martedì 2 settembre 2025

NESSUNO RICEVA L'OSTIA SULLE MANI. Maria Simma






a cura di Veronica Cireneo, 1 settembre 2025

Avevamo già parlato del modo corretto di ricevere la Santa Comunione secondo le istruzioni di due grandi santi: Francesco e Tommaso D'Aquino (qui), ma oggi, dalle rivelazioni ricevute dalla mistica austriaca Maria Simma, da parte delle anime del Purgatorio, raccolte nei volumi: " Fateci uscire di qui" e " Le anime del Purgatorio.." , vogliamo proporre questo brevissimo estratto - anche supportato dal video in calce - che conferma la contrarietà divina a che l'Ostia venga toccata da mani non consacrate. 

È vero che la Chiesa permette i Ministri Straordinari, ma dato che ultimamente stiamo assistendo a tutta una serie di scandali, quasi mai condannati, tendenti a normalizzare atteggiamenti che fino a ieri erano considerati immorali, illeciti, sacrileghi e peccaminosi, per non deviare dalla retta via, sarà opportuno domandarsi, di volta in volta, se ciò che la Chiesa approva oggi, lo approvi o no anche Gesù Cristo. Perché con le cose eterne di Dio non si scherza e i tempi stringono! Riceviamo, e invitiamo anche gli altri a ricevere, la Santa Comunione in ginocchio, in bocca e solo dai sacerdoti! Dio abbia pietà di noi e ci benedica. Buona lettura..

§§§
 
Maria Simma


Raccontò la mistica Maria Simma:

"Non molto tempo fa, in questa regione, morì una signora che distribuiva la Comunione e che aveva persuaso molte altre signore a fare altrettanto. Non la conoscevo molto bene, ma avevo sentito parlare di lei.

Prima del funerale, la bara, che era già stata chiusa dopo l'estremo saluto di familiari e amici, venne riaperta dietro insistenza di un parente stretto, che era giunto in ritardo.

Nel sollevare il cofano, grande fu lo stupore dei presenti - tra cui quello del sacerdote che officiava il rito funebre - nel constatare che c'era stato un cambiamento fisico nella salma: le mani della donna erano diventate tutte nere.

Questo fatto, per me, come per gli altri, fu la conferma che Dio volle darci, che mani non consacrate non dovrebbero distribuire Gesù nella Comunione".

Maria Simma. Video






Newman sul ruolo insostituibile dei laici in tempi di crisi




martedì 2 settembre 2025






Newman, teologo e storico nello stesso tempo, si chiede perché il Signore permise che la Chiesa fosse infestata dalla grave prova dell'arianesismo; perché ai pastori fosse permesso di trasformarsi in lupi per un periodo; perché i vescovi buoni e santi fossero una piccola minoranza e perché fosse stato chiesto al popolo di rimanere saldo anche davanti ai suoi «superiori». Il suo racconto sulla crisi del IV secolo ha MOLTO da insegnare, specialmente a noi laici, in questo momento. 



Peter Kwasniewski, 28 agosto 2025

Sebbene inizialmente avessi detto che la mia serie su Newman sarebbe stata composta da tre parti, mi è venuto in mente un tema importante che merita un approfondimento. Pertanto, spero che mi permettiate questo Post scriptum!

La canonizzazione di John Henry Newman ha elevato agli onori degli altari uno dei più grandi sostenitori dell'ortodossia dogmatica, dell'antiliberalismo e del primato del soprannaturale nel cristianesimo; e la sua imminente elevazione al rango di Dottore della Chiesa confermano il valore al tempo stesso intramontabile e attuale del suo saggio insegnamento. In altre parole, Newman ha qualcosa da offrire a chiunque, in qualsiasi momento; ma ha qualcosa di speciale importanza da offrire a te e a me oggi.

Newman era un convinto difensore del ruolo centrale dei laici nella vita della Chiesa – non nell'andazzo postconciliare del populismo da concilio parrocchiale e del lavoro frenetico nel santuario, ma nella nobile e dignitosa vocazione che è loro propria nel Corpo Mistico di Cristo, che non può essere confusa con quella del clero e che, nella sua stessa "mondanità", permette loro di fare un bene immenso nel loro ambito. Il celebre predicatore Padre Richard Cipolla espone lucidamente questo punto:
È ovvio che la visione del Concilio [Vaticano II] per l'apostolato dei laici si colloca principalmente all'interno del mondo in cui essi vivono: nelle loro case, al lavoro, tra i loro amici, nei loro molteplici incontri con il mondo nella loro vita di laici. Devono essere testimoni nel loro matrimonio, nei confronti dei loro figli, dei loro amici, delle numerose e diverse persone che incontrano, nella loro vita politica, nella loro vita intellettuale. Devono assumere il loro ruolo proprio non solo nel testimoniare la fede cattolica, ma anche nel combattere quelle forze reali nella cultura contemporanea che sono contrarie alla fede cristiana.
Ma si noti che non si fa alcun accenno ai laici che ricoprono ruoli specifici nella liturgia che la Sacra Tradizione non ha mai loro concesso, Tradizione qui intesa non come una canzone del Violinista sul tetto, ma piuttosto come ciò che è stato tramandato dagli Apostoli stessi alla Chiesa e fino alla Chiesa dei nostri tempi. Quindi, ciò che è accaduto in pratica è che i laici dopo il Concilio si sono clericalizzati, sono diventati, con una meravigliosa parola italiana come chierichetti, "piccoli chierici", come lettori, ministri eucaristici, membri di commissioni liturgiche e così via. La clericalizzazione dei laici dopo il Concilio è stata un disastro per i laici e per la Chiesa in generale. E questo perché la loro clericalizzazione ha impedito loro di compiere la loro missione nel mondo come laici.(1)

Padre Cipolla celebra lo stesso rito romano celebrato da Newman come sacerdote Padre Cipolla prosegue osservando che i laici che Newman ammirava di più nella storia della Chiesa erano gli innumerevoli e anonimi fedeli del IV secolo che, semplicemente perché fedeli alla fede ricevuta nel Battesimo e per mano della Chiesa, si opposero all'eresia ariana quando la maggior parte dei loro vescovi si era schierata dalla parte dell'errore o semplicemente tenevano la bocca chiusa per paura delle ripercussioni imperiali.

