domenica 28 dicembre 2014

Un bambino speciale, il cardinale Burke e Nostra Signora di Guadalupe


Louis piange, un anno fa, consolato dal Card. Burke,
per non poter fare la comunione



Riprendo da Benoit et moi [qui] una notizia che ci riempie di gioia e di tenerezza: testimonianza di una fede precoce e provata e della grande premura e tenerezza di un pastore come il nostro card. Burke. È la conclusione commovente di un toccante episodio che ha fatto il giro del web lo scorso anno da noi registrato [qui].
Indicibili l'intensità e la tenerezza dell'immagine attuale, più sotto.
La vita non è sempre stata facile per il secondo figlio di Pietro e Theresa Martin. Louis è nato con una malattia rara (a causa di una malattia di origine genetica), che ha lasciato per anni impotenti e senza speranze medici e genitori.

Il 12 dicembre Louis ha ricevuto il Signore dal Card. Burke

Durante i suoi primi cinque anni di vita ha sofferto molto. Restava sul divano a sopravvivere più di giocare con i suoi fratelli e amici. Eppure, nonostante tutto questo, al posto dell'amarezza, il suo cuore si rafforzava in amore e compassione.

Sua madre ricorda che un Venerdì Santo, quando aveva quattro anni, ha dovuto rimanere a casa mentre suo padre e i suoi fratelli andavano in città per la visita delle sette chiese. Era pallido, gli occhi affossati e sua madre ricorda come fosse straziante. «Non avevamo risposte e le sue condizioni non cessavano di peggiorare. Vedevo il suo aspetto fragile e sofferente e piangevo. Gli ho detto quindi che poteva vedere tutti i video che voleva perché era malato e volevo solo si sentisse meglio! E sapete che cosa mi ha detto questo dolce bimbo di 4 anni? Mi ha detto: 'Mamma, voglio guardare un video su Gesù perché lui è morto oggi e soffriva più di me.' Di nuovo piangevo. Che bambino incredibile!»

Finalmente i suoi genitori hanno avuto una corretta diagnosi per Louis e, quando iniziò le iniezioni notturne del farmaco adeguato, le sue condizioni sono migliorate quasi miracolosamente. Ha iniziato a crescere; poteva finalmente dormire tutta la notte senza pressione cranica e senza vomito; poteva camminare senza dolore e poteva fiorire! Era una risposta alle preghiere della famiglia. Inoltre, pur migliorando le sue condizioni fisiche, il suo cuore è rimasto profondamente appassionato. I suoi genitori condividevano il suo modo di fare le cose e molti non comprendono la sua personalità, ma ciò non sembra infastidirlo. Anche se a volte gli capitava di piangere ricordando il male che aveva, la sua percezione della vita era piena di speranza, risate e allegria. Anche il suo amore per Gesù è continuato a crescere.

Più di un anno fa, il 3 agosto 2013 presso il Santuario, il fratello maggiore di Luigi, Gregorio ha ricevuto la Prima Comunione, con altri tre ragazzi, dalle mani del cardinale Burke. Louis era seduto con la sua famiglia durante la Messa e non diceva una parola. Alla fine, i suoi genitori si sono resi conto che aveva il dolore di non ricevere Gesù nell'Eucaristia come suo fratello. Ciò che è accaduto in seguito ha trasmesso alla famiglia di Luigi, ed altri, una inaspettata corrente d'amore. Il Cardinale Burke dopo la messa è venuto a salutare le famiglie dei comunicandi, con un piccolo regalo per ciascuno di loro. Si avvicina ai Martins, consegna il suo dono a Gregory e vede che Louis piangeva.
Ci sono persone che, vedendo un bambino piangere, non prestano molta attenzione, i bambini piangono per molte ragioni. Ma il cardinale Burke non si è limitato a sorridere al bambino triste e gli ha chiesto che cosa ci fosse che non andava. La mamma di Louis ha spiegato a sua Eminenza che era triste perché non poteva ricevere anche lui la prima comunione. Il Cardinale Burke ha guardato Louis, compassionevole. E questo bambino, invece di tornare indietro, si è appoggiato al cardinale, stringendosi alle sue vesti e piangendo. Sua Eminenza lo ha calorosamente abbracciato a gli ha detto: «Non preoccuparti! La tua prima comunione arriverà presto! ».

La madre di Louis dice che di solito, lui non si apre con gli estranei, ma c'era qualcosa di così pieno di affetto e tenerezza nel Cardinale Burke che non si è affatto sorpresa di vedere Louis, lui stesso così compassionevole, rispondere alla bontà di un vero Pastore della Chiesa. Il momento è stato fissato in una foto dalla nonna di Luigi e da allora l'immagine in pochi giorni si è diffusa su internet. L'abbiamo vista in un certo numero di siti in tutto il mondo e in molte lingue e continua ad essere diffusa. È una foto che sorpassa ogni argomento politico, ogni teoria impersonale e faziose querelles e mostra il vero cuore di Cristo nella sua Chiesa. Un momento che i Martins non potranno mai dimenticare.


