sabato 7 aprile 2018

Alfie ancora nelle mani dei giudici: ora servono medici coraggiosi





Dopo essere stati convocati dall'ospedale per un possibile trasferimento all'estero di Alfie, i suoi genitori sono in attesa del verdetto del giudice, interpellato a loro insaputa. Ieri due ospedali italiani si sono fatti avanti, ma quello che serve è un medico disposto a dichiarare che il suo cervello è funzionale, come dimostra il video in cui Alfie risponde ai comandi del papà.


di Benedetta Frigerio 07-04-2018

Dopo che giovedì pomeriggio sono stati convocati dall’Alder Hay Hospital di Liverpool per un possibile trasferimento di Alfie, ricoverato da oltre 15 mesi, i suoi genitori, Thomas e Kate, sono ancora in attesa del verdetto del giudice dell’Alta Corte di Londra, Anthony Hayden. Lo stesso che lo scorso febbraio ha dato ragione all’ospedale sostenendo che il piccolo doveva morire perché «ha bisogno di pace», mentre l’avvocato dell’Alder Hay Hospital, Michael Mylonas, aveva chiarito che la vita di Alfie così «non ha senso».


Infatti, dopo che Steven Woolfe, membro del parlamento europeo, verso le 16 aveva dichiarato che «l’ospedale è disposto a rivedere non solo la cura di Alfie e se è in grado di viaggiare in Italia, ma anche se esistono aerei in grado di trasportarlo e anche se l’ospedale in Italia è in grado di accoglierlo», alle 21 circa la madre del bambino, Kate, ha denunciato disgustata l’Alder Hay. Kate ha spiegato quello che era successo veramente, ossia che l’ospedale, senza comunicare nulla alla famiglia si era invece rivolto di nuovo al giudice Hayden, probabilmente per chiedere, come accadde a Charlie Gard, una misura coercitiva sullo stop della ventilazione a cui Thomas e Kate non vogliono acconsentire in nessun modo.


Nell’attesa di un responso, la famiglia ha ottenuto dal Besta di Milano la disponibilità a dare un parere sullo stato del bambino, mentre il Bambin Gesù di Roma ha ribadito che è pronto ad accoglierlo. Iniziative lodevoli, certo, anche se il punto non è né quello di dimostrare che il bimbo può essere accudito fino a morte naturale, dato che per i giudici e i medici inglesi chi non può migliorare da una certa "qualità di vita" deve essere eliminato prima, né quello di fare una nuova valutazione medica.


Anche perché per fare una analisi seria non bastano i dati già disponibili su Alfie, ma occorrerebbe sottoporlo ad esami più approfonditi, che fino ad ora sono stati negati alla famiglia, per trovare la causa della sua malattia e tentare una cura. E soprattutto perché queste malattie sono così rare e quindi imprevedibili da lasciare un ampio margine di discrezionalità alle prognosi. Basti pensare che secondo i medici dell'Alder Hay il piccolo sarebbe dovuto morire 15 mesi fa e che quando Alfie ebbe una crisi assicurarono ai genitori che sarebbe morto in quattro ore circa, mentre privato della ventilazione cominciò a respirare da solo (a quel punto, in mancanza di una sentenza, i medici furono costretti a ventilarlo di nuovo).


Cosa serve dunque ad Alfie ora? Serve un ospedale disponibile a spendersi per trovare la causa della malattia, per provare a curare il piccolo e, nel caso sia necessario accompagnarlo fino a quando Dio vorrà. Serve un medico che abbia il coraggio di dire che il piccolo ce la può fare. Anche perché, come dimostrano i video, Alfie ha la stazza di un leone. Combatte da mesi per svegliarsi, pur drogato di farmaci (come è stato ammesso anche dal tribunale, l’antiepilettico con effetto sedante somministrato al bimbo è in dosi sproporzionate all’età e al peso).


