sabato 22 febbraio 2025

Terrore in Congo: decapitati 70 cristiani e rapinato un vescovo


I cadaveri di almeno 70 cristiani decapitati sono stati ritrovati il 14 febbraio in una chiesa protestante del Nord Kivu: un massacro attribuito ai jihadisti delle Adf. Anche l’esercito governativo è allo sbando e terrorizza la popolazione: due sacerdoti e il vescovo di Uvira rapinati da tre soldati con le armi puntate. E l'M23 avanza. L'appello di Open Doors.

Africa



Anna Bono, 22-02-2025

Sono almeno 70 i cristiani decapitati rinvenuti il 14 febbraio in una chiesa protestante del Nord Kivu, una delle tre provincie orientali della Repubblica Democratica del Congo nelle quali decine di gruppi armati agiscono quasi incontrastati ormai da decenni. Sono gruppi che combattono per il controllo di territori sempre più estesi e infieriscono sulla popolazione, motivati da divisioni etniche e dall’obiettivo di accedere alle preziose risorse minerarie della regione. Ma uno di questi gruppi, le Allied democratic forces (Adf, Forze democratiche alleate), è spinto anche da un’altra motivazione, con il tempo diventata la principale, quella di combattere in nome di Allah il jihad, la “guerra santa”.

Le Adf si erano formate tra il 1995 e il 1996 in Uganda, sotto la guida di un leader islamista, Jamil Mukulu, per combattere contro il governo. Da oltre 20 anni però hanno trasferito le loro basi nell’est del Congo. Nel 2016 hanno giurato fedeltà all’Isis, lo Stato Islamico, e dal 2019 fanno parte dell’Iscap, la Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico, insieme ad Ansar al-Sunna, i jihadisti attivi in Mozambico. Sono autori di gravissimi attentati, stragi, attacchi a chiese e strutture della Chiesa, quasi sempre messi a segno in Congo, ma anche in Uganda.

Anche se non è ancora del tutto chiaro come si siano svolti i fatti, è alle Adf che si attribuisce il massacro dei cristiani uccisi nella chiesa del Nord Kivu. Si sa che nei giorni scorsi il gruppo ha attaccato diversi villaggi nel Lubero, un territorio densamente popolato, mettendone in fuga gli abitanti. Secondo una ricostruzione, il 12 febbraio alle prime ore del giorno hanno raggiunto Mayba, un villaggio della divisione amministrativa rurale di Baswagha, un’area prevalentemente cristiana, e hanno ordinato agli abitanti di uscire dalle loro abitazioni. Ne hanno catturati una ventina e li hanno portati vita. Poi però, nel tardo pomeriggio, sono ritornati, hanno circondato il villaggio e hanno preso altre 50 persone, in pratica gli abitanti che non erano riusciti a fuggire. Hanno portato tutti i prigionieri in una chiesa della CECA 20 (Comunità evangelica del Centro Africa) di Kasanga, un villaggio vicino, li hanno legati e infine li hanno uccisi a martellate e a colpi di machete.

Secondo un’altra versione dei fatti, ripresa da Open Doors, l’onlus internazionale che aiuta e sostiene i cristiani perseguitati nel mondo, è possibile invece – stando a quanto riportano alcuni siti web di notizie locali – che le vittime siano state prigioniere delle Adf per diversi giorni prima di essere uccise e si tratterebbe degli abitanti di Kasanga e non del vicino villaggio di Mayba. Nei prossimi giorni forse si avranno informazioni più precise, o forse no, considerando la situazione di totale sbando della regione, soprattutto adesso che un altro gruppo armato, l’M23, ha conquistato il capoluogo del Nord Kivu, Goma.

Open Doors ha diffuso un comunicato di ferma condanna della strage e ha rivolto un appello alla società civile, ai governi e alle organizzazioni internazionali affinché diano priorità alla protezione dei civili nella Repubblica Democratica del Congo orientale. «Le violenze – ha commentato John Samuel, un legale dell’onlus – avvengono in un contesto di impunità, dove quasi nessuno è chiamato a risponderne. Questo massacro è un chiaro indicatore delle diffuse violazioni dei diritti umani contro i civili e le comunità vulnerabili, spesso contro i cristiani, perpetrate dalle Adf».

«Questi atti terroristici – spiegava monsignor Cyrile Kambale, vescovo della diocesi di Beni all’indomani di una delle stragi compiute dalle Adf lo scorso agosto – non sono soltanto una minaccia per la nostra sicurezza, ma continuano anche a impoverire la popolazione cristiana locale. Come cristiani viviamo nella paura ogni giorno, non possiamo continuare a vivere nel terrore che in qualsiasi momento potremmo essere attaccati dagli islamisti». Invano il vescovo denunciava una situazione insostenibile a causa della frequenza e della ferocia degli attacchi jihadisti. La sua richiesta di interventi urgenti alle autorità governative è caduta nel vuoto. Neanche gli oltre 16 mila caschi blu della Monusco, la missione Onu di peacekeeping, che pure sono dispiegati in gran parte nel Nord e nel Sud Kivu, intervengono, se non occasionalmente, in difesa della popolazione che difatti più volte ne ha attaccato le sedi, furiosa di non esserne protetta.

Quanto all’esercito governativo, le FARDC (Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo), la gente quasi lo teme quanto i gruppi armati, tante sono le prepotenze, le violenze e gli abusi operati dai militari e che restano impuniti. Il 20 febbraio ha fatto esperienza della loro brutalità persino il vescovo di Uvira, monsignor Sébastien Joseph Muyengo Mulombe. La città potrebbe presto cadere nelle mani dell’M23 che da Goma si è spinto verso sud, ha già conquistato Bukavu e sta marciando verso Uvira. Per questo in città si è concentrato l’esercito governativo o quel che ne resta, dopo che i suoi soldati, a migliaia, hanno disertato e dopo che i suoi generali si sono messi al sicuro nella capitale Kinshasa, a 2.600 chilometri di distanza.

