giovedì 25 settembre 2025

La laicità, una mostruosità. Riflessioni sul centenario dell’enciclica su Cristo Re






Di Don Claude Barthe, 25 set 2025

Qualora si accenni ai danni legislativi che le democrazie moderne infliggono alla legge naturale, si pensa soprattutto alla morale del matrimonio e della vita (in Francia non-valore civile del matrimonio religioso, divorzio, eguaglianza tra figli legittimi ed illegittimi, contraccezione, aborto, contratto civile o «matrimonio» tra persone delle stesso sesso, maternità surrogata, eutanasia, ecc.). Ma, immersi come siamo in una laicizzazione percepita come irreversibile, dimentichiamo proprio quell’attacco in qualche modo radicale alla legge inscritta nel cuore dell’uomo: la laicità dello Stato.

È principalmente di questo tema, «la peste della nostra epoca, […] il laicismo, come viene chiamato, coi suoi errori e le sue imprese criminali», che Pio XI trattò cent’anni fa nell’enciclica Quas primas sulla regalità di Cristo (11 dicembre 1925): essa spiegava, in particolare, che gli uomini che governano legittimamente lo Stato lo fanno in nome di Gesù Cristo e devono comportarsi come suoi rappresentanti, soprattutto rendendo culto pubblico a Dio in nome dello Stato ch’essi guidano.

Il presente articolo riprende una parte e sviluppa alcuni temi della nostra introduzione ad un’«edizione del centenario» di Quas Primas per le edizioni de L’Homme nouveau[1].

La Cristianità o la politica illuminata dalla cristologia

Affermare che la politica debba essere morale significa dire troppo poco. In realtà, secondo i Greci e specialmente Aristotele, la politica ingloba la morale, che ne è una parte. In effetti, per sua natura in quanto membro della polis, l’uomo non può dar prova di una vita moralmente retta, secondo la ragione, se non come parte di questa società globale, che oggi definiremmo statuale, tale da detenere, essa sola, tutto ciò che è necessario per realizzare la propria umanità. Il «ben vivere», il vivere bene, che è il fine proprio, il bene comune, che questa società ha lo scopo di garantire, viene conseguito con le regole e le leggi che i suoi magistrati promulgano per guidare e proteggere i cittadini in qualsiasi ordine dell’esistenza, misurando le loro azioni secondo il criterio della legge di natura iscritta da Dio nei cuori di ogni uomo: il loro ruolo è quello di guidare, si potrebbe anche dire di educare, quanti siano loro sottoposti con le loro leggi, punendo il male e ricompensando il bene (I Pt 2, 13-14 e Rm 13, 4-5). 

Questo bene vivere, secondo le virtù, di cui la più importante politicamente è la giustizia, comprende quindi la vita di famiglia, l’educazione, le attività economiche, la cura della salute fisica e morale, la difesa dello Stato e dei suoi membri, la tutela della vita religiosa, l’intero campo dell’arte e dell’estetica, ecc. Evidentemente, questo ambito politico, che costituisce così l’architettura dell’attività umana è sempre stato – forse a causa di ciò ch’esso rappresenta – il teatro di mille tentazioni, vizi, peccati e violenze. Cristo è Re delle nazioni e il demonio è il principe del mondo, poiché ci sono due Città…

Resta il fatto che i membri di tale corpo politico sono più fortemente o piuttosto più fondamentalmente uniti tra loro di quanto non siano i membri di una famiglia. San Tommaso parla di una «comunione» al corpo dello Stato e nel suo bene comune: «[Poiché la vita virtuosa è il fine del corpo politico], solo coloro che hanno una mutua comunione nel ben vivere sono parte dell’unione collettiva»[2]. I cittadini intrattengono normalmente quella relazione altruistica, ch’è l’amicizia, fondamento, nell’ordine naturale, del patriottismo.

In effetti si è in questo nell’ordine naturale, quello della vita, che dispone, se buona, a ricevere i beni soprannaturali da quell’altra società, anch’essa piena, la Chiesa di Gesù Cristo, ma nell’ordine della vita della grazia santificante a cui l’uomo può accedere. Donde il ruolo di difensori e protettori della Chiesa, che assumevano (in teoria) i principi ed i magistrati in una situazione di cristianità, i due ordini, naturale e soprannaturale, per quanto distinti siano, s’intrecciano per il fatto che il secondo si innesta nel primo.

La ragione naturale può così raggiungere l’affermazione di san Paolo ai Romani 13, 1, secondo cui nulla potestas nisi a Deo, che portava tutte le società antiche a sacralizzare il potere: non c’è alcuna autorità che non venga da Dio. Ma la dottrina di Cristo Re la esplicita in: nulla potestas nisi a Christo, non v’è alcuna autorità che non venga da Cristo. Sapendo che Adamo, padre di tutta la famiglia umana, è l’archetipo di ogni padre, di ogni capo, a fortiori di ogni governante, come Re anche Cristo è il nuovo Adamo, che in questo caso assume tale reggenza sulle poleis.

L’enciclica Quas primas sviluppava così il suo ragionamento teologico: la sovranità che Cristo-Uomo ha su tutti gli uomini e tutte le società umane è, da una parte, la conseguenza dell’unione della natura umana e della natura divina di Cristo nella Persona del Verbo, l’unione ipostatica, e, dall’altra, gli spetta per diritto di conquista, perché la sua morte sulla Croce gli ha acquisito «a caro prezzo» l’anima di ogni uomo (I Cor 6, 20). Questo dominio sovrano, spiegava Pio XI, abbraccia la totalità degli uomini, compresi gli infedeli ed i cristiani separati dalla comunione con lui a causa dello scisma. E «non v’è motivo di fare alcuna differenza tra gli individui, le famiglie e gli Stati, perché gli uomini non sono meno soggetti all’autorità di Cristo nella loro vita collettiva di quanto non lo siano nella loro vita privata». Per questo motivo, coloro che governano legittimamente i popoli e la cui autorità deriva quindi da quella di Cristo Uomo-Dio e Redentore, sono rivestiti di un carattere cristico, che dà pieno significato al diritto divino di ogni governante, dignità che nobilita a sua volta i doveri dei governati.

Coloro che governano i popoli devono, in quanto tali, rendere culto a Dio

È Leone XIII ad aver sviluppato in modo più approfondito la dottrina dei doveri religiosi dello Stato, alla quale Quas primas diede il tocco finale. Immortale Dei, nel 1885, conteneva un’esposizione teologica molto elaborata sulla natura politica dell’uomo, sul diritto divino dei governi legittimi dello Stato, indipendentemente dalla loro forma, e sul carattere religioso secondo la legge di natura di questi governi, che devono rendere culto a Dio, nonché favorire l’esercizio della religione da parte di quanti siano loro soggetti: «È evidente ch’essa [la società politica] deve adempiere senza errori, con un culto pubblico, ai numerosi ed importanti doveri, che l’uniscono a Dio. […] I capi di Stato devono dunque considerare santo il nome di Dio ed annoverare tra i loro doveri principali quello di favorire la religione, di proteggerla con benevolenza, di coprirla con l’autorità tutelare delle leggi e di nulla statuire o decidere che sia contrario alla sua integrità».

Inoltre, quando il messaggio del Vangelo è stato predicato ad una nazione, il governo civile è tenuto a riconoscere la Chiesa come dispensatrice dei beni soprannaturali, che possono condurre l’uomo al suo fine soprannaturale beato. Il suo dovere imperativo sarà quello di proteggerla e di darle tutti i mezzi per diffondersi, fino a ed ivi compreso quello di partecipare come «vescovo dell’esterno» alla difesa dell’ortodossia. Leone XIII evocava, sempre nell’Immortale Dei, l’ideale di cristianità, che san Pio X chiedeva di restaurare[3], quel «tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati». Epoca, che è stata sovvertita da «quei principi moderni di libertà sfrenata, sognati e promulgati in mezzo ai grandi sconvolgimenti del secolo scorso, come principi e fondamenti di un diritto nuovo, fino ad allora sconosciuto, e su più di un punto in disaccordo, non solamente con il diritto cristiano, ma anche col diritto naturale».

