martedì 4 aprile 2023

Quando il buon senso è in tilt: «Ho partorito mia figlia ma sono suo padre».




«Ho partorito mia figlia ma sono suo padre. La legge non capisce che gli uomini partoriscono»

Per lo Stato Mattéo, nato donna, è un uomo, e Victorie, nata uomo, è una donna, ma la mamma di Avah resta Mattéo che ha portato avanti una gravidanza "naturale". Scoppia il caso legale, burocrazia francese (e buon senso) in tilt



Il 19 febbraio scorso all’ospedale Jacques-Coeur di Bourges è nata una bella bambina, Avah, 3.640 chili, 50 centimetri. La piccola sta benissimo, e sta bene anche il suo padre, Mattéo, che l’ha partorita. Non fosse per quell’avvilente indicazione che si è ritrovato sul libretto di famiglia, “madre”: colpa di un vuoto normativo, ha spiegato Mattéo, la legge non capisce che essere uomo, portare avanti una gravidanza e partorire un bambino è possibile.

La sua battaglia legale per mettere le cose a posto, diventare padre, consegnare la pecetta di madre alla compagna Victoire, nata uomo e senza il quale il concepimento di Avah non sarebbe stato possibile, è seguita con entusiasmo dal personale dell’ospedale, media e avvocati della coppia. Perché Avah non è una bambina qualunque, Avah è la prima figlia naturale di una coppia transgender di Francia. E come tale pronta a mettere «nei guai» lo status quo.


In Francia anche gli uomini partoriscono

Avete capito? No? Spieghiamo la vicenda: per stato civile e previdenza Mattéo, nato donna, è un uomo, e la sua compagna Victorie, nata uomo, è una donna. La loro figlia Avah è stata concepita alla maniera classica, spiegano a Le Berry républicain, e saprà la verità solo quando sarà maggiorenne. E cioè che per realizzare il loro sogno di genitorialità entrambi hanno dovuto sospendere per tre anni i rispettivi trattamenti ormonali. Tre anni di fatica, Victoire ha rimandato gli interventi chirurgici che avrebbero completato la sua transizione, e Mattéo si è sottoposto a un percorso ginecologico molto «duro fisicamente e psicologicamente».

Mattéo aveva capito «cosa non andava» fin da ragazzina: «A 18 anni ho detto alla mia famiglia che mi piacevano le donne. A 23 anni ho rivelato loro la mia identità trans e a 24 ho iniziato la mia transizione. Ho seguito il percorso ufficiale, con un follow-up psichiatrico obbligatorio». Victorie sospettava invece che «qualcosa non andasse» fin «dalla scuola elementare» (già «quando avevo due o tre anni, la mia famiglia pensava che sarei diventato gay!»), ma è a 16 anni che capisce “cosa” attraverso i video postati da una persona transgender «nella quale mi sono identificata. A 18 anni ho iniziato la mia transizione totale, passando per il cosiddetto percorso non ufficiale». Aveva iniziato la cura ormonale quando conobbe Mattéo, stesso percorso ma nella direzione opposta, «l’amore ha fatto il resto».


«I medici non volevano mettere incinta un uomo»


All’inizio i due hanno considerato il ricorso alla procreazione medicalmente assistita. «Abbiamo preso appuntamento in una clinica, ma alla fine ci hanno respinto, dicendoci che non potevano mettere incinta un uomo. Un’ora di viaggio andata e ritorno per niente!», ha commentato Victoire indignata. E così hanno fatto in altra maniera e ora lo stato civile di Mattéo ha mandato in tilt i software della burocrazia, mutua, previdenza, Caf (l’ente che eroga aiuti finanziari alle famiglie), la sua pratica resta bloccata.

Mattéo infatti è agli occhi della legge un uomo che ha diritto alla paternità, per gli impiegati del municipio di Bourges che hanno trascritto l’atto di nascita è un genitore, per il libretto di famiglia è una madre. Soprattutto è uscito allo scoperto per mostrare a «persone che potrebbero trovarsi in una situazione simile che “sì, è possibile avere un figlio e tutto va bene dal punto di vista medico”».


Per i transgender “madre” è il femminile di “padre”

Dopo il caso di Claire, padre trans che ha fatto causa all’anagrafe per essere riconosciuto come “madre” della figlia concepita con la moglie, la campagna pubblicitaria delle femministe di Mélenchon con l’uomo trans in dolce attesa e la battaglia legale di Bruno e Romain, “discriminati” dalla Caf che si era permessa loro di richiedere il certificato di gravidanza di quel bambino comprato da una surrogata per 130 mila euro, la storia di Mattéo e Victoire aggiorna la saga dell’attacco al materno in Francia.






Quella pazza voglia di religione degli atei



Il primo battesimo civile in Italia, promosso dall'UAAR che già propugnava lo "sbattezzo": combattono la Chiesa per poi sostituirla con una imitazione dei suoi stessi riti. Certo ateismo sembra così ossessionato da Dio da non poterne fare a meno.



RITI LAICI

EDITORIALI

Stefano Chiappalone, 04-04-2023

Tutto è compiuto, il “battesimo laico” è realtà nel piccolo comune di Massimeno, in provincia di Trento, dove la piccola Alice è stata laicamente accolta dal sindaco in municipio, ricevendo il vademecum dei diritti del neonato e diventando la beneficiaria di «questa nuova pratica di gentilezza rivolta ai nuovi nati» – così la descrive Alessandro Giacomini, consigliere comunale di Massimeno e referente dell’UAAR (Unione Atei Agnostici e Razionalisti) che vede realizzato l’auspicio da lui espresso a gennaio: «il tutto fa seguito alla mia presa di posizione, con risonanza mediatica nazionale, nel vietare il battesimo religioso ai neonati». Ora che il battesimo è fatto, «a quando comunione e cresima?», si chiede Il Primato nazionale.

A buon diritto Giacomini vanta la paternità dell’iniziativa (di cui è padre e, si direbbe visto il tema… padrino) che aveva annunciato in un ampio articolo apparso su Micromega il 24 gennaio, dal titolo eloquente: Perché bisognerebbe vietare il battesimo ai minori. Vietare il battesimo religioso, «se non a diciotto anni almeno fino ai dodici», perché considerato un condizionamento o addirittura un’imposizione, da sostituire con un rito laico, sull’esempio di altri Paesi nordeuropei. Proposta che l’autore stesso si riservava di presentare tramite mozione, in qualità di consigliere, nel proprio comune. E così è stato. Come faceva notare su queste pagine Tommaso Scandroglio, ci sarebbe una miriade di scelte che pure vengono naturalmente “imposte” al bambino (dalla scuola… al battesimo laico), ma nessuno vi troverebbe da ridire. Pare che il tanto sbandierato “sceglierà da grande” debba valere solo per la religione o forse contro la religione.

