lunedì 5 dicembre 2011

La carità nella verità







A Bologna convegno sulla figura e il pensiero di Padre Tomas Tyn, O.P.





di Francesca Pannuti

BOLOGNA, lunedì, 5 dicembre 2011- Nei giorni 2 e 3 dicembre scorsi si è svolto a Bologna presso il Convento di san Domenico un importante convegno sul tema La figura e il pensiero di Padre Tomas Tyn, op, organizzato dall’Associazione Cenacolo di san Domenico, a distanza di 5 anni dall’avvio del processo di Beatificazione del Padre domenicano.

Il Card. Carlo Caffarra, in apertura dei lavori, ha fornito il tono al Convegno col dire che oggi si toglie la domanda sul vero e sul falso, pertanto i veri maestri del pensiero sono coloro che la ripropongono ed educano a pensare la Fede e nella Fede. Tale è stato P. Tomas.

Oggi, invero, non è più sufficiente testimoniare ma occorre pensare la Fede e nella Fede, la quale, se non è pensata non è neppure condivisibile e testimoniabile. E così il Prof. P. Cavalcoli, Vicepostulatore della Causa, conferma che il Servo di Dio aveva come primo impegno la carità della verità in particolare nel dissipare le tenebre nelle anime portando loro la luce del Vangelo.

Dalle relazioni del Prof. P. Elvio Fontana della Pontificia Università Urbaniana e del Prof. P. Walter Senner op. dell’Università san Tommaso di Roma è emersa una figura di grande pensatore autenticamente tomista, fedele alle indicazioni del Concilio Vaticano II, uomo di preghiera e contemplazione profonda, vero domenicano, mistico, dotato di uno straordinario zelo apostolico in un’instancabile attività di confessore, direttore spirituale, predicatore, alla cui capacità di parlare era unita una singolare capacità di ascolto.

In lui, infatti, come ha rilevato il Prof. Don Alberto Strumia dell’Università di Bologna e di Bari, si era realizzata una profonda unità tra vita e cultura. Anticipatore dei tempi, pur non sentendosi un profeta, vedeva in questo ruolo piuttosto san Tommaso, la cui metafisica considerava il correttivo adatto alla filosofia dei nostri tempi, che, col suo relativismo e materialismo, causa la perdita di vivibilità delle nostre società. San Tommaso e P. Tomas diventano guida nel riscoprire le regole base su cui si fonda l’esistenza quotidiana.

Oggi è la scienza che chiede di trattare l’immateriale, allorché le nozioni attuali di numero, moto ecc. sono sempre più vicine a quelle aristotelico-tomiste. Pertanto, occorre rendere comprensibile san Tommaso nel formalismo attuale. Così pure il Prof. Jörgen Vijgen, Teologo nel Seminario Maggiore della Diocesi di Haarlem-Amsterdam, attesta che, a differenza di quanto ha fatto P. Tomas, si cerca spesso l’originalità nell’autosufficienza del pensiero, da quando si pone all’origine della filosofia il dubbio e non la meraviglia come accoglienza della realtà da parte del pensiero.

Se si nega, invero, la dipendenza del pensiero dal reale e di questo dal suo Creatore, si finisce per porre il soggetto conoscente come il datore dell’essere al reale, e così dissolvere l’oggettività metafisica, insinuare l’arbitrio in campo morale e aprire la strada all’ateismo.

Il Prof. P.Giovanni Bertuzzi op., Filosofo e Preside dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna, poi, ha mostrato che tale processo ha avuto inizio con la dissoluzione dell’analogia in Duns Scoto e con quella della metafisica in Ockham che anticipano la rivoluzione soggettivistica di Kant, per poi compiersi con Heidegger, di cui P. Tomas era profondo conoscitore.

Egli, invero, mette in rilievo che non c’è nulla di più opposto all’esse tomistico dell’essere dell’esistenzialismo, il quale, posto in contrapposizione dialettica all’ente, perde oggettività e finisce per identificarsi con il nulla. Nell’indagine sull’essere, essendo l’uomo il primo da cui si parte, si afferma che col suo pensare si protende verso l’essere, permettendo a questo di svelarsi attraverso il linguaggio preferibilmente poetico.

Ma in tale oltrepassamento, l’uomo non va se non verso il nulla. Il rischio del soggettivismo si insinua anche in ambito morale, allorché, come mostra il Prof. P. Serafino Lanzetta FI, dell’Istituto Teologico dei Francescani dell’Immacolata nell’esporre lo studio di P. Tomas sull’etica di Rahner, gli influssi esistenzialisti conducono il sistema rahneriano, che ripugna alla sana metafisica, all’etica della situazione, nonostante tutte le sue dichiarazioni contrarie, e, in definitiva, alla dottrina dell’opzione fondamentale, sua estrema conseguenza.