Libertas præstantissimum, tre anni più tardi, nel 1888, conteneva questo passaggio fondamentale, che collega l’obbligo cultuale al bene comune, al quale è ordinato lo Stato: «È Dio, che ha fatto l’uomo per la società e che l’ha unito ai suoi simili, affinché i bisogni della sua natura, cui i suoi sforzi solitari non potrebbero dar soddisfazione, possano trovarla nell’associarsi. Per questo motivo la società civile, in quanto società, deve necessariamente riconoscere Dio come suo principio e suo autore e, di conseguenza, rendere alla sua potenza ed alla sua autorità l’omaggio del suo culto. […] Poiché è dunque necessario professare una religione nella società, bisogna professare quella, che è l’unica vera e che si riconosce senza fatica, almeno nei Paesi cattolici, dai segni di verità, di cui essa porta in sé il carattere splendente. Questa religione, i capi dello Stato devono quindi conservarla e proteggerla, se vogliono, come è loro dovere, provvedere con prudenza e utilmente agli interessi della comunità».

Ciò evidentemente con lo scopo di una cristianità, un tempo da conservare, oggi da restaurare. Che il governo dello Stato abbia il dovere di rendere un culto pubblico a Dio con tutto ciò che ne deriva, fa parte della legge naturale, ciò ch’è stato sintomaticamente ignorato dal secondo Jacques Maritain, quello de L’Umanesimo integrale (Cerf, 1936), un decennio dopo Quas primas. Rinunciando all’ideale di una cristianità «sacrale», egli voleva promuovere, nel contesto degli Anni Trenta, contro i totalitarismi, una «cristianità profana» identificata con una democrazia pluralista, in cui non sarebbe stata la regola della maggioranza ad esser elevata al rango di regola suprema del bene e del male, bensì «la legge morale superiore in virtù della quale gli uomini sono obbligati in coscienza verso ciò che è giusto e bene». In altre parole, s’instaurerebbe una cristianità naturale con tutti gli uomini di buona volontà, accontentandosi del rispetto della legge naturale, ma di una legge naturale amputata dell’obbligo da parte dello Stato – che resterebbe una democrazia pluralista (libertà religiosa) – di rendere culto a Dio.

Questo è l’orizzonte della dichiarazione sulla libertà religiosa del Vaticano II, esplicitato dai testi del post-Concilio che trattano di politica. Così la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno ed il comportamento dei cattolici nella vita politica della Congregazione per la Dottrina della Fede del 24 novembre 2002 presenta la non-confessionalità dello Stato come un’evidenza. «La promozione in coscienza del bene comune della società politica non ha nulla a che vedere col “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa» (n. 6). Tuttavia, afferma la Nota, questa società politica deve rispettare la morale: «Per la dottrina morale cattolica, la laicità, intesa come autonomia della sfera civile e politica rispetto alla sfera religiosa ed ecclesiastica – ma non rispetto alla sfera morale –, è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa ed appartiene al patrimonio di civilizzazione già raggiunto». La società politica dev’essere laica e morale, una morale che si riduce grosso modo alla morale coniugale, detta morale della vita.

La legge naturale così intesa è quindi mutilata dall’obbligo che ha lo Stato di riconoscere Dio e può coniugarsi con la sua laicità. Certo, il termine laicità può avere un’accezione assolutamente accettabile, benché pericolosa da usare, ed indicare l’autonomia della Chiesa e dello Stato. Ma la sua accezione stretta ed abituale è la non-confessionalità dello Stato e soprattutto la libera circolazione dell’errore religioso. Quando Pio XII tentò un rischioso recupero del termine «laicità» giustamente nel senso di una distinzione tra religioso e politico, ebbe cura di ricordare allo stesso tempo che si trattava di una «laicità», che implicava l’unione necessaria tra Chiesa e Stato: «Come se una tanto legittima e sana laicità dello Stato non fosse uno dei principi della dottrina cattolica; come se non fosse una tradizione della Chiesa sforzarsi continuamente di mantenere distinti, ma anche sempre uniti, secondo i giusti principi, i due Poteri» (Discorso del 23 marzo 1958). Ma intesa nel senso abituale della neutralità di principio dello Stato, la laicità non solamente non è «sana», ma rappresenta un’impossibilità di natura per una società politica degna di questo nome, una mostruosità.

Infatti, nel suo ordine proprio, l’ordine naturale, la società politica esige il governo di Dio e della sua legge e, di conseguenza, il riconoscimento di Dio e della sua legge. Il pensiero maritainiano, che abbiamo appena citato, ha ampiamente ispirato Paolo VI. Il testo conciliare sulla libertà religiosa, riflette così una dissociazione tra la definizione dell’uomo e la società voluta da Dio: la persona umana, soggetto religioso a titolo individuale, verrebbe creata fuori dalla società, fuori contesto per così dire e si troverebbe certamente sempre inserita in una comunità politica, ma in modo accidentale, essendo tale società per definizione neutra.

In realtà, questa deviazione, che influisce sulla comprensione della natura dell’uomo, deriva dalla polverizzazione individualista dello Stato tradizionale, operata dalla Rivoluzione francese. Il pensatore, che, dopo questa Rivoluzione e contro di essa, ha maggiormente insistito sul carattere necessariamente religioso della società politica, senza tuttavia confonderla con la società religiosa, la Chiesa, è stato Louis de Bonald. Per lui, Dio è presente in questa polis, che è stata creata insieme agli uomini: «Dio è la volontà generale conservatrice della società interiore delle intelligenze, di cui fa parte»[4]. Società necessaria, in effetti, poiché è mezzo e fine dell’agire morale di queste intelligenze, cioè dell’agire secondo la ragione. Comprendere il bene comune che questa società primordiale – la società politica – persegue ovvero far vivere i suoi membri secondo il bene, permette anche di comprendere come Dio ed i magistrati ne siano i «poteri conservatori», secondo l’espressione di Bonald. Non soltanto essa tradirebbe i suoi doveri essenziali allontanandosi da Dio, ma provocherebbe la disintegrazione della sua natura. Cesserebbe di esistere come società politica naturale nella misura in cui la sua neutralità le togliesse la sua «volontà generale di esistere».

* * *

Il messaggio di Quas Primas era perfettamente recepibile un secolo fa, in alcuni Paesi nei quali ha consolidato o cambiato il destino, ma sembra lontano anni-luce dalla società occidentale, in cui noi viviamo. Allora «che fare?» in questa società, secondo la domanda di Lenin. Cosa fare per vivere in una democrazia moderna, cosa fare per preparare un’«uscita» da questa democrazia? Per riflettere in merito, forse è bene confrontarsi, a parità di condizioni, con i dissidenti delle società comuniste antecedenti il 1989, altra forma di democrazia nata dalla Rivoluzione. Il ceco Vaclav Benda, seguito da altri pensatori della dissidenza, aveva coniato per loro il concetto di «polis parallela», che comprendeva la creazione di strutture politiche, economiche, d’informazione, parallele a quelle dell’ordine costituito, per sopravvivere e preparare la sostituzione del regime tirannico al potere.

