venerdì 13 maggio 2022

Il Tesoro del Cuore Immacolato di Maria




13 MAGGIO 2022


di Maria Bigazzi (per il C3S)

Il 13 maggio è una data molto importante e significativa in cui la Chiesa, e assieme a lei tutti noi, celebra la Beata Vergine Maria di Fatima, che apparendo ai tre pastorelli Francesco, Giacinta e Lucia, invitò l’umanità a ritornare a Dio, richiamando alla conversione, al digiuno e alla preghiera, armi spirituali che già il Signore ci aveva mostrato.

Ma a indicarci la via per giungere a Gesù è la Vergine Maria stessa, mediante il Suo Cuore Immacolato, che «è luce, l’amabile luce che mi illumina il sentiero che devo percorrere per giungere alla casa del Padre», come scrive il beato Gabriele Allegra.

Conosciamo solo in parte le meraviglie che il Signore ha compiuto in Maria, in quanto esse sono talmente grandi che la mente umana non può percepirle pienamente, ma ciò di cui siamo sicuri è che la Vergine Santissima è per noi l’esempio più sicuro per le sue virtù, per il suo amore perfetto verso Dio e verso noi, per il suo pieno abbandono alla volontà del Padre che in Lei ha posto la sua compiacenza conservandola immacolata e santa, preparandola a divenire Madre dello stesso Dio e primo Tabernacolo dell’Altissimo.

La via di Maria è una via perfetta, perché è stata scelta da Dio e da Gesù: «È per mezzo di Maria che possiamo divenire simili a Dio, per mezzo della grazia e della gloria, donandoci a Lei in modo così perfetto e totale, da non essere nulla in noi stessi, e tutto in Lei, senza timore di ingannarci» (VD 157).

È dunque doveroso per un cristiano affidarsi a questa tenera e grande Madre, ascoltando il Suo richiamo a ritornare alla Verità, abbandonando la via del male che porta alla morte eterna.

Il messaggio di Fatima continua a parlare ai nostri cuori e ci ricorda che per ottenere perdono da Dio, è necessario fare penitenza, ritornare ai Sacramenti, convertirsi sinceramente con il proposito di voler fare la volontà del Padre e amarlo su questa terra, sopportando tutte le sofferenze unendole a quelle di Cristo, per gioire un giorno nell’Eternità.

La Vergine Maria con i suoi materni consigli, ma anche ammonimenti, ci ricorda che senza di Dio non possiamo fare nulla e se i nostri cuori continueranno a perseverare nel peccato, i frutti del male li vedremo e li vediamo già ora con i nostri occhi.

Il Cuore di Maria è anche Cuore Addolorato per tutto quello che ha compiuto e sofferto con suo Figlio, per Lui e in Lui, per la nostra salvezza. Con la sua pienezza di amore divino, simile a un calice d’oro che trabocca di continuo amore divino, ama, si dona e arde, consumandosi d’amore sempre e per sempre.

Il suo Cuore continua a soffrire nel vedere l’umanità così amante delle seduzioni del demonio che in cambio dà solo mosche, mentre Gesù ci offre tutto sé stesso fino a versare l’ultima sua goccia di Sangue per la nostra salvezza e per riscattarci riaprendoci le porte del Paradiso.

Immaginiamo il dolore della nostra celeste Madre, che vede tanti cuori dei suoi figli ingrati e feriti a causa del peccato.

Finché il Signore ci dà il tempo per convertirci, approfittiamone e corriamo a fare tesoro della sua Grazia, attraverso i Sacramenti e la guida della santa Chiesa. Ricorriamo alla Vergine Maria, perché sia Ella ad accompagnarci a Gesù per giungere a Dio Padre.

La devozione al Cuore Immacolato di Maria e il Santo Rosario sono i rimedi ultimi che Dio ha dato al mondo. Il suo Cuore, infatti, è la sede della sconfinata carità per Dio e per l’umanità intera, che Ella vuole salvare e portare in Cielo con sé. Ricorriamo al Santo Rosario, alla consacrazione al suo Cuore Immacolato e alla Comunione riparatrice nei primi sabati, uniche armi indicate dalla Madonna a suor Lucia per salvarci da questo mondo che “giace sotto il potere del maligno”.

Ci siano da esempio e guida in questo cammino i santi pastorelli di Fatima che con il loro cuore aperto alla Grazia, hanno percorso la via del Cielo mediante il loro amore a Maria Santissima e Gesù Eucaristico.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri



giovedì 12 maggio 2022

T Il tesoro della Messa antica: Altre testimonianze

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by Aldo Maria Valli

Ancora testimonianze da parte di chi ha incontrato sul suo percorso la Messa antica e ne è stato affascinato e trasformato. Contra factum non valet argumentum: valgono di più queste testimonianze che tante discettazioni di liturgisti. Potete inviare i vostri contributi a: venietvide.missa@gmail.com

***

Gentile Valli,

sono nato durante il pontificato di san Giovanni Paolo II e quel poco che sapevo sulla Santa Messa “di prima del Concilio” l’avevo appreso da qualche vecchia foto, da alcune scene di film in bianco e nero e dai libri di Guareschi incentrati sul personaggio di don Camillo.

Subendo il fascino per tutto ciò che riguarda il passato, ero curioso di sapere qualcosa di più su quella celebrazione che, pur essendo a me quasi completamente sconosciuta, mi sembrava comunque più solenne e dignitosa di quella alla quale assistevo tutte le domeniche. La curiosità crebbe quando sentii mia nonna dire in occasione di una veglia pasquale che lei non gradì particolarmente: “Quanto era bella una volta la Messa in latino!”. Non dimenticherò mai il modo con cui pronunciò quelle parole.


Nel 2018 cadevano i cinquant’anni dalla morte di Guareschi e i cento dalla sua nascita e stavo cercando su internet informazioni su questa doppia ricorrenza quando “per caso” capitai in un sito in cui c’era un collegamento a una pagina che indicava tutte le località dove si officiava in vetus ordo. Con soddisfazione notai che a pochi chilometri dal mio paese, nel santuario di Campocavallo, tutte le domeniche si celebrava la Santa Messa con il rito di sempre. Ci andai (con in tasca il Messalino che fu di mia nonna) e ne rimasi folgorato. Il sacerdote, i ministranti, i silenzi, l’incenso, l’organo, il canto gregoriano, lo stare in ginocchio, il raccoglimento, la partecipazione rispettosa dei fedeli, quelle parole e quei gesti antichi mi hanno emozionato e gli occhi mi si sono riempiti di lacrime; ogni cosa è rivolta al mistero del Sacrificio che si compie sull’altare. Mai una Messa post conciliare suscitò in me così tante emozioni.


Purtroppo, dopo Traditionis custodes la Chiesa più vicina a casa mia in cui si celebra con il rito antico è quella del Sacro Cuore a Tolentino, ottanta chilometri fra andata e ritorno.

Ma non importa, anzi. Essendo appassionato di montagna, la domenica vado spesso a fare qualche escursione sui monti Sibillini e Tolentino mi è di strada: al mattino le vette dei monti, al pomeriggio le vette dello spirito.


Qualche volta ho portato con me alcuni amici e anche loro sono rimasti affascinati da questa bellezza senza tempo.

Eh sì, mia nonna aveva proprio ragione.

Giovanni

*

Gentile dottor Valli,

con grande gioia sento il dovere di testimoniare la mia immensa gratitudine al Signore Gesù per avermi fatto dono della vera Santa Messa, quella cattolica, quella di sempre.

Vi partecipai per la prima volta quattro anni fa, su invito di un amico. Era la festa del Sacro Cuore di Gesù.


Le prime tre volte non provai nulla di particolare e non sentii nulla, anzi il latino mi dava un po’ noia… Poi mi innamorai della Donna più bella del mondo!

Da allora non ho voluto (e potuto) fare altro che lasciarmi attirare dal profumo e dalla bellezza di questa meravigliosa liturgia (la nostra!) e lasciarmi coinvolgere sempre di più, vivendo momenti che mai ho vissuto nella cosiddetta novus ordo.

Una cosa, tra le tante e tante che ingemmano questa meravigliosa liturgia, mi consola e mi scalda profondamente il cuore ogni volta che vi partecipo: vedere il sacerdote tenere pollici e indici uniti durante tutto il tempo in cui tocca la Santissima Eucaristia. Questo semplice gesto è per me così carico di fede, di amore e di rispetto verso la Reale Presenza di Nostro Signore Gesù, che ciò mi consola di tanti oltraggi che ogni giorno si commettono verso di Lui; e mi rende felice, fiero e grato di essere cattolico.

Deo Gratias et Mariae!

Tarcisio Maria

*

La prima volta che assistetti alla celebrazione della Santa Messa di sempre fu grazie all’insistenza di mio padre che da parecchi mesi mi diceva di aver trovato a Genova, la mia città, una chiesa dove veniva celebrata la liturgia antica grazie ad una signora amica di famiglia. Sorpreso e incuriosito da questa notizia, accettai volentieri di accompagnarlo, insieme a mio fratello, una domenica. Era il 2016 ed ero un adolescente che già compiva un percorso cristiano ma al quale mancavano totalmente i tesori della Tradizione liturgica e teologica che la Santa Chiesa aveva custodito per secoli e secoli. Uscito dalla chiesa ero totalmente meravigliato di come un rito così sublime e santo fosse stato sostituito. Tornato a casa, andai subito a documentarmi meglio sulla Santa Messa tridentina e pensai quale ricchezza i fedeli avrebbero perso per sempre se non ci fosse stata l’opposizione negli anni Settanta da parte di santi sacerdoti e prelati che non accettarono di far scomparire tutto ciò. La maestà, l’ordine e il decoro della celebrazione sono elementi che mi colpirono immediatamente ma studiando e leggendo i documenti della Chiesa e gli scritti dei santi mi resi conto della profondità teologica e spirituale che questa Santa Messa contiene ed esprime. Per me ormai esiste solo questo tipo di celebrazioni avendo abbandonato per sempre la Messa nuova, artificiale e ambigua creata dopo il Concilio Vaticano II. Spero che presto gli uomini di Chiesa possano riappropriarsi della Santa Messa di sempre che ha attraversato i secoli e che rimarrà per sempre.