Il 20 febbraio alcuni soldati sono entrati nel complesso della diocesi di Uvira e hanno aggredito il vescovo e altri sacerdoti. Ecco che cosa è successo, raccontato da uno dei sacerdoti in un comunicato: «Noi, Sua Eccellenza Monsignor Sébastien Joseph Muyengo Mulombe, Vescovo di Uvira, e i sacerdoti don Ricardo Mukuninwa e don Bernard Kalolero, siamo appena scampati alla morte questa mattina alle 8:30 presso la sede vescovile di Uvira. Tre soldati delle FARDC in uniforme sono entrati nel complesso della diocesi, minacciando prima il guardiano, il signor Mwamba, e il cuoco, il signor Jean. Sono uscito per incontrarli e chiedere informazioni sulla situazione, ma hanno puntato le armi da fuoco contro tutti noi e ci hanno buttati a terra insieme al Vescovo. Ci hanno rapinato prendendo soldi, telefoni e altri beni. Ci hanno chiuso poi nelle nostre stanze minacciando di ucciderci al minimo gesto, per potere perquisire tutta la casa». «Gloria a Dio, se ne sono andati – conclude il comunicato rivolto ai fedeli –. Se ci cercate sui nostri cellulari, non siamo raggiungibili».




Fonte

VUOI TROVARE DIO? VUOI ASCOLTARE LA SUA VOCE?





da Fulton J. Sheen, da "La più grande urgenza"

Una delle più grandi mancanze dei nostri giorni è precisamente IL SILENZIO. La vita moderna pare avere una vera passione per il chiasso, per il trambusto, per la confusione. Un desiderio eccessivo per tutto ciò che distrae, per la ricerca dei divertimenti, il continuo andare e venire, i vari eccitamenti e brividi, il movimento per il puro gusto del movimento.

Qual è la ragione di questa passione per tutto ciò che ci distrae?

La ragione vera sta in quel grande desiderio che gli esseri umani hanno di realizzare quella cosa che è a loro impossibile, cioè: sfuggire a sé stessi. Essi non amano stare soli con sé stessi perché non ci trovano gusto; non amano stare da soli con la loro coscienza perché essa li rimprovera. Essi non amano stare tranquilli perché i passi del "Levriero del Cielo" possono essere uditi nel silenzio e non nel frastuono. Essi non amano stare in silenzio, perché la Voce di Dio è simile ad un sussurro e non può essere udita nel tumulto delle vie cittadine.

Tutte queste ragioni, per cui il mondo moderno ama la distrazione, si possono ridurre a questa: ciò che distrae soffoca la Voce di Dio e anestetizza la coscienza.

Il risultato è che ben poche persone conoscono sé stesse. Conoscono gli altri meglio di loro. E questa è la ragione per cui pochi vedono le proprie colpe.

Per rimediare a questo stato di cose occorre meno musica, meno distrazioni, meno frastuono, e un po' più di silenzio. Dobbiamo ritirarci nel deserto delle nostre anime per godervi un po' di riposo, un po' di distacco dagli uomini e un po' di raccoglimento con Dio; un po' di quiete che permetta all'anima di sensibilizzarsi ai "Sussurri di Dio"; la fuga dalle massime moderne, dai cavilli delle nuove filosofie; dagli eccitamenti sensibili che disturbano l'anima.

Un po' di ritiro ispirato all'esempio di Cristo, di Colui che, tra tutti gli uomini, era quello che aveva meno bisogno di una preparazione di silenzio per una vita di attività e invece ha fatto precedere alla sua vita di apostolato una preparazione di silenzio e preghiera superiore a quella di tutti gli apostoli; un po' più di tranquillità ispirata all'esempio di Gesù che, pur assorbito da un vortice di dinamismo, sapeva passare le notti in preghiera sulle montagne.

Il silenzio è la condizione indispensabile per entrare in noi stessi, cioè, in definitiva, per trovare Dio. Non dipende dall'ambiente in cui ci troviamo, ma dipende dai pensieri coi quali c'intratteniamo. Il silenzio è quell'attività per cui ogni nostra facoltà -intelligenza, cuore, volontà- è protesa verso l'interno tutta attenta ad ascoltare la Voce di Dio.




Fonte web 


L’autorità di insegnamento della Chiesa è compromessa quando esso non è chiaro o addirittura ambiguo


Statua di San Pietro bronzea nella Basilica di San Pietro





di John M. Grondelski, 21-02-2025

Sabato 22 febbraio si celebra la festa della Cattedra di Pietro. È un’occasione per i cattolici di ricordare i doni del Signore alla sua Chiesa sotto forma di autorità didattica, simboleggiata sia dalla Cattedra che dalle chiavi. Si celebra soprattutto l’autorità didattica della Santa Sede ma, indirettamente, anche dei vescovi di tutto il mondo in comunione con essa e con questo insegnamento. Se la missione della Chiesa è quella di condurre gli uomini, soprattutto il popolo di Dio, sulla retta via verso Dio in questo mondo e nell’altro, essa deve essere in grado di insegnare “con autorità e non come gli scribi” (Mt 7,29).

In questa festa, non rivolgo la mia attenzione a coloro che insegnano, ma a coloro che fanno l’insegnamento. Non ci vuole una particolare perspicacia nei “segni dei tempi” per capire che l’ufficio di insegnamento della Chiesa oggi è sempre meno ascoltato. E l’onestà esige che gli insegnanti esaminino il loro ruolo in questa situazione.

L’autorità di insegnamento della Chiesa è compromessa quando non è chiaro, quando una formulazione attenta e chiara dell’insegnamento viene messa da parte per osservazioni fuori dagli schemi, ex tempore. Non si tratta né di “pastorale” né di sminuire il “clericalismo”, anche se alcuni pensano che lo sia. Contribuisce semplicemente a creare confusione. Questa confusione aumenta quando l’insegnamento ecclesiastico consolidato viene trattato come non consolidato, raramente in modo esplicito, ma di solito attraverso un “dialogo” continuo che lascia il suggerimento di un “cambiamento”. La confusione aumenta quando questi suggerimenti vengono avanzati attraverso l’arte del non detto o mascherati da “discretio”.

Infine, la più grande autolesione della Chiesa nei confronti della sua autorità di insegnamento rimane lo stillicidio degli scandali di abusi sessuali clericali, soprattutto omosessuali, che sembrano apparire con una tale regolarità da essere praticamente considerati “normali”, almeno statisticamente. Nella sua classica dichiarazione nell’Evangelii nuntiandi (n. 41) Papa Paolo VI disse che “‘L’uomo moderno ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri è perché sono dei testimoni’”. E mentre abbiamo sentito molto parlare di “tolleranza zero” nei confronti di questi abusi, le loro continue manifestazioni suggeriscono che, in pratica, non è cambiato molto. E, finché non cambierà, l’autorità vitale della Chiesa in materia di insegnamento – specialmente su questioni di moralità sessuale – rimarrà compromessa e inascoltata in un mondo che ne ha disperatamente bisogno.