Certo, si può discutere il concetto di «polis parallela» nella misura in cui ricerca l’organizzazione di isole falsamente autonome (sintomaticamente, Rod Dreher, l’autore di The Benedict Option – in francese: Comment être chrétien dans un monde qui ne l’est plus? Le Pari bénédictin [Come essere cristiani in un mondo che non lo è più? La scommessa benedettina-NdT], Artège 2017, fa l’elogio della «polis parallela» di Benda), ma soprattutto discutibile è l’ispirazione in definitiva liberale del suo progetto di resistenza all’oppressione comunista, che ha fatto sì che dei governanti dell’Est della prima generazione dopo la caduta del Muro, Vaclav Havel e Lech Walesa, abbiano visto i loro progetti dissolversi nella democrazia liberale. Resta il fatto che la cultura di una dissidenza, l’organizzazione di una sopravvivenza espressamente non conformista, in particolare educativa e religiosa, come la preparazione a lungo termine di un’«uscita» dalla situazione attuale, siano forme d’azione che oggi può ispirare la dottrina di Quas primas.



[resnovae.fr]

(Foto:Di Gleb Simonov – Opera propria, Pubblico dominio, wikicommons)


[1] Si può richiedere a: https://hommenouveau.aboshop.fr/common/product-article/740.

[2] De Regno, l. 2, c. 3, in Michel Nodé-Langlois, Penser le politique, Dalloz 2015, pag. 100.

[3] Con la famosa frase nella lettera sul Sillon del 25 agosto 1910: «Non si costruirà la città se non come Dio l’ha costruita; non si edificherà la società, se la Chiesa non ne getta le fondamenta e non ne dirige i lavori; no, non v’è più bisogno d’inventare la civiltà, né di costruire la città nuova tra le nuvole. Essa è stata, essa è; è la civiltà cristiana, è la città cattolica».

[4] Louis de Bonald, Théorie du pouvoir politique et religieux, riproduzione Essai, pag. 92.




mercoledì 24 settembre 2025

L'”anti-creazione” di Satana contro matrimonio, vita e famiglia. Quelle assonanze tra Charlie Kirk e il cardinale Caffarra





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by Aldo Maria Valli - 24 set 2025



di Edward Pentin

Un video che circola online mostra Charlie Kirk spiegare con eloquenza la realtà della guerra spirituale contemporanea e come l’ordine creato da Dio sia sotto attacco demoniaco. Intuizioni che ricordano quelle condivise qualche anno fa da un cardinale italiano: Carlo Caffarra.

Parlando in pubblico con Tucker Carlson lo scorso settembre a Wichita, nel Kansas, Kirk chiese alle persone di considerare “tutte le distinzioni che Dio ha stabilito nei primi sei libri della Genesi e che sono attualmente sotto attacco: la distinzione tra maschio e femmina, la distinzione tra uomo e natura, la distinzione tra sacro e profano, la distinzione tra bene e male, la distinzione tra bambino e adulto”.

“Queste distinzioni sono sempre state ciò su cui si è costruita la civiltà occidentale”, disse Kirk, “ma l’obiettivo di Satana è quello di offuscarle e infine distruggerle, perché è proprio da queste distinzioni che ricaviamo l’ordine, e se non c’è quell’ordine allora abbiamo la cosa più vicina al caos satanico”.

Le osservazioni di Kirk, proposte mentre circolavano voci secondo cui, poco prima del suo assassinio, stava seriamente prendendo in considerazione l’idea di diventare cattolico, riecheggiano intuizioni profetiche simili espresse dal cardinale Caffarra in una conferenza a Roma nel 2017, pochi mesi prima della sua morte.

L’autorevole cardinale italiano (all’epoca aveva settantotto anni ed era arcivescovo emerito di Bologna) dichiarò che Satana stava lanciando a Dio “l’ultima e terribile sfida” e che la sua “spaventosa strategia della menzogna” mirava a costruire una vera e propria “anti-creazione” attaccando principalmente due pilastri della creazione: il matrimonio e la famiglia.

Ciò viene ottenuto, spiegò Caffarra, in primo luogo trasformando il “crimine dell’aborto in un diritto legale e soggettivo” e in secondo luogo attraverso la “nobilitazione dell’omosessualità”.

Il cardinale sottolineò che i fedeli all’interno di questa battaglia sono chiamati a testimoniare, a “dare la caccia al peccato”, a condannarlo, a denunciarne “l’inconsistenza” e ad annunciare il “Vangelo della vita e del matrimonio”.

Di seguito il mio resoconto (pubblicato dal “National Catholic Register”) del discorso tenuto dal cardinale nel maggio del 2017.

Il cardinale Caffarra: Satana lancia a Dio la “sfida suprema e terribile”

Satana sta lanciando a Dio “la sfida definitiva e terribile”: dimostrare che è capace di costruire un’“anti-creazione” che l’umanità crederà migliore di ciò che Dio ha creato. L’avvertimento è del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna. Lo scontro decisivo, sostiene, è in atto proprio adesso. Si sta combattendo principalmente sul matrimonio e sulla famiglia, come nella previsione fatta da Suor Lucia in una lettera che la veggente di Fatima inviò a Caffarra più di trent’anni fa.

Il cardinale è intervenuto al Rome Life Forum, a cui hanno partecipato cento leader pro vita e famiglia provenienti da oltre venti nazioni, riuniti nei pressi del Vaticano per discutere della crisi nella Chiesa e nella famiglia e della speranza di rinnovamento nella fedeltà alla Madonna di Fatima.

Il cardinale Caffarra, che nel 1981 contribuì a fondare il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia, ha esordito spiegando che la storia umana è sempre stata una storia di scontro tra due forze: da un lato “la forza di attrazione”, cioè il Cuore ferito del Crocifisso Risorto, dall’altro il “potere di Satana”, il padre della menzogna, “assassino fin dal principio” che cerca di spegnere la verità nel cuore dell’uomo.

Lo scontro, ha proseguito il cardinale, si combatte in una dimensione interiore ed esteriore: sia nel cuore umano che nella cultura umana. La forza di attrazione del Signore “può avere effetto solo su coloro che sono dalla verità, cioè coloro che sono profondamente disponibili alla Verità, che amano la verità, che vivono nella familiarità con essa”.

Non c’è verità in Satana, perché cerca di uccidere la verità nel cuore dell’uomo inducendolo all’incredulità. La sua azione nella società è proprio quella di opporsi alla verità. “Satana è questo rifiuto”, ha osservato il cardinale. “È questa opposizione”.

Satana, quindi, opera costantemente contro la potente forza di attrazione del Signore cercando di “neutralizzarla”. Una battaglia che avviene nel cuore umano e si manifesta nella società e nella cultura, in un conflitto tra la “cultura della verità e alla cultura della menzogna”.

Distruggere due pilastri della creazione

Questo confronto si manifesta con “particolare chiarezza” in due campi, il primo dei quali è la trasformazione del reato di aborto in un diritto giuridico e soggettivo.

Legalizzare l’aborto “significa chiamare bene ciò che è male e luce ciò che è ombra”. Un tentativo satanico di produrre un'”anti-Rivelazione” e di generare un'”anti-creazione”. Nobilitando l’uccisione di esseri umani, Satana ha “gettato le basi della sua ‘creazione’: rimuovere dalla creazione l’immagine di Dio, oscurare la presenza divina in essa”.

Il secondo cambiamento indotto dalla “cultura della menzogna” è la “nobilitazione dell’omosessualità”, che “di fatto nega interamente la verità del matrimonio e la mente di Dio Creatore riguardo al matrimonio”.

Il matrimonio ha una “struttura permanente” nella mente di Dio perché l’unione dell’uomo e della donna è la “cooperazione umana nell’atto creativo di Dio”. Per questo motivo, elevare l’aborto a “diritto soggettivo” ed equiparare la relazione omosessuale al matrimonio rappresentano la distruzione di “due pilastri della creazione”.