Ma c'è una seconda e più importante ragione per un laicato istruito, soprattutto istruito nella fede cattolica. Viviamo in un'epoca in cui la natura stessa della Tradizione, ciò che ci è stato tramandato da Gesù e dagli Apostoli, nella Scrittura e attraverso i Padri della Chiesa e gli antichi Credo, è sotto attacco. Non è sotto attacco da parte del mondo del New York Times, che è ben lieto che ci sia dissenso all'interno della Chiesa, perché questo rende la Chiesa una minaccia molto meno potente per il mondo del secolarismo imperante. L'attacco proviene da coloro che sono stati ordinati da Dio per essere fedeli alla Tradizione della Chiesa e per guidare il loro gregge in questi tempi di tempeste nel mondo. 

Questi uomini, per lo più ecclesiastici, rivendicano il diritto di cambiare la Tradizione, inclusa la testimonianza della Scrittura. Hanno assunto l'atteggiamento laico secondo cui la Tradizione è relativa e condizionata dalla sua storia. Lo fanno in nome della misericordia, ma questa comprensione della misericordia ha poco a che fare con la misericordia di Dio. Ed è qui e ora che un laicato istruito, educato sia nella Fede che intellettualmente, deve essere testimone della Fede trasmessa alla Chiesa dagli Apostoli nella Scrittura e nella Tradizione. Proprio come i laici furono fedeli alla fede cattolica nel terribile periodo dell'apostasia ariana nel IV secolo e oltre, quando la maggior parte dei vescovi divenne eretica, così in questo momento i laici devono essere fedeli alla fede cattolica in modo umile, fermo e pieno di gioia.(2)

È sorprendente e al tempo stesso serio leggere il resoconto di Newman sulla crisi ariana, a cui ha dedicato un intero libro. Scrive:
L'episcopato, la cui azione fu così pronta e concorde a Nicea, all'epoca dell'ascesa dell'arianesimo, non ebbe, come classe o ordine di uomini, un ruolo significativo nei disordini che seguirono al Concilio; al contrario, i laici sì. Il popolo cattolico, in tutta la cristianità, fu l'ostinato difensore della verità cattolica, e i vescovi no. Naturalmente ci furono grandi e illustri eccezioni; in primo luogo, Atanasio, Ilario, il latino Eusebio e Febado; e dopo di loro, Basilio, i due Gregorio e Ambrogio. Ma nel complesso, considerando un'ampia panoramica della storia, siamo costretti ad affermare che il corpo governante della Chiesa fu carente, e i governati si distinsero per fede, zelo, coraggio e costanza.(3)
Newman, da sempre teologo e storico, si chiede perché il Signore abbia permesso che una simile prova colpisse la Chiesa, perché ai pastori sia stato permesso di trasformarsi in lupi per un certo periodo, perché i buoni e santi vescovi fossero una piccola minoranza e perché il popolo fosse chiamato a resistere anche ai propri “superiori”. Egli afferma:
Forse fu permesso, per imprimere nella Chiesa la grande lezione evangelica, proprio nel momento in cui stava passando dalla persecuzione alla lunga supremazia temporale: non i saggi e i potenti, ma gli oscuri, gli ignoranti e i deboli costituirono la sua vera forza. Fu principalmente grazie al popolo fedele che il paganesimo fu rovesciato; fu grazie al popolo fedele, sotto la guida di Atanasio e dei vescovi egiziani, e in alcuni luoghi sostenuti dai loro vescovi o sacerdoti, che la peggiore delle eresie fu contrastata e sradicata dal territorio sacro. (4)
Newman, infatti, arriva addirittura ad affermare:
In quel tempo di immensa confusione il dogma divino della divinità di nostro Signore fu proclamato, imposto, mantenuto e (umanamente parlando) preservato, molto più dall'“Ecclesia docta” [cioè, i laici] che dall'“Ecclesia docens” [cioè, la gerarchia]; il corpo dell'episcopato era infedele al suo incarico, mentre il corpo dei laici era fedele al suo battesimo; una volta il papa, altre volte una sede patriarcale, metropolitana o di un'altra grande sede, altre volte i concili generali, dicevano ciò che non avrebbero dovuto dire, o facevano ciò che oscurava e comprometteva la verità rivelata; mentre, d'altra parte, era il popolo cristiano, che, sotto la Provvidenza, era la forza ecclesiastica di Atanasio, Ilario, Eusebio di Vercelli e altri grandi confessori isolati, che avrebbe fallito senza di loro.(5)
Ma come sopravvissero i laici durante la crisi ariana? Quali azioni intrapresero per preservare la fede e resistere ai vescovi eterodossi? La risposta è breve: fu estremamente difficile, ma con la grazia di Dio, fecero tutto il necessario.

Per cominciare, i fedeli ortodossi si tapparono le orecchie di fronte alle lusinghe e alle minacce dei vescovi ariani e semiariani, che senza dubbio cercarono di manipolarli e "colpevolizzarli", come fanno oggi i cattivi vescovi come quelli di Detroit e Charlotte, facendo loro credere di essere "disobbedienti" nel non seguire la guida dei loro pastori. Poiché la liturgia era spesso nelle mani degli eretici, i laici furono costretti a volte a smettere di frequentare le chiese locali e a riunirsi all'aperto o in segreto. Newman ci racconta che San Basilio Magno, intorno all'anno 372, scrisse queste strazianti parole:
I religiosi tacciono, ma ogni lingua bestemmiatrice è libera. Le cose sacre vengono profanate; i laici sani nella fede evitano i luoghi di culto come scuole di empietà e alzano le mani in solitudine, con gemiti e lacrime, al Signore in cielo.(6)
Quattro anni dopo, Basilio avrebbe scritto:
La situazione è giunta a questo punto: la gente ha abbandonato le case di preghiera e si riunisce nei deserti, uno spettacolo pietoso; donne e bambini, vecchi e uomini altrimenti infermi, vivono miseramente all'aria aperta, in mezzo alle piogge più abbondanti, alle tempeste di neve, ai venti e alle gelate invernali; e di nuovo d'estate sotto un sole cocente. A questo si sottomettono, perché non vogliono avere nulla a che fare con il malvagio lievito ariano. (7)
Il mosaico della cupola dell'ex battistero ariano di Ravenna. "Loro hanno le chiese, noi abbiamo la fede", diceva Sant'Atanasio. E nella sua lettera successiva:
Solo un'offesa è ora severamente punita: la scrupolosa osservanza delle tradizioni dei nostri padri. Per questo motivo i pii vengono cacciati dalle loro terre e deportati nei deserti. Il popolo è in lamento, in lacrime continue in patria e all'estero. C'è un grido nella città, un grido nelle campagne, nelle strade, nei deserti. Gioia e allegria spirituale non ci sono più; le nostre feste si sono trasformate in lutto; le nostre case di preghiera sono chiuse, i nostri altari privati del culto spirituale.(8)
Non si può fare a meno di ricordare, con queste parole, i tanti cattolici che, negli ultimi cinquantacinque anni, hanno dovuto invitare sacerdoti nelle loro case, cercare cappelle poco frequentate o percorrere lunghe distanze per continuare a praticare la fede cattolica tradizionale nei suoi riti apostolici. Sebbene per certi versi la situazione sia migliorata in alcune parti del mondo e, nel complesso, la presa dell'ideologia del "Vaticano II a tutti i costi" si stia indebolendo di anno in anno, allo stesso tempo la situazione è notevolmente peggiorata in alcuni luoghi e il prossimo futuro potrebbe rivelarsi turbolento.

