giovedì 25 novembre 2021

La "sofferenza vicaria" è completamente dimenticata e negata





Dedicato a chi nega la “sofferenza vicaria”: per la salvezza di una sola anima Padre Pio sarebbe stato disposto a tornare sulla terra per continuare a soffrire



di Corrado Gnerre, 25 novembre 2021

Il cappuccino padre Guglielmo Alimonti nel suo I miei giorni con Padre Pio racconta un aneddoto.

Un giorno, stando vicino a Padre Pio, non ho potuto fare ameno di chiedergli, inginocchiato ai suoi piedi: “Padre, se il Signore ti dicesse, quando sarai in Cielo, che uno dei tuoi figli corre il rischio di perdersi eternamente, che faresti?”

Mi rispose: “Gli chiederei semplicemente di tornare sulla terra per ricominciare da capo a patire, pur di salvarlo.”

Dunque, san Pio da Pietrelcina per salvare un suo figlio spirituale era disposto non solo a rinunciare temporaneamente alle gioie del Paradiso, ma anche a tornare a soffrire.

Ciò ci fa capire quanto costa la conversione dei peccatori e quanta generosità hanno i santi che ben capiscono la verità della “sofferenza vicaria”, verità che noi abbiamo completamente rimosso.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri








mercoledì 24 novembre 2021

Pro Vita & Famiglia, SOS Ragazzi: No alla Follia dell’Asterisco nella Scuola.




Tratto da Stilum curiae del 24/11/2021



Carissimi StilumCuriali, la notizia che a Liceo Cavour di Torino, una volta considerato uno dei migliori, più seri e severi della città, il Preside abbia deciso di adottare improvvidamente l’asterisco finale per non definire maschi e femmine mi ha sorpreso, nonostante da tempo abbia cessato di meravigliarmi dell’umana follia. Qui sotto troverete alcuni commenti e iniziative correlate, per impedire che che l’idiozia politically correct del mio vecchio liceo trovi imitatori. Buona lettura.

Marco Tosatti



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Liceo Cavour Torino adotta l’asterisco. PV&F: «Come può essere costituzionale cancellare maschi e femmine? Miur intervenga!»




COMUNICATO STAMPA
Gender

Liceo Cavour Torino adotta l’asterisco. Pro Vita & Famiglia: «Come può essere costituzionale cancellare maschi e femmine? Ministero dell’Istruzione intervenga!»



Torino, 22 novembre 2021

«Cancellare studenti e studentesse come ha fatto il Liceo Cavour di Torino significa appiattire la mente, la cultura e l’identità dei giovani per un fine ideologico. Chiediamo l’intervento del ministero dell’istruzione, perché faccia rispettare al Cavour la legge italiana che obbliga la pubblica amministrazione a scrivere tutti i propri atti in lingua italiana e non tollera esperimenti linguistici», è il commento di Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia.

«E cosa c’entra l’articolo 3 della Costituzione, che il preside della scuola cita, che recita che tutti i cittadini hanno pari dignità a prescindere dalla propria condizione?», aggiunge Maria Rachele Ruiu, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia. «Dov’è la dignità nel fingere che queste condizioni non ci siano? Che non ci siano differenze? – prosegue – Nessuno sano di mente può pensare che l’asterisco a scuola, lo schwa nei libri della Murgia e la carriera alias e similari possano portare beneficio. Così si fa rientrare dalla finestra il ddl Zan: un indottrinamento all’ideologia gender, si cancellano maschio e femmina sulla pelle dei nostri giovani».

«La diga – conclude la nota – sta franando così velocemente che persino un esponente del mondo Lgbt come Cecchi Paone, nell’ultima puntata di Zona Bianca, si è scagliato contro l’identità fluida e la carriera alias, descrivendola come “una nevrosi, non è un fatto reale”».

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COMUNICATO STAMPA
Gender a scuola

Pro Vita & Famiglia: «Petizione per chiedere a Provincia Trento legge sulla libertà educativa e per bandire ideologia gender»


Trento, 23 novembre 2021

«Nonostante la bocciatura del ddl Zan il concetto antiscientifico dell’identità di genere fluida continua ad essere veicolato nelle scuole, a danno dei nostri figli. Questo è inaccettabile perché dovrebbe essere un tema da espellere dalla didattica, poiché deleterio per il sano sviluppo psico-fisico dei giovani», la denuncia del Circolo territoriale di Pro Vita & Famiglia Trentino.

«Per questo motivo – prosegue la nota della Onlus – abbiamo lanciato una petizione per chiedere al Presidente del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento Walter Kaswalder e all’Assessore provinciale all’Istruzione Mirko Bisesti l’impegno a promuovere, in seno al Consiglio provinciale, l’approvazione di una legge sulla libertà educativa che bandisca l’ideologia gender dalle scuole».

«Non devono più verificarsi casi come la promozione che l’Istituto Comprensivo Alta Vallagarina ha recentemente fatto sulla conferenza “Sei sempre tu. Come orientarsi tra generi e identità”, tenutasi lo scorso 20 novembre presso il MUSE, il Museo delle Scienze di Trento. Un evento che, sotto la “solita” maschera della lotta alle discriminazioni, celava l’ennesimo tentativo di indottrinamento LGBTQIA+ di ragazzi e bambini anche giovanissimi. E’ necessario – conclude Pro Vita & Famiglia – rimettere al centro l’art. 30 della Costituzione italiana che tutela il “dovere e diritto dei genitori istruire ed educare i figli”».


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Gentile sostenitore,

la scuola italiana è in uno stato di profonda decadenza da vari decenni. Tutti i dati raccolti negli ultimi anni rivelano che il livello culturale dei nostri studenti si è notevolmente abbassato rispetto al passato. La didattica a distanza dovuta all’emergenza sanitaria non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Eppure, c’è chi non si preoccupa affatto di tutto ciò, ma pensa piuttosto a condurre una rivoluzione culturale ed antropologica.

Mi viene in mente il liceo classico Cavour di Torino, che ha scelto di fare propria a tutti gli effetti l’ideologia della fluidità, il cosiddetto gender fluid.

Ha cioè deciso che nelle comunicazioni ufficiali non utilizzerà più sostantivi e aggettivi connotati, ma l’asterisco. In altre parole, non più “studente”, ma “student*”, non “iscritti”, ma “iscritt*”, non “ragazzi” ma “ragazz*”.


La scuola, infatti, ha aderito a “Noi siamo pari”, un progetto del Miur per lavorare sui temi dell’inclusione di genere. E nel regolamento di istituto ha stabilito che per tutte le comunicazioni (interne, esterne, individuali o collettive) dovranno essere utilizzate parole che non escludano e non taglino fuori nessuna persona.

È stato scelto l’asterisco, che per gli ideologi gender è una delle soluzioni prese in considerazione per combattere il presunto “linguaggio di genere”, insieme, per esempio, alla schwa (il carattere “ə”).

Pensi che siano le follie di pochi scapestrati? Niente affatto, come vedi. Quando un liceo classico decide ufficialmente di sposare l’ideologia di genere in questo modo, significa che, senza bisogno di una legge tipo ddl Zan, la dittatura arcobaleno ha già trionfato, perché è riuscita a impossessarsi delle menti.

Il preside del Cavour, Enzo Salcon, ha dichiarato alla stampa che “le generazioni che frequentano adesso le superiori sono molto più avanti, sono sensibili al tema e hanno risposto in modo estremamente positivo. Noi abbiamo semplicemente formalizzato in un regolamento quello che vivono nella quotidianità di ogni giorno.

Questioni come queste sono vissute in modo problematico dagli adulti, non dai giovani”.

E tutto sommato ha ragione. Il problema è che i giovani andrebbero educati, andrebbero presentati loro veri formatori, veri punti di riferimento per aiutarli a fuggire dal lavaggio del cervello politicamente corretto che subiscono.

Salcone ha poi aggiunto: “La nostra stessa Costituzione vieta le discriminazioni. Non abbiamo fatto niente di rivoluzionario, se non dare attuazione al dettato costituzionale”.

Quindi è discriminatorio il sesso biologico? Discrimino qualcuno se dico che, a prescindere dai gusti sessuali di ciascuno, ognuno di noi è maschio o femmina? Che cosa insegneranno nelle ore di biologia al liceo Cavour?

E in nome della parità e dell’uguaglianza dovremmo forse annullare le differenze e le rispettive identità?

Quel che sta accadendo, tra gli applausi dei media, è a dir poco preoccupante.

Conto però sul tuo aiuto per aiutarmi a svegliare le coscienze anestetizzate. È la tua e la mia missione.

Dobbiamo ricominciare da zero. Ma con la buona volontà e soprattutto con la grazia di Dio, ce la faremo.

“È tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta” (papa Pio XII, anno 1952).

Grazie per quanto potrai fare.



Un caro saluto,







Federico Catani
Direttore della campagna SOS Ragazzi





Mario e il suicidio assistito, pratica cattiva che farà cultura





Diversamente da quanto scritto dai media, il Comitato regionale delle Marche non ha dato il via libera al suicidio assistito di “Mario”, tetraplegico di 43 anni. Ma valutare l’intollerabilità della sofferenza spetta, secondo la Corte costituzionale, al paziente. L’esito per Mario, con accanto i soliti Radicali, sembra quindi scontato: la morte. Eppure, il suo caso testimonia che c’è una resistenza culturale al suicidio assistito tra i sanitari. Ma la Consulta ha fatto una fuga in avanti.





