lunedì 8 luglio 2019

CASO LAMBERT. Vincent agonizza nel silenzio del mondo (e della Chiesa)








Da una settimana il 42enne disabile francese è privato di acqua e cibo. I media sono ormai pressoché muti, in attesa che Vincent muoia di fame e di sete per tornare a ripetere le stesse menzogne pro eutanasia. Oggi i due avvocati dei genitori parleranno a Parigi per gridare di nuovo al mondo la verità. Tacciono i vescovi francesi, e nemmeno papa Francesco ha voluto lanciare un appello per Lambert, come anche monsignor Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Eppure la Chiesa dovrebbe gridare ai quattro venti che si sta commettendo un’ingiustizia contro la vita di una persona indifesa, come ha ricordato il cardinale Burke in un’intervista. Anche perché è in pericolo la salvezza delle anime.





Luisella Scrosati, 08-07-2019

Siamo al settimo giorno di barbarie autorizzata contro Vincent Lambert e la narrazione mediatica è ormai pressoché muta sull’argomento. Quando Vincent – se Dio vorrà – morirà, torneranno a parlare, o meglio a vocalizzare allo sfinimento le solite cose, per assicurarsi che l’inebetimento dell’opinione pubblica raggiunga un buon margine di sicurezza.

Proprio questo pomeriggio, dalle 16 alle 19, i due avvocati dei genitori
, di un fratello e di una sorella di Vincent, prenderanno la parola in un comizio organizzato a Parigi, per cercare di gridare al mondo, ancora una volta, la verità della situazione, etica, giuridica e medica di Vincent Lambert.

I vescovi francesi ormai tacciono
. È vero che in occasione del tentativo di eutanasizzare Vincent, fermato poi dalla Corte d’Appello di Parigi il 20 maggio scorso, si erano fatti sentire: anzitutto i più direttamente coinvolti, monsignor Éric de Moulins-Beaufort, vescovo di Reims, e il suo ausiliare, monsignor Bruno Feillet; poi anche l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, e altri vescovi. Però è altrettanto vero che la condanna è stata ripetuta e ora Vincent è in agonia da una settimana; è perciò necessario che l’episcopato francese compatto denunci nuovamente e con più forza che si tratta di un omicidio, i cui responsabili sono politici, medici e familiari che hanno nomi e cognomi ben precisi; che si tratta di una volontà precisa di introdurre l’eutanasia dalla finestra, visto che dalla porta è ancora presto (fino a quando?).

È poi necessario mobilitare i cattolici e tutte le persone di buona volontà alla resistenza
, alla preghiera, al sacrificio, e denunciare la disinformazione continua e martellante dei media. Questo è il minimo che si possa e si debba fare, per sostenere il grido continuo di mamma Viviane e quello di papà Pierre, quest’uomo di novant’anni cardiopatico che si vede ammazzare un figlio disabile, e che proprio ieri pomeriggio, mentre si recava all’ospedale di Reims per visitare il figlio, ha detto al mondo la verità: “È un assassinio mascherato, un’eutanasia”.

Purtroppo nulla è arrivato anche dal Santo Padre
, che ha avuto a disposizione l’Udienza generale di mercoledì scorso e l’Angelus di ieri per lanciare un appello che cercasse di fermare la mano del boia, o quantomeno di mettere davanti agli occhi del mondo il fatto che in Francia sta per essere ucciso un uomo, solo perché disabile, e si stanno violando le norme elementari dei diritti umani, riconosciute a parole e puntualmente disattese nei fatti.

La tremenda verità, che viene taciuta
, è che sta per essere portata a termine una condanna che avrà un effetto domino mortifero su migliaia di altre persone in situazioni simili e che getta i presupposti per qualsiasi contravvenzione dei diritti umani. Non è voglia di polemica: è semplicemente la dolorosa constatazione che il Papa ha deciso di abbandonare Vincent al suo destino e di accettare, senza batter ciglio, la sentenza iniqua che è pronta a far strage di disabili.

Nemmeno il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Vincenzo Paglia
, ha trovato il tempo per intervenire sulla questione: forse ha già scritto un messaggio di condoglianze per la famiglia e sta solo attendendo il fatal giorno. E dire che la sua Comunità di Sant’Egidio, sempre pronta a mostrarsi agli occhi di tutti vicina agli ultimi, è ben presente in Francia, almeno stando a quanto riferisce il sito ufficiale con un hashtag: la #santegidio summer c’est parti! Udite, udite: barbecue organizzato nel cuore di Parigi, e poi, coming soon, un altro barbecue per i senza dimora a Lione e via con pranzi, feste, gite e chi più ne ha più ne metta. Alla faccia di Vincent che muore di fame e di sete: per lui, nemmeno una parola. Sarà perché non è senza dimora, non è clandestino, non è LGBTQI (e avanti con tutto l’alfabeto)?

Silenzio anche dall’Onu
, che sta dimostrando che le convenzioni, i protocolli, e tutto il materiale cartaceo prodotti in questi anni non sono in grado di tutelare la vita di un innocente, che non è in mano a dei terroristi pronti a farsi saltare in aria insieme agli ostaggi, ma è in un letto di ospedale della civilissima Francia. Il Comitato per i diritti dei disabili ha provato a richiamare Macron ai suoi impegni, ma di fronte ad un nemmeno troppo celato “chissenefrega” (con o senza hashtag?), si è ritirato in buon ordine. Regola numero uno per difendere i diritti umani, in un mondo dove dominano l’arroganza, la prevaricazione, la menzogna: usare la forza. Altrimenti, in certi casi, le parole non servono a nulla.

A cantare ancora una volta un assolo
, unica consolazione in questa situazione, è, in una bella intervista a L’Occidentale, il cardinale Raymond Burke, tanto accusato di essere un rigido dogmatico “pizzi e merletti”, lontano dai problemi reali della gente, e che è invece uno dei pochi a esporsi: “Noi cattolici e ogni persona di buona volontà abbiamo il preciso obbligo di difendere la massima dignità della vita umana, in ogni suo stadio. In questo momento di grandissima confusione è necessario, inoltre, che la Chiesa faccia fronte unito per lanciare il chiaro messaggio del suo insegnamento”.

