mercoledì 6 luglio 2011

Otto per mille: mai gloriarsi del bene che si fa!





Le contraddizioni della pubblicità per l’8 per mille

Anche quest’anno si sta concludendo la campagna pubblicitaria per l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, pubblicità commissionata dalla Conferenza Episcopale Italiana. Nulla da dire sul fatto che un organismo della portata di una Conferenza Episcopale possa decidere di utilizzare i mezzi d’informazione per sensibilizzare su un aiuto “materiale” alla Chiesa.


Nulla da dire, perché, da che mondo è mondo, è bene utilizzare tutto ciò che è moralmente lecito per invitare i cristiani a far del bene e per aiutare chi si consacra nel far del bene.


Ciò che però rende perplessi è altro. Mi riferisco al tipo di messaggio che si è voluto utilizzare per la realizzazione della pubblicità. Si tratta di un messaggio esclusivamente impostato sulle opere di misericordia corporale. Bisogna aiutare la Chiesa cattolica perché nella Chiesa cattolica vi è don Tizio che aiuta i poveri, suor Sempronia che dà da mangiare ai barboni, fratel Caio che coordina il collocamento degli immigrati nei campi di raccolta dei pomodori, ecc… e non don Tizio che dona soprattutto la grazia santificante nel confessionale, suor Sempronia che dinanzi al Tabernacolo prega per la conversione dei peccatori, fratel Caio che annuncia il Vangelo agli immigrati. Intendiamoci, il don Tizio che aiuta i poveri, suor Sempronia che aiuta i barboni e fratel Caio che aiuta gli immigrati sono tutte cose bellissime.


Tutte cose che da sempre hanno fatto grande la Chiesa. Tutte cose che costituiscono un dovere per ogni cristiano, tanto è vero che le opere di misericordia corporale sono un dovere non certo un optional per il seguace di Cristo. Cose che però, prese da sole, esclusivizzate, non unite alle opere di misericordia spirituale, finiscono per ridurre il Cristianesimo ad una sorta di manuale di educazione civica e la Chiesa ad una sorta di “ente morale”; dimenticando che la ragion d’essere della Chiesa è prima di tutto quella di salvare le anime donandole Cristo, unica verità e unico salvatore della storia.


Ovviamente il motivo di una scelta di questo genere è facile a capirsi: se si vuole avere successo, e quindi ottenere un maggiore risultato dalla campagna pubblicitaria, bisogna giocoforza utilizzare la tipologia di messaggi più gradita al pubblico. E, da questo punto di vista, è facile intuire che si sia portati a pensare che la maggioranza delle persone gradisca un linguaggio che sia quanto più “politicamente corretto”. Non si deve parlare della verità ma solo dell’amore.


Non si deve parlare della lotta all’errore ma solo di quella contro la povertà. Ora, oltre al fatto che avrei qualcosa da dire sulla convinzione che un simile appiattimento sociologico produca risultati per un marketing di questo tipo, dovendosi rivolgere ad un pubblico che deve essere convinto non per comprare una lavatrice o uno shampoo per capelli, bensì per operare una scelta che coinvolge la propria identità culturale e religiosa; va aggiunto che sembra proprio che una simile campagna pubblicitaria richiami quel famoso modo di dire che recita: «si scrive bianco, ma si deve legge nero». Nel caso specifico si dice “aiuto al prossimo”, ma si deve leggere “amore a Dio”. D’altronde si sa che la maggioranza “bulgara” (ringraziamo Dio!) che ancora si esprime nelle dichiarazioni dei redditi a favore dell’8 per mille alla Chiesa cattolica non si deve certo alla constatazione che la carità la sa fare meglio la Chiesa piuttosto che altri enti, quanto ad una generosità che scaturisce dalle personali convinzioni religiose degli italiani per cui «…proprio perché non riesco ad essere un cristiano assiduo ed osservante almeno voglio fare qualcosa che possa piacere a Dio, d’altronde non mi costa nulla. Di certo lo Stato non può darmi la vita eterna, Cristo sì. Di certo lo Stato non fa miracoli, Cristo sì».


Ma c’è ancora dell’altro… ed è peggio. Si tratta di un paradosso e di un’evidente contraddizione. Si decide di utilizzare un messaggio solo incentrato sulle opere di misericordia corporale per servirsi di un linguaggio politicamente corretto perché non si deve dire che c’è una religione più vera delle altre; e poi, paradossalmente, si finisce col proporre una strana ed ambigua gerarchia. Mi spiego. Un conto è se dico al contribuente di donare l’8 per mille per me perché io ho la possibilità di offrire al prossimo una verità che non è mia ma di Dio; altro è invece se dico al contribuente di donare l’8 per mille per me perché io so fare del bene.


Ora, oltre all’implicito messaggio di presunzione che vien fuori (mai gloriarsi del bene che si fa!), è evidente che se dico al contribuente di donare l’8 per mille per me e non per gli altri è perché deve passare il messaggio che come so aiutare io il prossimo non lo sanno fare gli altri. E questo è quanto meno sorprendente. Insomma, per non rapportarsi alla verità e quindi per evitare classificazioni sul piano dottrinale, si finisce col fare una classificazione inaccettabile, presuntuosa e, diciamola francamente, poco cristiana. Sono i paradossi del politicamente corretto!
(Corrado Gnerre)


tratto da Corrispondenza romana del 28 giugno 2011

martedì 5 luglio 2011

Il Servo di Dio padre Tomas Tyn e la liturgia




Di Libertà e Persona - 04/07/2011

di padre Giovanni Cavalcoli


C'è stata ancora occasione, da parte di questo sito, di occuparsi del Servo di Dio, il domenicano cecoslovacco Padre Tomas Tyn, la cui breve vita si svolse dal 1950 (Brno) al 1990 (Neckargemünd, Germania). Dopo essere entrato nell'Ordine dei Predicatori nel 1969 in Germania, nel 1972 si trasferì al convento di Bologna, che custodisce le reliquie del Santo Fondatore dell'Ordine, San Domenico di Guzmàn.