PIANO INCLINATO
VITA E BIOETICA

Tommaso Scandroglio, 24-11-2021

Forse per la prima volta in Italia una persona morirà tramite la pratica del suicidio assistito. Si tratta di Mario, nome di fantasia, marchigiano di 43 anni, tetraplegico a seguito di un incidente stradale avvenuto una decina di anni fa. Avevamo già trattato della vicenda di Mario nei mesi scorsi (clicca qui e qui). Rimandiamo a quegli articoli per un approfondimento. Però, prima di parlare degli sviluppi della storia di Mario, ricordiamo per sommi capi come si presenta l’attuale quadro giuridico sul tema eutanasia in Italia.

Da molti anni, il paziente che vuole morire può farlo rinunciando a sottoporsi a terapie salvavita, questo grazie a plurime sentenze dei giudici. In secondo luogo, abbiamo la legge 219/17 che depenalizza in parte l’omicidio del consenziente quando viene commesso tramite due modalità: interruzione di terapia salvavita (compresi i presidi vitali quali nutrizione e idratazione assistita) e sedazione profonda continuata. La legge 219 avrà nel prossimo anno quasi certamente una implementazione: infatti, forse in primavera, saremo chiamati ad esprimerci sul quesito referendario proposto dai Radicali volto ad abrogare in parte l’art. 579 Cp che sanziona l’omicidio del consenziente. In breve, i Radicali vogliono espandere ancor di più le modalità per praticare l’omicidio del consenziente rispetto alle due modalità previste dalla legge 219: ad esempio tramite l’iniezione letale. Infine giace sul tavolo del Parlamento un disegno di legge volto alla legalizzazione del suicidio assistito (ne abbiamo parlato qui). Tale iniziativa nasce dai ripetuti inviti della Corte costituzionale a legiferare in materia.

E parlando di aiuto al suicidio torniamo a parlare di Mario il quale, tramite l’associazione radicale Luca Coscioni, chiese all’Area Vasta dell'Asur (Azienda Sanitaria Unica Regionale delle Marche) di morire tramite suicidio assistito. L’Asur negò il consenso, ma i Radicali si recarono dal giudice e questi, ovviamente, diede loro ragione: che l’Asur verifichi i requisiti di accesso al suicidio assistito, indicati dalla Corte costituzionale, per mezzo del parere di un Comitato etico.

I criteri previsti dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242 del 2019 (clicca qui per un approfondimento) sono i seguenti: richiesta proveniente da persona capace di intendere e volere, richiesta libera da condizionamenti, “persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili”. La Consulta, come accennato, aveva chiesto al Parlamento di legiferare in materia, ma nel frattempo chi soddisfa le condizioni di cui sopra può accedere all’eutanasia in una struttura ospedaliera tramite suicidio assistito.

Questi requisiti sono presenti a detta del Comitato etico? Il problema sta in un requisito - quello che riguarda le sofferenze intollerabili - o meglio: nella verifica dell’esistenza di tale requisito. Il Comitato, in merito a tale condizione, parla di “elemento soggettivo di difficile interpretazione”, di difficoltà nel “rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica”, e di “indisponibilità del soggetto ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa”. Un paio di rilievi. Il primo: l’intollerabilità della sofferenza da chi deve essere valutata? Secondo la Consulta dal paziente stesso. Sta a lui e non al Comitato giudicare se una sofferenza è intollerabile e non deve certo fornire prova di ciò. Il Comitato deve solo accertarsi che il paziente ritenga tale sofferenza intollerabile, ma non può sindacare il suo giudizio. In secondo luogo, è vero che la Consulta ha incoraggiato molto, nella sua sentenza, a battere la strada delle cure palliative, ma queste rimangono facoltative e non certo obbligatorie. Essendo terapie possono legittimamente essere rifiutate dal paziente stesso. Detto tutto ciò, rimane il fatto che il Comitato non ha dato via libera al suicidio assistito.

Nonostante questo, i Radicali vanno per la loro strada. Come precisa Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: “Manca ora la definizione del processo di somministrazione del farmaco eutanasico”. L’avvocato Filomena Gallo, co-difensore di Mario e segretario dell’Associazione Luca Coscioni, aggiunge: “Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo per Mario, in base alle sue condizioni”. Un mero passaggio tecnico, dunque.

L’esito di questa vicenda appare scontato: la morte del povero Mario. Se abbiamo una Corte costituzionale che dice sì all’aiuto al suicidio e se abbiamo un disegno di legge sul suicidio assistito che per indicazione della stessa Corte deve essere approvato, non vorrete credere che chi voglia morire con l’aiuto di terzi non possa farlo? Interessante invece indagare le possibili motivazioni culturali che hanno spinto il Comitato etico a non firmare l’esecuzione del paziente e l’Asur, per due volte, a resistere agli assalti dell’Associazione Luca Coscioni, tanto è vero che per due volte l’Asur è stata diffidata. Ciò potrebbe voler dire che esiste una certa resistenza culturale all’eutanasia. E il caso dell’Azienda sanitaria marchigiana potrebbe essere paradigmatico di un sentire diffuso tra amministratori della salute pubblica, medici e infermieri (ma non tra cittadini visto il successo della campagna referendaria dei Radicali). Se così fosse - ma è solo un’intuizione non suffragata da ricerche sociologiche - la Corte costituzionale non avrebbe registrato e validato un assenso sociale sull’eutanasia tra gli operatori sanitari, bensì avrebbe cantato una nota stonata fuori dal coro. Una fuga in avanti che però creerà cultura, che permetterà di diffondere la cattiva pratica dell’aiuto al suicidio nelle corsie di ospedale e poi fuori di esse.

Le sentenze, al pari delle leggi, educano o diseducano un popolo, hanno la capacità, insieme ovviamente ad altri fattori, di orientare la coscienza collettiva, di ordinare, anzi comandare un nuovo sentire. E più delle sentenze e delle leggi è la pratica stessa che fa cultura: quindi dopo il primo caso di Mario più facilmente ne seguiranno altri, in ossequio al famoso principio del piano inclinato.










martedì 23 novembre 2021

DEVOZIONE DEI CENTO REQUIEM per le anime del Purgatorio





Moltissime grazie si narrano dagli scrittori delle pene del Purgatorio ottenute dai devoti delle sante Anime per mezzo della divozione dei cento Requiem e tra gli altri racconta il giornaletto mensile intitolato l'Eco del Purga­torio, che un associato del medesimo scrisse al direttore di quel periodico quanto segue: Crederei di mancare alla gratitudine verso le benedette Anime del Purgatorio se le tacessi una grazia che testé ho ricevuto per l'inter­cessione delle Anime stesse. Dedito siccome io sono al commercio, mi sono trovato per ben quattro settimane in gravissime angustie, at­tesa la scadenza in ognuna di esse di impegni commerciali, che, per ragioni imprevedute non mi trovava in grado di soddisfare. Agitato, narrai le mie angustie ad una pia persona, la quale mi consigliò di ricorrere all'assistenza delle Anime del Purgatorio, alle quali io aveva molta divozione. Questa persona m'insegnò di recitare ogni giorno cento Requiem alle sante Anime, domandando loro la grazia di essere provveduto. Praticai con grande fervore questa pia divozione; e per vie al tutto insperate, che neppur avrei potuto immaginare, mi sono tro­vato soccorso e provveduto per guisa da poter soddisfare al tempo debito agl'impegni correnti. Io continuo a recitare ogni giorno i cento Re­quiem ed ho fatto celebrare cinque Messe per i morti, e ne farò celebrare altre per attestare a quelle Anime benedette la mia gratitudine. Qualche dotto e pio scrittore dice che moltis­sime volte si ottengono più facilmente le grazie, che desideriamo, per mezzo delle sante Anime penanti che non per l'intercessione dei Santi stessi.


Metodo di praticare la pia devozione.

Per questo pio esercizio, ognuno può servirsi di una corona comune di cinque poste o diecine, percorrendola tutta due volte, per formare le dieci diecine, ossia il centinaio di Requiem.

S'incomincia col recitare un Pater noster, e poi una diecina di Requiem sui dieci grani piccoli della corona, infine della quale si dirà sul grano grosso la seguente giaculatoria:

Gesù mio, misericordia delle Anime del Pur­gatorio, e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata.

Poi si recita di séguito la seconda e le altre diecine di Requiem sui dieci grani piccoli se­guenti, ripetendo la suddetta giaculatoria invece del Pater noster ad ogni grano grosso, ossia al fine di ogni diecina. Terminate le diecine (ossia il centinaio) di Requiem, si dica il De profundis:

Finita così questa pia pratica, sarebbe molto utile alle sante Anime se si volessero aggiun­gere in loro suffragio le seguenti brevissime preghiere, in memoria delle sette principali ef­fusioni del preziosissimo Sangue di Gesù Cristo.


I. O dolcissimo Gesù, per il sudore di Sangue che patiste nell'Orto di Getsemani abbiate pietà di quelle Anime benedette; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'A­nima più abbandonata. Requiem

II. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste nella vostra crudelissima Flagella­zione, abbiatene pietà, e specialmente del­l'Anima N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem

III. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste nella vostra dolorosissima Coronazione di spine abbiatene pietà; e special­mente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem

IV. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste in portare la Croce al Calvario, abbiatene pietà; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem…

V. O dolcissimo Gesù, per i dolori che provaste nella vostra Crocefissione, abbia­tene pietà; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem…

VI. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste nell'amarissima agonia che aveste sulla Croce, abbiatene pietà; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell’Anima più ab­bandonata. Requiem…

VII. O dolcissimo Gesù, per quel dolore immenso che soffriste quando spiraste l'A­nima vostra benedetta, abbiatene pietà; e specialmente dell'Anima più abbandonata. Requiem…


Raccomandiamoci ora tutti alle Anime del Purgatorio, e diciamo: Anime benedette! noi abbiamo pregato per voi, ma voi che siete sì care a Dio e state sicure di non poterlo più perdere, pre­gatelo per noi miserabili, che stiamo in pe­ricolo di dannarci e di perderlo per sempre.