I sacerdoti che desiderano rimanere fedeli a Nostro Signore Gesù Cristo dovrebbero essere mentalmente preparati al giorno in cui, licenziati per essersi rifiutati di collaborare (o dimessisi per non collaborare) con la Mafia della Lavanda, la Commissione Liturgica diocesana, una direttiva della cancelleria di dare la Comunione a chiunque si presenti (inclusi i "divorziati risposati" e le coppie omosessuali), ecc., non avranno altra scelta che lasciare il loro incarico e nascondersi. Dovrebbero avere a portata di mano un set completo di paramenti, messale d'altare e altri accessori necessari, in modo che anche loro possano essere degni di scrivere lettere come quelle che un tempo scrisse San Basilio Magno, mentre tramandavano la fede "ricevuta e approvata" dei Padri. Potrebbero, da un giorno all'altro, diventare come i missionari gesuiti nell'Inghilterra elisabettiana, se non con questa sinistra svolta: potrebbe non essere il governo laico a perseguitarli, ma quello ecclesiastico.

E i laici devono essere pronti a sostenerli in ogni fase del cammino: sostegno finanziario, sostegno morale, edifici, libri, logistica, qualunque cosa serva.

Tutti noi – laici, clero, religiosi – desideriamo essere in pace con i membri della gerarchia. Amiamo le loro anime, redente dal Sangue di Cristo, e preghiamo per la loro conversione come per la nostra, poiché nessun uomo vivente è senza peccato. Obbediremo loro in tutto ciò che riguarda il loro ufficio e che ci è richiesto, ma mai se si oppongono alla Fede, e mai se operano direttamente contro il bene dei fedeli riuniti da e per il culto divino tramandato attraverso i secoli.

Ci sono momenti in cui timidi dubbi sussurrati devono cedere il passo a un confronto aperto. A questo punto non è più possibile negare che viviamo in un'epoca di conflitto senza precedenti tra laici e gerarchia. L'eminente storico della Chiesa Roberto de Mattei parla di ciò che è troppo spesso necessario nella situazione odierna, ma anche di ciò che rimarrà sempre vero:

Non basta denunciare i pastori che demoliscono – o favoriscono la demolizione – della Chiesa. Dobbiamo ridurre al minimo indispensabile la nostra convivenza ecclesiastica con loro, come avviene in un accordo di separazione matrimoniale. Se un padre esercita violenza fisica o morale nei confronti della moglie e dei figli, la moglie, pur riconoscendo la validità del matrimonio stesso e senza chiederne l'annullamento, può chiedere la separazione per proteggere sé stessa e i figli. La Chiesa lo permette. Nel nostro caso, rinunciare alla convivenza abituale significa prendere le distanze dagli insegnamenti e dalle pratiche dei pastori malvagi, rifiutandosi di partecipare ai programmi e alle attività da loro promossi.

Ma non dobbiamo dimenticare che la Chiesa non può scomparire. Pertanto, è necessario sostenere l'apostolato dei pastori che rimangono fedeli agli insegnamenti tradizionali della Chiesa, partecipando alle loro iniziative e incoraggiandoli a parlare, ad agire e a guidare il gregge disorientato. È tempo di separarci dai pastori cattivi e di unirci a quelli buoni, all'interno dell'unica Chiesa in cui grano e zizzania vivono nello stesso campo (Mt 13,24-30), ricordando che la Chiesa è visibile e non può salvarsi senza i suoi legittimi pastori.(9)

San John Henry Newman elogiò i laici al tempo dell'eresia ariana per aver sostenuto la vera Chiesa tradizionale nonostante le numerose difficoltà che ne derivarono. Possa egli intercedere per noi mentre attraversiamo quella che il vescovo Athanasius Schneider ha descritto come la quarta e più grande crisi che la Chiesa cattolica abbia mai sperimentato.(10)




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Non dimenticate questa meravigliosa antologia degli scritti di Newman:
1 “ San Giovanni Enrico Newman, al cuore della Tradizione ”, sermone per la Messa solenne di ringraziamento per la canonizzazione di John Henry Newman, 9 ottobre 2019, pubblicato su Rorate Caeli, 13 ottobre 2019.
2 Ivi.
3 Appendice, Nota V, in The Arians of the Fourth Century, con introduzione e note di Rowan Williams (Notre Dame, IN: University of Notre Dame Press/Leominster: Gracewing, 2001), 445; disponibile anche online . Una prima versione di questa appendice fu pubblicata su The Rambler nel luglio 1859 come articolo di Newman "On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine".
4 Newman, 445–46. Per un eccellente commento, vedere la conferenza tenuta dal cardinale Walter Brandmüller con lo stesso titolo, il 7 aprile 2018, il cui testo completo è stato pubblicato con il titolo " Il cardinale Brandmüller mette in guardia i cattolici dal dare ascolto alla 'maggioranza' ma alla 'minoranza che vive veramente la fede' " , LifeSiteNews , 7 aprile 2018.
5 Newman, Ariani , 465–466.
6 Epistola 92, in Newman, Arians , 459.
7 Epistola 242, in Newman, Arians , 459–60.
8 Epistola 243, in Newman, Arians, 460.
9 Amore per il papato e resistenza filiale al papa nella storia della Chiesa (Brooklyn, New York: Angelico Press, 2019), 153–54.
10 Vedi Athanasius Schneider, con Diane Montagna, Christus Vincit: Il trionfo di Cristo sull'oscurità dell'epoca (Brooklyn, NY: Angelico Press, 2019), cap. 11, “La quarta grande crisi”.