Quella intorno al battesimo è una battaglia “storica” dell’UAAR, che da svariati anni lancia campagne per lo “sbattezzo”, mediante moduli da presentare in parrocchia per chiedere la cancellazione dai registri battesimali. Non paghi di “sbattezzare”, ora vogliono battezzare a loro volta, imitando in qualche modo il rito che innesta nel Corpo Mistico di Cristo, con qualcosa di simile che segni l’ingresso nel corpo sociale. Animati dal fervore quasi missionario delle loro battaglie, dall’ansia di proselitismo laicista e infine anche da questi attacchi di “ritualismo”, il loro ateismo sembra caratterizzarsi contro Dio, piuttosto che senza Dio, e comunque ossessionato da Dio. Più che eliminare la religione, sembrano puntare a imporre la loro, quell’ateismo paradossalmente “religioso”.

Piaccia o meno, l’uomo è un “animale liturgico” e quando distrugge o abbandona gli altari della fede, ne erige di nuovi, perché qualunque cosa faccia o pensi, finisce sempre per doverla celebrare. Una delle nuove professioni che si vanno diffondendo anche in Italia è quella di celebrante laico o umanista (anche questa promossa dall’UAAR, che deve avere un vero e proprio debole per le liturgie). Si tratta di un professionista del “culto” che in occasione di matrimoni, unioni civili, esequie e altre ricorrenze svolge un ruolo a metà tra conduttore e officiante, valorizzando e personalizzando la cerimonia con letture, canti, gesti e quant’altro. Professione singolare perché il suo fine non è quello di regolare irregolarità insanabili davanti al prete (per quelle ora come ora basta il sindaco); né tantomeno un bel discorso o un elogio funebre (sarebbero più titolati a farlo amici, familiari o colleghi). Il suo fine è altro: è offrire una forma di culto a chi rifiuta il culto religioso.

Il mondo secolarizzato non può mai secolarizzarsi a tal punto da cancellare ogni traccia di “liturgia”, ricorrendo almeno a qualcosa che la ricordi, se non sconfinando in parodie o surrogati. Generalmente si ispirano proprio alla religione che si odia di più, cioè a quella cattolica, come la “comunione grillina” (e blasfema) inscenata nel 2016 a Torino da Beppe Grillo. Il comico-politico, mostrandosi peraltro “profetico” in tema di insetti a uso alimentare, dissacrava la Messa amministrando a esponenti del Movimento5Stelle dei grilli essiccati, con le parole «Questo è il mio corpo». E cos’altro sono le miriadi di “giornate nazionali” se non un riempimento laico del calendario da cui sono stati depennati i santi e le feste tradizionali? C’è una sorta di horror vacui che riguarda il sacro e che spinge sempre a riempire le nicchie lasciate vuote, come insegna il secolo dei Lumi, concluso e culminato con la Rivoluzione francese, quando laicité e razionalismo si inchinarono (e in senso anche devozionale) davanti ai nuovi culti della Ragione e dell’Essere Supremo, con tanto di feste, cortei e calendario.

Ci sono atei che proprio non possono fare a meno della religione. Non cessano di parlarne a ogni piè sospinto, di odiarla, di combatterla e infine... di imitarla. In fondo anche la loro è una religione.




Il cosiddetto "battesimo civile": tra gli esiti grotteschi della secolarizzazione




Eugenio Capozzi, 04-04-2023

Il cosiddetto "battesimo civile", messo in scena per la prima volta anche in Italia, sintetizza esemplarmente gli esiti grotteschi della secolarizzazione in Occidente.

Si cerca di cancellare ogni legame con Dio, con il trascendente, con il sacro dalla vita sociale, ma poi non si può fare a meno di creare cerimonie che scimmiottino liturgie, sacramenti, simboli cristiani, con effetti comici.

Nulla di nuovo sotto il sole, peraltro. Dalla prima, grande esplosione politica dell'irreligiosità in Europa - la fase giacobina della Rivoluzione francese - si cominciò a fare il verso blasfemo al cristianesimo con il culto della "dea ragione", e il positivismo proseguì su quella strada con la "religione dell'umanità" di Comte. Di questa imitazione rimase la statalizzazione - dunque relativizzazione e svalutazione - del matrimonio, con le note conseguenze sulla disgregazione dell'istituto familiare. E da essa originò una strabordante retorica civile nazionalistica e ideologica: bandiere, inni, monumenti. Tutto cristianesimo svuotato, contraffatto e tradito.



Oggi, nell'Occidente governato da élites apertamente scristianizzate, il relativismo woke spaccia l'idea di un trans-umano autodeterminato potenzialmente onnipotente, liberato da ogni dipendenza e dalla condizione creaturale. Ma poi puntualmente, in ogni occasione importante della vita individuale e collettiva, è costretto a ricorrere ancora a "surrogati" del sacro cristiano. Perché naturalmente l'essere umano non può rinunciare a ricercare il senso della realtà, della propria esistenza terrena, della propria razionalità e libertà nell'origine e nel destino assoluto che le trascendono.

Farebbero quasi tenerezza questi atei, laicisti, presunti "razionalisti" incapaci di vivere razionalmente nella secolarizzazione radicale da essi stessi sostenuta, nostalgici del Creatore che rinnegano, se non facesse rabbia la loro ipocrita arroganza.
D'altra parte, fin dal suo iniziatore e ispiratore, la ribellione a Dio non è in grado di creare niente, ma può solo imitare, deformandola, la Sua opera.






lunedì 3 aprile 2023

"Dottrina della scoperta": No, le culture non sono tutte uguali




Il recente documento vaticano che condanna la "Dottrina della scoperta", è decisamente problematico per le conseguenze nel giudizio sull'evangelizzazione dei popoli indigeni. Soprattutto contraddice il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sul rapporto tra Chiesa e cultura.



DOCUMENTO VATICANO
EDITORIALI

Stefano Fontana, 03-04-2023

Il 30 marzo scorso è stato pubblicato un documento di due dicasteri pontifici – quello della cultura/educazione e quello dello sviluppo umano integrale – sulla violenza esercitata nei confronti degli indigeni mediante l’esproprio delle loro terre, l’eliminazione delle loro culture, la negazione dei loro diritti.
Il breve documento è soprattutto focalizzato sulla cosiddetta “dottrina della scoperta”, secondo la quale la giurisprudenza dell’Ottocento legittimava l’esproprio delle terre abitate dagli indigeni da parte della potenza che le scopriva, però non può evitare di toccare, direttamente o meno, l’intero quadro dell’evangelizzazione delle nuove terre, soprattutto americane, condannando le politiche coloniali e di assimilazione e precisando che la “dottrina della scoperta” “non fa parte dell’insegnamento della Chiesa cattolica”.

Toccare in un solo punto una problematica tanto complessa e lanciare come un sasso nello stagno accuse, anche se velate, su temi così delicati contiene il pericolo di tralasciare qualcosa di importante con la conseguente accusa di parzialità. Credo che questo sia il caso anche del documento in questione, anche perché sembra che il suo intento sia prevalentemente pastorale, teso a promuovere un atteggiamento della Chiesa improntato “all’ascolto dei popoli indigeni” e al loro accompagnamento, con il pericolo di una condanna implicita e senza appello del passato.

Tra i vari aspetti del documento bisognosi di chiarimenti, vorrei soffermami qui sull’idea secondo cui tutte le culture sono uguali e nessuna può dirsi superiore alle altre. Il documento esprime questo concetto con le parole di Francesco: «Mai più la comunità cristiana potrà lasciarsi contagiare dall’idea che una cultura sia superiore alle altre».