Una volta la Chiesa arrivava prima… adesso arriva dopo




 


di Corrado Gnerre, 11/11/2021

C’è una famosa espressione da dedicare a chi non si impegnasse a vincere. Dice: …mica giochi a perdere? D’altronde è così: o si vince o si perde. Tertium non datur!

Certamente non bisogna dubitare del munus profetico della Chiesa. Munus profetico vuol dire la capacità costitutiva che ha la Chiesa di affermare la verità e, proprio perché afferma la verità, di intuire anche ciò che è bene -in questo preciso momento storico- per l’uomo. Dicevamo: non bisogna dubitare del munus profetico della Chiesa perché è di fede che la Chiesa lo abbia. Ma è pur vero che questa presenza può anche essere momentaneamente “persa” dall’alto e conservata dal basso. E’ il cosiddetto sensum fidei del popolo che mai verrà meno. E inoltre c’è sempre il munus profetico dei singoli “profeti” (pensiamo ai Santi) suscitati di volta in volta dalla Provvidenza.

Nel documento post-sinodale Christus vivit, del 25 marzo 2019, è scritto al n.212:

(Può accadere) che dopo aver provocato nei giovani un’intensa esperienza di Dio, un incontro con Gesù che ha toccato loro il cuore, vengano loro proposti incontri di ‘formazione’ nei quali affrontano solo questioni dottrinali e morali (…). Il risultato è che molti giovani si annoiano, perdono il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo (…).

Insomma, l’affermazione è chiara: occorre pastorale, sempre più pastorale, ma senza esagerare con la dottrina.

Non è nostra intenzione in questo articolo indicare (anche perché lo abbiamo già fatto in altre circostanze) le contraddizioni in sé di una pastoralizzazione senza dottrina.

Contraddizioni teologiche. Infatti Cristo è sì pastore, ma anche maestro. E non a caso c’è un significato logico chiarissimo nella successione di via, verità e vita, così come Gesù stesso si autodefinisce (Giovanni 14).

Ma anche contraddizioni esistenziali. Infatti è sempre la verità a dover garantire l’esperienza, mai il contrario. Ci permettiamo di dire che anche nei riti tribali si sentono il fuoco e l’entusiasmo. Perfino in quelli orgiastici del paganesimo antico e -ahinoi!- non solo di quell’antico. Ma lasciamo perdere.

Piuttosto è altro che desideriamo affermare. Come ebbe a dire molto tempo fa il celebre Vittorio Messori, da un po’ di tempo a questa parte gli ambienti clericali hanno una misteriosa capacità di arrivare sempre in ritardo, mostrando in tal modo un grave (questo sì) clericalismo.

Permetteteci queste riflessioni che ci fanno capire quanto ormai come cattolici siamo “scollati” dalla realtà.

Primo scollamento

Dov’è tutto questo affanno ad indottrinare? Io personalmente con i giovani sono a contatto quotidiano e vi posso garantire che c’è un analfabetismo religioso da far paura. Anche quei pochi (sempre più pochi) che frequentano la parrocchia vanno in crisi con domande semplici: chi è Gesù? Cosa è la Messa? Cosa vuol dire Trinità?… e l’elenco non finirebbe più. Oggi come oggi una vecchina di campagna, che ha fatto il catechismo in tempi più seri, rispetto ad un giovane di Azione Cattolica se non è una teologa, poco ci manca.

Secondo scollamento


Come si fa a dire che il problema della noia dei giovani sarebbe la dottrina? Ma veramente i giovani oggi abbandonano le parrocchie perché in esse trovano i corsi teologici, oppure perché queste sono ormai ridotte a luoghi totalmente insipidi? Non c’è più una proposta umanamente persuasiva dell’annuncio di fede che sia davvero affascinante. E questo perché si è voluto tutto immanentizzare. Si è fatta la corsa a copiare il mondo, ed ovviamente chi ha la “vista” che funziona bene (come quella dei giovani) preferisce sempre l’originale alla copia. La banalizzazione del sacro fa poi il resto, condita con una riduzione del Cristianesimo a moralismo sentimentalista e non più a scelta virile, militante e combattiva. E tutto questo scorre via su quel desiderio umanamente coinvolgente che alberga nel cuore del giovane e che, pertanto, rimane senza adeguata soddisfazione.

Terzo scollamento


Quando ormai la liquidità postmoderna è arrivata al capolinea, quando finanche i “sacerdoti” della modernità si rendono conto della necessità di correggere tale ingombrante fluidità, come Chiesa che facciamo? Invece di proporre valori forti, invitiamo alla fluidità emotiva.

Certo ridurre tutto a dottrina sarebbe una sorta di gnosticizzazione del Cristianesimo (quanto di più sbagliato!); ma non si tratta di ridurre tutto a dottrina, si tratta piuttosto di riscoprire la bellezza della Verità Cattolica, la quale non né solo un’idea (come oggi si ama dire) né solo una persona, da intendersi come volontà che giudica se stessa senza la priorità logica del vero.

La Verità Cattolica è Cristo stesso che è Via, cioè unica salvezza, e perché unica salvezza è Verità, e perché è Verità, è Vita cioè esperienza. Ma la successione logica è questa, non un altra.

Dio è Verità, Bontà e bellezza





Il DNA umano contiene la Firma del Padre Creatore. Questa la sapevate?






Riprendiamo da Chiesa e postconcilio di martedì 23 novembre 2021

Ringrazio il lettore che mi segnala il testo che segue. Sarò grata a chi potesse confermarne l'attendibilità. Interessante trovare chiavi di lettura significative in ogni aspetto della realtà fisica e fisiologica. L'ordine e la bellezza ci riorientano e ci consolano. Il DNA umano contiene la Firma del Padre Creatore. Oggi lo dimostra la biologia molecolare. 




La forza che tiene unito il DNA è un ponte solforico. I due filamenti (l'uno parte femminile, l'altro maschile) sono agganciati da questo ponte : ma quando compare questo ponte?


QUATTRO sono gli acidi nucleici che formano la catena del DNA ovvero macromolecole deputate alla conservazione e al trasporto dell'informazione genetica: adenina (A), guanina (G), citosina (C) e timina (T).

La catena DNA, abbiamo visto, è tenuta unita da ponti solforici che di tanto in tanto appaiono nella catena: il "di tanto in tanto" segue questo schema: ogni 10 acidi un ponte, poi ogni 5 acidi un ponte, poi ogni 6 acidi ed ancora dopo 5 acidi. Pertanto il ponte è costruito su sequenza 10-5-6-5 che sono il significato numerico della parola in ebraico biblico יהוה, YAVE, parola composta da quattro lettere (yodh, he, waw, he, in qualche modo corrispondenti alle quattro lettere dell'alfabeto latino YHWH, o JHVH) e perciò detta "tetragramma". Infatti, in ebraico la lettera IOD vale 10; la lettera HE vale 5; la lettera waw vale 6; la lettera HE vale 5.

Quindi nella sequenza che il ponte descrive Dio Creatore ha messo la Sua Firma attraverso i numeri che la compongono: 10 (י) -5 (ה) -6 ( ו) -5 (ה) = YAVE'.

Dio Creatore ha scritto in noi "IO ti ho creato, IO unisco il MASCHIO e la FEMMINA" e questa firma è in ogni cellula del nostro corpo.









lunedì 22 novembre 2021

Crisi della Chiesa - Perché continua il silenzio su 7Q5, il frammento papiraceo di Qumran databile al 50 d.C. circa, contenente Marco 6, 52-53 ?

 




Da Chiesa e postconcilio, lunedì 22 novembre 2021:

Paolo Pasqualucci affronta un tema molto importante perché, anche se a prima vista sembra materia per eruditi e specialisti, ha a che fare con la storicità dei vangeli.

I documenti di Qumran, venuti alla luce dal 1947 al 1956 in undici grotte del deserto di Giudea, accanto al Mar Morto, sono considerati la scoperta archeologica più importante del secolo scorso nel settore biblico e hanno cambiato profondamente la nostra conoscenza della Scrittura e del giudaismo antico. Da decenni, i diversi settori di Qumran (storia, archeologia, testi, dottrine, rapporto con il NT, ecc.) vengono studiati con grande interesse. Le scoperte hanno rappresentato certamente un fatto della più grande importanza per la miglior comprensione della Sacra Scrittura e dell'ambiente storico nel quale si è sviluppata la Chiesa della prima ora. La comunità di Qumran era una sorta di monastero in cui, secondo l'opinione dei più eminenti specialisti, una parte della famiglia degli Esseni conduceva una vita dedicata al lavoro e alla preghiera. I suoi abitanti appartenevano a uno dei principali gruppi religiosi in cui si divideva il giudaismo, prima della distruzione del tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C.
Solo la grotta 7, scoperta nel 1955, presenta la particolarità di contenere, nella sua totalità, dei papiri. È precisamente questa grotta che ha richiamato l'attenzione dell'esperto papirologo José O'Callaghan, sacerdote gesuita spagnolo, che iniziò la sua ricerca su di essa quando stava elaborando un catalogo dei papiri contenenti sezioni della cosiddetta versione dei LXX (una traduzione dell' A.T. in greco, eseguita ad Alessandria, da dei giudei, nel III secolo a.C., per l'utilizzo da parte dei correligionari più familiarizzati con il greco che con l'ebraico o l'aramaico. 
(M.G.)