Lì passo gli ultimi 18 anni della sua vita vissuta con intensissimo fervore spirituale, ferma convinzione, grande slancio di generosità verso tutti, ricchissima attività, apprezzato docente di teologia, dotto discepolo di S.Tommaso d'Aquino, instancabile predicatore, diligente osservante della regola domenicana, uomo di preghiera devotissimo della Madonna, fedele figlio della Chiesa.

Questa sua totale dedizione a Dio, alla Chiesa ed alle anime ebbe il suo vertice e frutto più alto nel sacrificio della propria vita per la libertà della Chiesa nella sua Patria, allorchè, essendo esaudito da Dio per un voto che aveva fatto il giorno della sua ordinazione sacerdotale a Roma per le mani di Paolo VI il 29 giugno 1975, egli morì proprio nel giorno – 1° gennaio 1990 –, nel quale la sua Patria era liberata da un regime dittatoriale e passava alla democrazia.
Questa eroica offerta della propria vita commosse ed entusiasmò talmente i confratelli cechi del suo Ordine, che quasi immediatamente essi cominciarono ad adoperarsi per la promozione della Causa di Beatificazione, mentre analogo spontaneo movimento sorgeva a Bologna tra i suoi devoti, sicchè il 25 febbraio 2006 l'Arcivescovo di Bologna, card.Carlo Caffarra inaugurava il processo di beatificazione nella basilica di S.Domenico, dove per tanti anni il Servo di Dio aveva esercitato il suo ministero di guida delle anime e celebrato la S.Messa.

Molti sono gli aspetti esemplari della vita e del pensiero di Padre Tomas, aspetti che tuttora sono oggetto di ricerca e chiarificazione nel corso della Causa, che procede felicemente e si trova in uno stadio di discreto avanzamento, anche se essa è tuttora nell'ambito diocesano. Tuttavia quasi non passa giorno che non giungano da tutta Italia e dall'estero segni di interesse e devozione da sempre nuove persone, alle quali giunge la notizia della fama sanctitatis di Padre Tomas e che restano colpite dalla sua eccezionale testimonianza di cattolico, di sacerdote, di teologo e di domenicano.

Non mancano anche le segnalazioni di grazie ricevute, non tanto miracoli fisici, ma miracoli dello spirito, come la ritrovata pace, la consolazione nel dolore, la penitenza del peccato, la fortezza nella prova, la luce della fede, l'ardore della carità, lo slancio della speranza.

In questo mio articolo intendo tuttavia fermarmi sulla pietà religiosa e liturgica del Servo di Dio. Ricca di interiore e commossa partecipazione era, a testimonianza di molti, la sua celebrazione della S.Messa. Il suo culto eucaristico era fondato su di una solida e purissima dottrina ispirata all'Aquinate e alla sua personale esperienza, che indirizzava la forza del suo sentimento e della sua emozione verso la contemplazione amorosa del divino Mistero, dal quale traeva sempre nuovo conforto e ragioni della sua molteplice ed intensa attività apostolica. Le omelie della Messa domenicale, pronunciate con una potente voce stentorea, che ignorava l'altoparlante, a volte appassionate per la forza dei convincimenti, erano piuttosto lunghe e sostanziate di profonda dottrina, che meravigliava le persone e le nutriva di luce e godimento spirituali.

Padre Tomas celebrava regolarmente la Messa riformata di Paolo VI, che lo aveva ordinato sacerdote, vuoi alla parrocchia bolognese di S.Giacomo fuori le Mura, dove andò dal 1976 al 1989, vuoi presso consorelle domenicane o in convento o dove egli era richiesto, anche fuori Bologna. Ma amava anche l'antico rito di S.Pio V. La cosa era risaputa, sicchè, quando nel 1985 il card.Biffi, Arcivescovo di Bologna, richiesto da un gruppo di fedeli di poter assistere al rito antico, domandò al priore della comunità bolognese un Religioso che potesse celebrare quella Messa, non si ebbero dubbi nell'incaricare Padre Tomas, che la celebrava ogni sabato mattina nella cappella dell'arca di San Domenico.
Il Servo di Dio quindi passava dall'una all'altra Messa con la massima disinvoltura, del tutto alieno da certe faziosità o esclusivismi, ancor oggi purtroppo esistenti, che vorrebbero l'un rito rifiutando l'altro. Viceversa Padre Tomas aveva chiara l'essenza della Messa, che è la medesima, al di là di diverse accidentali modalità, nel rito postconciliare come in quello tridentino. Padre Tomas sapeva apprezzare le diverse peculiarità delle due Messe, fatte apposta, si direbbe, per completarsi a vicenda, anche se il rito ordinario e corrente è e resta senza dubbio quello stabilito da Paolo VI.
Ai suoi tempi non era per i fedeli facile ottenere il permesso della Messa tridentina e c'erano molte restrizioni. Padre Tomas auspicò una facilitazione della concessione di questa Messa; e fu profeta, perché tutti sappiamo come l'attuale Pontefice, a due riprese con speciali Motu proprio, ha effettivamente facilitato la possibilità della celebrazione della Messa di rito antico.

