martedì 27 novembre 2012

L’ebreo convertito dalla Vergine della Medaglia






La conversione istantanea e straordinaria di Alfonso Maria Ratisbonne. Un ebreo colto, libero pensatore, anticattolico, con un avvenire assicurato lascia la sua religione per abbracciare il cattolicesimo. Dopo un’apparizione di Maria . A Roma…


di Alberto Azzimonti

È a causa di qualche patologia psichica o solo per suggestione che un uomo di 29 anni, ebreo, laureato brillantemente in giurisprudenza alla Sorbona di Parigi, con una carriera finanziaria assicurata, prossimo al matrimonio e anticattolico dichiarato, afferma di aver visto la Madonna in una chiesa di Roma? E per questo si converte istantaneamente al cattolicesimo, noncurante delle decisa opposizione della sua famiglia e di tutto l’ambiente ebraico? Evidentemente no, c’è dell’altro.

Nei fatti, Alphonse Ratisbonne non potè più prescindere da quella visione, tanto che i successivi 42 anni della sua vita, mai dubitando della verità di quanto accaduto, furono una continua risposta alla chiamata della Vergine Maria, dedicati totalmente alla preghiera e al servizio del prossimo.

Alphonse Ratisbonne nasce il 1° maggio 1812 a Strasburgo da una ricca famiglia ebraica di banchieri. A sedici anni perde il padre e passa sotto la tutela dello zio materno Luigi, il quale poi lo assumerà, una volta terminati gli studi, nella banca di sua proprietà. Già in questo periodo l’avversione di Alphonse per la fede cattolica si manifesta ad ogni occasione, inasprendosi ulteriormente in seguito alla conversione al cattolicesimo del fratello Théodore. Il quale verrà ordinato sacerdote nel 1830, anno in cui avvennero le apparizioni della Vergine a S. Caterina Labourè, nella cappella di Rue de Bac a Parigi.

Anche qui vi furono una serie di apparizioni importanti per la nostra, in cui la Madre di Gesù affidò all’umile novizia, Figlia della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli, il compito di far coniare una medaglietta con sopra incisa l’immagine che Maria stessa mostrò a Caterina durante le visioni, con la scritta “Oh Maria concepita senza peccato pregate per noi che ricorriamo a Voi”. La Vergine, inoltre, si rivolse a S. Caterina dicendole: “Fa coniare una medaglia su questo modello, le persone che la porteranno benedetta al collo con fiducia riceveranno grandi grazie!”. Questa medaglia, stampata nel 1832, fu subito denominata Medaglia Miracolosa, per il gran numero di grazie spirituali e materiali che si ottengono portandola con devozione e ripetendo spesso la giaculatoria sopra incisa. Don Théodore fu un gran promotore di questa medaglia, alla cui protezione affiderà ogni giorno il fratello.



Alphonse, intanto, fissa la data del suo matrimonio con la cugina Flore. Prima di sposarsi, però, decide di recarsi a Gerusalemme, per visitare la terra dei suoi padri. Ma a causa di una avaria alla nave che lo trasporta, è costretto a sostare alcuni giorni a Roma.

Qui incontra il barone de Bussiéres, fervente cattolico e amico del fratello sacerdote. Sfidando l’anticlericalismo viscerale di Alphonse, una sera il barone gli dona una Medaglia Miracolosa, di cui era devotissimo. Il Ratisbonne accetta di mettersela al collo, più che altro per non dispiacere all’amico. Nel frattempo decide di prolungare di qualche giorno la sua permanenza a Roma. La mattina del 20 gennaio 1842 è sulla carrozza del barone de Bussiéres, che si sta recando alla chiesa di S. Andrea delle Fratte nei pressi di piazza di Spagna, per organizzare il funerale di un diplomatico. Anche se l’intenzione iniziale è quella di attendere in carrozza, Alphonse non resiste alla curiosità di visitare l’interno della chiesa. Non sa ancora che vi avrebbe trovato ben altro che suppellettili d’oro e qualche opera d’arte.

Ma lasciamo il racconto di quanto accaduto allo stesso Ratisbonne: “All’improvviso mi sentii preso da uno strano turbamento e vidi scendere un velo davanti a me. La chiesa mi sembrò tutta oscura, eccettuata una cappella, come se la luce si fosse concentrata tutta là… Levai comunque gli occhi verso la luce che tanto risplendeva e vidi, in piedi sull’altare, viva, grande, maestosa, bellissima e dall’aria misericordiosa, la Santa Vergine Maria, simile, nell’atto e nella struttura, all’immagine della medaglia che mi era stata donata perché la portassi… Alla sua presenza, benché ella non abbia detto alcuna parola, compresi di colpo l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica: in una parola, compresi tutto di colpo”.

Comprese tutto, di colpo, senza esser stato istruito alla vera fede, senza avere mai letto alcun libro di religione cattolica. Undici giorni dopo viene ammesso al battesimo, per lui ormai indispensabile, assumendo il nome di Maria. Dopo essersi riappacificato con il fratello, decide di diventare gesuita e il 24 settembre 1848 è ordinato sacerdote. Nello stesso anno dell’apparizione, il Vicariato di Roma istituisce una commissione d’inchiesta per appurare l’autenticità di quanto accaduto. Dopo mesi di deposizioni e testimonianze, il cardinale Costantino Patrizi firma un decreto in cui si riconosce come “istantanea e perfetta” la conversione di Alphonse-Marie dall’ebraismo, a seguito dell’apparizione realmente avvenuta.

Dopo alcuni anni con la Compagnia di Gesù, comprende che la sua missione è accanto al fratello Théodore, nella Congregazione di Notre Dame de Sion da lui fondata per convertire gli ebrei al cattolicesimo.
Lascia i gesuiti (su licenza di papa Pio IX) e si trasferisce in Terra Santa, dove muore il 6 maggio 1884 ad Ain Karin, il luogo, secondo la tradizione, della Visitazione di Maria a Elisabetta. I fatti narrati, documentati, riattualizzano ancora una volta le illuminazioni improvvise e destabilizzanti di Dio che, quando si manifesta (anche in modi più ordinari di quelli raccontati) trasforma sempre il cuore dell’uomo con la sua grazia, vincendone l’incredulità e l’avversione.

Non fece eccezione Alphonse-Marie Ratisbonne, che abbandonò senza indugio la religione di origine per aderire a quella che comprese essere la sola vera. La sua conversione fu così profonda che anche la morte non era per lui più motivo di timore, ma anzi il mezzo per poter rincontrare definitivamente la Vergine apparsa a Roma. Dichiarò, infatti, prima di morire, nonostante si sentisse peccatore: “Perché mi tormentate con le vostre cure? La santissima Vergine mi chiama e io ho bisogno di Lei. Desidero solo Maria! Per me è tutto!”.
Solo autosuggestione? Improbabile davvero!


Fonte: il Timone

lunedì 26 novembre 2012

Il coraggio di amare la vita: sempre




di Irene Bertoglio

Sabrina Pietrangeli Paluzzi, Presidente della Quercia Millenaria Onlus, mi ha raccontato che una volta, il professor Giuseppe Noia, Socio fondatore, Vice Presidente e referente scientifico dell’Associazione, ha voluto bagnare le mani nell’acqua benedetta prima di mettersi i guanti da chirurgo per fare un cesareo e far nascere una bimba anencefalica, dicendo: «Le mie mani stanno per toccare una creatura santa». L’encefalia è una malattia che infatti non dà scampo: per questa ragione ha compiuto quel gesto; sapeva che poco dopo la bimba sarebbe stata al cospetto di Dio.