“Alla radice di tutto questo c’è l’opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione”. E “questa è la sfida ultima e terribile che Satana lancia a Dio. Come se dicesse: “Ti sto dimostrando che sono capace di costruire un’alternativa alla tua creazione. E l’uomo dirà: è meglio la creazione alternativa della tua creazione’”.

“Questa è la spaventosa strategia della menzogna”, ha proseguito il cardinale, “costruita attorno a un profondo disprezzo per l’uomo”. L’uomo non è capace di “elevarsi allo splendore della Verità” e Satana continua a “raccontargli banalità” e che la Verità “non esiste”».

I cristiani devono testimoniare


Per combattere le menzogne ​​di Satana, i fedeli sono chiamati a testimoniare: ad “annunciare apertamente e pubblicamente” attraverso azioni come la Marcia per la vita e a proclamare la Rivelazione divina, parlando in particolare del “Vangelo della vita e del matrimonio” e facendolo “come se si fosse in un processo”. L’alternativa, dice il cardinale, è rimanere in silenzio o dire qualcos’altro.

Proprio come la medicina “propone la cura escludendo la malattia”, così dovremmo “amare il peccatore, ma perseguitare il peccato”. Sarebbe un “medico terribile” colui che adottasse un “atteggiamento irenico nei confronti della malattia”. Invece, il cristiano dovrebbe “dare la caccia al peccato”, “scovarlo nei luoghi nascosti delle sue menzogne ​​e condannarlo, portando alla luce la sua inconsistenza”.

“Cristo è testimone” dice Caffarra, rassicurando i presenti con le parole del Vangelo di Giovanni: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”.

In alcune risposte dopo il suo intervento, il cardinale Caffarra ha ricordato la lettera che ricevette da Suor Lucia quando si trovò ad affrontare difficoltà nella fondazione del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia: “Non dimenticherò mai” le ultime parole della lettera, “parole che sono impresse nel mio cuore” e in cui Suor Lucia scriveva: “Verrà un momento in cui il confronto decisivo tra il Regno di Dio e Satana avrà luogo sul matrimonio e sulla famiglia”.

Coloro che si impegneranno per il matrimonio e la famiglia “attraverseranno prove e tribolazioni”. Ma “non temete, la Madonna gli ha già schiacciato la testa”.

Il testo completo del discorso del cardinale si trova qui.

edwardpentin






COSA DICE LA CHIESA SULLE VISIONI DI MARIA VALTORTA





Il Dicastero per la Dottrina della fede dichiara che non sono soprannaturali, eppure le sue 15.000 pagine sulla vita di Gesù restano straordinarie


BastaBugie n.944 del 24 settembre 2025


di Rino Cammilleri

Il dicastero vaticano per la Dottrina della fede ha dichiarato che «"visioni", "rivelazioni" e "comunicazioni" contenute negli scritti di Maria Valtorta, o comunque a essi attribuite, non possono essere ritenute di origine soprannaturale». Ergo, la Valtorta non è una veggente. Roma locuta, causa finita. Forse. Perché ai ripensamenti, magari secolari, di Roma ormai siamo abituati. Ero ancora uno studente universitario fresco di conversione religiosa quando qualcuno dei miei nuovi amici mi mise in mano non un libro, bensì quindici. I primi tre erano la trilogia de Il signore degli anelli (più un quarto, Lo hobbit), gli altri erano i volumi de Il poema dell'Uomo-Dio di Maria Valtorta. Il titolo, dopo alcuni anni, fu mutato in L'Evangelo come mi è stato rivelato, che, messo così, prendeva netta posizione su quella che per i fan era una rivelazione privata tout court. Con la lena del neofita li lessi tutti, e devo dire che non faticai affatto: erano libri che trascinavano e, ricordo, talvolta restavo sveglio tutta la notte per vedere come andava a finire. La Valtorta non era la prima a scrivere una dettagliata biografia di Gesù.

ANNI VISSUTI A LETTO

Prima di lei c'erano state María di Ágreda (XVII secolo) e Katharina Emmerick (XIX secolo, e si dice che qualcosa del genere sia in preparazione a Medjugorje). Quel che la Emmerick, analfabeta, dettò allo scrittore Clemens Brentano permise ad alcuni archeologi di scoprire la casa della Madonna a Efeso, Meryem Evi, oggi in Turchia: era esattamente dove e come la veggente, inferma a letto, l'aveva descritta. Anche la Valtorta era irrimediabilmente a letto, anche se, a differenza della Emmerick, era quasi arrivata al diploma prima che un comunista («Colpirne uno per educarne cento») non le spezzasse la schiena a tradimento con una sbarra di ferro nel 1920 a Firenze. Suo padre era un ufficiale di cavalleria di stanza a Caserta, dove lei nacque nel 1897, sua madre insegnava francese. Dopo quella botta, il trasferimento finale a Viareggio, dove dal 1934 fino alla morte (1961) non poté più lasciare il letto. Dal 1943 al 1947 scrisse a mano ciò che, asseriva, Gesù le dettava: 15.000 pagine, 122 quaderni. Oggi riposa nella basilica fiorentina della Santissima Annunziata, retta dai Serviti. L'opera, ormai diffusa in una ventina di lingue, ebbe da subito problemi con l'allora Sant'Uffizio, quantunque Pio XII sembra non le fosse contrario. Io, che ho letto tutti i volumi, devo dire che qualche particolare narrato mi lasciò perplesso.

Lo stile mi parve subito quello di una donna, mi si passi l'espressione, innamorata. Innamorata di Cristo, cosa che va benissimo, ci mancherebbe. Ma in lei diventava una descrizione minuziosa, anche troppo attenta ai dettagli. Un maschietto come me, per esempio, non è molto interessato al fatto che le orecchie della Madonna in fasce sembravano boccioli di rosa, né che sui piedi di Gesù trasparivano delicate vene bluastre. Dettagli da innamorata coinvolta, appunto. La quale, però, "vedeva" anche altro, ed è questo "altro" che rende la sua opera intrigante. L'"altro" è lo sfondo, i paesaggi, le abitudini e gli usi, i nomi delle località e le loro ubicazioni, i dati climatici, la flora, le strade, i fiumi, i cibi, le costruzioni. Come in un film. Certo, si potrebbe pensare che la Valtorta abbia fatto come Salgari, che l'ambientazione dei suoi romanzi la trovava alla pubblica biblioteca, non avendo mai viaggiato. Solo che la Valtorta non aveva niente del genere a disposizione. Di più: certe cose da lei descritte sono state portate alla luce dagli archeologi molti anni dopo la sua morte. Dieci volumi di dati storici, topografici, cronologici, architettonici. E tutti esatti, si badi. Da notare che nemmeno un turista erudito potrebbe accumularli, per il semplice fatto che si tratta di sapere non come stanno adesso le cose ma come stavano duemila anni fa. Per esempio, non ci sono coccodrilli in Terra Santa, è noto. Ma c'erano ai tempi di Gesù, forse portati dall'Egitto, e ciò è oggi assodato. Ma come faceva la Valtorta a saperlo? L'esistenza di una città di nome Krokodeilos è stata appurata solo nel 1999.