I video dei giorni scorsi mostrano Thomas mentre gli dice più volte «muovi la spalla» e il piccolo ogni volta la muove (GUARDA I VIDEO!). Allo stesso modo quando il padre gli chiede di muovere i muscoli della pancia e di respirare Alfie risponde al comando. Ma perché nessun medico ha gridato che il bambino è vivo e vegeto e che il suo cervello non è quello di un vegetale? Com’è possibile che per gli "esperti" di ospedali e tribunali valga più la loro teoria della realtà? Come? Non c’è nessuno che abbia il coraggio di usare come prova l'evidenza, invece che presentare all'ospedale e ai giudici complicate analisi? Ce lo auguriamo davvero, perché il tempo si fa breve. E perché se per difendere la propria carriera nessuno rischia per salvare la vita di un paziente, significa che la medicina è stata tradita.












venerdì 6 aprile 2018

Il Santissimo? Appendiamolo a un drone






di Aldo Maria Valli  05-04-2018

Non so se avete visto le immagini del Santissimo Sacramento che entra in chiesa trasportato da un drone. Si possono vedere qui:

http://catholicherald.co.uk/news/2018/04/03/parish-criticised-after-flying-blessed-sacrament-from-drone/

e mostrano una simpatica chiesa brasiliana, São Geraldo Magela, arcidiocesi di Sorocaba, dove l’ostensorio fa il suo trionfale ingresso trasportato appunto da un drone.

Il volo non appare del tutto sicuro, tanto è vero che una giovane signora, senza nascondere la sua preoccupazione, insegue l’oggetto volante lungo la navata e a un certo punto lo afferra, così da permettergli di dirigersi meglio verso il prete, che lo aspetta davanti all’altare. Poi il drone, sempre con l’ostensorio appeso, svolazza per un po’ e infine scende tra le mani della suddetta signora, la quale consegna l’ostensorio al celebrante e questi, dopo averlo mostrato all’assemblea, lo colloca finalmente sull’altare.

E vi prego di notare il comportamento dei fedeli, che da quando il drone entra in chiesa non fanno che applaudire, gridare e fischiare, pieni di ammirazione per la fantastica trovata, come se fossero allo stadio.

Ora devo dire che il drone mi mancava. In chiesa ho visto un po’ di tutto: preti ballerini e preti clown, preti chitarristi e preti cantautori; vescovi ciclisti (all’interno della cattedrale) e vescovi canterini; chiese usate per pranzi e per mostre, per sfilate di moda e porchettate; ho visto anche un cervo imbalsamato posto ai piedi dell’altare e un gesuita indiano danzante (nel presbiterio) in abiti indù. Ho visto perfino un celebrante, durante un matrimonio, invitare lo sposo a offrire ai presenti uno spritz, come se l’altare fosse il bancone del bar e la messa un’happy hour. Il drone però mi mancava.

Ma, in fondo, perché stupirsi? Il cammino di desacralizzazione è incominciato tanti anni fa, si è nutrito di molteplici abusi e oggi finalmente possiamo goderci i risultati. E lo spettacolo.

Tuttavia il fatto che in quest’ultimo caso brasiliano sia stato coinvolto direttamente il Santissimo Sacramento mi provoca un brivido ulteriore. Mi chiedo: come può saltare in mente una simile idea? E come fa un sacerdote ad accettarla? E il vescovo?

La corsa al «famolo strano» è ovviamente figlia della televisione, grande incubatore di stranezze e nefandezze che per il fatto stesso di essere mostrate trovano la loro legittimazione e innescano un devastante processo di emulazione. E poteva la chiesa essere esente dai cascami di tale subcultura? Certo che no.

Del resto, da quando il celebrante, armato di microfono, si è trasformato in telecronista e conduttore, protagonista assoluto della scena assieme ai fedeli trasformati in pubblico, tutto è possibile.

In mezzo a questo degrado, tuttavia, il Santissimo Sacramento sembrava ancora al riparo dalle profanazioni, per lo meno da quelle più becere. Certo, gli oltraggi ci sono. Ma, in generale, davanti al Santissimo, bene o male, si fa ancora silenzio. Bene o male, ancora ci si inginocchia. Bene o male, l’adorazione resta uno spazio e un tempo sacro, nel quale al centro non c’è l’uomo, ma c’è Lui. Ecco perché il Santissimo aviotrasportato tramite drone mi lascia sgomento. È come se fosse caduta l’ultima barriera.

E ora? In attesa che qualcuno perfezioni il tutto (per esempio, perché non prevedere un apposito paracadute, così che il Santissimo possa atterrare sull’altare?), non resta che riflettere sullo spontaneismo dominante nella liturgia, figlio del mito dell’animazione liturgica, a sua volta originato da una teologia che al centro non mette più Dio, ma l’uomo.