Quest’ultima finisce per negare la realtà stessa del peccato, come indicato nell’enciclica Veritatis splendor. Ciò deriva dalla separazione attuata, in tale sistema filosofico, tra l’atto di essere e l’essenza, tra ciò che è esistenziale e ciò che è universale, dal rifiuto dell’universale logico e ontologico, dalla confusione tra persona e individuo e dalla discrepanza tra norma e situazione reale, così che quest’ultima non può essere risolta con norme universali. Nell’evolversi costante della norma, l’individuo diventa criterio della morale.

La medesima profondità, sorprendente preparazione e lucidità P. Tomas manifesta anche nella teologia, specie in ambito cristologico, secondo quanto attesta il Prof. Mons. Renzo Lavatori dell’Università Urbaniana di Roma. Il Servo di Dio, unendo una limpida consapevolezza della Verità rivelata ad un singolare senso dell’errore, mostra la necessità di disperdere le ombre perché la verità risulti in tutto il suo splendore.

Egli dà orientamenti precisi anche sulle cristologie contemporanee: il metodo e il linguaggio della teologia classica sono ritenuti superati, con la conseguente proliferazione di teologie nuove sia nel metodo sia nei contenuti, spesso caratterizzate da una singolare affinità tra gli autori cattolici e quelli protestanti e dalla mancanza quasi totale di riferimento alla trascendenza. Se, da un lato, il razionalismo è fautore dell’ateismo contemporaneo e della superstizione più ributtante, anche il fideismo risulterà soggettivo e arbitrario, allorché pone che Dio esiste solo perché si crede in lui.

La via per la devozione autentica è indicata da P. Tomas nella consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. La Vergine è mostrata, secondo quanto riferisce Don Alfredo Morselli, Parroco di Stiatico (Bologna), come ancella dell’Essere e della Verità, Colei che ha compreso pienamente e vissuto la dipendenza del suo intelletto dal reale e dal suo Creatore. Pertanto ogni corretta attitudine metafisica è partecipazione alla Sua attitudine e dono Suo. Lei, invero, è anche segnalata come corredentrice e mediatrice di tutte le grazie dal Servo di Dio, il quale ha voluto offrire tutte le sofferenze finali a Maria. In tal modo egli non fu meno monfortano che tomista.

Per ulteriori informazioni su P. Tomas si possono consultare i siti www.studiodomenicano.com e www.arpato.org.


fonte: http://www.zenit.org/article-28898?l=italian

Un Natale senza radici






di Antonello Cannarozzo


C’è una atmosfera che aleggia in questi giorni sulle nostre case, per le strade, negli uffici, sugli autobus, tra le persone che incontriamo: essere tutti più buoni. La televisione, come ogni altro mezzo d’informazione, ci ripete ossessivamente che dobbiamo per forza avere questo sentimento di bontà. Alla banale domanda sul perché occorra comportarsi così, la risposta è semplice: ma è Natale!

Va bene, ma perché proprio in questo periodo invernale bisogna essere più buoni e non, per esempio, ad aprile? Perché Natale – ci risponde il nostro ipotetico interlocutore – si festeggia il 25 dicembre da sempre. A questo punto l’interrogare diventa più incalzante. Perché proprio in questo giorno e perché si chiama Natale?

Ora il nostro ipotetico interlocutore, ormai spazientito per la nostra ignoranza, ci risponde che la notte tra il 24 ed il 25 dicembre è una notte particolare, una notte santa, infatti scende dal cielo per la gioia di tutti proprio lui, Babbo Natale, ed ecco anche da dove viene il nome della festa.

Se questo righe vi sembrano troppo ironiche, sfido chiunque a portarmi una trasmissione televisiva, un giornale o una pubblicità che in questi giorni parli del Natale come la nascita di Gesù. Possiamo parlare di renne, di slitte, di abeti adornati a festa, di panettoni e quant’altro, ma guai a parlare del festeggiato da cui tutto a preso inizio: Gesù Bambino.

Il suo nome e la sua storia, come si usava nell’antichità, sono stati banditi con una damnatio memoriae, in cui il colpevole viene censurato, cancellato con il martello della propaganda: semplicemente non esiste!

Si dice che dare un significato religioso a questa festa potrebbe offendere chi non la pensa alla stessa maniera e si arriva all’assurdo, come in Gran Bretagna o in altre “civilissime” nazioni del Nord Europa, di tradurre la festa del Natale con la festa della pace, la quale, ovviamente, non avendo più un punto di riferimento, diventa parola vuota e senza senso.