Queste potrebbero essere le riflessioni degli insegnanti che celebrano la festa di oggi.






venerdì 21 febbraio 2025

L'ideologia antiumana e il trionfo della morte








Roberto PECCHIOLI, 21 Febbraio 2025

La nostra esausta civilizzazione celebra in varie maniere il trionfo della morte. Corre senza fermarsi verso la fine biologica ammantata di nobili fini. Non c’è soltanto l’estensione del progetto di eutanasia (approdato in Italia con la legge sul suicidio assistito della regione Toscana), ufficialmente avviato nel 2000 dal solito George Soros con il suo Progetto Morte.

L’attacco alla vita umana prosegue con la proclamazione a diritto universale dell’aborto (salute riproduttiva nella neolingua globalista) e con la promozione del sesso sterile, omosex e non solo. 

La perfetta ideologia antiumana è però quella ecologico-climatica. Promossa anch’essa dalle oligarchie mondialiste, maschera il suo disegno di riduzione della popolazione dietro le parole d’ordine dell’ambientalismo estremo, che considera l’essere umano il male assoluto. Gli attivisti più eccitati, seguaci della corrucciata Greta, militanti di gruppi i cui nomi trasudano odio anti umano (Ultima Generazione, Extinction Rebellion) sarebbero sorpresi di sapere che le loro parole d’ordine sono state inventate dagli stessi oligarchi miliardari che detestano. 

La Fondazione della famiglia Rockefeller, padrona del petrolio (!!) , attiva dal 1913, ha fondato ben 990 associazioni ambientaliste. Il nucleo di questa ideologia è che l’essere umano, per volontà di potenza, è nemico del pianeta Terra, ribattezzato con il nome animistico di Gaia. Perciò la sua presenza va drasticamente diminuita, in singolare coincidenza di obiettivi con l’agenda malthusiana delle élite. I più radicali propendono per l’estinzione della nostra specie.

Per salvare il pianeta occorre quindi la scomparsa -possibilmente rapida e volontaria- dell’unico abitatore della Terra che abbia coscienza di sé. Il programma, in questa parte di mondo ossessionata dalla freudiana todestriebe (pulsione di morte), funziona benissimo. Basta guardarsi intorno: strade senza bambini, scuole chiuse, altalene vuote. Il deserto avanza a grande velocità. In dieci anni le nascite sono diminuite di circa un quarto.

Anziché lavorare per invertire la tendenza, la cultura dominante (cioè delle classi dominanti) aumenta la pressione per l’eliminazione di vecchi, malati, depressi, di tutti coloro cioè che non servono più al sistema produttivo. Margaret Sanger, fondatrice della più importante organizzazione antinatalista del mondo, Planned Parenthood, scrisse alcuni decenni fa che “la cosa più misericordiosa che una famiglia numerosa può fare a uno dei suoi figli è ucciderlo". Apologia dell’assassinio. 

L’economista francese alla moda Corinne Maier, nel libro No Kid (nessun bambino). Quaranta ragioni per non avere figli, lamenta di essere due volte madre. Ci sono molte ragioni contro la maternità: il parto è una tortura, i figli implicano la morte del desiderio, trasformano la madre in un biberon ambulante, allevarli è un fardello pesante ed è difficile liberarsene quando diventano grandi. Inoltre, ecco il movente green, affinché il pacchetto ideologico sia completo: “ogni bambino nato in un Paese sviluppato è un disastro ecologico per l’intero pianeta”. Confessa che, se avessi saputo, non avrei concepito.

Il calcolo economico sconsiglia di avere figli: le abitazioni costano, le tasse aumentano, ci vogliono due stipendi per sostentare una famiglia. Prima ne bastava uno e le madri educavano i bambini a casa anziché mandarli all’asilo nido. La coppia ideale postmoderna (etero o omo, poco importa) è descritta dall’acronimo DINKS (double income no kids), doppio reddito, nessun figlio. Più consumo, più divertimento (qualunque cosa significhi) maggiore “realizzazione” individuale. Intanto i poveri del mondo continuano ad avere figli anche se non possiedono tre automobili per famiglia, una televisione in ogni stanza e non vanno in vacanza dall'altra parte del globo. Forse proprio per questo.

Anche le mode influiscono, ovviamente: è più fashion essere professionisti di successo, le relazioni provvisorie senza impegno sono molto più moderne dell’antiquato matrimonio. Se proprio abbiamo bisogno di affetto, bastano i beniamini a quattro zampe. Campano pochi anni, hanno bisogno di meno cure, si possono tenere sotto controllo.

Oprah Winfrey, stella televisiva americana, influente icona progressista, lo ha riassunto in modo insuperabile: "Non avrei potuto avere la vita e la carriera che ho se avessi scelto di avere figli". Lascia il fastidio delle piccole pesti ai poveri e agli sfigati.

Sincera, non si rifugia nel moralismo ambientale. Il peso dei terrori climatici è sorprendente, divenendo la principale preoccupazione di coloro che affermano di non voler riprodurre la specie e la società. Verena Brunschweiger, scrittrice e attivista femminista tedesca, sostiene che "i bambini sono la cosa peggiore che si possa fare all'ambiente. Sono i più grandi killer climatici e quindi una vita senza figli è l'unica via razionale, etica e moralmente giustificabile per uscire dalla miseria climatica verso cui il mondo si sta dirigendo". 

Eh sì, perché per ogni bambino che non mettiamo al mondo “risparmiamo 58,6 tonnellate di CO2 all'anno. Una bella soddisfazione.

Non possono mancare le opinioni del mondo dello spettacolo, tanto importanti per generazioni non pensanti. La cantante britannica Blythe Pepino, vegana, che ha deciso di non salire più su un aereo e di smettere di guidare per raggiungere rifiuti zero, guida il movimento Birth Strike for Climate (sciopero delle nascite per il clima) per rispondere efficacemente alla "minaccia esistenziale della crisi ecologica". Sarà certo una sostenitrice delle smart cities, le città “furbe” in cui non ci si può spostare se non entro i fatidici quindici minuti prescritti dal vangelo green. Miley Cyrus ha dichiarato: "Non porterò nessuno in questo mondo finché non avrò la sensazione che saranno in grado di crescere in un posto dove ci sono ancora pesci nell'acqua". In attesa dell’evento, anche la pubblicità fa la sua parte. Nel video di una marca di profilattici compaiono bambini urlanti e anziani abbandonati, mentre una voce tra il suadente e l’allarmato così invita all’acquisto: pensaci due volte prima di avere figli. 