Dunque, miei amati fratelli, «famolo strano», anzi sempre più strano! E che tutti i salmi finiscano in spettacolo!

Aldo Maria Valli











martedì 3 aprile 2018

Don Elia. Santa novità





Riceve inutilmente la grazia di Dio chi non vive secondo la grazia che gli è stata data; riceve inutilmente la grazia di Dio anche chi crede di aver ricevuto per suo merito quella grazia che invece gli è stata elargita gratuitamente; la riceve inutilmente anche colui che, dopo la confessione dei suoi peccati, si rifiuta di farne la penitenza «nel momento favorevole, nel giorno della salvezza» (cf. 2 Cor 6, 2). Ecco dunque ora il tempo favorevole, ecco il giorno della salvezza, che ci è dato appunto perché conquistiamo questa salvezza (sant’Antonio di Padova, Sermone per la I Domenica di Quaresima, 20).




La fede cristiana è ricca di paradossi (indizio, questo, del fatto che non è frutto di elaborazione umana, ma di una rivelazione divina: non si inventa una dottrina paradossale). Uno dei più alti è proprio quello riguardante il rapporto tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo: come ci ricorda sant’Antonio, uno dei maggiori predicatori cattolici di tutti i tempi, da un lato la grazia – come dice il termine stesso – ci è concessa gratuitamente, dall’altro la salvezza va conquistata con l’impegno personale di penitenza e di lotta contro il peccato. Il delicato equilibrio tra queste due forze, che caratterizza il mistero del loro rapporto, è stato più volte infranto per uno sbilanciamento in un senso o nell’altro, cosa che ha dato origine a diverse eresie. Le più famose sono quella pelagiana, quella luterana e quella giansenista, che hanno causato alla Chiesa danni molto gravi e duraturi.

La prima va ricondotta alla dottrina del monaco irlandese Pelagio
, che la diffuse a Roma all’inizio del V secolo. Lo spiccato ottimismo della sua visione antropologica e la propensione all’ascesi legata alla sua vocazione lo avevano convinto che l’uomo fosse in grado di scegliere il bene da sé e che la grazia non costituisse altro che un aiuto divino all’azione umana. Sant’Agostino, invece, sapeva bene, sia per esperienza personale, sia per la lettura di san Paolo, quanto fossero pesanti le catene del peccato e profondi i suoi effetti sul libero arbitrio del peccatore, che ha bisogno di essere prevenuto dalla grazia anche solo per orientarsi nuovamente verso Dio confidando nella Sua misericordia. Da un’interpretazione distorta dei suoi scritti e delle lettere paoline, più di un millennio dopo, Lutero concluderà erroneamente che la grazia, intesa nominalisticamente come mero favore divino che non imputa più all’uomo i suoi peccati, è l’unica forza in gioco, che esclude necessariamente qualsiasi concorso umano nel processo della giustificazione.


L’efficacia della sola gratia
richiedeva così, per essere fruita, un’accoglienza puramente passiva tramite la sola fides, con l’esclusione totale di qualunque opera da parte dell’uomo e con una concentrazione unilaterale sull’azione del solus Christus. Il libero arbitrio, di conseguenza, doveva essere negato e ogni forma di collaborazione umana respinta come orgogliosa quanto impossibile pretesa. È un tipico esempio di petitio principii: dopo aver stabilito arbitrariamente un principio, si nega tutto ciò che lo contraddice; ma non è affatto sicuro che quel principio sia vero e che lo si debba necessariamente accettare. Lungo questa strada, ad ogni modo, Lutero finisce in una stridente contraddizione: poiché la fede non è per lui una virtù infusa, cioè un dono soprannaturale a cui l’uomo liberamente acconsente, ma un mero autoconvincimento volontaristico in virtù del quale l’uomo si sforza di credere, il dubbio radicale e permanente che inevitabilmente scaturisce da questa concezione spinge il protestante a cercare una conferma della propria fede nelle opere.