Filippo

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Giovedì 19 maggio la prossima puntata. Le precedenti sono state pubblicate il 7 aprile, il 14 aprile, il 21 aprile, il 28 aprile e il 5 maggio.





mercoledì 11 maggio 2022

Arrestato (e rilasciato) a Hong Kong il cardinale Zen. «Non pensavamo arrivassero a tanto»





L'ex arcivescovo di Hong Kong, 90 anni, è accusato di «collusione con forze straniere» in base alla legge sulla sicurezza nazionale. Da chi lo conosce in città filtra sgomento: «Siamo stupiti e addolorati»


Leone Grotti
11/05/2022
Esteri



Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun è stato arrestato a Hong Kong insieme all’avvocato e paladina della difesa dei diritti umani, Margaret Ng, e alla cantante attivista Denise Ho. Tutti e tre erano soci del “612 Humanitarian Relief Fund”, che ha aiutato dal punto di vista legale, psicologico e medico migliaia di attivisti durante le manifestazioni del 2019, raccogliendo donazioni e distribuendo oltre 31 milioni di dollari in aiuti. I quattro sono stati rilasciati nella notte su cauzione.
L’arresto del cardinale Zen

Il fondo, in seguito all’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale e a un’indagine della polizia per violazione della stessa, è stato sciolto lo scorso 31 ottobre. La notizia dell’arresto del cardinale Zen è arrivata un giorno dopo quella dell’arresto di un altro socio dell’associazione, Hui Po-keung, docente universitario fermato dalla polizia mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto in Germania all’aeroporto internazionale di Hong Kong. L’ultimo membro del fondo, Cyd Ho Sau-lan, si trova già in carcere per precedenti accuse.


Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, mercoledì sera i quattro membri sono stati sottoposti a interrogatorio e non hanno ancora ricevuto denunce formali. L’accusa è di aver «collaborato con forze straniere». Il Vaticano ha dichiarato in una nota: «La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione». Secondo quanto riportato dalla Afp, il cardinale, insieme a Ng, Hui e Ho sono stati rilasciati su cauzione.


«Siamo stupiti e addolorati»


«Siamo stupiti e addolorati, non pensavamo che il governo di Hong Kong arrivasse a tanto», dichiara a Tempi una fonte interna alla città legata al prelato, che preferisce mantenere l’anonimato. Parole che ricalcano quelle di Maya Wang, responsabile di Human Rights Watch per l’Asia: «L’arresto di un cardinale novantenne per le sue attività pacifiche è scioccante, è il punto più basso mai toccato a Hong Kong. Illustra bene il crollo del rispetto dei diritti umani negli ultimi due anni».

Tra gennaio e febbraio il cardinale era stato attaccato duramente con quattro articoli dal Ta Kung Pao, quotidiano legato al Partito comunista cinese. Il giornale lo accusava di «avere a lungo abusato del suo status ecclesiastico per intraprendere attività contro la Cina e per fomentare il caos a Hong Kong». Riproponeva anche l’accusa trita e ritrita, vecchia di almeno 15 anni, secondo cui il tycoon oggi in carcere Jimmy Lai gli avrebbe donato fino a 2,6 milioni di dollari tra il 2006 e il 2013, soldi che il cardinale Zen avrebbe poi utilizzato in modo illegale. Ma come il prelato dichiarava a Tempi già nel 2011, «erano soldi di cui avevo bisogno come vescovo. Ho potuto aiutare molto la Chiesa con quel denaro».


Le tante minacce ricevute


Quegli articoli costituivano un segnale. Il cardinale era finito sotto attacco anche l’anno scorso, in occasione della celebrazione della Messa per ricordare le vittime di Piazza Tienanmen. Fuori dalla chiesa dove celebrava furono appesi cartelloni con il suo volto e le scritte: «Il settarismo invade la fede» e «il falso profeta».

Il cardinale Zen è inviso al Partito comunista cinese e rinomato in città e nel mondo per la sua incessante difesa dei diritti umani, della libertà religiosa e di espressione, dei diritti politici di un intero popolo e per questo è stato rinominato negli anni «la nuova coscienza di Hong Kong».
Una vita spesa per la Cina e la Chiesa

Come scrivevamo in un ritratto quattro anni fa:


«Non si è tirato indietro quando c’erano da ricordare i martiri cattolici cinesi, quando c’erano da difendere le scuole cattoliche dalla longa manus del partito comunista, quando c’era da scendere in piazza con i giovani studenti per salvare la democrazia della regione amministrativa speciale cinese, quando serviva un insegnante per i seminari nella Cina continentale, quando c’era da sostenere le comunità sotterranee, così come quelle ufficiali, dall’arroganza e dalle ingerenze del regime. Non ha mai fatto un passo indietro, rischiando l’incolumità personale, il potere acquisito (è lui che ha chiesto nel 2005, con due anni di anticipo, di non avere il mandato di vescovo rinnovato nel 2007 al compimento dei 75 anni di età per andare a insegnare in «Cina o in Africa») e la reputazione, cose che al nativo di Shanghai non sono mai importate più di tanto».

Già tre anni fa, ragionando sulla condizione delle libertà civili e politiche a Hong Kong, il cardinale Zen dichiarava a Tempi che «la situazione è gravissima. Andiamo verso la tragedia e solo un miracolo ormai può salvarci». Ancora non era stata imposta alla città da Pechino la legge sulla sicurezza nazionale che, come previsto, mette a rischio anche i cattolici e non guarda in faccia nessuno.
Il calvario di Hong Kong

Da quando è entrata in vigore, l’1 luglio 2020, a causa della legge sono già stati arrestati 175 tra attivisti, politici e giornalisti. Lo scorso fine settimana è stato eletto con oltre il 99 per cento delle preferenze (alla faccia della democrazia) a nuovo governatore dell’isola John Lee, che entrerà in carica solo a luglio. L’ex agente di polizia è stato ministro per la Sicurezza dell’esecutivo dell’attuale governatrice Carrie Lam e fino al giorno prima della sua candidatura anche il membro più importante del governo. Soprattutto, è il politico che nel 2019 ha cercato di far approvare al Consiglio legislativo la legge sull’estradizione, quella che avrebbe sottomesso Hong Kong al sistema giudiziario di Pechino e che scatenò le proteste oceaniche a favore della democrazia.


Nessuno ha dubbi su che cosa diventerà Hong Kong sotto il fedelissimo del regime comunista cinese. Lui stesso si è presentato alla città con un programma di un solo punto: «Far rispettare la legge sulla sicurezza nazionale». Che cosa questo significhi lo si è capito oggi, quando un cardinale di 90 anni è stato arrestato per aver aiutato dal punto di vista finanziario e legale tutti coloro che si sono battuti per chiedere al regime libertà e democrazia.

L’articolo è stato aggiornato alle 17:43 e alle 18 con gli ultimi sviluppi.

@LeoneGrotti

Foto Ansa




martedì 10 maggio 2022

Liturgia / Epoca di riti tristi? No, tristi (e sbagliate) sono le soluzioni moderniste




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by Aldo Maria Valli



di don Pio Pace

resnovae.fr

Manuel Belli, sacerdote della diocesi di Bergamo, insegnante di teologia sacramentaria, in L’epoca dei riti tristi [1] s’interroga sulle diserzioni che si verificano alle assemblee eucaristiche, specialmente da parte dei giovani. Il titolo si ispira al libro di due psicoanalisti, Michel Benasayag e Gérard Schmit, Les passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale [2] (Le passioni tristi. Sofferenza psichica e crisi sociale), nell’edizione italiana L’epoca delle passioni tristi [3], riguardante il numero crescente di giovani con sofferenze psichiche, in un’epoca sommersa da una tristezza che attraversa tutti gli strati sociali.

Nel libro di Belli ne risulta, di capitolo in capitolo, una serie di analisi molto pessimistiche: la logica del mangiare minimo basilare stile fast food o al contrario della bulimia sconsiderata, che attiene all’Eucaristia; c’è una crisi della festività domenicale; il rituale cattolico ha perso la battaglia contro le streghe di Halloween; la liturgia viene percepita prima di tutto come autosoddisfazione, come un mezzo di sviluppo personale; la povera musica liturgica viene soltanto consumata; le discussioni sulla presenza pubblica di presepi e crocifissi mostrano come essi vengano ridotti a sistemi di valori, e così di seguito, con un capitolo sull’applicazione Tinder (applicazione per incontri galanti) comparata alla concezione cristiana dell’amore.


L’autore azzarda alcune «note provvisorie» per rendere i rituali più lieti. Il minimo che si possa dire è che è poco convincente: piccole ricette date nel succedersi dei capitoli, come ad esempio, a una Messa per bambini, fare il pane con loro o far loro inventare un cantico; o ancora, captare l’irrequietezza della generazione attuale, riscoprendo il senso della processione. L’autore accarezza il progetto mal definito di una «catechesi esperienziale», che andrebbe oltre la pura dottrina, senza tuttavia dimenticarla…


Manuel Belli aveva sin dall’inizio escluso gli «estremi», le Messe in cui il prete indossa un naso da clown o il ritorno alla Messa in latino. Notiamo di passaggio che se Manuel Belli constata come i giovani siano poco attirati dai riti della Messa della loro parrocchia, i vescovi di Francia, nelle loro risposte all’inchiesta della Congregazione per la dottrina della fede sulla Messa tradizionale, hanno invece rimarcato al contrario – senza piacere – che i giovani sono attratti («affascinati») da questa liturgia antica.