Così la “Chiesa in uscita” ha distrutto i seminari. Storia di un disastro annunciato






02 set 2025

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by Aldo Maria Valli


Lettera dall’Argentina 


di El Wanderer

La scorsa settimana monsignor Sergio Buenanueva, vescovo di San Francisco in Argentina, sempre molto attivo sui social media, ha giustamente ricordato sul suo account X un testo di Leone XIV in cui il papa avvertiva che la mancanza di sacerdoti in Francia (ma il vescovo ha detto che la stessa cosa è per l’Argentina) è una grande disgrazia. Il vescovo, da buon pastore, ha ragione di preoccuparsi: la sua diocesi, che conta 250 mila fedeli, ha un solo seminarista, e ci vorranno anni o decenni prima che la cattedrale veda un’ordinazione sacerdotale. È confortante che un vescovo argentino sia allarmato da una situazione che drammatica non solo in quella diocesi ma in tutto il Paese. Il problema è in che in larga misura i responsabili della catastrofe sono proprio i vescovi argentini.

Molti diranno che non è giusto accusare i vescovi, perché il calo delle vocazioni è un fenomeno che si è verificato in tutta la Chiesa a partire almeno dagli anni Settanta. Tuttavia è anche vero che essi, a partire dagli anni Ottanta, si sono dedicati a sopprimere sistematicamente e a sterminare tutti i seminari che avevano numerose vocazioni e che, curiosamente, erano tutti di natura conservatrice. Al contrario, i seminari progressisti, nel frattempo, si sono svuotati. Infatti, negando l’evidenza della realtà, o peccando contro lo Spirito Santo, i vescovi hanno preferito lasciare che i seminari argentini si svuotassero piuttosto che permettere che quelli conservatori prosperassero. Hanno preferito portare il Paese al punto di non ritorno. Si sono rifiutati di accettare il fatto incontrovertibile che i giovani sono devoti a ideali “rigidi”, mentre non sono interessati, e tanto meno disposti a dedicare la propria vita, alla religione del “tutti, tutti, tutti”, della “Chiesa in uscita” e dell'”ospedale da campo”.

Diamo un’occhiata alla catastrofe in atto provocata dai vescovi argentini riguardo alle vocazioni sacerdotali.

Seminario arcidiocesano di Buenos Aires

È uno dei più antichi e importanti del Paese e nel 1930 contava 370 seminaristi. Gli abbandoni iniziarono nel 1955. Nel 1960 c’erano 156 seminaristi maggiori, 116 seminaristi minori e 44 in pre seminario. In quel decennio, a causa di alcuni correnti ideologiche, in particolare del Movimento sacerdotale per il Terzo Mondo, si verificarono numerose diserzioni e il seminario fu praticamente svuotato. Il pre-seminario e il seminario minore furono chiusi.

Attualmente solo trenta seminaristi vivono nell’edificio, che si estende su quattro isolati (nell’arcidiocesi, che ha una popolazione di 3.120.612 abitanti, il rapporto è di un seminarista ogni 104 mila abitanti). Gran parte dell’edificio storico è stata trasformata in un museo e sono disponibili visite guidate. Nel 2024 la biblioteca, una delle più prestigiose del Paese, è stata venduta in perdita.

Seminario conciliare di Córdoba


È il seminario più prestigioso dell’Argentina, fondato nel 1719. Come gli altri del Paese, entrò in crisi negli anni Sessanta, quando elementi sovversivi della teologia della liberazione e dei Sacerdoti per il Terzo Mondo fecero di Córdoba uno dei loro centri operativi, organizzando una rivolta di sacerdoti e laici che nel 1965 costrinse l’arcivescovo Castellano a dimettersi. Molti preti rimasero strettamente legati all’organizzazione armata peronista dei Montoneros.

Nel 1975, sotto la guida di padre Luis Alesio, iniziò un ripristino dell’ordine mediante un piano di studi, una formazione e una disciplina in linea con i desideri della Chiesa. Il seminario raggiunse così i duecento seminaristi, tra membri secolari dell’arcidiocesi e delle diocesi suffraganee e seminaristi di vari ordini religiosi. La tendenza continuò fino al 1983 circa, quando iniziò il declino, accentuatosi dal 1994 con il cambio dei professori e dei piani di formazione in senso progressista. Se nel 1997 rimanevano solo settanta seminaristi, riforme liberali e radicali del piano di formazione portarono praticamente allo svuotamento del seminario e attualmente, sotto la guida del cardinale gesuita Ángel Rossi, ci sono solo cinque seminaristi, provenienti da Córdoba, San Francisco e dalla prelatura del decano Funes, e altri cinque dalla diocesi di La Rioja. Un rapporto, per la regione, di un seminarista ogni mezzo milione di abitanti.

Seminario metropolitano dell’arcidiocesi di Santa Fe de la Vera Cruz


Ha operato dal 1865 al 1986, quando dovette chiudere a causa delle infiltrazioni marxiste e guerrigliere (avevano armi e fabbricavano molotov) causate dal Movimento sacerdotale per il Terzo Mondo. Ha riaperto nel 1978 e ha iniziato a crescere gradualmente fino ad avere circa cinquanta seminaristi, tutti provenienti dall’arcidiocesi, con una buona disciplina di vita e una solida formazione filosofica. A partire dal 2005, però, i piani di formazione sono stati modificati e la disciplina è stata liberalizzata, politica ulteriormente intensificata nel 2018. Attualmente ci sono solo dodici seminaristi di Santa Fe e due di Rafaela, e molti sono i seminaristi e i giovani sacerdoti che abbandonano.

Studiando le statistiche si osserva che all’inizio degli anni Ottanta il numero di seminaristi è aumentato rapidamente, per poi diminuire bruscamente. Cosa è successo nel frattempo? Semplice: c’è stata la liberalizzazione dei curricula e della disciplina di vita promossa da vescovi progressisti che avevano gradualmente sostituito quelli precedenti. E, parallelamente, è iniziata la persecuzione di quei (pochi) vescovi che decidevano di mantenere o fondare seminari con insegnamento classico. Diamo un’occhiata a questi casi.