Sulla tomba di Padre Tomas si è avuta la felice idea di scolpire le parole del Salmo che nella Messa antica il celebrante diceva sempre all'inizio, prima di salire i gradini dell'altare: “Ad Deum qui laetificat iuventutem meam”. La Messa è stata veramente la gioia della gioventù di questo santo Religioso, egli la ha conosciuta solo nella gioventù, essendo stato rapito così presto dalla morte. Ma ora nel cielo, accanto al sommo Sacerdote celeste, egli ancora rende culto al Padre nella gioia di un'eterna giovinezza ed intercede per la salvezza di noi pellegrini sulla terra.

lunedì 4 luglio 2011

Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?



di Antonio Socci
3 luglio 2011 / In News


Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.


Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.


Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di riferimento nazionale”.

Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.


In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci sarebbe solo da rallegrarsene.


Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo”.


Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.


La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti dell’ateismo”.


Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del “cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al di fuori del cattolicesimo.

Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente e voglio raccontare l’episodio.


Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai 3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra contro Gesù”.


Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore, pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici (che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).


Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli un’altra castroneria).


Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.


Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.


Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa, spesso una requisitoria.


Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto sistematicamente così.


Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso) sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.


Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e ‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.


Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio – il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox, “In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.


Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.


Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in quella trasmissione.


Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto libero e paritario?


Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.


Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.


Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare gli uomini.


E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella trasmissione.


Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente incapace di conquistarla.


La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a constatare.


Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver “inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.


Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore, l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice. Donando la felicità.


A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria: il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S. Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il pensiero di Agostino.


Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.


Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la dottrina del peccato originale?


Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini un peccato non commesso.


Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non atto personale” (n. 76).


Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’ capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.


Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli, negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale, immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della dottrina cattolica e della Chiesa”.


Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa il cardinal Martini.




Antonio Socci




Da “Libero”, 3 luglio 2011


Post scriptum:


Mancuso ha testualmente scritto:


“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo”.


Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”. E quale sarebbe dei quattro?

domenica 3 luglio 2011

Il Papa: la Chiesa è segno di Cristo


Il Papa ricorda alla diocesi di Altamura - Gravina - Acquaviva delle Fonti che la Chiesa è segno di Cristo


Persone coerenti con la fede
felici di essere cristiane


"La Chiesa non è un'organizzazione sociale, filantropica, come ve ne sono molte: essa è la comunità di Dio" posta al servizio dell'umanità e "capace di evangelizzare".

Benedetto XVI ha colto l'occasione dell'incontro di questa mattina, sabato 2 luglio, con i fedeli di Altamura - Gravina - Acquaviva delle Fonti (che stanno celebrando il Sinodo diocesano) per ribadire l'identità della Chiesa. Una necessità, ha detto, poiché c'è il rischio che questa identità venga snaturata dalla tendenza "a ridurre tutto ad una dimensione orizzontale".

"Assistiamo - ha aggiunto - ad atteggiamenti complessi: ripiegamento su se stessi, narcisismo, desiderio di possesso e di consumo, sentimenti e affetti slegati dalla responsabilità". Sono diverse le cause di questo disorientamento; e anche se si manifesta in un profondo disagio esistenziale "al fondo di tutto - ha notato il Pontefice - si può intravedere la negazione della dimensione trascendente dell'uomo e della relazione fondante con Dio". Per questo è decisivo che le comunità cristiane "promuovano percorsi validi e impegnativi di fede".

Certamente l'educazione alla vita cristiana è un compito particolare che compete alla famiglia. Tuttavia, come ha ricordato Benedetto XVI, è necessario "valorizzare in modo adeguato le proposte educative e i percorsi di volontariato esistenti in diocesi per formare persone solidali", soprattutto "aperte e attente alle situazioni di disagio spirituale e materiale". In sostanza il Papa ha raccomandato che l'azione pastorale miri a formare "persone mature nella fede"; persone "coerenti con la fede, perché si porti in tutti gli ambienti la luce di Cristo; persone che vivono con gioia la fede, per trasmettere la bellezza di essere cristiani".

Infine il Pontefice ha rivolto uno speciale saluto ai sacerdoti della diocesi e li ha spronati a proseguire "con coraggio e fedeltà" nella loro missione di annunciare il Vangelo, senza temere di confrontarsi con la cultura e con quanti sono alla ricerca di Dio.



L'Osservatore Romano 3 luglio 2011

sabato 2 luglio 2011

Il culto Eucaristico e le nuove comunità monastiche



Pubblichiamo volentieri un articolo di un sacerdote della nostra diocesi di Pistoia, Don Giordano Maria Favillini, parroco della chiesa di san Paolo e Priore della Fraternità apostolica di Gerusalemme.


di don Giordano Maria Favillini


Nel periodo post conciliare sono nate molte comunità a carattere monastico recependo l’impulso dato da questo evento ecclesiale costituendosi in modo nuovo rispetto a quelle tradizionali, mantenendo però una continuità spirituale con l’antica tradizione monastica.