E continua: “Vorrei dunque ribadire, con fermezza, [...] che la vita umana e la sua dignità
non varia in base a circostanze fisiche o mentali: l’uomo non cessa di essere tale e dunque meritevole del pieno rispetto in nessuno di questi casi. Spesso si afferma che sia umiliante, per coloro che si trovano in queste gravi condizioni, il continuare a protrarre tali sofferenze e una vita «non degna di essere chiamata tale». Al contrario, ritengo unicamente e intrinsecamente umiliante arrivare a paragonare la vita umana a quella di un vegetale, arrivare a far percepire a queste persone, già molto provate dalla loro condizione, che l’opinione pubblica maggioritaria, o ancor peggio lo Stato, ritengano che la loro vita non sia più degna di essere vissuta. Ancora una volta, da pastore, vorrei far giungere loro la voce di Cristo e della sua Chiesa, che da sempre annuncia che in qualunque stadio e condizioni si trovi, la vita dell’uomo è sempre preziosa ai Suoi occhi”.

E in particolare, sulla situazione di Vincent Lambert
, il cardinal Burke dimostra di comprendere la posta in gioco: “Si può interrompere la vita di una persona perché è disabile, perché è affidata agli altri? Può lo Stato dare la morte agli innocenti e indifesi? Ricordo che qualche anno fa, in Italia, ci fu un caso simile, quello di Eluana Englaro, che giustamente coinvolse l’intero paese, comprese le massime autorità dello Stato e il Parlamento. Una reazione simile ci fu anche in America per il caso di Terri Schiavo. Il Magistero della Chiesa è da sempre netto sulla difesa della vita, in particolare di quella più fragile, più esposta. Un politico cattolico non deve, e non può, fare altro che rifarsi al diritto naturale, come è espresso nell’insegnamento della Chiesa, e agire con energia e coerenza. La Chiesa non ha la necessità di elaborare nuove risposte, ma non può tacere di fronte alla violenza su chi non può difendersi, su chi è fragile e inerme; penso che debba prestare la propria voce a chi non ha voce”.

Qualcuno potrà obiettare che la Chiesa non ha alcuna possibilità di coercizione
. È vero: nessuno pretende che Papa Francesco mandi le Guardie Svizzere a piantonare la camera di Vincent; e nemmeno che mandi il noto cardinale “elettricista” a ripristinare l’alimentazione e l’idratazione di Vincent. Deve però alzare la voce, gridare ai quattro venti quello che accade in Francia, minacciare di ritirare il proprio Nunzio, e porre anche l’eutanasia, soprattutto quella commessa su disabili o persone indifese, insieme all’aborto, tra le colpe colpite con la scomunica latae sententiae. È di fondamentale importanza risvegliare il mondo di fronte a un tale crimine, che sta già facendo strage.

Qualcuno torcerà il naso, avvezzi come siamo a sentire ormai parlare solo di misericordia
. Ma è bene ricordare che da nessuna parte, men che meno nel Vangelo, la misericordia è intesa come esenzione dalla giustizia e dal castigo che corregge il peccatore. Commentando la seconda metà del versetto 29 del salmo (118)119, che nella versione della Vetus latina suonava così: lege tua miserere mei (abbi pietà di me, secondo la tua legge), Sant’Ambrogio notava con grande acume: “Usa dunque una misericordia secondo la legge colui che usa misericordia con giustizia e sapienza, concedendo solo quello che sa di poter legittimamente concedere, se non vuol diventare egli stesso colpevole di fronte alla legge nell’usare misericordia ad altri [...]. Badiamo bene di non rendere peggiore la persona stessa che trattiamo ingiustamente con misericordia!”.

Troppo duro? Non per il Pastore e Dottore della Chiesa, Ambrogio
, che ha invece ben chiaro che “il più delle volte il non reprimere i delinquenti è prova di maggiore durezza che non il punirli. Coloro che avranno commesso delle disonestà, vengono trascinati da ignominiose passioni e non traggono alcun vantaggio dalla propria colpa”. E chi non si emenda, per un peccato così grave come quello di far morire di fame e di sente un innocente, finisce all’Inferno. Con buona pace di chi pensa il contrario.













domenica 7 luglio 2019

Sarà beato Fulton Sheen, colui che annunciò Gesù in tv






Il Papa ha autorizzato a promulgare il decreto che riconosce il primo miracolo attribuito all’intercessione di Fulton Sheen (1895-1979), il vescovo e telepredicatore che espose la verità e la bellezza della fede in un’America in piena secolarizzazione, guadagnando innumerevoli anime a Dio. Il primo compito del sacerdote? «Annunciare Gesù, farlo conoscere e amare».





Ermes Dovico, 07-07-2019

Per anni i fedeli americani, e in generale i suoi devoti sparsi in tutto il mondo, hanno atteso che venisse ripresa la causa di beatificazione del venerabile Fulton Sheen (1895-1979), sospesa a tempo indefinito nel 2014 per una controversia sulle reliquie sorta tra la Diocesi di Peoria e l’Arcidiocesi di New York. A giugno l’annosa disputa sul telepredicatore più famoso e ispirato degli Stati Uniti è stata finalmente risolta, e ieri papa Francesco ha potuto autorizzare la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto per il riconoscimento del miracolo dovuto all’intercessione dell’arcivescovo Sheen, che quindi potrà essere presto proclamato beato.

IL MIRACOLO

Il miracolo riguarda l’inspiegabile risurrezione nel 2010 di un bambino nato morto, il piccolo James Fulton Engstrom, che per 61 minuti non aveva né avuto un battito rilevabile né respirato, iniziando a emettere il suo primo respiro nel momento stesso in cui i medici ne stavano dichiarando ufficialmente la morte. In quei 61 minuti la madre e il padre avevano pregato per l’intercessione del Servo di Dio, Fulton Sheen. I dottori avevano poi predetto che il bambino sarebbe cresciuto con gravi insufficienze a livello di organi e con una paralisi cerebrale, ma dopo cinque mesi di vita del piccolo si era constatato che James Fulton aveva uno stato di salute normale. Nel 2014 c’era stato il via libera al riconoscimento del miracolo da parte di una commissione medica e poi teologica. Nel frattempo, due anni prima, Benedetto XVI aveva riconosciuto le virtù eroiche di Sheen.