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Crisi della Chiesa - Perché continua il silenzio su 7Q5, il frammento papiraceo di Qumran databile al 50 d.C. circa, contenente Marco 6, 52-53?



di Paolo Pasqualucci




Con la montiniana riforma liturgica è invalsa la cattiva abitudine di recitare nella Nuova Messa testi evangelici mutilati delle parti sgradite alla laica e miscredente mentalità moderna. Ben 22 tagli sono stati identificati da un eminente studioso tedesco. Inoltre, le traduzioni in volgare dei testi delle Orationes da recitarsi durante la suddetta Messa, hanno maltradotto od omesso ad abundantiam, sempre al fine di introdurre una visione edulcorata e quindi falsa del cattolicesimo, in teoria più gradita all’uomo contemporaneo.[1] La cattiva abitudine del far passar sotto silenzio parti della Rivelazione e dell’Adorazione essenziali alle verità di fede si è applicata, possiamo dire, anche al campo esegetico. Infatti, si è sepolta nell’oblío una scoperta, scientificamente ineccepibile, che conferma quanto sempre sostenuto dagli studiosi cattolici, già sulla base della stessa analisi interna dei testi: esser cioè i Sacri Testi che riferiscono i detti e i fatti del Signore di poco posteriori alla conclusione della sua vicenda terrena e comunque sicuramente anteriori alla distruzione del Tempio e di Gerusalemme, iniziatasi il 29 agosto del 70 d.C. da parte dell’esercito romano assediante la città.

La scoperta di cui stiamo parlando è avvenuta all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Divenne nota al grande pubblico all’inizio degli anni Novanta per poi sfilacciarsi nell’oblío di fronte all’opposizione tetragona dell’esegesi accademica. Si tratta dei famosi Rotoli di Qumran, località sul Mar Morto non lontana da Gerusalemme, trovati casualmente nel 1947 in alcune grotte presso questa località, dove anticamente esisteva una Comunità di Esseni. Le grotte, hanno stabilito gli archeologi, furono chiuse nel 68 d.C. Due anni dopo che era iniziata la ribellione giudaica contro l’occupante romano, conclusasi con l’Apocalisse del 70. L’insediamento degli Esseni, in zona desertica presso il Mar Morto, abbastanza vicina a Gerusalemme, constava di un complesso di edifici circondati da mura, una vera e propria cittadella quadrata, simile a un articolato complesso conventuale o ad un accampamento militare. All’indagine archeologica il complesso appare esser stato distrutto, quasi sicuramente dai romani.[2]

I diciotto testi della settima grotta, tutti frammenti di papiri in greco, sottoposti ad accuratissime analisi, con i più perfezionati sistemi moderni, hanno rivelato un frammento essere con certezza praticamente assoluta Vangelo di Marco 6, 52-53. Inoltre, secondo lo studioso scopritore, Padre José O’ Callaghan SI, 1922-2001, uno dei frammenti (7Q4) contiene un passo di una Lettera di san Paolo: 1 Tim 3, 16 – 4, 3. Il papirologo gesuita propose anche la natura neotestamentaria di altri otto frammenti: tre di Marco, uno degli Atti, quattro di Epistole degli Apostoli (Thiede, pp. 49-53, vedi infra).


La scoperta del frammento di Marco, come si è detto, è di enorme importanza: essa inficia praticamente l’esegesi predominante ormai da quasi cinquant’anni, fondata sull’ipotesi non dimostrata che i Vangeli siano tutti posteriori al 70 d.C. Tale ipotesi, come si sa, è presente nell’ambito del razionalismo protestante sin dal XIX secolo, e si è affermata anche in campo cattolico, dagli anni Sessanta del secolo scorso. Inevitabile che su una scoperta che di per sé everte la metodologia dominante, il mondo accademico ecclesiastico e non abbia opposto la strategia del dileggio e del silenzio.

Il passo di Marco riportato dal frammento è il seguente:
“Ed erano tutti stupiti dentro di sé perché non avevano capito circa i pani, ché il loro cuore era insensibile. E compiuta la traversata, giunsero nella contrada di Gennesaret e presero terra. Sbarcati che furono…” (Mc 6, 52-53)

La versione italiana utilizzata è quella della Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline, anteriore al Concilio Vaticano II, leggermente modificata da me. Il testo in corsivo è quello ricostruibile in base al frammento, il cui effettivo contenuto ho cercato di rendere (per dare l’idea) nelle parti di parole in grassetto e sottolineate. La parola-chiave, che ha permesso l’identificazione è stata: Gennesaret.


Per rinfrescare la memoria su questo importante evento, pubblico qui di seguito tre documenti: 1. una breve intervista al gesuita autore della scoperta, effettuata nel 1996; 2. un articolo di mons. Francesco Spadafora, 1913-1997, ordinario di esegesi alla Lateranense, apparso su un numero di sì sì no no del 1995; 3. Estratti dal breve saggio del prof. Carsten Peter Thiede, 1952-2004, linguista e filologo, studioso del Nuovo Testamento, archeologo, papirologo di fama internazionale, luterano convertitosi all’anglicanesimo, pubblicato nei Subsidia biblica nel 1987, n.10, nel quale egli confermava autorevolmente la scoperta di Padre José O’ Callaghan, grazie anche alla sua eccezionale capacità di usare tecniche paleografiche ultramoderne, che permettevano di intendere correttamente caratteri altrimenti poco leggibili.

1. Intervista a P. José O’ Callaghan, gesuita spagnolo, papirologo dell’Istituto Biblico, apparsa sulla rivista ‘Teologica’, n. 2 (I), Marzo-Aprile 1996.

“Il frammento di Marco tra i manoscritti del Mar Morto” è stato il tema di una conferenza organizzata dall’istituto italiano “Jacques Maritain” presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Sull’argomento il Sir ha intervistato P. José O’ Callaghan, papirologo del Biblico e autore dell’identificazione di alcune parole del Vangelo di Marco su un piccolo frammento di papiro del 50 d.C. proveniente dalle grotte di Qumran, l’ormai celebre località sulle rive del Mar Morto dove furono ritrovati nel 1947, nascosti in alcune giare, numerosi rotoli con testi religiosi risalenti all’epoca di Cristo.

D. Qual è l’importanza di questa scoperta?

R. Il potere avere qualche papiro dell’anno 50 che corrisponde al capitolo 6 di Marco è molto importante perché rende minimo il distacco tra i primi documenti del cristianesimo e la vita del Signore sulla terra. Praticamente “tocchiamo” il Signore, perché ci troviamo a pochi anni dalla sua morte come uomo.
La datazione al 50 d.C. al massimo e l’identificazione delle venti lettere contenute nel frammento con una sequenza del Vangelo di Marco è confermata da molti studi, in particolare, la possibilità che non si tratti del Vangelo di Marco, secondo un’analisi di tipo matematico effettuata dallo studioso catalano Dou, è di 1 contro 36 milioni di miliardi.

D. Questo può servire a controbattere le tesi secondo le quali Gesù sarebbe stato mitizzato nel tempo trascorso tra la sua morte e le prime stesure scritte dei Vangeli?

R. Arrivando a pochi anni dalla morte di Gesù dobbiamo accettare sempre una tradizione orale, ma non così lunga da far pensare che, a causa delle esagerazioni nel tramandare i racconti della sua vita, essi siano stati amplificati fino a trasformarlo da uomo molto grande in Dio. In altre parole, viene consolidata la storicità dei racconti evangelici.

D. Il frammento potrebbe confermare l’esistenza della “fonte Q”, un protovangelo utilizzato nella stesura dei sinottici?

R. Non lo so! Molti me lo hanno domandato. Alcuni pensano che il Vangelo di Marco sia stato scritto nel 40 o nel 42. Io dico soltanto che questo papiro, questo brano, è dell’anno 50 e potrebbe essere anche una fonte primitiva o la fonte Q, ma siamo nel terreno delle ipotesi.

D. Qual è il senso scientifico e religioso di queste ricerche?

R. Anche se la nostra fede non è modificata da queste scoperte, è importante vedere che il cristianesimo non è soltanto una fede fideista.”


Osservazione del relatore, Paolo Pasqualucci: con l’espressione “fede fideista”, che potrebbe sembrare ripetitiva, lo studioso spagnolo voleva sicuramente dire che il cristianesimo, oltre a basarsi sulla fede nell’autenticità della Rivelazione, si fonda su fatti sicuri, storicamente accertabili ed accertati, con metodo scientifico.


2. Articolo di mons. Francesco Spadafora apparso il 30 settembre 1995 su ‘sì sì no no’, con il titolo: “7Q5 s’impone” la firma ‘Paulus’, poi ristampato nel volume: Mons. Francesco Spadafora, La ‘Nuova Esegesi’, Les Amis de saint François de Sales, Sion, CH – diffusione in Italia: Fraternità San Pio X, V. Trilussa 45, 00041 Albano Laziale (Roma), pp. 327-335. Questo volume raccoglie 27 articoli di Mons. Spadafora apparsi su ‘sì sì no no’, dedicati alle deviazioni dottrinali e metodologiche inquinanti l’esegesi cattolica, diventata succube dei metodi del razionalismo protestante a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso.