Voglio raccontarvi perché ho deciso di destinare parte dei proventi del mio nuovo libro Intervista ai maestri Vol. 1 (LeoLibri 2012) alla loro associazione. Sono sempre stata fortemente contraria all’aborto, considerandolo a chiare lettere un omicidio in qualsiasi caso e situazione. Apprezzo chi si batte per la tutela della maternità e della vita nascente e ancora di più chi si dedica all’assistenza della gravidanza ad alto rischio e della salute fetale. Il feto è una creatura e la vita va garantita dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. Morte naturale, appunto: un figlio va accompagnato e non soppresso. Molto spesso di fronte ad una malformazione fetale, anche curabile, ai genitori viene consigliata l’interruzione della gravidanza. Il prof. Noia, primario ginecologo e neonatologo del Policlinico Gemelli di Roma, si ribella a questo: «Sembra passare completamente inosservato il fatto che la medicina fetale abbia fatto passi da gigante negli ultimi 30 anni, e che patologie una volta considerate incurabili, vengano oggi trattate quando il bambino è ancora nel grembo materno, con ottimi risultati: molte vite vengono salvate, altre beneficiano di trattamenti che ridurranno largamente le problematiche normalmente presenti in una malattia».

Negli ultimi 7 anni la Quercia Millenaria ha affiancato oltre 200 famiglie, permettendo a numerosi bambini, vittime di diagnosi infauste, di poter venire alla luce: «alcuni di loro oggi stanno benissimo e sono in braccia alle loro mamme», mi dice Sabrina, donna che ha vissuto in prima persona questa condizione. Il suo feto, così come per tante altre donne, era stato definito “feto terminale”. Sabrina racconta che un bambino con gravi malformazioni genetiche o strutturali e che non potrà vivere al di fuori dell’utero materno è considerato “feto incompatibile con la vita”. «E allora?!» – si chiede – «questo potrebbe giustificare l’eliminazione del sofferente, nel disperato tentativo di eliminare la sofferenza?».

L’associazione della Paluzzi è nata nel gennaio del 2005: due anni dopo viene riconosciuta a livello internazionale come unico Hospice perinatale italiano. Da subito inizia una collaborazione privilegiata con il Day hospital di Ostetricia e Terapia Fetale di 3° livello del Policlinico universitario A. Gemelli di Roma, sotto la direzione del prof. Noia. Qui sono giunte molte coppie provenienti da diverse regioni italiane, grazie alla collaborazione di una rete di famiglie distribuita in tutto il territorio nazionale: ogni giorno molte mamme si sottopongono ad accertamenti diagnostici di altissima precisione e a procedure atte ad effettuare terapie che hanno come scopo la cura del feto che presenta anomalie che possono mettere a rischio la sua vita prenatale e post-natale.

Inoltre, gli operatori della Quercia Millenaria Onlus sono stati preparati per affiancare i medici nelle fasi del counselling della diagnosi, della terapia, nel momento del parto e nei tristi casi della gestione del lutto post natale. Secondo il prof. Noia, «il counselling è un momento medico importante» in quanto è effettuabile «la diagnosi prenatale per attuare la terapia educazionale: educare alla consapevolezza che spesso la malformazione non c’è, e che se c’è è curabile, prima o dopo la nascita, e infine che, in presenza di gravi malformazioni, è possibile accompagnare il proprio figlio verso la morte naturale». Perché, «anche se non privo di sofferenza, il progetto di esistenza non si interrompe, ma prosegue», costituendo l’atteggiamento più umano e consapevole che, con modalità diverse, «si compie nella piena capacità gestazionale e nell’accoglienza della vita».

Sabrina racconta che «molte coppie hanno fatto una scelta controcorrente e hanno accolto il proprio bambino fino al suo ultimo respiro». Le conseguenze rispetto alla scelta di abortire non sono irrilevanti affatto: questa decisione ha portato, «in queste famiglie, pur nel dolore fisiologico di dover salutare il proprio figlio, molta serenità e pace. I genitori hanno sentito fortemente l’amore naturale che li ha legati ai loro piccoli sin dal momento in cui sono stati concepiti». La Quercia Millenaria è stata da sempre in grado di affiancarsi a queste famiglie con amore e competenza. L’associazione afferma senza giri di parole di non accettare frasi come: «questa è una gravidanza senza senso», o «per questo bambino non c’è nulla da fare». Ogni vita ha un senso. Sabrina testimonia che «per i genitori che hanno accolto i loro figli, quelle piccole brevi vite come meteore hanno lasciato un patrimonio di vita e di forza che li ha sostenuti e spinti a riaprirsi ed accogliere nuovamente la vita in tempi brevissimi».

Il presupposto esistenziale dei fondatori della Quercia è che «quello che il mondo considera come inutile e difettoso Dio sa usarlo con sapienza infinita». Non ci sono motti a denominare l’associazione, ma il Salmo 139: «Sei Tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Non Ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i Tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno». Quando «non c’è più niente da fare», qualcosa si può fare sempre. Amare fino alla fine.


Il sito della Quercia Millenaria è www.laquerciamillenaria.org. Il prof. Noia è anche ricercatore, Professore di Medicina dell’Età Prenatale, Direttore della Scuola di Formazione Permanente per Operatori Consultoriali della Confederazione Italiana dei Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana – Onlus. Ha tenuto 436 relazioni a Convegni Nazionali ed Internazionali di cui 235 di interesse prenatale specifico. Per ulteriori informazioni medico scientifiche vi rimando al suo sito www.noiaprenatalis.it/.
Per acquistare il libro e sostenere l’associazione della Quercia Millenaria: www.leolibri.it/content/intervista-ai-maestri-volume-i.

Libertà e Persona   25 novembre 2012

L'esclusione di Dio dalla vita pubblica



di Omar Ebrahime
“Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l'umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l'abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e l'Anti-Chiesa, tra il Vangelo e l'Anti-Vangelo”. Chi ha detto queste parole? No, non si tratta di un folle e neanche di un fanatico invasato, ma di un Beato della Chiesa: Papa Giovanni Paolo II.

Il futuro Pontefice le pronunciò appena pochi mesi prima di entrare in conclave. A che cosa si riferiva? Naturalmente è facile pensare alla grande persecuzione comunista alla Chiesa durante la Guerra Fredda, che allora entrava in una delle fasi più drammatiche e che avrebbe minacciato non solo il futuro dei cattolici ma la pace dell'Europa e del mondo intero. Le parole, però, erano pure riferite a quell'esclusione di Dio dalla vita pubblica che avveniva allora sistematicamente nei Paesi occidentali.

Erano infatti gli anni in cui in Italia si discuteva di depenalizzare prima e legalizzare, poi, il delitto di aborto, dopo che già la rivoluzione culturale dei costumi seguita al Sessantotto aveva leso profondamente la concezione stessa dell'istituto familare istituendo il divorzio e incentivando così il concubinato. Parole indubbiamente forti, dal sapore apocalittico, che sono tornate alla mente in questi giorni in cui abbiamo appreso una serie di eventi di una certa rilevanza che, se analizzati a prescindere dal contesto storico in cui troviamo, sarebbero inspiegabili.