Con Manuel Belli si è nella terra degli antropologi neo-bugninisti, al grado zero della scienza liturgica. Non si troveranno nelle sue osservazioni né riflessioni sistematiche sulla natura del rito liturgico, né sulla sua funzione di velo e manifestazione del divino o ancora sulla sua storia e sul suo carattere intrinsecamente tradizionale: esso viene percepito dai fedeli come tale da veicolare quel che è stato ricevuto fin dall’inizio. Invece le sue osservazioni sono molto interessanti per l’analisi ch’esse compiono: il rituale cattolico oggi – e soprattutto oggi – non «funziona» più; viene considerato come noioso, impregnato com’è di tedio universale.


Ma il criterio stesso di Manuel Belli, quello della tristezza da eliminare, è molto significativo del vicolo cieco in cui si trovano coloro che, come lui, vogliono rivivificare la riforma. Perché d’altronde il rito dovrebbe essere «gioioso»? La morte, il sacrificio, la penitenza sono tristi per natura e la gioia soprannaturale emana dalla tragedia della Croce.

È pur vero del resto che noi ci troviamo nell’epoca delle «passioni tristi», che l’offerta liturgica contemporanea non è concorrenziale: Manuel Belli traccia uno tra i tanti bilanci del fallimento della riforma liturgica. Però non pensa neanche un istante ad uscirne, dimostrando, attraverso l’analisi che compie, ch’essa soffre del fatto d’esser troppo moderna e, attraverso le soluzioni ch’egli propone, di non saper immaginare altro che toppe provvisorie, intrinseche alla modernità per porvi rimedio. Ancora più triste il fatto che i riti, benché deprimenti, vengano così insegnati a liturgia, nei seminari e negli atenei pontifici.

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[1] Queriniana, 2021.
[2] La Découverte, 2006.
[3] Feltrinelli, 2013.

Fonte: resnovae.fr







lunedì 9 maggio 2022

USA: Morte e vita a contesa





Di Don Samuele Cecotti, 9 MAG 2022

Nel 1973, con la tristemente celebre sentenza Roe vs Wade, l’aborto veniva legalizzato in tutti gli Stati Uniti. Nel 1975 anche la Corte Costituzionale italiana, pur in presenza di una chiara condanna da parte del Codice Penale, introduceva la previsione di alcuni casi leciti di aborto. Sarà poi del 1978 la legge 194 che fa dell’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia, una pratica, addirittura, fornita dal Servizio Sanitario. È innegabile che, a partire dalla sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema USA, si sia generato in tutto il mondo occidentale un processo politico-giuridico-culturale teso a fare dell’aborto un diritto civile. Non vi è oggi, praticamente, Paese occidentale che non annoveri l’aborto tra i diritti riconosciuti e tutelati.

Lunedì 2 maggio, con grave violazione del segreto garantito ai lavori della Corte Suprema, è trapelato il testo della bozza iniziale dell’opinione di maggioranza elaborata dal giudice Samuel Alito in merito al caso Mississippi e alla costituzionalità del “diritto all’aborto”. Il testo elaborato dal giudice Alito, il cui contenuto è stato confermato dal presidente Roberts, ribalda le sentenze Roe vs Wade e Planned Parenthood vs Casey affermando a chiare lettere che la Costituzione degli Stati Uniti non contempla alcun “diritto all’aborto” e che, anzi, è fortemente radicata nella storia e nella tradizione americana la criminalizzazione dell’aborto, considerato un delitto e punito praticamente senza eccezioni sino al 1973. La bozza, che sembra abbia già ottenuto il voto favorevole della maggioranza (5 giudici su 9), prevede il completo ribaltamento della sentenza Roe vs Wade e, se sarà pubblicata come pronunciamento ufficiale della Supreme Court of the United States, consentirà al Legislatore federale e ai diversi Legislatori statali di rendere nuovamente illegale la pratica dell’aborto. Il crimen nefandum dell’aborto non sarà più considerato diritto costituzionale negli USA.

Appare inevitabile che, come la sentenza del 1973 aprì la strada al paradigma abortista in tutto l’Occidente, l’eventuale probabile ribaltamento della Roe vs Wade porti ad un progressivo cambio politico-culturale anche fuori dai confini degli Stati Uniti. I movimenti pro-life di tutto il mondo sarebbero incoraggiati ad osare di più e a chiedere in tutti i Paesi la completa proibizione legale dell’aborto. Il testo elaborato dal giudice Alito, se divenisse pronunciamento ufficiale della Supreme Court, spazzerebbe via la tentazione minimalista dal campo pro-life. Si aprirebbe la via, negli USA prima e dunque poi anche in tutto l’Occidente, per la chiara affermazione del diritto alla vita sin dal concepimento e, dunque, per la altrettanto chiara condanna di qualunque pratica abortiva.

Sarebbe difficile per l’Italia non subire l’influenza di un simile cambiamento giuridico negli USA. È ragionevole anzi pensare che nel giro di qualche anno si potrebbe arrivare anche in Italia a ri-reatizzare l’aborto cancellando la 194/78.

Appena diffusa la bozza, si è subito generata una mobilitazione tanto dei pro-life quanto dei pro-choice. Se i favorevoli all’aborto sono scesi in piazza manifestando anche davanti la sede della Corte Suprema, moltissime le iniziative di preghiera promosse in tutti gli Stati Uniti per chiedere la grazia di vedere finalmente cancellato il “diritto costituzionale all’aborto” imposto dalla sentenza Roe vs Wade. Il giudice Alito, con le sue 98 pagine di argomentazione giuridica, ha innescato in USA una rinnovata mobilitazione politico-culturale-religiosa in difesa della vita umana innocente. Non tarderà ad arrivare anche in Italia!

Don Samuele Cecotti



Sullo stesso argomento invitiamo a visionare l’Editoriale di Don Lillo D’Ugo pubblicato dal nostro Osservatorio venerdì scorso 6 maggio 2022.





domenica 8 maggio 2022

Aleksandr Dughin Un altro apostolo del nichilismo postmoderno?




domenica 8 maggio 2022

di Don Curzio Nitoglia

Dughin e la Postmodernità

Aleksandr Dughin è un pensatore russo, nato a Mosca il 7 gennaio 1962, di marca fortemente esoterica e gnostica1, con tendenze apertamente nichilistiche; cioè, propugnatore della “metafisica del non/essere”, che non ha nulla a che spartire con la metafisica greco/romana e tomistica, ossia, la “metafisica dell’essere” anzi, ne è la negazione diretta e per diametrum.

Purtroppo, alcuni cattolici - in questi tempi di confusione dottrinale e morale - si lasciano abbindolare dalle sirene dell’errore e del vizio, tra cui spicca Dughin, ma non solo.

Non mi sembra, perciò, esatto né corretto ascrivere al “Tradizionalismo” cattolico (vale a dire alla “Tradizione apostolico/patristico/scolastica”2 ) un legame con la filosofia dughiniana. Anzi, sarebbe più corretto mettere in luce il legame di certo falso Tradizionalismo fideistico di formazione demaistriana con l’esoterismo in genere, e specialmente con quello russo, avendo il conte Joseph de Maistre3 vissuto non poco tempo in Russia.

Certamente è lecito, lodevole e ottimo criticare Dughin, ma non bisognerebbe passare, poi, a infangare ancora una volta Monsignor Carlo Maria Viganò e con lui la reazione antimondialista.
Mi accingo, perciò, a mettere in luce i punti oscuri del pensiero di Dughin, valendomi di alcuni saggi molto ben fatti da padre Paolo Maria Siano (La metafisica del Caos e il Soggetto Radicale di Aleksandr Dughin, 14/19/24/29 luglio 2021, in “CR”).

L’essenza della “metafisica del nulla”, ossia della contro/metafisica di Dughin la si ritrova nel suo libro, tradotto anche in italiano, La Quarta Teoria Politica, Milano, NovaEuropa Edizioni, 2017. Padre Siano mostra giustamente, con citazioni alla mano, che il Maestro principale di Dughin è Julius Evola4 , non senza un pizzico anche di Guénon5 . Un elemento poco approfondito del dughinismo è il suo amore per la cosiddetta “Rivoluzione Conservatrice”, che non è riconducibile all’evolismo, neppure al guénonismo o a pensatori dell’estrema destra europea, ma al neo/conservatorismo statunitense, che tanto ha inquinato pure l’Europa e l’Italia e che ha mietuto tante vittime grazie ai pensatori detti teo/con, i quali cercano di miscelare il liberalismo filosofico conservatore, con il liberismo selvaggio economico e infine con un pizzico di cattolicesimo, per finire d’inquinare l’ambiente cattolico conservatore, moderatamente liberale.

L’esoterismo si suddivide in due scuole principali: quella della “Mano Destra” (religiosa, clericale, confessionale) e quella della “Mano Sinistra” (ateista, aconfessionale, relativista e panteistica).
Occorre dire che la natura di ogni esoterismo è la tendenza di farsi Dio con le proprie forze. Perciò, sia che vi si tenda con la “Mano Destra” (ossia in maniera conservatrice, autoritaria e controrivoluzionaria) sia con la “Mano Sinistra” (ossia in maniera progressista, libertaria e rivoluzionaria) la sostanza e il fine di esso non cambiano: l’auto/divinizzazione luciferina.

Dughin preferisce Evola, ossia il “primato dell’azione cavalleresca e guerriera” a Guénon, cioè il “primato della contemplazione monastica”.