Il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe è stato onorato di partecipare a questo bel momento che oggi ha visto il suo compimento. Il 12 dicembre 2014, giorno della festa della Madonna di Guadalupe, Louis Martin ha ricevuto la prima santa Comunione dalle mani del cardinale Burke, alla presenza della sua famiglia.


Possano i nostri cuori essere incoraggiati a desiderare Cristo con tanto amore e incoraggiarci a vicenda nell'amore. Come il Cardinale Burke, che anche noi possiamo essere veicoli della compassione di Maria che ci conduce a suo Figlio. Come ci ha detto la Madonna di Guadalupe «Io ve Lo mostrerò, Lo esalterò e lo renderò manifesto. Lo donerò alle persone con tutto il mio stesso amore, la mia compassione, il mio aiuto, la mia protezione: perché io sono veramente la vostra Madre misericordiosa... Ascolterò le loro lacrime, i loro lamenti e guarirò tutte le loro tristezze, prove e sofferenze».






chiesa e postconcilio 26 dic 14



mercoledì 24 dicembre 2014

IL SANTO NATALE DI GESÙ È UN ACCADIMENTO STORICAMENTE VERO. ACCERTATO. LEGGERE ANCORA PER CREDERE







di Luca Del Pozzo

Visto che è Natale, forse converrà ricordare che questa festa ha un fondamento storico sicuro. La notizia la dobbiamo al liturgista Tommaso Federici, che ne scrisse sull’Osservatore Romano alla vigilia di Natale del 1998 (“24 giugno, 23 settembre, 25 dicembre: date storiche”), e successivamente sul mensile 30Giorni.

Secondo la vulgata corrente la festa del Natale era in origine un culto pagano, quello del Natale Solis Invicti, che cadendo al solstizio d’inverno celebrava la nascita del nuovo corso solare; solo in seguito la Chiesa avrebbe sostituito per motivi pastorali il culto pagano del sole nascente con la festa della nascita del nuovo sole dell’umanità, Gesù. Questa, in estrema sintesi, la storia come ce l’hanno raccontata. In realtà le cose stanno diversamente, ed ora è possibile affermare con precisione che Gesù nacque davvero un 25 dicembre. La scoperta si deve soprattutto ai lavori di due specialisti, Annie Jaubert e Shemariahu Talmon.

Se Gesù è nato un 25 dicembre, il concepimento deve essere avvenuto, ovviamente, 9 mesi prima. E non a caso il calendario cristiano pone al 25 marzo l’Annunciazione a Maria. Ma l’evangelista Luca ci dice anche che giusto sei mesi prima era stato concepito Giovanni Battista. Quel concepimento, che non viene ricordato nella Chiesa d’Occidente, le antiche Chiese bizantine lo celebrano solennemente tra il 23 e il 25 settembre, appunto sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria. Il Vangelo di Luca si apre con la storia di Zaccaria ed Elisabetta, ormai rassegnata alla sterilità. Sempre da Luca sappiamo che Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abìa, e che quando ebbe l’apparizione “officiava nel turno della sua classe“.

Ora bisogna sapere che nell’antico Israele i sacerdoti erano divisi in 24 classi le quali, dandosi il turno con una cadenza fissa, prestavano servizio liturgico nel tempio per una settimana, due volte l’anno. Si sapeva anche che la classe di Zaccaria nell’elenco ufficiale era l’ottava, senza conoscere però quando cadevano i suoi turni di servizio. E qui entra in gioco il professor Talmon. Lavorando sui testi esseni di Qumran e sul calendario del Libro dei Giubilei, lo studioso è riuscito a precisare in quale ordine cronologico si susseguivano le 24 classi sacerdotali (per inciso: l’articolo in cui Talmon dava ragione delle sue scoperte risale addirittura al 1958: verrebbe da chiedersi come mai ci siano voluti decenni perché arrivasse al grande pubblico). Alla classe di Abìa toccava il servizio liturgico al Tempio due volte l’anno, ed una di quelle volte capitava proprio nell’ultima settimana di settembre! Le Chiese bizantine avevano dunque ragione a celebrare tra il 23 e il 25 settembre l’annuncio a Zaccaria. Si aveva così un fondamento “storico” esterno all’ambito liturgico, biblico e patristico, di un’antichissima tradizione.