I nostri mass-media, nell'ordine, ci hanno infatti informato che: 1) in Francia il Consiglio dei Ministri ha approvato - coerentemente con quanto annunciato in campagna elettorale dal neo-presidente François Hollande - le cosiddette nozze tra persone dello stesso sesso, permettendo, a richiesta, le adozioni dei minori. 2) negli Stati Uniti il Presidente uscente Barack Obama – lo stesso che aveva fatto carta straccia del principio-cardine della libertà religiosa su cui gli USA si sono fondati fin dalla loro nascita con una riforma sanitaria che obbligava le istituzioni cattoliche a fornire copertura assicurativa a contraccezione e aborto – è stato confermato alla Casa Bianca nonostante le posizioni apertamente radicali in tema di famiglia e vita. Pochi giorni prima della rielezione Obama aveva peraltro scritto personalmente a una bambina di 10 anni cresciuta in una coppia omosessuale, comprensibilmente confusa, per dirle che doveva considerarsi “molto fortunata ad avere due genitori” così. 3) nella stessa tornata elettorale tre Stati dell'Unione, con lievi differenze, hanno proposto agli elettori di rendere legale e libero l'uso 'ricreativo' (!) della marijuana, qualunque cosa questo significhi. Incredibile a dirsi, gli elettori hanno approvato anche questa novità. 4) in un simile panorama, il fatto che in Spagna la Consulta abbia pure definitivamente legittimato la legge Zapatero sui matrimoni omosessuali appare forse a questo punto quasi una quisquilia.

Come si vede, cambiando Paese, e passando da una sponda all'altra dell'Atlantico, non cambia l'esito delle consultazioni. Stupisce semmai che anche una Nazione con una forte e radicata tradizione religiosa (e che fino a poco tempo fa aveva respinto ogni attacco alla famiglia naturale con maggioranze a dir poco plebiscitarie), come gli Stati Uniti, si adeguino in brevissimo tempo al Paese europeo per tradizione più laicista che possa esistere, la Francia.

Di fronte a questi fatti dovremmo essere tutti scossi ma l'impressione è che la comunità cristiana, in Italia, come in Francia come negli Stati Uniti, sia quasi rassegnata o addirittura indifferente a quanto le accade intorno. I Vescovi fanno la loro parte (l'arcivescovo di Parigi e primate di Francia, ad esempio, Andrè Vingt-Trois ha promesso dura battaglia), a mancare piuttosto è la reazione del corpo ecclesiale nel suo insieme, a livello di singoli come di aggregazioni.

Oggi si parla spesso della necessità di una Chiesa profetica. Apparentemente, tutti sembrano concordare su questo. Ma una Chiesa profetica vuol dire anzitutto una Chiesa che legge i 'segni dei tempi' alla luce del Vangelo e della Sacra Scrittura dandone un giudizio in ultima analisi teologico, a partire dal mistero di Cristo e secondo la storia della salvezza. A ben vedere, si tratterebbe di riscoprire nient'altro che quella dimensione dimenticata, ma fondamentale per l'orientamento della vita cristiana, un tempo detta 'teologia della storia'.

In questa storia il peccato occupa un posto centrale perché è stato proprio il peccato a rendere necessaria la Redenzione pagata al prezzo indescrivibile della vita stessa del Figlio di Dio. Quanto accaduto in Francia, come in America, segna invece un passo avanti vertiginoso nella negazione pubblica e qui perfino istituzionalizzata della Redenzione e del sacrificio di Cristo. Il voto dice che (anche per alcuni cristiani evidentemente) il fatto che peccati (e delitti oggettivi, come nel caso delle leggi 'portatrici di morte', per citare ancora Giovanni Paolo II) di una gravità inaudita vengano prima ammessi nel dibattito pubblico e poi approvati non è una cosa poi così importante. Altri sarebbero i veri problemi. In ogni caso, recita uno slogan dei più diffusi, “certe cose ci sono sempre state, una più una meno, meglio farci l'abitudine”.

Si metta ora a confronto questo atteggiamento con quest'altro: “La mamma ci insegnava l'orrore del male. Quando diceva: "è peccato", quel termine esprimeva il colmo della bruttezza e della cattiveria, e ci lasciava sconvolti”. Anche qui, le parole non sono di qualche lontano bacchettone medievale o controriformista (secondo la solita vulgata politicamente corretta) ma di un'ebrea del secolo scorso, vissuta in una famiglia osservante, poi agnostica e infine convertita a Cristo, morta ad Auschwitz. Oggi è Santa e Patrona d'Europa: Teresa Benedetta della Croce. La piccola Teresa (in vita meglio nota come Edith Stein) scrive letteralmente di essere stata “sconvolta” davanti al solo pensiero del peccato. Proprio così: sconvolta. Il suo tempo ha conosciuto tanti mali ma il fatto che l'aborto fosse omicidio e la famiglia una sola nessuno lo negava. Tuttavia, quello che colpisce leggendo oggi quelle parole scritte solo pochi decenni fa è che fra noi cristiani adulti del nuovo millennio e la visione morale della Stein sembra sia trascorso non qualche anno ma secoli interi.

Il fatto che il peccato in quanto tale possa turbare e addirittura sconvolgere ci pare - se siamo onesti - esagerato, qualcosa di datato, forse utile per fare stare buoni i bambini piccoli nelle ore più irrequiete ma che non regge al confronto della nostra sensibilità emancipata. E poi, in ogni caso, il Signore misericordioso perdona sempre. Il che è vero, ma ci si dimentica che il fine della vita cristiana non è la mediocrità ma quella perfezione della carità chiamata santità. E santità significa, oltre che salvare l'anima propria, aiutare a salvare quella degli altri. Non a caso, a fronte del processo di scristianizzazione i Pontefici hanno più volte ribadito che dalla forma data alla società dipende anche la salvezza delle anime, motivando così l'interesse per la cosa pubblica come un alto servizio di carità. Queste cose, però, onestamente, non si dicono di più. Il fatto che una società (figurarsi un'intera civiltà) non cristiana renda operativamente molto più difficile la santificazione, dei singoli come delle famiglie, sarebbe anzi per alcuni pure un motivo di cui rallegrarsi.

C'è qualcosa che non torna in tutto questo, soprattutto perché – per tacere di quelle in corso – l'ultima presenza profetica della Madre di Dio tra noi ha detto ben altro. Su Fatima si possono fare molte osservazioni, anche contrastanti, ma relativamente al fatto che le guerre siano castighi per i peccati ormai inauditi del mondo (“la guerra finirà presto ma se non smettono di offendere Dio sotto il regno di Pio XI ne comincerà un'altra peggiore”) tutti gli interpreti concordano. Si concorda anche sul fatto che la catechesi sia rivolta alla crisi della famiglia attaccata dalle prime manifestazioni del permissivismo morale (“molti matrimoni non sono buoni”) e che occorra pregare “molto” per i governi delle nazioni. Infine, ed è forse la lezione più importante in questo travagliato tempo storico, si ribadisce che il Decalogo, come il Vangelo, non muta con il passare del tempo e che la Rivelazione si è conclusa una volta per sempre. Detto brutalmente, nessuna maggioranza, né dentro né fuori la Chiesa, potrà mai cambiare il piano di Dio e il progetto della creazione: “Certe mode offendono molto il Signore. Quelli che servono Dio, non seguono queste mode. La Chiesa non ha mode. Nostro Signore è sempre uguale”. Si dirà che certe cose sono scontate per chi crede ma siccome il mondo va sempre più da un'altra parte meglio ri-dircele. Non si sa mai.


www.vanthuanobservatory.org   26 novembre 2012

Il mistero della stoltezza






di Padre Giovanni Cavalcoli, OP

​Il mistero è una dottrina o un fatto, di cui si sa che deve avere un motivo o una ragione, ma di cui però si ignora tale motivo o tale ragione. Esistono misteri naturali o umani e misteri divini o soprannaturali. Del mistero naturale è possibile capire la ragione. Per esempio, viene commesso un delitto, ma l’autore sul momento resta misterioso. Si fanno indagini e si viene a scoprire l’assassino e a sapere perché ha ucciso. Qui il mistero è svelato e non c’è nient’altro da sapere.