Questo è il caso delle Fraternità monastiche e apostoliche di Gerusalemme. Nel 1975 nasce la prima Fraternità monastica a Parigi ad opera di Pierre Marie Delfieux prete cappellano della Sorbona, il quale ritornato da un periodo trascorso nel deserto del Sahara, sulle tracce di Charles de Foucault, riceve dal Vescovo di Parigi il mandato di creare nella Chiesa di Saint Gervais un luogo di preghiera per la città. Nascono così le Fraternità di Gerusalemme, dopo Parigi ad oggi ne sono nate 8 in varie città d’Europa e una in Canada, nel 1998 nasce la prima Fraternità Apostolica di Gerusalemme vicino Lourdes e nel 2000 una seconda in Italia a Pistoia. Queste due Fraternità essendo diverse come missione vivono lo stesso carisma e possiedono la stessa spiritualità; una in una dimensione monastica di lavoro e preghiera, l’altra in un contesto di parrocchia.

Il carisma delle Fraternità di Gerusalemme si può sintetizzare con questa frase: portare Dio nel cuore delle città e le città nel cuore di Dio. La nostra vocazione è vivere una presenza monastica nelle città, secolarizzate, piene di attività e di ritmi serrati, congestionate e spesso anonime in cui i rapporti umani sono sempre più difficili, essere in queste realtà oasi di preghiera di contemplazione e di accoglienza. Quello che un tempo gli antichi monaci andavano a trovare nel deserto noi andiamo nelle città di oggi che spesso sono deserti di solitudine, anonimato e di alienazione; per noi non si tratta di fuggire dal mondo ma di amare poiché se si è monaci si è per amore.

In questo progetto si colloca la centralità dell’Eucarestia, essa è il centro della spiritualità di Gerusalemme, nel Libro di Vita al capitolo preghiera n. 22 si legge: “l’Eucarestia sia ogni giorno, culmine della tua preghiera continua, perché in questo modo tu raggiungi il grado supremo di unione con i fratelli, con i quali formi il Corpo di Cristo, essendone membra ciascuno per la sua parte e con Dio che dimora in te, mentre tu dimori in Lui”.

La vita di preghiera è concepita in stretta relazione con l’Eucarestia, in quanto Essa è la presenza orante all’interno della Chiesa e da questa fonte nasce l’intercessione, la lode, il ringraziamento tutto nasce dall’Eucarestia e tutto diventa Eucarestia, il lavoro materiale, l’accoglienza, le relazioni, l’apostolato. A conferma di tutto questo in ogni Chiesa delle fraternità l’Eucarestia viene esposta ogni giorno dal mattino alla sera e il giovedì notte c’è l’adorazione a cui sono invitati anche i laici, è una notte di veglia intorno al sacramento dell’amore perché questi non venga mai meno nella comunità ecclesiale.

Il nome Gerusalemme non evoca soltanto l’impegno pastorale di essere presenza orante nella città ma anche la dimensione escatologica delle fraternità in quanto siamo in cammino verso la Gerusalemme del cielo, la nostra città futura dove avremo stabile dimora, “desideri anticipare il cielo? Il cielo è una città” (Libro di vita n° 134). Al centro di questa città c’è il trono dell’Agnello, Lui è la lampada che illumina questa città del cielo (Ap, 21 ,23 e 22,3) così per noi mettendo al centro l’Eucarestia che è l’Agnello immolato, la vittima santa, anticipiamo ciò che un giorno vivremo, l’adorazione dell’Eucarestia vissuta al centro delle nostre città è l’annuncio della vita eterna, è mettere l’attenzione su ciò che è essenziale, da cui noi possiamo attingere luce di verità e forza per vivere rettamente.

Le nostre città vivono nella confusione non solo fisica ma anche esistenziale, la vita di molti cittadini e disorientata, ci sono molti tanti messaggi, tante proposte c’è bisogno di trovare un centro a cui guardare e questo centro è il Cristo presente nell’Eucarestia che va evidenziata e non tenuta nascosta, resa visibile perché possa parlare nel Suo silenzio eloquente all’umanità di oggi. Il mistero Eucaristico ispira anche le realtà costitutive della nostra vita monastica, la dimensione comunitaria si costituisce in quanto “noi siamo corpo di Cristo e sue membra associate al Sacrificio di Cristo che offre se stesso al Padre per la vita del mondo” (Libro di vita n° 147).

La Fraternità non è costituita per se stessa ma per il mondo e la missione che le è stata affidata e si potrà viverla bene soltanto se si coltiva la comunione e l’unità all’interno delle Fraternità; “Tra fratelli e sorelle si stabilisce un legame vivissimo di comunione attraverso la celebrazione quotidiana dell’ Eucarestia e la partecipazione allo stesso insegnamento dottrinale. Non è questo l’essenziale? Guidati dalla stessa Parola, nutriti dallo stesso Corpo….” ( Libro di vita n° 176). L’Unità si costruisce giorno dopo giorno non solo attraverso l’impegno personale ma soprattutto attraverso l’unione con Gesù che si realizza con la celebrazione Eucaristica, essa veramente ha il potere di unificare le nostre diversità e compie il miracolo della comunione che non è possibile soltanto con i soli sforzi umani.

La vita consacrata è bella se è un’avventura di santità e la santità non è nell’uomo essa viene essenzialmente da Dio, Lui solo è la fonte di ogni santità dunque il monaco o la monaca dovranno vivere questa profonda relazione con il Signore, alimentarla di giorno in giorno e l’Eucarestia è il mezzo indispensabile per realizzare tutto questo per vivere questa relazione. Il silenzio della presenza Eucaristica c’insegna a vivere il silenzio indispensabile per ascoltare la voce di Dio, L’Eucarestia che è la donazione totale del Cristo ci insegna che la vita consacrata è donazione totale, la nostra scuola di vita è l’Eucarestia. Concludendo si può dire che nella nostra vita di Fraternità di Gerusalemme la vita Eucaristica è la nostra ispiratrice, il nostro punto di riferimento, la fonte a cui attingere ogni giorno.
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Fonte: ZENIT.org - 1° luglio 2011.