Questa, in sintesi, la successione dei fatti, disposti su un arco temporale di 15 mesi: il 23 settembre l’annuncio a Zaccaria e il concepimento di Giovanni; il 25 marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria e il concepimento di Gesù; il 24 giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, il 25 dicembre, la nascita di Gesù. In conclusione: fissando in quel giorno la festa del Natale la Chiesa non ha fatto una scelta arbitraria, dettata da motivi pastorali o peggio ancora politici. Come ha scritto Federici, “quando la Chiesa celebra la nascita di Gesù nella terza decade di dicembre, attinge all’ininterrotta memoria delle prime comunità cristiane riguardo ai fatti evangelici e ai luoghi in cui accaddero…il 25 marzo e il 25 dicembre per l’annunciazione del Signore e per la sua nascita non furono arbitrarie, e non provengono da ideologie di riporto”. L’ennesima dimostrazione che la fede non si fonda sulle favole ma, per l’appunto, su fatti storici.











IL TIMONE 24/12/14

martedì 23 dicembre 2014

NATALE: UN PRINCIPE CHE PER VOLER SALVARE UN VERME SI FACESSE LUI VERME




Sant'Alfono M. de' Liguori,
Novena di Natale
 
MEDITAZIONE I
Dell'amore di Dio in farsi uomo

Consideriamo l'amore immenso che Iddio ci dimostrò in farsi uomo per ottenere a noi la salute eterna.
Pecca Adamo il nostro primo padre, e ribellandosi a Dio vien discacciato dal paradiso e condannato alla morte eterna con tutti noi suoi discendenti. Ma ecco il Figlio di Dio che vedendo perduto l'uomo, per liberarlo dalla morte si offre a prendere carne umana ed a morire giustiziato in croce.

Ma, Figlio, par che allora gli dicesse il Padre, pensa che in terra dovrai fare una vita umile e penosa. Dovrai nascere in una grotta fredda ed esser posto in una mangiatoia per bestie. Dovrai bambino fuggire in Egitto per scampare dalle mani di Erode. Ritornato dall'Egitto dovrai vivere in una bottega da umile garzone, povero e disprezzato. Finalmente, a forza di dolori, dovrai lasciar la vita sopra una croce, svergognato ed abbandonato da tutti. Padre, non importa, risponde il Figlio, di tutto mi contento, purché si salvi l'uomo.

Che si direbbe mai se un principe, avendo compassione d'un verme morto, volesse diventare egli verme, e facendo un bagno del suo sangue, morisse per dar la vita al verme? Più di questo ha fatto per noi il Verbo Eterno, ch'essendo Dio ha voluto farsi verme come noi e morire per noi, affin di acquistarci la vita perduta della grazia divina. Vedendo egli che con tanti doni a noi fatti non aveva potuto guadagnarsi il nostro amore, che fece? Si fece uomo e ci diede tutto se stesso (cf.. Gv 1, 14 e Ef 5, 2).

L'uomo disprezzando Dio, dice S. Fulgenzio, si partì da Dio; ma Iddio amando l'uomo, venne dal cielo a ritrovare l'uomo. E perché venne? Venne affinché l'uomo conoscesse quanto Dio l'amava e così almeno per gratitudine l'amasse. Anche le bestie che ci vengono appresso si fanno amare; e noi perché siamo così ingrati con un Dio che scende dal cielo in terra per farsi da noi amare? 
Un giorno, dicendosi da un sacerdote quelle parole della Messa E il Verbo si fece carne, un uomo ivi presente, non fece alcun atto di riverenza; allora il demonio gli diede un grande schiaffo, dicendogli: Ah ingrato! Se Dio avesse fatto tanto per me quanto ha fatto per te, io starei sempre colla faccia per terra a ringraziarlo.

Affetti e preghiere

O Figlio di Dio, tu ti sei fatto uomo per farti amare dagli uomini, ma dov'è l'amore che gli uomini ti portano? Tu hai dato il sangue e la vita per salvare le anime nostre, e perché poi ti siamo noi così sconoscenti che, in vece d'amarti, ti disprezziamo con tanta ingratitudine? Ed ecco, Signore, io sono stato uno che più degli altri ti ho maltrattato così. Ma la tua Passione è la speranza mia. Deh per quell'amore che ti fece prendere carne umana e morire per me sopra la croce, perdonami tutte le offese che ti ho fatte.
 
Ti amo, o Verbo Incarnato, ti amo, mio Dio, ti amo, bontà infinita; e mi pento di quanti disgusti ti ho dati, vorrei morirne di dolore. Dammi, Gesù mio, il tuo amore, non mi far vivere più ingrato all'affetto che mi hai portato. Io ti voglio sempre amare. Dammi la santa perseveranza.
 
O Maria, Madre di Dio e madre mia, impetrami tu dal tuo Figlio la grazia di amarlo sempre, sino alla morte.












lunedì 22 dicembre 2014

Divorzio e divorzio breve: tragiche conseguenze (per tutti)



Divorzio



Redazione UCCR

«Mi alzerò presto, mi farò la barba e andrò a dire di sì, spensieratamente, alla distruzione della famiglia», così Guido Ceronetti annunciò il voto a favore del divorzio nel 1974. Ironizzava, lo scrittore di “Repubblica”, sulla distruzione della famiglia, senza accorgersi di essere un profeta. Così come erano profeti i promotori del referendum, quando si opponevano al divorzio per evitare il collasso della famiglia.