Avvenire venerdì 31 maggio 1995, p. 21: “Al convegno di Venezia sui manoscritti di Qumran, padre O’ Callaghan spiega ai biblisti la ‘prova matematica’. Il frammento papiraceo 7Q5 sigillo dell’infinito.” Finalmente! Nel resoconto utilissimo che del suddetto convegno ha offerto ai lettori in sintetica esposizione, il quotidiano raccomandato dalla CEI dà il risultato definitivo degli studi sulla identificazione 7Q5 = Mc 6, 52-53 ovvero sulla identificazione del quinto frammento papiraceo scoperto nella settima grotta di Qumran sul Mar Morto con i versetti 52-53 del sesto capitolo del Vangelo di San Marco.

L’importanza della scoperta è così illustrata: “Se 7Q5 è davvero Mc 6, 52-53, verrebbe confutata la tradizionale ipotesi [del… Bultmann, 1920 appena, di moda ad opera dei neo-modernisti cattolici solo dal 1960!] della datazione “tardiva” del Vangelo, che sarebbe non più il frutto di una elaborazione della comunità dei credenti… Già, perché quando ancora il nostro frammento [indecifrato] era uno dei ventuno trovati nella settima grotta, era stato dissipato il dubbio sulla loro data di nascita: 50 d.C.”.

In altri termini: viene (non “verrebbe”) distrutta scientificamente la base sulla quale poggia l’intero castello fantastico dei due ultimi sistemi razionalistici Formengeschichte e Redaktionsgeschichte [storia delle forme letterarie e storia della redazione del testo - ndr], che ritardano, contro la tradizione (essa, sì, tale) della Chiesa cattolica, la data di composizione degli Evangeli al 70-100 dopo Cristo.

A Venezia, il padre O’ Callaghan a conferma della sua scoperta, “abbandona le deduzioni della sua amata papirologia, per rimettersi alla esattezza delle cifre: ‘Ora posso dire con assoluta certezza che quel frammento di papiro del 50 d.C. riporta un brano dell’Evangelo di Marco’. La possibilità infatti, che un qualsiasi altro brano letterario registri la stessa sequenza di lettere è di una su 900 miliardi e, nell’ipotesi più realistica, una su 36 milioni di miliardi.

Lo studio del padre O’ Callaghan apparirà tra due mesi in Spagna e in Germania col titolo: Le testimonianze più antiche del Nuovo Testamento. In Italia già circola un volume (Vangelo e storicità, ed. Rizzoli), nel quale sono raccolti articoli decisamente favorevoli alla scoperta del padre O’ Callaghan S.J.


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La relazione del gesuita ha avvinto l’attenzione e i cuori del folto e qualificato pubblico veneziano, in particolare quando ha narrato il suo stato d’animo allorché giunse alla decifrazione del quinto frammento: “Personalmente cercai di dimenticarmi di questa identificazione: la consideravo inaccettabile; ‘questo non può essere’, dicevo. E dopo aver lavorato nella biblioteca del Biblico, tornai nella mia stanza, nella quale poco dopo entrò un mio collega… uno scienziato molto bravo in glottologia, al quale timidamente proposi la possibilità di aver rintracciato un papiro di Marco, databile all’anno 50… Immediatamente mi interruppe, dicendomi: ‘È impossibile’. Mi mancava soltanto questo per perdere ogni coraggio. Non volevo più pensarci, ma di fatto non riuscivo ad evitare quel pensiero; e se per un caso fortuito tutto quello era vero? Io proseguivo nei miei lavori accademici, le mie lezioni, i miei seminari, all’Istituto Biblico; ma quasi con ossessione s’impadroniva di me quel pensiero al quale cercavo di resistere. Infine, dopo una settimana, tornai con maggior calma a verificare l’identificazione con il frammento di Marco.”

È stato il Signore che ha voluto venire incontro alla sua Chiesa, a conferma dell’autenticità e storicità dei quattro santi Evangeli, contro lo smarrimento che dal 1960 ha indotto alcuni ad accettare i due ultimi sistemi razionalistici tedeschi: Formengeschichte e Redaktionsgeschichte.

Il padre O’ Callaghan ha rievocato nei dettagli il lungo iter che lo portò finalmente alla pubblicazione della soprendente identificazione 7Q5 = Mc 6, 52-53 (v. Biblica 1972) dando risposta esauriente alle tre difficoltà che sembravano opporsi e delle quali parleremo.


Solo nel 1986 l’intervento del papirologo Carsten Peter Thiede ruppe la greve coltre di silenzio, calata sulla sensazionale scoperta per suggerimento di Carlo Maria Martini S.J. Dal 1990 in poi si sono moltiplicati i consensi dei competenti. La pubblicazione della relazione del padre O’ Callaghan al convegno di studio di Venezia del 30-31 maggio 1995, a compimento delle celebrazioni per il nono centenario della traslazione del corpo di San Marco (1090-1094), toglierà ogni residuo dubbio sulla provvidenziale scoperta 7Q5 = Mc 6, 52-53.

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Nello stesso numero di Avvenire, G. Ravasi in “Marco il giornalista” si dilunga sulle caratteristiche del vivido stile di Marco. Questa volta concede che “è giusto discutere sul celebre frammento 5 della grotta 7 di Qumran per decidere se esso contenga o no Mc 6, 52-53”, ma con distacco parla del dibattito già tenutosi a Eichstätt nell’ottobre 1991 sulla questione e le cui relazioni sono state pubblicate a Regensburg, ed. Pustet 1992. È comunque già un progresso per il Ravasi, se si considera la sua opposizione aprioristica e… "viscerale” all’identificazione del padre O’ Callaghan ancora pochi giorni prima sul quotidiano Il Sole – Ventiquattro ore, di domenica 14 maggio 1995, p. 38: “Ci sono alcuni opliti che conducono personali battaglie. Uno lo vogliamo citare per nome e cognome: è il tedesco Carsten Peter Thiede che, impugnando come clava l’esilissimo papiro 7Q5 di Qumran con quelle poche lettere greche [in un primo momento il Ravasi parlò di lettere ebraiche!] ritenute dal gesuita O’ Callaghan appartenenti al testo di Marco (6, 52-53), volle colpire il tradizionale [solo dal 1960…!] pattuglione degli esegeti storico-critici” (e cioè neo-modernisti ex alunni del Biblico nuovo-corso, dal 1950 in poi). Con in testa i 20 “esperti” che usurpano attualmente il nome della già gloriosa Pontificia Commissione Biblica, ufficialmente sepolta nel 1971 dall’amletico papa Montini. Gianfranco Ravasi ne fa parte, con l’amico Segalla, per il quale San Giovanni non ha scritto nessun Evangelo (v. sì sì no no, 15 giugno 1992, pp. 1 ss.), con l’amico Byrne, per il quale Lazzaro non è risorto (v. sì sì no no, 28 febbraio 1995), e l’ex rettore del Biblico, Albert Vanhoje S.J., per il quale Gesù è un semplice laico! (v. sì sì no no, 15 marzo 1987). Ecco perché il Ravasi si è dato da tempo a propagandare e a difendere quel misero libretto L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (novembre 1993), parto infelicissimo della “nuova” Commissione Biblica (v. sì sì no no, 31 dicembre 1994).


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Altre due “novità” del Ravasi. La prima: “Vorremmo ora parlare dell’”anima” dei Vangeli, anzi del primo dei Vangeli, Marco (65-70 o 50 d.C., secondo le differenti su accennate ipotesi cronologiche)”. La priorità di Marco su Matteo è creazione del secolo scorso, contro l’antichissima tradizione (già Papia, 125 d.C.), che attesta al primo posto l’Evangelo di S. Matteo, scritto in ebraico (o aramaico) per i fedeli di Palestina, prima di partire per l’evangelizzazione delle genti (a. 40 circa). Come per tutte queste novità, ci si è serviti della critica interna, fondata sull’esame del testo, con esclusione arbitraria delle testimonianze storiche. Si veda Höpfl-Gut-Metzinger, la più classica introduzione speciale per il Nuovo Testamento (Introductio specialis in N.T. , ed. V. Napoli, Roma, 1949, pp. 166 ss. § 202), dove questi pretesi “argomenti” sono esposti, vagliati e respinti. Si veda anche la ricca introduzione al Vangelo secondo S. Marco, dei padri conventuali Uricchio e Stano, ne La Sacra Bibbia: Nuovo Testamento, Marietti, Torino-Roma, 1966, pp. 1-161, che così conclude: “L’ingenua convinzione dell’assoluta, totale priorità di Marco rispetto agli altri due sinottici – nel complesso e nei particolari – è risultata inesatta, giacché in diversi casi la narrazione di Matteo-Luca risulta più vicina alle origini di quella di Marco” (p. 42). Inoltre l’esegesi di pericopi strettamente sinottiche, condotta sui testi originali, conferma l’esattezza della tradizione unanime sulla priorità di Matteo (F. Spadafora, Gesù e la fine di Gerusalemme, II edizione, IPAG, Rovigo, 1971, pp. 1-160; Mt 24; Mc 13; Lc 21, dalla domanda v. 3, v. 4, v. 7, alla conclusione vvv. 32-35; vv. 28-31; vv. 29-33).