Padre Siano, citando sia Dughin sia molti curatori delle sue opere, asserisce che il dughinismo è impregnato di Tantrismo, di magia sessuale, per affrettare la fine dei tempi; insomma, esso è una “metafisica del Caos”, a uso e consumo del classico “uomo d’ordine, che fa il disordine”. Per ottenere ciò nulla di meglio del nichilismo metafisico, morale e logico, che vuole l’annichilazione dell’essere creato e Increato, della morale oggettiva e della ragione o della logica aristotelica. In pratica siamo in piena Postmodernità che va da Nietzsche sino a Dughin.

Se apprezzo molto gli articoli di padre Siano mi sento, però, in dovere di sollevare educatamente un’obiezione quanto a una certa sua (?) difesa dell’«Atlantismo» e dello «Stato d’Israele» (prima parte, pagina 4), dell’«Occidente e degli Usa» (terza parte, pagina 2), ma spero di aver capito male.

Un altro aspetto messo bene in luce da parte di padre Siano quanto al pensiero dughiniano è il ritorno alla “coincidentia oppositorum” di Baruch Spinoza, con la quale si arriva a giustificare l’unione di ciò che agli occhi del volgo dei profani sembrerebbe opposto: Morte/Vita; Caos/Logos; Destra/Sinistra; insomma la negazione del principio evidente e per sé noto d’identità e non-contraddizione e della sinderesi su cui si fonda la metafisica aris/tomista.

Ecco teorizzata metafisicamente la “Rivoluzione Conservatrice”, messa in atto dai neo/con dell’Amministrazione Bush, Clinton, Obama e Biden. Non mi sembra da Putin e nemmeno da Trump.
Secondo Dughin sono i Conservatori che devono guidare le Rivoluzioni, ossia i Rivoluzionari/Conservatori devono dirigere le sorti della storia. Forse non è un caso che una Famiglia, la quale ha fatto ogni tipo di Rivoluzione in Europa dal 1744 sino a oggi, è proprio quella - moderatamente conservatrice - dei Rothschild, alla quale attingono non solo speculativamente i teo/con nostrani.

Questa “coincidentia oppositorum” dughiniana è antesignana e parallela al Gender, alla teoria “LGBT”, al “fluido” e all’equivoco.

Non mi dilungo a riportare tutte le citazioni di Dughin e invito il lettore a studiare i quattro saggi di padre Paolo Maria Siano in cui potrà trovarli nei minimi dettagli.

Nella terza parte degli articoli di padre Siano, viene citato un altro libro su Dughin, a cura di F. MAROTTA – A. SCARABELLI – L. SINISCALCO, Il Sole di Mezzanotte. Aurora del Soggetto Radicale, (Cusano Milanino, AGA Edizioni, 2019), che riassume ed esprime bene il suo pensiero, come è espresso più estesamente nell’opera di A. DUGHIN, Teoria e Fenomenologia del Soggetto Radicale, (Cusano Milanino, AGA, 2019).

Il libretto riassuntivo ed esplicativo (Il Sole di Mezzanotte) ci spiega che la Mezzanotte è il ritorno di Dioniso, è il sorpasso, anzi il ribaltamento della Modernità (da Cartesio a Hegel) con la Postmodernità (da Nietzsche/Freud a Dughin), poiché nella Modernità non ancora tutto è stato annichilato, mentre nella Postmodernità ci si tuffa nel mare del nulla, dove tutto affonda.

Quando tutto è annichilito e dissoluto, allora appare il Soggetto Radicale, che senza alcun aiuto esterno a lui arriva a indiarsi, insomma è il Superuomo nicciano che ritorna con Evola (“Individuo Assoluto”) e con Dughin (“Soggetto Radicale”). Purtroppo, ancora una volta, a pagina 3 della terza parte dei quattro saggi di padre Siano, si legge una frase che mi lascia un po’ perplesso poiché sembra (spero di sbagliarmi) prediligere l’Occidente atlantico, filo/americano (e filo/sionista?) a un’eventuale alleanza tra Europa e Russia, che oggi da almeno venti anni, non è più sovietica. Poi padre Siano, citando Dughin, spiega che secondo il pensatore russo il mondo nell’era tradizionale o medievale era aperto dall’Alto e aperto alla Trascendenza che agiva su di esso. Invece con l’era moderna e illuminista il mondo è chiuso dall’Alto e verso l’Alto, ossia rifiuta la Trascendenza. Fin qui tutto va bene, ma quello che lascia sorpresi, è la definizione del Postmoderno, in cui il mondo è invaso dai demoni e l’uomo è posseduto da una legione di diavoli. Però, tutto ciò non è visto negativamente da Dughin, anzi…

Infatti, il Soggetto Radicale o Superuomo dughiniano è aperto al basso ed è vincitore di Dio e del Nulla. Sembrerebbe che questo Soggetto Radicale somigli molto a Lucifero o almeno a un angelo decaduto.
Infine, tramite la “coincidentia oppositorum”, il Male è assorbito nel Soggetto Radicale ed è anche “redento”, sino al punto di fare di lui un reclutatore di anime elette, che apriranno questo mando alla “Nuova Era” in cui il Cristianesimo oramai non ha più nessun posto.

Ora se si pone mente a ciò che è la filosofia moderna (da Cartesio, † 1650 a Hegel, † 1831) si scorge come la “tradizione” dughiniana sia molto “rivoluzionaria”.

Tutto ciò ci fa capire quanto il pensiero di Dughin sia incompatibile con la retta ragione eretta a scienza filosofica (la metafisica aris/tomista) e con la divina Rivelazione.


Modernità e postmodernità

La Modernità filosofica (morale, politica, economica, teologica e spirituale) inizia con la fine del primato della metafisica classica sublimata dalla prima scolastica e specialmente da quella di S. Tommaso d’Aquino († 1274); fine che coincide con l’avvento dell’Occamismo (XIV secolo), che apre le porte all’Umanesimo e al Rinascimento (XV e XVI secolo), i quali preparano il Cartesianismo (XVII secolo), precursore del Criticismo kantiano (XVIII-XIX secolo) e dell’Idealismo tedesco dell’Ottocento (Schelling, Fichte ed Hegel).

La Modernità è caratterizzata dall’antropocentrismo e dall’individualismo assoluto (Occam7 e Umanesimo rinascimentale8 ); essa viene sistematizzata da Cartesio9 col primato del pensiero soggettivo sulla realtà oggettiva (“Cogito ergo sum”, è il pensiero che crea la realtà). Kant10 darà la perfetta teorizzazione al soggettivismo relativista cartesiano in teoria (“Critica della Ragion Pura”) e in morale (“Critica della Ragion Pratica”) e sarà poi scavalcato dagli Idealisti tedeschi, i quali con Hegel11 giungeranno alla dottrina esplicita dell’«Io assoluto» (una sorta di panteismo12 ) e della contraddizione eretta a principio (tesi/antitesi/sintesi).

Il mondo moderno, con il quale il Modernismo vuole dialogare, cercando di coniugare soggettivismo e cristianesimo, tende alla “creazione” di un “Mondo Nuovo”, in cui il vecchio “eone” o “Dio trascendente e personale” sarà rimpiazzato da una realtà immanentistica, panteistica, gnosticheggiante, utopistica, in breve dal “Paradiso in terra”, che è il sogno del Millenarismo, della Cabala spuria e dell’Umanesimo14.

La secolarizzazione15 o il laicismo sono la volgarizzazione politica di massa dell’immanentismo panteistico esoterico16 . Questo è il cuore (esoterico e pubblico) della Modernità, che sfocia nell’Ateismo17 e, peggio ancora, nell’Agnosticismo18 . Infatti il grande pericolo per l’umanità è quello della società liberal/tecnocratica, consumistica, libertina e libertaria: “Un totalitarismo di nuova natura, assai più aggiornato e più capace di dominio assoluto di quel che i modelli passati, Stalin e Hitler inclusi, non fossero. […] È il super/partito tecnocratico”19>.


La causa dell’irreligiosità del mondo attuale è da ricercarsi nel pan/tecnicismo ossia “nell’agnosticismo di matrice empirista britannica”20 più che nel materialismo ateo comunista. Infatti, il Comunismo ha prodotto i martiri, mentre il laicismo liberale ha sfornato gli apostati e i degenerati. La società dei consumi e del benessere è ancor più empia (almeno moralmente) del materialismo ateo comunista, che si sforzava di porsi il problema di Dio, per poterlo negare e combattere; mentre l’Agnosticismo edonistico è totalmente a-religioso, a-dogmatico, a-metafisico e a-patico e non vuol neppure porsi il problema di Dio e della verità.


L’uomo della Modernità è l’«Individuo assoluto», “redentore” di se stesso, ma da questo delirio euforico di onnipotenza, la Modernità è sprofondata in un delirio disforico o depressivo di annichilamento, mediante il Nichilismo filosofico di Nietzsche.

Quando si parla di postmoderno si corre il rischio di intenderlo o a) dopo la modernità; oppure b) contro la modernità. Invece, come osserva Gianfranco Morra, «Il postmoderno è ancora interno al moderno, del quale costituisce non già un oltre o un contro, ma solo una variante debole. Il postmoderno non è il superamento del moderno, ma il suo esito nichilistico. È un moderno abbacchiato e sfondato, edonistico e narcisistico, pluralistico e ludico, audiovisivo e istantaneo, consumistico e spudorato» (GF. MORRA, Il quarto uomo. Postmodernità o crisi della modernità? Armando, Roma, 2ª ed., 1992, pagg. 19-20).