Giovanni Paolo II ci aveva insegnato, fin dal suo discorso all’Unesco appena eletto papa, che le culture sono vie diverse che conducono alla natura umana. Con questo egli dava un criterio naturale – appunto la natura umana – per valutare le culture sia nella loro totalità sia su singoli loro aspetti particolari. Quindi ci possono essere delle culture che non rispecchiano le esigenze della natura umana e che su singoli punti possono considerarsi arretrate rispetto ad altre che invece lo fanno. È impossibile, data la situazione decaduta dell’umanità, che una cultura rispecchi completamente tutte le esigenze della natura umana al punto da poterla considerare “superiore” alle altre in questo senso. Ma è anche possibile che una cultura possa fornire alle altre qualcosa che esse non hanno e che questo non debba essere rubricato come assimilazionismo o colonialismo culturale. Questo va ammesso proprio per fondare in senso corretto il dialogo tra le culture.

Sempre Giovanni Paolo II ci aveva anche insegnato che la cultura di una nazione nasce dalla risposta al principale problema, il problema di Dio. Ciò significa che sulla base della risposta che viene data a questo problema le culture si differenziano perché rispondono in forme più o meno adeguate alla natura di Dio. Se da un lato questa prospettiva assegna una grande importanza alle religioni come matrici di cultura, dall’altra non considera le culture a matrice religiosa tutte uguali. Qui al criterio della natura umana si aggiunge quello della risposta al problema di Dio, che a sua volta influisce anche sul precedente: in cosa consista la natura umana dipende da chi è Dio. Una cultura atea non può essere messa sullo stesso piano di una cultura teista e una cultura pagana sullo stesso piano di una cultura che ha alla base una visione trascendente e personale di Dio.

La questione delle culture è di grande importanza per il loro rapporto con il cristianesimo. Se le culture sono tutte uguali, allora, come dice il documento che stiamo esaminando, bisogna semplicemente rispettarle. In questa prospettiva si deve negare che quella della Chiesa cattolica sia pure essa una cultura, bisogna negare che questa cultura abbia una funzione di “purificazione” delle culture e bisogna negare che nelle culture primitive ci siano elementi da purificare. Siccome tradizionalmente questi elementi guidavano la “inculturazione” del cristianesimo bisogna cambiare questo concetto e trasformarlo nella forma dell’accoglienza e dell’accompagnamento.

Però Ratzinger/Benedetto XVI ha più volte affermato che anche quella della Chiesa è una cultura e il cristiano deve sapere che, entrando in essa, entra in una cultura, dato che il Corpo di Cristo nella storia non può starne senza. Ha poi ricordato che le culture dei popoli indigeni erano colme di convinzioni e di pratiche che schiavizzavano l’uomo e che il compito del cristianesimo era di “purificarle” liberandole da questi orrori. Infine, Benedetto XVI diceva che l’inculturazione non significava prendere le culture indigene così come sono e pensare di trovare in esse spunti per rivedere la fede cristiana.

Del resto, è proprio l’evangelizzazione delle Americhe [vedi QUI] a dimostrare che le culture non sono tutte uguali. C’è una grande differenza tra l’evangelizzazione dell’America latina e quella dell’America settentrionale, guidate l’una dal cattolicesimo e l’altra dal protestantesimo: «A differenza di Francia e Inghilterra, a differenza del colono nordamericano che non si preoccupava dell’evangelizzazione degli indigeni ma, al contrario, li considerava esseri inferiori e non esitava a sterminarli, la missione evangelizzatrice della Spagna, che bandì il cannibalismo, l’incesto e la poligamia, e altri vizi radicati in queste società precolombiane, era più missionaria che conquistatrice, più morale che mercantile e più generosa che ambiziosa» (Daniel Passaniti).




LITURGIA: Lunedì Santo






da “L’anno liturgico” di dom Prosper Guéranger

Il fico maledetto


Gesù si reca anche oggi a Gerusalemme, di buon mattino, coi discepoli. Partì digiuno, e il Vangelo ci dice ch’ebbe fame durante il tragitto (Mt 21,18). S’avvicinò ad un fico; ma questo albero non aveva che foglie. Allora Gesù, volendoci dare un insegnamento, maledisse quel fico, che inaridì all’istante. Voleva significare con tale castigo la sorte di coloro che hanno solo dei buoni desideri, sui quali però non si coglie mai il frutto della conversione. Non era meno incisiva l’allusione a Gerusalemme; questa città tanto zelante per l’esteriorità del culto divino aveva il cuore cieco e duro, tanto che fra poco rigetterà e metterà in croce il Figlio del Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe.

La giornata trascorse in gran parte nel Tempio, ove Gesù ebbe lunghe discussioni coi prìncipi dei sacerdoti e con gli anziani del popolo; e parlò con più forza che mai, sventando le insidie delle loro questioni. Si può vedere, specialmente nei capitoli 21, 22, 23 di san Matteo, il dettaglio dei discorsi del Signore, che diventando sempre più veementi, con energia sempre crescente denunciano ai Giudei la loro infedeltà e la terribile vendetta da essa provocata.

Il castigo di Gerusalemme


Infine, Gesù uscì dal Tempio e si diresse verso Betania. Giunto sul monte degli Olivi, dal quale si dominava la città, si sedette un po’. I suoi discepoli approfittarono di questo momento di riposo per domandargli in qual tempo si dovevano avverare i castighi da lui ora predetti contro il Tempio. Allora Gesù, riunendo in uno stesso quadro profetico il disastro di Gerusalemme e la distruzione del mondo alla fine dei tempi, essendo la prima di queste calamità la figura della seconda, annunciò ciò che accadrà quando sarà colma la misura del peccato. Per quanto concerne la rovina di Gerusalemme in particolare, ne fissò la data con queste parole: “In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto ciò non avvenga” (Mt 24,34). Infatti, solo dopo appena quarant’anni l’esercito romano, accorso per sterminare il popolo deicida, minacciava dall’alto dello stesso monte degli Olivi, e dallo stesso posto dove oggi è seduto Gesù, l’ingrata e sdegnosa Gerusalemme. Gesù, dopo aver parlato ancora a lungo sul giudizio divino, che un giorno dovrà revisionare tutti i giudizi degli uomini, rientra in Betania per consolare con la sua presenza il cuore afflitto della sua santissima madre.

Oggi la Stazione, a Roma, è nella chiesa di S. Prassede. Questa chiesa, nella quale, nel IX secolo, il Papa san Pasquale I depose duemila e trecento corpi di Martiri estratti dalle Catacombe, possiede la colonna alla quale fu legato Nostro Signore durante il supplizio della flagellazione, un’insigne reliquia della Croce, tre spine della santa Corona date da san Luigi e le reliquie di san Carlo Borromeo.

LETTURA (Is 50,5-10)


In quei giorni: Isaia disse: Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio, ed io non resisto, non mi ritiro indietro. Ho abbandonato il mio corpo ai flagellatori, le mie guance a chi mi strappava la barba, non ho allontanata la faccia da chi mi oltraggiava e da chi mi sputacchiava. Il Signore Dio è mio aiuto, per questo non sono stato confuso, per questo ho ridotto la mia faccia come pietra durissima, e so di non rimanere confuso. Mi sta vicino colui che mi giustifica: chi mi contraddirà? Presentiamoci insieme! Chi è il mio avversario? Si accosti a me! Ecco, il Signore Dio è mio aiuto. Chi è che possa condannarmi? Ecco tutti saran consumati come un vestito, li mangerà la tignola. Chi è tra voi che tema il Signore e ascolti la voce del suo servo? Chi cammina nelle tenebre ed è senza luce speri nel Signore e a lui s’appoggi.