​Invece i misteri divini che ci rivela Cristo, benché da Lui rivelati, restano misteri, in quanto Cristo, mediante parabole, simboli o paragoni, ci fa capire qualcosa, ma lasciando un margine infinito di mistero per il fatto che trattandosi appunto di misteri divini e poiché per comprenderli occorre una Ragione divina, noi, avendo una ragione limitata, non possiamo e non potremo mai comprendere, nemmeno in paradiso la loro infinita ragione, in quanto comprensibili solo all’infinita Ragione divina.

​A tal riguardo occorre fare attenzione a non credere, come fanno alcuni, soprattutto i protestanti, che il mistero cristiano o di fede sia uno “scandalo” per la ragione, sia un qualcosa di irrazionale, di impossibile o di assurdo (“credo quia absurdum”). Questa idea è assolutamente falsa ed anzi eretica. Se S.Paolo parla di “scandalo della croce” (Gal 5,11), evidentemente non si tratta di scandalo in se stesso, ma agli occhi di quegli stolti che rifiutano il mistero e la sapienza della croce.

​Il mistero divino tiene effettivamente in qualche modo lontana da sé la nostra ragione, non però per spaventarla o umiliarla, come qualcosa che le ripugnasse o la contrastasse o la offendesse, ma solo per ricordare alla nostra ragione la sua limitatezza da una parte e dall’altra l’infinita sublimità del mistero e per incutere nella nostra ragione e nella nostra volontà quella riverenza e quel sacro timore che ci evita la tentazione o la presunzione di profanare o voler capire totalmente, fino in fondo, il mistero.

​Viceversa Cristo ci parla con parole umane, spesso molto semplici, dei segreti del Padre, proprio perché vuole renderci partecipi della Conoscenza che il Padre ha di Se Stesso, Conoscenza o Idea che non è altro che il Logos divino, il Figlio Gesù Cristo Verbo incarnato e Redentore dell’uomo. Dio, illuminandoci con le verità di fede, vuole renderci partecipi di quello Sguardo divino che Egli ha e che Egli stesso è (il Logos) nei suoi stessi confronti. Lo stoltezza, come peccato, è il rifiuto volontario di essere illuminati da questo Sguardo.
​La stoltezza, soprattutto nelle cose divine, è un mistero, così come la sapienza è un mistero. Tutto ciò che tocca Dio, sia per accoglierlo che per rifiutarlo, è un mistero comprensibile solo alla luce della fede. E in fin dei conti è un mistero comprensibile solo da Dio. Così S.Paolo parla di “mistero della pietà” (I Tm 3,16) e di “mistero dell’iniquità” (II Ts 2,7). Esiste un mistero del bene e un mistero del male, un mistero della giustizia e un mistero del peccato. Un mistero della sapienza e un mistero della stoltezza.

​Perché alcuni scelgono Dio ed altri lo rifiutano? Perché alcuni si salvano ed altri si dannano? Non lo sappiamo. S.Agostino dice a proposito del mistero della predestinazione, che è quell’atto col quale Dio salva: noli iudicare si non vis errare: non giudicare se non vuoi sbagliare. Neppure io so fino in fondo perché a volte agisco bene ed altre volte pecco.

​Certo qui sono io a decidere, per cui so fino a un certo punto perché ho commesso quella data azione. Ma non riesco a capire la ragione profonda di questo mio passare dal bene al male e dal male al bene, perché qui entra in gioco anche il mistero dell’azione divina nei miei riguardi. E’ il mistero del rapporto della grazia col libero arbitrio, che fu un tempo tanto studiato dai grandi teologi domenicani. So che è Dio che mi fa pentire e mi perdona e che il peccato è solo colpa mia. Ma resta il mistero ancora più profondo, impenetrabile, del perché Dio salva alcuni e non tutti, benché chi non si salva, non si salva altro che per colpa sua, perché Dio offre a tutti la possibilità di salvarsi.

​Così ci siamo introdotti al nostro argomento. Uno dei temi fondamentali della Sacra Scrittura e in generale delle grandi religioni e filosofie dell’umanità è il confronto fra la sapienza e la stoltezza. Un fine fondamentale della Bibbia e della rivelazione cristiana è quello di guidare l’uomo alla sapienza facendogli evitare la stoltezza o correggendolo dalla stoltezza, o, come si esprime l’Apostolo S.Giovanni, di guidare gli uomini “dalle tenebre alla luce”.

​Ma vediamo subito che cosa s’intende per sapienza e che cosa per stoltezza. La sapienza è una virtù eccelsa della mente, per la quale essa è sensibile ai massimi valori del pensiero e dell’azione, si pone alla loro ricerca e valuta tutto alla loro luce, al fine di una vita felice.

​La stoltezza ovviamente è il contrario: è un’ottusità mentale – quella che la Bibbia chiama “durezza di cuore” – volontaria o involontaria, per la quale il soggetto è sordo e cieco davanti ai massimi valori, per cui non li capisce, non gl’interessano, non si cura di cercarli o coltivarli, ma resta impigliato e intrappolato nel godimento di piaceri puramente terreni, in una serie di cose inutili, meschine o dannose che gli impediscono la vera felicità, senza per nulla elevare lo sguardo ai valori della morale, della religione, della fede, della metafisica, della teologia o della spiritualità.

​Lo stolto è come un cagnolino che trotterellando in piazza S.Pietro a Roma, non si cura affatto di ammirare la stupenda bellezza della facciata della Basilica, ma è tutto occupato ad annusare le cicche di sigaretta e gli escrementi o le pisciatine degli altri cani che trova per terra o sull’angolo di una colonna del colonnato. Un cane può essere scusato, ma non un essere umano, giusta l’avvertimento del sommo Poeta: “Fatti non foste a viver come bruti, ma a seguir virtute e conoscenza”.

​Ovviamente ci sono esseri umani che sono scusati: gli embrioni, i feti, i minori, i dementi, coloro che sono privi non per loro colpa, delle basi della più elementare educazione umana. Certamente la sapienza è un’alta virtù che normalmente si acquista con lo studio, col tempo e con l’esercizio delle altre virtù. Oltre a ciò essa può richiedere nel soggetto speciali attitudini che non tutti, pur essendo persone normali ed intelligenti, posseggono. Tuttavia tutti, come ci invitano la Scrittura e le più grandi religioni dell’umanità, siamo invitati a cercare la sapienza.

​Come mai così pochi sembrano cercare questa sapienza e tanti hanno la mente immersa in sciocchezze, banalità, stupidaggini, per non dire pensieri ed intenzioni malvagi? E questo in un’Europa fecondata da molti secoli di cristianesimo. Come mai valori che di per sé dovrebbero essere intuitivi e certissimi, dovrebbero essere avvertiti come vitali, perché patrimonio comune dell’umanità e quindi oggettivi ed universali, son così spesso ignorati, negati o fraintesi? Come si può vivere senza il rispetto per quei valori? Che vita è? Come mai tante persone ai santi preferiscono certi personaggi sciocchi ed insulsi, per non dire empi e bestemmiatori degli spettacoli televisivi?