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L’altra novità del Ravasi è il suo scetticismo, espresso in modo sibillino, sulla nota testimonianza di Papia: “Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse accuratamente tutte quante le cose che ricordava, non però con ordine, sia le cose dette sia le cose fatte dal Signore…”. Il Ravasi aggiunge: “…il nesso di Marco con Pietro a Roma è dedotto dalla prima lettera di Pietro dove si legge: ‘Vi abbraccia la comunità radunata in Babilonia (Roma?) e Marco figlio mio” (5, 13).


Veramente “il nesso di Marco con Pietro” è evidente dalle testimonianze storiche dallo stesso testo evangelico, che conferma la verità della testimonianza di Papia, come rileva il padre Andrés Fernandez S.J. nella introduzione alla Vita di Gesù, (Roma 1954), illustrando le caratteristiche dell’Evangelo di San Marco (v. anche l’introduzione già citata dei padri Uricchio-Stano).


Il 18-19 aprile 1994 si sono celebrate a Torino le Giornate patristiche sul tema Cristianesimo antico e istituzioni politiche. La relazione di Maria Sordi, professore ordinario di storia greca e romana all’Università Cattolica di Milano, ha suscitato il maggiore interesse ed ha monopolizzato il dibattito nella tavola rotonda che ha chiuso il convegno. La relazione è stata pubblicata in 30 Giorni, maggio 1994. La dottoressa Maria Sordi presenta i risultati delle sue accurate ricerche sugli inizi del cristianesimo nella capitale dell’impero. Mi limito a qualche passo essenziale:


“L’allontanamento di Pietro da Gerusalemme è registrato dagli ‘Atti degli Apostoli’ (12-17) dopo la miracolosa liberazione dalla prigionia di Erode Agrippa I, con un laconico “uscito, se ne andò in un altro luogo”. Agrippa I morì nel 44 e questo è il “terminus ante quem” per la partenza di Pietro: la data del 42 per l’arrivo a Roma si trova nella traduzione latina di Gerolamo, al Chronicon di Eusebio (pag. 179, ed. Helm). Ma le testimonianze più importanti, riferite dallo stesso Eusebio nella sua ‘Storia ecclesiastica’ sono quelle di Papia di Gerapoli (vissuto nell’ultimo quarto del I secolo e la prima metà del II), di Clemente di Alessandria e di Ireneo, ambedue della seconda metà del II secolo. La testimonianza di Papia è conservata da Eusebio in due citazioni distinte. Nella prima (“Storia ecclesiastica” II, 15), dopo aver detto che Pietro predicò a Roma all’inizio del regno di Claudio [41-54 AD - ndr], e che i suoi ascoltatori chiesero a Marco di mettere per iscritto l’insegnamento che avevano ascoltato a voce e che essi furono così responsabili della stesura del Vangelo detto di Marco, osserva: dicono che Pietro avendo conosciuto il fatto per rivelazione dello Spirito, godette dell’entusiasmo di quegli uomini e confermò lo scritto facendolo leggere nelle chiese. Ed Eusebio aggiunge che la vicenda è raccontata da Clemente nel VI libro delle “Hypotyposeis” e da Papia vescovo di Gerapoli. La seconda citazione di Papia è invece testuale (III, 39, 15): ‘Marco interprete di Pietro scrisse con esattezza ma non in ordine le cose che ricordava, ciò che il Signore aveva detto e fatto. Egli infatti non aveva udito il Signore né lo aveva seguito ma più tardi, come ho detto, aveva accompagnato Pietro. Egli dava gli insegnamenti secondo i bisogni, ma non come se facesse una raccolta sistematica dei discorsi del Signore. Cosicchè Marco non sbagliò, avendo scritto alcune cose così come le ricordava”.

Qui Papia sembra voler rispondere alle critiche fatte da Luca ai suoi predecessori nel prologo del suo Vangelo: lo rivela la ripresa quasi testuale di alcune parole (Lc 1,3: akribas kathekses = con esattezza e in ordine ), con cui Papia vuole giustificare il “disordine” di Marco, che, diversamente da Luca, consapevole del metodo storiografico greco e delle sue esigenze, non aveva la pretesa di esporre in ordine la narrazione degli avvenimenti (anataksasthai diéghesin perì tou….pragmátou) ma solo di dare gli insegnamenti (tàs didaskalias) secondo i bisogni e come ricordava, preoccupandosi solo di non tralasciare nulla di ciò che aveva udito e di non falsificare nulla. [3]


Oltre a Papia e a Clemente anche Ireneo, Adversus Haereses (III, 1, 1,; cfr. Eusebio, Storia eccl., V, 8, 3) ricorda che Matteo aveva scritto il suo Vangelo mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e osserva che, dopo la loro partenza (metà…tèn tutou éksodon), Marco, discepolo e interprete (ermeneutés) di Pietro, trasmise anche lui per iscritto il Vangelo da lui (Pietro) annunciato (tó yp’ ekeinou kerussomenon euanghélion). Ireneo, associando la predicazione di Pietro e di Paolo, si rivela sui fatti più generico e meno preciso di Papia e di Clemente; il termine éksodos, inoltre, aveva fatto pensare che egli collocasse il Vangelo di Marco dopo la morte di Pietro e di Paolo. Ma éksodos, come è stato dimostrato di recente, non significa in Ireneo morte ma partenza: secondo Ireneo, dunque, Marco e Luca, di cui parla subito dopo, scrissero i loro Vangeli seguendo rispettivamente la predicazione di Pietro e di Paolo e dopo la partenza dell’uno e dell’altro da Roma.

Così intesa la notizia di Ireneo, per quel che riguarda Marco, conferma pienamente la notizia che Eusebio ricavava da Papia e da Clemente, secondo cui il Vangelo di Marco fu scritto a Roma, mentre Pietro era vivo, ma dopo la sua partenza.


L’arrivo a Qumran da Roma di un testo di Marco scritto prima del 50, non solo non contraddice la tradizione della Chiesa primitiva, ma la conferma con l’autorità di un documento contemporaneo. Dal punto di vista storico non esistono obiezioni valide ad accogliere l’identificazione di 7Q5 con un frammento di Marco e a riportare a prima del 50 la composizione di questo Vangelo”.

* * *


I neo-modernisti, però, non demordono. Sullo stesso mensile 30 Giorni luglio-agosto 1994, si ritornava sulla identificazione del papiro n. 5 della settima grotta di Qumran (7Q5) coi vv. 52-53 del cap. 6 dell’Evangelo di San Marco, assegnato con assoluta certezza al 50 d.C., neppure 20 anni dopo la morte di Gesù. L. Brunelli illustrava la moda invalsa “nel mondo dei biblisti di datare gli evangeli ad un periodo oscillante tra gli anni 70 e 100 dopo Cristo”, mentre 7Q5 “non può essere posteriore al 50 d.C.”.

La sorprendente identificazione (1972) con Marco 6, 52-53, fu un vero colpo di fulmine contro la moda (spacciata dal Ravasi per “tradizione”): “Fredda fino al sarcasmo, è stata la reazione dei più in voga tra i biblisti cattolici [nuovo corso… dal 1960 in poi]”. “Congettura assurda e ridicola di un povero gesuita”, la liquidò Pierre Grelot (giù membro della nuova e fasulla Commissione Biblica) dell’Institut Catholique di Parigi. Scettica e infastidita la reazione di Gianfranco Ravasi, che ridicolizzò l’ipotesi di O’Callaghan e… se stesso parlando di lettere “in ebraico” mentre i papiri della settima grotta sono scritti in greco! Caso limite: don Vittorio Fusco, che, “docente di Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, dedica alla scoperta 7Q5 soltanto una nota, un po’ sprezzante, nella lunga introduzione (pp. 100) al recentissimo volume sui Vangeli sinottici del ‘Corso di studi biblici’, pubblicato da poche settimane dall’ed. LDC”. Sulle riviste Il Regno (aprile 1993) e Jesus (luglio 1993) egli contesta la datazione del frammento, rimandandolo alla fine del I secolo e attribuendo allo stesso padre O’ Callaghan una tale stupidaggine storica. La grotta di Qumran, infatti, fu chiusa dagli Esseni prima che arrivassero le legioni di Roma a cingere d’assedio Gerusalemme e cioè prima del 68 [del 70 – ndr]! Deus quos vult perdere, dementat.

A Venezia il padre O’ Callaghan ha ricordato l’autorevole risposta della papirologa Orsolina Montevecchi, docente emerita di papirologia all’Università Cattolica di Milano, alle tre difficoltà che sembravano opporsi all’identificazione di 7Q5 con Mc 6, 52-53:


“Si tratta di “varianti normali” nella trascrizione dei papiri. Sarei tentata di dire che sarebbe sospetto se non ci fossero”. Nel papiro mancano tre parole (epì ten ghen = verso terra) rispetto al brano di Marco: “Avendo attraversato il lago verso terra”. Ma questo “verso terra” è superfluo. Dopo lo stesso verbo, l’omissione è frequente… Altri casi ne sono stati citati dal padre O’ Callaghan a Venezia. Altra fonte di opposizione: una tau (t) al posto di un delta (d). “Ma anche questo è un errore frequente. I testi venivano dettati e frequenti erano gli errori di pronuncia” è la risposta della papirologa, che conclude: “Ci sono state molte conferme date da papirologi ed altri esperti, come quelle ascoltate durante il primo simposio scientifico sul frammento 7Q5 svoltosi a Eichstätt, in Baviera, nell’ottobre 1991…L’identificazione fa progressi, anzi la scoperta era stata così combattuta all’inizio, che anche molti esperti non ne erano a conoscenza [la concertata e vile congiura del silenzio!]. Adesso più se ne discute, più se ne trovano prove interdisciplinari a conferma” (30 Giorni cit.).