Il filosofo morale (??) australiano Peter Singer propende per l’aborto postnatale, il nome politicamente corretto dell’infanticidio. Uno dei precursori dell’onda antiumana per motivi climatici fu il biologo Paul R. Ehrlich, autore nel 1968 de La bomba demografica, che profetizzò la morte di fame a causa dell'inquinamento e della sovrappopolazione di centinaia di milioni di persone nel decennio successivo; troppa gente sul pianeta e chiunque abbia più di due figli dovrebbe essere visto come un pericolo. 

Analogo catastrofismo animò il Rapporto sullo Sviluppo del Club di Roma (1972) fondato da personalità legate ai Rockefeller. Intanto sorgono, soprattutto negli Stati Uniti, associazioni che promuovono l’estinzione umana in nome della conservazione della vita sulla Terra. Il Movimento Volontario per
l’Estinzione Umana propone il divieto di riprodursi per raggiungere la graduale estinzione degli esseri umani, “incompatibili con la biosfera”. C’è anche una Chiesa dell'Eutanasia, il cui motto recita “salva il pianeta: suicidati”. Gli assi della proposta di questi gruppi sono non avere figli, suicidarsi, abortire, praticare il cannibalismo per non nuocere ad altre specie animali e, in materia sessuale, compiere solo atti sodomitici per non procreare.

Fanatici, certo, ma in linea con l’agenda di lorsignori. Le istruzioni su come uccidersi per asfissia con l'elio furono rimosse dopo che una donna le aveva seguite per suicidarsi. Un altro caso sconcertante di suicidio “climatico” è accaduto in Belgio, dove un trentenne padre di due figli avrebbe deciso di porre fine alla sua vita dopo aver avuto conversazioni sul futuro del pianeta con un chatbot di intelligenza artificiale. Secondo la vedova, l’uomo era diventato eco-ansioso e aveva scaricato da un’app specializzata l’apparato, chiamato
Eliza, che lo avrebbe incoraggiato a suicidarsi dopo che il poveretto aveva manifestato l’intenzione di sacrificarsi per salvare il pianeta. Il giovane conduceva un’esistenza normale sino a quando non venne colto dall’ossessione per il cambiamento climatico. Secondo chi ha esaminato le conversazioni tra l'uomo e il chatbot, Eliza alimentava le sue preoccupazioni, che peggiorarono la sua ansia e si trasformarono in pensieri suicidi.

La follia autolesionista avanza in Occidente e nell’Estremo Oriente occidentalizzato (Giappone, Corea del Sud). Altrove la popolazione aumenta, la gente osserva il nostro suicidio e torna a letto sorridente, lasciando che i morti seppelliscano i morti in nome di Gaia. Il pianeta che vive, l’uomo che muore.


Sono tutti al servizio dell’Omicida fin da Principio
Sancte Mikael Arcangele, defende nos in proelio!








Lo “spirito del sinodo” è più forte dello “spirito del concilio”?



“Sinodalità” che è in gran parte uno slogan, perché mai l’istituzione ecclesiastica è stata così centralizzata. In realtà, parlare di sinodalità è un modo di mettere insieme a buon mercato lo “spirito del Concilio” con lo “spirito del Sinodo”.



Newsletter n° 1162 del 14 febbraio 2025 di Paix Liturgique

Mentre i “gentili organizzatori” della sinodalità hanno appena avuto alla testa un altro dei loro oppositori — il vescovo di Tolone, mons. Rey — i “segni dei tempi” che le stesse persone considerano al di sopra del magistero della Chiesa, della parola di Dio e dello Spirito Santo si accumulano e puntano tutti nella stessa direzione: verso una sinodalità che si afferma come irreversibile, e dove la volontà del mondo si spaccerà per quella di Dio. Seguiranno amministrazione e comunicazione. Quanto ai fedeli, non vengono presi in considerazione, anche se tutto questo dovrebbe «dare voce al popolo di Dio».

Sinodalità che è in gran parte uno slogan, perché mai l’istituzione ecclesiastica è stata così centralizzata. In realtà, parlare di sinodalità è un modo di mettere insieme a buon mercato lo “spirito del Concilio” con lo “spirito del Sinodo”.

L’Istituto Superiore di Pastorale Catechetica di Parigi al timone

All’avanguardia della riforma sinodale, l’Istituto superiore di pastorale catechistica organizza nel prossimo febbraio a Parigi un convegno dal titolo Istituire nuovi ministeri: un’urgenza missionaria. Ecco la descrizione: “Dal 17 al 19 febbraio 2025, l’Istituto Superiore di Pastorale Catechistica (ISPC) vi invita a partecipare al suo 12° Colloquio Internazionale. La riflessione si concentrerà sull’istituzione di nuovi ministeri come risposta missionaria urgente, in connessione con le recenti riforme di Papa Francesco. Se la natura missionaria della Chiesa trae «la sua origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre» (AG 2), per Papa Francesco la trasformazione missionaria della Chiesa non può farsi senza una trasformazione delle strutture (EG 27).

Da qui il Motu proprio Spiritus Domini che apre alle donne i ministeri del lettore e dell’accolitato e il Motu proprio Antiquum ministerium che istituisce il ministero del catechista.

Partecipa a questo simposio per affrontare domande come:

Come possiamo comprendere questo passaggio da un “ministero della catechesi” all’istituzione di ministri catechisti?

In che modo l’accoglienza di nuovi ministeri contribuisce a un nuovo kairos per l’annuncio del Vangelo?

La questione è stabilire ministri che rispondano alle necessità della comunità e/o riconoscere carismi che saranno messi al servizio della conversione pastorale e missionaria della Chiesa?

Le risposte sono ovviamente già state date: «Alternando conferenze e lavori di gruppo, il Convegno ci inviterà ad affrontare queste questioni partendo dal principio della pari dignità dei battezzati (LG 32). 