​Come mai a saggi come un Platone, un Aristotele, un S.Agostino, un S.Tommaso, tanti anche in ambienti accademici, scientifici e filosofici, preferiscono rozze ed arcaiche dottrine, teorie strampalate, sapientoni pieni di se stessi, manipolatori delle coscienze, astuti impostori, falsi profeti, esaltati riformatori del mondo, materialisti che non vedono al di là del proprio naso?

​Come si spiega che il cristianesimo, in particolare il cattolicesimo, che da duemila anni è luce del mondo, divina scuola di sapienza e di virtù, guida alla vera felicità, saggio riformatore dei costumi corrotti, consolatore degli afflitti e dei poveri, instancabile promotore della giustizia e della dignità dell’uomo, fautore di pace universale, continui ancora ad essere così incompreso ed osteggiato da culture e civiltà che pure non sono affatto prive di valori?

​Se c’è stato nella storia un uomo che più di tutti gli altri ha dato persuasiva testimonianza di essere mandato da Dio per la salvezza dell’umanità, questi è Gesù Cristo. E perché allora, dopo due millenni dalla sua esistenza terrena e nonostante il bene che la sua Chiesa ha fatto all’umanità, Cristo continua ad essere ignorato, frainteso, calunniato, disprezzato, bestemmiato ed osteggiato da tanti che gli preferiscono personaggi che sì, possono avere qualità umane, ma che di fatto gli restano infinitamente al di sotto, quando non sono maestri di menzogna e di vizio morale?

​Quanto alla sapienza e alla stoltezza, si parla poco, anche tra noi cattolici, della sapienza, ed ancor meno della stoltezza. Eppure quest’ultima è un vizio grave e pericoloso, del quale forse molti oggi non si rendono conto, distratti come sono o frastornati da ciarlatani o dalle cose di questo mondo o da una cultura vana e superficiale. Vi sono inoltre, anche tra i dotti, forme di falsa sapienza, che praticamente è stoltezza, sicché molti restano ingannati, credono di salire alle stelle della più alta genialità (vedi il fenomeno dello gnosticismo), e invece scendono nell’inferno.

​La sapienza e la stoltezza toccano sia l’ordine della ragione che quello della fede. La questione dell’esistenza di Dio, per esempio, è questione di saggezza naturale ovvero di saper ragionar bene, il che vuol dire, partendo dalla considerazione dell’effetto, ricavare da questo effetto (il mondo) la causa sufficiente (Dio), applicando il principio di causalità che è uno dei princìpi primi della ragione. Così la Bibbia chiama “stolto” l’ateo (Sal 14,1; 53,2).

​La stessa sapienza cristiana, come ci fa notare S.Paolo, sembra stoltezza agli occhi del mondo e dei sapienti di questo mondo. Ma questa sapienza mondana, continua l’Apostolo, è follia agli occhi di Dio e la vera sapienza è quella della Croce di Cristo: il Logos tu staurù: la “ragione” o poteremmo dire la “logica” della croce” (I Cor 1,18), di quel Cristo nel quale “sono nascosti tutti i tesori della scienza e della sapienza” (Col 2,3).

​ Benché anche la stoltezza, così come la sapienza restino, come ho detto sopra, un mistero,vediamo comunque di dir qualcosa delle cause della stoltezza e dei suoi rimedi. In linea di principio il lettore avrà già capito che la via della sapienza è esattamente l’opposto della via della stoltezza, per cui per raggiungere quella occorre fare esattamente il contrario di ciò che porta invece a questa.

​C’è però questa differenza tra sapienza e stoltezza, che mentre oltre alla sapienza naturale, comunemente detta “filosofia” (“amore per la sapienza”), esiste anche una sapienza soprannaturale, fondata sulla fede e che si perfeziona col dono della sapienza, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo, non esiste evidentemente una stoltezza soprannaturale. Sarebbe una bestemmia il solo pensarlo, giacché vorrebbe dire che sia Dio stesso a spingerci alla stoltezza, così come non esiste una predestinazione all’inferno (è questa un’eresia esplicitamente condannata dalla Chiesa), ma esiste solo una predestinazione al paradiso.

​Semmai esiste un’apparente e falsa sapienza divina, caratterizzata dallo gnosticismo, dalla teosofia, dall’esoterismo, dallo spiritismo, dall’ermetismo, dalla magia, dai culti misteriosofici pagani o comunque da certe filosofie, come l’hegelismo e simili, che pretendono in fatto di teologia di saperne di più della Chiesa cattolica e di racchiudere l’essenza divina nei limiti della concettualizzazione o dell’esperienza umana.

​Ma qui facilmente può inserirsi l’azione di Satana, sempre desideroso di approfittare di quegli spiriti superbi che al fine di emergere sugli altri vogliono raggiungere un sapere superiore a quello che è consentito all’uomo. In tal senso S.Giacomo parla di una “sapienza diabolica” (Gc 3,15), che occorre scoprire con attento discernimento e alla quale evidentemente corrisponde una stoltezza ispirata dal diavolo.

​Gli stolti di questo genere, a causa della loro superbia ed ostinazione, sono i meno correggibili. E se alla stoltezza corrisponde la superbia, è chiaro che si rimedia alla stoltezza con la sapienza, la quale si raggiunge con l’umiltà: il timore del Signore, come insegna più volte la Bibbia, è l’“inizio della sapienza”. Inoltre è segno di sapienza il lasciarsi correggere da chi ne sa più di noi.

​S.Tommaso, seguendo qui l’etica platonica, presente nei Padri della Chiesa, assegna alla lussuria la causa principale della stoltezza. E ciò per la nota ragione che nel platonismo l’incentiva maggiore al peccato verrebbe dalla corporeità e quindi dalle passioni del corpo. Naturalmente non si deve negare che una delle cause della stoltezza è la schiavitù delle passioni, ed essendo il piacere sessuale quello che, soprattutto nei giovani, dà maggior soddisfazione, è vero che chi non si controlla in questo campo perde interesse alle cose spirituali e finisce col vivere come una bestia.

​Tuttavia, se noi consideriamo attentamente l’insegnamento della Scrittura, scopriremo che le cause più profonde della stoltezza, ovvero della falsa sapienza, non sono carnali, ma spirituali. Pensiamo solo ai nemici di Gesù, circa i quali non c’è da dubitate che, al di là della loro apparente sapienza o pietà e del fatto che essi fossero convinti di “vedere”, in realtà, come Gesù stesso dice, erano dei grandi stolti e dei ciechi totali.
​Ma questo perché? Non risulta, dai racconti evangelici, che essi fossero pubblicamente dei pedofili, degli adulteri o dei frequentati di prostitute. D’altra parte non c’è dubbio che perseguitare Cristo è segno di stoltezza. Dunque la loro stoltezza proveniva da altre cause (a parte la loro ben nota avarizia), che appunto erano spirituali e potremmo dire diaboliche, dato che, come è noto, il diavolo è puro spirito.
​Come infatti alla presenza fisica e quotidiana del Figlio di Dio, con tutti i suoi miracoli, le sue opere, la sua divina sapienza, essi abbiano potuto restare non solo insensibili, ma addirittura diventare nemici, fino al punto di mandarlo sulla croce come empio e bestemmiatore, resta un enorme mistero.