Seminario arcidiocesano di Paraná

Nel 1972 l’arcivescovo Adolfo Tortolo di Paraná iniziò a riformare il suo seminario, che era stato invaso da sacerdoti di teologia della liberazione alleati con movimenti terroristici. Affidò la direzione a validi educatori conservatori e iniziò a organizzare il seminario secondo i documenti della Chiesa. Nel 1986 il seminario fu guidato dal vescovo coadiutore, il cardinale Estanislao Karlic, recentemente scomparso. A quel tempo contava centoventi seminaristi maggiori e altrettanti minori, ma Karlic dichiarò esplicitamente che la sua intenzione era quella di distruggere quel modello di formazione sacerdotale, e ci riuscì. I formatori di matrice tradizionale furono espulsi e sostituiti da altri docili alle nuove correnti teologiche promosse dal cardinale Karlic. In particolare, si iniziò a insegnare la teologia di Karl Rahner al posto di quella di san Tommaso. Così più di sessanta seminaristi lasciarono il seminario e altri furono espulsi. Attualmente, ci sono solo diciassette seminaristi, provenienti da due diocesi, e il seminario minore è stato chiuso a causa di scandali di abusi sessuali che hanno coinvolto il formatore, nominato dal cardinale Karlic.

Seminario arcidiocesano di La Plata


Nel 2012 il Seminario San José dell’arcidiocesi di La Plata contava novantasette seminaristi, ma nel 2015 iniziarono a essere esercitate pressioni sull’arcivescovo Héctor Aguer affinché sostituisse i formatori, ritenuti troppo tradizionali. Nel 2018, quando l’arcivescovo Aguer divenne emerito per raggiunti limiti di età e l’attuale cardinale Tucho Fernández assunse la carica di arcivescovo, il seminario fu completamente ristrutturato. In virtù delle politiche del nuovo ordinario, il numero dei seminaristi scese a quaranta e le diserzioni aumentarono. Attualmente, i seminaristi provenienti da La Plata (arcidiocesi che conta ben quattro vescovi) sono solo tre, che diventano sette con i quattro della diocesi di Mar del Plata.

Seminario diocesano di San Rafael


Fondato nel 1983 dal vescovo León Kruk in una delle diocesi più trascurate del Paese, fino al 2020 ha mantenuto una media di 30-40 seminaristi, con un ottimo livello accademico. Grazie a ciò, la diocesi, che conta poco più di trecentomila abitanti e 31 parrocchie, dispone di 106 sacerdoti (uno ogni 2.841 abitanti). Ma nel 2020, senza alcun motivo, il seminario è stato chiuso dal vescovo Eduardo Taussig, che si è giustificato dicendo di “eseguire gli ordini”. All’epoca, i seminaristi erano trentacinque, scesi poi a meno della metà. A causa della forte indignazione che la chiusura del seminario aveva suscitato tra i laici della diocesi, al vescovo Taussig fu chiesto di dimettersi, e il suo successore, il vescovo Domínguez, è stato costretto a dimettersi a sua volta, all’inizio di quest’anno, dopo essere stato accusato di grave disonestà. Attualmente i seminaristi sono nove.

I seminaristi della diocesi di Gregorio de Laferrere


Nel 2013, alla fine del mandato di monsignor Juan Horacio Suárez, presso il seminario San José di La Plata studiavano quindici seminaristi. Il nuovo vescovo, monsignor Gabriel Barba (attualmente vescovo di San Luis), li allontanò da La Plata, il cui seminario era da lui considerato troppo conservatore, e li inviò al seminario dell’arcidiocesi di Buenos Aires. Attualmente, ne rimane solo uno.

Diocesi di Santa Rosa a La Pampa


Nel 2008, quando il vescovo Rinaldo Fidel Brédice divenne emerito, nella diocesi (340 mila abitanti) erano sette i seminaristi diocesani che studiavano a San Luis. Con il cambio di vescovo, l’attuale cardinale Poli, furono rimossi e trasferiti altrove. Da quando gli ultimi sacerdoti formati a San Luis furono ordinati nel 2011, ci sono state solo tre ordinazioni. Attualmente, rimangono solo due seminaristi.

Questa è la situazione attuale delle vocazioni sacerdotali tra il clero diocesano in Argentina. La catastrofe non può essere giustificata solo affermando che il fenomeno è globale. Come si è visto, in larga misura i colpevoli sono stati i vescovi argentini, che per ideologia, invidia o cattiveria si sono sistematicamente dedicati a distruggere iniziative di successo. D’altra parte, due anni fa loro stessi si sono detti preoccupati per il fatto che ormai solo le realtà più tradizionali hanno ancora vocazioni.

elwanderer




Modernismo sociale, l’errore che sempre ritorna





Il fumo di Satana - Pubblicato 1 settembre 2025


La lettera apostolica Notre Charge Apostolique di San Pio X come bussola per discernere il presente.



di Ester Maria Ledda (01-09-2025)

Il 25 agosto scorso è ricorso il 115mo anniversario della Lettera apostolica di San Pio X intitolata Notre charge apostolique con la quale si condannava il modernismo sociale.

È triste che questa lettera apostolica non venga ricordata quanto merita, perché — a mio giudizio — è la chiave per comprendere gli errori che sono purtroppo diventati comuni dagli anni Sessanta del XX secolo e che probabilmente sono i più nefasti per la Dottrina sociale della Chiesa.

Profeticamente San Pio X condannava ciò che scrisse anni dopo Jacques Maritain nel suo celeberrimo libro Umanesimo integrale, ovvero l’edificazione di una nuova cristianità fondata non sulla Regalità sociale di Cristo ma sulla dignità della persona umana.

Uno degli errori della pastorale — anche sociale — contemporanea è proprio quello di dare la precedenza alla difesa della dignità della persona umana anziché occuparsi della salvezza della sua anima.

Del resto non bisogna mai dimenticare che il concetto cattolico di dignità della persona umana è agli antipodi di quello della modernità, come spiega San Pio X nella suddetta Lettera apostolica. Per la modernità la dignità deriva dalla liberazione, in particolare con tre emancipazioni: emancipazione politica, le persone dovrebbero governare se stesse; emancipazione economica, i lavoratori dovrebbero essere liberi dallo sfruttamento; emancipazione intellettuale, ognuno dovrebbe essere libero di pensare per sé senza che una casta dominante gli dica cosa credere.