Bisognerà innanzitutto attingere alle fonti scritturali e ritornare alla storia delle missioni e al Concilio Vaticano II. Concentrandosi, tra l’altro, sulle nozioni di carismi, collaborazione, cooperazione e discernimento, si tratterà poi di capire come favorire la creazione di nuovi ministeri di cui la Chiesa ha bisogno, senza pensarli come in competizione tra loro. Anche la liturgia sarà messa in discussione perché manifesta i doni dello Spirito al servizio della partecipazione di tutti all’unico mistero attraverso un “multi-ministero”. Infine, si parlerà del discernimento ecclesiale e della formazione dei candidati ai ministeri, per riconoscere la chiamata dello Spirito a servire il bene comune della Chiesa“.

Il “bene comune”, come “l’urgenza”, sono evidentemente solo pretesti per marcare un processo già ben rodato. Dopo il motu proprio Spiritus Domini di Papa Francesco del gennaio 2021, Astrid Kaptjin, teologa di Friburgo, ha spiegato: “Per gli uomini, [la missione] è stata conferita con stabilità, quindi possiamo dire ‘per tutta la vita’.” Per le donne, ciò era possibile solo con un mandato limitato nel tempo.

Ed è qui che sta il grande cambiamento: questo nuovo testo di Papa Francesco e le modifiche che apporta al Codice di Diritto Canonico fanno sì che ora anche le donne possano ricevere stabilmente questi stessi ministeri. […] Mi sembra che questa sia la prima volta che le donne possono ricevere ministeri per la vita in questo modo […] Penso quindi che sia piuttosto un’apertura per mostrare che i laici nella Chiesa – e anche le donne – possono ricevere ministeri istituiti“.

E nel farlo, spiega le intenzioni del gruppo di riformatori che hanno scritto questo testo e altri: “Penso infatti che si tratti di uno spiegamento verso una maggiore diversificazione del sacerdozio comune […]. Lo stesso Papa Francesco sottolinea che era già presente nel motu proprio Ministeria Quaedam del 1972. E come ripete nella sua lettera al cardinale Ladaria, non è escluso che emergano altri ministeri istituiti, che dovranno essere approvati dalla Santa Sede. Possiamo quindi aspettarci uno sviluppo“.

Andare il più lontano possibile nella demagogia


Papa Francesco non permetterà alle donne di diventare prete, o addirittura diaconesse, e ancora meno l’ordinazione di preti sposati, perché ciò equivarrebbe a diluire il cattolicesimo in un neo-protestantesimo. Come ha detto a proposito del Cammino sinodale tedesco che esigeva tali cose: “In Germania esiste già un’ottima Chiesa protestante. Non ci serve una seconda”. Ciò che conta è lo “spirito del Sinodo”, ma in una Chiesa governata dal pugno di ferro.

D’altro canto, si moltiplicano e continueranno a moltiplicarsi le elusioni demagogiche. Su questo tema delle funzioni affidate alle donne nella Chiesa, come abbiamo detto nella nostra Lettera 1154 del 27 gennaio 2025, nomina una suora prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ma in quanto laica (che è una suora, che non riceve gli ordini sacri) nomina pro-prefetto il cardinale Ángel Fernández Artime, che firmerà tutti i documenti insieme al prefetto. In altre parole, non è prefetta di nulla, ma fa tutto come un prefetto.

Allo stesso modo, nella diocesi di Bruxelles, la signora Rebecca Alsberge, madre di quattro figli, è stata nominata coordinatrice territoriale del Brabante Vallone con il titolo di delegata episcopale. L’arcivescovo chiese ai suoi sacerdoti di nominare questo vicario generale nella preghiera eucaristica. Anche in questo caso la riforma si basa su una cosiddetta richiesta dei fedeli, ignorata sotto quasi tutti gli altri aspetti – e in particolare quando i vescovi cattolici belgi hanno permesso alla dittatura sanitaria di proibire e poi interrompere pesantemente il culto, con un limite di 15 fedeli per messa per mesi e mesi: “le indicazioni tengono conto della richiesta ripetuta di sacerdoti e cristiani di poter pregare insieme per il loro nuovo capo del Vicariato. Aggiungeremo perciò nella preghiera eucaristica la menzione o del suo titolo, o del suo titolo e del suo nome […] la delegata episcopale entra in processione accanto a colei che presiede la celebrazione, siede al primo posto dell’Assemblea. Il delegato episcopale è presente nel corteo funebre d’uscita insieme al celebrante“.

Seguono alcuni modelli di preghiera eucaristica in sua presenza: “Li presentiamo in unione con il tuo servo, il nostro papa N., il nostro vescovo N., tutti i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, il nostro delegato episcopale N., e tutto il popolo che hai redento“. Oppure ancora, c’è la scelta del momento in cui Rebecca viene citata nel canone: “Ti preghiamo di tenerci sempre in comunione di mente e di cuore con il nostro papa N, il nostro vescovo N e il nostro delegato episcopale N.” Oppure ancora: «Ricordati, Signore, della nostra Chiesa diffusa su tutta la terra: fa’ che cresca nella tua carità in unione con il nostro papa N, e con il nostro vescovo N, con tutti i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, con il nostro delegato episcopale N, e con tutti coloro che hanno cura del tuo popolo».

Il 20 dicembre, Riposte Catholique è tornata su questa vicenda, molto più rivelatrice di quanto sembrasse: “In un decreto del 6 novembre, la delegata episcopale ha deciso di poter prendere la parola tre volte durante la celebrazione liturgica: dopo il saluto liturgico iniziale, prima della benedizione finale e dopo il Vangelo, per far ‘risuonare la parola di Dio’ […] Questa notizia non fa che mostrare la distorsione che il paradigma della sinodalità sta dando alla struttura gerarchica della Chiesa“.

L’autore spiega che “per aggirare il diritto canonico che prevede vicari episcopali che siano almeno sacerdoti […] è aumentato il numero di delegati episcopali che di fatto fanno tutto ciò che dovrebbero fare i vicari, compreso far parte del Consiglio episcopale, ma senza essere ordinati”. Nella fattispecie, «la signora Charlier-Alsberge ha ricevuto la nomina di delegata per il vicariato del Brabante Vallone dopo che il vicario episcopale, il vescovo ausiliare Jean-Luc Hudsyn, è diventato emerito […] Si tratta di una “successione” che porta la signora in questione a esercitare l’autorità di un vicario episcopale“.

