sabato 3 ottobre 2026

«Rifare il diritto canonico? Meglio pensare alla crisi di fede»



La relazione finale della Commissione Canonistica è solo l'ultimo frutto dell'infinito cantiere sinodale. Usa l'immagine delle «sabbie mobili» il teologo barese descrivendo a La Bussola la continua voglia di cambiamento che scambia la Chiesa per una struttura da riorganizzare invece che mistero e strumento di salvezza.


Intervista a mons. Nicola Bux

La nuova sinodalità è un cantiere permanente che produce una pioggia di documenti, l'ultimo dei quali – reso noto il 30 settembre dalla Segreteria del Sinodo – è la relazione finale della Commissione Canonistica, con proposte di modifica e l'auspicio di una revisione dell'intero diritto canonico. «Questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili», afferma mons. Nicola Bux, che in questa intervista a La Bussola tocca le questioni a monte dei singoli cambiamenti, a partire dalla mancanza di chiarezza sulla natura del Sinodo e della Chiesa stessa, vista come una struttura da riorganizzare invece che come mistero e strumento di salvezza.

Mons. Bux, sembra che tutto si debba riscrivere in chiave sinodale, non escluso il diritto canonico. Per quale motivo?
A me sembra che si voglia “codificare” il Sinodo in modo da renderlo normativo e obbligante per tuttta la Chiesa, al pari di un concilio. Ma il Sinodo non è il concilio. Sinodi ce ne sono sempre stati (anche a livello diocesano), ma almeno nella configurazione voluta da Paolo VI si tratta in primo luogo del Sinodo dei Vescovi, che è consultivo e solo l’autorità pontificia lo rende deliberativo. Era l’autorità papale che decideva di tener conto di alcune istanze – e non di altre – pubblicando una esortazione apostolica. Ora credo che ci sia una mancata chiarezza sulla natura del Sinodo.

Il Rapporto finale della Commissione Canonistica auspica un rifacimento per intero del Codice. Perché, dopo poco più di 40 anni dalla promulgazione del Codice attuale?
È possibile che si voglia consolidare un ruolo dei laici quasi paritetico con quello dei chierici. Ma a questo punto bisogna ricordare che la Chiesa è gerarchica, lo ribadisce la Lumen Gentium. Non è un fatto di assetto istituzionale, ma innanzitutto sacramentale: Cristo ha dato agli apostoli e ai loro successori il potere sacramentale, che fa della Chiesa lo strumento di salvezza del mondo. I sacramenti altro non sono che il potere che Cristo ha esercitato sulla terra. La parola “gerarchia”, meglio chiarirlo, significa “sacro principio” (dal greco hieros). La gerarchia è sacra perché stabilita da Cristo: la natura della Chiesa è gerarchica, non sinodale. Leone XIV sta forse tentando una correzione dicendo che la sinodalità è uno stile, un metodo, se vogliamo, anche se preferirei dire che il metodo della Chiesa è la comunione, citando il domenicano Jerome Hamer. È comunione dei santi, dei fedeli, dei vescovi col Papa. La sinodalità è una modalità e non è neanche l’unica, perché nella Chiesa esiste anche l’autorità. Considerare invece la sinodalità come “natura” della Chiesa diventa azzardato e un chiarimento sarebbe necessario.
Ora, questo tentativo di voler cambiare un codice che risale soltanto al 1983, questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili, perché poi ci si chiede: ma se domani la Chiesa cambierà quello che chiede oggi, fino a che punto le si può credere?

Alcune proposte insistono sui compiti liturgici da assegnare ai laici (che in casi estremi possono battezzare sì, ma mai celebrare Messa). Enfatizzando questi ruoli non si finisce per assumere la prospettiva di una Chiesa senza preti e quindi senza Eucaristia?
Sì, è una prospettiva che prescinde dall’invito di Gesù a pregare «perché la messe è molta e gli operai sono pochi» e a chiedere al «padrone della messe» di mandare operai. La Chiesa si è sempre preoccupata delle vocazioni sacerdotali e la ragione non è organizzativa ma sacramentale. Invece far leva su quello che possono compiere i laici esprime una sfiducia nella promessa del Signore che ha assicurato che la Chiesa non verrà meno. Poi, è vero che il battesimo in caso di emergenza può essere amministrato da chiunque, ma voler stabilizzare una situazione eccezionale significa farsi quasi beffe del Signore. E proprio all’indomani del viaggio del Papa in Francia, che ha mostrato il risveglio della fede nelle famiglie, nei laici e nelle vocazioni. Occupiamoci piuttosto dei laici che vogliono generare vocazioni come genitori, insegnanti o educatori, perché il loro compito non è occuparsi degli spazi organizzativi dell’istituzione ecclesiastica, ma della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Gli altri apporti di supplenza vengono da sé, ma è un punto che spesso viene equivocato.

Invece di promuovere il laicato si finisce per clericalizzarlo?

Sì, e questo non aiuta neanche la comunione ecclesiale, che cresce se i sacerdoti fanno i sacerdoti e i laici fanno i padri di famiglia e soprattutto i testimoni nel mondo del lavoro. Non se i laici si occupano delle cose dei chierici e i preti si buttano nel sociale. L’idea che i laici debbano “rosicchiare” il servizio sacramentale della gerarchia fa un danno al laicato, perché lo sottrae al suo ambito proprio che, come dicono i testi conciliari, è essere lievito nella pasta del mondo.

Tornando all’attuale sinodalità permanente, più che uno stile sembra divenuta una fabbrica di burocrazia, vista la quantità di documenti, gruppi e commissioni.

Ricordo che Vittorio Messori propose una “moratoria” della produzione di documenti: sono prolissi e vengono letti sempre meno, degenerando in una logorrea che va a scapito dell’annuncio del Vangelo. Se si vuole tener conto del sensus fidei del popolo di Dio – evocato anche in queste proposte di modifica – allora più che mettere mano al diritto canonico si dovrebbe mettere mano alla crisi di fede. Proprio la visita del Papa in Francia ha dimostrato che a diffondere la fede è la testimonianza di Gesù Cristo, via, verità e vita. Il segno della conversione non è la partecipazione agli organismi ecclesiastici, ma chiedere il battesimo, i sacramenti e testimoniare al mondo che la fede deve permeare anche lo spazio pubblico. Lo hanno compreso bene i santi, che non andavano a creare consigli e commissioni ma annunciavano la Verità del Signore.

Insomma, questa nuova sinodalità pecca di autoreferenzialità?
È una forma di clericalismo questa continua preoccupazione di organizzare, che invece di guardare alla Chiesa come mistero la vede come una struttura da far funzionare. Ma le organizzazioni si fanno e si disfano. Vorrei ricordare una frase che mi disse il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo: «Guardi, il Sinodo può anche distruggere la Chiesa». E mi riportò l’esempio di quello che accade nei sinodi orientali, dove tutti hanno voce in capitolo e anche la scelta e il governo di un patriarca subiscono condizionamenti. «Voi avete un Papa per la Chiesa cattolica, noi ne abbiamo uno per ogni Chiesa», per cui, aggiunse, «da noi non c’è mai la parola fine», che potrebbe scrivere solo l’autorità suprema.

Anche da noi non sembra esserci mai la parola «fine» su questo Sinodo sulla sinodalità che si prolunga all’infinito.
Esatto. Il grave rischio, come mi faceva osservare il patriarca Bartolomeo, è che si diventi prigionieri della struttura sinodale, tra veti contrapposti, come nell’ortodossia, e l’impossibile pretesa di decidere tutti insieme. Figuriamoci se tutto questo si va a codificare. La sinodalità non potrà “distruggere” la Chiesa perché il Signore non lo permetterebbe, ma potrebbe paralizzare il primato di Pietro, che ascolta, consulta, però è lui a dire l’ultima parola. «L’autentica sinodalità», leggiamo nel messaggio inviato ai Camaldolesi, a nome di Leone XIV dal card. Parolin, nell’ottobre 2025, «esige per sua natura l’ascolto e la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la vocazione di ciascuno, ma non può prescindere dall’autorità conferita da Cristo al Collegio dei vescovi con a capo il Successore di Pietro».







venerdì 2 ottobre 2026

Rivoluzione canonica, la nuova sinodalità vuole un nuovo Codice





Laici che presiedono le liturgie e insistenza sugli organismi partecipativi tra le proposte della Relazione finale della Commissione Canonistica diffusa dalla Segreteria generale del Sinodo. L'obiettivo è riscrivere il diritto canonico per consolidare le "conquiste" già raggiunte nella prassi.

Processi

Ecclesia 


Stefano Fontana, 02-10-2026

Il 30 settembre scorso, la Segreteria generale del Sinodo ha diffuso la Relazione finale della Commissione Canonistica contenente alcune proposte di revisione del Codice di Diritto Canonico a seguito delle istanze emerse dai lavori della lunga fase sinodale sulla “nuova sinodalità”, iniziata nel 2021 e terminata nel 2024. Per il momento si tratta di modifiche che non richiedono l’istituzione di nuovi ministeri, ma si limitano a confermare forme di partecipazione laicale in atto e di rafforzare quelle già previste dall’attuale Codice. La Relazione auspica però anche che si realizzi, nel prossimo futuro, una vera e propria revisione complessiva dei Codici di Diritto canonico latino e orientale. Niente di meno.

Le novità riguardano per esempio la possibilità che i laici esercitino il ministero della Parola, presiedano alle preghiere liturgiche, amministrino il battesimo, assistano ai matrimoni, distribuiscano la Santa Comunione, esercitino una missione su delega (figura del “delegato vescovile”), che la costituzione e la convocazione dei Consigli pastorali diocesano e parrocchiali sia obbligatoria, che i sinodi diocesani e i concili provinciali si tengano obbligatoriamente e con regolarità e che la gestione economica sia pubblica, trasparente e certificata.

Quest’ultima insistenza sugli organismi partecipativi si fonda sul nuovo paragrafo che si intende aggiungere al canone 212: «I Pastori hanno il dovere di ascoltare il parere dei fedeli su ciò che riguarda il bene della Chiesa, attivando modalità di discernimento comunitario». Mentre si conferma che l’autorità del Vescovo non si tocca, si prevede anche che nei consigli diocesani i membri laici abbiano la maggioranza e che per alcune scelte il Vescovo debba avere il consenso del consiglio presbiterale.