Le prove del Messia


Oggi è Isaia, questo Profeta così preciso ed eloquente dei dolori del Messia, che ci rivela le sofferenze del Redentore e la pazienza che oppone agl’iniqui maltrattamenti dei suoi nemici. Accettata la missione di Vittima universale, Gesù non indietreggia davanti a nessun dolore, a nessuna umiliazione. “Non ritira la sua faccia da chi la schiaffeggia e la copre di sputi”. Quali riparazioni non dobbiamo fare alla sovrana Maestà che, per salvarci, s’è esposta a simili oltraggi? Guardate come sono vigliacchi e crudeli i Giudei, che non tremano più davanti alla loro vittima! Prima, nell’Orto degli Olivi, una sola parola della sua bocca li fa cadere tramortiti al suolo; ma poi si lascia legare e trascinare in casa del gran sacerdote. Lo si accusa, elevando schiamazzi; ed egli, a mala pena, risponde qualche parola. Gesù di Nazaret, il dottore, il taumaturgo, ha perduto ogni prestigio; tutto è lecito osare contro di lui. Alla stessa maniera si tranquillizza il peccatore, quando sente scoppiare la folgore che non lo fulmina. Ma i santi Angeli si sprofondano nel loro nulla, davanti all’augusto volto che quei miserabili hanno contuso ed imbrattato; pure noi prostriamoci con essi e propiziamolo, perché anche i nostri peccati hanno maltrattato la divina vittima.

Ma ascoltiamo le ultime parole del nostro Salvatore, e ringraziamolo. “Chi cammina nelle tenebre, egli dice, ed è senza luce, speri nel Signore”. Questi è il pagano, che vive affogato nel vizio e nell’idolatria ed ignora ciò che succede in questo momento a Gerusalemme; egli non sa che la terra possiede un Uomo-Dio, e che questo Uomo-Dio è, in questa medesima ora, messo sotto i piedi da un popolo che aveva eletto e colmato di favori; ma presto la luce del Vangelo arriverà ad illuminare coi suoi raggi l’infedele, il quale crederà, si sottometterà, ed amerà il suo liberatore fino a rendergli vita per vita, sangue per sangue. Allora s’avvererà la profezia dell’indegno pontefice che, suo malgrado, annunciò la salvezza dei Gentili mediante la morte di Gesù; predisse, nei suoi ultimi giorni, che questa morte stava per unire in un’unica famiglia i figli di Dio dispersi sulla faccia della terra.

VANGELO (Gv 12,1-9)


Sei giorni prima di Pasqua Gesù andò a Betania, dov’era Lazzaro, il morto che Gesù aveva risuscitato. Ed ivi gli fecero una cena: e Marta serviva a tavola: Lazzaro poi era uno dei commensali. Or Maria, presa una libbra d’unguento di nardo puro e di pregio, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò coi suoi capelli, e la casa fu ripiena del profumo d’unguento. Disse allora uno dei suoi discepoli, Giuda Iscariota, il quale stava per tradirlo: E perché tale unguento non si è venduto per trecento denari e dato ai poveri? Ciò disse, non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro, e tenendo la borsa, portava via quel che ci mettevan dentro. Disse adunque Gesù: Lasciatela fare: e ciò le valga pel giorno della mia sepoltura. Ché i poveri li avete sempre con voi, me però non sempre mi avrete. Or molta gente dei Giudei venne a sapere come Gesù fosse in Betania, e vi andarono non per Gesù soltanto, ma anche per vedere Lazzaro, da lui risuscitato da morte.

L’unzione di Betania


Abbiamo già notato che il fatto evangelico ora letto si riferisce al Sabato, vigilia della Domenica delle Palme, e fu inserito nella Messa odierna, perché anticamente questo Sabato mancava della Stazione. La santa Chiesa ha voluto attirare la nostra attenzione su questo episodio degli ultimi giorni del Redentore, per farci cogliere l’insieme delle circostanze che si verificano in quel momento intorno a lui.

Maria Maddalena, la cui conversione era, qualche giorno fa, l’oggetto della nostra ammirazione, occupa un posto nelle scene della Passione e della Risurrezione del suo Maestro. Tipo dell’anima purificata, e quindi ammessa ai favori celesti, c’interessa seguirla nelle diverse fasi che la grazia divina le fa percorrere. L’abbiamo vista seguire i passi del Salvatore e soccorrerlo nei suoi bisogni; altrove il santo Vangelo ce la fa vedere preferita a Marta sua sorella, per aver scelto la parte migliore; nei giorni in cui siamo, ella soprattutto c’interessa per il suo tenero attaccamento a Gesù. Ella sa che lo cercano per farlo morire: e lo Spirito Santo, che la conduce interiormente attraverso stati sempre più perfetti che si susseguono in lei, vuole che oggi compia una funzione profetica in ciò ch’ella teme maggiormente.

Dei tre doni offerti dai Magi, uno significava la morte del Re divino, che questi uomini fedeli erano venuti a salutare dal lontano Oriente: era la mirra, un profumo funerario che fu adoperato con tanta profusione nella sepoltura del Signore. Abbiamo visto la Maddalena, nel giorno della sua conversione, testimoniare il suo mutamento di vita con l’effusione del suo più prezioso profumo sui piedi di Gesù. Oggi ella ricorre ancora una volta a questo segno del suo amore. Il suo divin Maestro è a tavola in casa di Simone il Lebbroso; Maria sta con lui, come anche i discepoli; Marta attende a servirli; tutto è calmo nella casa; ma tristi presentimenti si nascondono nei loro cuori. All’improvviso compare la Maddalena, recando tra le mani un vaso ripieno d’unguento di nardo, del più pregevole. Si accosta a Gesù, s’attacca ai suoi piedi e li unge con quel profumo; ed anche questa volta li asciuga coi suoi capelli.

Gesù stava adagiato sopra uno di quei divani che adoperano gli Orientali, quando pranzano nei festini; era dunque agevole, per la Maddalena, arrivare ai piedi del Maestro. Due degli Evangelisti, di cui san Giovanni ha voluto completare la narrazione troppo succinta, ci dicono ch’ella sparse l’odoroso unguento anche sul capo del Salvatore. La Maddalena sentì, forse, in questo momento, tutta la grandezza dell’azione che lo Spirito divino le ispirava? Il Vangelo non lo dice; ma Gesù ne rivelò il mistero ai discepoli; e noi, che abbiamo raccolte le sue parole, apprendiamo da questo fatto che la Passione del Redentore è, per così dire, incominciata, poiché la Maddalena l’ha già imbalsamato per la tomba.