Ripartire dalla bellezza liturgica



Di Claudio Dalla Costa - 02/07/2011


La liturgia, in molti casi, non aiuta a tuffarsi nel mistero. Talvolta appare come un ritualismo vuoto, eccessivamente giuridico.

Molta responsabilità ricade certamente su quei fedeli che vanno a messa per adempiere ad un precetto più che per un incontro autentico con il Signore. Tuttavia il compito dei ministri del Vangelo è proprio quello di rendere appetibile il desiderio di Dio.

Già nel 1952, Giorgio La Pira scriveva che occorre “elevare gli intelletti e i cuori sino alla contemplazione della bellezza eterna! Il cristianesimo – specifica La Pira – non è solo bontà: è anche, essenzialmente, bellezza, purità, luce: …bisogna mostrare agli uomini contemporaneamente questi due aspetti indissociabili dell’unica redenzione”.

E questo ruolo spetta in modo determinante proprio alla liturgia. Sentiamo ancora La Pira in uno scritto del 1953: “La civiltà cristiana medievale si definisce proprio per questo primato della contemplazione: è la civiltà della liturgia e della bellezza cristiana; è il tentativo massimo compiuto dai cristiani di trascrivere nelle strutture della città terrestre la grazia, la luce e la bellezza della città celeste”.

Bellezza della predicazione e della liturgia formano un tutt’uno. “La parola del predicatore deve attingere motivo di armonia e di conforto da tutto il complesso di ciò che nella chiesa fa impressione di ben disposto e di vera bellezza. Chi parla, chi istruisce trae motivo dall’arte, dalla liturgia, da tutto ciò che nella chiesa ha virtù di edificare e di commuovere. Siamo fatti così. Un tocco d’organo, un canto collettivo, soave o poderoso, accompagnato o illustrato da una parola appropriata e serena – la parola canta – tutto vale alla vibrazione del cuore, all’incoraggiamento, alla rinnovazione di uno stato d’animo bisognoso di coraggio e di pace” (Beato Giovanni XXIII).

L’arte ha questa capacità di elevare il cuore dell’uomo verso Dio. E papa Paolo VI, che ebbe tanti amici tra gli artisti, e che aveva una grande sensibilità verso il tema della bellezza, volle esprimere la sua riconoscenza agli artisti, invitandoli nella Cappella Sistina, il 7 maggio del 1964. Nel discorso che pronunciò affermò tra l’altro che “Noi abbiamo bisogno di voi. Il nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio…Ë il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colore, di forme, di accessibilità”.

Proprio la liturgia ha la capacità di esprimere la bellezza, la tenerezza e la gratuità di Dio. Gli uomini di ogni tempo hanno sempre avuto bisogno di spazi e tempi specifici per rendere lode al Creatore. In questi ultimi quattro decenni si è coltivato l’impoverimento dei luoghi e dei segni liturgici, e oggi molti preti si scandalizzano se tanti giovani si sentono attirati verso nuovi culti e forme di religiosità dove sono in voga pseudo liturgie che scimmiottano quelle celebrate nelle nostre chiese.

Un certo spirito di povertà mal compreso ha fatto si che tante chiese fossero spogliate di ogni forma artistica. Alcune assomigliano più a dei garage che a luoghi di culto. Una certa mentalità diffusasi anche nella Chiesa pensava di rendere gloria a Dio risaltando al massimo lo spogliamento di ogni oggetto di culto. Uno dei modi per evangelizzare è proprio la liturgia. Ad essa, infatti, spetta il compito di sensibilizzare alla bellezza perchè rimane la porta attraverso la quale si ha accesso al Mistero.

Una grande opera di nuova evangelizzazione è in atto per riportare Gesù Cristo al centro della vita di tanti uomini del nostro tempo. Il problema sorge quando si deve invitare il neo convertito alla messa: dove indirizzarlo? Poiché non sempre si tratta di persone capaci di comprendere che Gesù è presente quali che siano le qualità della celebrazione o le infedeltà del celebrante. C’è il rischio di perdere per strada queste persone dopo aver fatto tanta fatica per riportarle a Gesù. Se c’è un campo privilegiato dove bisogna investire nella bellezza questo è proprio la liturgia.

Sempre la Chiesa nella sua storia ha coltivato il gusto del bello. Ha protetto gli artisti e sviluppato l’arte in tutte le sue forme. L’architettura, la pittura, la musica si sono messe a disposizione per creare dei capolavori degni di Dio. Benedetto XVI scrive che ”oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico”.

Già papa Paolo VI, nell’anno 1965, rivolgendosi ad artisti, scrittori e musicisti, aveva affermato: “Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi; voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. Voi l’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere sensibile il mondo invisibile”. (da Avete finito di farci la predica? Riflessioni laicali sulle omelie – Effatà Editrice 2011)


fonte:http://www.libertaepersona.org/

venerdì 1 luglio 2011

BENEDETTO XVI LEGISLATORE CANONICO




L’ermeneutica della "riforma nella continuità". Dal motu proprio “Summorum Pontificum” alla nuova evangelizzazione dell’Occidente


di Sandro Magister


Quella di "legislatore canonico" può sembrare una definizione sorprendente, applicata a Benedetto XVI. Eppure definisce un tratto essenziale del suo profilo, della sua visione su come governare la Chiesa.