NEL SEGNO DELLA PUREZZA

Infine, ieri c’è stato appunto l’ulteriore fondamentale passo verso la beatificazione, nel giorno di santa Maria Goretti, la «martire della purezza» come la chiamò Pio XII quando la canonizzò nel 1950, sottolineando una virtù che Sheen andava più volte insegnando in quella stessa epoca. Come in una catechesi sul perché del matrimonio verginale tra Maria e Giuseppe, in cui diceva: «L’amore della donna determina quello dell’uomo. La donna è educatrice silenziosa della virilità del suo sposo. Essendo Maria il simbolo della verginità e la sublime ispiratrice della purezza per tutti, perché non avrebbe dovuto impiegare questa sua caratteristica con il suo Giuseppe, il giusto? La Vergine conquistò il cuore del suo giovane sposo non con la diminuzione dell’amore, ma sublimandolo». La purezza nasce da Dio, è stare alla Sua presenza, proprio come avveniva per Maria e Giuseppe che avevano in mezzo a loro Gesù, provavano già «la gioia senza pari che è il possesso dell’amore eterno del Cielo», a cui ogni matrimonio deve tendere, e quindi «non desideravano nient’altro» (cfr. Aleteia).

I PRIMI PASSI, DAGLI STATES ALL’EUROPA

Battezzato con il nome di Peter John Sheen (Fulton era il cognome da nubile della madre), il futuro beato era venuto alla luce l’8 maggio 1895 a El Paso, nell’Illinois, primo dei quattro figli di una coppia con origini irlandesi. La famiglia si era poi trasferita nella vicina Peoria, dove Fulton aveva fatto il chierichetto e a 24 anni era stato ordinato sacerdote. Desideroso di approfondire il pensiero di san Tommaso d’Aquino, venne in Europa, dove conseguì il dottorato in filosofia all’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, e in teologia all’Angelicum di Roma. Quando fece ritorno negli Stati Uniti aveva insomma acquisito una formazione solidissima, unita a una fervida fede. Già nel 1929, consapevole del necessario legame tra fede e cultura, incoraggiava gli insegnanti della National Catholic Educational Association a «educare per una rinascita cattolica».

EVANGELIZZAZIONE VIA RADIO E TV

Sapeva che questa rinascita, nel mezzo della galoppante secolarizzazione, era necessaria per ricondurre quante più anime a Dio. Dopo l’avvio della sua prolifica attività da scrittore (tra i suoi 73 libri c’è anche una Vita di Cristo) e brillanti predicazioni in parrocchia, la prima grande occasione in tal senso gli si presentò nel 1930. Alla radio. La NBC gli affidò una trasmissione notturna domenicale, chiamata The Catholic Hour. Parlava di fede e di morale, senza trascurare le notizie d’attualità. Al culmine del suo ventennio in radio il suo pubblico arrivò a 4 milioni di ascoltatori settimanali. Il laico Time, nel 1946, lo definì «la voce d’oro», «il famoso predicatore del cattolicesimo statunitense», e riferì che per la sua trasmissione riceveva settimanalmente dalle 3.000 alle 6.000 lettere di ascoltatori.

Non temeva di affrontare temi scomodi. Parlando di Hitler, lo aveva definito un esempio di «Anticristo» e non meno netto fu quando, già in televisione, aveva denunciato il regime comunista di Stalin. Era il febbraio 1953 e lo spunto l’aveva tratto dal Giulio Cesare di Shakespeare, sostituendo i nomi di Cesare, Cassio, Bruto e Antonio con quelli di alcuni dei principali leader sovietici, Stalin incluso. Concluse la sua catechesi con questo ammonimento: «Stalin dovrà un giorno andare incontro al suo giudizio». Pochi giorni dopo il dittatore venne colpito da un’emorragia cerebrale e il 5 marzo morì.

L’approdo di Sheen in televisione era avvenuto due anni prima, chiamato dalla DuMont per un programma in prima serata, Life is worth living («La vita vale la pena di essere vissuta»), in onda il martedì. Nella stessa fascia oraria agivano giganti dello spettacolo come Frank Sinatra e il comico Milton Berle. Quest’ultimo, chiamato familiarmente «Zio Miltie», così disse a proposito del suo nuovo ‘rivale’ televisivo: «Se devo essere vinto da qualcuno, è meglio che perda da Colui per cui parla il vescovo Sheen». Il prelato stette al gioco, dicendo che le persone potevano chiamarlo «Zio Fultie»; e quando poi, nel 1952, vinse un Emmy Award, accettò il premio imitando, a modo suo, i ringraziamenti che faceva Berle agli operatori dietro le quinte: «Sento che è ora di rendere omaggio ai miei quattro scrittori – Matteo, Marco, Luca e Giovanni».

Le sue catechesi televisive arrivarono a raggiungere circa 30 milioni di spettatori a settimana. La marcia in più di questo eccezionale predicatore, che guardava in camera con uno sguardo penetrante e parlava a braccio servendosi a volte di una lavagna, non era figlia di mera eloquenza, bensì frutto della sua gratitudine e del suo stupore per il mistero di Dio. Al di là dei microfoni la sua era infatti una vita di preghiera e di adorazione, con lunghe soste a contemplare il Santissimo Sacramento, da cui attingeva la grazia per parlare secondo il cuore di Dio. Solo Lui sa quante anime si sono convertite grazie a questo Suo figlio prediletto, che portò o riportò in seno alla Chiesa cattolica anche diversi personaggi famosi. Presentando alla società, che si allontanava progressivamente da Dio, la ragionevolezza e insieme la bellezza della fede. Ci fu molto merito suo se la parte di America cattolica, in tempi ormai di sottile persecuzione ed emarginazione culturale, si sentì fiera di essere, davvero, cattolica.

PASTORE FEDELE. E PROFETICO

Lo stesso clero, si sa, viveva in quegli anni una vasta crisi di fede, con molti consacrati volti a inseguire il mondo e dimentichi del trascendente. Ma Sheen, che fu vescovo ausiliare di New York e poi arcivescovo di Rochester, ricordava ai sacerdoti che il loro primario compito è santificare attraverso i sacramenti e unirsi al sacrificio di Gesù «offerto sulla croce e sull’altare. Non basta alleviare le necessità materiali dei fratelli, occorre annunciare Gesù, farlo conoscere e amare». Da lucido profeta, lesse i nostri tempi come apocalittici, in cui le forze che combattono con Cristo e quelle che combattono con Satana «stanno cominciando a elaborare le linee di battaglia per la fine». E osservò: «La terza tentazione in cui Satana chiese a Cristo di adorarlo e tutti i regni del mondo sarebbero stati suoi, diventerà la tentazione di avere una nuova religione, senza una Croce, una liturgia, senza un mondo a venire, una religione per distruggere una religione, o una politica che è una religione - quella che rende a Cesare anche le cose che sono di Dio».