L’odore soave e penetrante del profumo aveva riempito tutta la sala. Allora uno dei discepoli, Giuda Iscariota, ardisce protestare contro ciò ch’egli chiama uno sperpero. La bassezza di quest’uomo e la sua avarizia l’hanno reso indelicato e senza pudore. Ma intanto anche la voce di altri discepoli s’unisce alla sua: tanto erano ancora volgari i loro sentimenti! Gesù permette tale indegna protesta per diversi motivi: prima di tutto per annunciare prossima la sua morte a coloro che lo circondavano, svelando loro il segreto manifestato con questa effusione di profumo sul suo corpo; poi anche per glorificare la Maddalena, che aveva un amore così tenero ed insieme così ardente. Difatti annunciò allora che la fama di questa illustre santa si sarebbe propagata per tutta la terra, lontano, ovunque fosse penetrato il Vangelo. Infine, Gesù intendeva consolare fin d’allora quelle anime pie che, mosse dal suo amore, avrebbero profuse larghezze intorno ai suoi altari, e rivendicare le meschine critiche cui spesso sarebbero andate incontro.

Raccogliamo questi divini insegnamenti e procuriamo d’onorare amorosamente Gesù nella sua persona e nei suoi poveri. Onoriamo anche la Maddalena, e seguiamola, quando fra breve la vedremo così assidua al Calvario ed al Sepolcro. Infine, prepariamoci ad imbalsamare il nostro Salvatore, mettendo insieme per la sua sepoltura la mirra dei Magi, che figura la penitenza, ed il prezioso nardo della Maddalena, che rappresenta l’amore generoso e compassionevole.

PREGHIAMO

Aiutaci, o Dio nostro Signore, e concedici di venire con gioia a celebrare i benefici, coi quali ti sei degnato rinnovarci.






domenica 2 aprile 2023

Seconda Domenica di Passione Domenica delle Palme






domenica 2 aprile 2023


Con la Domenica delle Palme, Domenica dell'Osanna o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione e Ascesa al cielo.


Seconda Domenica di Passione
Domenica delle Palme



Ant.
- Matt. 21, 9 - Hosánna fílio David: benedíctus qui venit in nómine Dómini. Rex Israël: Hosánna in excélsis. Matt. 21, 9 - Osanna, o figlio di Davide: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. O Re di Israele: Osanna nell’alto dei cieli.


La partenza da Betania.


Di primo mattino, Gesù lascia a Betania Maria sua madre, le due sorelle Marta e Maria Maddalena, con Lazzaro, e si dirige a Gerusalemme in compagnia dei discepoli. Trema la Vergine, nel vedere così il Figlio avvicinarsi ai suoi nemici, che bramano versare il suo sangue; però oggi, Gesù, non va incontro alla morte a Gerusalemme, ma al trionfo. Bisogna che il Messia, prima d'essere sospeso alla croce, sia, in Gerusalemme, proclamato Re dal popolo; e che di fronte alle aquile romane, sotto gli occhi dei Pontefici e dei Farisei rimasti muti per la rabbia e lo stupore, la voce dei fanciulli, mescolandosi con le acclamazioni della cittadinanza, faccia echeggiare la lode al Figlio di David.


Avveramento della Profezia.


Il profeta Zaccaria aveva predetta l'ovazione preparata dalla eternità al Figlio dell'uomo, alla vigilia delle sue umiliazioni: "Esulta grandemente, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme; ecco viene a te il tuo Re, il Giusto, il Salvatore: egli è povero, e cavalca un'asina e un asinello" (Zc 9,9). Vedendo Gesù ch'era venuta l'ora del compimento di questo oracolo, prende in disparte due discepoli, e comanda loro di portargli un'asina ed un puledro d'asina che troveranno poco lontano di lì. Mentre il Signore giungeva a Betfage, sul monte degli Olivi, i due discepoli s'affrettano ad eseguire la commissione del loro Maestro.
I due popoli.

I santi Padri ci han data la chiave del mistero di questi due animali. L'asina figura il popolo giudeo sottoposto al giogo della Legge; "il puledro sul quale, dice il Vangelo, nessuno è ancora montato" (Mc 11,2), rappresenta la gentilità, non domata da nessuno fino allora. La sorte di questi due popoli sarà decisa da qui a pochi giorni: il popolo giudaico, per aver respinto il Messia, sarà abbandonato a se stesso e in suo luogo Dio adotterà le nazioni che, da selvagge che erano, diventeranno docili e fedeli.


Il corteo del trionfo.


I discepoli stendono i mantelli sull'asinello; allora Gesù, perché fosse adempita la figura profetica, monta su quell'animale (ivi 11,7) e s'accinge così ad entrare nella città. Nel contempo si sparge la voce in Gerusalemme che arriva Gesù. Mossa dallo Spirito divino, la moltitudine dei Giudei, convenuta d'ogni parte nella santa città per celebrare la festa di Pasqua, esce ad incontrarlo, agitando palme e riempiendo l'aria di evviva. Il corteo che accompagnava Gesù da Betania si confonde si confonde con quella folla trasportata dall'entusiasmo: ed alcuni stendono i loro mantelli sulla terra che Gesù dovrà calcare, altri gettano ramoscelli di palme al suo passaggio. Echeggia un grido: Osanna! E la grande nuova per la città è, che Gesù, figlio di David, vi sta facendo il suo ingresso come Re.


Regalità del Messia.


In tal modo Dio, con la potenza che ha sui cuori, approntò un trionfo al Figliol suo in questa città, che di lì a poco doveva a gran voce reclamare il suo sangue. Questo giorno fu un momento di gloria per Gesù; e la santa Chiesa vuole che tutti gli anni noi rinnoviamo tale trionfo dell'Uomo-Dio. Al tempo della nascita dell'Emmanuele, vedemmo arrivare i Magi dal lontano Oriente e cercare e chiedere, in Gerusalemme, del Re dei Giudei per offrirgli i loro doni; oggi è la stessa Gerusalemme che si muove al suo incontro. Questi due fatti sono in rapporto ad un unico fine: riconoscere la regalità di Gesù Cristo: il primo da parte dei Gentili, il secondo da parte dei Giudei. Mancava che il Figlio di Dio, prima di soffrire la Passione, ricevesse l'uno e l'altro omaggio insieme: e l'iscrizione che presto Pilato farà collocare sul capo del Redentore, Gesù Nazareno, Re dei Giudei, esprimerà il carattere indispensabile del Messia. Invano i nemici di Gesù si sforzeranno in tutti i modi di far cambiare i termini di quella scritta; non ci riusciranno. "Quel che ho scritto ho scritto", risponderà il governatore romano, che, senza saperlo, di sua mano dichiarò l'adempimento delle Profezie. Oggi Israele proclama Gesù suo Re; domani Israele sarà disperso in punizione del suo rinnegamento; ma Gesù da lui oggi proclamato Re, tale rimane nei secoli. Così s'adempiva esattamente l'oracolo dell'Angelo che parlò a Maria, annunciandole le grandezze del figlio che doveva nascere da lei: "Il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe" (Lc 1,32-33). Oggi comincia Gesù il suo regno sulla terra; e se il primo Israele non tarderà a sottrarsi al suo scettro, un nuovo Israele, sorto dalla porzione fedele dell'antico, e formato da tutti i popoli della terra, offrirà a Cristo un impero più vasto, che mai conquistatore sognò.
Tale è il mistero glorioso di questo giorno, in mezzo alla tristezza della Settimana dei dolori. La santa Chiesa oggi vuole che siano sollevati i nostri cuori da un momento di allegrezza, e che salutiamo Gesù nostro Re. Ella ha perciò disposto il sevizio divino di questa giornata, in modo da esprimere insieme la gioia, unendosi agli evviva che risuonarono nella città di David; la tristezza, tornando subito a gemere sui dolori del suo Sposo divino. Tutta la funzione è suddivisa come in tre atti distinti, di cui successivamente spiegheremo i misteri e le intenzioni.