La nuova sinodalità, quindi, procede. Il cardinale Grech, dichiarando chiuso il sinodo, aveva aggiunto che la sinodalità continuerà in una fase di applicazione di quanto emerso dalle assemblee sinodali per confluire nella Grande assemblea universale del 2028. Procede, ma come? Da un lato continua in modo sregolato e avventuroso, dall’altro continua tendendo verso un consolidamento giuridico in un nuovo Codice di Diritto canonico. Le due modalità non sono in contrasto tra loro, come si potrebbe pensare, se si considera cosa la nuova sinodalità sia nella sua natura, ossia ascolto di svariate esigenze dal basso non assimilate in un quadro teologico definito e prassi che progressivamente ne attui dapprima alcuni aspetti più leggeri e accettabili per poi passare a quelli di maggiore impatto rivoluzionario.

In modo “sregolato e avventuroso”, dicevamo. In nome della sinodalità il vescovo di Anversa annuncia che ordinerà preti sposati entro il 2028. La Conferenza episcopale spagnola ha iniziato ufficialmente un percorso di realizzazione della nuova sinodalità dagli esiti imprevedibili e senza attendere la Relazione della Commissione canonistica di cui ci stiamo occupando. Al Simposio internazionale "Dare forma alla sinodalità in Europa: dalla visione alla tabella di marcia", tenutosi in Austria dal 14 al 17 settembre scorso, si è detto che le Chiese locali non devono aspettare Roma. I vescovi tedeschi sono in attesa delle decisioni della Santa Sede sulla loro “Conferenza sinodale” (con sacerdoti e laici in numero paritetico) che dovrebbe governare l’intera Chiesa della Germania e che per ora è in stand-by. Il cardinale Walter Brandmüller ha interpretato questo “vedremo” di Leone XIV come una volontà di fermare il processo, ma la cosa può essere intesa anche al contrario, come l’attesa dei tempi giusti per promuoverlo. Sempre per la sinodalità i vescovi tedeschi avevano chiesto l’indulto che permettesse ai laici di tenere l’omelia durante la messa, non l’hanno ottenuto da Roma e molti di essi hanno dichiarato di procedere ugualmente, come Mons. Peter Kohlgraf, vescovo di Magonza.

La nuova sinodalità è questo, uno scoppiettio continuo di salti in avanti, di prassi nuove, di protagonismi avventurosi, di cambiamenti decisi prima di essere adeguatamente pensati, di invenzioni pastorali creative, di processi che anticipano la loro configurazione giuridica. Questa arriverà, prima o poi, ma sarà sempre in ritardo, come le riforme ora proposte dalla Commissione canonistica, troppo timide rispetto ai livelli raggiunti dal processo sinodale nella prassi. Il nuovo Prefetto del Dicastero per i Testi legislativi, l’arcivescovo australiano Anthony Randazzo, in una intervista recente su Vox canonica, ha detto che la sinodalità non è un modo per scalzare la tradizione canonistica e non è una realtà nuova nella Chiesa. Confidiamo nel suo primo auspicio, ma sulla seconda valutazione abbiamo qualche dubbio.

La novità c’è, a nostro parere, perché nella nuova sinodalità la prassi tende sistematicamente ad anticipare l’evoluzione della dottrina che ad essa deve affannosamente adeguarsi, alimentando un diffuso sentimento di apertura disponibile al nuovo, assieme ad un corrispondente spirito contrario all’antico. Questo spirito spinge in avanti comunque, perché si ritiene conforme alle esigenze di una partecipazione non meglio specificata espresse dai “segni dei tempi”, e senza saper bene dove arrivare, perché carente di dottrina che possa illuminare il percorso anziché nascere da esso.







Lo pseudo-messianismo del sentimentalismo nella pastorale




La cura pastorale prima dell’Amoris Laetitia cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.


Divorziati-risposati




di Mons. Marian Eleganti, 30 sett 2026

Ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.

Mentre la cura pastorale prima di Amoris Laetitia, nel suo rapporto con le persone divorziate e risposate, cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, la Chiesa sinodale opera con un vocabolario prevalentemente sentimentale che contribuisce ben poco a chiarire oggettivamente la situazione di queste persone secondo criteri sacramentali-teologici e canonicamente giusti.

L’enfasi è posta unicamente sulla vicinanza, l’accompagnamento e l’apprezzamento (una parola abusata) di queste coppie da parte dei rappresentanti della Chiesa, non sulla loro missione di guidarle nella verità.

Domanda: cosa dovrei effettivamente apprezzare del peccatore, ad esempio, del rapinatore di banche, dell’adultero, del ladro o dell’autore di violenza? Posso amare il peccatore (essere ben disposto nei suoi confronti, cioè augurargli la salvezza), certo, pur condannando al contempo il suo peccato senza compromessi.

Ma come funziona l'”apprezzamento” in questo contesto? Devo forse chiedere a un giudice, che deve giudicare un crimine, di apprezzare il colpevole? Non sarebbe puro sentimentalismo, inutile rispetto al compito da svolgere? Il paragone è imperfetto, ma dimostra che questa categoria di apprezzamento semplicemente non è una priorità in certi contesti.

Perché non è questo il punto della questione se un matrimonio sia valido o meno (l’apprezzamento). Le coppie divorziate e risposate dovrebbero riscoprire la fiducia, riconoscersi come parte della comunità e sperimentare la misericordia di Dio, secondo una linea guida della Chiesa sinodale.

Domanda: è irrilevante se vivono in adulterio o meno? Trasmettere loro la misericordia di Dio significa riconoscere incondizionatamente o almeno tollerare la loro seconda unione, anche se esiste un vincolo matrimoniale indissolubile che lo contraddice? Perché Gesù non ci ha guidato in questa pratica?

Invece, rifiuta la pratica (presumibilmente misericordiosa) del divorzio di Mosè e, con grande disappunto dei suoi discepoli, inasprisce il divieto di divorzio!

Il ricordo di questi eventi rischia di ritraumatizzare queste coppie, poiché le persone coinvolte potrebbero sentirsi nuovamente ferite ed escluse, dopo aver già sperimentato l’abbandono e la sofferenza nella separazione dal proprio coniuge (vedi la guida citata in precedenza)?

Quanto più il linguaggio è sentimentale, tanto maggiore è il sospetto che posizioni dottrinali incrollabili vengano vaporizzate e ammorbidite facendo appello alle lacrime. Non è una novità. La parola “misericordia” è stata spesso usata impropriamente come una fionda per colpire gli occhi dell’osservatore o del lettore. Le parole hanno un effetto immediato. Solo a un esame più attento si comprende ciò che la semantica oscura.

La durezza della verità non è più tollerata né affrontata nella Chiesa sinodale, anche se ci rende liberi (Gv 8,32). Viene rifiutata e condannata dal sentimentalismo.

Familiaris Consortio
è quindi una notizia superata (troppo dura).

Amoris Laetitia è una notizia attuale (misericordiosa).

L’ufficio magisteriale della Chiesa sinodale inizia con Francesco, con una nuova ora zero. Il tempo (il processo) è più grande dello spazio (le posizioni dottrinali). Perciò, l’investimento si concentra sul processo (la revisione della dottrina), sul sentimento, sulla vita, non sulla verità, che tuttavia rimane. Quest’ultima è come una spada che la Chiesa sinodale preferisce avvolgere nel cotone idrofilo e riporre finché non venga colui che la brandisce in bocca (Ap 1,16; 2,12; 2,16; 19,15; 19,21).

Apocalisse 1:16 – Nella prima visione di Cristo:

“Dalla sua bocca uscì una spada affilata a doppio taglio.”

Apocalisse 2:12 – Nel messaggio alla chiesa di Pergamo:

«Così parla Colui che porta la spada affilata a doppio taglio».

Apocalisse 2:16 – Cristo annuncia:

“Altrimenti, verrò presto e li combatterò con la spada che uscirà dalla mia bocca.”

Apocalisse 19:15 – Cristo come cavaliere della fine dei tempi:

«Dalla sua bocca è uscita una spada affilata; con essa colpirà le nazioni».

Apocalisse 19:21 – Conclusione della scena della battaglia:

“Gli altri furono uccisi con la spada che usciva dalla bocca del cavaliere”.







A proposito di Messa antica, smettiamola di parlare di sensibilità


Smettiamola di parlare di sensibilità e abbiamo il coraggio 
di dire che ci sentiamo di avere scelto “la parte migliore”




di Peter Kwasniewski

“Ho sempre trovato estremamente irritante l'idea che io semplicemente "preferisca" la Messa tradizionale e che si debba portare rispetto ai miei "sentimenti" solo perché vi sono "legato".

Non fraintendetemi: credo che non si debbano calpestare i sentimenti legittimi altrui; che si debbano rispettare le preferenze, purché compatibili con la legge divina; e sì, che si debba coltivare un profondo attaccamento a tutto ciò che è buono.

Tuttavia, questo è solo un aspetto della questione. L'altro aspetto riguarda una scelta razionale, oggettiva e difendibile a favore di ciò che è buono o superiore: una scelta non riducibile a sentimenti soggettivi e, di conseguenza, non soggetta a quel comando perentorio e brusco: "Mettiti da parte i sentimenti e allineati".

Il Dott. Michael Rayes ne parla qui:

«È in corso una battaglia per la stessa mentalità cattolica. Riqualificando la sacra Tradizione come una questione di "sentimenti", "attaccamento" e preferenze personali, la Chiesa moderna ha spostato il campo di battaglia dalla dottrina alla psicologia. Si tratta invece di una guerra sul modo in cui i cattolici comprendono, difendono e trasmettono la Fede alle generazioni future. Se la Tradizione diventa facoltativa, l'identità cattolica stessa diventa negoziabile”.








giovedì 1 ottobre 2026

Il cortocircuito papale e l’immortale esempio della martire Elisabetta



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by Aldo Maria Valli 01 ott 2026


di Carlo Foresti



Caro Valli,

domenica scorsa, parlando con il mio caro amico Gianni, ci siamo trovati a commentare le notizie giunte in questi giorni da Parigi in occasione della recente visita pastorale di papa Leone XIV.