Le opere diventano così il criterio decisivo per valutare la fede
; ma quelle opere non possono essere frutto della grazia soprannaturale che agisce nell’uomo con la sua collaborazione: la possibilità stessa di tale cooperazione è stata recisamente esclusa e la grazia è concepita come semplice favore esterno, anziché come forza comunicata da Dio che influisce sull’uomo dall’interno. Dato che alla grazia è stato tolto ogni supporto su cui innestarsi ed essa non può inserirsi nel dinamismo dell’agire umano, le azioni della creatura sono risultato unicamente delle sue forze naturali, ma sono sempre azioni di un peccatore che non è stato interiormente trasformato dalla grazia. Eppure egli può reclamare la salvezza in forza dei suoi sforzi di credere e di essere buono, come dimostra il testo di un corale luterano: «Signore Dio, ora apri il Paradiso. Il mio tempo volge alla fine, ho completato il mio cammino, di cui l’anima mia molto si rallegra: ho sofferto abbastanza, ho combattuto fino alla fine, concedimi il riposo eterno. […] Signore, come mi hai comandato, con vera fede ho accolto tra le mie braccia il caro Redentore, per guardare Te».


Nella tradizione cattolica anche i Santi
, appressandosi alla morte, hanno percepito la tremenda drammaticità del momento in cui ci si sta per presentare al Giudizio. Qui, invece, il fedele rivendica un dovuto confidando non nella misericordia divina, ma nella propria fede. Se questa non è una salvezza mediante le opere… A un esito analogo, anche se per una via opposta, perviene pure il giansenismo: la visione esageratamente negativa della condizione umana, nata, anche in questo caso, da un agostinismo esasperato, conduce all’idea di una salvezza riservata a quegli eletti che sono in grado di soddisfare le severe esigenze della giustizia divina con una vita di estrema austerità e rigore. Ancora una volta, la grazia non è più che una realtà nominale, un puro concetto che non ha un effettivo influsso sull’esistenza, determinata dall’azione umana.

Queste considerazioni non sembrerebbero così peregrine se
, oggi, questi errori non fossero tornati ad essere potentemente attuali. Da una parte, infatti, si brandisce l’accusa di pelagianesimo come una clava per colpire chi desidera mantenersi fedele alla dottrina morale cattolica; dall’altra si esalta Lutero come medicina per la Chiesa, come se i mali che la affliggono non fossero dovuti proprio alla sua protestantizzazione. Dal canto loro certi settori del tradizionalismo, per reagire allo sfacelo morale che ne è provenuto, insistono su forme di rigorismo che possono indurre pericolose sindromi di scissione tra vita pubblica e privata. L’effetto che risulta dalle opposte tendenze è che le persone non sono realmente trasformate dalla carità, perché non vivono secondo la grazia che è stata loro data e la ricevono quindi inutilmente: in un caso, perché la attribuiscono sottilmente ai propri meriti; nell’altro, perché non vogliono correggersi ed espiare le proprie colpe.


Anche l’atto con cui l’uomo acconsente alla grazia e coopera con essa
è reso possibile dalla grazia stessa, ma è pur sempre un atto suo, compiuto in modo libero. È una dinamica sponsale in cui l’intervento soprannaturale di Dio eleva la natura umana a un’attività di cui è incapace da sola, ma non lo fa senza il suo consenso e il suo concorso. La maternità è un’ottima chiave interpretativa di questo processo: senza la paternità, essa rimane una mera potenzialità che non può passare all’atto, ma al tempo stesso apporta un contributo specifico senza il quale la generazione non si compie. Il rapporto tra natura e grazia, che ha dato luogo a tante dispute ed eresie, va colto mediante questa cifra costante che la Sapienza divina ha impresso alla Sua opera, a livello naturale e a livello soprannaturale: il Suo modo di agire è analogo, sia pure su piani ontologicamente diversi. Ecco perché la salvezza è un dono, ma anche una conquista.


Se non vogliamo condannarci a ricevere la grazia invano
(cf. 2 Cor 6, 1), dobbiamo ammettere la somma gratuità della sovrana misericordia di Dio, che non si può mai esigere, ma anche riconoscere la parte che ci spetta nel disporci ad essa, nell’accoglierla e nel farla fruttificare con la nostra attiva cooperazione: è qui che entrano in gioco la penitenza, l’ascesi e l’osservanza dei Comandamenti, le quali dipendono sia dalla grazia che dalla nostra libera volontà. È naturale che, nell’anima del peccatore in via di conversione, sia preponderante l’azione della prima; ma in quella del fedele riconciliato anche la seconda svolge un ruolo considerevole, che cresce in proporzione con lo sviluppo della vita battesimale. Più ci impegniamo con umile perseveranza, più la grazia impregna i nostri dinamismi umani, risanandoli ed elevandoli, e porta frutto nelle nostre azioni, santificandole. Che il Signore risorto ci dia nuovo slancio in questa corsa verso la santità; per la Chiesa sfigurata dall’eresia e dal tradimento, questa è l’unica vera medicina.