3. Estratti da: Carsten Peter Thiede, Il più antico manoscritto dei Vangeli? Il frammento di Marco di Qumran e gli inizi della tradizione scritta del Nuovo Testamento, tr. it. dall’inglese di Suor Cecilia Carniti, Rome, Biblical Institute Press, 1987, pp. 63.


“La settima grotta, scoperta e aperta nei mesi di febbraio e marzo del 1955, non offriva a prima vista nulla di così sensazionale come i rotoli della prima grotta [contenenti ampie parti dell’Antico Testamento in ebraico - ndr], scoperti nel 1945 e divenuti famosi nel 1947, con cui era iniziata la scoperta e valorizzazione di Qumran. Ci vollero addirittura sette anni prima che i frammenti della settima grotta venissero pubblicati nel 1962. Tuttavia già il resoconto della scoperta, del 1962, sottolineava un fatto che se fosse stato subito osservato, avrebbe dovuto suscitare la massima attenzione: tutte le grotte di Qumran, con pochissime eccezioni, contenevano esclusivamente testi ebraici (e aramaici) – sia di libri veterotestamentari, sia di scritti della comunità di Qumran – e quasi mai si trovava papiro come materiale usato. Invece la grotta 7 aveva solo testi greci, ed esclusivamente papiri (ed inoltre, il frammento 19: l’impronta a rovescio di un frammento di papiro, indurita nel terreno).

Questa scoperta, in sé e per sé già sensazionale, rimase tuttavia senza conseguenze. C’era il compito urgente di decifrare i frammenti, diciannove complessivamente. Per la verità, i papirologi incaricati di questo, M.E. Boismard e P. Benoit, non andarono molto lontano. Per la maggior parte i frammenti erano troppo piccoli, contenevano troppo poche parole o combinazioni di lettere per potere – semmai – venir ordinati abbastanza rapidamente. Così Benoit e Boismard si limitarono alla decifrazione di due dei cinque maggiori frammenti: 7Q1, Esodo 28, 4-7 e 7Q2, Baruc (Lettera di Geremia) 6, 43-44; per i frammenti 3-5 avanzarono solamente l’ipotesi che si potesse ancora trattare di testi biblici. Per il frammento 5 si accennava al fatto che la singolare combinazione – nnēs – nella quarta riga poteva forse far parte della parola eggenēsen [generò - ndr] e dunque provenire da una sezione genealogica.


Gli inutili tentativi di localizzare anche questi frammenti nell’Antico Testamento greco, compresi gli “Apocrifi” dei Settanta, portarono ad un’interruzione del lavoro. All’idea che tra i “testi biblici” ci potessero essere frammenti neotestamentari naturalmente non si arrivò: il Nuovo Testamento, l’annuncio di Gesù Cristo, non aveva niente a che fare con gli Esseni di Qumran, e il fatto storicamente ed archeologicamente attestato che le grotte di Qumran con i loro manoscritti fossero state sigillate nell’anno 68, quando gli abitanti dell’insediamento fuggirono di fronte alle truppe romane guidate da Vespasiano contro Gerusalemme (cfr. nota 35), consolidò questa opinione: tutto quello che si sarebbe trovato in queste grotte doveva essere stato scritto prima dell’anno 68. Secondo la convinzione comune [tale solo a partire dagli anni Sessanta del XX secolo, vedi sopra – ndr] questo poteva riguardare solo le “lettere autentiche di Paolo” (Thiede, op. cit., pp. 12-13).

La data di chiusura della grotta rappresenta ovviamente il punto essenziale. Nella nota n. 35 del suo saggio, il prof. Thiede cita il resoconto ufficiale del direttore degli scavi della settima grotta, il domenicano Padre R. De Vaux, il quale, nel 1962, senza sapere ancora nulla di (futuri) ritrovamenti di frammenti dei Vangeli, aveva concluso con assoluta certezza che “il termine ultimo per l’utilizzazione della grotta è da porre nell’anno 68; la grotta in seguito non fu dunque più aperta neppure una volta” (op. cit., p. 27). Dopo le vittorie iniziali dei rivoltosi ebrei, nel 66-67, proprio nel 68 – ricordo - era iniziata la controffensiva romana, che cominciò col soggiogare le province per poi “ripulire” metodicamente tutte le zone che gravitavano verso Gerusalemme, in previsione del suo assedio, iniziatosi nella primavera del 70 e drammaticamente conclusosi tra fine agosto e l’inizio di settembre.[4] L’anno 68 doveva dunque ritenersi una data certa e immodificabile.

Ma dov’era il problema? Nessun problema, dal punto di vista archeologico: tutto quello che si trovava di scritto nella grotta doveva esser anteriore al 68. Il problema nasceva per gli esegeti del Nuovo Testamento, una volta accertato che nella grotta c’era un frammento di un Vangelo: un problema terrificante. Infatti, come si è visto, la teoria dominante originatasi in ambito razionalista protestante era quella che poneva l’origine dei Vangeli in epoca molto tarda, comunque dopo la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, avvenuta nel 70. Una teoria che rifiutava a priori le testimonianze della Tradizione dei Padri (vedi articolo di mons. Spadafora). Tale teoria, non credendo in realtà al soprannaturale doveva negare validità alle profezie di Nostro Signore sulla distruzione del Tempio e di Gerusalemme, che dovevano pertanto ritenersi fabbricate a posteriori, ben dopo i fatti, dalla c.d. “comunità primitiva” dei fedeli nel suo tentativo di divinizzare Gesù di Nazareth. Così ragionavano eruditi di origine luterana come Bultmann, il quale voleva “demitizzare”, come diceva, i Vangeli per farne un documento adatto alla mentalità dell’uomo moderno, per natura scettico di fronte ad ogni forma di profezia o miracolo ed anzi intrinsecamente ostile alla religione in quanto tale. Ora, nel Vangelo di Marco, che raccoglie i ricordi del Beato Pietro, la profezia sulla distruzione del Tempio e della Giudea (e, implicitamente, di Gerusalemme) era chiaramente documentata (Mc cap. 13). Scoprire un frammento di Marco in un papiro scritto con certezza prima del 68 d. C., costringeva ad ammettere che quella profezia era testimoniata in uno scritto ben anteriore al 70 d.C.! Un colpo mortale per l’impalcatura lambiccata ed artefatta dell’esegesi dominante. Se gli Esseni ne avevano una copia, di quel Vangelo, ciò significava che esso doveva esser stato scritto diversi anni prima, che doveva esser in circolazione da anni! Altro che profezie inventate dalla c.d. “comunità primitiva” dei fedeli!

Ma chi erano gli Esseni? Gli Esseni , forse da “haššaim”, “i silenziosi”, erano una confraternita ebraica, forse già esistente al tempo dei Maccabei (attiva pertanto dal 150 a.C. al 70 d.C.). Praticavano in modo strettissimo le regole della purità legale, come i Farisei, ma vivevano in comune, mettendo in comune anche i loro beni, sotto dei superiori cui si obbligavano con giuramento. Erano celibi, tranne alcuni, e prendevano i pasti in comune. “Lo scopo di questa vita è religioso e morale. Il primo oggetto del loro impegno è la venerazione della divinità. Inoltre, l’obbligo di praticare la giustizia, la verità, le regole della confraternita, che esigono continenza, lavoro, vita sobria, studio dei libri santi.”[5] La Confraternita di Qumran deve aver avuto rapporti pacifici con gli ebrei convertitisi al cristianesimo o comunque aver avuto interesse per esso, sì da studiarne i relativi papiri, che circolavano da tempo presso i cristiani (Thiede, op. cit., pp. 53-55, per ulteriori dettagli).


L’opinione dominante sull’origine dei Vangeli era dunque quella erronea, volutamente contraria alla Tradizione dei Padri; un vero dogma, che tuttora resiste, contro l’evidenza e il buon senso. Essendo in pratica condivisa da tutti, nessuno poteva pensare di decifrare il frammento 7Q5 andando a pescare nel Nuovo Testamento.


“Anche J. O’ Callaghan – continua il prof. Thiede – che riprese il lavoro dieci anni dopo la pubblicazione dei reperti, non mirava assolutamente a trovare un frammento di Marco o di qualunque altro testo neotestamentario. Lavorava ad un catalogo di manoscritti dei Settanta, e cercava quindi ancora di scoprire passi nell’Antico Testamento almeno per i maggiori frammenti della settima grotta. Solo dopo aver sperimentato l’insuccesso come i suoi predecessori, gli venne l’idea che quella singolare combinazione nella quarta riga del quinto frammento, - nnēs - , non fosse forse parte di un termine genealogico, ma della parola Gennēsaret. Ora, il lago o territorio di Genesaret nell’Antico Testamento, compresi gli Apocrifi, ricorrono una sola volta con questa grafia: 1 Maccabei 11, 67, Gennēsar (di solito si trova Chenereth o Chenara). Ma nessun’altra delle lettere sicure del frammento corrisponde a questo passo, per non parlare degli altri segni. Prima di rinunciare, però, O’ Callaghan, più per curiosità scientifica che per vera convinzione, tentò quello che era da considerare impossibile a priori: esaminò il Nuovo Testamento.