La benedizione delle palme.


La benedizione delle palme, o dei rami, è il primo atto che si svolge sotto i nostri occhi; e se ne può giudicare l'importanza dalla solennità di cui fa pompa la Chiesa. Si disse per tanto tempo, che il Sacrificio veniva offerto con l'unico intento di celebrare l'anniversario dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. L'Introito, la Colletta, l'Epistola, il Graduale, il Vangelo e lo stesso Prefazio si succedevano come a preparare l'immolazione dell'Agnello senza macchia; ma arrivati al triplice: Sanctus! Sanctus! Sanctus! la Chiesa sospendeva queste formule solenni, e per mezzo dei suo ministro procedeva alla santificazione dei rami che sono lì accanto.
Dopo la recente riforma, appena cantata l'antifona Osanna, questi rami, oggetto della prima parte della funzione, ricevono, in virtù di una sola preghiera seguita dall'incensazione e dall'aspersione di acqua benedetta, una forza che li eleva all'ordine soprannaturale e li rende capaci di santificare le anime, di proteggere i nostri corpi e le nostre case. Durante la processione, i fedeli devono tenere rispettosamente in mano questi rami e portarli poi nelle loro case come segno della loro fede e promessa dell'aiuto divino.


Antichità del rito.


È superfluo spiegare al lettore, che le palme ed i ramoscelli di olivo che ricevono in questo momento la benedizione della Chiesa, stanno a ricordare quelle con le quali il popolo di Gerusalemme onorò l'entrata trionfale del Salvatore; ma è opportuno aggiungere qualche parola sull'antichità di questa tradizione. Essa cominciò presto in Oriente, probabilmente dalla pace della Chiesa a Gerusalemme. Nel IV secolo san Cirillo, vescovo di questa città, pensava che ancora esistesse nella valle del Cedron il palmizio che fornì i rami al popolo che andò incontro a Gesù (Catechesi, x); quindi, niente di più naturale che prendere da ciò occasione per istituire una commemorazione anniversaria di questo avvenimento. Nel secolo seguente si vede questa cerimonia, non solo fissata nelle chiese d'Oriente, ma anche nei monasteri, di cui erano popolate le solitudini dell'Egitto e della Siria. Arrivata la Quaresima, molti santi monaci ottenevano il permesso dal loro abate d'internarsi nel deserto, per passare questo tempo in un profondo ritiro; ma dovevano rientrare al monastero per la Domenica delle Palme, come sappiamo dalla vita di sant'Eutimio, scritta dal suo discepolo Cirillo. In Occidente, questo rito non si stabilì così presto; la prima traccia la riscontriamo nel Sacramentarlo di san Gregorio: il che equivale alla fine del VI secolo, od all'inizio del VII. Man mano che la fede si propagava verso il Nord, non era più possibile solennizzare tale cerimonia in tutta la sua integrità, poiché in quei climi non crescevano né palmizi né oliveti. Fu giocoforza sostituirli con rami d'altri alberi; però la Chiesa non permise di cambiare nulla delle orazioni che erano prescritte nella benedizione di questi rami, perché i misteri che si espongono in queste belle preghiere si fondano sull'olivo e sulla palma del racconto evangelico, figurati dai nostri rami di bossolo o di lauro.


La processione.


Il secondo rito di questa giornata è la celebre processione che segue alla benedizione delle palme. Essa ha lo scopo di rappresentare al vivo l'avvicinarsi del Salvatore a Gerusalemme ed il suo ingresso in quella città; appunto perché nulla manchi all'imitazione del fatto descritto nel santo Vangelo, le palme benedette vengono portate da tutti quelli che prendono parte a detta processione. Presso i Giudei, tenere in mano dei rami d'albero significava allegria; e la legge divina sanzionava loro quest'uso. Dio aveva detto nel libro del Levitino, stabilendo la festa dei Tabernacoli: "Nel primo giorno prenderete i frutti dell'albero più bello, dei rami di palma e dell'albero più frondoso, dei salici del torrente, e vi rallegrerete dinanzi al Signore Dio vostro" (Lv 23,40). Fu dunque con l'intenzione di manifestare l'entusiasmo per l'arrivo di Gesù fra le loro mura, che gli abitanti di Gerusalemme, compresi i bambini, ricorsero a tale gioiosa dimostrazione. Andiamo incontro anche noi al nostro Re, e cantiamo Osanna al vincitore della morte ed al liberatore del suo popolo.
Nel Medio Evo, in molte chiese, si portava in processione il libro dei santi Vangeli, che per le parole che contengono rappresentano Gesù Cristo. A un punto stabilito e preparato per una stazione, la processione si fermava: allora il diacono apriva il sacro libro e cantava il passo ov'è narrato l'ingresso di Gesù in Gerusalemme. Quindi si scopriva la croce, fino allora rimasta velata; e tutto il clero veniva a prostrarsi solennemente in adorazione, depositando ciascuno ai suoi piedi un frammento di ramoscello che teneva in mano. Poi la processione ripartiva preceduta dalla croce, che rimaneva senza velo, fino a che il corteo non fosse rientrato in chiesa.
In Inghilterra e in Normandia, nell'XI secolo, si praticava un rito che rappresentava ancora più al vivo la scena di questo giorno a Gerusalemme. Alla processione veniva portata in trionfo la santa Eucaristia. Difatti a quest'epoca era scoppiata l'eresia di Berengario contro la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia; ed un tale trionfo della sacra Ostia doveva essere un lontano preludio dell'istituzione della Festa e della Processione del Ss. Sacramento.
A Gerusalemme, nella Processione delle Palme, si pratica anche un'altra usanza, sempre allo scopo di rinnovare la scena evangelica. L'intera comunità dei Francescani, che sta alla custodia dei luoghi sacri, si reca di mattina a Betfage, ove il Padre Guardiano di Terra Santa, in abiti pontificali, monta un asinello adorno di vestiti e, accompagnato dai religiosi e dai cattolici di Gerusalemme, tenendosi tutti in mano la palma, fa l'ingresso nella città e smonta alla porta della chiesa del Santo sepolcro, dove si celebra la Messa con la maggiore solennità.
Abbiamo qui riuniti, secondo il nostro costume, i differenti fatti che possono servire ad elevare il pensiero dei fedeli ai diversi misteri della Liturgia. Queste manifestazioni di fede li aiuteranno a comprendere come nella Processione delle Palme, la Chiesa intenda onorare Gesù Cristo, presente al trionfo che oggi gli tributa. Cerchiamo dunque con amore "quest'umile e mite Salvatore che viene a visitare la figlia di Sion", come dice il Profeta. Egli è qui in mezzo a noi: a lui s'indirizzi l'omaggio delle nostre palme, insieme a quello dei nostri cuori; egli viene a noi per diventare nostro Re: accogliamolo anche noi, dicendo: Osanna al figlio di David!