NELLA GLORIA CON LO SPOSO

Il 20 settembre 1979, alla Messa per il 60° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, disse: «Non è che io non ami la vita, ma ora voglio vedere il Signore. Ho passato tante ore davanti a Lui nel Santissimo Sacramento, ho parlato a Lui nella preghiera e di Lui con chiunque mi volesse ascoltare. Ora voglio vederlo faccia a faccia». Due mesi e mezzo dopo, era il 9 dicembre, Fulton Sheen fu chiamato per sempre a contemplare il Volto di Colui al quale aveva anelato per tutta la sua vita terrena.












sabato 6 luglio 2019

L'agonia che non fa notizia: Vincent Lambert







Giuliano Guzzo, 06-07-2019

In edicola e in rete, pochissimi giornali oggi ne scrivono. Sempre gli stessi, tra l’altro.

Stiamo parlando dell’agonia di Vincent Lambert, il francese tetraplegico 42 anni ricoverato all’ospedale di Reims da quattro giorni ormai senza cibo né acqua, ça va sans dire, nel suo «miglior interesse».

Non solo. Quasi a voler scongiurare l’interruzione di questa tortura infernale, la camera di Lambert è ora piantonata e gli accessi sottoposti a un rigoroso filtro; tanto che pure ai suoi genitori, da anni di casa nel nosocomio, ora viene ingiunto di favorire i documenti.

Un copione da pellicola horror che nessun giudice francese o europeo pare più in grado di fermare.

Il che è paradossale se si pensa a quanto di moda vadano ultimamente parole come «accoglienza», «solidarietà», «soccorso».

In tal senso, è impossibile non pensare al fatto che un uomo di altra provenienza rimasto quattro giorni senza alimentazione e idratazione – magari nel Mediterraneo, a bordo di un’imbarcazione Ong – avrebbe scatenato una gara internazionale di solidarietà.

Giustamente.

Ma per questo figlio di Francia inchiodato sofferente a un letto nada, nessuno invoca o riconosce il «dovere» di soccorso.

Solo la madre Viviane e i familiari più stretti, unitamente a chi dall’estero non può fare altro che pregare, seguono infatti adesso quest’agonia per quello che è: la sofferenza inflitta a un innocente e l’affossamento di una civiltà europea che, già scossa dalle vicende di Alfie, Charlie e Isaiah, pare aver stabilito un macabro feeling con l’abisso.

Ovviamente qui i fact-checkers, ossia i Guardiani della Verità Ufficiale, interverranno sostenendo che queste son fregnacce perché Lambert era un «vegetale» ed ora, comunque, la sedazione profonda azzera ogni possibilità che egli possa sperimentare la minima sofferenza.

Peccato che il suo dottor morte, Sanchez, sostenga d’aver applicato una sedazione «tenue» e che la madre Viviane, dopo 24 ore che questa era stata somministrata, abbia riferito un raggelante «ci stava guardando e noi potevamo vedere che stava soffrendo».

Colpisce poi che a Lambert sia assicurato che le mucose della bocca non diano una sensazione di secchezza, accorgimento che mal si concilia con l’idea che egli sia un «vegetale» che nulla può sentire. Dunque costui è davvero in agonia senza averlo mai chiesto, senza che alcuno possa far più nulla e senza che questo, se non come scandalo, almeno passi come notizia.

Niente, invece. Il silenzio avvolge l’ospedale di Reims, la famiglia Lambert e naturalmente il dramma di Vincent, che si trova ora a percorrere l’ultimo tratto di vita circondato dal disinteresse di chi ne ignora la vicenda e di quelli che evviva il «restiamo umani», ma non troppo. Sì, perché davanti alla fragilità di una persona torturata proprio in quanto fragile, l’Umanitarismo Collettivo può finalmente gettare la maschera, tanto in una camera piantonata mica ci sono telecamere o giornalisti.

E nessuno può vedere il volto mostruoso e deforme della pietà a comando a cui siamo addomesticati, restando indifferenti a chi viene fatto crepare per fame e per sete.

Giuliano Guzzo














lunedì 1 luglio 2019

PASTORI, PER UN PO' NON RIUNITEVI PIU'







Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XII n° 7 - Luglio 2019



La crisi è lunga, lunghissima, sembra non aver fine.


Ogni giorno è un bollettino di guerra: chiese chiuse, diocesi accorpate, istituti religiosi commissariati o estinti, cardinali contro cardinali, monsignori che rilasciano interviste accusatorie al Papa e al Vaticano, denunce processi incarcerazioni di ecclesiastici, riduzioni allo stato laicale.
E poi, cosa peggiore in questi bollettini di guerra, le novità bisbigliate, smentite e riconfermate: abolizione del celibato sacerdotale per l'Amazzonia, diaconato femminile, donne cardinali, laici per para-messe, comunione ai divorziati e ai concubini... e l'elenco potrebbe continuare, ma ci si stanca la mano, e il cuore soprattutto, a scriverne.


È il bollettino di guerra, di una guerra precisa per l'eliminazione della Chiesa cattolica stessa.


E cosa fanno quelli che hanno causato questa guerra senza fine? Si propongono come i guaritori, proprio loro che continuano ad assestare colpi mortali alla vita cattolica. L'inganno è proprio qui, tutto qui: non cambia niente. Si sono riuniti, hanno riformato la Chiesa, questa sta morendo, e loro si riuniscono ancora per incolpare, dei disastri causati, la cattiveria dei singoli uomini. È una furbizia demoniaca! Troppo facile incolpare i peccatori, ecclesiastici o laici che siano, troppo facile! Quale novità se gli uomini sbagliano, se tradiscono Cristo, se sono incostanti e vigliacchi, quale novità? Ma la Chiesa non c'è forse, voluta così da Dio, proprio per la conversione dei peccatori, per la loro guarigione?


Invece di accusare moralisticamente i singoli peccatori, occorre domandare perdono dentro un dolore immenso per la cura sbagliata di questi anni.