È una visione di radicale uguaglianza e autonomia personale. E la reazione del Papa? La definì un “sogno pericoloso”. Questa ricerca della totale autonomia – sosteneva – non era affatto una via per la dignità, era una via per l’illusione, una fantasia che avrebbe lasciato l’umanità totalmente persa, senza una guida, e pronta ad essere divorata dall’errore e dalle passioni. Per la modernità — e il modernismo sociale — l’essere umano ideale è la persona autonoma, padrona di sé stessa, che obbedisce solo a sé stessa. Ma per il Papa, la vera dignità non si trovava nell’essere indipendenti, ma nell’umile obbedienza all’autorità di Dio, proprio come dimostrano i santi.

Un altro errore che San Pio X condannava nella Notre Charge Apostolique è ciò che oggi viene chiamata “fratellanza universale”. Essendo Dio il Creatore di tutti gli uomini, essi debbono collaborare fra di loro, indipendentemente dalla razza, dalla cultura e persino dalla religione, purché condividano il generoso ideale di rendere il mondo migliore per tutta l’umanità, non solo per la Chiesa. Questa attenzione al terreno comune è una pericolosa illusione. Non si può semplicemente avere una vera fratellanza — spiegava San Pio X — senza l’unità nella fede cattolica. Qualsiasi altro tipo di unità è solo un sentimento sterile, una bella sensazione in superficie, ma che non può assolutamente durare.

Attenzione, perché San Pio X denunciava come ingannevole e illusorio anche lo slogan preferito dei pastoralisti ed ecumenisti contemporanei: cercare ciò unisce, non ciò che divide. San Pio X non ha paura di usare parole forti per smascherare questo diabolico inganno: è un “miserabile tributario del grande movimento dell’apostasia”.

Il modernismo sociale è una nuova religione mondiale senza regole, senza gerarchia e senza verità: una minaccia diretta alla Chiesa Cattolica, perché vuole cercare di conciliare l’inconciliabile, cioè il Cattolicesimo con la modernità modellata dalla rivoluzione francese.

A questo diabolico progetto di creare una società totalmente nuova, una società del futuro costruita su nuovi principi che pensavano avrebbero portato a un incredibile progresso umano, la risposta del grande Papa santo e profeta fu categorica: non c’è bisogno di inventare una nuova società umana. Il progetto per la società perfetta, la civiltà cristiana, esiste già. La missione della Chiesa non è creare qualcosa di nuovo per l’umanità, ma restaurare in Cristo tutte le cose. Qualsiasi progetto sociale che non fosse esplicitamente e fondamentalmente cattolico è semplicemente destinato al fallimento. La civiltà non era qualcosa che si reinventa basandosi su vaghi ideali. È qualcosa che si deve ripristinare sulle solide fondamenta della Chiesa.

Quindi — concludo — per un cattolico adoperarsi prima per l’umanità e poi, forse, per la Chiesa, è una trappola da cui solo con la riscoperta dalla Dottrina sociale si può uscire.

Forse il nuovo papa è stato ispirato dall’Alto nella scelta del nome Leone.

(Fonte: Osservatorio Card. Van Thuan)






lunedì 1 settembre 2025

Leone XIV: una piccola enciclica sociale



(Foto: Masaccio – Web Gallery of Art: Skeudenn Info about artwork, wikimedia commons)


Di Stefano Fontana, 1 set 2025

Bisogna riconoscere che c’è molta attesa su come Leone XIV riprenderà la Dottrina sociale della Chiesa. Non per una vanitosa curiosità, né per saggiarlo su un tema delicato per la Chiesa di oggi date le varie pressioni che essa vive al proprio interno sul suo rapporto con il mondo, ma per il comprensibile desiderio che alla Dottrina sociale sia garantito il posto che le spetta. Da quando egli ha spiegato il significato del suo nome Leone, questa sana curiosità si è sviluppata, seguendo passo per passo i suoi pronunciamenti. Probabilmente sarà definitivamente soddisfatta in occasione di un qualche pronunciamento magisteriale solenne. Molte voci parlano di una sua prossima enciclica. Anche i suoi discorsi però offrono nel frattempo delle indicazioni molto interessanti. É successo anche ieri, in occasione di un discorso tenuto da Leone XIV ad una delegazione di rappresentanti politici e personalità civili della valle della Marne, diocesi di Créteil, in Francia. Nonostante lo spazio limitato di un discorso tutto sommato piuttosto breve, i riferimenti alla natura della Dottrina sociale della Chiesa e alcuni punti fondamentali di come anche oggi debba essere intesa dai fedeli cattolici impegnati nella società e nella politica sono stati di notevole rilevanza.

Papa Leone XIV ha prima di tutto sostenuto la necessità della “coerenza” tra la fede e le opere, tra ciò in cui si crede e le azioni che si compiono nel campo della vita pubblica, in altre parole, come si diceva una volta, tra il cristiano e il cittadino, escludendo che si possa essere qualche frattura o qualche contraddizione: «Non c’è separazione nella personalità di un personaggio pubblico: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. Ma c’è l’uomo politico che, sotto lo sguardo di Dio e della sua coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità!». Il motivo che fonda questa continuità è che un mondo più giusto «non può essere altro che un mondo più impregnato del Vangelo», sicché quanto possiamo fare di meglio, come cristiani, è «volgerci verso Cristo e chiedere il suo aiuto nell’esercizio delle nostre responsabilità». Il battezzato, ha detto il Papa, è animato dalla carità, che è un dono di Dio e una «forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone». Per questo motivo, rispondendo alla richiesta dei partecipanti di dare loro qualche consiglio, Leone ha detto: «Il primo — e il solo — che vi darei è di unirvi sempre più a Gesù, di viverne e di testimoniarlo».

Si noti che qui si dice nuovamente che “non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo”, come affermato nella Rerum novarum 134 anni fa. L’espressione con cui Papa Leone parla della Dottrina sociale della Chiesa è molto forte. Egli ha detto ai partecipanti all’incontro: «Siete dunque chiamati a rafforzarvi nella fede, ad approfondire la dottrina — in particolare la dottrina sociale — che Gesù ha insegnato al mondo, e a metterla in pratica nell’esercizio delle vostre funzioni e nella stesura delle leggi». La Dottrina sociale è nientemeno che quella che “Gesù ha insegnato al mondo”. Si tratta di una definizione di grande significato e fortemente impegnativa che ne richiama altre date in passato – “annuncio di Cristo” di Giovanni Paolo II, per esempio -, andando forse anche oltre.