​Come si spiega un’assurdità del genere, se non per un influsso di Satana che potenziò non tanto le passioni sessuali, quanto piuttosto i vizi spirituali, come l’invidia, la rivalità, la volontà di dominare le coscienze, di emergere e di comandare, la presunzione, la superbia, la gelosia, l’odio, l’empietà e l’ipocrisia?
​D’altra pare è del tutto evidente, anzi, come è noto dai racconti evangelici, che persone schiave del sesso, ma pentite, sono accolte da Gesù con grande amore e in ciò esse dimostrano evidentemente un’alta sapienza.

​Siamo dunque davanti ad un grande mistero. E ciò è segno della stessa dignità della persona umana, la quale non funziona bene o male come un computer o un’automobile, per i quali, al fine di spiegare il loro buono o cattivo funzionamento, basta considerare le leggi fisiche che sono alla base di quanto in essi succede. Nel caso invece della persona umana, siamo davanti ad una specie di abisso insondabile, come dice il Salmo: “L’abisso chiama l’abisso” (Sal 42,8), ossia il rapporto tra l’abisso finito dello spirito umano ed angelico da una parte e dall’altra l’Abisso Infinito dello Spirito di Dio.


Libertà e Persona   26 novembre 2012

domenica 25 novembre 2012

La grande manovra dell'idealismo





di P. Giovanni Cavalcoli, OP


Dall’epoca del modernismo, condannato da S.Pio X è in atto all’interno della Chiesa una complessa manovra dei filoidealisti per ottenere all’interno della dottrina cattolica un diritto di cittadinanza anche all’idealismo tedesco, il cosiddetto “idealismo trascendentale”, un’operazione simile - ciò sia detto senza disprezzo per nessuno - a quella per la quale sul campo politico la Turchia si sta adoperando per mostrare all’Europa di avere le carte in regola per poter far parte della Comunità Europea.

hgQuella dell’idealismo è una secolare questione, che si trascina dal Medioevo, dai tempi di Meister Eckhart, grande mistico domenicano tedesco, il quale ideò una spiritualità cristiana di tendenza panteista, che però non fu approvata dalla Chiesa ed anzi fu condannata. Oggi c’è chi si sforza di mostrare le buone intenzioni di Eckhart sostenendo che la sua mistica difetterebbe solo dal punto di vista del linguaggio e rifletterebbe la modalità propria della spiritualità tedesca, portata ad una specie di soggettivismo o ad un accentuato interiorismo che assomiglierebbe all’immanentismo e al panteismo ma senza esserlo, espressione di ciò che i tedeschi chiamano con un termine intraducibile il Gemüt, una specie di sintesi fra sentimento, emozione e intuizione.

Una certa presenza di idealismo o di apriorismo è sempre stata ammessa nella Chiesa: si tratta del filone platonico, che è presente nel grande S.Agostino e avvia tutta una scuola di spiritualità che rifulge per esempio in S.Anselmo e in S.Bonaventura. Nel contempo però, al sorgere del genio di S.Tommaso d’Aquino, la Chiesa, sino ai nostri giorni, non ha mai nascosto la sua preferenza per il realismo tomista rispetto al pur moderato ed accettabile idealismo proprio soprattutto della tradizione mistica.

Tuttavia c’è idealismo ed idealismo. Con Cartesio è nato un nuovo e più spinto idealismo che ha cominciato a creare preoccupazioni per la Chiesa. Già le opere di Cartesio nel 1663 furono messe all’Indice. E da allora l’idealismo cartesiano, alleatosi in Germania col luteranesimo, avviò una tendenza di pensiero la quale, pur dichiarandosi “cristiana”, culminata col pensiero di Hegel, entrò in sempre maggior conflitto con la dottrina della Chiesa Romana, fino a che si giunse alle condanne dell’idealismo in Pio IX, al Concilio Vaticano I, in S.Pio X e in Pio XII. Propaggini di questa opposizione all’idealismo immanentista si trovano ancor oggi, per esempio nell’enciclica Fides et Ratio del Beato Giovanni Paolo II.

ggtStranamente l’idealismo soggettivista e panteista non è stato condannato dal Concilio Vaticano II. C’è chi si lamenta che esso non ha neppure ribadito la condanna del comunismo. Ma ciò non mi pare una grave lacuna, giacchè sin dal 1937 esisteva la splendida enciclica Divini Redemptoris di Pio XI, un documento di ampio respiro col quale il comunismo veniva dettagliatamente descritto e confutato.

Nulla di simile la Chiesa ha mai fatto per l’idealismo, che pure è una dottrina complessa, non priva di valori, ma dove l’errore è sottile e fascinoso, tale da ingannare anche spiriti eletti e uomini dotti, perché si presenta col volto dell’alta speculazione, della mistica e della spiritualità. Inoltre l’idealismo tedesco, erede di Cartesio e di Lutero, si presenta con la nomea seducente di “pensiero moderno”, al di là della “teologia scolastica”, considerata ormai superata per non dire sbagliata. E ciò naturalmente coinvolge anche la dottrina di S.Tommaso. E chi non vuol essere moderno e restar fermo al Medioevo? Tanto più che abbiamo avuto cinquant’anni fa un Concilio che ha precisamente avuto tra i suoi intenti quello di assumere i valori della modernità. E dunque?

Tuttavia il Concilio non ha affatto abbandonato la tradizionale preferenza per il realismo tomista, espressione eccellente del realismo biblico e del tradizionale realismo della Chiesa e di tutti i Padri, i Santi e Dottori, pur nel pieno rispetto della tradizione agostiniana, il cui idealismo però è del tutto innocuo ed anzi raccomandabile, perché, nell’esaltare il vero valore della coscienza e dell’interiorità, ammette la trascendenza divina e la limitatezza dell’uomo, mentre l’idealismo moderno “trascendentale” cade nell’immanentismo e in una concezione dell’uomo che si identifica con Dio, magari sotto il pretesto dell’“Incarnazione del Verbo” e della vita di grazia.

Per questo, qui non ci siamo assolutamente e la Chiesa non può che respingere assolutamente, senza mezzi termini, questo tipo di idealismo, il quale, come ho detto, ha il suo massimo rappresentante in Hegel e nella sua scuola fino ad oggi, come per esempio in Italia Giovanni Gentile.

Inoltre questo idealismo, come è stato dimostrato dal Fabro e dal Cottier, non è che un criptoateismo, che verrà esplicitato da Marx, il quale appunto esplicitamente parte da Hegel e non fa che esplicitare le potenzialità contenute nel pensiero hegeliano. Infatti, se con l’idealismo l’uomo viene assorbito in Dio (la famosa Erhebung), nulla impedisce l’operazione contraria di un Dio che si dissolve e scompare nell’assolutezza dell’uomo, come lo stesso Marx ebbe a dire: “L’uomo è Dio per l’uomo”. L’“alienazione” (Entfremdung e Entäusserung), per la quale l’uomo è schiavo di un Dio trascendente, c’è già in Hegel e Marx non farà altro che “liberare” l’uomo da questo Dio trascendente e schiavista. E se in Hegel il Dio immanente è l’uomo stesso, in Marx resta soltanto l’assolutezza dell’uomo, che non si chiama più “Dio”, ma semplicemente “Uomo”. Ed è significativo che oggi certi atei, come riferiva il Card. Ravasi, non vogliono chiamarsi “atei” (pur restandolo), ma “umanisti secolari”.

Neppure la massoneria, che pur rifiuta ogni religione positivo-rivelata, giunge all’empietà, che è finta spiritualità, dell’idealismo hegeliano sfociante nell’ateismo marxista, giacché almeno la massoneria ufficiale (se vogliamo escludere quella esoterica) si ferma alla religione naturale-razionale dell’illuminismo ed ammette l’esistenza di Dio.