Chi ha provato, in un ambito qualunque, a seguire una traccia del tutto inverosimile, e poi ha constatato che proprio quella ha portato al risultato in cui ormai non si sperava più, potrà facilmente immaginarsi la reazione di O’ Callaghan quando constatò che nel Nuovo Testamento c’era effettivamente un passo a cui tutto corrispondeva: il gruppo di lettere – nnēs – da “Gennesaret”, come pure le altre particolarità del frammento: uno spazio nella riga 3, chiamato paragraphos, che negli antichi manoscritti divideva due sezioni del testo (in certo modo, quello che anche oggi chiamiamo un “paragrafo” [ossia un “capoverso”, che in inglese si dice appunto “paragraph”- ndr], e la frase dopo questo paragrafo, che comincia con un kai (“e”). In Marco 6, 52-53 col versetto 52 finisce il racconto di Gesù che cammina sulle acque e al versetto 53 inizia quello delle guarigioni a Genesaret – ed inizia con kai, la forma stilistica della paratassi (“coordinazione”) caratteristica proprio di Marco.


Quando risultò che anche le altre lettere conservate concordavano con questa identificazione, O’ Callaghan pubblicò il suo risultato. E sebbene avesse ogni fondamento per pubblicare un risultato sicuro, fu abbastanza cauto e volle prima avviare un dibattito internazionale tra esperti. Espresse questo nel titolo del suo articolo con un punto di domanda: “¿Papiros neotestamentarios en la cueva 7 de Qumrân?” (Thiede, op. cit., pp. 13-14).


Le reazioni, continua il prof. Thiede, furono di segno opposto tra loro. Non lo dice, ma anche violente, in senso negativo. Furono queste a prevalere. Bisogna capire: tante carriere accademiche ecclesiastiche costruite sui presupposti errati del razionalismo, dalla famosa, ottocentesca Scuola di Tubinga a Bultmann e ai suoi epigoni nel Novecento, venivano a perdere seriamente di prestigio a causa della rivoluzionaria scoperta del gesuita spagnolo. In un altro dei suoi articoli apparsi su Sì sì no no, mons. Spadafora riportava le dichiarazioni dello stesso padre O’ Callaghan al settimanale Il Sabato, il 25 maggio 1991: “Nel caso di 7Q5 ho avuto più attacchi personali che controversie scientifiche… Più che una controversia scientifica è stato un calvario”, soggiungendo: “troppi dovrebbero capovolgere posizioni assunte da sempre sulla datazione dei Vangeli”.[6]

Istruttivo sapere come il dibattito fu lasciato cadere nei paesi di lingua tedesca. Torniamo al prof. Thiede.


“Nei paesi di lingua tedesca si lasciò cadere il dibattito sulle identificazioni dopo che Kurt Aland, il direttore dell’Istituto per la ricerca sul testo del Nuovo Testamento di Münster, coeditore dell’edizione “Nestle-Aland” del Novum Testamentum Graece e del Greek New Testament, prima in diverse interviste e comunicazioni alla stampa e poi in due lunghi articoli, aveva preso una posizione decisamente contraria. L’autorità di Aland, indiscussa sul piano internazionale, si impose; i neotestamentaristi non fecero molto caso al fatto che, come già M. Baillet e P. Benoit alle cui critiche sostanzialmente si appoggiava, egli non aveva lavorato da un punto di vista papirologico con tutta la precisione dovuta: come si mostrerà in seguito, erano stati trascurati criteri di O’ Callaghan essenziali e caratteristiche decisive dei papiri, soprattutto del papiro 7Q5 con il suo paragraphos.

Successivi tentativi, negli Stati Uniti, di sottolineare la correttezza della decifrazione trovarono dunque fuori dell’ambito anglofono poca considerazione. Eppure uno storico del testo che senza preconcetti prenda in considerazione quanto di fatto un papiro presenta, soprattutto per l’unica identificazione di cui anche secondo O’ Callaghan in primo luogo si trattava, restano pochi dubbi: 7Q5 corrisponde a Marco 6, 52-53” (Thiede, op. cit., pp. 14-15).


Perché il prof. Thiede sottolineava il ruolo del capoverso, nel frammento? Perché, grazie ai calcolatori elettronici, si sono potuti scannerizzare tutti i testi del Nuovo Testamento, oltre a quelli della traduzione dei Settanta dell’Antico, compresi gli Apocrifi dell’uno e dell’altro. Pertanto, padre O’ Callaghan è stato in grado di trovare rapidamente il capoverso che calzava a pennello con il frammento, quello appunto di Mc 6, 52-53.

Un altro elemento è da tener presente. Come poteva il prof. Thiede affermare che il testo del frammento risaliva molto probabilmente al 50 d.C.? Grazie alla precisa determinazione paleografica del tipo di caratteri usato, detto “stile ornato”: questo stile permetteva per l’appunto di risalire a quegli anni. Si tratta di un tipo di scrittura presente anche in altri papiri. Pertanto, per la copia di Marco in possesso degli Esseni, “paleograficamente la data più probabile è la metà del I secolo d.C.”.[7]


Aggiungo, infine: si noterà come il testo del frammento di Marco, pur nella sua brevità, sia in sostanza identico a quello giunto sino a noi.

Ben ha detto mons. Spadafora: con questa formidabile scoperta, “è stato il Signore che ha voluto venire incontro alla sua Chiesa, a conferma dell’autenticità e storicità dei quattro santi Evangeli”.


Battiamoci, per quanto è possibile a noi fedeli, affinché questa preziosa scoperta venga di nuovo riproposta all’attenzione, come merita, per la Gloria del vero Dio, Uno e Trino, la rinascita della Chiesa, la Salvezza delle anime, la restaurazione della vera scienza biblica.

Paolo Pasqualucci

Sabato, 13 novembre 2021
S. Diego, Confessore

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[1] Tutto ciò è stato messo in rilievo da Rudolf Kaschewski, Tendenzen in den Orationen des Neuen Missale, II, ‘Una Voce Korrespondenz’, 12, Heft 2 und 3, Marz-Juni 1982, pp. 89-115; spec. pp. 111-115. Quest’articolo fu citato da Romano Amerio, Iota Unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Ricciardi, Milano-Napoli, 19862, § 288, intitolato : Bibbia e liturgia (si trova nel cap. XXXVIII, La riforma liturgica).
[2] Vedi: Herschel Shanks, Of Caves and Scholars. An Overview, in: Hershel Shanks (ed.), Understanding the Dead Sea Scrolls. A Reader from the Biblical Archaelogy Review, Random House, New York, 1992, pp. XV-XXXVIII. Si tratta di una antologia di interventi di intellettuali e di studiosi qualificati sui Rotoli del Mar Morto. Le grotte erano undici. Il totale dei testi rinvenuti supera gli ottocento, gran parte dei quali in frammenti, anche piccolissimi.
[3] Il Chronicon è opera di Eusebio di Cesarea, morto nel 339, noto soprattutto come storico della Chiesa: una compilazione di tabelle sincronistiche della storia dei popoli, a partire da Adamo. Opera rimasta in forma frammentaria in greco, la seconda parte fu rielaborata in latino da san Girolamo. Le Hypotyposeis sono uno scritto perduto di Clemente di Alessandria, morto prima del 215, otto libri di schizzi o considerazioni a commento di passi scelti di tutta la S. Scrittura. Ci sono state tramandate solo delle citazioni e alcune parti in latino. Papia, vescovo di Gerapoli in Asia Minore, “fu uditore dell’Apostolo Giovanni e compagno di Policarpo”. Nel 130 scrisse cinque libri di Spiegazioni delle sentenze del Signore, tratte in maggioranza dall’insegnamento orale dei discepoli degli Apostoli . Ne restano pochi frammenti, “tra i quali uno concernente l’origine dei due primi Vangeli”. Fonte: Berthold Althaner, Patrologia, tr. it. delle Benedettine del Monastero di S. Paolo in Sorrento, riveduta dal dr. Sac. S. Mattei, aggiornata e corretta dall’Autore, Marietti, 1940, sotto i nomi dei Padri indicati. Papia, cristiano della terza generazione, la fonte più antica sull’origine dei Vangeli, si abbeverava direttamente ai discepoli degli Apostoli. Le sue informazioni erano di prima mano. Da esse recepì, per ciò che riguarda il vangelo di Matteo, che il santo evangelista aveva “riunito in lingua ebraica i logia [I detti del Signore] e ciascuno li intese [o tradusse, hermeneuse] come era capace” (vedi: Jean Carmignac, La nascita dei Vangeli Sinottici, tr. it. dal francese di Rosanna Brichetti, Edizioni Paoline, 1985, pp. 63-66. Il Padre Carmignac, 1914-1986, è stato uno specialista indiscusso dei manoscritti di Qumran, che ha edito e tradotto.)
[4] Vedi: Giuseppe Ricciotti, Storia d’Israele. II. Dall’Esilio al 135 dopo Cristo, SEI, Torino, 19355, tutta la parte dedicata a “La guerra di Vespasiano e Tito”, pp. 471-521, ampiamente basata su La guerra giudaica di Flavio Giuseppe. Vedi anche: Pierre Prigent, La fine di Gerusalemme, tr. dal francese di G. Gandolfi, Edizioni Paoline, Roma 1972, spec. pp. 31-50.
[5] Vedi: Dizionario Biblico, diretto da Francesco Spadafora, Editrice Studium, Roma, 19633, voce Esseni.
[6] Mons. Francesco Spadafora, op. cit., p. 314, nell’articolo: La ‘Formengeschichte’ non si tocca! Il prof. Carsten P. Thiede e la datazione degli Evangeli, pp. 311-318.
[7] Thiede, op. cit, p. 32. L’analisi puntuale delle caratteristiche di 7Q5, viene fatta alle pagine 27-44 del suo breve saggio.