È stato proprio Gianni a farmi notare con estrema lucidità il clamoroso cortocircuito ideologico che si è consumato sotto gli occhi di tutti.

Vedere il pontefice romano spendere parole di calorosa esaltazione per i cosiddetti “valori della Rivoluzione francese” – cercando una pretestuosa e impossibile riconciliazione tra il Vangelo e gli ideali del 1789 – rappresenta già di per sé un cortocircuito concettuale di non poco conto.

Ma la contraddizione si fa palese e quasi insopportabile se si considera che, negli stessi giorni e nella medesima città, il papa si è recato in visita al Carmelo dell’antico Couvent des Carmes. Ovvero in quel luogo sacro dove, nel settembre del 1792, si consumò uno dei più feroci e sistematici massacri della storia moderna, in cui centinaia di vescovi, sacerdoti e religiosi vennero letteralmente macellati da folle fanatiche per il solo fatto di aver rifiutato il giuramento scismatico della Costituzione civile del clero.

Come sia possibile conciliare l’elogio dell’ideologia che armò la mano di quei carnefici con la venerazione delle vittime che da quell’ideologia vennero trucidate, resta un mistero che solo la ginnastica mentale del liberalismo ecclesiale può pretendere di giustificare.

Ma se si vuole davvero comprendere quale fosse la vera natura di quella “libertà” e di quella “fratellanza” sbandierate dai club giacobini – e al tempo stesso dove risplendesse la vera nobiltà dell’animo umano redento dalla Grazia -, occorre distogliere lo sguardo dalle edulcorate ricostruzioni di maniera e fare memoria. Perché sopra l’orrore delle carrette, del fango e del sangue versato in nome della Dea Ragione, si erge un episodio d’ineffabile bellezza spirituale, capace di illuminare la notte più buia del Terrore: la fine terrena della principessa Elisabetta di Francia, la sorella minore del re Luigi XVI, nota a tutti semplicemente come Madame Élisabeth.

Rifiutato l’esilio per rimanere accanto alla famiglia reale nei momenti della prova, Elisabetta condivise la durissima prigionia del Tempio, trasformando la propria cella in un monastero di preghiera e di offerta vittimale. Trascinata il 10 maggio 1794 davanti al Tribunale rivoluzionario con accuse grottesche, venne condannata alla ghigliottina insieme ad altre ventitré persone, tra cui nobili, dame di corte e funzionari, sopraffatti dal terrore e dallo sconforto.

È in quel tragico tragitto verso la Place de la Révolution che la carità cristiana compì il suo prodigio.

Elisabetta, dimentica di sé stessa e della propria sorte, si trasformò sul carretto della morte in un angelo di consolazione. Parlò a ciascuno dei suoi compagni di condanna, richiamando alla loro mente la gloria del Cielo, la Misericordia di Dio e il valore redentivo della sofferenza. La sua serena e incrollabile Fede infuse un tale coraggio nei condannati che la disperazione cedette il passo a una maestosa e composta dignità.

Giunti al patibolo, si assistette a una scena che commosse persino le guardie e la plebe aizzata: prima di salire la scaletta della ghigliottina, ognuno dei ventitré condannati volle rendere omaggio alla principessa. Gli uomini le fecero un profondo inchino, le dame le fecero una riverenza; ciascuno le baciò la mano o la guancia, chiedendole la benedizione e scambiando con lei un ultimo sguardo di pace.

Elisabetta, salda e sorridente, rispose a ciascuno con parole di speranza: “Andate in pace, ci rivedremo presto in Paradiso”.

Fatta posizionare volutamente per ultima dal boia affinché assistesse all’esecuzione di tutti i suoi compagni, Elisabetta vide cadere ad uno ad uno i suoi amici, pregando per l’anima di ciascuno di essi mentre la lama scendeva. Quando fu il suo turno, salì il patibolo con la serenità di chi si appresta a un corteo nuziale, offrendo la propria vita per la salvezza della Chiesa e della Francia.

Ecco, Santità, dove risplende la vera grandezza: non nei proclami astratti di una rivoluzione che ha seminato la morte e profanato gli altari, ma nell’eroismo d’amore di chi ha saputo trasformare un patibolo giacobino in una porta d’accesso al Cielo.

Sarebbe ora che il Successore di Pietro la smettesse di rincorrere i miti secolari del 1789 e tornasse a proporre ai fedeli l’esempio limpido e intransigente dei martiri e dei santi.






«Senza precedenti». Risarciti con 200.000 dollari gli eredi di un bimbo abortito



(Imagoeconomica)

La causa era stata fatta dalla madre alla clinica dove, senza il suo assenso, era stato praticato l’aborto

Stati Uniti


Federica Di Vito, 30 settembre 2026 

La vicenda giudiziaria si è svolta nello Stato del Nuovo Messico (Usa) con la causa Wabbington v. Boyd, promossa contro la clinica abortiva Southwestern Women’s Options gestita dai medici Curtis Wayne Boyd, Emily Cohen e Carmen Landau. La madre si era presentata nella struttura in evidente stato di alterazione da metanfetamine. Nonostante il personale fosse a conoscenza della sua storia di tossicodipendenza e dello stato di intossicazione acuta - condizione che rende legalmente impossibile esprimere un valido consenso informato -, la clinica ha eseguito un aborto indotto alla 26ª settimana di gravidanza (circa sei mesi e mezzo di gestazione), quando il bambino - che nei documenti processuali è indicato in modo neutro come «Baby Wabbington» o «infante», senza menzionare il sesso - avrebbe potuto sopravvivere.

Oltre a non aver informato la donna su programmi di supporto per la disintossicazione né su opzioni alternative, la clinica è stata accusata di pratiche commerciali scorrette: la struttura si era impegnata a trasferire il corpo del piccolo a un'agenzia funeraria, ma i resti sono stati invece smaltiti tra i rifiuti medici. Profondamente pentita, la madre ha promosso l’azione legale sia a proprio titolo sia in rappresentanza dell’asse ereditario del concepito. L’avvocato della famiglia, Mike Seibel, ha notato che «l’industria dell’aborto ha approfittato della condizione vulnerabile della madre per profitto […]. Hanno fatturato il contribuente tramite Medicaid [il programma pubblicato degli USA che offre copertura sanitaria gratuita o a basso costo alle persone e alle famiglie con reddito e risorse limitate, n.d.r.] per una procedura che tipicamente costa decine di migliaia di dollari».

La causa si è conclusa con un accordo economico di 200.000 dollari destinati al patrimonio del nascituro, stabilendo così un precedente storico nel riconoscere il concepito come persona. Applicando il Wrongful Death Act (legge statale sulla morte ingiusta) del Nuovo Messico, la vertenza ha definito Baby Wabbington come «persona» ai sensi della legge statale, riconoscendogli il diritto alla pari tutela giuridica. Come evidenziato dall’avvocato Seibel, attribuire al concepito la titolarità di diritti e di un patrimonio ereditario costituisce una tappa fondamentale verso il pieno riconoscimento della personalità giuridica del nascituro. È stata un’altra vittoria per l’avvocato specializzato in malasanità Mike Seibel e per il suo co-difensore Justin Hall, che gestiscono entrambi il sito web AbortionInjury.com, una piattaforma che funziona come risorsa per l’avvio di contenziosi legali contro strutture abortive in casi di negligenza o violazioni delle norme sanitarie e procedurali.

L’avvocato della famiglia ha inoltre evidenziato la palese incoerenza di un sistema normativo in base al quale «puoi ottenere un risarcimento per la morte di un bambino non nato, ma puoi comunque ucciderlo», sempre a norma di legge. Del resto, la scienza conferma da tempo ciò che la cultura dominante tenta di ignorare: autorevoli studi dimostrano come il figlio non ancora nato manifesti persino precoci segnali di «coscienza». Si tratta di un tema cruciale che abbiamo affrontato dettagliatamente proprio lo scorso marzo sulle nostre pagine (qui per abbonarsi) attraverso il contributo dello scienziato Carlo Bellieni. Alla luce di queste evidenze, la storica sentenza del Nuovo Messico, non fa che recepire un dato di fatto oggettivo: il bambino non ancora nato è, fin dal primo istante, uno di noi. Quel bambino siamo stati tutti noi, e nessuno può arrogarsi il diritto di concedere più o meno dignità una vita che deve ancora nascere.






Lo sguardo di Marie-Garance




La piccola disabile benedetta sugli Champs-Élysées diventa il volto del viaggio del Papa in Francia. Dietro la foto, una famiglia cattolica con dieci figli, quattro adottati con gravi patologie, e una rete di amici che si aiuta a fare i genitori (non i volontari)

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Di Caterina Giojelli, 30 settembre 2026

Marie-Garance ha undici anni. L’hanno appena alzata dalla carrozzina dove stava rannicchiata vicino ai suoi genitori e ai fratelli, nel settore per i disabili, e per qualche secondo galleggia sulla marea acclamante degli Champs-Élysées, sospinta “di mano in mano” fino alle braccia di un gendarme vaticano e da lì innalzata verso Leone XIV. La bambina non parla – come potrebbe? Nemmeno cammina, è affetta da una disabilità plurisistemica gravissima e viene alimentata con un sondino gastrico –, ma ha gli occhi grandi e spalancati e le guance rosse quando incontra quelli del Santo Padre, che le accarezza i capelli dolcemente benedicendola sulla fronte.

«In questa fotografia scattata da Ludovic Marin dell’AFP, la bambina e Leone XIV appaiono come soli al mondo, nonostante le 800.000 persone accorse per acclamare il pontefice», scrive 20minutes. Nelle ore successive a quel gesto inatteso – il papa aveva già benedetto molti bambini e la processione doveva proseguire, ma all’improvviso si è fermato di nuovo per Marie-Garance, ha raccontato padre Jean-Baptiste Arnaud, direttore della facoltà di Notre-Dame del Collège des Bernardins, presente con altri sacerdoti in Place de la Concorde: era stata la folla a spingere Marie-Garance e poi anche la sorellina Pépa verso di lui –, le foto scattate quel 26 settembre hanno fatto il giro del mondo.