Oggi è sotto gli occhi di tutti la debolezza della famiglia, la crescente diffusione delle separazioni, l’instabilità delle coppie, la frammentazione delle famiglie, la spartizione dei bambini. Ci hanno ingannato: dicevano che permettere il divorzio solo a chi voleva non avrebbe intaccato gli altri matrimoni ed invece, come sempre accade, è stata creata una mentalità perché -lo dicevano già gli antichi greci- una legge fa costume e va a intaccare la vita di tutti i cittadini e modifica la società. Ha commentato il filosofo Marcello Veneziani: «non era vero che il divorzio lasciava l’indissolubilità del matrimonio a chi voleva la famiglia tradizionale e dava la possibilità di scegliere diversamente a chi non vi si riconosceva. Perché la famiglia prese a sfasciarsi progressivamente, e lo sappiamo. Dite pure che era inevitabile, e aggiungete che fu un bene, se volete; ma non negate il nesso».

Il noto giurista Giuseppe Della Torre ha spiegato: «è ben nota ai sociologi e ai giuristi la funzione pedagogica della legge, che col permettere o col proibire induce il consolidarsi di raffigurazioni dei rapporti e di modelli di comportamento. Il matrimonio è stato retrocesso sempre più alla stregua di un mero contratto privato: come tale a contenuto aperto, modificabile dalla volontà delle parti anche nei suoi elementi fondativi e caratterizzanti, legato al permanere o meno di utilità personali, e conseguentemente recessibile per mutuo consenso o in via unilaterale. Addirittura un contratto assai meno garantito di altri. Al di là di ogni buona intenzione, l’effetto di tutto è, tra l’altro, un affievolimento delle relazioni di solidarietà, un illanguidimento delle reti sociali e, in ultima analisi, un indebolimento dell’individuo, rimasto sempre più solo». Della Torre ha anche sottolineato come il matrimonio indissolubile venne difeso da laici e con motivazioni laiche, «la prima andava a sottolineare la struttura profonda e fondamentale del matrimonio come rapporto stabile e solidale tra un uomo e una donna il quale, in una complementarietà che giunge fino all’integrazione più intima, è aperto alla procreazione; la seconda guardava al matrimonio come forma di eticità naturale, considerandolo non come mero contratto, disponibile dalle parti contraenti, ma come prodotto della loro volontà di dar vita a un rapporto giuridico trascendente le persone degli sposi e da queste indisponibile».  

Oggi nemmeno il divorzio basta più e l’iter parlamentare sul cosiddetto “divorzio breve” e “divorzio express” conferma la legge del piano inclinato. «Quando finisce l’intesa, inutile insistere», dicono i sostenitori, pensando che accelerare i tempi del divorzio possa essere un beneficio. In realtà non è affatto così, come ha spiegato l’avvocato Massimiliano Fiorin, «secondo gli studi più qualificati le ragioni della separazione sono sempre più spesso dettate da incomunicabilità e incomprensioni. Difficoltà che si possono affrontare, capire e risolvere», magari con un aiuto esterno. Il tempo è necessario, le cose si possono risolvere, la vita matrimoniale si può sempre salvare e vale sempre la pena di provarci.

Ci troviamo tuttavia nella situazione di guardare al divorzio classico come al male minore rispetto al divorzio express, ma possiamo noi cattolici difendere il male minore? No, dobbiamo sempre testimoniare la bellezza della famiglia indissolubile, che non è certo esente da incomprensioni reciproche e litigi, ma non è nemmeno un’utopia: esiste ed è un bene per tutti. Papa Francesco nel suo discorso al Parlamento Europeo ha sottolineato che la cellula della società non è qualunque nucleo familiare, ma è «la famiglia unita, fertile e indissolubile», la quale «porta con sé gli elementi fondamentali per dare speranza al futuro. Senza tale solidità si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze sociali».

Il divorzio ha tolto la roccia su cui costruire e le conseguenze sociali per tutti sono evidenti, non solo per l’instabilità della famiglia e delle coppie ma, in particolare, per i figli. E’ stato dimostrato da diversi lettori de “Il Fatto Quotidiano” che hanno raccontato la loro infanzia con genitori separati e divorziati. Gli studi, infatti, continuano impietosi a rilevare i danni irreparabili ai divorziati e ai loro figli, come abbiamo mostrato nel nostro apposito dossier. Proprio un recente studio inglese si aggiunge alla mole scientifica, rilevando gravi disordini mentali e fisici a cui vanno incontro i figli dei separati: disturbi nello studio, maggior consumo di droga e alcool e maggiori disordini alimentari. Si tenta così di correre ai ripari tramite i “divorzi amichevoli”, dove i genitori si sforzano (giustamente) di mantenersi in buoni rapporti per il bene dei figli. Eppure altri studi negano questi presunti benefici.