Siamo riusciti a togliere di mezzo qualsiasi sacralità alla festa più cara e commovente dell’anno, per ridurla ad un semplice scambio di regali, spesso inutili, grandi abbuffate e, per chi può, vacanze sulla neve. Giorni fa parlavo con un vecchio caro amico sacerdote che mi proponeva questa considerazione: ”Abbiamo tolto le feste religiose dalla nostra cultura, siamo riusciti a trasformare la Pasqua in una gita fuori porta, ma tagliando le radici del Natale, da dove tutto è nato, togliamo la radici a noi stessi, non solo alla nostra civiltà, ma anche alla nostra propria vita”.


Rai Vaticano - 5 Dicembre, 2011

domenica 4 dicembre 2011

Card. Burke: «Negli Usa siamo sulla strada della persecuzione»






Il cardinale americano, presidente della Suprema Corte dello Stato della Città del Vaticano, dichiara che la Chiesa per la sua difesa della «legge morale naturale, specie in materia di educazione sessuale, potrebbe essere presto accusata di attività illegali». Il Papa ai vescovi statunitensi: «La gravità delle sfide non può essere sottovalutata»



Redazione di Tempi


«Siamo in guerra, la cultura secolare è molto forte nella nostra nazione e se i cristiani non saranno fermi e forti nel dare testimonianza di quello che è giusto e buono per l'individuo e per la società, la secolarizzazione ci conquisterà e ci distruggerà. Penso purtroppo che siamo sulla strada della persecuzione». Chi parla è un cardinale molto importante in Vaticano, che non appartiene però a un paese africano o asiatico ma agli Stati Uniti.

Il cardinale Raymond Leo Burke, ex arcivescovo di St. Louis, è presidente della Suprema Corte dello Stato della Città del Vaticano. In un'intervista alla Catholic News Agency, card. Burke prevede che presto «anche solo per i suoi insegnamenti la Chiesa sarà accusata di attività illegali, specie se riguardano l'educazione sessuale. Potrebbe anche succedere che cattolici vengano arrestati». Incontrando domenica scorsa diversi vescovi statunitensi, papa Benedetto XVI ha detto loro: «La gravità delle sfide che la Chiesa in America è chiamata ad affrontare, sotto la vostra guida, non può essere sottovalutata».

Il problema, continua card. Burke, è «la difesa da parte di cristiani della legge morale naturale». Come ha detto il Papa ai vescovi americani, «il momento presente può essere visto, in termini positivi, come un richiamo a esercitare la dimensione profetica del vostro ministero episcopale esponendovi, in modo umile ma insistente, in difesa della verità morale e offrendo una parola di speranza, capace di aprire i cuori e le menti alla verità che ci rende liberi».

«Le parole» del Papa e di card. Burke «non sono per niente esagerate perché la secolarizzazione ormai si è fatta aggressiva» dice il presidente della Lega cattolica Bill Donohue. «Il caso più grave è quello della riforma sanitaria dell'amministrazione Obama», che obbliga anche le strutture sanitarie private a fornire contraccettivi e pratiche abortive, pena pesanti sanzioni economiche. «L'amministrazione Obama vuole ficcare i suoi valori giù per la gola della Chiesa cattolica».


Tempi - 1 dicembre 2011

sabato 3 dicembre 2011

Maria «Virgo purissima»: la più pura fra le vergini



Pensieri del beato Card. J. H. Newman

Prima della sua conversione, il problema cruciale di Newman con la Chiesa romana erano "gli onori che essa tributava alla Beata Vergine e ai Santi". Ma dopo la conversione egli comprese appieno il mistero di Maria Santissima nell'opera della Redenzione fino al punto di affermare che "considerava una misericordia di Dio il fatto che ci è stato rivelato poco della Vergine Maria: in caso contrario, non avremmo potuto sostenere lo splendore della sua grandezza, derivante essenzialmente dalla sua vicinanza con il Verbo ".


Con «Immacolata Concezione» della Santa Vergine s'intende la grande verità rivelata secondo la quale Maria fu concepita senza peccato originale nel grembo della madre sua, sant'Anna.

Fin dalla caduta di Adamo, l'umanità intera, cioè i discendenti di Adamo, sono concepiti e nascono nel peccato. «Ecco», dice l'autore ispirato del salmo Miserere, «ecco: nella colpa sano stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre».