Se la tempesta che da qualche decennio tormenta la Chiesa è dovuta a delle "rotture" rispetto alla sua tradizione e identità propria – come Benedetto XVI ha detto in ripetute occasioni, a partire del memorabile discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio Vaticano II –, una di queste linee di rottura il papa la vede proprio sul terreno del diritto canonico.

L'ha scritto nella lettera aperta da lui indirizzata alla Chiesa d'Irlanda il 19 marzo 2010.

E l'ha spiegato con parole ancor più dirette nel libro-intervista "Luce del mondo" pubblicato alla fine del 2010:

"È interessante a questo proposito – ha risposto il papa a una domanda – quello che mi ha detto l'arcivescovo di Dublino. Diceva che il diritto penale canonico sino alla fine degli anni Cinquanta ha funzionato; certo, non era perfetto – in molti punti lo si potrebbe criticare – ma in ogni caso veniva applicato. A partire dagli anni Sessanta semplicemente non è stato più applicato. Dominava la convinzione che la Chiesa non dovesse essere una Chiesa del diritto, ma una Chiesa dell'amore; che non dovesse punire. [...] In quell'epoca anche persone molto valide hanno subito uno strano oscuramento del pensiero, [...] per cui è subentrato un oscuramento del diritto e della necessità della pena. E in fin dei conti anche un restringimento del concetto di amore, che non è soltanto gentilezza e cortesia, ma che è amore nella verità".

Pochi giorni prima della lettera alla Chiesa d'Irlanda, il 10 marzo 2010, in un'udienza generale del mercoledì, Benedetto XVI ha sviluppato più a fondo la sua lettura della vicenda della Chiesa negli ultimi decenni.

Quell'udienza il papa la dedicò a san Bonaventura, uno dei tre santi da lui personalmente più amati assieme ad Agostino e a Tommaso d'Aquino: il santo sul quale da giovane pubblicò la tesi di dottorato, sulla sua teologia della storia messa a confronto con quella influentissima di Gioacchino da Fiore.

Secondo Gioacchino da Fiore, dopo le età del Padre e del Figlio, quest'ultima coincidente col tempo della Chiesa, era imminente l'alba di una terza e ultima età del mondo, quella dello Spirito Santo: un'era di piena libertà, con una nuova Chiesa spirituale senza più gerarchia né dogmi, un'era di pace definitiva tra gli uomini, di riconciliazione dei popoli e delle religioni.

Dallo spiritualismo all'anarchia il passo è breve, spiegò Benedetto XVI in quell'udienza. E san Bonaventura, nel suo tempo, faticò non poco per arginare questa deriva, molto presente nel suo ordine francescano.

Ma anche oggi, proseguì il papa, riaffiora nella Chiesa questo "utopismo spiritualista":

"Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa preconciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente 'altra'. Un utopismo anarchico! Ma grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa".

Novità e continuità. Perché non è vero che la Chiesa di Dio debba essere "immobile, fissa nel passato e non possa esserci novità in essa". Il papa citò di nuovo san Bonaventura: "Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt", le opere di Cristo non vanno a ritroso, non si consumano, ma avanzano e progrediscono. Assicurano "novità e rinnovamento in tutti i periodi della storia".

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Basta questo per capire che papa Joseph Ratzinger non è affatto un custode della tradizione e basta. La sua visione della Chiesa è dinamica. Non teme di usare la parola "riforma" per definire la sua ermeneutica del Concilio Vaticano II.

È ciò che ha fatto in quel discorso capitale che rivolse alla curia romana il 22 dicembre 2005, vigilia del suo primo Natale da papa.

“Il Concilio Vaticano II – disse in quell'occasione Benedetto XVI –, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi".

La discontinuità solamente “apparente” di cui parla il papa si riferisce precisamente alla “intima natura” della Chiesa e alla “sua vera identità”, che sono rimaste intatte, dice, nonostante le correzioni fatte dal Vaticano II di “alcune decisioni storiche” della Chiesa stessa.

Nello stesso tempo però – disse Benedetto XVI sempre in quel discorso – accanto a questa discontinuità solamente "apparente" vi è stata anche una discontinuità vera, almeno in un caso, tra il Concilio e il magistero precedente dei papi.

Il caso che papa Ratzinger citò e analizzò è quello della libertà religiosa, affermata dalla dichiarazione "Dignitatis humanae". Lì la discontinuità con il magistero dei papi tra l'Ottocento e il Novecento è incontestabile. La "Dignitatis humanae" afferma e proclama ciò che l'enciclica "Quanta cura" di Pio IX del 1864, con il relativo "Syllabus errorum", aveva rifiutato e condannato.

Tale discontinuità tuttavia, ha spiegato Benedetto XVI, riguarda non la natura e l'identità della Chiesa ma la concezione dello Stato e dei suoi rapporti con le religioni. Il soggetto Chiesa, anzi, esce da questo cambiamento ancora più nitido e luminoso, poiché, dice il papa, il Vaticano II, "riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa". Si è cioè rimesso "in piena sintonia" non solo con l'insegnamento di Gesù sulla distinzione tra Dio e Cesare, ma "anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi", poiché essi sono morti proprio "per la libertà di professione della propria fede: una professione che da nessuno stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza".

Questa innovazione del Concilio fu vista comunque da molti, durante l'assise e dopo, come una rottura rispetto alla tradizione della Chiesa. Con grande giubilo per chi vedeva nel Vaticano II un radioso "nuovo inizio" epocale ed ecclesiale. Con grande costernazione per chi vi vedeva un nefasto abbandono della retta dottrina.