Insomma la postmodernità è lo scacco o la dissoluzione suicida della modernità. Siccome, per il postmoderno, l’Essere non è, latita, sfugge, è assente, allora praticamente occorre vivere non più stabilmente ma “fluidamente”, alla giornata (in una sorta di “precariato filosofico” anticipatore di quello economico), tirare a campare, lasciarsi andare, tollerarsi, spegnersi, morire, suicidarsi ed annichilarsi se mai fosse possibile. Ecco spiegato l’enigma Zelensky che corre a rotta di collo (assieme all’Europa) verso l’auto distruzione. Il postmoderno è la prova del nove del fallimento della modernità, ma non ne offre l’antidoto, la via d’uscita, anzi aggrava la malattia intellettuale idealista (errore per eccesso), con l’irrazionalismo volontaristico nichilista (errore per “eccesso di difetto”) e autolesionista.


«La modernità era un’epoca “giovane”, caratterizzata da forti ideali, la post-modernità, invece, è un’epoca vecchia e malata, in cui la sclerosi della decadenza diviene gusto della tolleranza, che non è tanto rispetto quanto indifferenza. Incapace di creatività... Nietzsche non usa ancora la parola “postmoderno”, ma un’altra che meglio definisce la crisi della modernità. Tale parola è “nichilismo”» (GF. MORRA, ibidem, pag. 23 e 25). Quindi, nichilismo e postmodernità si equivalgono, o meglio il nichilismo spiega più dettagliatamente la natura del male che ci avvolge e che rischia di portare l’uomo verso l’abisso del nulla, spalancato dalla guerra russo/ucraina del febbraio 2022.

Padre Gabriele Roschini scriveva con lungimiranza: «L’età moderna, iniziatasi con l’umanesimo, è una marcia verso la conquista dell’io, che il Medio Evo aveva mortificato in omaggio a Dio. Per riconquistare quest’io, mortificato da Dio, l’uomo si mise a percorrere freneticamente le vie dell’emancipazione. Venne Lutero col Protestantesimo, e si ebbe l’emancipazione dell’io dall’autorità religiosa. Venne Cartesio e col suo famoso metodo filosofico segnò l’emancipazione dell’io dalla filosofia tradizionale, ossia dalla filosofia perenne che è l’unica vera; emancipazione filosofica poi agli ultimi termini da Kant, da Hegel, eccetera … . Venne Rousseau e con i suoi principi sociali rivoluzionari segnò l’emancipazione dell’io dall’autorità civile. Questa continua, progressiva emancipazione dell’io ha poi culminato nella divinizzazione dell'io medesimo e nella conseguente umanizzazione, o meglio, distruzione di Dio. Si è avuta così l’uccisione nicciana di Dio in omaggio all’io. Tolto di mezzo Dio, si son tolti di mezzo la luce, l’amore e la letizia; e si è avuto tutto l’opposto, vale a dire: tenebre, odio, tristezza. Si è avuto, così, l’uomo finito, ossia un cadavere ambulante, cui quadra a pennello l’epitaffio che aveva preparato il Papini per se stesso, prima che fosse risollevato dalla fede di Cristo: “L’ascensione metafisica di me stesso è fallita. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi! Sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare Dio”. La conquista si è mutata in disfatta».
Assistiamo oggi alla fine comatosa (o postmoderno/nichilistica) della modernità, che prima ha fatto di Dio un uomo e dell’Uomo un “dio”, poi ha “ucciso” Dio per soppiantarlo col Superuomo o la Trans/Umanità, infine è scivolata nella debolezza depressiva nichilistica e autistica, auto/dissolutrice e “gerontica”. Tale è la parabola dal Cogito al Nihil (Cogito ergo nihil sum; ossia, se il pensiero prende il posto e soppianta l’Essere nella scala dei valori, anche esso non è, gli manca un fondamento reale, un substrato sul quale poggiare e, quindi, precipita nel nulla: nel mare del nulla tutto affonda …). Agere sequitur esse et non praecedit illud.

L’esistenzialismo pessimista (Schopenhauer, Sartre) e il nichilismo (Nietzsche, Heidegger) distruttivo dell’essere e dei valori, gettano l’uomo nella sfiducia, gli tolgono ogni scopo di vita e lo spingono sull’abisso del nulla, del suicidio e della perdizione eterna.

I nichilisti filosofici cercano d’imbrogliare le carte e di far passare la pusillanimità per umiltà e l’orgoglio per sana e retta autostima.

Invece, l’orgoglio consiste nel voler esser più grandi di quanto ci compete secondo la nostra natura; ad esempio, nel voler conseguire il proprio fine ultimo da se stessi, nel voler essere autonomi da ogni altro ente, insomma nel Transumanesimo.

L’umiltà (o il sano realismo) non vuole né essere né sembrare di più (né di meno) di quel che consente la realtà; se un uomo pretendesse di essere il creatore di se stesso, peccherebbe di presunzione; se si abbassasse a livello degli animali (come i sensisti) o del puro nulla dal quale non vi è uscita (come i nichilisti), cadrebbe nella sfiducia e nello scoraggiamento. Ecco quindi che l’umiltà non ha nulla di deprimente o avvilente, ma ci mantiene nei giusti limiti, facendoci evitare lo scoglio della presunzione (eccesso) e della disperazione (difetto). La retta e vera conoscenza di sé è il fondamento della vera umiltà, del tutto distinta dalla falsa umiltà, che in un certo senso è simile all’orgoglio, poiché vorrebbe farci apparire diversi da quel che siamo.

Ora, la filosofia moderna è impregnata di razionalismo idealista, che fa dell’uomo un assoluto e questo è un eccesso (orgoglio), e la postmodernità, invece, è imbevuta di esistenzialismo scorato e di nichilismo disperato, che fanno dell’uomo un non-essere, una nullità, un aborto (e questo è un difetto), non volendo tener conto dell’aiuto onnipotente di Dio, che “innalza gli umili ed abbassa i superbi”.
Le origini prossime del postmoderno sono quelle della modernità, come si è già visto. Ma, le origini remote sono ben altre. Elettra Stimilli ci spiega che, sin dal 1974, Gershom Scholem ha affrontato il discorso dei rapporti tra cabala22 e nichilismo (G. SCHOLEM, Der Nihilismus als religiöses Phänomen, in «Eranos-Jahrbuch», n. 43, 1974, pp. 1-5).


Il Nichilismo metafisico classico

Il nulla è non-essere, ciò che non esiste, la totale assenza di ogni realtà. S. Tommaso spiega: “Idem est nihil quod nullum ens / il nulla e la mancanza totale di essere sono la stessa cosa” (S. Th., I, q. 45, a. 1).
Attorno al concetto di nulla si sono chinati vari filosofi. Nell’antichità il primo è stato Parmenide, che lo concepisce senza l’intermediazione della potenza e quindi come la negazione totale dell’essere in atto, che è l’unico esistente, sfociando così nel monismo panteistico.

Aristotele introduce il concetto di potenza, che è il passaggio dal nulla all’atto o il fieri. Quindi, la potenza non è ancora, quanto all’essere in atto, ma è qualcosa (capacità di essere), quanto al puro nulla.
S. Tommaso ci avverte, riprendendo il concetto di potenza, di non lasciarci sedurre dalla volontà di potenza di “entificare o reificare” il nulla, facendo di esso un polo negativo, quasi esistesse come ente o “essere al contrario”, una sorta di “ente negativo”, mentre è il contrario o la negazione dell’essere.
Sarebbe la perpetuazione della menzogna di Ulisse che ha ingannato Polifemo e i Ciclopi. “Chi ti ha accecato?”, domandano i Ciclopi a Polifemo accecato da Ulisse, il quale gli aveva prima detto di chiamarsi “Nessuno”. Naturalmente Polifemo, risponde loro: “Nessuno mi ha accecato”. Quindi i Ciclopi, concludono che Polifemo sta scherzando e non lo soccorrono. Se esiste solo il nulla e nessuno, allora è inutile fare alcunché, poiché non avrebbe alcun senso.


Il Nichilismo contemporaneo

Il Nichilismo novecentesco cerca di dare realtà (anche se negativa) al nulla, come il Manicheismo la voleva dare al male, facendo di esso un assoluto, mentre è solo privazione di bene, come il nulla è privazione totale di essere. Il Manicheismo è un antesignano del Nichilismo morale.

L’odio del nulla e quindi la sua tentata “entificazione” e deificazione, proviene secondo l’Angelico, dal fatto che la ragione dell’imperfezione del creato viene dalla sua origine: il nulla, dal quale Dio ha creato l’essere “in quantum creatura est ex nihilo” (De Potentia, q. 3, a. 1, ad 14). Ora, l’orgoglio non può tollerare la deficienza del creato (v. lo Gnosticismo antico) e quindi non vuol ammettere la totale vacuità del nulla e cerca di dargli una certa entità, negativa ma pur sempre “reale”; accontentandosi anche di discendere dalla scimmia, che a sua volta scende dagli alberi. La modernità ha ripreso il concetto degli gnostici del II secolo di disprezzo per il limite umano e ne ha concluso: 1°) l’idea di Dio, che coincide panteisticamente con l’uomo (dacché Dio non esiste), la quale nasce dalla non accettazione da parte dell’uomo dei propri limiti. Quindi, per essere pienamente se stessi, gli uomini debbono farsi Dio (Feuerbach); 2°) l’idea di Dio è un prodotto del capitalismo per intontire, come un oppiaceo, il proletariato e poterlo continuare a sfruttare. Dunque, per liberarsi dall’oppressione capitalistica occorre distruggere l’idea di Dio (Marx); 3°) tuttavia, l’insicurezza psicologica umana ha bisogno dell’idea di Dio (Kant), come di una sorta di orsacchiotto di peluche per rassicurarsi e sormontare la propria angoscia e i propri complessi. Perciò per guarire da essa bisogna annichilare la coscienza di Dio (Freud).
Come si vede la natura del Nichilismo filosofico è l’odio contro l’«essere per partecipazione» (la creatura), ma soprattutto per l’«Essere per essenza» (Dio) e il tentativo di eliminare il concetto di creazione dal nulla dando al nulla, una certa realtà anti-reale.