Una Pietà dei tempi moderni

Su X, il conduttore e giornalista svizzero di LCI Darius Rochebin ha commentato: «”Et le Verbe s’est fait chair”. La commovente bellezza di questa immagine. Che si sia cristiani o meno, è il richiamo alla tradizione specifica dell’Incarnazione: Dio in ogni persona umana». Dominique Schelcher, amministratore delegato del gigante dei supermercati Système U, ha definito lo scatto «una sorta di Pietà dei tempi moderni. L’avete già vista qui. È senza dubbio l’immagine più significativa di questi ultimi giorni. Forse già la foto dell’anno. Impossibile rimanerne indifferenti. Colpisce dritto al cuore. Dice molto su ciò di cui la nostra umanità ha bisogno».

«La civiltà dell’amore al prossimo. Marie-Garance, non dimenticheremo mai quello sguardo», ha commentato l’ex ministra socialista Ségolène Royal. Lo scrittore Marius Jauffret ha evocato una «bellezza portata ad altre galassie» e il regista Steven Gunnell ha tirato le somme: «Una vita non ha bisogno di essere perfetta per essere infinitamente preziosa. Non ha neppure bisogno di parlare per insegnarci qualcosa».

La bambina dello Stato

Fino al 2016 Marie-Garance non era che una pupille de l’État: una bimba affidata alla tutela dello Stato da genitori biologici impossibilitati a sostenere il peso delle cure di cui aveva bisogno. Un «prodotto di scarto» per le metriche dell’utilitarismo contemporaneo, ma un tesoro prezioso per Clotilde e Nicolas Noël, una coppia cattolica con sei figli biologici (Côme, Baudoin, Tiphaine, Marin, Philippine e Brune) che nel 2013 aveva deciso di fare spazio a Marie, una bimba con la sindrome di Down.

Dopo Marie-Garance, adottata a 16 mesi, sono arrivati Frédéric-Moïse, affetto da un disturbo cerebellare, e Pépa Theresa, pure lei con una grave patologia e pure lei benedetta dal Papa. Quattro adozioni, tutte di bambini che la sanità e le statistiche classificano sotto la voce «casi gravissimi». Dieci figli in tutto, di cui quattro presi dalle corsie degli ospedali.

Una benedizione per tutti


Intervistata da BFM TV, Clotilde Noël ha parlato di «miracolo», raccontando come sabato scorso una piccola folla intorno a loro si fosse mossa all’improvviso chiedendo aiuto ai volontari per portare avanti Marie-Garance e Pépa, «tutto è avvenuto in tempi brevissimi: questa è la forza del gruppo, la capacità di mostrare al mondo ciò che è rimasto nascosto per anni». Al mondo, sì, perché quella foto di Leone XIV che benedice la bambina è diventata virale ed è impossibile non vederci «una benedizione fatta a tutte le persone fragili attraverso Marie-Garance. Non è solo la nostra famiglia a riceverla, è tutto un popolo, un’intera umanità messa da parte da così tanti anni». E ancora: «Ho avuto l’intensa percezione spirituale che questo gesto fosse anche per la madre e il padre biologici di Marie-Garance. Senza di loro, che le hanno dato la vita, questo miracolo non ci sarebbe stato».

Un papa che guarda una bimba che negli occhi ha tutta la storia del mondo, di chi l’avrebbe scartata, di chi l’ha tenuta e di chi se n’è preso cura riconoscendola come un miracolo, lo stesso riconosciuto da Emmanuel Mounier nella figlia Françoise, nel mistero del suo dolore. Da questo traboccare di vita è nata l’associazione Tombée du Nid («Caduta dal nido»), fondata dai Noël dopo la pubblicazione del libro in cui Clotilde raccontava la prima adozione, che oggi cammina fianco a fianco con la Fondazione Jérôme Lejeune per aiutare e accompagnare le famiglie che scoprono la disabilità di un figlio o che vogliono percorrere la strada impervia dell’adozione speciale. Nel frattempo, la coppia ha pure trovato il tempo di fondare una scuola negli Yvelines, la Saint-Philippe-Néri.

Genitori, non volontari

Non è una vita da volontariato: «I nostri figli hanno capito subito che non ci stavamo iscrivendo a un’iniziativa umanitaria, ma a un percorso di genitori» ha spiegato Clotilde. Le degenze in ospedale per Marie-Garance possono durare tre settimane di fila. La bambina prende farmaci continui e viene alimentata via gastrostomia. «Ma la mia priorità resta fare la madre. Il mio posto è a casa e lo amo», raccontava tre anni fa la donna ad Aleteia, ricordando che curare un figlio disabile significa prendersi cura di tutti gli altri, del matrimonio senza il quale nulla starebbe in piedi, degli amici e, soprattutto, di una fede immensa.

«Quando abbiamo deciso di intraprendere il percorso dell’adozione, ho compreso appieno la frase: “Ti ho chiamato per nome” (Is 43, 1). Era come se Dio mi dicesse: “Ti chiamo. Sei colui che ho scelto”. Ho accettato di dovermi fidare di Lui e ricevo grazie incredibili. Una volta che dici “sì” a Dio, tutto accade naturalmente. Non ci abbandona mai». «I nostri cuori di madri sono tutti collegati. Santa Ildegarda di Bingen diceva che siamo tutti connessi». «Quando Marie-Garance sta male, le appoggio sul corpo una reliquia di Madre Teresa che mi ha regalato un sacerdote amico. La porto sempre anche in ospedale. I santi lavorano per noi, sarebbe un peccato non approfittarne».

Il giorno dopo, a Lourdes, davanti ai malati dell’Accueil Notre-Dame, Leone XIV ha detto che «la persona umana è degna per il solo fatto che esiste ed è destinata all’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute». Lo ha detto in un Paese che ha da poco approvato il diritto all’aiuto a morire, e lo ha detto ai malati: «Nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». Sugli Champs-Élysées, il giorno prima, quella frase aveva già un volto: una bambina che non parla, portata di mano in mano perché il mondo la guardasse in faccia.






mercoledì 30 settembre 2026

Il “santo del web” Carlo Acutis conquista anche cinema e tv


San Carlo Acutis (1991-2006)


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Di Maria Cristina Pavarini, 30 settembre 2026

A 20 anni dalla sua salita al Cielo e nel primo anniversario della sua canonizzazione, anche cinema e tv vogliono celebrare Carlo Acutis, il ragazzo milanese scomparso a soli 15 anni per una leucemia acuta. A distanza di pochi giorni, il 27 settembre, Canale 5 ha trasmesso Il mio nome è Carlo, fiction per la tv su san Carlo Acutis diretta da Giacomo Campiotti, coautore con Carlo Mazzotta, poi disponibile su Mediaset Infinity. Dal 15 al 21 ottobre, dapprima in circa 300 cinema italiani e nei mesi successivi in tutto il mondo in 3.000 sale, è in programma il primo docu-film ufficiale, Carlo Acutis. Il giovane santo, diretto da Luca Salmaso e prodotto da Officina della Comunicazione, Nexo Studios, Our Films (Mediawan Company), con il patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis e in collaborazione con Fondazione Cariplo, per citare alcuni partner.

Dalla visione di entrambe le opere emerge la fede limpida e decisa abbracciata da Carlo dalla più tenera età. Si coglie, inoltre, il desiderio di valorizzarlo come modello ed esempio positivo per tutti, in particolare per le generazioni più giovani, sempre più esposte a comportamenti spesso inspiegabilmente violenti e discriminanti, oltre al dilagare di suicidi, disperazione, solitudine e un approccio superficiale verso la rete e i social media.

Acutis è considerato il primo santo “millennial”, profondamente immerso nel suo tempo, amico di tutti, attento ai più poveri e agli emarginati, vivace, simpatico, travolgente nel comunicare la sua fede al punto di aver richiamato immediata attenzione a livello planetario. Tanta considerazione non è risvegliata solo per la sua prematura scomparsa, ma anche per la sua spontanea e piena capacità di vivere e giudicare il suo tempo in maniera precocissima, per la sua padronanza dei mezzi tecnologici e di internet, per l’abilità nell’aver creato siti web per la divulgazione di temi importanti quali i miracoli eucaristici, disponibili in moltissime lingue in tutto il mondo.

Samuele Carrino nei panni di Carlo Acutis 
nella fiction Mediaset Il mio nome è Carlo

Il mio nome è Carlo


Il film per la televisione realizzato da Mediaset fa leva sull’emozione, gioca con flashback e rimandi continui fra tre fasi della vita del giovane santo – all’età di cinque anni, poi di dieci e quella finale dei 15 anni. La narrazione procede con molti salti temporali, forse un po’ troppi.

Ambientato in una Milano bellissima che spazia dalla zona chic vicina a piazza Conciliazione dove, tra magnolie rosa e bianche, ha vissuto il ragazzo, alle scuole, fino al centro storico dove campeggiano il Duomo, il Castello Sforzesco e le Colonne di San Lorenzo, arrivando ad Assisi, città cara al giovane, dove oggi riposano le sue spoglie.

La recitazione è impeccabile e richiama immediata empatia verso i personaggi, benché gli attori scelti, e in particolare i tre “Carlo” non risultino esattamente somiglianti – soprattutto perché i tratti del santo reale sono ben impressi nella memoria collettiva.

Un plauso va a Samuele Carrino, il Carlo 15enne, già interprete de Il ragazzo dai pantaloni rosa, pellicola che narra una tragica storia vera di bullismo. Il suo ritratto di Acutis è particolarmente intenso, soprattutto nel rendere la consapevolezza della sua spiritualità spesso incompresa da molti coetanei, oltre al momento dell’intensa sofferenza in punto di morte.

Degna di nota è anche l’interpretazione di Lucia Mascino nei panni della madre di Carlo Acutis. Pur non essendosi incontrata prima con Antonia Salzano Acutis, Mascino ha saputo renderne tratti e modi, oltre ad assomigliarle ed essere profondamente immersa nel suo ruolo di vicinanza con il ragazzo.

Nel racconto i fatti della vita di Carlo Acutis sono rielaborati per esigenze narrative. Infatti, lo storytelling e la trasposizione della realtà non sempre rispecchiano contesti e vicende conosciuti. Frasi note del giovane sono talvolta calate in momenti diversi rispetto a quanto accaduto nella realtà. Inoltre, una parentesi sentimentale racconta di una ragazza che si dichiara a lui. È una vicenda di cui non s’è sentito parlare da testimonianze a me note note. Gli autori possono averlo scelto per spiegare che il suo amore verso tutti è sprone per la ricerca di una bellezza che trascende l’esteriorità e l’effimero, ma conduce alla bellezza dell’anima.