L'ARCHEOLOGIA CONFERMA

Uno studioso francese, Jean-François Lavère, si è preso la briga di spulciare rigo per rigo l'opera della Valtorta, incuriosito dal fatto che, in essa, delle tre piramidi di Giza ne compaia una sola. Come, così precisa in migliaia di dettagli e poi una topica tanto madornale? Ora, la Fuga in Egitto terminò a Matarea, quartiere dell'antica Heliopolis, oggi El Matariya. C'era una folta comunità ebraica, ed è logico che la Sacra Famiglia vi cercasse alloggio e lavoro. L'"Albero di Maria" e "La Fontana di Maria" là sono ancora oggi venerati dai copti. Ebbene, la località è a solo 20 km dalle tre famose piramidi, ma la Valtorta ne "vedeva" una sola per il semplice fatto che da Matarea si vede solo la più grande, che nasconde le altre due. Ancora: Caecilius Maximus. Chi era costui? La Valtorta lo nomina appena. È uno dei due soldati romani di cui riferisce un breve colloquio. E riporta la data: inizi dell'anno 29. Ebbene, in una scritta su coccio ritrovata a Pompei nel 1959 compare tal Caecilius Maximus e lo dice presente nella vicina Puteolis (Pozzuoli) in data luglio dell'anno romano che corrisponde al 29 della nostra era. Pozzuoli era il primo porto d'approdo per chi veniva dalla Palestina e si dirigeva a Roma. Certo, che ci fossero due soldati romani con lo stesso nome è probabile. Un po' meno che fossero entrambi in quei luoghi nello stesso anno. Chi inventasse sparerebbe un, che so, Massimo Decimo Meridio, come nel film Il gladiatore. Che, pur avendo a disposizione fior di studiosi, sbaglia, perché un romano antico vero si sarebbe chiamato, semmai, Meridio Decimo Massimo.
Per quanto riguarda i luoghi, la Valtorta li descrive, dicevamo, in maniera filmica. Come fa, per esempio, quando dettaglia le due cime con in mezzo una specie di sella, in occasione del Discorso della montagna. Oggi sappiamo trattarsi dei Corni di Hattin, dove Saladino, alla conquista di Gerusalemme, sbaragliò l'esercito crociato (come narrato in un altro - discutibile - film dello stesso regista de Il gladiatore, Le crociate). E come faceva la Valtorta a sapere dell'esistenza di Alessandroscene, città di cui ai suoi tempi non restava che qualche pietra nota solo agli archeologi? E della foresta pietrificata in Egitto, luogo divenuto turisticamente interessante solo nel 1989? E poi: Jotapata, scoperta solo nel 1992; Magdalgad e Lesendam, menzionate una sola volta nell'Antico Testamento e ritrovate solo nel 1966 da archeologi israeliani; la fortezza di Doco, Docus per i romani, della quale nessuno sapeva niente perché scomparsa, ma che la Valtorta menziona più volte; la colonia greca di Posideion, già in rovina ai tempi di Gesù e la cui ubicazione ancora oggi è nota a pochi studiosi. E si potrebbe continuare a lungo. Insomma, se quella valtortiana è solo invenzione, allora è un (misterioso) romanzo di fantascienza sui viaggi nel tempo.


Titolo originale: L'enigma Maria Valtorta
Fonte: Il Timone, giugno 2025
Pubblicato su BastaBugie n. 944



martedì 23 settembre 2025

L’unità e la chiarezza dottrinale della Chiesa sono a rischio




23 set 2025

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by Aldo Maria Valli


Dall’America alla Germania. L’apostasia si afferma così

“Quando i cattolici iniziano a considerare le persone lgbtq come familiari o amici, la resistenza al cambiamento dottrinale crolla”. Queste le parole del gesuita James Martin sulla recente intervista di papa Leone XIV a “Crux Now”. Martin, applaudendo il papa, dichiara che Leone ha “ragione al cento per cento” quando afferma che si tratta di “cambiare atteggiamenti”.

Ormai Martin lo ammette apertamente: l’obiettivo non è difendere la dottrina cattolica, ma eroderla. La sua strategia è semplice: saturare i fedeli di sentimentalismo per indurli ad abbandonare la verità. “Niente – dice – cambia l’atteggiamento di una persona nei confronti delle questioni lgbtq più velocemente del coming out di un figlio”.

Inutile dire che questo non è cattolicesimo, bensì manipolazione emotiva mascherata da teologia. Martin sostiene che quella di vescovi e sacerdoti che hanno silenziosamente cambiato idea dopo aver sentito i parenti fare coming out è un’esperienza di conversione. Ecco fatto: la mera esperienza vissuta, con l’emotività che comporta, diventa il nuovo magistero.

Interrogato sulla dottrina, papa Leone ha risposto: “Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa cambi”. Altamente improbabile? Futuro prossimo? Queste purtroppo sono parole ambigue. LifeSiteNews ha osservato che “i ripetuti accenni a un possibile cambiamento mettono in dubbio la natura immutabile dell’insegnamento cattolico sulla fede e la morale”.

Si confronti tutto ciò con la chiarezza del Vaticano I: “Se qualcuno afferma che è possibile che in un momento, dato il progresso della scienza, si possa attribuire ai dogmi… un senso diverso da quello che la Chiesa ha compreso e comprende: sia anatema”.

Martin esorta i cattolici a pregare “per un cambiamento di atteggiamento all’interno della Chiesa”. Ma la preghiera del cattolico deve essere l’opposto. Dobbiamo pregare affinché Nostro Signore preservi la sua Sposa dai lupi travestiti da pastori, come Martin e i suoi simili.

L’insegnamento della Chiesa sulla sessualità e sul matrimonio non è soggetto al voto popolare, ai mutevoli sentimenti o alle reinterpretazioni moderniste. Sostenere il contrario significa tradire Cristo stesso.

Nel frattempo, dall’arcidiocesi di Chicago l’ineffabile cardinale Blase Cupich fa sapere di voler “onorare” il senatore democratico Dick Durbin con un premio alla carriera in occasione del Keep Hope Alive Benefit 2025. Il motivo? Il suo “sostegno agli immigrati”. Ma c’è un piccolo problema: Durbin è uno dei più noti sostenitori “cattolici” dell’aborto. Dunque, lo stesso senatore che ha costruito la sua carriera sul sostegno al finanziamento pubblico dell’aborto e sulla sua opposizione alle leggi che miravano a proteggere i bambini sopravvissuti ai tentativi di aborto sarà celebrato con un premio per la “dignità umana” in un contesto cattolico.

Il vescovo Thomas Paprocki di Springfield ha subito reagito: “Onorare un politico che ha lavorato attivamente per espandere e consolidare l’aborto mina l’idea stessa di dignità umana che questo premio cerca di esaltare”. La decisione “crea confusione tra i fedeli” e “contraddice sia la politica interna dell’arcidiocesi di Chicago sia l’insegnamento coerente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti”.

Da notare che a Durbin nella sua diocesi è stata negata la Comunione fin dal 2004 proprio “a causa della sua ostinata persistenza in un peccato grave manifesto”. Eppure Cupich intende presentarlo come un paladino della dignità umana!

L’arcivescovo Salvatore Cordileone ha dichiarato pubblicamente su X: “Sono solidale con il vescovo Thomas Paprocki di Springfield nel chiedere al cardinale Cupich di riconsiderare l’idea di assegnare al senatore Durbin un premio alla carriera […] data la sua lunga storia di sostegno all’aborto legale”. Cordileone avverte che “sia l’unità dottrinale sia la chiarezza sono a rischio” ed esortato i cattolici a parlare sempre con fermezza contro “il grave male di porre fine alla vita di persone innocenti nel grembo materno”.

Davvero una bella scelta invocare gli “immigrati” come scudo per onorare un uomo complice della strage dei nascituri! L’ennesimo tradimento calcolato da parte di Cupich. Attribuire un premio per la “dignità umana” a questo responsabile di un peccato mortale significa calpestare la sacralità del nascituro.

E se tutto questo non bastasse, da qualche parte c’è sempre un vescovo tedesco instancabilmente impegnato a crocifiggere la Chiesa di Cristo.

Questa volta si tratta di Karl-Heinz Wiesemann, vescovo di Spira, che nella sua ultima intervista a katholisch.de ha attaccato i fondamenti stessi del sacerdozio cattolico. Le richieste sono le solite: abolizione del celibato obbligatorio, ordinazione delle donne come diaconesse e necessità di “ripensare il ministero sacerdotale” in modo che il governo parrocchiale possa essere affidato ai laici. In altre parole: smantellare il sacerdozio pezzo per pezzo.