L'entrata in chiesa.


La fine della processione, prima della recente riforma, si distingueva per una cerimonia improntata al più alto e profondo simbolismo. Al momento di rientrare in chiesa, il corteo trovava le porte serrate. S'arrestava la marcia trionfale; ma non venivano sospesi i canti di gioia; un lieto ritornello risuonava nell'inno speciale a Cristo Re, fino a che il Suddiacono batteva con l'asta della croce la porta; questa s'apriva, e la folla, preceduta dal clero, rientrava in chiesa, glorificando colui che, solo, è la Risurrezione e la Vita.
Questa scena sta ad indicare l'entrata del Salvatore in un'altra Gerusalemme, di cui quella della terra è soltanto la figura. Quest'altra Gerusalemme è la patria celeste, di cui Gesù ci ha aperte le porte. Il peccato del primo uomo le aveva chiuse; ma Gesù il Re della Gloria, ce le ha riaperte in virtù della Croce, alla quale non hanno potuto resistere. Il canto in onore di Cristo Re è stato conservato, mentre invece è stato soppresso il particolare della porta chiusa. Continuiamo pertanto a seguire i passi del Figlio di David; egli è pure Figlio di Dio e ci invita a partecipare al suo regno.
Nella Processione delle Palme, commemorazione dell'avvenimento realizzatosi in questo giorno, la santa Chiesa solleva la nostra mente al mistero dell'Ascensione col quale termina, in cielo, la missione del Figlio di Dio sulla terra. Ma, ahimé, i giorni che separano l'uno dall'altro questi due trionfi del Figlio di Dio, non sono sempre giorni di gioia; infatti, è appena terminata la processione con la quale la Chiesa s'è liberata per un attimo della sua tristezza, che già iniziano i gemiti e i lamenti.


La Messa.


La terza parte della funzione odierna è l'offerta del santo Sacrificio. Tutti i canti che l'accompagnano esprimono desolazione e per completare la tristezza che è caratteristica della giornata, la Chiesa ci fa leggere il racconto della Passione del Redentore. Da cinque o sei secoli fa, la Chiesa ha adottato un particolare recitativo per la lettura di questo brano evangelico, che diventa così un vero dramma. Si sente prima lo storico raccontare quei fatti in tono grave e patetico; le parole di Gesù hanno un accento nobile e dolce, che contrastano in una maniera penetrante col tono elevato degli altri interlocutori e coi gridi della plebaglia giudaica.
Nel momento in cui, nel suo amore per noi, si lascia calpestare sotto i piedi dei peccatori, noi dobbiamo proclamarlo più solennemente nostro Dio e nostro Re.
Questi sono in genere i riti della grande giornata. Non ci rimane che inserire nel corso delle sacre letture, secondo il solito, quei dettagli che crederemo necessari per completare il significato.


Nomi dati a questa Domenica.


Oltre al nome liturgico e popolare di Domenica delle Palme, essa è chiamata anche Domenica dell'Osanna, per il grido di trionfo col quale i Giudei salutarono l'arrivo di Gesù. Anticamente i nostri padri la chiamarono Domenica della Pasqua fiorita, perché la Pasqua dalla quale ci separano solo otto giorni, oggi si considera in fiore, e i fedeli possono, fin da oggi, adempiere il dovere della comunione annuale. Per il ricordo di tale denominazione gli Spagnoli, avendo scoperta, la Domenica delle Palme del 1513, quella vasta regione che confina col Messico, la chiamarono Florida. Questa domenica la troviamo chiamata anche Capitilavium, cioè lava-testa, perché nei secoli della media antichità, quando si rinviava al Sabato Santo il battesimo dei bambini nati nei mesi precedenti, che potevano aspettare questo tempo senza pericolo, i genitori lavavano oggi il capo dei loro neonati, affinché il prossimo sabato si potesse fare con decenza l'unzione del Sacro Crisma. In epoca più remota tale Domenica, in certe chiese, veniva chiamata la Pasqua dei Competenti, cioè dei Catecumeni ammessi al santo battesimo. Questi si riunivano oggi in chiesa, e si faceva loro una spiegazione particolare del Simbolo che avevano ricevuto nello scrutinio precedente. Nella chiesa gotica di Spagna lo si dava solo oggi. Infine, presso i Greci, tale Domenica è designata col nome di Bifora, cioè Porta Palme.


Messa


La Stazione è a Roma, nella Basilica Lateranense, la chiesa Madre e Matrice di tutte le chiese. Ai nostri giorni, però, la funzione papale ha luogo a S. Pietro; ma tale deroga non arreca pregiudizio ai diritti dell'Arcibasilica la quale, anticamente, aveva oggi l'onore della presenza del Sommo Pontefice, ed ha tuttora conservate le indulgenze accordate a quelli che oggi la visitano.
Alla Messa solenne, il Sacerdote si porta all'altare, e dopo aver tralasciato il salmo Iudica me, Deus, e il Confiteor, sale i gradini e lo bacia nel mezzo e lo incensa.
EPISTOLA (Fil 2,5-11) – Fratelli: abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, esistendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza con Dio come una rapina, ma annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, e, divenendo simile agli uomini, apparve come semplice uomo; umiliò se stesso fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo però anche Dio lo esaltò e gli donò un nome, che è sopra ogni altro nome, tale che nel nome di Gesù si deve piegare ogni ginocchio in cielo, in terra e nell'inferno, ed ogni lingua deve confessare che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre.Umiliazione e gloria di Gesù.

La santa Chiesa prescrive di genuflettere al punto dell'Epistola dove l'Apostolo dice, che ogni ginocchio si deve piegare nel pronunciare il nome di Gesù; e noi ne abbiamo seguito il comando. Dobbiamo comprendere che, se vi è un'epoca dell'anno in cui il Figlio di Dio ha diritto alle nostre più profonde adorazioni è soprattutto in questa Settimana, nella quale è lesa la sua maestà, e lo vediamo calpestato sotto i piedi dei peccatori. Indubbiamente i nostri cuori saranno animati da tenerezza e compassione alla vista dei dolori che sopporta per noi; ma non meno sensibilmente dobbiamo risentire gli oltraggi e le bassezze di cui è fatto segno, lui che è uguale al Padre e Dio come lui. Con le nostre umiliazioni, rendiamo a lui, per quanto ci è possibile, la gloria di cui egli si sveste per riparare la nostra superbia e le nostre ribellioni; ed uniamoci ai santi Angeli che, testimoni di tutto ciò che Gesù ha accettato per il suo amore verso l'uomo, s'annientano più profondamente, nel vedere l'ignominia alla quale è ridotto. Ma è ormai tempo d'ascoltare il racconto della Passione del Signore. La Chiesa ne legge la narrazione secondo i quattro Vangeli, nei quattro differenti giorni della Settimana. Oggi comincia col racconto di san Matteo, che per primo scrisse i fatti della vita e della morte del Redentore.

Le lacrime di Gesù.