Si sono riuniti i Pastori, come fossero dei medici ad un congresso loro, e hanno propinato medicine che hanno intossicato tutto il corpo della Chiesa che ora illanguidisce. E l'errore è partito dall'aver negato la malattia. Hanno sottovalutato, se non taciuto, la potenza del male e del peccato. Di fatto si è negato il Peccato Originale e la concupiscenza che lascia nelle anime. Come hanno fatto le legislazioni civili di fronte ai mali della società: gli uomini tradiscono, allora concediamo il divorzio; la droga si diffonde, allora legalizziamola; c'è l'aborto clandestino, allora facciamo di questo crimine orrendo un diritto. Di fronte al male lo si nega per sanarlo.
Così i Pastori riuniti han fatto con la modernità laicista, marxista-liberale o esistenzialista che fosse: per risolvere il problema hanno dichiarato che questa laicità non era contro la fede; hanno pensato che bastasse dire così per inaugurare una nuova era di rapporto con il mondo... e così il male è stato lasciato libero di invadere le anime dei fedeli.


Sono loro ad aver sbagliato, ad aver provocato l'epidemia di infedeltà dilagante, ad aver propagato il male; e continuano a proporsi come i medici della Chiesa malata, ed obbligano la loro nefasta cura.


E noi dovremmo accettare la cura che ci ha ammalato e poi, magari, ringraziare i medici che ci hanno sotterrato, come si fa spesso oggi nei manifesti funebri.


È l'inganno più diabolico che si possa immaginare.


Per favore, Pastori della Chiesa, per un po' non riunitevi più.


Non riunitevi più fino al giorno in cui si riconoscerà che la cura era sbagliata, negando l'oggettività del male e confinandolo al solo individuo quando non si poteva negarlo.


E chi non ce la fa a riconoscere il fallimento di questa cura, abbia il coraggio di lasciare il posto ad altri Pastori che la medicina, quella della grazia di Cristo nella sana dottrina, la conoscono.
Chi non ce la fa a riconoscere il fallimento di questa cura abbia il coraggio di ritirarsi, di andare a pregare per sè e per quelli che sono stati intossicati; vada a far penitenza per i morti nella fede di questi anni, che non si possono più disintossicare, e così sarà ancora Pastore.


E per favore, non mandi a suo sostituto un timido conservatore, che pensa di risolvere tutto con un po' di maquillage ecclesiastico: un po' di incenso in più, qualche Kyrie cantato, qualche genuflessione e qualche talare in più. Troppo poco! Troppo niente!


Occorre avere medici, Pastori, coscienti che l'avvelenamento si è propagato mutando la Messa di sempre, cambiamento che ha portato con sé l'amnistia per tutte le colpe moderne. Sì, la Messa di sempre con la dottrina di sempre, e smettiamola di dire che questa frase è semplicistica: la Messa immutata dai tempi apostolici è stata stravolta e il nuovo rito ha liberato tutti i germi dell'eresia e dell'immoralità. La nuova messa, i nuovi riti dei sacramenti, la nuova maniera di pregare ha privato il corpo della Chiesa e i corpi dei fedeli degli anticorpi di difesa, così il male, sempre latente nell'organismo, è dilagato libero ed è diventato metastasi.


Vi supplichiamo, per un po' non riunitevi più e lasciate fare l'esperienza della tradizione integrale. Ridate alle parrocchie la Messa cattolica, quella vera. Ordinate uomini che vogliono essere sacerdoti come lo sono stati gli Apostoli, i Padri della Chiesa e i preti di duemila anni. E tra questi scegliete Vescovi che rifiutano ogni novità, perché la Chiesa di Cristo possa salvare ancora.












sabato 29 giugno 2019

I primi Cristiani celebravano la Messa così: l'altare della Cripta delle Catacombe di Sant'Antioco (Sardegna)





Abbiamo preso questa foto da una pagina di Facebook (sotto linkata) dove ci sono diversi interessantissimi approfondimenti storico/liturgici sulla celebrazione "ad orientem" frutto dell'ammirevole conoscenza storico/liturgica di
Filiberto Maiori che ringraziamo. Rendendoci purtroppo conto che "chi si occupa di liturgia e di scienza storica liturgica parta sovente da posizioni "progressiste" e, conseguentemente, "legge la storia attraverso i filtri dell'ideologia" auspichiamo che almeno le comunità legate alla liturgia "classica" potrebbero creare quanto prima una sorta di istituto liturgico-tradizionale dove "venga insegnata la scienza liturgica senza pregiudizi ideologici".
AC




Sardegna, Sant'Antioco* : Altare nella Cripta delle Catacombe


Come si vede nella foto, la tomba del santo è divenuta l'altare.
La disposizione ad orientem e l'altare di pietra sono la diretta reminescenza di quando, nei primi secoli, così si celebrava la Santa Messa.
"Una celebrazione "rivolta al popolo" non è mai esistita.


Bisogna premettere che già l'espressione "rivolta al popolo" procede da una visione e considerazione clericale della liturgia.
L'espressione "celebrazione rivolta al popolo" è dunque figlia del clericalismo che vede il sacerdote come il centro di tutta l'azione liturgica che viene quindi definita in base al posto del presbitero e al suo orientamento.
E' dunque una espressione aberrante che nasce da una concezione aberrata della liturgia.


In antico tutti, sacerdote e fedeli laici erano rivolti verso oriente.
Tale direzione era talmente radicata e importante che la si osservava pure nella preghiera privata domestica.

Nella Roma del primo millennio addirittura, in quelle poche basiliche coll'ingresso rivolto ad est (all'incirca tutte del IV secolo) i fedeli, e pure il papa, una volta entrati in chiesa si volgevano verso la porta d'ingresso per un atto d'adorazione a Cristo.

I problemi sono nati più o meno dopo la fine delle persecuzioni, quando si sono costruite le prime chiese e il vescovo coi presbiteri lasciò il posto originario (dalla parte opposta dell'altare, in mezzo ai fedeli) per collocare il proprio seggio e i subsellia dei suoi presbiteri, proprio nell'abside dove i magistrati romani avevano il loro scranno. 