Oltre l’odio contro Dio, la realtà e l’essere creato (Nichilismo metafisico), il Nichilismo odia e vorrebbe distruggere 1°) la ragione umana, rimpiazzandola col sentimento e l’istinto animalesco (Nichilismo logico) e 2°) la morale oggettiva, sostituendola con l’amoralismo o la trasgressività (Nichilismo morale).
Quali sono i frutti del Nichilismo: il niente metafisico e il nulla etico. Infatti “ex nihilo nihil fit”. Se si toglie all’uomo la ragione, che è proprio ciò che lo rende uomo e diverso dall’animale, se gli si toglie la libera volontà e la morale oggettiva o la ricerca di un fine o scopo che coincide col Bene, se si cerca di distruggere la realtà (l’essere, la ragione e la libera volontà, lo scopo della vita e le regole che ce lo fanno raggiungere) si sprofonda l’uomo nell’apatia e nella disperazione, che sono i frutti della mancanza di un ideale e di uno scopo.

Ma, come Aristotele aveva obiettato ai sofisti, i quali asserivano: “La verità non esiste, nulla è conoscibile con certezza”; che, se son certo della non esistenza della verità e della non conoscibilità della realtà, almeno questi due principi (non esistenza della verità; non conoscibilità della realtà) per il sofista sono veri, certi e oggettivi; così, si può obiettare al Nichilismo: se nulla esiste, non ha valore e non è vero nulla, almeno questo è certo, è vero ed ha valore ed esiste.

Il maestro del Nichilismo moderno è Nietzsche. Ora egli ha chiaramente enunziato i principi del Nichilismo metafisico, che possono essere riassunti in una sorta di anti-Decalogo: 1°) in tutto ciò che accade non c’è alcun senso; 2°) col divenire non si giunge a nulla; 3°) quindi, non c’è nessun valore e nessuna risposta al perché delle cose e dei fatti; 4°) Dio stesso (o meglio la sua idea) è morto e lo ha assassinato il mondo moderno, avendolo rimpiazzato con il cogito (Cartesio), con il sentimento (Kant) e con l’«Io assoluto» (Hegel/Evola); 5°) l’esistenza di Dio non è un ente reale, ma è il bisogno o la necessità che ha la coscienza dell’uomo di auto/ingannarsi per potere vivere, anche se non vi è nessuno scopo di farlo e sopportare l’insensatezza dell’esistenza; 6°) la menzogna (Dio, l’essere creato, la ragione, il bene, il fine) è necessaria per continuare a vivere, una sorta di fuga di fronte al nonsenso del mondo; 7°) le azioni umane in sé non hanno alcun valore, siamo noi che lo diamo loro a seconda dei nostri gusti; 8°) dunque non esiste una legge morale oggettiva e reale, ma solo soggettiva o della situazione; 9°) perciò non esistono azioni malvagie in sé (aborto, suicidio, eutanasia, pedofilia); 10°) la cosa migliore sarebbe non essere mai nato, essere nulla, cioè lo stesso desiderio dei dannati nell’inferno23.

Come i Dieci Comandamenti possono essere riassunti dall’amore soprannaturale di Dio e del prossimo amato propter Deum; così l’anti-Decalogo nicciano può essere riassunto in due anti-comandamenti principali: 1°) se Dio non esiste, tutto è permesso; 2°) tranne il vero e il bene. È la follia del mondo attuale, in cui tutto è lecito (suicidio, eutanasia, transgender…) tranne ricercare la verità, conformarvisi e agire in maniera moralmente conseguente, ossia moralmente bene.


Conclusione

Dallo studio fatto da padre Paolo Siano su Aleksandr Dughin, si evince che la sua filosofia è in piena sintonia iniziale con la Modernità idealista, ma soprattutto e in maniera ultimativa con il suo rovesciamento, ossia la Postmodernità nichilista.

Ora, la Modernità è un errore di presunzione, che tende all’auto/divinizzazione dell’uomo tramite le sue sole forze naturali. Infatti, il Soggettivismo cartesiano e l’Idealismo kantiano/hegeliano si fondano sulla pretesa autonomia e autosufficienza assoluta della creatura e tendono all’allontanamento dal Trascendente.

Tuttavia, la conclusione logica cui porta la Modernità (XVII secolo / XIX secolo) è il suo rovesciamento; cioè, il Nichilismo filosofico (XX / XXI secolo) 1°) morale o “sui/cidio” (distruzione della morale); 2°) logico o “ratio/cidio” (negazione della retta ragione) e infine 3°) metafisico o “enti/cidio” (annichilazione della realtà).

Infatti, la Postmodernità (da Nietzsche/Freud a Dughin, passando per la “Scuola di Francoforte” e per lo “Strutturalismo francese”) è essenzialmente pessimista o distruttivamente sfiduciata, avendo negato ogni valore a) della realtà ontologica; b) della retta ragione e del ragionamento logico e, infine, c) della retta morale naturale e rivelata.

Questo Pessimismo metafisico o Nichilismo radicale tolgono all’uomo ogni scopo di vivere, lo spingono verso l’abisso del nulla, del suicidio fisico e della perdizione eterna. Insomma, da un eccesso di euforia o dal “delirio d’onnipotenza” (Modernità dell’Otto/Nove cento) si è passati a un difetto di disforia (Postmodernità del XX/XXI secolo).

Il mondo moderno e contemporaneo è un ammalato di ciclotimia, un paziente bipolare che oscilla tra manie di grandezza e di depressione autolesionista, non sapendo trovare il “giusto mezzo, non di mediocrità ma di profondità e di altitudine” tra l’eccesso e il difetto.

Il rimedio esiste ed è unicamente quello di rientrare in contatto con la realtà, mediante “la seconda e la terza navigazione” platonico/aristotelica e soprattutto tomistica24.

Infatti, non si può scendere a patti con il delirio idealista o nichilista ossia con la sindrome euforica o disforica. No! Occorre porvi un rimedio; perciò, o li si supera, oppure “si sprofonda nel mare del nulla, in cui tutto affoga”. La sana metafisica platonica era arrivata con la “seconda navigazione” a oltrepassare il puro sensibile, il fenomeno, la materia per giungere all’intellegibile, alla sostanza, all’essenza, tramite la logica, la filosofia morale o l’etica e la metafisica.

Tuttavia Platone aveva svalutato e disprezzato il sensibile e la materia, come se fossero intrinsecamente perversi, pur avendo cercato di elevarsi al soprasensibile, alla metafisica. Però, quell’errore iniziale di disprezzo della realtà materiale lo aveva portato fuori strada, per un eccesso di spiritualismo o “angelismo”.

Aristotele lo corresse, senza abbandonare quanto di buono e di geniale vi era nella sua filosofia: ossia lo sforzo di trascendere il sensibile per arrivare alla metafisica (“metà tà fisicà / aldilà della natura fisica e materiale”). Però, anche lo Stagirita non era giunto sino al termine del cammino filosofico. Infatti, pur senza commettere errori sostanziali, si era arenato all’essenza o natura o sostanza e non era giunto al porto dell’essere, con la “terza navigazione”, che fu intrapresa poi da San Tommaso d’Aquino.

L’Aquinate scoprì la terraferma, buona e ottima oltre il mare procelloso della navigazione dal sensibile al soprasensibile. Egli è giunto a cogliere il traguardo della conoscenza umana: l’essere come atto ultimo, perfezione di ogni sostanza, essenza, natura. Insomma la perfezione di ogni perfezione (cfr. S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3; Ibidem, I, q. 50, a. 2-3; De ente et essentia, cap. 5; De potentia, q. 7, a. 2, ad 9; Ibidem, q. 3, a. 5, ad 2; C. Gent, lib. I, cap. 38, 52-54; De anima, q. 6, a. 2).

Se prendiamo l’Angelico come guida - similmente a Dante con Virgilio e poi Beatrice - potremo giunger «a rivedere il cielo e il Sol che muove il mondo e le altre stelle».

Oltre l’essere vi è il nulla. Perciò, non si può oltrepassare il Tomismo, sotto pena di cadere di nuovo nel Nichilismo. Certamente, il Tomismo può essere approfondito, come ha fatto la seconda e la terza Scolastica. Il principio d’identità e non-contraddizione ci pone difronte a un’alternativa radicale, che ci mette con le spalle al muro: “Esse aut non esse, tertium non datur”.

Dughin, tornando a Baruch Spinoza25 (non troppo sorprendentemente, poiché l’anima di ogni Esoterismo gnostico è la Cabala e il Talmud26 ) cerca di evitare questo scoglio con l’escamotage, vecchio quanto la Sofistica - combattuta già nel 300 a. C. da Socrate, Platone e Aristotele - di negare il principio di non-contraddizione, per rifugiarsi nella droga mentale, morale e reale della “coincidentia oppositorum”.

Ancora una volta “nel mare del nulla tutto affonda”, perché viene a mancarci sotto i piedi la terra dell’essere.