Esiste anche un legame tra il numero di divorzi e il calo della natalità, l’altra immensa tragedia della nostra vecchia Europa. Un recente studio spagnolo ha mostrato che il divorzio e le coppie di fatto sono le principali cause della crisi delle nascite. Vi è anche un rapporto sorprendentemente esatto tra altri due fenomeni: dove esistono leggi sull’aborto più permissive, si verificano anche più divorzi: Irlanda e Cile vietano l’aborto, hanno maggior tassi di salute materna e hanno tassi molto bassi di divorzio (3%), al contrario di Russia e Belgio dove è presente l’aborto liberalizzato e altissimi tassi di divorzio (in Belgio i più alti al mondo, 71%).

Gravi conseguenze per tutti, dunque, come ha affermato Francesco. Alla faccia di chi ancora pensa che le leggi abbiano conseguenze solo per chi sceglie di beneficiarne.








www.uccronline.it/20 dicembre 2014


Gesù bussa e non ce ne accorgiamo!

         

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​Rispondere con “un sì personale e sincero” al dono prezioso del Natale, che porta la pace. L’invito di Francesco all’Angelus, nella quarta ed ultima domenica di Avvento. Quante volte Gesù passa nella nostra vita o manda un angelo e non ce ne accorgiamo, ha osservato il Papa rivolto alle decine di migliaia di fedeli, riuniti intorno al suggestivo presepe allestito in piazza San Pietro. “Liberi da ogni mondanità”, ha auspicato “apriamo le porte a Cristo”.


di Roberta Gisotti

Francesco ha chiesto anzitutto di meditare sul racconto dell’Annuncio a Maria dell’Angelo Gabriele.

“Fissiamo lo sguardo su questa semplice fanciulla di Nazaret, nel momento in cui si rende disponibile al messaggio divino con il suo sì”.
Maria, ha spiegato il Papa, nella “fede” che mostra “è per noi modello di come prepararsi al Natale”, “con piena disponibilità di mente e di cuore” alla Parola di Dio: “Nel suo ‘eccomi’ pieno di fede, Maria non sa per quali strade si dovrà avventurare, quali dolori dovrà patire, quali rischi affrontare. Ma è consapevole che è il Signore a chiedere e lei si fida totalmente di Lui e si abbandona al suo amore”.

Lei sa infatti “riconoscere il tempo di Dio”: “Maria ci insegna a cogliere il momento favorevole in cui Gesù passa nella nostra vita e chiede una risposta pronta e generosa”.

Il Verbo, che trovò dimora nel grembo verginale di Maria, nella celebrazione del Natale “viene a bussare nuovamente al cuore di ogni cristiano”.

"Ognuno di noi è chiamato a rispondere, come Maria, con un “sì” personale e sincero."

“Quante volte Gesù passa nella nostra vita”, ha domandato Francesco:
" ... e quante volte ci manda un angelo, e quante volte non ce ne rendiamo conto perché siamo tanto presi, immersi nei nostri pensieri, nei nostri affari e addirittura, in questi giorni, nei nostri preparativi del Natale, da non accorgerci di Lui che passa e bussa alla porta del nostro cuore, chiedendo accoglienza, chiedendo un 'sì', come quello di Maria".

E ancora: "Quando noi sentiamo nel nostro cuore: 'Ma, io vorrei essere più buono, più buona … Ma, io sono pentito di questo che ho fatto …' : è il Signore che bussa, proprio. Ti fa sentire questo: la voglia di essere migliore, la voglia di rimanere più vicino agli altri, a Dio… Se tu senti questo, fermati. E’ il Signore lì! E vai alla preghiera, e forse alla confessione, a pulire un po’ con la sansa: quello fa bene. Ma ricordati bene, eh? Se tu senti quella voglia di migliorare, è Lui che bussa: non lasciarlo passare!".

“Nel mistero del Natale, accanto a Maria - ha ricordato il Papa - c’è la silenziosa presenza di San Giuseppe”:
“L’esempio di Maria e di Giuseppe è per tutti noi un invito ad accogliere con totale apertura d’animo Gesù, che per amore si è fatto nostro fratello”.

Gesù venuto per farci un dono, “come annunciarono in coro gli angeli ai pastori":

“Il dono prezioso del Natale è la pace, e Cristo è la nostra vera pace. E Cristo bussa ai nostri cuori per donarci la pace, la pace dell’anima. Apriamo le porte a Cristo!”.

Infine, l’affidamento i genitori di Gesù:
" ... per vivere un Natale veramente cristiano, liberi da ogni mondanità, pronti ad accogliere il Salvatore, il Dio per noi".