La locandina del docu-film Carlo Acutis. Il giovane santo, 
nei cinema dal 15 al 21 ottobre

Carlo Acutis. Il giovane santo

Il racconto restituito dal docu-film Carlo Acutis. Il giovane santo ha una consistenza più fattuale e oggettiva, oltre a essere basato su un’ampia raccolta di ricordi e testimonianze inedite come foto, filmati, racconti e commenti da almeno 17 persone. Molte di loro hanno vissuto con lui e ricordano chiaramente l’accento diverso delle sue parole, dei suoi gesti e delle sue abitudini, ma anche la sua vivacità, i passatempi, i giochi, gli scherzi e quel pizzico di follia che permette di evitare un’agiografica melensa o sentimentale. Anche il suo stile nel vestire rivela la sua piena aderenza al suo tempo, perché sceglieva jeans, polo, sneaker e spesso indossava occhiali da sole a goccia.

Al contrario, praticamente ogni testimonianza rivela come Carlo Acutis abbia saputo toccare il cuore di ciascuno e provocarne la reale conversione, a partire dalle relazioni più strette. Degno di nota in particolare, il racconto del padre Andrea, che qui ha accettato di parlare del figlio benché raramente abbia rilasciato interviste.

La madre Antonia ammette di aver vissuto la propria fede in modo tiepido in gioventù, ma che grazie a Carlo ha iniziato un cammino di conversione e oggi si sente investita del compito di essere testimone della vita di questo ragazzo normale, ma eccezionale. Racconta, ad esempio, come per molto tempo lei abbia ignorato la differenza tra Vecchio e Nuovo Testamento, ma di averla appresa quando il figlio chiese in regalo una Bibbia, perché più interessato agli episodi di quel testo che alle favole per bambini.

Altre testimonianze raccontano come la nonna, il domestico originario delle isole Mauritius (poi convertitosi al cattolicesimo grazie a Carlo), il suo parroco, alcuni amici siano stati colpiti dal suo amore per Cristo e abbiano deciso di imitarlo e approfondire e vivere più concretamente il loro rapporto con Dio.

Inoltre, emergono molte altre passioni del giovane santo, come l’amore per la natura, gli animali, il gioco del pallone, ma anche i numerosi viaggi in santuari come Fatima, Lanciano, Cascia, La Verna, oltre alle agognate vacanze ad Assisi.


«Non io, ma Dio»

All’alta concentrazione di materiale documentale proposto dal lungometraggio di 85 minuti, si contrappongono incomprensibilmente alcuni passaggi in cui una voce fuori campo fa parlare Carlo, e altre scene in cui compare un attore-bambino di cui non si vede il volto.

Perché realizzare un documentario basato su fatti, immagini e testimonianze reali e poi ricorrere a (benché marginali) espedienti di fiction? Non sono abbastanza coinvolgenti e intensi i ricordi dell’insegnante di Carlo, il commento della sociologa a proposito del suo apprezzamento critico di internet, i mass media e la tecnologia?

Particolarmente commovente è la testimonianza di Liliana, madre di Valeria Vargas Valverde, vittima di un gravissimo incidente stradale. La giovane si è ripresa dopo che sua madre aveva pregato sulla tomba di Carlo. È stato proprio questo miracolo a spianargli la strada verso gli altari. Colpiscono anche le sequenze video della canonizzazione filmate da Vatican Media e alle parole pronunciate in quell’occasione da papa Leone XIV.

Probabilmente sono espedienti per arrivare a persone che non conoscono molto del giovane santo. Sono i fatti concreti che lo hanno reso diverso da molti e guidato in aiuto ai meno abbienti, in soccorso a chi era maltrattato o nella semplice quotidianità della vita in famiglia. È così che Carlo Acutis ha voluto trascorrere ogni attimo di vita, senza sprecarlo, non cercando l’affermazione personale, ma realizzando il suo scopo di vita, cioè – come lui amava dire – «non io, ma Dio».





Chitarre, tamburelli e microfoni: la Messa non è un concerto


(l’immagine è stata generata con IA di ChatGPT)





di Sabino Paciolla, 30 settembre 2026

Invitati da un’amica di Siena, nell’aprile scorso abbiamo partecipato a un ritiro presso l’Eremo di Lecceto, alle porte della città. Il ritiro era guidato da un religioso molto bravo. Le suore benedettine scrivono sul loro sito:

«…dedichiamo sette momenti quotidiani: la nostra giornata si apre e si chiude con la lode a Dio. Tutta la nostra preghiera è cantata, così come insegna la tradizione monastica e il nostro Padre S. Agostino: “cantare amantis est”, cantare è proprio di chi ama!»

Grande è stata la sorpresa. Le suore di clausura cantavano davvero sempre durante le loro preghiere, come si legge sul sito. Ma ciò che ha colpito tutti noi è stato il modo in cui cantavano: sembrava di ascoltare un canto celestiale, tanto era dolce. Non si sentivano tante voci, ma una sola, soave. Anche il volume era calibrato con cura: mai gridato o strillato, ma quasi sussurrato. Era così gradevole ascoltarle che partecipare alla Messa o alla recita delle Lodi era ancora più bello. Tutto aiutava a pregare.

Ringrazio di cuore le suore per questa esperienza. È stato proprio questo ricordo a spingermi a scrivere la riflessione che segue.

In alcune parrocchie italiane in cui mi è capitato di trovarmi, durante la Messa ho ascoltato musiche e canti che suscitano spesso irritazione e fastidio. Se ne ricava la sensazione che livello, qualità e strumenti utilizzati non siano all’altezza del senso del sacro, che è intrinseco alla Messa stessa.

Si sentono canti con melodie estremamente sentimentali, ritmi da musica leggera, testi parafrasati molto liberamente, microfoni amplificati come in uno spettacolo, accompagnamenti continui e una forte centralità del «gruppo musicale». Per non parlare degli strumenti, che vanno dalle chitarre rock ai legnetti, dai triangoli ai tamburelli. Il rischio è che la Messa venga vissuta meno come rito e più come incontro comunitario accompagnato da musica. Molti canti non aiutano il raccoglimento, specie durante la comunione. Si dimentica che lo strumento musicale deve essere subordinato all’azione liturgica: si è a Messa, non a un incontro musicale qualunque, e lo strumento deve aiutare il fedele nel raccoglimento e nell’incontro con Gesù Cristo.

La musica nella Messa non dovrebbe avere la semplice funzione di creare un’atmosfera gradevole, né comportarsi come intrattenimento. Dal punto di vista della liturgia cattolica è parte dell’azione rituale, e deve quindi orientare verso qualcosa che trascende i cantori, il sacerdote e la stessa assemblea.

È bene precisare, però, che queste espressioni musicali vanno attribuite alla fase successiva al Concilio Vaticano II. Il deterioramento qualitativo che si osserva in una parte della musica liturgica postconciliare non è una prescrizione del Concilio, ma uno degli esiti storici di alcune interpretazioni della riforma liturgica, nelle quali la «partecipazione attiva» del fedele è stata talvolta fatta coincidere con semplicità, immediatezza e linguaggio popolare. Il Concilio chiedeva qualcosa di assai più difficile: una musica al tempo stesso sacra, bella, liturgicamente appropriata e capace di coinvolgere l’assemblea.

Va dunque sottolineato che il Concilio non chiedeva affatto un abbassamento della qualità musicale. La Sacrosanctum Concilium definisce la tradizione musicale della Chiesa «un patrimonio d’inestimabile valore» e afferma che il canto sacro è «parte necessaria ed integrante della liturgia solenne». Stabilisce inoltre che la polifonia non venga accantonata. Quanto agli strumenti, indica espressamente l’organo a canne come strumento tradizionale della Chiesa latina, capace di «elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti». Altri strumenti sono ammessi, ma a una condizione precisa: che siano adatti alla sacralità della celebrazione e alla dignità del luogo.

Il Concilio voleva certamente incrementare la participatio actuosa, cioè la partecipazione attiva dei fedeli, e ciò comportava anche una maggiore presenza del canto dell’assemblea. Ma non affermava che, per far cantare tutti, la musica dovesse diventare povera o adottare necessariamente i linguaggi della canzone popolare contemporanea.

I padri conciliari parlarono di participatio actuosa e non semplicemente di participatio activa. Tradurre «actuosa» con «attiva» non ne rende pienamente il significato: «attiva» richiama più immediatamente il fare, l’agire esteriore, mentre actuosus ha un senso più ricco, quello di qualcosa di operante, efficace, pienamente coinvolto nell’azione, non necessariamente caratterizzato da un’attività esteriore continua.

Nel postconcilio si è invece talvolta confusa la partecipazione con la semplificazione, che sono concetti diversi. Un’assemblea può partecipare intensamente anche attraverso l’ascolto, il silenzio, le risposte liturgiche e alcuni canti propri, mentre una schola cantorum esegue le parti musicalmente più elaborate. Non è dunque necessario che il fedele canti sempre insieme ai cantori. La stessa costituzione conciliare, parlando di partecipazione, comprende espressamente sia il canto sia «un sacro silenzio» (n. 30).

Al n. 112 della Sacrosanctum Concilium, una delle quattro costituzioni conciliari, dedicata alla liturgia, si legge:

«La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie.»

In molte parrocchie italiane il gregoriano è ormai marginale o del tutto assente. Non è raro che un fedele frequenti per anni la propria parrocchia senza ascoltare un Kyrie, un Sanctus, un Agnus Dei gregoriano o una semplice antifona. Eppure la Sacrosanctum Concilium dice espressamente, al n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana».

Lo stesso Leone XIV, nell’udienza generale del 19 agosto scorso, dedicata alla musica sacra, ha affermato: «La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea». Ha inoltre ripreso un’espressione molto severa di Giovanni Paolo II, che invitava a:

«purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica».