È d’obbligo osservare che queste parole rifiutano la concezione “francese” di laicità, quella condensata nella famosa legge del 1905, e proprio in un discorso rivolto a cittadini francesi impegnati nella politica: “non è facile in Francia [non solo in Francia ormai, ci viene da precisare], per un eletto, a causa di una laicità a volte fraintesa, agire e decidere in coerenza con la propria fede nell’esercizio di responsabilità pubbliche”. La laicità fraintesa è quella che intende staccarsi da Gesù Cristo, rinunciando alla salvezza o pensando di darsela da sé.

Già, perché per Papa Leone «La salvezza che Gesù ha ottenuto con la sua morte e la sua resurrezione racchiude tutte le dimensioni della vita umana, quali la cultura, l’economia e il lavoro, la famiglia e il matrimonio, il rispetto della dignità umana e della vita, la salute, passando per la comunicazione, l’educazione e la politica». Il punto è importante: non solo il Creatore ha a che fare con la politica, ma anche il Salvatore. Ciò significa che Gesù Cristo, come Creatore, ci chiede di seguire la legge naturale, come una lingua che ci indica delle finalità naturali volute da Dio stesso ma non strettamente dipendenti dalla fede bensì accessibili a tutti, e come Salvatore ci chiede di evangelizzare la società, annunciandolo come unica Salvezza. Questo richiede non solo la coerenza personale dei fedeli impegnati nella società e nella politica nel rispetto della morale naturale, ma anche il riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa evangelizzante e santificante.

Nel discorso non si nasconde che i fondamenti della Dottrina sociale «sono sostanzialmente in sintonia con la natura umana, la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, persino i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e di difenderla con convinzione». Però Leone non si ferma qui e non intende la laicità come il piano della natura pura, che tollera le singole convinzioni dei cristiani ma non la presenza pubblica della religio vera. Che la Dottrina sociale sia “in sintonia” con la legge naturale e la comprenda in sé non significa che essa si riduca alla legge naturale. Né vuol dire che i cristiani in politica debbano testimoniare i valori morali umani e non Cristo stesso. Ciò non solo perché, come dice il Papa, solo dalla fede in Cristo Crocefisso viene «il coraggio di dire a volte «no, non posso!», quando è in gioco la verità». Ma soprattutto perché anche la morale naturale, nella pratica, non sta in piedi da sola senza Cristo salvatore.

In questo importante discorso il Papa ha toccato il principale problema della Chiesa di oggi circa i suoi rapporti con il mondo. Non ha fatto riferimento solo ad una presenza pubblica personale al seguito della propria retta coscienza, cosa che si può fare anche da soli e laicamente, ma ha richiamato la necessità di una presenza pubblica nella Chiesa e della Chiesa, perché la società mira alla giustizia, ma per arrivarci deve essere salvata.







L’essere come fondamento non imposto di politica e diritto







di Daniele Trabucco, 1 settembre 2025

Ogni autentica riflessione intorno al politico e al diritto deve, anzitutto, disporsi a una preliminare purificazione dello sguardo: se, infatti, si muove dal presupposto che politica e diritto siano creazioni dell’uomo, frutto di pura decisione, espressione di una volontà contingente o, peggio ancora, semplice effetto della forza o del numero, allora la riflessione si arresta su un piano inautentico, dove nulla è veramente fondato e tutto si riduce a flusso e a mutamento. Solo quando la ragione, liberata dal peso della contingenza e della pura utilità, si volge contemplativamente verso ciò che è, riconoscendo l’essere come principio anteriore e superiore a ogni scelta, essa può scorgere che politica e diritto non sono invenzioni, bensì partecipazioni. L’essere non è prodotto da alcuna volontà, non è il risultato di alcun patto, non è il frutto di alcun consenso, ma ciò che sussiste per necessità intrinseca, ciò che è e non può non essere: ogni ordine, pertanto, se vuole essere autentico, deve attingere qui la sua radice, altrimenti si riduce a pura parvenza, a maschera che nasconde il vuoto.

Se, allora, la politica non si radica nell’essere, essa si degrada in rappresentazione. Apparirà come potere, ma non governerà nulla; si mostrerà come autorità, ma non avrà alcuna autorità; si presenterà come custodia del bene comune, ma sarà solo gioco di parti, teatro di maschere, movimento di pupazzi che recitano un copione senza fondamento e che cambiano continuamente palcoscenico (ieri il Meeting di Rimini, oggi il Senato, domani la Camera, dopodomani Bruxelles etc.). Politica autentica è, invece, solo quella che si lascia misurare dall’essere, riconoscendo di non poter costruire nulla di solido se non a partire da ciò che è. Non si tratta di imporre dall’esterno un principio: si tratta, viceversa, di riconoscere ciò che già si dà, ciò che precede ogni atto della volontà. La politica, dunque, non istituisce l’ordine, lo accoglie; non inventa la giustizia, la contempla; non crea il potere, ma ne custodisce la misura originaria.

Lo stesso vale per il diritto. Se esso non si radica nell’essere e lo scopre (si veda il “Minosse” di Platone), se non traduce ed ordina nella dimensione normativa l’ordine già inscritto nella realtà, la legge perde la sua essenza. Una legge che non dice la verità non è legge, ma soltanto comando, imposizione arbitraria, violenza travestita da norma. Una legge autentica, invece, non è un atto della volontà che pretende di vincolare: è una rivelazione di ciò che è: essa non nasce dall’invenzione, ma dalla scoperta e vincola non perché imposta, ma perché vera. La verità, infatti, vincola più di qualsiasi forza, perché si impone da sé, senza necessità di essere imposta. Laddove il diritto si riduce a decisione arbitraria, cessa di essere misura comune e diventa strumento di dominio; laddove si radica nell’essere, diventa partecipazione condivisa all’ordine che precede ogni individuo.

Il fondamento dell’essere, proprio perché non prodotto dalla volontà, è universale e valido per tutti. Non ha bisogno di essere imposto, perché si manifesta come verità accessibile alla ragione libera. Non grava dall’esterno come un peso estraneo, ma si dona a chi sappia contemplarlo. L’essere non costringe, ma persuade; non opprime, ma illumina; non schiaccia, ma fonda. È principio che obbliga senza violenza, perché la violenza è propria solo di ciò che deve imporsi, mentre ciò che è non ha bisogno di forzare: la sua sola presenza si rivela come misura. Così, la politica che si fonda sull’essere non è dominio, bensì custodia; il diritto che si radica nell’essere non è imposizione, bensì rivelazione.