Terminiamo questa giornata del Redentore a Gerusalemme, richiamando alla memoria gli altri fatti che la segnalarono. San Luca c'informa, che fu durante la sua marcia trionfale verso questa città che Gesù, vicino ad entrarvi, pianse su di lei e manifestò il suo dolore con queste parole: "Oh se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno quel che giova alla tua pace! Ora invece è celato agli occhi tuoi. Ché verranno per te i giorni nei quali i nemici ti stringeranno con trincee, ti chiuderanno e ti assedieranno d'ogni parte, e distruggeranno te e i tuoi figli che sono in te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata" (Lc 19,42-44).
Qualche giorno fa il santo Vangelo ci mostrò Gesù che piangeva sulla tomba di Lazzaro; oggi lo vediamo spargere nuove lacrime sopra Gerusalemme. A Betania piangeva pensando alla morte del corpo, conseguenza e castigo del peccato; ma questa morte non è senza rimedio. Gesù è "la risurrezione e la vita; chi crede in lui non rimarrà nella morte eterna" (Gv 11,25). Ma lo stato dell'infedele Gerusalemme rappresenta la morte dell'anima; ed una tale morte è senza risurrezione, se l'anima non ritorna tempestivamente all'autore della vita. Ecco perché sono tanto amare le lacrime che sparge oggi Gesù. Il suo cuore è triste, proprio in mezzo alle acclamazioni che fanno accoglienza al suo ingresso nella città di David: perché sa, che molti "non conosceranno il tempo che furono visitati". Consoliamo il cuore del Redentore, e siamogli una Gerusalemme fedele.


Gesù torna a Betania.

Sappiamo da san Matteo che il Signore andò a chiudere la giornata a Betania. Naturalmente la sua presenza dovette sospendere le materne inquietudini di Maria e tranquillizzare la famiglia di Lazzaro. Ma in Gerusalemme nessuno si presentò ad offrire ospitalità a Gesù; almeno il Vangelo non fa alcuna menzione a questo riguardo. Le anime che meditarono la vita del Signore si sono soffermate su questa considerazione: Gesù onorato la mattina con solenne trionfo, alla sera è ridotto a cercarsi il nutrimento e il riposo fuori della città che lo aveva accolto con tanti applausi. Nei monasteri dei Carmelitani della riforma di santa Teresa esiste una consuetudine che si propone d' offrire a Gesù una riparazione, per l'abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presenta una tavola in mezzo al refettorio e vi si serve un pasto; dopo che la comunità ha finito di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo, viene distribuito ai poveri, che sono le sue membra.


Preghiamo


O Dio onnipotente ed eterno, che per dare al genere umano esempio d'umiltà da imitare, hai deciso l'incarnazione del Salvatore e la sua passione in croce; concedici propizio d'imitarlo nella sofferenza per poter poi partecipare alla risurrezione.


(da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 674-683)





sabato 1 aprile 2023

Tutti i peccatori sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri




Il porporato lussemburghese minimizza gli atti omosessuali per timore di discriminare. Così facendo discrimina tutti gli altri: perché sdoganare sempre e solo alcuni peccati e non tutti gli altri?



IL CARDINAL AZZECCAGARBUGLI

ECCLESIA

Stefano Chiappalone, 01-04-2023

Pare sia un chiodo fisso quello di certa gerarchia tutta intenta a sdoganare taluni peccati, in ambito sessuale e specialmente omosessuale. Lasciando però l’impressione che per non discriminare alcuni si finisca per discriminare tutti gli altri, almeno leggendo le recenti dichiarazioni del cardinale Jean Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, uomo di punta dell’attuale congiuntura ecclesiale, in veste di relatore generale del Sinodo e da poco anche membro del C9, il gruppo di cardinali chiamati a una più stretta collaborazione con il pontefice.

«Possiamo solo dettare alle persone il comportamento morale che possono tollerare nel loro mondo. Se chiediamo loro l'impossibile, li rifiuteremo. Se diciamo che tutto ciò che fanno è intrinsecamente sbagliato, è come dire loro che la loro vita non ha valore», afferma il porporato intervistato dal settimanale croato Glas Koncila. Alla domanda sull’approccio della Chiesa verso le persone omosessuali sembra lasciar intendere che per loro – e solo a loro, evidentemente – chiedere di seguire i comandamenti equivalga a «chiedere loro l’impossibile». Intendiamoci: per tutti, non solo per loro, camminare per la “via stretta” è così difficile che, non a caso, prima di essere assolti in confessionale si dice – nell’atto di dolore – «Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più». Perché senza il «santo aiuto» di Dio non ce la faremmo proprio. A noi però è chiesto almeno proporci e provarci, almeno con la “punta” della volontà.

C’è una differenza sottile ma sostanziale tra difficile e impossibile, come insegna la storia di quel notorio peccatore che divenne Sant’Agostino e che sperimentiamo tutti ogni volta che andiamo in confessionale e ci accorgiamo di aver fatto pochi passi avanti e forse pure qualche passo indietro. Ma la prevedibilità di ricadere (benché pentiti) è sostanzialmente diversa dalla volontà di ricadere (che esclude il pentimento) in questo o quel peccato (non c’è solo il sesso: c’è l’ira, la bestemmia, la calunnia, la menzogna…. Tant’è che i vizi capitali sono sette). Può accadere a molti di confessare sempre “le stesse cose” esprimendo però un “minimo sindacale” di desiderio di uscirne. Perché è difficile, appunto, non impossibile. Dalle parole del card. Hollerich sembra invece che per alcuni il «Va’ e non peccare più» sia sostituito il «Va’ e continua pure», «va’ e fai con comodo», «va’ e fai quel che credi». E perché solo ad alcuni?

Il bestemmiatore, l’iracondo, l’accidioso potrebbero legittimamente obiettare: “Perché non depennare anche le nostre azioni?”. Tanto più che, mentre la Chiesa condanna il peccato e ama il peccatore, per Hollerich riconoscere qualcosa come peccato significa automaticamente svalutare il peccatore. «Se diciamo che tutto ciò che fanno è intrinsecamente sbagliato, è come dire loro che la loro vita non ha valore». E allora ecco depennati gli atti omosessuali. Ma in base all’equazione – sbagliata – di Hollerich si dovrebbe concludere che per lui non abbia valore la vita di bestemmiatori, invidiosi, accidiosi, iracondi e via enumerando tutto ciò che forse anche lui considera «intrinsecamente sbagliato». Oppure il porporato troverà una via d’uscita anche per chi infrange tutti gli altri comandamenti?

Altro che Gregorio Magno, Giovanni Crisostomo, Ildegarda di Bingen o Teresa di Lisieux. Altro che Tommaso, Agostino o – non ancora proclamato ma già acclamato – Benedetto XVI. Al giorno d’oggi il titolo di Dottore della Chiesa spetterebbe al manzoniano avvocato Azzeccagarbugli: «All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle». D’altra parte, «a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente», dichiarava l’avvocato a un Renzo sempre più confuso. Perché in fondo è la confusione la sensazione più comune leggendo le dichiarazioni di alcuni pastori per i quali sembra che «nessuno è reo, nessuno è innocente», o meglio: qualcuno è più innocente di altri e quel che prima era peccato adesso lo è, ma forse no, anzi non più, ma non vale per tutti.


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