Affermando che “perdiamo molti buoni candidati al sacerdozio perché non vogliono o non possono vivere una vita da celibe”, Wiesemann dice che “il legame esclusivo tra il ministero sacerdotale e l’obbligo del celibato dovrebbe scomparire”. A suo avviso, il celibato dovrebbe diventare semplicemente “un’opzione volontaria”.

Ma la Chiesa ha sempre insegnato che il celibato non è una norma burocratica, bensì un tesoro spirituale. Come disse Nostro Signore stesso: “Poiché vi sono degli eunuchi che sono tali dalla nascita; vi sono degli eunuchi i quali sono stati fatti tali dagli uomini e vi sono degli eunuchi i quali si sono fatti eunuchi da sé a motivo del regno dei cieli. Chi è in grado di farlo lo faccia” (Mt 19,12). Per secoli, il celibato ha testimoniato la totale dedizione del sacerdote a Cristo e alla sua Sposa, la Chiesa. Ridurlo a una scelta di vita significa tradire il carattere soprannaturale del sacerdozio stesso.

Il vescovo poi va oltre, suggerendo che “alcune Chiese locali, come la Chiesa tedesca, potrebbero seguire questa strada senza che sia necessario che diventi universale”. Insomma, una via locale allo scisma, per una Chiesa nazionale tedesca con le sue dottrine e discipline, separata dall’unità cattolica, esattamente il modo in cui nacque il protestantesimo in Germania cinquecento anni fa.

Non contento, Wiesemann afferma che l’argomento teologico contro l’ordinazione delle donne “ha perso la sua forza” e che “non esiste una ragione assoluta” per impedire l’ordinazione femminile. Parole in aperta contraddizione con “Ordinatio sacerdotalis” (1994), che dichiara in modo definitivo: “La Chiesa non ha alcuna autorità per conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne”.

Infine Wiesemann, sostenendo che oggi il sacerdote è stato ridotto “a un amministratore di comunità”, propone di spogliarlo delle responsabilità gestionali e di affidarle ai laici. Tuttavia, il problema non è che i sacerdoti hanno troppa autorità, ma che vescovi come Wiesemann non credono più nel carattere sacro del sacerdote come alter Christus. Il celibato sacerdotale non è una “disciplina” superata, né l’esclusione delle donne dagli ordini sacri è una mera consuetudine umana. Entrambi appartengono alla struttura stessa della Chiesa fondata da Cristo. Manometterli significa manomettere la fede stessa.

Il vescovo Wiesemann sostiene di non essere “al di fuori del diritto canonico”, ma le sue parole lo pongono chiaramente al di fuori della fedeltà al deposito della fede. Il celibato è un tesoro, il sacerdozio maschile è legge divina e nessuna “Chiesa locale” può reinventare ciò che Cristo stesso ha istituito.

Distruggere la Chiesa non è facile, ma questi prelati ce la stanno mettendo tutta.

radicalfidelity







Il testamento di Kirk: un nuovo movimento conservatore negli Usa



Dalla cerimonia funebre di Glendale, in memoria di Charlie Kirk, possiamo già predire quale sarà il futuro del movimento conservatore americano: più destra religiosa e una missione sia politica che personale, giovane e militante.


OLTRE TRUMP

Esteri 


Eugenio Capozzi, 23-09-2025

La grande cerimonia funebre in onore di Charlie Kirk tenutasi a Glendale, in Arizona, è stata un evento impressionante, anche molto più di quanto ci si attendesse. Per la enorme partecipazione popolare e gli altrettanto enormi ascolti in tutto il mondo. Per l'intensità e la compostezza commossa di quella partecipazione, in cui si riconosceva una grande presenza di giovani. Per l'epocale discorso tenuto dalla vedova Erika, culminante nella straordinaria dichiarazione di perdono nei confronti dell'assassino del marito. E, non secondariamente, per il peso degli interventi di Donald Trump, di J.D. Vance, di una considerevole parte dell'esecutivo e del mondo conservatore statunitense attuale.

Si può dire legittimamente, riprendendo come molti oratori hanno fatto il nome dell'organizzazione che Charlie Kirk aveva fondato e diretto, che quella cerimonia di massa ha rappresentato davvero un "Turning point", un momento di svolta e di evoluzione decisiva nella cultura politica repubblicana americana.

Il livello dei contributi ad essa ha evidenziato con forza, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la funzione cruciale svolta da Kirk nel rifondare la cultura conservatrice attraverso una presenza capillare e "provocante" nella società, e nel cambiare le sue modalità di comunicazione mettendo in sinergia l'uso massiccio dei media social e tradizionali da parte, il dialogo in presenza, "socratico", senza filtri e senza rete, con le persone - tutte, senza nessuna eccezione – dall'altra. Ma la cerimonia ha anche posto inequivocabilmente in rilievo il fatto che la stessa morte violenta di Kirk, il suo sacrificio, la sua storia di martirio (etimologicamente: testimonianza della verità della fede) hanno costituito un momento fondamentale di catalizzazione e di evoluzione di quella cultura, che avrà ripercussioni molto rilevanti sull'intera dialettica politica degli Usa e, attraverso essa, sulla politica mondiale.

In quale direzione sembra muoversi questo epocale cambiamento? Fin dai giorni immediatamente successivi all'assassinio era emersa con chiarezza nel campo repubblicano e nell'amministrazione in carica la rivendicazione dell'importanza e dell'eredità dell'opera di Kirk, in primo luogo nelle dichiarazioni di Trump e di Vance. Era emersa innanzitutto nell'evidenziazione di quanto il modello di Turning Point Usa fosse stato decisivo per il radicamento del movimento MAGA, e costituisse un'indicazione per il futuro di esso. Ma era emersa anche - alla luce dell'orribile eruzione di odio, livore, strumentalizzazione menzognera della figura della vittima che quella morte aveva suscitato nella cultura progressista/woke - la presa di coscienza, fredda e dura, di una polarizzazione esasperata del dibattito politico e civile e della crescita esponenziale della giustificazione della violenza da sinistra, ma anche della corrispettiva, urgente esigenza da parte della destra di reagire a quella polarizzazione ridefinendo nitidamente la propria identità per l'epoca che si approssima, ricompattando le proprie principali componenti.

Ora, alla luce della grande cerimonia funebre di Glendale, possiamo cominciare a intravvedere la direzione in cui il conservatorismo "Maga" si sta muovendo, e i tratti che esso verosimilmente assumerà dopo la fine del mandato e della leadership di Trump. L'elemento fondamentale che si impone immediatamente all'attenzione in tal senso è quello religioso.

Una componente esplicitamente cristiana del repubblicanesimo a egemonia trumpiana era stata sempre visibile, ma per molto tempo non era apparsa predominante. Il magnate newyorkese "disceso in campo" in politca nello scorso decennio ha, come sappiamo, una storia politica molto peculiare: viene da una formazione e frequentazioni liberal, e ha costruito il suo consenso su una piattaforma politica laica e pragmatica, innervata soprattutto da accenti patriottici e interclassisti. Nel tempo, e in particolare a partire dalla campagna elettorale del 2024, egli è andato ricorrendo più frequentemente, anche proprio sotto la spinta di animatori instancabili come Kirk, a richiami a un'ispirazione religiosa, come segno di chiara contrapposizione tra una destra schierata a difesa dei principi etici fondamentali dell'Occidente e una sinistra dipinta come irrimediabilmente nichilista: evoluzione a cui va connessa naturalmente la scelta di Vance come candidato alla vice-presidenza.