Questo peccato, che appartiene a ognuno di noi, che è nostro retaggio fin dal primo istante del nostro esistere, è il peccato d'incredulità e di disobbedienza a causa del quale Adamo perse il paradiso. Noi, essendo figli di Adamo, ereditiamo le conseguenze del suo peccato e abbiamo perso in lui quella veste spirituale di grazia e di santità che era stata a lui donata dal Creatore nell'istante in cui l'aveva formato. Tutti noi siamo concepiti e dati alla luce in questa condizione di perdita di eredità; e la via ordinaria attraverso la quale noi siamo tratti fuori da questa situazione è il sacramento del battesimo.

Maria invece non fu «mai» in questa situazione: essa ne fu esentata per decreto eterno di Dio. Dall'eternità, Dio -Padre, Figlio e Spirito Santo- decretò di creare la stirpe umana e, prevedendo la caduta di Adamo, decretò di redimerla con l'incarnazione del Figlio e le sue sofferenze sulla croce. In quello stesso incomprensibile ed eterno istante nel quale il Figlio di Dio nacque dal Padre, fu emesso anche il decreto di redimere l'uomo attraverso di lui. Colui che era nato dall'eternità, in virtù di un decreto eterno, per salvare noi e per redimere l'intera nostra stirpe, nacque nel tempo; e la redenzione di Maria fu predeterminata in quella speciale maniera che noi chiamiamo «Immacolata Concezione».

Era stato decretato non che Ella fosse purificata dal peccato, ma che fin dal primo momento della sua esistenza ella fosse preservata dal peccato, in maniera tale che il Maligno mai avesse niente a spartire con lei. Maria perciò fu figlia di Adamo e di Eva come se essi non avessero mai peccato; Maria non condivise il loro peccato, però ereditò i doni e le grazie (e anche più) di cui erano dotati nel Paradiso.

Questa è la sua prerogativa, che fa da fondamento a tutte quelle verità salvifiche che su di lei ci sono state rivelate.
Diciamo perciò con tutte le anime sante: «Maria, Vergine purissima, concepita senza peccato originale, prega per noi».


De vita contemplativa, n.12, dicembre 2011

venerdì 2 dicembre 2011

Ma che fine ha fatto il Purgatorio?






di Pierluigi Vajra

01-12-2011


Conclusosi il mese di novembre, dedicato alla preghiera per i fedeli defunti, vorrei condividere un tesoro della spiritualità e della mistica cattolica. Si tratta del Trattato del Purgatorio della mistica santa Caterina Fieschi Adorno, nobildonna genovese, vissuta a cavallo tra il XV ed il XVI secolo.

Il suo confessore, che ne ha compilato una biografia, ci dice che Santa Caterina aveva mostrato propensione alla vita spirituale fin dalla giovane età, pensando ad un certo punto di entrare in convento. La famiglia Fieschi, tuttavia, ne combinò il matrimonio con un rampollo di un'altra famiglia prominente nella società cittadina, gli Adorno. La giovane si sottomette di buona volontà alla ragion politica familiare, ma il matrimonio è tutt'altro che un successo, tanta è la differenza tra l'indole sua e quella del marito. Fa di necessità virtù, ma l'anelito spirituale resta accantonato. Finché un giorno, durante una confessione a cui era stata esortata dalla sorella monaca, le viene concessa un'esperienza spirituale particolare, che conferisce un nuovo slancio alla sua vita. Inizia un periodo di esperienze mistiche che l'accompagneranno, in crescendo, fino al giorno della morte. Il marito si lascerà in seguito coinvolgere dallo zelo dalla moglie, e la precederà nella vita eterna.

Santa Caterina si occupò con grande energia degli ammalati, fino a diventare la “Rettora” del grande ospedale genovese Pammatone. Lasciò una traccia indelebile nella storia della città di Genova per le sue qualità organizzative ed il grande spirito di sacrificio, occupandosi personalmente degli ammalati, specialmente i più repellenti. Ma il suo servizio agli ammalati altro non era che l'espressione esteriore e concreta della sua intensa vita spirituale. E qui arriviamo al punto che vorrei condividere. Infatti l'esperienza mistica di Santa Caterina si può sintetizzare (lo fece lei stessa, stando alle testimonianze) come l'esperienza del Purgatorio già in questa vita, nel suo corpo mortale.

Interessante notare che il Purgatorio è un dogma della nostra fede decisamente meno esplorato di altri, ed in tempi recenti regolarmente assente dalla predicazione comune e dalla formazione alla fede delle nuove generazioni. E forse non poteva essere esplorato più a fondo se non per via mistica. Inoltre Santa Caterina visse nel periodo dell'eresia luterana, quando il Purgatorio veniva messo in dubbio, o meglio apertamente rinnegato. Di suo pugno, santa Caterina non ha scritto nulla delle sue esperienze mistiche. Tuttavia un notevole gruppo di persone della sua città, persone di non poco conto, iniziarono presto a far riferimento a lei come ad una guida spirituale sicura: come che accadde alla sua più famosa omonima di Siena.