Tua nos misericordia, Deus, et ab omni subreptione vetustatis expurget, et capaces sanctae novitatis efficiat (dalla liturgia della Settimana Santa: La tua misericordia, o Dio, ci purifichi da ogni infiltrazione dell’antico peccato e ci renda capaci di santa novità).













EDUCARE, NON TRADURRE





Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 4 - Aprile 2018



La Chiesa nei secoli si è preoccupata di spiegare e non di tradurre. E “tradurre” non è spiegare, anzi a volte è sinonimo di “abbandonare”.


Va di moda da troppi anni, dentro la Chiesa Cattolica, un mea culpa incomprensibile, che nel cinquecentenario dell'eresia protestante è diventato addirittura un mea culpa assordante: la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura, Lutero ce ne ha ricordato l'importanza, oggi la Chiesa ha rimesso al centro la Bibbia.


Come si fa a dire che la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura? Come si fa a negare il lavoro di secoli per commentarla e spiegarla; come si fa a censurare tutto il lavoro educativo svolto dal magistero di secoli a partire dai Padri della Chiesa? E dire che i Padri hanno sempre commentato la Sacra Scrittura in abbondanza, anzi quasi esclusivamente.


Ma allora perché questo ripetitivo e miope mea culpa?


Semplicemente perché si è generalmente frainteso lo “spiegare” con il “tradurre”, e questo in casa cattolica!


Tutto questo ha una logica in casa protestante: se ciascuno deve diventare interprete delle Scritture secondo l'ispirazione interiore che dal Cielo discende su di lui, è sufficiente tradurre in lingua comprensibile i testi sacri. Peccato che nemmeno Lutero e gli altri capi protestanti seguirono quello che dicevano di sostenere, visto che violentemente resero pubblica tutta la loro falsa teologia di interpretazione dei testi biblici: Lutero e gli altri sostituirono la loro interpretazione, la loro dottrina, alla dottrina del magistero della Chiesa di 1500 anni. I protestanti seguono così non la Bibbia, ma la dottrina dei loro tristi fondatori.


Ma in casa cattolica questo non viene più detto, anzi viene nascosto sotto una falsante valorizzazione della Bibbia... l'inganno protestante ha colpito, ha colpito i cervelli!


La Chiesa ha il dovere, il compito di spiegare e non di tradurre: deve educare tenendo insieme tutta la Rivelazione, tutta la Bibbia evitando scelte riduttive; deve tenerla insieme tutta mentre ne comunica la chiave interpretativa che è Gesù Cristo. Deve trasmetterla tutta senza i tagli e le censure che ne pratica ogni eresia di ieri e di oggi.
La Chiesa deve educare trasmettendo tutta la dottrina che ha nel Messale romano il vertice della sua sintetica purezza.


Invece in questi tristi anni molti nella Chiesa hanno pensato di rinnovarsi semplicemente traducendo, pensando che facilitando l'approccio immediato sorgesse per i fedeli una più ampia comprensione del Cristianesimo.
Niente di più falso e ingannevole!


Il facilitare con il tradurre è diventato tra noi banalizzazione. Si è rinunciato al compito grave di trasmettere tutto e insieme. Tutto Cristo, in tutta la Rivelazione, in tutta la Scrittura e in tutta la Dottrina.


L'esito è sotto gli occhi di tutti: una ignoranza abissale del cristianesimo da parte dei cattolici romani. Una ignoranza spaventosa su tutti i punti essenziali: la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, le due nature in Cristo, la vita di Grazia, la dottrina sui Sacramenti, la resurrezione della carne... cosa resta del Cristianesimo in mezzo ai cattolici? Tutto è spaventosamente ridotto ad una vaga religiosità naturale che abbraccia ogni possibilità immorale.
Eh sì, si è tradotto e si è abbandonati a se stessi i fedeli.