E la tentazione era facile per entrambe le parti. Benedetto XVI, sempre nel discorso del 22 dicembre 2005, riconobbe che in effetti, "se la libertà di religione viene considerata come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo", allora essa può dar luogo all'idea – inaccettabile – che tutte le religioni hanno pari valore e che la propagazione missionaria della fede cattolica non abbia più ragione d'essere.

Idea non priva di ripercussioni gravi sulla vita della Chiesa, se Giovanni Paolo II si sentì in dovere nel 1990 di dedicare un'enciclica, la "Redemptoris missio", all'osservanza del mandato di Gesù a far discepoli e a battezzare tutti i popoli, e se nel 2000 lo stesso papa, con l'allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Ratzinger, si sentì in obbligo di ribadire, con la dichiarazione "Dominus Iesus", che il Signore Gesù è l'unico salvatore di tutti gli uomini.

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Da successore di Pietro, Ratzinger ha proseguito con decisione su questa strada. Ha detto e argomentato senza posa che il riconoscimento da parte della Chiesa della libertà per ogni cittadino di ogni Stato del mondo di osservare la religione che considera in coscienza quella vera, e di propagarla, non è in contraddizione con la natura missionaria della Chiesa e con la fede che solo Gesù è "la via, la verità, la vita". Questo riconoscimento della libertà religiosa stimola però i cristiani a pensare nel modo più genuino la loro stessa azione missionaria, consapevoli che la professione della fede in Cristo "da nessuno Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza".

E quindi, proseguì Benedetto XVI sempre in quello straordinario discorso del 22 dicembre 2005:

"Una Chiesa missionaria, che si sa tenuta ad annunciare il suo messaggio a tutti i popoli, deve impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed assicura al contempo i popoli e i loro governi di non voler distruggere con ciò la loro identità e le loro culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro intimo, aspettano: una risposta con cui la molteplicità delle culture non si perde, ma cresce invece l'unità tra gli uomini e così anche la pace tra i popoli".

La "nuova evangelizzazione" voluta da Benedetto XVI ha questo di moderno: essa definitivamente si spoglia di ogni braccio secolare, di ogni tipo di imposizione anche sofisticata e lieve, in ciò perfettamente in linea con le moderne concezioni liberali di cittadinanza, e affida la verità a ogni uomo "solo mediante il processo del convincimento".

Ma nello stesso tempo la "nuova evangelizzazione" di papa Benedetto riprende e rinvigorisce i tratti originari del mandato di Gesù ai discepoli. Perché questa cos'è se non la pedagogia di Dio dall'Antico al Nuovo Testamento? E cos'è se non lo stile di Gesù, nella sua predicazione del Regno? E cos'è se non il dialogo degli autori biblici e poi dei Padri della Chiesa con la sapienza dei filosofi greci e le profezie delle Sibille? E cos'è se non l'innesto dell'arte cristiana sulla classicità?

La lezione di Ratisbona del 12 settembre 2006 è l'altro discorso capitale del pontificato di Benedetto XVI, in perfetta continuità con quello fin qui citato. Il meglio del pensiero greco "è parte integrante della fede cristiana", affermò il papa in quell'università dei saperi nella quale aveva insegnato. Il "logos" umano è il riflesso del "Logos" eterno. Quindi anche nell'uomo più lontano da Dio mai si spegne questo lume razionale che a Dio rimanda. Delle ragioni della fede, l'annuncio del cristianesimo non deve e non può fare a meno. Ancor più in un mondo come quello di oggi e in una regione come l'Europa, alla quale il cristianesimo ha dato l'impronta ma che dal cristianesimo si è ampiamente allontanata.

Un aspetto, non l'unico, della "nuova evangelizzazione" di Benedetto XVI è quello che egli ha chiamato il "cortile dei gentili". L'ha annunciato alla fine del 2009 dopo aver visitato Praga, capitale di una delle regioni d'Europa più scristianizzate. E l'ha voluto per quelle "persone che conoscono Dio soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il 'Dio ignoto'".

L'immagine del "cortile dei gentili", il cortile esterno del tempio di Gerusalemme, per i "timorati di Dio", non israeliti, che non potevano prendere parte al culto mosaico ma lo avvicinavano nella preghiera, porta a un altro grande asse del pontificato di Benedetto XVI, anch'esso in equilibrio tra novità e continuità: l'asse della liturgia.

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Che il Concilio Vaticano II abbia dedicato al tema della liturgia il suo esordio e il suo primo documento "si rivelò come la cosa anche intrinsecamente più giusta", ha scritto papa Ratzinger nella prefazione al primo volume, volutamente tutto liturgico, della sua "opera omnia". Perché Dio è la priorità assoluta. Perché l'ortodossia della fede, come dice l'etimologia della parola, è "doxa", è glorificazione di Dio. E quindi il modo giusto dell'adorazione è la vera misura della fede: "lex orandi, lex credendi".

Per questa stessa ragione, Ratzinger ha più volte sostenuto che la crisi della Chiesa degli ultimi decenni ha origine da sbandamenti proprio nel campo della liturgia, e in particolare dall'opinione diffusa che la nuova liturgia prodotta dalle riforme conciliari abbia segnato una cesura radicale con la liturgia precedente.

In effetti, le variazioni introdotte nella liturgia a partire dalla fine degli anni Sessanta hanno qua e là marcato un'evidente rottura col passato. Alla messa intesa soprattutto come sacrificio di redenzione e celebrata "rivolti al Signore" si è sostituita una messa come pasto fraterno, su un altare a forma di tavolo avvicinato il più possibile ai fedeli. Alla liturgia come "opus Dei" si è sostituita una dinamica assembleare con la comunità come protagonista.