Quattro suoi discepoli, tra cui il notaio di fama Ettore Vernazza, fondarono sotto la sua ispirazione l'Oratorio del Divino Amore, realtà di origine laicale, di piccole dimensioni ma di impatto tale che gli storici della Chiesa non esitano a riconoscere in esso una delle forze di propulsione della riforma cattolica che sfociò nel grande Concilio di Trento. L'Oratorio del Divino Amore divenne una fucina di santi. È molto probabile che la mano che stese gli appunti che ora vanno sotto il nome di Trattato del Purgatorio sia stata proprio quella del Vernazza, uomo di grande levatura umana e cristiana. Santa Caterina comprende la vita cristiana come totalmente pervasa dall'amore di Dio, a cui l'anima può aprirsi o resistere. E così è anche della vita dopo la morte. Quello che l'immaginario cattolico ha sempre chiamato “fuoco” dell'Inferno o del Purgatorio, Santa Caterina lo intende come il fuoco dell'amore ardente di Dio per l'anima.

Il Trattato (una serie di brevissimi capitoletti di qualche paragrafo l'uno) è zeppo di questa metafora del fuoco. Devo avvertire l'improbabile zelante lettore: occorre fendere con coraggio un testo di secoli orsono, e quindi superare qualche difficoltà iniziale. Ma poi si scoprono tesori. Non voglio togliere il gusto della sorpresa, ma mi permetto di condividere due perle, per stuzzicare l'appetito. La prima. I capitoletti del Trattato lasciano al lettore l'idea che Inferno, Purgatorio e Paradiso non siano altro che l'esperienza dell'amore di Dio. Dio non smette mai di amare l'anima, neppure all'Inferno. È la disposizione dell'anima che fa sperimentare diversamente il fuoco del Divino Amore. L'anima dannata, morta in condizione di separazione totale da Dio, separazione scelta e consapevole, sperimenta l'amore di Dio come un eterno tormento: la sua colpa la separa dalla comunione con Dio, che è il fine proprio dell'essere umano. L'amore di Dio, che l'anima ha rifiutato ma che ora comprende, diventa il suo tormento eterno. L'anima salvata, passata all'altra vita in comunione con Dio, ritrova spesso in sé una piccola o grande inadeguatezza alla comunione con Dio, alla presenza del quale – ci insegna la Scrittura – non si può trovare nulla di impuro. L'amore di Dio che l'avvolge è per essa un fuoco purificante, per nulla diverso da quello infernale, ma senza il tormento della colpa.

L'anima in Purgatorio è in pace, ma come l'oro nella fornace: la purificazione, la sofferenza, continua fintanto che permane la scoria. E quindi il Paradiso non è altro che lo stesso amore di Dio, che ormai è solamente beatitudine. Purificata da ogni ruggine proveniente da una vita tiepida ma non separata da Dio, l'anima non sperimenta più alcuna sofferenza, ma al contrario pienezza. Inferno, Purgatorio e Paradiso non sono quindi compresi da Santa Caterina come luoghi – se non metaforicamente – o come nature diverse, ma come stato individuale, come l'esperienza che l'anima fa del fuoco del Divino Amore, esperienza diversa perché diversa è la disposizione dell'anima individuale. Tutto, anche queste realtà ultime, si risolve per Santa Caterina nell'unica realtà dell'amore di Dio.

La seconda: cito direttamente dal Trattato. «Io veggio, quanto per parte di Dio, il Paradiso non abbia porta: ma chi vuole entrare vi entra, perché Dio è tutto misericordia, e sta verso noi colle braccia aperte per riceverne nella sua gloria. Ma ben veggio, altresì, quella divina essenza esser di tanta (e molto più che immaginar si possa) purità e nettezza, che l' anima, la quale in sé abbia tanta imperfezione quanto sarebbe un minimo bruscolo, si getterebbe più presto in mille Inferni, che trovarsi in presenza della divina maestà con quella macchia. E perciò, veggendo essa il Purgatorio ordinato per levarle esse macchie, vi si getta dentro; e le par trovare una gran misericordia, per potersi levare quell'impedimento».

Ormai sono alcuni anni che il mese di novembre mi trova a rifar meditazione su questo trattatello. Sempre con grande profitto: perché tutto quel che conta, alla resa dei conti, sarà lo sviluppo della nostra capacità di amare ed essere amati, cioè la nostra carità. E allora la meditazione sul Purgatorio, lungi dall'estraniarmi dal mondo, mi spinge a vivere il presente così che quel momento mi trovi con una carità sufficientemente sviluppata per poter entrare direttamente in quel Paradiso che non ha porte. Conoscere il Purgatorio ci spinge a fare un body-building che tonifichi i muscoli dell'amore di Dio e dell'amore scambievole.