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1. Cfr. C. NITOGLIA, Esoterismo contemporaneo anticristiano, in www.doncurzionitoglia.com, 2015.
2. Per un’esatta nozione di Tradizione apostolica - ben diversa dal Tradizionalismo gnostico, esoterico o fideistico - cfr. B. GHERARDINI, Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa [qui], Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; ID., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia [qui], Torino, Lindau, 2011. ]
3. Cfr. C. NITOGLIA, Joseph de Maistre esoterico? in www.sisinono.org , 2019.
4. Cfr. C. NITOGLIA, Si può essere evoliani e cattolici? in www.sisinono.org, 2015; ID., Evola Massone? in www.doncurzionitoglia.com, 2015; ID., Stirner e Evola, in www.doncurzionitoglia.com, 2015.
5. Cfr. C. NITOGLIA, Equivoco guénoniano, in www.doncurzionitoglia.com, 2012; ID., Si può essere guénoniani e cattolici? in www.sisinono.org, 2021.
6. Cfr. F. OLGIATI, I fondamenti della metafisica classica, Milano, Vita & Pensiero, 1950; B. MONDIN, Storia della metafisica, Bologna, ESD, 3 voll., 1998.
7. Cfr. C. GIACON, Guglielmo di Occam. Saggio storico-critico sulla formazione e sulla decadenza della Scolastica, Milano, Vita & Pensiero, 1941, 2 voll.; ID., Occam, Brescia, La Scuola, 1943.
8. Cfr. C. NITOGLIA, L’Esoterismo, CLS, Verrua Savoia, 2002.
9. Cfr. F. OLGIATI, La filosofia di Descartes, Milano, Vita & Pensiero, 1937.
10. Cfr. G. MATTIUSSI, Il veleno kantiano, Monza, 1907.
11. Cfr. M. CORDOVANI, Cattolicismo e Idealismo, Milano, Vita e Pensiero, 1928; G. M. ROSCHINI, L’idealismo. Che cos’è. Come combatterlo, sine data, loco et editore; S. VANNI-ROVIGHI, Storia della filosofia moderna, Brescia, La Scuola, 2° ed., 1981, I vol., pp. 795-873, K. ROSENKRANZ, Vita di Hegel, Firenze, Vallecchi, 1966.
12. Cfr. R. GARRIGOU-LAGRANGE, La distinction réelle et la réfutation du panthéisme, in “Revue tomiste”, 1938; M. F. SCIACCA, voce “Panteismo”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1952, vol. IX, coll. 686-693.
13. E. VOEGELIN, La nuova scienza politica, tr. it., Torino, Borla, 1969; ID., Il mito del mondo nuovo, tr. it., Milano, Rusconi, 2a ed., 1976; U. BIANCHI, Le origini dello Gnosticismo, Colloquio di Messina (13 - 18 aprile 1966), Leiden, ed. E. Brill, 1967; C. NITOGLIA, Gnosi e Gnosticismo, Paganesimo e Giudaismo, Brescia, Cavinato, 2006.
14. Cfr. R. E. LERNER, Refrigerio dei Santi. Gioacchino da Fiore e l’escatologia medievale, Roma, Viella, 1995; H. GRUNDMANN, Gioacchino da Fiore. Vita e opere, Roma, Viella, 1997; H. DE LUBAC, La posterità spirituale di Gioachino da Fiore, Milano, Jaca Book, 2 voll., 1983.
15. Cfr. A. DEL NOCE, L’epoca della secolarizzazione, Milano, Giuffré, 1970; ID., Secolarizzazione e crisi della modernità, 1989, Bologna, Il Mulino.
16. Cr. C. NITOGLIA, Dal Cristo esoterico al Cristo cosmico, in www.sisinono.org, 2021.
17. Cfr. A. DEL NOCE, Il problema dell’ateismo, Bologna, Il Mulino, 1964; C. FABRO, Introduzione all’ateismo moderno, Roma, Studium, 1964, 2 volumi.
18. Cfr. C. FABRO, voce “Agnosticismo”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, vol. I, 1948, coll. 497-488.
19. A. DEL NOCE, Cristianità e laicità, Milano, Giuffré, 1998, pp. 161-169.
20. A. DEL NOCE, Il problema dell’ateismo, Bologna, Il Mulino, 1964, pp. 293-333.
21. G. ROSCHINI, La Santa Messa. Breve esposizione dogmatica, II ed., Frigento, CME, 2010, p. 11-13.
22. Cfr. C. NITOGLIA, Tradizione cattolica e tradizione cabalistica, in www.doncurzionitoglia.com, 2016.
23. Cfr. GF. MORRA, Il cane di Zarathustra. Tutto Nietzsche per tutti, con antologia, Milano, Ares, 2013.
24. Cfr. M. DE CORTE, L’intelligenza in pericolo di morte, Roma, Volpe, 1973; ID., Ritorno al reale, Roma, Volpe, 1970. 25. Cfr. ANDREA DALLEDONNE, Il rischio della libertà: San Tommaso – Spinoza, Milano, Marzorati, 1990.
26. Cfr. C. NITOGLIA, L’Esoterismo. L’autodivinizzazione dell’uomo e l’unità trascendente delle religioni alla luce della metafisica tradizionale, CLS, Verrua Savoia, 2002; ID., Gnosi e Gnosticismo, Brescia, Cavinato, 2004.




sabato 7 maggio 2022

“Emergenze” permanenti che alimentano la Rivoluzione permanente




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alimentano la Rivoluzione permanente


venerdì 6 maggio 2022

“Emergenze” inquietantemente somiglianti


La storia dimostra che i movimenti sovversivi hanno spesso imposto ai popoli “salti di qualità” e “cambiamenti epocali” ricorrendo a emergenze che dovevano superare vere o dubbie o false crisi. Ciò è accaduto fin dalla Rivoluzione Francese, quando i massacri furono organizzati al grido di “la patria è in pericolo!” Lungo il XX secolo, l’accelerazione del processo rivoluzionario ha moltiplicato questi “stati di crisi”, i quali da locali o settoriali o momentanei sono diventati sempre più globali e duraturi.


Da almeno quarant’anni, siamo sottoposti a emergenze di lunga durata che si succedono o si accavallano quasi senza sosta e che, spesso, da provvisorie diventano definitive. Basti pensare a quelle avviate dalla crisi ecologica, dalla offensiva terroristica, dalla infiltrazione islamica, dalle migrazioni di massa, dalla crisi finanziaria.


Tuttavia, oggi queste emergenze sembrano superate da altre due succedutesi a breve distanza a partire dal 2019: prima quella sanitaria partita dalla epidemia diffusa dal virus cinese (CoVi-D), poi quella energetica partita dalla invasione russa dell’Ucraina. Queste ultime due emergenze sembrano prepararne una terza e più grave, di carattere globale, che potrebbe mettere in ginocchio sia la prosperità che la libertà delle nazioni occidentali, ponendo così le condizioni per realizzare il famigerato progetto del Great Reset (“grande azzeramento”) dell’economia, ma soprattutto della civiltà, occidentale.

Alcuni analisti hanno notato che queste emergenze, pur avendo origini, modi e tempi diversi, hanno precise somiglianze. Soprattutto, è simile il metodo con cui esse vengono prima annunciate, poi imposte e infine sfruttate a livello globale dalla propaganda mass-mediatica e politica, producendo risultati e favorendo finalità estranei al settore originario della crisi. Cerchiamo d’individuare alcune di queste inquietanti somiglianze che fanno pensare a una manovra rivoluzionaria concertata.

Propaganda della paura

Innanzitutto, protagonista dell’intera operazione è sempre la propaganda mass-mediatica, culturale e “scientifica”, talvolta anche quella clericale. Essa presenta alla opinione pubblica la crisi del momento come se fosse imprevedibile e inevitabile, come un “segno dei tempi” o un evento della “storia in marcia” o una fase della “natura in evoluzione” o una “esigenza dei mercati”. Dopodiché, per risolvere questa crisi, si pretende che bisogna imporre alla popolazione di adeguarsi a nuove esigenze, rinunciando a passate convinzioni e correggendo lo stile di vita fino a ieri goduto. Lo slogan è: “niente sarà più come prima”.


Dato che l’opinione pubblica diffida dei mass-media e ancor più dei politici, ma si fida della scienza, i promotori dell’emergenza in corso hanno cura di giustificarne l’esistenza e di accertarne la portata usando argomenti “scientifici” elaborati da comitati di “esperti” provenienti dal mondo intellettuale e accademico: climatologi, fisici, statistici, biologi, medici, virologi, sociologi, economisti. Lo slogan è: “lo ha accertato la scienza”.


In realtà, almeno dal caso della bomba atomica (1943-1945), è spesso accaduto che non solo gl’intellettuali, ma anche gli scienziati, abbiano pubblicato analisi e diagnosi a loro richieste dal potere vigente, al fine di giustificare le decisioni che già intendeva prendere. Questo fenomeno si è aggravato durante le emergenze del nostro tempo, quando “comitati tecnico-scientifici” di nomina governativa hanno pubblicato analisi e previsioni gradite al potere politico-economico che li pagava e funzionali alle sue scelte.

Date queste premesse, la capillare e ossessiva propaganda mass-mediatica della crisi, per di più giustificata “scientificamente”, getta l’opinione pubblica nel timore. Pertanto, essa non chiede spiegazioni, si preoccupa della propria sopravvivenza e si rassegna a subire tutte le conseguenze e tutte le misure imposte dalle autorità per affrontare l’emergenza, nella speranza che si tratti di una situazione momentanea che verrà presto risolta. Lo slogan è: “andrà tutto bene”.


Questo clima generale di paura e di rassegnazione è il primo grande successo della manovra rivoluzionaria, che ottenebra la lucidità del giudizio della gente e ne riduce al minimo dubbi e dissidenze. Com’è noto, le conseguenze non solo psicologiche ma anche sociali di questa paura sono devastanti.

Repressione delle libertà

Una volta che la paura ha assicurato la generale passività della società civile, le autorità politiche tentano di sfruttare la situazione per imporre una sorta di regime di emergenza affidato non tanto a politici quanto a tecnici o esperti del settore in crisi ma spesso del tutto estranei sia alla volontà popolare che alle esigenze del bene comune.


