domenica 8 gennaio 2023

Qual è il problema più grave? Il peccato mortale!




8 GENNAIO 2023


di Piefrancesco Nardini

«Qual è il problema più grave?»

Quale risposta dovremmo dare da cattolici a questa domanda?

La logica e la coerenza vorrebbero questa risposta: «il peccato mortale».

Ponete però questa domanda a chi si professa cattolico ai nostri giorni. Quanti vi risponderebbero così?

Il timore che siano veramente in pochi è più che fondato: è la realtà attuale a dircelo, non la presunzione.

Un gran numero di persone che si professano cattoliche vi risponderebbe ad esempio con cose tipo «la povertà», «la mancanza di lavoro per tutti», «le diseguaglianze sociali», «i bimbi che muoiono di fame», ecc…

È chiaro che tutte queste cose, intese in modo giusto, sono di certo questioni importanti e da risolvere, a volte vere e proprie emergenze.

Non dovrebbero però essere la risposta principale, la più grande preoccupazione per un cattolico.

Anticipiamo la critica: non vuol dire disinteressarsi delle cose materiali e dei problemi del mondo, come se si fosse estraniati dalla realtà in cui si vive. Ci sono, anzi, delle situazioni in cui è preciso dovere di stato di un cattolico quello di impegnarsi nella vita terrena.

Il cattolico si dovrà impegnare per rendere migliore il mondo in cui vive, ma sempre tenendo ferma la sua meta principale: il Paradiso.

I problemi delle risposte sopra elencate sono due. Il primo più superficiale, il secondo più profondo.

Il primo è l’assoluta mancanza di visione soprannaturale, l’immanentizzazione totale dello sguardo sulla vita.

Si fa fatica ad avere una risposta che riguardi la parte spirituale della vita, che riguardi il rapporto della società con Dio, con Cristo, Re di tutto. Solo aspetti meramente materiali.

Oramai si pensa solo a questa vita, raramente ci si sofferma su quelli che sono i Novissimi, anche solo in maniera semplice e superficiale. La vita eterna, quel che succederà dopo la morte, non è minimamente nei pensieri della maggior parte delle persone. Si vive come se non ci fosse. Una sorta di nichilismo pratico, nel senso che non si è realmente e consapevolmente nichilisti, ma all’atto pratico si vive come tali.

In questo modo è ovvio che l’unico vero problema sia quello materiale e non quello spirituale.

Il secondo problema che si evince è probabilmente la causa del primo.

Lo si espone con una domanda: ai nostri giorni quanti cattolici sanno realmente cos’è il peccato mortale? Quanti conoscono la differenza con quello veniale? E, soprattutto, quanti credono realmente alla realtà di questa verità?

Vi sembra si stia esagerando? Vi sembra che possa essere una forzata ricerca di qualcosa che non c’è?

Andate in giro a chiedere queste cose a chi si professa cattolico, provate. E vedrete, ahinoi, che alla fine queste domande non sono esagerate.

Molte sono le volte in cui si è sentito parlare di azioni peccaminose come se non lo fossero, come se, anzi, fossero la normalità. Molte volte si parla con persone che, proclamatesi cattoliche, non conoscono la propria fede, almeno non in maniera completa e, soprattutto, autentica.

Il problema è la mancanza di conoscenza della propria fede da parte di oramai troppi cattolici.

Il peccato mortale è «una disobbedienza alla legge di Dio, in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso» (Catechismo San Pio X, n. 143) e «si chiama mortale, perché priva l’anima della grazia divina» (n. 144). In questi casi si parla di “membra morte” della Chiesa[1], che mantengono i vincoli esterni (professano la stessa fede, comunicano agli stessi Sacramenti ecc…), ma in esse «come in rami secchi non fluisce più la linfa vitale»[2]. Tornerà a scorrere dopo la Confessione.

Perché la risposta normale alla domanda iniziale per un cattolico dovrebbe essere “il peccato mortale”?

Intanto perché l’uomo è stato creato da Dio «per conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita, e per goderLo poi nell’altra in paradiso» (Catechismo San Pio X, n. 13). Queste è il fine ultimo dell’uomo, e lo è anche se si crede che non ci sia un aldilà, che la vita terrena è tutto.

Il peccato grave è dunque l’ostacolo che non permette all’uomo di raggiungere il suo fine. Questo, per quanto si voglia sminuire la portata del fine ultraterreno, è realtà insita, istintiva dell’umanità: l’uomo tende istintivamente a qualcosa di trascendente. Vale anche per chi non crede alla realtà del peccato grave e per chi (per comodità, per ideologia, per altro) vuol credere che non porti alla dannazione eterna (se non ci si confessa).