P.S. Chi volesse avvicinarsi al Trattato, non ha che da fare una semplice ricerca su Google.








giovedì 1 dicembre 2011

PRATICA DELL'AVVENTO


dom Prosper Guéranger



Vigilanza.

Se la santa Chiesa, madre nostra, passa il tempo dell'Avvento in questa solenne preparazione alla triplice Venuta di Gesù Cristo; se, sull'esempio delle vergini savie, tiene la lampada accesa per l'arrivo dello Sposo, noi che siamo le sue membra e i suoi figli, dobbiamo partecipare ai sentimenti che la animano, e prendere per noi quell'avvertimento del Salvatore: "Siano i vostri lombi precinti come quelli dei viandanti; nelle vostre mani brillino fiaccole accese; e siate simili a servi che aspettano il loro padrone" (Lc 12,35). Infatti, i destini della Chiesa sono anche i nostri; ciascuna delle anime è, da parte di Dio, l'oggetto d'una misericordia e d'un'attenzione simili a quelle che egli usa nei riguardi della Chiesa stessa. Essa è il tempio di Dio perché composta di pietre vive; è la Sposa perché è formata da tutte le anime che sono chiamate all'eterna unione. Se è scritto che il Salvatore ha acquistato la Chiesa con il suo sangue (At 20,28), ognuno di noi può dire parlando di se stesso, come san Paolo: Cristo mi ha amato e si è sacrificato per me (Gal 2,20). Essendo dunque uguali i destini, dobbiamo sforzarci, durante l'Avvento, di entrare nei sentimenti di preparazione di cui abbiamo visto ripiena la Chiesa.



Preghiera.

E innanzitutto, è per noi un dovere di unirci ai Santi dell'Antica Legge per implorare il Messia, e soddisfare così quel debito di tutto il genere umano verso la divina misericordia. Onde animarci a compiere questo dovere, trasportiamoci con il pensiero nel corso di quelle migliaia di anni rappresentate dalle quattro settimane dell'Avvento, e pensiamo a quelle tenebre, a quei delitti di ogni genere in mezzo ai quali si agitava il vecchio mondo. Che il nostro cuore senta viva la riconoscenza che deve a Colui che ha salvato la sua creatura dalla morte, e che è disceso per vedere più da vicino e condividere tutte le nostre miserie, fuorché il peccato! Che esso gridi, con l'accento dell'angoscia e della fiducia, verso Colui che volle salvare l'opera delle sue mani, ma che vuole pure che l'uomo chieda ed implori la propria salvezza! Che i nostri desideri e la nostra speranza si effondano dunque in quelle ardenti suppliche degli antichi Profeti che la Chiesa ci mette sulle labbra in questi giorni di attesa. Disponiamo i nostri cuori, nella più larga misura possibile, ai sentimenti che essi esprimono.



Conversione.

Compiuto questo primo dovere, penseremo alla Venuta che il Salvatore vuol fare nel nostro cuore: Venuta, come abbiamo visto piena di dolcezza e di mistero, e che è la conseguenza della prima, poiché il buon Pastore non viene soltanto a visitare il suo gregge in generale, ma estende la sua sollecitudine a ciascuna delle pecore anche alla centesima che si era smarrita. Ora, per ben comprendere tutto questo ineffabile mistero, bisogna ricordare che, siccome non possiamo essere accetti al nostro Padre celeste se non in quanto egli vede in noi Gesù Cristo, suo Figlio, questo Salvatore pieno di bontà si degna di venire in ciascuno di noi, e, se noi lo vogliamo, di trasformarci in lui, di modo che non viviamo più della vita nostra ma della sua. Il fine di tutto il Cristianesimo è appunto di divinizzare l'uomo attraverso Gesù Cristo: questo è il compito sublime imposto alla Chiesa. Essa dice ai Fedeli con san Paolo: "Voi siete i miei figlioletti; poiché io vi do una seconda nascita, affinché si formi in voi Gesù Cristo" (Gal 4,19).

Ma, come nella sua apparizione in questo mondo il divino Salvatore si è dapprincipio mostrato sotto le sembianze d'un bambino prima di giungere alla pienezza dell'età perfetta che era necessaria porche nulla mancasse al suo sacrificio, egli intende prendere in noi gli stessi sviluppi. Ora è nella festa di Natale che si compiace di nascere nelle anime, e diffonde per tutta la sua Chiesa una grazia di Nascita alla quale, purtroppo, non tutti sono fedeli.