Dove, invece, l’essere viene obliato, la politica si degrada a pura tecnica amministrativa o a gioco di rappresentanza: gli uomini che vi partecipano diventano attori di un teatro vuoto, recitano ruoli che non hanno consistenza, sono pupazzi mossi da fili invisibili, tutti privi di vera autorità. Allo stesso modo, il diritto diventa semplice strumento di comando: la legge non misura più, ma comanda; non orienta, ma costringe; non rivela, ma nasconde. Così l’ordine si dissolve in una sequenza di decisioni mutevoli, la giustizia si riduce a calcolo, il bene comune si disgrega in interessi particolari.

Ora, il ritorno all’essere non è una regressione, dal momento che è l’unico movimento che consente alla comunità di non cadere nel nulla. Perché là dove la ragione si apre contemplativamente all’essere, essa riconosce che la politica non è invenzione, ma partecipazione; che la legge non è imposizione, ma scoperta; che il potere non è forza, ma servizio della verità. È in questo riconoscimento che il politico e il diritto riacquistano la loro dignità. Essi sono espressioni della giustizia e rivelazioni di ciò che è.

In questa luce si comprende che la comunità stessa non può fondarsi né sul consenso mutevole, né sull’interesse contingente, ma solo sull’essere che tutti precede e a tutti si offre. L’essere è, dunque, il solo fondamento autentico, universale, non imposto: perché è ciò che si impone da sé, vincolando nella libertà, obbligando nella verità, fondando senza costringere. Qui politica e diritto si uniscono come due forme complementari della stessa realtà: l’una orientata al bene comune, l’altra manifestazione della giustizia; entrambe opposte a ogni arbitrio, a ogni simulacro, a ogni imposizione.





La democrazia come figlia della Rivoluzione francese, il trionfo della contraddizione






01 set 2025


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by Aldo Maria Valli



di Daniele Trabucco*

La democrazia moderna, così come si afferma a partire dalla Rivoluzione francese, non è riducibile a una semplice configurazione istituzionale, dal momento che rappresenta un intero paradigma antropologico e teoretico: un modo nuovo di concepire l’uomo, il diritto e l’ordine politico. Essa nasce dall’atto rivoluzionario del 1789, che ha spezzato definitivamente il legame tra il potere politico e l’ordine trascendente, sostituendo all’idea classica di giustizia, radicata nell’essere delle cose e nell’ordine naturale, il mito dell’immanenza sovrana, cioè della volontà che si autodetermina come unico fondamento.

L’elemento centrale di questa trasformazione è la nascita dei cosiddetti “diritti umani”. Essi si presentano come universali e inviolabili, proclamati come valori assoluti, anteriori e superiori a ogni volontà politica contingente. Tuttavia, la loro pretesa universalità è frutto di un artificio logico: non essendo radicati nell’ordine dell’essere, ma derivando da un atto di dichiarazione, questi diritti dipendono interamente dalla volontà che li pone. Sono universali perché affermati come tali, non perché fondati su una verità ontologica che li preceda e li sostenga. In questo senso, la loro “inviolabilità” è illusoria: ciò che una volontà può proclamare come intangibile, un’altra volontà, con diversa sensibilità storica o politica, può modificare, restringere o cancellare. I diritti umani moderni, pertanto, sono assoluti nella forma, ma relativi nella sostanza; sono presentati come eterni, ma vivono della contingenza di chi li afferma.

L’art. 2 della Costituzione italiana vigente del 1948 esprime perfettamente questa ambiguità. Esso dichiara che la Repubblica “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, ma ciò che viene riconosciuto non è l’ordine naturale delle cose, bensì la concettualizzazione moderna dei diritti come pretese soggettive. Il verbo “riconosce” non ha il senso classico di un atto intellettivo che scopre e accoglie ciò che già è, quanto quello moderno di una ratifica politica di enunciazioni che trovano in se stesse la loro ragione. Non si tratta di una scoperta, bensì di una fondazione mascherata. In tal modo, l’art. 2 sancisce la stessa contraddizione che si trova nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: diritti che si dicono universali, ma che hanno senso solo nell’orizzonte di una volontà storicamente determinata, ossia di una decisione contingente.

Questa impostazione segna la distanza radicale dal giusnaturalismo classico. Per Aristotele, Tommaso d’Aquino e la tradizione della scolastica, il diritto naturale è intelligibile perché l’essere è intelligibile: la ragione riconosce nell’ordine delle cose delle finalità e dei limiti intrinseci e il diritto non è altro che l’adeguazione della condotta umana a tale ordine. I diritti moderni, invece, sono concepiti come indipendenti dall’essere e dalla natura, posti dalla soggettività emancipata, che si afferma come misura assoluta. La loro universalità, priva di radice ontologica, non è che una universalità dichiarata, ossia un atto di volontà “storica” che si pretende vincolante per tutti.

Tuttavia, un diritto che esiste solo perché proclamato dipende, nella sua stessa esistenza, dalla contingenza di chi lo proclama. Ne deriva l’aporia fondamentale della democrazia moderna. Essa si regge su diritti che vogliono essere universali ma che non lo sono se non in quanto imposti da una decisione politica. Vive di un paradosso permanente: assolutizzare ciò che è contingente, rendere eterno ciò che è storicamente determinato, proclamare come dato ciò che è posto. Così, i diritti umani non sono strumenti di accesso a un ordine naturale e trascendente, riducendosi ad enunciazioni autoreferenziali, il cui carattere vincolante dipende dalla mutevolezza delle maggioranze e dalle ideologie dominanti.

In questa prospettiva, la democrazia figlia della Rivoluzione francese appare come un sistema che si nutre delle proprie contraddizioni. Essa proclama libertà e uguaglianza, eppure la libertà assoluta si dissolve nell’omologazione e l’uguaglianza assoluta distrugge la differenza reale; afferma la sovranità popolare, ma questa è priva di fondamento ontologico e si riduce al calcolo numerico; rivendica l’universalità dei diritti, ma questi dipendono sempre e solo dalla contingenza della volontà.

La democrazia non è, dunque, la realizzazione della ragione politica, bensì il trionfo della contraddizione: un ordine che si presenta come universale pur restando prigioniero dell’immanenza e che proclama diritti inviolabili pur essendo sempre pronto a ridefinirli. Mi sarei aspettato (è ironico ovviamente) un discorso di questo tipo al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, non le banalità cui abbiamo purtroppo assistito. Del resto: queste piacciono perché rassicurano; le verità pesano perché obbligano a pensare.



*professore stabile di Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario San Domenico di Roma. Dottore di ricerca in Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università degli Studi di Padova