In alcuni luoghi e momenti queste variazioni si sono spinte all'estremo. Un caso esemplare è quello illustrato dall'opuscolo "Kerk en Ambt", Chiesa e ministero, distribuito nel 2007 nelle parrocchie olandesi a cura dei domenicani di quella nazione. Nel quale si proponeva di trasformare in regola generale ciò che in vari luoghi già si praticava e si pratica: la messa presieduta indifferentemente da un sacerdote o da un laico, "non importa se uomo o donna, omo o eterosessuale, sposato o celibe". Con le parole dell'istituzione eucaristica pronunciate dall'uno o dall'altro dei presenti, designati "dal basso", o anche dall'insieme dell'assemblea e liberamente sostituite da "espressioni più facili da capire e più in sintonia con la moderna esperienza di fede".

Non sorprende quindi che Benedetto XVI abbia fornito questa descrizione allarmata dello sbandamento liturgico seguito al Concilio, in una lettera indirizzata ai vescovi di tutto il mondo in quello stesso 2007:

"In molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa".

La lettera ora citata è quella con cui Benedetto XVI ha accompagnato la promulgazione del motu proprio "Summorum Pontificum" del 7 luglio 2007, col quale ha liberalizzato la celebrazione della messa secondo il messale del 1962, quello antecedente il Vaticano II, peraltro pacificamente usato durante tutta l'assise conciliare.

Il proposito di Benedetto XVI, espresso nella lettera, è che le due forme del rito romano, l'antica e la moderna, convivendo "possono arricchirsi a vicenda".

In particolare, l'auspicio del papa è che "nella celebrazione della messa secondo il messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso".

Il che è precisamente ciò che avviene, sotto gli occhi di tutti, ogni volta che papa Ratzinger celebra la messa: col rito "moderno" ma con uno stile fedele alle ricchezze della tradizione.

Nell'istruzione "Universæ Ecclesiæ" diffusa lo scorso 13 maggio, a ulteriore precisazione e applicazione del motu proprio "Summorum Pontificum", è citato quest'altro passaggio della lettera di Benedetto XVI del 2007:

"Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del 'Missale Romanum'. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".

E viceversa – ribadisce l'istruzione "Universæ Ecclesiæ" – i fedeli che celebrano la messa in rito antico "non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della santa messa o dei sacramenti celebrati nella forma ordinaria".

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Si capisce chiaramente, da queste citazioni, che la "riforma nella continuità" è anche in campo liturgico il criterio ermeneutico con cui Benedetto XVI vuole guidare la Chiesa fuori dall'attuale crisi.

La contrastata accoglienza che hanno registrato nella Chiesa sia il motu proprio che la successiva istruzione sono la prova di quanto sia serio e urgente il proposito di Benedetto XVI.

In campo liturgico, infatti, l'ermeneutica della rottura è pane quotidiano, tuttora, sia di quei tradizionalisti che vedono nel nuovo rito della messa l'affiorare di elementi eretici, sia dei progressisti che vedono nella liberalizzazione del rito antico il rinnegamento del "nuovo inizio" ecclesiale inaugurato dal Vaticano II.

Tra i liturgisti, quest'ultima opinione è molto presente. Per loro, la forma moderna del rito ha soppiantato l'antica e non può sopportare che questa persista. Ne è prova recente la "vis" polemica con cui Andrea Grillo, liturgista, professore alla facoltà teologica di Sant'Anselmo, ha reagito a PierAngelo Sequeri, teologo, colpevole quest'ultimo di aver difeso la "lezione di stile cattolico" impartita da Benedetto XVI col ridare "ospitalità ecclesiale" alla forma antica del rito romano.

Aveva scritto Sequeri, sulla prima pagina di "Avvenire" del 14 maggio:

"Di qui in avanti, unire le forze per restituire alla liturgia l’incanto possente della fede che sta al cospetto dell’unico Signore deve apparirci, in questi tempi difficili, l’unica cosa veramente necessaria allo splendore della tradizione della fede. E se fosse proprio questo ciò che ci fa difetto? Da dove viene – e dove ci porta – questa assuefazione all’investitura fai-da-te, che impanca chiunque a salvatore del cristianesimo, e guida sicura delle sue guide insicure?".

Il proposito di Benedetto XVI – lo si sa e l'ha ribadito il 14 maggio il cardinale Kurt Koch, presidente del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani, in un convegno romano sul motu proprio "Summorum Pontificum" – non è infatti quello di far convivere indefinitamente le due forme del rito, la moderna e l'antica. In futuro, la Chiesa avrà di nuovo un suo rito romano unico. Ma il cammino che il papa vede davanti per integrare le due forme attuali del rito è lungo e difficoltoso. Ed esige la nascita di un nuovo movimento liturgico di qualità alta come quello che preparò il Concilio Vaticano II e al quale lo stesso Ratzinger attinse, il movimento liturgico di Guardini e di Jungmann, di Casel e di Vagaggini, di Bouyer e di Daniélou, di quei grandi che non a caso furono anche critici severi degli sviluppi liturgici postconciliari.

Come la liturgia è stata in questi decenni il campo delle più evidenti rotture tra il presente della Chiesa e la tradizione, così l'ermeneutica della "riforma nella continuità" ha nella liturgia, con Benedetto XVI, il suo più drammatico terreno di prova.

Pavia, 21 maggio 2011

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