Ecco infatti la situazione delle anime all'avvicinarsi di quella ineffabile solennità. Alcune, ed è il numero minore, vivono pienamente della vita del Signore Gesù che è in esse, ed aspirano in ogni istante all'aumento di tale vita. Altre, in numero maggiore, sono vive, sì, per la presenza del Cristo, ma sono malate e languenti, non desiderando il progresso della vita divina, perché la loro carità si è raffreddata (Ap 2, 4). Il resto degli uomini non gode di questa vita, e si trova nella morte; poiché Cristo ha detto: Io sono la Vita (Gv 14,6).

Nei giorni dell'Avvento, il Salvatore va a bussare alla porta di tutte le anime, in una maniera ora sensibile, ora nascosta. Viene a chiedere se hanno posto per lui, affinché possa nascere in loro. Ma, benhé la casa che egli chiede sia sua, poiché lui l'ha costruita e la conserva, si è lamentato che i suoi non l'hanno voluto ricevere (Gv 1,11), almeno il numero maggiore tra essi. "Quanto a quelli che l'hanno ricevuto, ha concesso loro di diventare figli di Dio, e non più figli della carne e del sangue " (Gv 1, 12-13).

Preparatevi dunque a vederlo nascere in voi più bello, più radioso, più forte di come l'avete conosciuto, o anime fedeli che lo custodite in voi stesse come un prezioso deposito, e che da lungo tempo, non avete altra vita che la sua, altro cuore che il suo, altre opere che le sue. Sappiate cogliere, nelle parole della sacra Liturgia, quelle che fanno per il vostro amore, e che commuoveranno il cuore dello Sposo.

Aprite le porte per riceverlo nella sua nuova venuta, voi che già l'avevate in voi, ma senza conoscerlo; che lo possedevate, ma senza gustarlo. Egli torna con una nuova tenerezza; ha dimenticato il vostro rifiuto; vuole rinnovare tutte le cose (Ap 21,5). Fate posto al celeste Bambino, che vuol crescere in voi. Il momento è vicino: che il vostro cuore dunque si desti; perché non vi abbia sorpreso il sonno quando egli passerà, vegliate e pregate. Le parole della Liturgia sono anche per voi, perché esse parlano di tenebre che Dio solo può dissipare, di piaghe che solo la sua bontà può risanare, di languori che cesseranno solo per sua virtù.

E voi, cristiani, per cui la buona novella è come se non ci fosse perché i vostri cuori sono morti per il peccato, sia che questa morte vi tenga stretti nei suoi lacci da lunghi anni, sia che la ferita che l'ha causata sia stata inferta più di recente alla vostra anima, ecco venire colui che è la vita. "Perché dunque vorreste morire? Egli non vuole la morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva" (Ez 18,31). La grande Festa della sua Nascita sarà un giorno di misericordia universale per tutti quelli che vorranno lasciarlo entrare. Questi ricominceranno a vivere con lui; ogni altra vita precedente sarà abolita, e sovrabbonderà la grazia là dove prima aveva abbondato l'iniquità (Rm 5,29).

E se la tenerezza e la dolcezza di questa misteriosa Venuta non vi attraggono, perché il vostro cuore non potrebbe ancora comprendere la fiducia o perché avendo per lungo tempo ingoiato l'iniquità come l'acqua, non sapete che cosa significhi aspirare mediante l'amore alle carezze d'un padre di cui avevate disprezzato gli inviti, pensate alla Venuta piena di terrore che seguirà quella che si compie silenziosamente nelle anime. Sentite lo scricchiolio dell'universo all'avvicinarsi del terribile Giudice; osservate i cieli che fuggono davanti a lui, e si aprono come un libro alla sua vista (Ap 6,41); sostenete, se ne siete capaci, il suo aspetto, i suoi sguardi fiammeggianti; guardate senza fremere la spada a doppio taglio che esce dalla sua bocca (Ap 1,16); ascoltate infine quelle grida di lamento: o monti cadete su di noi; rocce, copriteci, toglieteci alla sua vista terrificante (Lc 23,30)! Sono le grida che faranno risuonare invano le anime sventurate che non hanno saputo conoscere il tempo della visita (Lc 19,44). Per aver chiuso il loro cuore a quell'Uomo-Dio che pianse su di esse – tanto le amava! – scenderanno vive nel fuoco eterno la cui fiamma è cosi bruciante che divora il germe della terra e le fondamenta più nascoste dei monti (Dt 32,22). Ivi si sente il verme eterno d'un rimorso che non muore mai (Mc 9,43).