© Avvenire 22 dicembre 2014


domenica 21 dicembre 2014

A Natale siamo tutti più buoni...ma i preti è meglio che siano anche obbedienti







da Cantuale Antonianum

Con l'arrivo del Natale, si sa, al confessionale c'è la coda (meno male); le richieste di ricevere la comunione - gioiosamente - aumentano, a volte in maniera troppo rapida. E visto che come dice il detto: a Natale siamo tutti più buoni.... anche i preti rischiano di essere più compassionevoli per sentimento che obbedienti al Vangelo e alle sue esigenze.

In questo frangente, poi, tra Sinodi di vescovi e chiacchiere di teologi, più di un sacerdote è un tantino in confusione sulla retta dottrina e conseguente prassi che ne discende (e non parliamo dei laici!). È meglio, allora, riprendere in mano i documenti vigenti, che regolano proprio adesso, non domani o chissà quando, la distribuzione della Sacra Comunione: quello stesso Corpo che la Vergine Maria depose nella mangiatoia a Betlemme e viene offerto ogni giorno - a chi è pentito e con le dovute disposizioni - dalla Madre Chiesa.

Vi posto, perciò, un documento uscito nel 2000. Si tratta della Dichiarazione sul canone 915 del Codice di Diritto Canonico, dichiarazione intesa a togliere ogni dubbio sulla questione della ricezione della comunione da parte di persone che vivono altre unioni, pur essendo legate da un matrimonio ecclesialmente valido.

Aggiungo qualche commento esplicativo al testo che, lo ribadisco, elimina con molta gentilezza - ma con chiara fermezza - i dubbi che sono stati sollevati in questi mesi (e lo fa con 14 anni di anticipo: e dire che c'è chi afferma che la Chiesa arriva sempre 200 anni dopo....)


DICHIARAZIONE
CIRCA L’AMMISSIBILITÀ ALLA SANTA COMUNIONE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

(L’Osservatore Romano, 7 luglio 2000, p. 1; Communicationes, 32 [2000], pp. )

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati [tra questi autori già c'era il cardinal Kasper e altri le cui tesi già cassate vengono di continuo riproposte].

Viene riconosciuto che l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio (1) del 1981 aveva ribadito, al n. 84, tale divieto in termini inequivocabili [ma se era inequivocabile perché si continua a voler equivocare?], e che esso è stato più volte riaffermato in maniera espressa [non solo una volta allora, e con totale certezza], specialmente nel 1992 dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650, e nel 1994 dalla Lettera Annus internationalis Familiae della Congregazione per la Dottrina della Fede (2). Ciò nonostante, i predetti autori offrono varie interpretazioni del citato canone che concordano nell’escludere da esso in pratica la situazione dei divorziati risposati [si torna sempre alla carica, e anche oggi non è diverso].

Ad esempio, poiché il testo parla di «peccato grave» ci sarebbe bisogno di tutte le condizioni, anche soggettive, richieste per l’esistenza di un peccato mortale, per cui il ministro della Comunione non potrebbe emettere ab externo un giudizio del genere; inoltre, perché si parli di perseverare «ostinatamente» in quel peccato, occorrerebbe riscontrare un atteggiamento di sfida del fedele, dopo una legittima ammonizione del Pastore.Davanti a questo preteso contrasto tra la disciplina del Codice del 1983 e gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia, questo Pontificio Consiglio, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dichiara quanto segue [qui si dice che non c'è nessun contrasto, e che le Congregazioni nel 2000 erano assolutamente d'accordo. E allora che cosa sarebbe cambiato oggi?]:


1. La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. [chi fa il furbetto e vuol "cambiare solo la prassi" deve ricredersi, non sta alla Chiesa, né tantomeno agli uomini di Chiesa] Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 27-29) (3).

Questo testo concerne anzitutto lo stesso fedele e la sua coscienza morale, e ciò è formulato dal Codice al successivo canone 916. Ma l’essere indegno perché si è in stato di peccato pone anche un grave problema giuridico nella Chiesa: appunto al termine «indegno» si rifà il canone del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali che è parallelo al can. 915 latino: «Devono essere allontanati dal ricevere la Divina Eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni» (can. 712). In effetti, ricevere il corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. [lo scandalo è ciò che muove altri verso il male, ovvero a dire faccio anche io così. Non è ciò che fa gridare scandalizzati, ma anzi, ciò che induce in tentazione]. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli. [Viene affermato che lungi dal ritenere ormai accettabile una prassi per il vasto numero di casi, bisogna adesso, ancora con più coerenza, richiamare i vacillanti e soccorrere i caduti, non distribuire sacramenti tanto per quietare le rivendicazioni].

2. Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante [capito: qualunque interpretazione contraria è fuorviante, lo dice il Vaticano]. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti [è l'atteggiamento dei farisei, rispettare le parole evangeliche e svuotarle per fare il contrario quando sono viste troppo esigenti].