Al riguardo sono interessanti le considerazioni del cardinale Robert Sarah nel libro Il Cantico dell’Agnello (Cantagalli, 280 pagine, 24 euro), scritto con Peter Carter, di cui alcuni estratti sono stati pubblicati su La Verità. Interpellato sulla musica sacra, Sarah afferma:

«I criteri per determinare l’idoneità della musica all’uso liturgico sono stati stabiliti da papa San Pio X nel suo motu proprio sulla musica sacra Tra le sollecitudini, considerato la Magna Charta della musica sacra fin dalla sua promulgazione nel 1903. […] Un passaggio chiave delinea tre criteri essenziali: “La musica sacra deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità”».

E prosegue:

«Approfondendo il primo criterio, quello della santità, papa San Pio X afferma: “Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in sé medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori”. Qui, il termine “profanità” assume un significato diverso dalla nostra comune accezione di oscenità, riferendosi piuttosto a tutto ciò che è secolare e non esattamente sacro. Questa distinzione non intende esprimere un giudizio artistico su quella musica che non soddisfa il requisito della santità, ma indica piuttosto che tale musica è più adatta a essere utilizzata “fuori dal tempio”. […]»

Riguardo alla «bontà delle forme», Sarah dice:

«Il concetto di “bontà delle forme” sottolinea la necessità che la liturgia sia improntata alla bellezza, e che la musica liturgica attragga le persone verso Dio, piuttosto che verso i musicisti o verso la loro esecuzione virtuosistica. Come ammonisce papa Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis: “In tutto quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto per la bellezza”».

Sulla funzione della musica sacra il cardinale aggiunge:

«La funzione primaria della musica sacra non consiste nel rappresentare la cultura mondana o l’espressione personale, ma nel dare gloria a Dio e nell’elevare a lui la persona umana. La misura della buona musica sacra risiede, dunque, nell’efficacia con la quale essa assolve a tale funzione».

Sull’«universalità», infine, afferma:

«L’autentica musica sacra trascende i confini culturali e nazionali, poiché offre un linguaggio universale che parla del sacro. Questa universalità non misconosce la bellezza delle espressioni locali; piuttosto, le arricchisce e ne viene a sua volta arricchita. Abbracciando l’universalità della musica sacra, uniamo le nostre voci a quelle dei fedeli di tutto il mondo e di tutta la storia, partecipando all’eterno inno di lode che la Chiesa offre continuamente a Dio».






lunedì 28 settembre 2026

Papa Leone in Francia. La ghigliottina e la cattedrale


Papa Leone XIV celebra messa a Parigi 26.09.2026 (immagine postata su Facebook)



+Rob Mutsaerts, vescovo, 28-09-2026

La Rivoluzione francese ha donato al mondo tre parole meravigliose: libertà, uguaglianza e fratellanza. È difficile opporsi a parole del genere. Il problema è sorto solo quando i rivoluzionari hanno deciso di spiegare cosa intendessero con esse. Libertà significava, ad esempio, che un sacerdote era completamente libero di prestare giuramento al nuovo Stato. E se non lo faceva, lo Stato lo accompagnava gentilmente alla ghigliottina. Uguaglianza significava che tutti erano uguali davanti alla legge, ma che alcuni dovevano prima essere eliminati. E fratellanza sfociò in fratricidio.

La tragedia delle rivoluzioni è che spesso iniziano con un’indignazione del tutto ragionevole e finiscono con una soluzione del tutto folle. Anche la Chiesa francese dell’ancien régime aveva i suoi difetti. Possedeva ricchezze, privilegi e un rapporto a volte fin troppo comodo con il potere. Era urgentemente necessaria una riforma. Ma i rivoluzionari hanno di solito una strana soluzione per un tetto che perde: danno fuoco alla casa.

A partire dal 1789 i beni ecclesiastici furono espropriati (ovviamente senza indennizzo); gli ordini monastici furono soppressi e nel 1790 la Constitution civile du clergé sottopose la Chiesa a un regime statale tirannico. La conseguente radicalizzazione sfociò nella scristianizzazione del 1792–1794: le chiese furono chiuse o sconsacrate e il clero figurò tra le vittime mortali della violenza rivoluzionaria.

Si voleva liberare la Francia dalla superstizione. E per dimostrare quanto si fosse diventati razionali, si inventarono poi un nuovo calendario, nuove feste, nuovi culti e persino un Culto della Ragione. Per Natale e Pasqua non c’era ovviamente posto nel nuovo calendario. Non si può immaginare satira migliore dell’ateismo di quella rappresentata dagli atei che costruiscono un altare alla Ragione. Perché l’uomo si rivela un animale ostinatamente religioso. Non appena allontana Dio dal tempio, stranamente inizia a costruire templi per le astrazioni. Basta guardare ai nostri tempi, in cui la folle cultura «woke» viene abbracciata da alcuni. C’è qualcosa di commovente in un’epoca che ha abolito Dio e poi ha immediatamente iniziato a cercare un sostituto. L’uomo liberale progressista ha abbandonato la Chiesa perché riteneva che parlasse troppo di peccato, colpa, conversione e verità. Successivamente ha inventato il «woke», che parla principalmente di peccato, colpa, conversione e verità. Solo che senza perdono, senza grazia e senza umorismo.

E ora arriva la parte davvero comica. Più di due secoli dopo, un papa attraversa Parigi in auto. Non di nascosto, non in una carrozza chiusa, non con dieci membri dell’associazione degli anziani. No, questo fine settimana gli Champs-Élysées erano gremiti per Leone XIV. Secondo Reuters, il Vaticano ha stimato l’affluenza alla messa all’aperto a circa 700.000 persone. Qualche giorno prima, 80.000 giovani avevano riempito lo Stade de France per una veglia di preghiera con il papa.

Quest’ultimo fatto è forse ancora più singolare. Perché per anni ci è stato assicurato che il cristianesimo sarebbe scomparso. Voltaire era certo che, 100 anni dopo la Rivoluzione francese, nessuno avrebbe più parlato di cristianesimo. Il futuro sarebbe stato laico. Le chiese sarebbero diventate musei. La religione si sarebbe dissolta non appena la popolazione fosse stata «illuminata».
Poi sono arrivati ottantamila giovani. Questo mette in difficoltà la teoria. Ancora più difficili da spiegare sono i dati sui battesimi. In Francia, secondo i dati della Chiesa francese, la scorsa Pasqua sono stati battezzati più di 13.000 adulti. Si tratta di un numero più di tre volte superiore rispetto a dieci anni fa.

Non dobbiamo però affrettarci a proclamare che domani la Francia tornerà ad essere la Francia di San Luigi. L’Europa continua a secolarizzarsi rapidamente, la frequenza in chiesa rimane bassa in molti luoghi e la Chiesa cattolica porta inoltre con sé ferite profonde, non da ultimo a causa degli scandali sugli abusi con cui papa Leone si è trovato nuovamente a confrontarsi proprio durante questo viaggio. Ma è proprio per questo che ciò che sta accadendo è così interessante. Il cristianesimo non sta tornando perché le circostanze gli sono così favorevoli. Sta tornando mentre quasi nessuno della cultura dominante se lo sarebbe aspettato.

E forse è proprio così che il cristianesimo torna di solito. Dopotutto, un tempo ebbe inizio in una stalla, con dodici uomini piuttosto inadatti, con un figlio di falegname crocifisso. Il cristianesimo ha la fastidiosa abitudine di essere seppellito proprio prima di risorgere.

La Rivoluzione francese pensava di poter sostituire la Chiesa con la Ragione. Ma l’uomo non si chiede solo: «Come funziona il mondo?». Si chiede anche: «Perché esisto? Perché sono qui? Perché devo essere buono?». Perché il senso di colpa fa male? Perché desidero un amore che sopravviva alla morte? E quando una civiltà laica ha gettato via tutte le risposte a queste domande, non deve stupirsi se un giorno i suoi figli andranno in soffitta a cercare le scatole che i loro nonni hanno lasciato.

Lì troveranno improvvisamente un crocifisso, un rosario, Tommaso d’Aquino, Agostino, una melodia gregoriana, una cattedrale. E soprattutto un’affermazione straordinariamente singolare: che l’universo non è indifferente, che il bene e il male esistono davvero, che ogni essere umano possiede una dignità inalienabile e che Dio non è rimasto a distanza, ma si è fatto uomo.

Per chi è cresciuto con il messaggio di essere un insieme casuale di atomi a cui è concesso consumare qualche decennio prima che la luce si spenga, questa notizia può suonare sorprendentemente fresca. Forse è proprio in questo che risiede parte del fascino che esercita sui giovani. Non perché siano improvvisamente diventati tutti reazionari, ma perché la ribellione cambia direzione non appena cambia l’ordine costituito. Nel 1968 era ribelle contraddire il parroco. Nel 2026 potrebbe essere quasi ribelle ascoltarlo.

Quando tutti dicono che la libertà consiste nel non essere legati a nulla, un giovane potrebbe scoprire che l’amore significa proprio legarsi. Quando tutti dicono che la verità è personale, diventa avventuroso supporre che la verità sia forse un dato oggettivo valido per tutti. Quando tutti dicono che la tradizione è soffocante, una Chiesa vecchia di duemila anni può improvvisamente sembrare più esotica dell’ennesima tendenza su TikTok che già giovedì sarà fuori moda.

E proprio qui si nasconde una splendida ironia storica. I rivoluzionari cercarono di eliminare le croci. La Francia le ha rimesse al loro posto. Chiudevano i monasteri. I monasteri esistono ancora. Cercavano di rendere superflua la fede. Più di due secoli dopo, i giovani fanno la fila per ore per vedere un papa. Hanno persino cambiato il calendario per sottolineare che era iniziata una nuova era. E oggi nessuno chiede: «Che giorno di Termidoro è oggi?». Persino la Repubblica francese usa di nuovo il calendario che conta a ritroso dalla nascita di Gesù. Non è un cattivo risultato per una fede che è stata dichiarata morta diverse volte.

Esiste una convinzione moderna e radicata secondo cui la secolarizzazione sia una sorta di legge naturale: più una società diventa moderna, più la scomparsa di Dio appare scontata. Forse la realtà si rivela più complessa. Forse una civiltà può perdere la propria memoria religiosa senza perdere la propria fame di religione. Si può togliere il menu a una persona, ma questo non fa sparire il suo appetito. E così, lì, nel cuore di Parigi, c’è un’enorme folla. A pochi chilometri dai luoghi dove un tempo i rivoluzionari credevano di aver definitivamente fatto tabula rasa della vecchia fede. La ghigliottina è scomparsa. Ora lì appare un uomo vestito di bianco che solleva con orgoglio la croce.