Senza parlare dello sbocco totalitario (fascista, nazista e comunista) dei princìpi hegeliano-marxisti, che abbiamo abbondantemente sperimentato nel secolo scorso. La massoneria, almeno, per quanto anticlericale, si pone sul piano della democrazia e dei diritti umani. Ma le conseguenze ultime dell’hegelismo marxista conducono l’umanità alla più atroce barbarie.

E’ successo però che con l’atmosfera del Vaticano II, aperta come si sa al dialogo con le culture e le religioni, fino al contatto con i non-credenti, gli idealisti si sono rifatti vivi in forze più che mai decisi ad essere ammessi nell’orizzonte ufficiale della dottrina cattolica, ovvero tentando di dissolvere la tradizione dotata di univocità, precisione ed unità propri della dottrina cattolica in nome di un confuso e contraddittorio “pluralismo” che potesse dar spazio anche a Lutero, Hegel, Cartesio e magari anche Marx.

Non si può negare che l’attenzione data dalla Chiesa all’idealismo in generale abbia dato risulti positivi, portando per esempio alla valorizzazione di personaggi un tempo emarginati da una tendenza tomista forse troppo prevalente nella Chiesa: pensiamo per esempio a un Blondel, a un Rosmini, a un Newman, a un Duns Scoto, a una Edith Stein. Lo stesso Eckhart vien visto con simpatia e qualcuno ha suggerito di promuoverne la Causa di Beatificazione. Tutto ciò è certamente positivo.

Occorre invece bloccare e sventare una buona volta un’altra maniera di appoggiare l’idealismo, che non può portare e non porta a nulla di buono. Si tratta di una manovra idealistica che ha le sue origini esplosive nel modernismo dei tempi di S.Pio X, ma era già iniziata in sordina nel secolo precedente, allorché la Chiesa, con Gregorio XVI e il Beato Pio IX, disapprovò il tentativo di alcuni teologi tedeschi, Hermes, Günther e Frohschammer, di conciliare il cattolicesimo con l’hegelismo.

Alla Scuola di Lovanio, all’inizio del secolo scorso, vi fu poi il tentativo, esso pure fallito, benché abbia avuto molto successo, del gesuita Joseph Maréchal, di conciliare S.Tommaso con Kant. Tale tentativo precorse quello, ben peggiore, esso pure fallito (ma pochi oggi se ne sono accorti), di Karl Rahner di conciliare S.Tommaso con tutti gli errori dell’idealismo moderno fino ad Husserl ed Heidegger.

Quest’ultimo tentativo, benché abbia già suscitato da quarant’anni giuste critiche, non è ancora stato condannato ufficialmente dalla Chiesa, ma attende di esserlo, come sempre la Chiesa ha condannato questi ibridismi ingannevoli, soprattutto quando si diffondono pericolosamente. Finora i rahneriani, con la loro astuzia, si sono coperti all’ombra del Concilio, ma quando sarà veramente chiaro a tutti che cosa il Concilio ha veramente detto (cosa che ancora dopo cinquant’anni è ancora da chiarire, almeno sul problema della teologia), gli errori di Rahner verranno in chiaro a tutti.

In modo simile all’Università Cattolica di Milano vi fu negli anni cinquanta-sessanta il tentativo generoso ma ingenuo e sostanzialmente illusorio di Giuseppe Bontadini, smascherato e confutato da Padre Fabro, di conciliare il cattolicesimo con l’idealismo di Giovanni Gentile, che spudoratamente si dichiarava “cattolico” (e tale era considerato da molti), nonostante il suo apertissimo immanentismo panteista.

Bontadini tentò di avviare un cattolicesimo di ispirazione idealista e addirittura parmenidea, rifiutando Aristotele. Le conseguenze ultime di tale insensata impresa le trasse un suo discepolo, Emanuele Severino, il quale cadde addirittura in una forma di monismo eternalista ateo, con l’accusa di “nichilismo” fatta al cristianesimo ed all’intero pensiero occidentale. Vogliamo forse rifugiarci nell’Oriente? Nel nichilismo buddista? C’è qualcuno che ci pensa seriamente.

E’ necessario che il genio tedesco, che si esprime nell’idealismo trascendentale, ma non solo in esso, si lasci disciplinare dalla dottrina cattolica, interprete infallibile della Parola di Dio, come ha fatto molto tempo prima di lui la cultura greco-romana dando così il meglio di se stessa nell’obbedienza a Cristo.

Il che vuol dire che bisogna che la Chiesa distingua chiaramente una volta per tutte un idealismo lecito e compatibile col Vangelo, sorgente di umiltà e santità, come quello di un S.Agostino e un S.Bonaventura, da un idealismo illecito e incompatibile con Cristo, sorgente di superbia ed empietà, come quello che iniziando con Cartesio mescolato con Lutero, culmina con Hegel.

A queste condizioni il genio tedesco darà veramente il meglio di se stesso nel concerto pluralistico del pensiero cattolico e della piena comunione ecclesiale, secondo la sua più bella tradizione che inizia con S.Alberto Magno, prosegue con Corrado Köllin per arrivare ai Kleutgen, ai Weiss, agli Schmaus, ai Bartmann, ai Pieper, ai Guardini, fino a giungere alla stella attuale della sapienza tedesca, lo stesso Joseph Ratzinger, oggi Sommo Pontefice felicemente regnante, Papa Benedetto XVI. Il Papa, come dottore privato, è evidentemente padronissimo di seguire S.Agostino o S.Bonaventura o Guardini, anche se ufficialmente raccomanda S. Tommaso, ma non troveremo mai un Ratzinger, neppure come dottore privato, seguace di Lutero o di Hegel.

Così pure anche Giovanni Paolo II, come Papa, non poteva non raccomandare S.Tommaso, ma, come dottore privato - come ebbe un giorno a dirmi Padre Fabro che aveva sentito questa cosa dal Papa stesso - Wojtyla preferiva Duns Scoto. Il pluralismo teologico è una della ricchezze e dei vanti della Chiesa Cattolica, ma nel cammino sulla via della verità ci sono dei paletti che non si possono oltrepassare.


Riscossa cristiana    23 novembre 2012

Sei nuovi cardinali per esprimere il volto della Chiesa universale




Nella cerimonia per la creazione dei nuovi porporati, Benedetto XVI ha ricordato la prospettiva universale della Chiesa cattolica, quale carattere fondamentale della sua missione


di Salvatore Cernuzio

Aggregati alla Chiesa universale, per rafforzare i legami spirituali che uniscono la Chiesa intera, vivificata da Cristo e stretta attorno al Successore di Pietro. È questo il compito e l’onore che spetta ai sei nuovi porporati creati, questa mattina, da Benedetto XVI nel “mini-Concistoro” celebrato nella Basilica Vaticana.
I neo-cardinali sono: mons. James Michael Harvey, già prefetto della Casa Pontificia, nominato ieri arciprete della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura; Sua Beatitudine Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti (Libano); Sua Beatitudine Baselios Cleemis Thottunkal, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi (India); mons. John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja (Nigeria); mons. Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Bogotà (Colombia), e mons. Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila (Filippine).