Ma ora, nel tornante cruciale del lutto per la morte di Kirk, il richiamo all'ispirazione cristiana come fulcro dello schieramento conservatore si è manifestato in tutta la sua centralità, ed è risuonato incessantemente in pressoché tutti gli interventi succedutisi sul grande palco di Glendale. Un'ispirazione cristiana imperniata non soltanto sulle "guerre culturali" sui princìpi non negoziabili contro il relativismo radicale, ma anche, al di là di esse, come consolidamento dell'idea di una società profondamente unita, fraterna, che ripudia la violenza e l'odio. Di più, la caratterizzazione cristiana del movimento "Maga" presente e futuro è stata caratterizzata, nel funerale-convention dell'Arizona, come una fortissima indicazione e aspirazione alla congiunzione tra vita personale e impegno civile: un'idea organica della vita come "missione", come risposta ad una vocazione a "servire", nella famiglia come nella comunità. Questa idea in particolare è probabilmente destinata ad influenzare in maniera determinante le forme in cui si configurerà la presenza politica delle nuove generazioni nell'area repubblicana da ora in poi, sensibilmente cresciuta negli ultimi anni, e la formazione della nuova classe dirigente conservatrice statunitense.

Il Partito repubblicano del dopo-Trump, o "Maga 3.0", sarà verosimilmente un partito più cristiano, più giovane, più imperniato su una militanza di base. E, in tale solco, la prospettiva di una futura leadership di Vance evidentemente si rafforza.

Ciò non vuol dire affatto – come da consuete, stantie, equivoche caricature che ne fanno i commentatori di sinistra woke - che il conservatorismo post-Trump sarà uno schieramento fondamentalista, integralista, o lontano dalla cultura liberale. Infatti sia nella formazione di Vance che in quella del suo fraterno amico Kirk l'ispirazione salda alla fede e ai principi cristiani va di pari passo con la lotta per la libertà individuale, la libertà di espressione, la libertà economica e di mercato. Né si tratterà di uno schieramento isolazionista, iper-nazionalista sul piano della politica internazionale. La contrapposizione tra "neo con" e "Maga" appare oggi ampiamente superata in una comune consapevolezza del ruolo che l'America deve svolgere nel guidare un Occidente coeso, a guardia dei suoi valori fondanti, in un mondo multipolare conflittuale, in spirito di "peace through strength", fermezza e dialogo.

In definitiva la centralità assunta dalla figura di Kirk nella nuova destra statunitense punta verso un adeguamento di quel paese, e dell'Occidente più in generale, alla tendenza evidente dei grandi poli di civiltà nel mondo a ricongiungere le proprie società e istituzioni alle loro radici culturali e religiose profonde. Una tendenza storica fisiologica nel panorama post-globale, che soltanto gli "ultimi giapponesi" delle sinistre relativiste e dell'"Occidente che odia se stesso" si ostinano a non voler vedere, o a considerare come un regresso.




lunedì 22 settembre 2025

“Quando la CEI dimentica Caino: il caso di Galati 5,21”





di Investigatore biblico, 16-09-2025

In Galati 5 Paolo contrappone due vie, due mondi che non possono coesistere nello stesso cuore: da una parte le “opere della carne”, dall’altra il “frutto dello Spirito”. L’elenco che l’Apostolo presenta ha il carattere di una sorta di specchio, in cui ogni comunità cristiana, ma anche ogni singolo credente, può ritrovarsi e discernere se la propria vita è radicata nel dono dello Spirito o piuttosto trascinata dalle forze oscure della chiusura e dell’egoismo. È un testo che invita alla vigilanza, perché non si tratta di astratte categorie morali, ma di concrete realtà che lacerano la vita delle comunità e la pace degli uomini.

Nel versetto 21, così come riportato dalle edizioni CEI, leggiamo: “invidie, ubriachezze, orge e cose del genere”. Si tratta di una formula che sembra chiudere un catalogo già abbondante. Tuttavia, se confrontiamo questo testo con la Vulgata di san Girolamo, notiamo un’aggiunta importante: “invidiae, homicidia, ebrietates, comissationes et his similia”. Qui compare il termine “homicidia”, l’omicidio, assente nella traduzione liturgica italiana. Non è un dettaglio secondario, perché la Vulgata non si inventa nulla: si rifà a una tradizione testuale ben attestata.

Infatti i grandi codici greci – il Codex Alexandrinus (A), il Codex Ephraemi Rescriptus (C), il Codex Claromontanus (D), il Codex Augiensis (F), il Codex Boernerianus (G), e anche il minuscolo 𝛹 (Psi, noto come Codex Athous Lavrensis) – riportano la lezione completa con “φόνοι” (omicidi). Non si tratta dunque di una glossa tardiva, ma di una tradizione ampia e radicata, che la stessa Vulgata ha recepito.

A livello biblico-teologico, questa omissione rischia di attenuare la forza della denuncia paolina. Paolo non intende stilare un semplice elenco morale, ma descrivere con crudezza il volto della carne quando non è redenta: ed esso giunge fino alla soppressione della vita del fratello. Se togliamo “omicidi” dal catalogo, riduciamo la portata universale della sua ammonizione, quasi che i peccati sociali e strutturali non trovassero posto accanto a quelli individuali. Invece, nella prospettiva biblica, togliere la vita a un altro è il culmine della logica della carne, il frutto maturo dell’invidia e dell’odio.

I Padri della Chiesa hanno spesso sottolineato questa connessione. Sant’Agostino, commentando la lotta tra Caino e Abele, afferma che “l’invidia generò l’omicidio, e l’omicidio fu compiuto dal fratello contro il fratello” (De civitate Dei, XV,7). Qui appare chiaro come l’invidia, che Paolo menziona subito prima, porti naturalmente a quel passo ulteriore che è la soppressione violenta. Anche San Giovanni Crisostomo, nelle sue Omelie ai Galati, invita i fedeli a non leggere superficialmente queste liste, perché dietro le parole sta “un’ombra di morte che lacera la comunità”.

Il versetto avrebbe dunque dovuto essere riportato nella sua interezza anche nelle versioni moderne, non per un mero scrupolo filologico, ma per fedeltà al senso profondo del testo. Paolo avverte con forza che la vita secondo la carne non è un peccato privato o interiore soltanto, ma un cammino che, se non interrotto, porta fino alla distruzione della vita dell’altro. E il Vangelo non è estraneo a questo: basta pensare alle parole di Gesù nel discorso della montagna, quando equipara l’ira e l’insulto all’omicidio nel cuore (Mt 5,21-22).

Leggere “invidie, omicidi, ubriachezze, orge e cose del genere” significa allora restituire alla comunità cristiana la piena forza del monito paolino: custodire lo Spirito è custodire la vita, sempre e in ogni circostanza. Dove l’amore viene meno, la vita stessa è minacciata. La fedeltà al testo non è un esercizio erudito, ma una responsabilità teologica, perché la Parola resti lampada che illumina senza attenuazioni, e ammonisca con tutta la sua serietà il cammino dei credenti.






domenica 21 settembre 2025

Dieci anni dopo, una nuova supplica al Papa






Pubblicato 20 settembre 2025



Julio Loredo

Dieci anni dopo la “Supplica Filiale a Papa Francesco sul futuro della famiglia”, una coalizione internazionale di associazioni cattoliche presenta a Papa Leone XIV una “Supplica Filiale e Apprensiva”. La petizione chiede al Pontefice una parola chiarificatrice per superare la crescente confusione tra i fedeli e impedire la relativizzazione dell’insegnamento di Gesù Cristo.