L'orientazione della preghiera è sempre rimasta verso est, ma con tale spostamento delle sedi del clero, l'assemblea liturgica è stata letteralmente spaccata in due: il clero da una parte e il popolo dall'altra.
Questo, però inizialmente continuò a posizionarsi nelle navate laterali e si volgeva alquanto verso est.
Ben presto però il popolo invase la navata centrale e, forse perchè era pure considerato inqualificabile volgersi ad est in quella nuova posizione in quanto avrebbe significato dar le spalle all'altare, finì per non voltarsi più ad est.
Tutto questo riguarda le basiliche coll'entrata ad est. 

Ma l'orientamento verso est si è mantenuto vivo per diversi secoli, e questo spiega perchè nei secoli successivi di norma verso est veniva posizionata l'abside, di modo che tutti, presbitero e fedeli laici, fossero sempre volti ad est e tutti dal medesimo lato dell'altare.

La "celebrazione rivolta al popolo" fu reclamizzata da alcuni esponenti del Movimento liturgico, come il monaco Lambert Beauduin, il quale però, versato com'era nella storia liturgica, non ha mai detto che quella fosse la posizione antica. 

Più semplicemente quella posizione (versus populum N.d.R.) era permessa dal Messale preconciliare e fu ritenuta adatta a restituire alla liturgia una certa nota di calore e familiarità.
Ma così facendo il Beauduin e i suoi amici, non si resero conto che la liturgia veniva ulteriormente clericalizzata in una maniera nauseante e inaccettabile.
Dopo il superconcilio (Concilio Vaticano II N.d.R) , pur non essendo imposta da nessuna norma, una tale forma di celebrazione, si diffuse a macchia d'olio diventando in un attimo come l'icona stessa del rinnovamento. 

Un bel rinnovamento, non c'è che dire: per sclericalizzare la liturgia la si è clericalizzata ancor di più!
E i mille tentativi dei preti di "democratizzare" la nuova liturgia affidando a laici compiti e servizi che non gli competono, non fanno altro che clericalizzare ancora, perchè muovono dall'idea, clericale in sommo grado, che la liturgia sia qualcosa che appartiene al prete il quale, benignamente ne delega alcune parti ai laici.
Solo un prete che si considera padrone della liturgia (come ha saggiamente evidenziato anche il Teologo-Liturgista Joseph Ratzinger N.d.R.) ne dispone a piacimento.
Se si considerasse servo, non lo farebbe."
...


"A parte alcune basiliche del IV secolo circa in seguito raramente si costruirono chiese con l'ingresso a est, perchè una tale sistemazione, per quanto teologicamente molto bella, liturgicamente scombussola l'assemblea. 

Anche la collocazione absidale del seggio episcopale fu presto abbandonata per riportarla "davanti" all'altare, in cornu Evangelii, pur se questa collocazione non era l'originaria; ma in tal modo almeno tutta l'assemblea, dal vescovo fino all'ultimo dei fedeli, si trova dal medesimo lato dell'altare ed è tutta rivolta nella medesima direzione.
E' interessante notare come una collocazione absidale del seggio episcopale l'ha conosciuta pure l'Oriente, e il rito bizantino tuttora la conserva.
Ma, a parte che nel rito bizantino il cosiddetto "trono alto" viene usato solo se il celebrante è vescovo (se non c'è il vescovo i presbiteri neppure si siedono sui loro subsellia) ma il suo uso è limitato alla sola prima parte della liturgia.
In pratica il vescovo e i presbiteri si siedono dietro l'altare solo per le letture e poi non più."

Fonte: Facebook QUI


continua





*Sant'Antioco (Santu Antiogu o Sant'Antiogu in sardo, San Antiòcco in tabarchino) è un comune di 11.152 abitanti della provincia del Sud Sardegna, nel Sulcis-Iglesiente da antichissime origini.
Il comune sorge sui resti di Sulki, una delle città più antiche del Mediterraneo occidentale.
È il principale comune dell'omonima isola. ( Wichipedia)







giovedì 27 giugno 2019

Una critica dell’”Instrumentum laboris” per il sinodo dell'Amazzonia





di Sandro Magister

27 giu 2019

Da quando è stato reso pubblico il 17 giugno, il documento base – o ”Instrumentum laboris” – del sinodo dell’Amazzonia ha avuto molte reazioni critiche, per l’anomalia del suo impianto e delle sue proposte, rispetto a tutti i sinodi che l’hanno preceduto.

Ma da oggi c’è di più. Ad accusare il documento addirittura di eresie e di apostasia è un cardinale, il tedesco Walter Brandmüller, 90 anni, insigne storico della Chiesa, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dal 1998 al 2009 e coautore, nel 2016, dei celebri “dubia” sull'interpretazione e applicazione di “Amoris laetitia” ai quali papa Francesco ha sempre rifiutato di rispondere.

Ecco qui di seguito il suo “J’accuse”, reso pubblico oggi, 27 giugno, in tutto il mondo in più lingue.

Su Kath.net il testo originale in tedesco:

> Eine Kritik des "Instrumentum Laboris" für die Amazonas-Synode




*

Una critica dell’”Instrumentum laboris” per il sinodo dell'Amazzonia


di Walter Brandmüller

Introduzione
Può davvero causare stupore che, all’opposto delle precedenti assemblee, questa volta il sinodo dei vescovi si occupi esclusivamente di una regione della terra la cui popolazione è solo la metà di quella di Città del Messico, vale a dire 4 milioni. Ciò è anche causa di sospetti riguardo alle vere intenzioni che si vorrebbero attuare in modo surrettizio. Ma bisogna soprattutto chiedersi quali siano i concetti di religione, di cristianesimo e di Chiesa che sono alla base dell’”Instrumentum laboris” recentemente pubblicato. Tutto ciò sarà esaminato con l'appoggio di singoli elementi del testo.

Perché un sinodo in questa regione?
Per cominciare, occorre chiedersi perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare argomenti, che – come è il caso dei tre quarti dell’”Instrumentum laboris” – hanno solo marginalmente qualcosa a che fare con i Vangeli e la Chiesa. Ovviamente, da parte di questo sinodo dei vescovi viene compiuta anche un'aggressiva intrusione negli affari puramente mondani dello Stato e della società del Brasile. C’è da chiedersi: che cosa hanno a che fare l'ecologia, l'economia e la politica con il mandato e la missione della Chiesa?