Notiamo inoltre che sono in aumento le introduzioni clandestine di laici in ruoli clericali. Inoltre, con il motu proprio Spiritus Domini, Papa Francesco ha disposto che i ministeri del lettore e dell’accolitato possano essere conferiti anche alle donne, decisione di puro principio, poiché esse già esercitavano tali funzioni. Vediamo donne che non sono sacerdoti ma “ministri” che partecipano alle concelebrazioni. In Svizzera, a Zurigo, l’agente pastorale di Zurigo, Monika Schmid, ha concelebrato e persino presieduto le concelebrazioni, ovviamente affiancata da veri sacerdoti. Vediamo anche delle signore, non diaconesse ma quasi, che tengono l’omelia indossando un camice e qualcosa che sembra una stola. Come afferma l’articolo di Riposte Catholique già citato: “Un altro modo di abusare del diritto canonico è quello di fare dell’omelia una risonanza della parola di Dio”. Anche qui la legge della Chiesa è chiara: “l’omelia è riservata al sacerdote o al diacono” (can. 767 §1), a causa della dipendenza del ministero della predicazione e dell’insegnamento dall’ordine sacro. Quindi la signora delegata non ha l’autorità di parlare dopo il Vangelo […] quanto alla ”risonanza”, essa non è prevista nell’ordinamento liturgico“.

Cantiamo sinodalmente all’unisono, chiedono i vescovi canadesi!


C’è un documento molto interessante della Conferenza episcopale cattolica canadese online – fortunatamente specificano – datato giugno 2022, sotto il titolo CCEC 6/2022 Liturgia e sinodalità.

In quest’ultimo, intrecciano in modo particolare le lodi al canto all’unisono – come i protestanti del loro tempo: «l’unisono delle voci, segno dell’unione dei cuori». Nella Sacrosanctum Concilium, la voce appare chiaramente come il principale strumento di partecipazione. Gli esempi sono molteplici, ma ne citeremo solo uno“.

E per sviluppare il concetto: “ciò vale in modo particolare per il canto liturgico, che permette di sentire con tutto l’essere che coloro che interpretano questo canto “formano un corpo”. Ma ciò si può dire di ogni partecipazione vocale […] l’impegno concreto e fisico dei membri dell’Assemblea manifesta chiaramente la natura ecclesiale dell’azione liturgica, agendo così direttamente sulle loro disposizioni interiori, e in particolare sul senso comunitario e fraterno».

A cui questi coraggiosi vescovi aggiungono che è necessario sinodalizzare gli spazi liturgici. Potremmo ricordare il documentario sull’evoluzione rivoluzionaria del cattolicesimo nel Quebec nei primi anni ’70, Tranquillement, pas vite, in cui abbiamo assistito all’impressionante distruzione di chiese divenute inutili. Ebbene, dobbiamo continuare a distruggere quelle che restano: “Nella maggior parte delle chiese del Québec e del Canada francese, la liturgia risultante dalla riforma del Vaticano II viene celebrata in spazi progettati per la liturgia del Concilio di Trento. In quest’ultimo caso, l’assemblea non ha avuto alcun ruolo; era spettatrice dell’azione compiuta dal ministro ordinato. Affinché la liturgia contribuisca alla costruzione di una Chiesa sinodale, non possiamo esimerci dal ripensare i nostri spazi liturgici. Le numerose riorganizzazioni pastorali attualmente in corso offrono opportunità di sperimentazione e di ricerca comune. La disposizione dello spazio liturgico non è solo di natura estetica – il che sarebbe già immenso; comporta conseguenze ecclesiologiche e sacramentali. Quando questa questione verrà presa sul serio? »

Sinodalizziamo le chiese! Sinodalizziamo il canto in chiesa! È vero che pensare è disobbedire, cantare a quattro voci, insomma è fomentare la rivolta. Era necessario riflettere sulla forza di questo simbolo: lo spirito del Sinodo esige che cantiamo con una sola voce, all’unisono.

Traduzione a cura della redazione del blog Il fumo di Satana 

(fonte: paixliturgique.com)






Obbligo di vaccinarsi vs libertà di suicidio assistito




Appunto sulla legge della Regione Toscana sul suicidio assistito. Di Sandro Apa



Di Dalla Rete, 21 Feb 2025

Uno degli opinionisti permanenti del quotidiano del gruppo editoriale Gedi, quello che insegna ai bempensanti come e che cosa essi devono pensare per pensarla bene, plaudendo alla recente legge regionale che di fatto liberalizza il suicidio assistito, tira fuori il consueto campionario di luoghi comuni sulla libertà, compresa quella di farsi uccidere.

A parte il fatto che il pulpito da cui giunge tale predica non pare molto coerente, visto che all’epoca degli obblighi vaccinali non aveva tenuto analoga posizione e si era invece schierato per l’obbligo, bollando come pretestuosa ed esecranda ogni rivendicazione di libertà in tal senso, andrebbe osservato che la libertà di ricorrere al suicidio assistito non è propriamente tale e si fonda su un presupposto falso, smentito anche dal restante ordinamento giuridico italiano.

Intanto va considerato che il diritto alla vita non è un diritto disponibile: a nessuno lo Stato riconosce il diritto di eliminare la vita umana. Il fatto che il codice penale punisca l’omicidio ma non il suicidio non può significare il riconoscimento del diritto di ammazzarsi, e nemmeno dichiara che esso, il suicidio appunto, sia non punibile in sé: esso non è punibile per la semplice considerazione che la morte del colpevole estingue il reato e di conseguenza non può essere punibile l’omicidio di se stessi perché esso provoca la morte del colpevole e la conseguente estinzione del reato, che tale idealmente resta e non diventa un generico atto di disposizione di quel bene, appunto indisponibile, che è la vita.

Se il suicidio fosse un diritto, lo Stato avrebbe il dovere di tutelarlo, se non agevolandolo, almeno impedendo qualunque azione di ostacolo al suo compimento; invece quando qualcuno cerca di darsi la morte, magari gettandosi nel vuoto o ingerendo sostanze venefiche, forze dell’ordine e medici si attivano subito, nel primo caso anche con rischi per la propria incolumità personale e impiego di sconfinata pazienza, per far desistere l’aspirante suicida, o, nel secondo, per salvarlo prima che i veleni facciano effetto.

Quello che invece costituisce l’allarmante novità e lo scardinamento del principio fondamentale della tutela della vita umana, è invece il riconoscimento del suicidio assistito, ossia, di fatto, la depenalizzazione di un tipo di omicidio del consenziente: se uno, dopo essere stato derubato, decide di regalare al ladro il provento del furto, trattandosi di cosa disponibile, fa venir meno, sia pure in un momento successivo, l’illiceità del comportamento. Poiché però la vita umana, come si è dianzi dimostrato, non è un bene disponibile, neppure dal suo titolare (il quale, giova ricordarlo, non ne è il proprietario, ma l’assegnatario, cosa ben diversa, e come tale lo considera la legge, anche quella dello Stato, oltre che quella divina, con buona pace dei laicisti ad oltranza) chi provoca la morte di persona consenziente è comunque punito per omicidio; il consenziente non viene punito per la ragione dianzi esposta, estinguendosi cioè il reato per la sua morte.