Nel settembre 2015, una coalizione di realtà cattoliche e di respiro internazionale consegnò in Vaticano una supplica filiale a Sua Santità Papa Francesco sul futuro della famiglia. La petizione era corredata da più di 800.000 firme, tra cui 202 cardinali e vescovi. Da allora, la situazione non ha fatto altro che precipitare sempre più in basso. Perciò, esattamente 10 anni dopo, promossa dalle stesse realtà, è stata consegnata in Vaticano due giorni fa una “Supplica filiale e apprensiva a Sua Santità Leone XIV”.

Che cosa dice questa supplica filiale? 
Buongiorno, sono Giulio Loredo, benvenuti nel canale “Visto da Roma”.

Nel 2015 si svolgeva a Roma il secondo Sinodo sulla famiglia. Un’alleanza di potenti organizzazioni, forse politiche, e mezzi di comunicazione promuoveva la cosiddetta ideologia di genere, grimaldello della rivoluzione sessuale, che favoriva usi contrari alla legge naturale e divina, minacciando gravemente l’istituzione della famiglia. Forgiata dalle associazioni Tradizione Famiglia Proprietà, una coalizione internazionale di realtà cattoliche pubblicò allora una “Supplica filiale a Sua Santità Papa Francesco sul futuro della famiglia”, corredata, come ho detto, da 805.000 firme, tra cui 202 cardinali e vescovi. Di fronte al disorientamento dei fedeli, la supplica filiale chiedeva a Papa Francesco, e cito: “Una parola chiarificatrice di Vostra Santità per superare la crescente confusione tra i fedeli e impedire la relativizzazione dell’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo”.

Nel colloquio “Chiesa cattolica, dove vai?”, tenutosi a Roma nel 2018, il cardinale Walter Brandmüller citò proprio quella supplica filiale come una delle iniziative più decisive per preservare la Chiesa dall’errore. Dieci anni dopo, di fronte alle attuali sfide, la stessa coalizione ha deciso di indirizzare a Papa Leone XIV una nuova “Supplica filiale e apprensiva”, consegnata in Vaticano lo scorso lunedì 15 settembre. Leggiamola insieme, almeno qualche brano.

Dopo aver ricordato la situazione del 2015, la nuova supplica filiale a Papa Leone dice, e cito: “Con grande dolore di anima, dobbiamo constatare che, lungi dall’accogliere questa giusta richiesta del gregge, il predecessore di Vostra Santità sulla cattedra di Pietro aggravò ancor più la situazione”.

Continua la supplica filiale a Papa Leone: “Da allora la situazione è continuata a peggiorare, soprattutto riguardo all’accettazione delle unioni e le relazioni omosessuali. Si sono moltiplicate le dichiarazioni di alti prelati che chiedono un’attualizzazione, un aggiornamento dell’insegnamento della Chiesa e una modifica del Catechismo della Chiesa Cattolica nei paragrafi che affermano che l’inclinazione omosessuale è oggettivamente disordinata, che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati e che le Sacre Scritture li presentano come gravi depravazioni”.

Questa nuova supplica filiale non si tira indietro e fa diversi nomi, tra cui: Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della CEI, che pochi giorni fa ha celebrato una Messa per la comunità LGBT nella Chiesa del Gesù a Roma; il Cardinale Jean-Claude Hollerich, relatore dell’ultimo Sinodo, arcivescovo del Lussemburgo; il Cardinale Robert McElroy, arcivescovo di Washington, una punta di lancia dell’agenda LGBT nella Chiesa; il Cardinale Timothy Radcliffe e altri, che non nascondono la voglia di voler modificare l’insegnamento della Chiesa perché lo considerano sbagliato, fuori dal tempo e, addirittura, come ha detto il Cardinale Hollerich, nocivo.

Leggiamo nella supplica filiale a Papa Leone, e cito: “Alla luce di tutto questo, beatissimo Padre, non possiamo non concludere che, sotto il pretesto della misericordia e dell’adattamento alla scienza, vi siano forze che, rendendola irriconoscibile, vogliono reinventare la fede cattolica secondo le passioni del mondo”.

Continua la supplica filiale: “In tale contesto di offensiva aperta per forzare l’accettazione delle unioni omosessuali, è stato particolarmente scioccante vedere che, sotto il pretesto di ottenere le indulgenze giubilari, si sia offerta a gruppi che professano apertamente tali errori un’occasione di grande visibilità. È stato permesso loro di entrare in processione, portando una croce arcobaleno, per la Porta Santa della Basilica di San Pietro”. Si riferisce, ovviamente, al controverso pellegrinaggio delle persone LGBT che c’è stato domenica scorsa a Roma.

“Ma c’è di peggio”, continua la nuova supplica filiale. “Questa vera e propria parata di orgoglio omosessuale è stata preceduta da un’udienza concessa [da Vostra Santità] a padre James Martin, un noto attivista LGBT, il quale ha poi attribuito a Vostra Santità parole di incoraggiamento per il suo attivismo a favore del movimento LGBT”, chiudo virgolette, “senza che” — commento io — “dal Vaticano sia aggiunta una smentita o almeno un chiarimento. E nemmeno sono state smentite, né chiarite, le parole di Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della CEI, alla fine della sua omelia nella Chiesa del Gesù”.

La supplica filiale ricorda, rivolta a Papa Leone, virgolette: “Allo stesso modo, l’arcivescovo Francesco Savino ha dichiarato, al termine di un’omelia nella Chiesa del Gesù, che Vostra Santità gli avrebbe detto: ‘Vada, lei vada a celebrare il Giubileo organizzato dalla Tenda di Gionata e delle altre organizzazioni che si occupano dei fratelli e sorelle omosessuali'”, chiudo virgolette. E anche qui, commento io, nessuna smentita o chiarimento da parte del Vaticano.

La nuova supplica filiale a Papa Leone dichiara che è consapevole che queste manifestazioni erano state programmate nel precedente pontificato e si capisce che, in nome dell’unità della Chiesa, Papa Leone non abbia voluto disdirle. Tuttavia, continua, cito: “Se è legittimo cedere su punti secondari in favore dell’unità della Chiesa, non appare legittimo farlo quando ciò comporti il sacrificio della verità, come insegna Sant’Agostino”, chiudo citazione.

“Questo timore”, continua sempre la supplica filiale, “ci porta a rinnovare la richiesta di una parola chiarificatrice che già formulammo nel 2015 nella supplica filiale a Papa Francesco”. In concreto, la supplica filiale a Papa Leone chiede due cose: primo, di annullare il rescritto di Papa Francesco che conferiva valore di magistero all’interpretazione eterodossa delle ambiguità di Amoris Laetitia; secondo, di revocare — semplicemente revocare — la dichiarazione Fiducia Supplicans.

La supplica filiale a Papa Leone chiude chiedendo la Vostra Benedizione Apostolica: “Assicuriamo le nostre preghiere alla Madonna del Buon Consiglio e a Sant’Agostino, affinché illuminino Vostra Santità in questo delicato inizio di pontificato, in cui involontariamente si trova a confrontarsi con un’eredità di confusione e di divisione molto difficile da sanare”.

Ecco, cari amici, un riassunto della nuova “Supplica filiale e apprensiva a Sua Santità Papa Leone XIV” che questo canale vi ha offerto in anteprima. Nel link sotto indicato potete leggere l’integrale del documento. Diffondetelo, vi prego, diffondetelo fra i vostri contatti, fatelo arrivare al maggior numero possibile di persone.

Ma c’è un ultimo favore che vi chiedo, e questo con tutto il cuore: vorremmo far arrivare questo appello al Santo Padre al maggior numero possibile di persone. Per questo servono le cosiddette campagne di promozione, alcune assai onerose. Vuoi partecipare anche tu a questo sforzo di apostolato? Fai una donazione nel link indicato sotto. Tutte le vostre donazioni saranno indirizzate alle campagne di promozione. Per tutti quelli che aiutano il canale “Visto da Roma” è celebrata ogni mese una Santa Messa a Roma.