Questo regime deve diventare capace non solo di controllare l’intera vita sociale, ma anche d’irreggimentarla – quasi nel senso militare del termine – in modo da ottenere una uniformità nel pensare e una mobilitazione generale nell’agire. Lo slogan è: “siamo in guerra”, una guerra nella quale ogni elusione è diserzione e ogni rifiuto è tradimento.


Applicando gradualmente le regole di questa mobilitazione paramilitare, le autorità impongono alla popolazione una drastica procedura anti-crisi che, facendo valere lo “stato di eccezione”, presuppone il funzionamento di un regime repressivo.


Infatti, questa procedura draconiana può realizzarsi solo sospendendo, talvolta anche sopprimendo, i diritti civili e politici acquisiti nelle democrazie, compresi quelli costituzionali, come quello di libera circolazione di persone e di beni, compreso quello di poter lavorare e guadagnarsi il pane. Lo slogan è quello lanciato nel 1919 da Trotskij; “chi non obbedisce non mangia”.

La guida del regime viene affidata a un “Governo di unità nazionale”, sostenuto dalla sostanziale complicità della intera rappresentanza parlamentare; è una nuova versione del metodo bolscevico applicato con successo da Lenin: “tutti i partiti al governo, tutto il potere ai soviet”. Il Governo vuole evitare che alcuni partiti, rimanendo liberi da complicità governative, si facciano portavoce della possibile dissidenza al regime invocando diritti e libertà.


Se qualcuno obietta che la crisi può essere affrontata e risolta con metodi normali, rispettosi delle libertà costituzionali e delle procedure democratiche, la propaganda di regime risponde con un altro slogan: “non c’è alternativa”.

Silenziamento delle opposizioni

Chi contesta questo regime di mobilitazione e di controllo globale viene accusato di essere un ribelle, un asociale, insomma “un nemico del popolo”, usando modalità simili a quelle denunciate da Ibsen nella sua nota commedia omonima. I mass-media dominanti accusano questi “nemici” di essere complici della crisi, mentre le autorità politiche li accusano d’impedirne la soluzione. Questi dissidenti potranno essere perdonati solo se, adeguandosi al nuovo regime, si rassegneranno a “rientrare nella società dalla quale sono uscititi”, come ha significativamente affermato il capo del Governo italiano (Draghi) in un suo discorso.


Parallelamente, l’emergenza impone di mobilitare non solo l’amministrazione e la burocrazia statali e para-statali, ma anche il deep State, ossia quell’apparato di vigilanza, di controllo e di repressione che non dipendono dalle scelte democratiche ma permangono nel sottofondo del sistema politico. A loro spetta di eseguire scrupolosamente le misure di controllo, isolamento e repressione decise dall’autorità, senza tener conto delle concrete situazioni locali, se non per inasprire quelle misure.


Ne abbiamo già un esempio nel sistema statale cinese, il quale, pur di sapere e controllare tutto. applica disinvoltamente tutte le misure sia legali che illegali, usando tutti gli apparati, sia ufficiali che clandestini. Lo slogan è: “il Governo ti controlla per il tuo bene”.

Censura delle dissidenze

Per imporsi controllando l’intera vita civile, questo “stato di eccezione” tenta di limitare al massimo non solo la libertà di agire, ma anche quella di sapere, ossia il diritto di diffondere informazioni nascoste o negate dalla propaganda di regime.


Infatti, l’emergenza impone che i mass-media diffondano solo opinioni, analisi, notizie e dati provenienti dalle fonti o dalle agenzie “ufficiali e credibili”, ritenute le sole capaci di spiegare e risolvere “scientificamente” la crisi. Lo slogan è: “le versioni non ufficiali sono inammissibili”.


Pertanto, le fonti informative dissidenti vengono condannate come false e represse come dannose, mentre i giornalisti e gli opinionisti dissidenti vengono derisi, isolati, accusati d’“intelligenza col nemico”, minacciati, declassati o deposti dagl’incarichi, anche accademici.


Com’è già accaduto in passato, i dissidenti che si ostinano a denunciare inganni e soprusi vengono trattati da fanatici, psicopatici, “complottisti” da curare con trattamento psichiatrico, come avveniva negl’“istituti di rieducazione” del mondo sovietico,

Com’è noto, molti Governi – compreso quello italiano – stanno elaborando nuovi provvedimenti che, aggirando le garanzie costituzionali, permettano allo Stato di sopprimere le fonti d’informazione dissidenti, comprese quelle diffuse da Internet.

Il cambio di paradigma

La propaganda mass-mediatica e la repressione del regime emergenziale svolgono un’altra funzione, ancor più devastante della mera disinformazione: quella di disorientare le menti, inquinare le coscienze e indebolire le volontà della popolazione.


Ad esempio, la propaganda ufficiale diffonde dati, valutazioni e analisi sulla emergenza che risultano essere non tanto falsi quanto del tutto contraddittori. Parallelamente, il regime impone alla popolazione provvedimenti “di salute pubblica” che risultano non tanto inefficaci quanto inutili e contrastanti tra loro. Ciò che prima era dichiarato falso o dannoso, poco dopo viene applicato come vero o benefico (o viceversa).


Nonostante ciò, i cittadini sono esortati a credere a quelle informazioni contraddittorie e ad applicare quelle misure contrastanti, con divieto di metterle in discussione; ogni criterio di verifica è visto come pericoloso per la “narrazione scientifica” del problema. Di conseguenza, la lucidità mentale e la coerenza logica della opinione pubblica, già compromesse dalla paura e dalla repressione, rischiano di essere spente da un’alternanza di contraddizioni che spinge verso la schizofrenia mentale.


Come meravigliarsene? Già da tempo, la propaganda culturale “postmoderna” ha esortato la gente a effettuare un “cambio di paradigma”, soprattutto a rinunciare alla coerenza nel pensare e nell’agire e ad emanciparsi dalla logica e dalle regole, al fine di adottare un “pensiero incompiuto” che favorisca un’azione contraddittoria.

Il segreto della procedura di emergenza

La procedura rivoluzionaria sopra descritta consiste nel prevedere crisi imminenti – o, se non arrivano, nel suscitarne! – e nell’approfittarsene trasformandole in occasioni utili per imporre, sotto l’impulso della paura, uno stato di emergenza che favorisca un passaggio rivoluzionario.


In cosa si distinguono queste emergenze da quelle che giustamente richiedono l’intervento dell’autorità politica o economica o militare per risolvere una crisi? Semplicemente dal fatto che le emergenze rivoluzionarie sono pretestuose, sono mosse da intenzioni e usano metodi che non mirano alla soluzione della crisi ma anzi, talvolta, al suo aggravarsi, come facevano i partiti comunisti con le crisi economiche.


Lo si capisce dal fatto che, in questi casi, le misure propagandistiche e politiche imposte dal potere rivoluzionario sono del tutto sproporzionate rispetto al fine ufficialmente dichiarato, ossia la soluzione della crisi. Quelle misure o non risolvono la crisi, o la risolvono a un costo (soprattutto umano) del tutto eccessivo, un costo che è appunto il fine a cui davvero mirava la manovra emergenziale.


Ad esempio, rinchiudere per mesi un intero popolo nelle case è del tutto sproporzionato rispetto al preteso fine di arginare una epidemia. Oppure, sottoporre un intero popolo al controllo cibernetico è del tutto sproporzionato rispetto al preteso fine di reprimere i pubblici disordini. Oppure, privare nazioni delle fonti energetiche è del tutto sproporzionato rispetto al preteso fine di limitare l’inquinamento. Il lettore può aggiungere altri casi simili che abbiamo già visto.

Bisogna ricordarsi che il “principio di precauzione”, sbandierato dal potere per giustificare simili provvedimenti inutili o dannosi, va inteso non solo nel senso che bisogna mettere in atto tutti i mezzi necessari per impedire o limitare una crisi, ma va inteso anche nel senso che quei mezzi non devono provocare danni maggiori dei benefici sperati. Il “principio di precauzione” imponeva di evitare misure drastiche e rovinose che, come si diceva una volta, bonificano il campo rendendolo sterile, oppure “guariscono il malato dalla malattia consegnandolo alla morte”.

Le possibili alternative

Stando così le cose, l’attuale situazione potrà evolversi in tre modi diversi che preparano tre risultati altrettanto diversi.


Se l’opinione pubblica obbedirà senza riserve al regime “di salute pubblica” accettandone tutte le imposizioni emergenziali, il disastro sarà inevitabile. La vita sociale e politica, forse anche quella ecclesiale, verrà sovvertita per esaudire le esigenze imposte dalle crisi ecologiche, migratorie, sanitarie o militari. Di conseguenza, la popolazione soccomberà ad altre crisi, cominciando da quella economica e sociale favorita dai provvedimenti pretesi risanatori.


Se invece l’opinione pubblica, mantenendo una certa diffidenza e ostilità al regime, ne accetterà solo in parte la propaganda e le imposizioni e rifiuterà quelle che più la sconcertano e la danneggiano, la popolazione dovrà destreggiarsi per resistere alla insidia di una politica che attenuerà l’emergenza non più creduta tale, ma solo per sostituirla con un’altra.


Se infine l’opinione pubblica si renderà pienamente conto dell’inganno subìto e si si ribellerà alle imposizioni del regime, allora sarà possibile che la popolazione si riprenda in lucidità e in determinazione, abbastanza in tempo prima che finiscano del tutto soffocate dalla propaganda e soppresse dal regime.Ovviamente, noi ci auguriamo che si realizzi questa terza possibilità.

Guido Vignelli -