Non è vera e non è sostenibile l’argomentazione, fin troppo ripetuta, che “il corpo è mio e ne faccio quello che voglio” (le femministe, meno raffinate, usavano strillare “e me lo gestisco io”, come se si trattasse di un esercizio commerciale): sia perché, come si è già dianzi osservato, il corpo non è un oggetto riconducibile alla proprietà privata (ed è singolare che proprio gente di ispirazione marxista pretendesse per questo aspetto di difendere proprio la proprietà privata!), sia perché analoga argomentazione fu respinta sdegnosamente da quegli stessi che ora la invocano – e lo fu in modo anche sguaiatamente sdegnoso e minaccioso dallo stesso Presidente della Repubblica – quando si sostenne che l’obbiezione di coscienza contro i vaccini non era ammissibile e che costituiva un pretesto per sottrarsi ad un obbligo quanto meno morale, se non sociale. A parte la successiva dimostrazione dell’infondatezza scientifica di quell’obbligo, rimane il quesito se la vita umana sia soggetta alla volontà del titolare oppure no. O lo è a fasi alterne e secondo la convenienza del padrone politico di turno?

Nel campionario di stupidità e luoghi comuni, non può mancare da altre e numerose parti l’invito sdegnoso e scandalizzato di seguire l’esempio dei Paesi più civili di noi: quali sarebbero questi fari di civiltà? I Danesi, per caso? Quelli che risolvono il problema delle malformazioni della popolazione con l’aborto eugenetico (nulla di nuovo, se non nei modi: nell’Ellade già secoli fa esisteva il volo dalla rupe Tarpea)? Gli Svedesi o i Norvegesi, che hanno il più elevato numero di suicidi? Gli Inglesi, che hanno costruito il loro impero sulla predazione sistematica degli altri popoli e la cui gloriosa Marina ebbe origine dalla pirateria (è noto che Francis Drake era un corsaro e che come tale avrebbe dovuto concludere la propria esistenza impiccato ad un pennone, ma la disinvolta sovrana britannica, non riuscendo con le proprie navi a catturarlo, lo nominò Sir e lo pose a capo della Marina: con le attrezzate navi corsare di lui e le modeste navicelle di lei, la regina autorizzò il corsaro a depredare gli altri a favore della corona britannica)? Gli olandesi, che campano di tulipani, droga e prostituzione?

Passando a considerazioni anche più pratiche, ed osservando preliminarmente che la legislazione penale non è materia di competenza regionale e che pertanto una Regione non può depenalizzare quello che è e resta un reato, per la precisione un delitto, solo gli ingenui possono credere alla lacrimosa favoletta del malato gravissimo in condizioni tali da non potersi neppure uccidere da sé: è ovvio che questi casi estremi, per fortuna solo rare eccezioni prese a pretesto per introdurre una regola perversa, sono degne del massimo rispetto e di assoluta comprensione, ma non possono giustificare l’adozione di un principio eversivo: intanto il medico ha il dovere di alleviare come può le sofferenze, ma non può decidere di sopprimere il malato, neppure se questi glielo chiedesse. È certamente giusto non insistere con terapie estreme perché contrarie alla dignità umana e perché il malato non può essere oggetto di sperimentazioni per forzare i naturali meccanismi della vita, che di essa prevedono anche la naturale cessazione. Ma provocare la morte di una persona, anche al solo, soggettivamente ritenuto, buon fine di alleviarle le sofferenze, è e deve restare un delitto, anche per chi non fosse cattolico, perché un tale imperativo è di per se stesso umano e non solo cattolico (se si adottasse il balordo criterio di considerare la legislazione statale del tutto svincolata ed anzi contraria a quella divina in nome della laicità, occorrerebbe di conseguenza depenalizzare almeno anche l’omicidio, il furto, la falsa testimonianza, perché previsti già come peccati dal V, VII e VIII Comandamento: come potrebbe lo Stato laico e democratico copiare le leggi – purtroppo antecedenti alla legislazione repubblicana, democratica, laica ed antifascista nata dalla Resistenza – del Cristianesimo?).

Poi, ed ancora più importante è la considerazione che il restringere ad un limitato numero di casi il principio eversivo è solo un’illusione: una porta senza serratura, o di cui viene tenuto aperto solo uno spiraglio, è di fatto una porta aperta, perché mancando la possibilità di bloccarla, chiunque può spalancarla.

Si comincia naturalmente con quei casi estremamente rari e pietosi, in cui peraltro è difficile accertare la validità del consenso, espresso il più delle volte in circostanze del tutto diverse e remote rispetto a quelle del momento in cui si darebbe la morte al presunto consenziente; ma poi, subito dopo e a catena, accettato il principio che il solo dolore di vivere legittimerebbe la richiesta di essere aiutati nel suicidio, qualunque motivo potrebbe essere accettato, da una semplice depressione, alla paura di una malattia, ad un generico disagio (ricordo che qualche anno fa, un magistrato italiano sessantaduenne, che poi risultò perfettamente sano dall’autopsia, nel timore puramente ipotetico di essere affetto da qualche grave male, si fece ammazzare, con tutti i crismi della scienza, in una clinica svizzera).

Naturalmente, il passo successivo sarebbe inevitabilmente la compassionevole ed umanitaria proposta rivolta ai malati gravi o cronici di troncare le proprie sofferenze, di concludere dignitosamente ed in modo indolore una vita altrimenti destinata a limitazioni tali da renderla indegna di essere vissuta: quali siano poi i criteri per ravvisare il valore della vita e la sua dignità di essere vissuta è qualcosa che gli apostoli dell’eutanasia non si scomodano a precisare: significa avere la prestanza dell’età giovane, il mantenere un fisico tonico e piacevole, il poter camminare senza bastoni, l’essere autosufficienti, il mantenersi sessualmente attivi? Ciascuno potrebbe rivendicare come determinanti alcuni di questi aspetti, mancando i quali la vita non sarebbe più degna di essere vissuta ed andrebbe troncata.