Ciò non dimostra che ogni periodo della storia della Chiesa sia stato glorioso o che l’Europa sia alla vigilia di una conversione generale. Ma come immagine storica è comunque difficile resisterle. La Rivoluzione prometteva libertà, uguaglianza e fratellanza e scoprì che non si difendono in modo particolarmente convincente tali ideali decapitando chi la pensa diversamente. La Chiesa, nel frattempo, proclamava qualcosa di completamente diverso: fede, speranza e amore. Due secoli dopo, i pronipoti della Rivoluzione si trovano nuovamente davanti a una cattedrale. Il mondo ha già organizzato molte volte il funerale del cristianesimo. La cosa curiosa è solo che il defunto continua a ricomparire.








A Lourdes il Papa tuona contro aborto ed eutanasia



Dopo Parigi, anche a Lourdes Leone XIV è stato accolto da una folla immensa: 150.000 i fedeli presenti, tra cui moltissimi malati. Il Papa ha denunciato la «falsa compassione» che sta dietro eutanasia e suicidio assistito, così come la soppressione degli embrioni.

Il viaggio apostolico in Francia

Nico Spuntoni,  28-09-2026

Del viaggio di Leone XIV in Francia resterà soprattutto l'immagine della marea umana che sabato ha popolato gli Champs-Élysées per la Messa a Place de la Concorde. Una testimonianza della grande vitalità della fede in un Paese reduce da una stagione di forte secolarizzazione. L'opinione pubblica “laica” è rimasta colpita dalle file lungo il viale per confessarsi con uno dei tanti sacerdoti disponibili in concomitanza con la celebrazione papale.

Lasciata Parigi, il Papa ha pregato nella grotta di Massabielle già sabato sera e poi, ieri mattina, si è recato nel santuario di Nostra Signora di Lourdes per l'incontro con i vescovi francesi ai quali ha parlato degli abusi su minori commessi da membri del clero. L'ha definita una «piaga», ma affrontata con «determinazione» e «misure coraggiose» e ha affermato che è «opportuno proseguire lungo la strada intrapresa, mantenendo la massima vigilanza». Agli abusi ha fatto cenno anche nell'omelia della Messa nella spianata del santuario invitando la Chiesa alla conversione «per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno». «Riconoscere i nostri errori è indispensabile», ha detto il Papa nello stesso giorno in cui ha anche incontrato privatamente sette vittime.

La difesa della vita umana è stata protagonista nella Messa di Lourdes di fronte a 150.000 fedeli, moltissimi malati. «Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana», ha detto il Papa nell'omelia aggiungendo che «questa terra di Francia scuote le nostre mentalità contemporanee» perché «qui nessuna fragilità viene respinta» e «le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli». Per Prevost «Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita». Un concetto ripreso e rafforzato nel suo saluto agli operatori e agli assistiti al Centro Accueil Notre-Dame di Lourdes, quando il Pontefice ha affermato che «la persona umana è degna per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l'eternità» e quindi «la sua dignità non si misura e non si discute».

In un Paese che ha da poco promulgato una normativa sul suicidio assistito, Leone XIV è stato esplicito e rivolgendosi direttamente a malati e disabili ha detto che «la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta». Il Papa se l'è presa con quelle società che «tendono a distogliere lo sguardo o a chiudere gli occhi di fronte alla dignità della vita umana». Sempre rivolto ai malati, Leone ha ribadito che «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità» perché «nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana» e «la medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata». E ancora: «non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa». Un discorso destinato a rimanere e a puntellare la posizione della Chiesa di sempre in materia di aborto ed eutanasia.

Il Papa a Lourdes ha parlato anche di pace e ha chiesto che a ottobre si preghi il Rosario a questo scopo. Prima dell'incontro con le vittime, Leone ha anche visto privatamente le suore di clausura del monastero del Carmelo. Infine, in serata, la recita del Rosario e la processione con le fiaccole nel piazzale del santuario. Oggi la ripartenza da Lourdes per l'ultima giornata in Francia, a Metz.





domenica 27 settembre 2026

Il fallimento del multiculturalismo in Gran Bretagna



Home » Esteri » La rivolta di Piddington e l’islamizzazione delle scuole inglesi




Un'insegna installata dai residenti dichiara la nascita del "Principato di Piddington",
 un atto simbolico di secessione dal Regno Unito votato
 il 15 settembre 2026 (foto Ansa/Zumapress)


Dal referendum-burla del piccolo borgo dell’Oxfordshire alle aule dove hijab e ramadan sono diventati terreno di conflitto, il multiculturalismo racconta la ritirata delle istituzioni. E la provincia sale sulle barricate contro enclave che rischiano di diventare la norma


La rivolta di Piddington e l’islamizzazione delle scuole inglesi



Di Caterina Giojelli, 27 settembre 2026

E così Piddington, un piccolo ed elegante villaggio dell’Oxfordshire, ha approvato una simbolica secessione dal Regno Unito per protestare contro la decisione di stipare 1.256 richiedenti asilo maschi in una vicina base militare. Una massa che, una volta insediata, supererà di quattro volte i 350 abitanti del borgo.

Ai lettori del Guardian l’iniziativa è andata di traverso: «Siamo tutti inclini a un po’ di NIMBYismo, ma questo “voto” si è basato sull’ignoranza dei fatti e sul pregiudizio fomentato dai media di destra», tuona una lettrice in una serie di lettere tutte sulla stessa linea, mentre i cronisti ironizzavano sulla scelta del tritone quale simbolo del nuovo principato, la discussione in parrocchia se fare del cricket o del calcio lo sport nazionale, l’assenza di Wi-Fi e la presenza di una bacheca della comunità con le notizie di cronaca più significative del paese, come “Ritrovata tartaruga”, “Pilates per tutti i livelli”.

La secessione di Piddington (o Trumpington)

Liquidato come una stravaganza british da campagnoli, il referendum ha visto 285 favorevoli e 26 contrari all’indipendenza, scatenando le accuse di irresponsabilità e di spinta all’estrema destra – complice la provocazione del referente parrocchiale Tim McNally, pronto ipoteticamente a ribattezzare il paese Trumpington se Donald Trump avesse accettato di adottare il principato come 51esimo stato degli Stati Uniti.

La mossa di Piddington ha però portato alla ribalta il problema della gestione dei migranti irregolari. «In tutta la Gran Bretagna, le comunità stanno dicendo “no” all’accoglienza dei richiedenti asilo, che si tratti di hotel, intere strade, case condivise o vecchie caserme. La difficoltà che i funzionari pubblici incontrano nel trovare un alloggio per così tanti nuovi arrivati dimostra chiaramente che la migrazione di massa è avvenuta senza il consenso dell’opinione pubblica britannica», osserva la rivista Spiked, denunciando l’assenza di qualunque vera integrazione nei piani ministeriali.

A meno, ovviamente, di non voler chiamare integrazione quella distribuzione di massa di opuscoli da parte del governo in cui si informano i gentili migranti che stupro, abusi sui minori e mutilazioni genitali femminili sono inaccettabili in Gran Bretagna. Un poderoso presidio a tutela della sicurezza di donne e bambini nonostante il quale è diventato virale il video delle donne di Piddington e la lettera da loro inviata a tutte le parlamentari, di cui solo quattro si sono degnate di rispondere.

Un paese di società (e scuole) parallele

Il “caso Piddington” è però illuminante: per forzare i tempi e chiudere i centri d’accoglienza negli alberghi entro la fine della legislatura, il governo ha applicato la procedura d’urgenza per i beni della Corona. Un cavillo normativo ideato per opere di sicurezza nazionale che permette ai ministeri di scavalcare ogni autorizzazione urbanistica locale. Il messaggio è chiaro: scaricare i contingenti in periferia e disinteressarsi del dopo. Del resto, neppure la concessione dello status di rifugiato migliora le cose: decenni di multiculturalismo al posto dell’assimilazione hanno strutturato a Londra, Bradford e Birmingham vere enclave parallele di cittadini affrancati da qualunque dovere di integrarsi o parlare la lingua. A cominciare dalle aule scolastiche.

L’istruzione è infatti ormai una trincea. All’inizio del 2024, come abbiamo raccontato su Tempi, un maestro elementare di Londra è finito sospeso, cacciato e indagato per hate crime nonché inserito in una black list di docenti che non possono lavorare con i bambini. La sua colpa? Aver detto la verità: in una scuola laica dove alcuni alunni musulmani usavano i lavandini comuni per le abluzioni prima della preghiera (nonostante l’istituto avesse predisposto una stanza apposita), è intervenuto per fermarli. Preoccupato dal bullismo tra studenti – con ragazze derise perché senza velo e ragazzi colpevolizzati se non digiunavano – ha richiamato al rispetto delle regole e ricordato che il Regno Unito è ancora uno Stato cristiano, che il Re è capo della Chiesa d’Inghilterra e che l’Islam è tuttora una religione di minoranza nel paese. Da qui la segnalazione alle autorità di tutela per presunti “danni emotivi” ai bambini, poi archiviata dalla Teaching Regulation Agency dopo mesi di calvario burocratico.

Tifano talebani, odiano il Regno Unito, vogliono l’hijab


Da anni, del resto, gli enti d’esame spostano i calendari per evitare il Ramadan e si chiudono entrambi gli occhi su istituti clandestini già censurati per estremismo. Una docente ha raccontato al Times nel 2024 come alcuni suoi alunni dodicenni giustificassero il ritorno dei talebani in Afghanistan, ammettendo in massa di odiare la Gran Bretagna e mostrando idee piuttosto radicali sulle donne e la società occidentale:

«L’altro giorno, in risposta a un commento di un alunno, ho chiesto a una classe di tredicenni di alzare la mano se odiavano la Gran Bretagna. Trenta mani si sono alzate immediatamente, con assoluta certezza […] Molti dei ragazzi a cui insegno hanno opinioni sconvolgenti sulle donne. Un alunno di seconda media interrompe regolarmente le lezioni con invettive su come la società occidentale stia facendo il lavaggio del cervello ai giovani uomini per renderli più effeminati. La maggior parte di loro pensa che le donne dovrebbero avere meno diritti degli uomini. Durante le lezioni di educazione civica, sostengono che le mogli non dovrebbero lavorare».