Questo lo capimmo subito con la questione della Messa: tradotta fu banalizzata e ora i cattolici non sanno più cosa sia, compresi troppi preti!


Come al solito su tutto questo regna un silenzio assordante: dove sono tutti i sociologi cattolici, preti e non, pronti a valutare l'impatto delle riforme sulla vita dei fedeli? Perché non rilevano questo cataclisma che sta facendo scomparire il cattolicesimo in casa cattolica?


Stupido o complice che sia, questo silenzio è inaccettabile, occorre gettare la maschera e dire le cose come stanno.


I Protestanti con la scusa di tradurre, liberando dall'insopportabile latino i cristiani, hanno di fatto cambiato la dottrina: erano ancora fortunati loro perché, combattendo la retta fede cattolica ricca di dottrina, erano obbligati a sviluppare una dottrina contraria – dicevano di lasciare alla privata interpretazione la Bibbia, in verità hanno indottrinato protestanticamente.


In casa cattolica invece si è portato oggi ad estreme conseguenze l'inganno protestante: grazie al modernismo che ha svuotato i dogmi e quindi la dottrina, si predica un'adesione a Cristo senza contenuti: una vaga religiosità dove dietro parole ancora cattoliche passa proprio tutto e il contrario di tutto. Ognuno la pensa come vuole e i preti – i pochi ancora rimasti – devono benedire.


Con la scusa del dialogo con i fratelli separati si sono rotti i bastioni di difesa e ciò che il protestantesimo aveva tristemente solo iniziato, da noi il Modernismo ha definitivamente compiuto: lo svuotamento del Cristianesimo, guscio vuoto senza la rivelazione divina.


Per questo diciamo con convinzione: preoccupiamoci di educare, di insegnare, e non di tradurre.
Anzi, proprio la difficoltà di accostamento ai testi, si tratti della Messa o della Bibbia, obbligherà pastori e fedeli a mettersi nella giusta prospettiva, quella di insegnare e comprendere nella sua vera globalità.


Ai sacerdoti il grave compito di introdurre a tutto il Cristianesimo, senza accontentarsi di intrattenere semplicemente i fedeli su qualche aspetto.


Ai fedeli il dovere di lasciarsi educare a tutta la dottrina cristiana, fin nelle sue conseguenze più pratiche.


La mania di tradurre ha inaugurato la stagione della banalizzazione, e questa chiesa che ha scelto di intrattenere è già morta.


Occorre che sussista sempre la Chiesa madre, che educa i suoi figli sperando contro ogni speranza.















lunedì 2 aprile 2018

Sinodo dei giovani. Quelle voci ignorate







scritto da Aldo Maria Valli

Abbiamo già parlato del documento prodotto dai giovani in vista del sinodo dei vescovi in programma il prossimo ottobre. Un testo che più che fornire stimoli ricalca quasi alla lettera le convinzioni al centro del pontificato di Francesco e propone una visione tutta orizzontale della Chiesa, secondo schemi di sapore sessantottino.

Com’è nato il documento? Il Vaticano ha spiegato che è stato il frutto di un’ampia consultazione condotta in tutto il mondo, ma il tono generale fa supporre che ci sia stata una regia tesa a privilegiare alcuni aspetti a danno di altri e una conferma in tal senso viene dalla testimonianza di un membro del gruppo Facebook di lingua inglese, John Monaco, laureato alla Boston College School of Theology and Ministry, che sul Catholic Herald (http://catholicherald.co.uk/commentandblogs/2018/03/30/on-liturgy-and-orthodoxy-the-synod-document-forgot-our-voices/) denuncia che in sede di consuntivo finale è stata del tutto ignorata l’attenzione dimostrata da alcuni giovani nei confronti di temi come la forma straordinaria della messa, in base al motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum del 7 luglio 2007, e gli insegnamenti più impegnativi della Chiesa.

Tra le quindici domande poste sull’esperienza di fede e sulla Chiesa, spiega John Monaco, ce n’erano molte che portavano a risposte in linea con la cosiddetta «Chiesa di Francesco», e così infatti è avvenuto. Tuttavia ciò non ha impedito che tra le risposte date dai giovani del gruppo Facebook in inglese, circa duemila, emergesse in modo evidente il desiderio di un insegnamento in linea con la tradizione e con una specifica attenzione per la liturgia, anche nella forma straordinaria. Eppure questi spunti non hanno trovato spazio nel documento finale.