La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:

a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare [qualcuno al Sinodo è tornato a chiedere l'analisi dal punto di vista soggettivo, già esclusa e motivatamente qui];

b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale;

c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.

[Dopo aver chiarito la giustizia, ecco che però arriva la misericordia: non è stata inventata da poco e la Chiesa è Madre da parecchio....: ]


Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi -quali, ad esempio, l’educazione dei figli- «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo. [chi trasforma il secondo matrimonio in una amicizia anche stabile, per il bene dei figli, può confessarsi e comunicarsi, in modo che questo però non sia interpretato malamente da chi li conosce]

3. Naturalmente la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra Comunione. I Pastori devono adoperarsi per spiegare ai fedeli interessati il vero senso ecclesiale della norma, in modo che essi possano comprenderla o almeno rispettarla [nella predicazione o nei consigli nel confessionale, cari amici sacerdoti, perdiamo un po' di tempo, non lasciamo solo a giornali e TV il privilegio di formare le coscienze delle persone affidate alle nostre cure pastorali!].

Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. [Questa evidentemente è l'extrema ratio, la difesa a gesti di sfida, ahimé non così infrequenti]. Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime.

Il discernimento dei casi di esclusione dalla Comunione eucaristica dei fedeli, che si trovino nella descritta condizione, spetta al Sacerdote responsabile della comunità. Questi darà precise istruzioni al diacono o all’eventuale ministro straordinario circa il modo di comportarsi nelle situazioni concrete. [il parroco ha la cura pastorale: il diacono si deve adeguare al suo pastore, non può scegliere in proprio, tantomeno gli eventuali ministri straordinari.]

4. Tenuto conto della natura della succitata norma (cfr. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano. [questo num. 4 è fortissimo: nessuna autorità ecclesiastica comprende il Romano Pontefice. Chiaro? Non mettiamo dunque in giro false aspettative. E se vengono emanate direttive contrarie da un vescovo o da un prete, sono da considerarsi irrilevanti, da non seguire.]

5. La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. [ancora sulla misericordia e sulla verità, che fa parte della carità del pastore per le pecore a lui affidate]. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore, in modo particolare durante quest’Anno Santo del Grande Giubileo.




Dal Vaticano, 24 giugno 2000.




Solennità della Natività di San Giovanni Battista




Julián Herranz

Arcivescovo tit. di Vertara

Presidente

Bruno Bertagna

Vescovo tit. di Drivasto

Segretario







Note:

(1) AAS, 73 (1981), pp. 185-186.

(2) AAS, 86 (1994), pp. 974-979.

(3) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 1646-1647, 1661.




La presente dichiarazione è consultabile qui sul sito del Vaticano

















Uso improprio del Catechismo della Chiesa Cattolica nella Relatio Synodi






Uso improprio del Catechismo della Chiesa Cattolica nella Relatio Synodi della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi (5-19 ottobre 2014)


di Don Alfredo Morselli


Non si accetta un proverbio dalla bocca dello stolto, perché non lo dice mai a proposito. (Prov 20,20)

Se la Scrittura considera inaccettabili le parole sagge proferite non a proposito da parte degli stolti, quanto più la cosa sarà aberrante se vengono male usate e travisate le parole stesse della Bibbia o dei documenti più preziosi del Magistero? Il demonio ha tentato Gesù con la S. Scrittura, e gli eretici ne ritagliano e ne incollano assieme i versetti per attaccare i santi Dogmi.

Un'operazione analoga è stata compiuta al recente sinodo dei vescovi, per giustificare l'ammissione ai Sacramenti dei carissimi fratelli cosiddetti divorziati risposati. In questa occasione, nella redazione della Relatio synodi, è stato usato maldestramente il Catechismo della Chiesa Cattolica. Ecco quanto ha letto il Cardinale Péter Erdó:

"52 Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)."

Questo paragrafo presenta molte difficoltà (non per niente ci sono stati 74 non placet): in questo articolo mi limito ad esaminare le ultime righe del testo appena riportato, dove si rimanda al § 1735 del Catechismo della Chiesa Cattolica per suffragare "la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti", in vista di un'eventuale ammissione ai sacramenti dei "divorziati risposati". Che cosa dice in realtà il § 1735 del Catechismo? Leggiamolo per intero:

“L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali.”

E adesso cerchiamo di spiegare questo testo: ipotizziamo il caso di una povera ragazza in India o in Cina che viene sterilizzata subendo pressioni, o una ragazza di oggi in Italia che viene indotta ad abortire dai parenti suoi e del fidanzato... In questi casi sicuramente l’ imputabilità è sminuita o annullata, ma non direttamente (simpliciter) per le tristi circostanze, ma per l'imperfezione dell'atto: un atto moralmente giudicabile - un atto umano, in termini più precisi - deve essere libero e consapevole.