Coloro dunque, i quali non si sentono commossi dalla dolce notizia dell'avvicinarsi del celeste Medico, del generoso Pastore che dà la vita per le sue pecorelle, meditino durante l'Avvento sul terribile eppure incontestabile mistero della Redenzione, resa inutile dal rifiuto che l'uomo oppone troppo spesso di associarsi alla propria salvezza. Misurino le loro forze, e se disprezzano il bambino che sta per nascere (Is 9,6), pensino se saranno in grado di lottare con il Dio forte, il giorno in cui verrà non più a salvare, ma a giudicare. Per conoscerlo più da vicino, questo Giudice davanti al quale tutto deve tremare, interroghino la sacra Liturgia: qui impareranno a temerlo.

Del resto, questo timore non è soltanto proprio dei peccatori; è un sentimento che ogni cristiano deve provare. Il timore, se è da solo, rende schiavi; se compensa l'amore, conviene al figlio colpevole, che cerca il perdono del padre adirato; anche quando l'amore lo spinge fuori (1Gv 4,18), esso ritorna talora come un subitaneo lampo, e il cuore fedele ne è felicemente scosso fin nelle fondamenta. Sente allora ridestarsi il ricordo della sua miseria e della misericordia gratuita dello Sposo. Nessuno deve dunque disperarsi, in questo sacro tempo dell'Avvento, dall'associarsi ai pii timori della Chiesa che, per quanto amata, dice spesso nei suoi Uffici: Trafiggi la mia carne, o Signore, con il pungolo del tuo timore! Ma questa parte della Liturgia sarà utile soprattutto a coloro che cominciano a consacrarsi al servizio di Dio.

Da tutto ciò, si deve concludere che l'Avvento è un tempo consacrato soprattutto agli esercizi della Vita Purgativa; come indicano quelle parole di san Giovanni Battista, che la Chiesa ci ripete così spesso in questo sacro periodo: Preparate le vie del Signore! Ciascuno dunque operi seriamente a spianare il sentiero attraverso il quale Gesù entrerà nella sua anima. I giusti, secondo la dottrina dell'apostolo dimentichino ciò che hanno fatto nel passato (Fil 3,13), e attendano a nuovi impegni. I peccatori cerchino di rompere subito i legami che li tengono stretti, di lasciare le abitudini che li fanno prigionieri castighino la carne, e diano inizio al duro lavoro di sottometterla allo spirito; preghino soprattutto con la Chiesa; e quando il Signore verrà, potranno sperare che non rimarrà sulla soglia della porta, ma entrerà, perché egli ha detto: "Ecco che io sono alla porta e busso; se qualcuno sente la mia voce e mi apre, entrerò da lui" (Ap 3,20).



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 31-35



Come partecipare alla santa Messa





di Don Leonardo Maria Pompei

I Santi davano indicazioni molto semplici e incisive: si partecipa bene alla santa Messa, vivendola come se fosse la prima, l'ultima e l'unica; nulla vi è di più grande nell'universo, insegnava Padre Pio.

La partecipazione alla santa Messa deve essere attenta (non distrarsi e non divagare cogli occhi o col pensiero), degna (non ridere o chiacchierare; rispondere recitando bene le parti riservate ai fedeli), devota (animata dal senso di stare alla presenza di Dio, stando in ginocchio almeno durante la consacrazione e dopo la Comunione, atteggiamento che esprime l'adorazione che a Dio è dovuta e che i santi raccomandavano: Padre Pio, se vedeva qualcuno in piedi alla sua Messa, esclamava imperiosamente: "in ginocchio!").

Vivere ogni momento della Messa in modo consapevole: umiliarsi nei riti introduzione, ascoltare con attenzione durante la liturgia della Parola, offrirsi a Dio nell'Offertorio, adorare nel più assoluto silenzio durante la consacrazione e la preghiera eucaristica, amare e intrattenersi in dolce colloquio con Gesù dopo la Comunione sacramentale, oppure, se non ci si può accostare ad essa, fare la comunione spirituale, tanto raccomandata dai Santi, rivolgendo a Gesù eucaristico parole come queste: "desidero riceverti, Signore Gesù, con la purezza, l'umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua santissima Madre e con lo spirito e il fervore dei santi".

Terminata la S. Messa è bene uscire in silenzio e riservare l'area del sagrato della Chiesa per intrattenersi fraternamente con i nostri fratelli e sorelle. I Santi raccomandavano di dedicare un congruo tempo al ringraziamento (almeno un quarto d'ora). Il silenzio dopo la comunione serve a questo.


Fonte: www.preghiereagesuemaria.it