Monaco riferisce di aver contato almeno trenta richiami riguardanti in particolare la messa in latino, da parte di giovani che hanno manifestato il desiderio di avere «qualcosa di più» rispetto a quanto assicurato dalla riforma postconciliare. Bisogno di trascendenza e stupore sono i concetti a cui hanno fatto ricorso questi giovani, che hanno sottolineato come un tale desiderio non possa essere saziato da una liturgia banalizzata, dalla musica pop introdotta nelle chiese e da un comportamento liturgico antropocentrico. Ma che fine hanno fatto queste sollecitazioni? Semplicemente sono sparite.

Circa la dottrina, la stragrande maggioranza dei giovani, spiega Monaco, ha sottolineato l’importanza di una fede retta e di un solido insegnamento morale, raccomandando alla Chiesa di non allontanarsi dalle verità fondamentali. «Io e molti altri – scrive – avevamo fiducia che il documento finale avrebbe rispecchiato le nostre preoccupazioni, ma quando il testo è stato pubblicato e diffuso, ecco che un intero gruppo di giovani ha scoperto di essere stato semplicemente ignorato. Per esempio, per quanto riguarda la sacra liturgia, non vi è alcun riferimento esplicito alla forma straordinaria; il testo parla piuttosto di “reverenziali liturgie tradizionali”». Un problema di traduzione? Può essere, risponde Monaco, ma ciò non toglie che molti di noi non si sono sentiti rappresentati dal documento finale.

In particolare, «coloro che hanno sottolineato l’importanza di un forte insegnamento morale sono rimasti scioccati nello scoprire che il documento finale considera argomenti come il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la contraccezione artificiale come “questioni polemiche”, come se si trattasse solo di posizioni politiche e non di verità deontologiche fondate sulla sacra scrittura e la tradizione».

Uno dei membri del gruppo ha detto chiaramente che il documento non riflette l’opinione predominante fra i giovani, dando l’impressione che la Chiesa trascuri tutti quei giovani che sono preoccupati per la retta dottrina, la morale cattolica e lo stato della liturgia.

Un altro membro ha commentato: «Nonostante il fatto che così tanti giovani abbiano espresso le loro richieste in merito alla forma straordinaria, queste opinioni sono state omesse. Al loro posto c’è solo qualche breve cenno sull’importanza del silenzio. Non ho parole per esprimere la mia profonda tristezza e la sensazione di essere stato ignorato».

Ma c’è di più. Stando a quanto riferisce Monaco, quando molti giovani hanno fatto notare ai leader del gruppo la grave incongruenza tra sollecitazioni fornite e sintesi, i loro commenti sono stati cancellati.

Considerazione finale: «Per quelli di noi che si aspettavano una “Chiesa in ascolto” questa esperienza ha lasciato profonda frustrazione».

Aldo Maria Valli






Auguri di Santa Pasqua




sabato 31 marzo 2018

Il silenzio del Sabato Santo





PREGHIERA DI SAN BONAVENTURA
ALLA BEATA VERGINE
MARIA SANTISSIMA ADDOLORATA


Per quei singulti e sospiri e indicibili lamenti, indizi dell'afflizione in cui era il vostro interno, o Vergine gloriosissima, quando vedeste tolto dal vostro seno e chiuso nel sepolcro il Vostro Unigenito, delizia del vostro cuore, rivolgente, ve ne preghiamo, quei vostri occhi pietosissimi a noi miseri figli di Eva, che nel nostro esilio, e in questo misera valle di pianto a Voi innalziamo calde suppliche e sospiri. Voi dopo questo lagrimevole esilio fateci vedere Gesù, frutto benedetto delle vostre caste viscere. Voi con gli eccelsi vostri meriti impetrateci di potere in punto di nostra morte esser muniti dei Santi Sacramenti della Chiesa, per terminare i nostri giorni con una morte felice, ed essere finalmente presentati al divin Giudice, sicuri di essere misericordiosamente assoluti. Per grazia dello stesso Signor nostro Gesù Cristo, Vostro Figliuolo, il quale Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Così sia.