Un’altra recente e ampia inchiesta di Spiked su immigrazione e attivismo islamista documenta una lunga sequenza di capitolazioni. Nel 2018 la St Stephen’s School dovette revocare il divieto dell’hijab sotto gli 8 anni dopo la ritirata del governo di fronte alle proteste integriste: «Si stima che ora ci siano 150 scuole in tutto il paese che rendono obbligatorio l’uso dell’hijab per le bambine». A Birmingham e Manchester centinaia di bambini sono stati ritirati dalle classi per protestare contro le lezioni sulla parità di genere. Alla Batley Grammar School un professore è dal 2021 costretto a vivere sotto scorta e in clandestinità per aver mostrato una vignetta su Maometto durante una lezione sulla libertà d’espressione. A Wakefield, nel 2023, la caduta accidentale di un Corano da parte di uno studente è finita classificata dalla polizia come “incidente d’odio non criminale”, certificando nei fatti l’ingresso della legge sulla blasfemia nell’ordinamento inglese.

Carne halal per tutti e doppio standard per gli studenti islamici

Lo stesso copione (Tempi ne aveva parlato qui) che si è ripetito alla Michaela Community School di Londra, dove la «preside più severa d’Inghilterra» Katharine Birbalsingh ha dovuto difendersi in tribunale dall’accusa di islamofobia per aver vietato le preghiere di gruppo, divenute strumento di intimidazione verso gli studenti che non volevano conformarsi ai dettami islamici. Risultato? Mattoni contro le finestre dell’aula insegnanti, insulti razzisti e minacce di morte ai professori, fino a un allarme bomba rivelatosi infondato e alla denuncia per discriminazione da parte di una studentessa. La scuola ha poi vinto la causa legale, in quanto la ragazza e sua madre sapevano fin dall’iscrizione che l’istituto era laico e che l’Islam ammette preghiere di recupero.

Gli esempi di questa costante ritirata culturale abbondano. A Londra, il caso riemerso a settembre della Barnet Hill Academy – scuola islamica in procinto di diventare statale che imponeva l’hijab già ai sette anni – si affianca a regolamenti scolastici che offrono cibo halal senza informare i genitori o vietano l’uso delle gonne nelle divise. Fino alle direttive dei consigli comunali laburisti del nord dell’Inghilterra che esortano gli istituti alla “flessibilità” di fronte a lezioni di musica, danza o disegno considerate “idolatre” o “blasfeme” secondo la Sharia, o alle raccomandazioni del Centro Islamico di Lewisham per evitare punizioni scolastiche doposcuola agli studenti a digiuno per il Ramadan.Katharine Birbalsingh, preside della Michaela School, insieme ai suoi studenti.

I laburisti si piegano al voto islamico

Scrive la saggista Joanna Williams su City Journal:

«Non è che i britannici si siano convertiti in massa all’Islam o che, nella maggior parte dei casi, abbiano un profondo interesse per le pratiche religiose […] Al contrario, una popolazione musulmana in crescita ha acquisito maggiore sicurezza nell’affermare la propria identità, mentre l’élite politica e culturale britannica insiste sempre più sul rispetto per l’Islam come dimostrazione di sostegno ai presunti valori progressisti di diversità, multiculturalismo e antirazzismo. Il risultato non è solo la tolleranza verso i musulmani, ma una progressiva islamizzazione di tutti gli aspetti della società britannica».

Secondo il censimento del 2021, la popolazione musulmana nel Regno Unito ha raggiunto i 3,9 milioni di persone (il 6,5% del totale), ma il dato aggregato nasconde una fortissima concentrazione territoriale in hub come Bradford (32,1% asiatici) o Birmingham. Questa segregazione etnica e geografica, combinata con il sistema elettorale maggioritario britannico, concede alle comunità islamiche un peso politico e negoziale immensamente superiore al loro numero. Il Partito Laburista – beneficiario storico di oltre l’80% di questo bacino e forte di centinaia di consiglieri locali musulmani – si piega regolarmente alle istanze comunitariste, assecondato da istituzioni ormai incapaci di difendere l’identità e i valori liberali britannici persino in contesti dove la presenza islamica è irrisoria, come alla Cowbridge Comprehensive School in Galles, dove la mensa serve solo carne halal a fronte dello 0,2% di studenti musulmani.

Anche Barnham sulle barricate

La reazione della provincia britannica contro la deregolamentazione dei confini ha suscitato ilarità a certe altitudini progressiste. Certo, Piddington non è Epping né c’entra nulla con le rivolte antimigranti nei porti di Dover e Portsmouth, ma nel suo piccolo sembra fare scuola: nel Suffolk anche il villaggio di Barnham valuta la secessione simbolica per respingere 1.250 richiedenti asilo destinati alla locale base Raf adiacente a un villaggio di meno di 600 abitanti «che non ha neppure un pub».

Da parte loro, nota il Corriere, «i campagnoli sono astuti: a Piddington hanno fatto ricorso contro il ministero dell’Interno inalberando la difesa di pipistrelli e tritoni, messi a rischio dall’improvviso incremento di popolazione, mentre a Barnham si fanno scudo con gli occhioni, una specie protetta di uccelli».

«Il multiculturalismo ha distrutto la cultura condivisa»


Quella che sembra una commedia campestre di P. G. Wodehouse, è in ogni caso una forma di legittima difesa di una comunità contro l’abdicazione dello Stato e ciò che il filosofo conservatore Roger Scruton andava sintetizzando anni fa con profetica precisione al Foglio: «Tutto quello che il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa. Il risultato è stato il relativismo».

E così, a furia di scambiare la capitolazione culturale per virtù progressista, le élite di Londra hanno prodotto enclave impermeabili, scuole paralizzate e una società frammentata. Citofonare dunque alle scuole dei sobborghi di Londra che lo chiamavano multiculturalismo e alla fine era ghetto, prima di commentare il tetto per studenti stranieri in ogni classe o il divieto di niqab e burqa nelle scuole italiane: «È vergognoso che, ormai da decenni, la Gran Bretagna abbia permesso l’immigrazione di massa senza alcun piano per integrare i nuovi residenti. Dovremmo imparare da Giorgia Meloni – scrive ancora la rivista libertaria di ascendente marxista Spiked –. Tutti i bambini hanno il diritto di apprendere la lingua, la cultura e i valori della società a cui appartengono».





Alcune cifre (anche sorprendenti) sul cattolicesimo in Francia



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by Aldo Maria Valli 27 set 2026


Nei giorni che hanno preceduto la visita di papa Leone in Francia sono stato colpito da due notizie. La prima, diffusa da “Le Figaro”, riguarda il fatto che la maggioranza dei sacerdoti francesi più giovani celebra messa “spesso o talvolta” in latino e anche secondo la forma straordinaria, mentre la percentuale scende al 2% per i sacerdoti al di sopra dei settantacinque anni. Una tendenza che dimostra come l’evoluzione demografica, con la progressiva scomparsa del clero più anziano, più legato al Vaticano II e al post Concilio, sia a favore della santa messa tradizionale.

La seconda notizia, della quale in parte ci siamo già occupati su “Duc in altum”, riguarda il fatto che in Francia il numero di adulti battezzati è aumentato del 28% in un anno ed è più che triplicato in dieci anni, un incremento che contrasta con tutte le previsioni sul declino del cattolicesimo nel paese.

Secondo un’indagine della Conferenza episcopale francese, entro la Pasqua del 2026 sono stati poco meno di 21400 gli adolescenti e gli adulti battezzati nella Chiesa cattolica.

Mentre sei anni fa i battesimi in età adulta prevalevano nella fascia 26-40 anni, ora la fascia d’età più rappresentata tra gli adulti è quella che va dai18 ai 25 anni.

Se poi guardiamo alla fascia d’età ancora più giovane, dagli 11 ai 17 anni, vediamo che c’è stato un incremento del 10 per cento rispetto all’anno precedente.

Poiché i battesimi, nel complesso, continuano a diminuire (nel 2024 ne sono stati celebrati circa 150 mila rispetto ai 380 mila di quattro anni prima), gli esperti parlano di “transizione da un cattolicesimo di trasmissione a un cattolicesimo di adesione”.

Per la Generazione Z (nati dal 1997 al 2012), la fede cattolica è una risposta al vuoto esistenziale. Non si pongono il problema di conservare un patrimonio culturale. Cercano un’esperienza intima e profonda, e spesso la trovano nella Tradizione.

“Nell’aria si percepisce una ricerca di significato: di fronte al vuoto si rivolgono alla fede” scrive “La Nouvelle Republique” ricordando che per il 40% dei nuovi catecumeni la fede è sbocciata dopo un’esperienza di sofferenza.

“Se i nostri antenati temevano che il cielo cadesse loro in testa, i nostri giovani temono che la terra ceda sotto i loro piedi”, osserva Juliette Marion, assistente pastorale presso la Missione studentesca cattolica dell’Île-de-France. “Hanno bisogno di solide fondamenta in un’età in cui stanno costruendo la propria identità. La fede offre una risposta in un mondo in continuo mutamento”.

In generale, in Francia i numeri relativi alla fede cattolica restano poco lusinghieri. Nel 2025 solo il 46% dei francesi si dichiarava cattolico, rispetto all’85% dei primi anni Sessanta, e solo il 5% dei francesi afferma di partecipare alla messa ogni domenica. Il numero dei matrimoni religiosi è sceso dai 122 mila di inizio secolo a 40 mila nel 2023, e prosegue anche la crisi delle vocazioni, con soli 84 sacerdoti ordinati quest’anno.

Ma quel “cattolicesimo di adesione” mostra di essere ben vivo, come segnalato anche dalla partecipazione sempre più massiccia, in particolare da parte dei giovani, ai pellegrinaggi che si svolgono nel segno della Tradizione.

In ambito politico, il cattolicesimo francese sembra essere associato a una maggiore propensione al voto di destra. Secondo un sondaggio condotto prima delle elezioni europee del 2024, il 36% degli elettori cattolici intendeva votare per la lista del Rassemblement National, il 19% per Renaissance, il 9% per i repubblicani e il 6% per Reconquête, contro un complessivo 24% per le liste di sinistra.