E soprattutto: quale competenza professionale autorizza un sinodo ecclesiale dei vescovi a emettere dichiarazioni in questi campi?
Se il sinodo dei vescovi davvero lo facesse, ciò costituirebbe uno sconfinamento e una presunzione clericale, che le autorità statali avrebbero motivo di respingere.

Sulle religioni naturali e l’inculturazione
C’è un altro elemento da tenere presente, che si trova in tutto l’”Instrumentum laboris”: vale a dire la valutazione molto positiva delle religioni naturali, includendo pratiche di guarigione indigene e simili, come anche pratiche e forme di culto mitico-religiose. Nel contesto del richiamo all'armonia con la natura, si parla addirittura del dialogo con gli spiriti (n. 75).

Non è solo l'ideale del “buon selvaggio" tratteggiato da Rousseau e dall'Illuminismo che qui viene messo a confronto con il decadente uomo europeo. Questa linea di pensiero si spinge oltre, fino al XX secolo, quando culmina in un'idolatria panteistica della natura. Hermann Claudius (1913) creò l'inno del movimento operaio socialista "Quando camminiamo fianco a fianco...", in una strofa del quale si legge: ”Verde delle betulle e verde dei semi, che la vecchia Madre Terra semina a piene mani, con un gesto di supplica affinché l'uomo diventi suo... “. Va notato che questo testo è stato successivamente copiato nel libro dei canti della Gioventù hitleriana, probabilmente perché corrispondeva al mito del “sangue e suolo” nazionalsocialista. Questa prossimità ideologica è da rimarcare. Questo rigetto anti-razionale della cultura "occidentale" che sottolinea l'importanza della ragione è tipico dell’”Instrumentum laboris, che parla rispettivamente di "Madre Terra" nel n. 44 e del "grido della terra e dei poveri” nel n.101.

Di conseguenza, il territorio – vale a dire le foreste della regione amazzonica – viene addirittura dichiarato essere un “locus theologicus”, una fonte speciale della divina rivelazione. In esso vi sarebbero i luoghi di un'epifania in cui si manifestano le riserve di vita e di saggezza del pianeta, e che parlano di Dio (n. 19). Inoltre, la conseguente regressione dal Logos al Mythos viene innalzata a criterio di ciò che l’”Instrumentum laboris” chiama l'inculturazione della Chiesa. Il risultato è una religione naturale con una maschera cristiana.

La nozione di inculturazione è qui virtualmente snaturata, dal momento che in realtà significa l'opposto di ciò che la commissione teologica internazionale aveva presentato nel 1988 e di quanto aveva precedentemente insegnato il decreto “Ad gentes” del Concilio Vaticano II sull'attività missionaria della Chiesa.

Sull'abolizione del celibato e l'introduzione di un sacerdozio femminile
È impossibile nascondere che questo "sinodo" è particolarmente adatto per attuare due progetti tra i più cari che finora non sono mai stati attuati: vale a dire l'abolizione del celibato e l'introduzione di un sacerdozio femminile, a cominciare dalle donne diacono. In ogni caso si tratta di “tener conto del ruolo centrale che le donne svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (n. 129 a3). E allo stesso modo, si tratta di “aprire nuovi spazi per ricreare ministeri adeguati a questo momento storico. È il momento di ascoltare la voce dell'Amazzonia... “ (n. 43).

Ma qui si omette il fatto che, da ultimo, anche Giovanni Paolo II ha affermato con la massima autorità magisteriale che non è nel potere della Chiesa amministrare il sacramento dell’ordine alle donne. In effetti, in duemila anni, la Chiesa non ha mai amministrato il sacramento dell’ordine a una donna. La richiesta che si colloca in diretta opposizione a questo fatto mostra che la parola "Chiesa" viene ora utilizzata esclusivamente come termine sociologico da parte degli autori dell’”Instrumentum laboris”, negando implicitamente il carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa.

Sulla negazione del carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa
In modo simile – sebbene con espressioni piuttosto di passaggio – il n. 127 contiene un attacco diretto alla costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa, quando vi si chiede se non sarebbe opportuno "riconsiderare l'idea che l'esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al sacramento dell’ordine”. È da una visione così errata che deriva poi nel n. 129 la richiesta di creare nuovi uffici che corrispondano ai bisogni dei popoli amazzonici.

Tuttavia è il campo della liturgia, del culto, quello in cui l'ideologia di un'inculturazione falsamente intesa trova la sua espressione in modo particolarmente spettacolare. Qui, alcune forme delle religioni naturali sono assunte positivamente. L’”Instrumentum laboris” (n. 126 e) non si trattiene dal chiedere che i “popoli poveri e semplici" possano esprimere "la loro (!) fede attraverso immagini, simboli, tradizioni, riti e altri sacramenti (!!)”.

Questo sicuramente non corrisponde ai precetti della costituzione " Sacrosanctum Concilium", né a quelli del decreto “Ad gentes” sull'attività missionaria della Chiesa, e mostra una comprensione puramente orizzontale della liturgia.

Conclusione
“Summa summarum”: l’”Instrumentum laboris” carica il sinodo dei vescovi e in definitiva il papa di una grave violazione del “depositum fidei”, che significa come conseguenza l'autodistruzione della Chiesa o il cambiamento del “Corpus Christi mysticum” in una ONG secolare con un compito ecologico-sociale-psicologico.

Dopo queste osservazioni, naturalmente, si aprono delle domande: si può qui rinvenire, specialmente riguardo alla struttura sacramentale-gerarchica della Chiesa, una rottura decisiva con la Tradizione apostolica in quanto costitutiva per la Chiesa, o piuttosto gli autori hanno una nozione dello sviluppo della dottrina che viene sostenuta teologicamente al fine di giustificare le rotture sopra menzionate?

Questo sembra essere davvero il caso. Stiamo assistendo a una nuova forma del Modernismo classico dell’inizio del XX secolo. All'epoca, si è cominciato con un approccio decisamente evolutivo e poi si è sostenuta l'idea che, nel corso del continuo sviluppo dell'uomo a gradi più alti, devono essere trovati di conseguenza anche livelli più elevati di coscienza e di cultura, per cui può risultare che quello che era falso ieri può essere vero oggi. Questa dinamica evolutiva è applicata anche alla religione, cioè alla coscienza religiosa con le sue manifestazioni nella dottrina, nel culto e naturalmente anche nella morale.