Si vorrà perdonare il sospetto che questa deriva, conseguenza inevitabile anche se forse non rapidissima, dell’introduzione del principio in argomento, partita dal falso pretesto di risolvere sbrigativamente qualche tragica e dolorosa situazione diventi quasi subito un immenso e lucroso affare economico, che consentirebbe una nuova industria della morte facile ed un apprezzabile alleggerimento delle spese sanitarie, assistenziali e pensionistiche. Sospetti cattivissimi, indegni di un ragionamento civile… ma, com’è noto, a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina.






giovedì 20 febbraio 2025

L'INGIUSTO COMMISSARIAMENTO DELL'ISTITUTO DEL VERBO INCARNATO (IVE)



I delegati pontifici hanno pieni poteri di governo inclusa la modifica delle Costituzioni e il congelamento delle nuove vocazioni per distruggere l'istituto




BastaBugie n.913 del 19 febbraio 2025


di Giano Colli

La recente decisione di commissariare la Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato (IVE) ha suscitato non poche perplessità tra coloro che conoscono da vicino il lavoro e l'impegno di sacerdoti e suore di questa congregazione. Sebbene il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica abbia evidenziato difficoltà negli itinerari formativi e nella fase del discernimento vocazionale, la realtà vissuta da tanti fedeli laici e religiosi dell'IVE racconta una storia ben diversa.

Chi ha avuto l'opportunità di collaborare con l'IVE sa bene che i membri di questa famiglia religiosa si dedicano con passione alla formazione e all'educazione della gioventù, alla missione evangelizzatrice e a numerose opere di carità e assistenza sociale. Tra le iniziative più apprezzate ci sono i ritiri per famiglie e le attività culturali e spirituali che hanno contribuito alla crescita cristiana di molte persone.
Ridurre la storia e l'azione di questa comunità religiosa a mere problematiche interne significa ignorare un lavoro che da decenni porta frutti abbondanti.

UN PROVVEDIMENTO SPROPORZIONATO

La decisione di affidare entrambi i rami dell'IVE a delegati pontifici con pieni poteri di governo, inclusa la possibilità di modificare le Costituzioni e sospendere per tre anni le nuove vocazioni, appare eccessiva e penalizzante per una comunità che ha dimostrato un grande slancio missionario. Si rischia, infatti, di minare la fiducia di chi, con dedizione e spirito di sacrificio, ha abbracciato questa vocazione e opera quotidianamente per il bene delle anime.

Se è vero che ogni istituto religioso è chiamato a vigilare sulla qualità della formazione e sul discernimento vocazionale, è altrettanto vero che tale processo non può essere giudicato in modo generalizzato e sommario. Molti sacerdoti e suore dell'IVE sono esempi luminosi di dedizione e fedeltà alla Chiesa, e la loro formazione non può essere ridotta a una serie di "criticità" che giustifichino un commissariamento così drastico.

L'IMPORTANZA DEL DIALOGO CON LA CHIESA

La Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato ha sempre mostrato una profonda fedeltà alla Chiesa e al Papa. Il provvedimento di commissariamento dovrebbe essere accompagnato da un dialogo aperto e costruttivo che permetta alla congregazione di rispondere alle osservazioni mosse senza però azzerare la sua identità e il suo carisma. La Chiesa ha bisogno di comunità vive e dinamiche, capaci di affrontare le sfide del mondo contemporaneo con fede e speranza.

Sospendere le vocazioni e imporre una revisione drastica delle Costituzioni potrebbe avere conseguenze negative su un istituto che ha dato tanto alla Chiesa e ai fedeli. La speranza è che questa decisione non soffochi l'entusiasmo e l'opera evangelizzatrice dell'IVE, ma che invece si possa trovare una via di rinnovamento che valorizzi i suoi punti di forza senza penalizzarne l'identità.



Nota di BastaBugie:

Stefano Chiappalone nell'articolo seguente dal titolo "Commissariata la Famiglia religiosa del Verbo Incarnato" spiega cosa è successo all'IVE e perché.


Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'11 gennaio 2025:

Recano la data dell'8 dicembre 2024 i decreti del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica relativi rispettivamente al ramo maschile e a quello femminile della Famiglia del Verbo Incarnato. Mons. José Antonio Satué Huerto, vescovo di Teruel y Albarracín, sarà delegato ad nutum Sanctae Sedis dell'Istituto del Verbo Incarnato (ovvero i sacerdoti e fratelli coadiutori), mentre suor Clara Echarte, F.I., lo sarà per le Servidoras del Señor y de la Virgen de Matará (il ramo femminile). L'obiettivo, stando ai decreti, è quello di una «conversione ecclesiale».

All'Istituto e alle Suore vengono ora contestate «gravi difficoltà negli itinerari formativi (...) e, in modo speciale, nella fase del discernimento vocazionale» - le criticità e i relativi provvedimenti si ripetono nei due decreti - e pertanto «pur evidenziando il grande slancio missionario dell'Istituto e un lodevole impegno personale di molti dei suoi membri» si dispone la sospensione di nuove vocazioni per tre anni e una «una profonda revisione del diritto proprio, che comporterà anche una decisa riduzione dei vari manuali e regolamenti attualmente in vigore». Entrambi i delegati pontifici guideranno i rispettivi rami «ad nutum Sanctae Sedis, con tutti i poteri di governo, a norma del diritto universale e delle sue Costituzioni, con pieno potere di abrogare queste ultime, se ritenuto opportuno e necessario. Successivamente verranno conferiti altri eventuali poteri che si rendessero necessari».

Si sottolinea, inoltre, la necessità di «mantenere i contatti con i Vescovi delle Diocesi in cui è presente l'Istituto e svolgerà il proprio apostolato, in particolare con i Vescovi di Velletri-Segni (Italia) e San Rafael (Argentina)» (cioè dove la congregazione fu eretta canonicamente e dove nacque). Apostolato che si svolge anche in Medio Oriente: a loro è affidata la cura della nuova chiesa del Battesimo di Gesù, consacrata ieri in Giordania dal cardinale Parolin, in presenza del patriarca Pizzaballa che nel suo indirizzo di saluto ha pubblicamente ringraziato «la Congregazione del Verbo Incarnato, che, con i suoi sacerdoti e suore, ci offrirà un servizio spirituale in questo luogo».






Fonte: Redazione di BastaBugie, 19 febbraio 2025
Pubblicato su BastaBugie n. 913