Si tratta del quinto Concistoro di Benedetto XVI; il primo così poco “affollato” rispetto a quelli del 2006, 2007, 2010 e soprattutto dello scorso febbraio, che aveva visto la creazione di 22 nuovi cardinali, di cui sette italiani e quindici stranieri, con dieci porporati scelti tra capi Dicastero della Curia romana.
La novità, invece, del piccolo Concistoro di oggi è che oltre ad allargare a 211 il numero dei porporati - di cui 120 elettori e 91 ultraottantenni – spinge la Chiesa cattolica al di là dei confini dell’Europa, ammettendo al Collegio cardinalizio sei presuli provenienti da tre continenti e da Paesi diversi: Stati Uniti, Libano, India, Nigeria, Colombia e Filippine.

Annunciandolo al termine del Sinodo dei Vescovi di ottobre, infatti, il Santo Padre pronunciò queste esatte parole: “Ho voluto, con questo piccolo Concistoro, completare il Concistoro di febbraio, proprio nel contesto della Nuova Evangelizzazione, con un gesto dell'universalità della Chiesa, mostrando che la Chiesa è Chiesa di tutti i popoli, parla in tutte le lingue, è sempre Chiesa di Pentecoste; non Chiesa di un Continente, ma Chiesa universale".

E proprio sul carattere dell'universalità della Chiesa si è incentrato il Pontefice nella sua allocuzione di stamane. “La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità” ha ribadito.
Esordendo con le parole della solenne professione di fede - «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica» - il Papa si è soffermato sul significato del termine «cattolica», quale “tratto essenziale della Chiesa e della sua missione”. Nello specifico, ha spiegato, “mentre la missione di Gesù nella sua vita terrena era limitata al popolo giudaico, era tuttavia orientata dall’inizio a portare a tutti i popoli la luce del Vangelo e a far entrare tutte le nazioni nel Regno di Dio”.

Tale prospettiva “universalistica” affiora dalla presentazione che Gesù fa di se stesso come «Figlio dell’uomo» (Mc 10,33). “Gesù – ha spiegato Benedetto XVI - si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso”.
L'universalità della Chiesa di oggi attinge, quindi, alla sequela di Cristo, ovvero “all’universalità dell’unico disegno divino di salvezza del mondo”, che porta alla “comunione con Dio” e “vince frammentazione e dispersione”. Ciò, ha soggiunto, “emerge con chiarezza il giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo ricolma della sua presenza la prima comunità cristiana, perché il Vangelo si estenda a tutte le nazioni e faccia crescere in tutti i popoli l’unico Popolo di Dio”.

Pertanto la missione universale della Chiesa, ha precisato il Santo Padre, “non sale dal basso, ma scende dall’alto, dallo Spirito Santo, e fin dal suo primo istante è orientata ad esprimersi in ogni cultura per formare così l’unico Popolo di Dio”.

In quest’ottica “si colloca anche il Collegio Cardinalizio”, in quanto espressione del "volto della Chiesa universale”. “Attraverso questo Concistoro – ha affermato Benedetto XVI - desidero porre in risalto che la Chiesa è Chiesa di tutti i popoli, e pertanto si esprime nelle varie culture dei diversi Continenti. È la Chiesa di Pentecoste, che nella polifonia delle voci innalza un unico canto armonioso al Dio vivente”.

Rivolgendosi ai nuovi Cardinali, il Papa ha spiegato la simbolicità dei segni che accompagnano il rito odierno. La berretta rossa per ricordare «che dovete essere pronti a comportarvi con fortezza, fino all’effusione del sangue, per l’incremento della fede cristiana, per la pace e la tranquillità del popolo di Dio». E l’anello come monito: «Sappi che con l’amore del Principe degli Apostoli si rafforza il tuo amore verso la Chiesa».
La cerimonia è proseguita con il rito di creazione e la proclamazione solenne dei nuovi Cardinali, insieme all'annuncio dell’Ordine presbiteriale o diaconale assegnatogli, oltre che del titolo o della diaconia della Chiesa dell’Urbe. E' seguita poi la professione di fede dei porporati davanti al popolo di Dio e il giuramento di fedeltà e obbedienza al Papa e ai Suoi successori.

Dopo la consegna dell’anello cardinalizio e l’imposizione della berretta, Benedetto XVI ha infine auspicato che i nuovi cardinali siano suoi “preziosi cooperatori”, mediante anche la “collaborazione con i dicasteri della Curia Romana”, e che si sentano sempre chiamati “a rendere coraggiosa testimonianza a Cristo”.


Zenit  24 novembre 2012



Con Michelangelo entrò in scena il Cristo divino



Prima del «Giudizio», nella Cappella Sistina era presente solo il Gesù uomo


di Timothy Verdon

I disegni che documentano i primi passi compiuti da Michelangelo nel pensare il Giudizio universale della Sistina già fanno della figura di Cristo il perno assoluto della vasta composizione, e così possiamo dire che il Cristo al centro dell’affresco ne è l’idea di partenza, la forza propulsiva, la chiave ermeneutica, il punto di fuoco ultimo.
Il Cristo di Michelangelo è una figura “imperiale”: nell’affresco della Sistina la destra alzata del Giudice è il gesto tipico della adlocutio antica, il gesto che nell’arte romana fu attribuito a un comandante che convocava le truppe e parlava loro. È infatti il gesto dell’imperatore nella statua equestre del II secolo raffigurante Marco Aurelio, la statua che, su ordine di Paolo III nel 1538, mentre stava dipingendo il Giudizio, Michelangelo trasferì da San Giovanni in Laterano al Campidoglio, ideando per essa la splendida piazza realizzata nei decenni successivi.

All’epoca si riteneva che l’imperatore raffigurato fosse Costantino, presentato dal suo biografo Eusebio come un «giusto giudice» che, con l’Editto di Milano e i privilegi accordati ai cristiani, aveva dato ragione alla Chiesa lungamente perseguitata. Il gesto romano ha tuttavia un’equivalente figura biblica, sempre nel libro dei Salmi, dove l’autore immagina una adlocutio divina: «Parla il Signore, Dio degli dèi, /convoca la terra da oriente a occidente. / Da Sion, splendore di bellezza, Dio risplende. / Viene il nostro Dio e non sta in silenzio; / davanti a lui un fuoco divorante, / intorno a lui si scatena a tempesta. / Convoca il cielo dall’alto / E la terra per giudicare il suo popolo» (Salmi, 49 [50], 1-4). In ogni caso il movimento dinamico e il gesto imperioso della figura dipinta da Buonarroti comunicano la «grande potenza e gloria» della parusìa, la seconda e definitiva venuta del Figlio di Dio (cfr. Matteo, 24, 30).

Prima del Giudizio universale mancava un Cristo di questo genere nella Sistina, dove le raffigurazioni del Salvatore negli affreschi quattrocenteschi lo rappresentano come uomo ma non come Dio. Mancava perciò nella Cappella del suo vicario un’immagine del Capo della Chiesa nella sua condizione divina, e di conseguenza il programma iconografico doveva sembrare incompleto. Perché il Cristo che guida la Chiesa è, sì, uomo, ma ormai riconoscibile soprattutto nella sua divinità. Non bastava la sola umanità, dal momento che, come afferma un padre della Chiesa, san Cirillo di Gerusalemme, «duplice è la generazione, una da Dio Padre prima del tempo, e l’altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi».
Nel Giudizio futuro verrà dunque appagato il primordiale desiderio della creatura di “vedere” il Creatore, di conoscerlo, di entrare definitivamente in rapporto con Lui, di amarlo oltre la paura di perderlo.

Osservatore Romano   25 novembre 2012