Ma qui, allora, si presuppone una comprensione dello sviluppo del dogma che è nettamente opposta alla genuina comprensione cattolica. Quest'ultima comprende lo sviluppo del dogma e della Chiesa non come un cambiamento, ma, piuttosto, come uno sviluppo organico di un soggetto che rimane fedele alla propria identità.

Questo è ciò che i Concili Vaticani I e II ci insegnano nelle loro costituzioni "Dei Filius", "Lumen Gentium" e "Dei Verbum”.

Dunque si deve dire oggi con forza che l’”Instrumentum laboris” contraddice l'insegnamento vincolante della Chiesa in punti decisivi e quindi deve essere qualificato come eretico. Dato poi che anche il fatto della divina rivelazione viene qui messo in discussione, o frainteso, si deve anche parlare, in aggiunta, di apostasia.

Ciò è ancor più giustificato alla luce del fatto che l’”Instrumentum laboris” usa una nozione puramente immanentista della religione e considera la religione come il risultato e la forma di espressione dell’esperienza spirituale personale dell’uomo. L'uso di parole e nozioni cristiane non può nascondere che esse sono semplicemente usate come parole vuote, a prescindere dal loro significato originale.

L’”Instrumentum laboris” per il sinodo dell'Amazzonia costituisce un attacco ai fondamenti della fede, in un modo che non è stato finora ritenuto possibile. E quindi deve essere rigettato col massimo della fermezza.



















martedì 25 giugno 2019

Alterare la sana dottrina: gli scopi di un progetto perverso



Cari amici di
Duc in altum, oggi vi propongo il contributo di un amico e collega: Alessandro Forti. Una riflessione sul disastro a cui si va incontro quando si dice che occupandoci di filosofia, teologia, dottrina e idee diventiamo astratti e perdiamo il contatto con la realtà. Invece è vero proprio il contrario. È sempre dalle teorie apparentemente astratte che nascono poi i comportamenti pratici. Cattive idee determinano dunque cattivi comportamenti. Ma, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, il dramma è che l’attacco arriva questa volta non dall’esterno, bensì, in massima parte, dal di dentro.
Aldo Maria Valli, 25-06-2019

***



Alessandro Forti


Un attacco al cuore della nostra fede
Caro Aldo, devo dire che quanto ho letto sull’insegnamento nei seminari, grazie alla testimonianza del giovane prete che ti ha scritto, è davvero sconvolgente. Non che non immaginassi un decadimento rispetto alla sana dottrina, ma fino a questo punto!

Anzi, non si tratta nemmeno di decadimento: è proprio una perversione dei principi e degli scopi. Un’operazione non casuale, ma voluta e perseguita con l’intenzione chiara di trasformare la Chiesa cattolica in qualcos’altro, e quindi, in sostanza, di distruggerla.

In fondo non è questa la vera essenza dell’eresia moderna? Dopo secoli di attacchi dall’esterno, la vera novità in atto dal Concilio in poi è che l’attacco viene dall’interno (il famoso “fumo di Satana” citato da Paolo VI). E che attacco! Un attacco al cuore, alle radici, all’essenza stessa della nostra Fede. Il più grande attacco di sempre, proprio perché attuato da chi dovrebbe esserne il difensore e il protettore.

Dante riserva ai traditori degli amici il girone più infimo dell’Inferno. E come dargli torto? Non c’è bassezza peggiore che tradire e ingannare chi si fida di te.

In questo dolore (quasi rabbia direi), mi conforta il trovare la conferma di una cosa che ho sempre sentito con forza: l’importanza della verità, della ragione, della filosofia, della dottrina, dei principi.

Filosofia? Dottrina? Tempo perso, si dice spesso; solo chiacchiere, perché quelle che contano sono le azioni, mentre ragionare e indagare sono passatempi per snob e intellettuali.

Che grande sciocchezza!

Vuoi cambiare il mondo? Cambia le sue idee, cambia i suoi principi, cambia la sua filosofia. Le azioni verranno da sé, come conseguenza.

Non è accaduto questo – tanto per fare esempi recenti – con il nazismo e il comunismo? Ideologie marce che hanno generato comportamenti marci.

Ma non c’è da stupirsi, in fondo. Il male nel mondo è entrato così: Satana ha avvicinato Eva e l’ha ingannata con una menzogna: “Dio vi ha detto questo, ma non è vero; io vi dico quest’altro”. L’azione è venuta come conseguenza dell’aver aderito a una menzogna.

Così nella Chiesa di oggi la dissoluzione parte dal disconoscimento delle sacre ed eterne Verità. Eresie proposte e insegnate dal di dentro: una volta inquinata la Verità, intaccati i principi, confusi i dogmi, tutto il resto è una conseguenza.

Ma cosa ci possiamo aspettare da una Chiesa che ritiene Lutero un “maestro comune”? Colui che ha tentato di abbattere la Chiesa fondata da Cristo dicendo che non c’è autorità e che ognuno è libero di interpretare la fede a proprio piacimento, sarebbe un “maestro”?

Basta un seme così perché i frutti siano completamente malati.

Ecco, concludo: troppo spesso ci scandalizziamo dei frutti, ma non ci accorgiamo di quando viene gettato il seme. È quello il momento di intervenire e dire no! Dopo è troppo tardi. È quando, per fare un esempio, in Nostra aetate viene scritto (testuale): “La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio vivente e sussistente…”, che dobbiamo gridare inorriditi: no! Non è lo stesso Dio! Il loro è unico, il nostro è trinitario! Il nostro è Padre, Figlio e Spirito Santo! E infatti loro, i musulmani, ci ritengono sacrileghi e politeisti e considerano la Trinità una follia!

La Verità è una. Due cose contraddittorie non possono essere entrambe vere, e se il nostro Dio è quello vero, il loro semplicemente e necessariamente è falso.

È solo un esempio: ce ne sarebbero decine, forse centinaia. Se alteri la fede, la sana dottrina, la retta ragione (quella santa ancilla fidei esaltata da San Tommaso) crolla tutto.

Certo, Dio nella sua onnipotenza e nella sua misericordia può ben salvare anche il confuso e il disorientato, ma questo non giustifica chi confonde e chi disorienta; e non ci esime dal santo dovere di cercare la Verità, difenderla e insegnarla.

Già: insegnare. Siamo tutti peccatori, tutti possiamo commettere errori. Ma insegnarli! Che orrore.

Alessandro Forti