questo caso certificano numerosissimi studi, quando si sfasciano le famiglie, la povertà, l’emarginazione, la sofferenza psichica e la delinquenza aumentano spaventosamente.

Limitiamoci a citare pochi dati tra gli innumerevoli disponibili. Per es., la ricercatrice R. O’Neill (2002) ha rilevato che se il 40 % dei bambini inglesi vive in famiglie a basso reddito complessivo, la percentuale sale al 75 % tra quelli che vivono con un solo genitore.

Tali bambini con un solo genitore hanno il triplo di probabilità di ottenere cattivi risultati a scuola, il doppio dei rischi di contrarre malattie psicosomatiche e di avere la depressione o di comportarsi in modo antisociale, il triplo di probabilità di avere problemi nelle relazioni amicali e il 22 % assume droghe contro il 10 % dei figli degli sposati (cfr. anche Sweeting – West – Richards 1998; cfr. anche Mauldon 1990). Inoltre (cfr. Pesenti 2004) negli Usa 3 suicidi su 4 in età adolescenziale coinvolgono ragazzini che vivono con un solo genitore. In Gran Bretagna il 70% dei giovani criminali proviene da famiglie monoparentali. La causa principale della criminalità non è la povertà: «Al contrario, la criminalità è aumentata in America durante il lungo periodo di crescita economica: dal 1905 al 1933. Quando subentrò la Grande depressione calarono i redditi ed anche la criminalità. Che ricrebbe di nuovo dal 1965 al 1974 quando i redditi crebbero notevolmente» (Fagan 1995). E la criminalità è più alta tra i neri «perché l’incidenza della dissoluzione della famiglie è più alta tra di loro» (ibidem).

Ancora, che senso ha spendersi per la pace e contro la guerra quando si è indifferenti all’aborto o (peggio ancora) quando lo si pratica? Infatti, come ha detto coraggiosamente Madre Teresa di Calcutta (una donna che è stata maestra – indefessa e quasi per tutti insuperabile – di accoglienza, solidarietà e di pace) mentre riceveva il Premio Nobel per la Pace nel 1979, l’aborto «è oggigiorno il più grande distruttore di pace perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. [...] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c'è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me».

Potremmo fare molti altri esempi, ma questi bastano per affermare, citando di nuovo il ragionamento pienamente laico di Bagnasco, che «Ogni altro valore necessario al bene della persona e della società […] germoglia e prende linfa dai primi», dai valori non negoziabili. Ed «Ecco perché nel ‘corpus’ del bene comune non vi è un groviglio di equivalenze valoriali da scegliere a piacimento, ma esiste un ordine e una gerarchia costitutiva».

06-12-2011

Sante parole!





del Card. J. Ratzinger, Benedetto XVI

“Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale.”


Tratto da uno scritto del Card. Ratzinger pubblicato nel 1998 (“Sulla pastorale dei divorziati risposati”) e riproposto dall’Osservatore romano del 30/11/2011