Oggi, anche in Italia, con la cattiva educazione che si riceve fin dalla scuola materna, una ragazza può benissimo non rendersi conto che l'aborto è un omicidio: inoltre potrebbe essere psicologicamente fragile e non avere costitutivamente la grinta per andare contro tutti e tutto. È chiaro che la responsabilità morale di questa ragazza è attenuata.

Altro è il caso di un divorziato, risposato civilmente, che ha ritrovato la fede a giochi fatti: ipotizziamo sia stato abbandonato dalla moglie, che si sia risposato con l'errata idea di rifarsi una famiglia, e che non possa più ritornare con la prima vera unica moglie (magari questa si è riaccompagnata con un altro uomo e ha avuto di figli da lui); questo fratello, pur pregando e partecipando attivamente alla vita della parrocchia, benvoluto dal parroco e da tutti i fedeli, consapevole del suo stato di peccato e neppure ostinato a volerlo giustificare, vive more uxorio con la moglie meramente civile, non riuscendo a vivere con lei come fratello e sorella. In questo caso, la scelta di accostarsi alla nuova moglie è un atto perfettamente libero e consapevole, e quanto detto dal § 1735 del Catechismo della Chiesa Cattolica non si può applicare nel modo più assoluto.

Lo stesso Catechismo insegna infatti, al § 1754:
"Le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un’azione intrinsecamente cattiva."

E San Giovanni Paolo II, nell'enciclica Veritatis splendor, al § 115, affermava: 

"È la prima volta, infatti, che il Magistero della Chiesa espone con una certa ampiezza gli elementi fondamentali di tale dottrina, e presenta le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche.
Alla luce della Rivelazione e dell'insegnamento costante della Chiesa e specialmente del Concilio Vaticano II, ho brevemente richiamato i tratti essenziali della libertà, i valori fondamentali connessi con la dignità della persona e con la verità dei suoi atti, così da poter riconoscere, nell'obbedienza alla legge morale, una grazia e un segno della nostra adozione nel Figlio unico (cf Ef 1,4-6). In particolare, con questa Enciclica, vengono proposte valutazioni su alcune tendenze attuali nella teologia morale. Le comunico ora, in obbedienza alla parola del Signore che a Pietro ha affidato l'incarico di confermare i suoi fratelli (cf Lc 22,32), per illuminare e aiutare il nostro comune discernimento.
Ciascuno di noi conosce l'importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell'insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l'autorità del successore di Pietro. Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo per le singole persone ma anche per l'intera società, con la riaffermazione dell'universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi".

Le parole di San Giovanni Paolo II sono inequivocabili: con l'autorità del successore di Pietro vengono riaffermate l'universalità e l' immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. Inoltre viene confutata la artificiosa e falsa separazione di chi pretende di lasciare inalterata la dottrina immutabile, ma poi di conciliare l'inconciliabile, ovvero di comportarsi pastoralmente in modo non consequenziale con la dottrina stessa.

Infatti lo stesso santo Pontefice non ha scritto l'enciclica come un'esercitazione speculativa fuori dal mondo, ma ha voluto offrire le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche.Non si sarebbe potuto immaginare, il Santo Papa, che i suoi insegnamenti sarebbero stati dimenticati così in fretta, da parte di numerosi Vescovi, a pochi metri dalla sua tomba.

Certamente un divorziato risposato, come quello descritto nell'esempio precedente (caso assolutamente non raro), va amato, seguito, accompagnato verso la conversione completa e solo allora potrà ricevere SS. Eucaristia. Questa conversione va annunciata come realmente possibile con l'aiuto della grazia, con la pazienza e la misericordia di Dio, senza contravvenire a una verità indiscutibile della nostra fede, per cui non si può fare la S.Comunione in stato di peccato mortale.

Nell'ospedale da campo (per usare un'espressione cara a Papa Francesco), ammettere alla S. Comunione chi non è in stato di grazia costituirebbe la somministrazione di un farmaco controindicato e nocivo al malato stesso. Nell'armadietto dei medicinali della Madre Chiesa ci sono tante altri farmaci salutari che possono essere prescritti in questi casi: i grandi desideri, la preghiera, la devozione alla Madonna, la confidenza in Dio, la Comunione spirituale (rettamente intesa) etc. Tutto questo, passo dopo passo, può portare il divorziato risposato a vivere in grazia di Dio, senza schiodarsi dalla croce... facienti quod in se est (gratia actuali), Deus non denegat gratiam (habitualem). A chi fa quello che può (e, aggiungo io, anche molto meno di quello che potrebbe) con la Grazia attuale, Dio non negherà un giorno la Grazia santificante.

Si tratta dunque di favorire la preparazione alla giustificazione, non di ammettere chi vive ancora in stato di peccato a un Sacramento che è essenzialmente proprio e significativo di un uomo già giustificato in atto.


Fonte: Blog Messa in latino, 18.12.2014