Incide però, anche qui nonostante l’incredulità di alcuni, anche sulla vita quotidiana dell’uomo.

È stato sempre ben spiegato dai maggiori teologi morali e dai più disparati santi della Chiesa che il peccato grave, oltre alla dannazione eterna come effetto definitivo, ha anche un altro effetto durante la vita: quello di trattenere sempre più in esso le persone.

Se Tizio cade in peccato grave e non si confessa subito (o prima possibile), è certo che inizierà a conviverci sempre più, allentando in modo esponenziale il suo essere ricettivo alla coscienza e passerà periodi sempre più lunghi in quello stato. Ci si adagia, si inizia a pensare che tanto non cambia molto confessarsi oggi o tra tre giorni alla Messa domenicale, così i tre giorni diventano cinque e poi sette. E, nel frattempo, si continua magari a commettere altri peccati gravi, pensando che tanto oramai si è già in peccato e non cambia nulla farne un altro. Il Nemico è maestro in questi giochetti, che trascinano sempre più dentro le sabbie mobili del peccato.

Perché questo incide sulla vita quotidiana dell’uomo?

Chi vive in uno stato di peccato grave e di lassismo spirituale sarà più propenso ad ammettere come tollerabili determinati comportamenti socialmente non ammissibili e correrà il rischio di fare cose che non avrebbe fatto se in stato di grazia e con Confessione frequente e direzione spirituale o di aumentarne la quantità, se già abituato a compierne.

Se Tizio (sempre lui…) si lascia inguaiare dalle sabbie mobili del peccato grave, la sua coscienza si anestetizza e magari, in una situazione di difficoltà con la moglie, sarà più aperto e spinto al tradimento che mai avrebbe preso in considerazione in stato di grazia. Se sempre lui è un piccolo delinquente, potrebbe aderire più facilmente, per la coscienza annebbiata dal peccato, a crimini ancora più gravi o reiterare con maggior frequenza quelli a cui è abituato, quando invece confessatosi più facilmente potrebbe avvicinarsi al chiudere con quella vita, se non addirittura costituirsi.

[1] V. Dizionario di Teologia Dommatica, Parente-Piolanti-Garofalo, voce “membri della Chiesa”. Nell’Esortazione postsinodale Amoris Laetitia si legge invece che i divorziati risposati civilmente «possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa» (299). Il divorzio e i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono peccato grave, verità di fede. Coloro che sono in peccato grave per la dottrina bimillenaria della Chiesa sono “membra morte”. Nel documento firmato da Papa Francesco quindi il divorzio e la fornicazione non sono più peccato? Visto che coloro che li mettono in atto sono “membra vive” e che questa terminologia significa essere in stato di grazia…

[2] Dizionario cit.






sabato 7 gennaio 2023

Monsignor Schneider/ L’eredità del pontificato di papa Benedetto XVI




07 GEN 23


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by Aldo Maria Valli



di monsignor Athanasius Schneider

Con la scomparsa di Papa Benedetto XVI molti cattolici hanno sentito di aver perso un punto di riferimento chiaro e sicuro per la loro fede. Si può avere la sensazione di essere orfani. Possiamo dire che papa Benedetto XVI è stato un papa che ha posto al centro della sua vita personale e della vita della Chiesa la visione soprannaturale della fede e della perenne validità della sacra Tradizione della Chiesa, che costituisce la fonte e il pilastro della nostra fede insieme alla Sacra Scrittura. In questo senso l’atto più grande e benefico del suo pontificato è stato il Motu Proprio Summorum Pontificum con il pieno ripristino della tradizionale liturgia latina in tutte le sue espressioni: la santa Messa, i sacramenti e tutti gli altri riti sacri. Questo atto pontificio passerà alla storia come epocale. Papa Benedetto XVI afferma che il rito tradizionale della Santa Messa non è mai stato abrogato e dovrebbe rimanere sempre nella Chiesa, perché ciò che era santo per i nostri antenati e per i Santi deve essere santo anche per noi e per le generazioni future. In un tempo, come fu dopo il Concilio Vaticano II, in cui vi fu all’interno della Chiesa un movimento quasi generale di rifiuto radicale del millenario rito liturgico della Santa Messa e quindi di rottura con il principio stesso della Tradizione, il pontificato di Benedetto XVI è valso la pena per il solo motivo di aver emanato il Motu Proprio Summorum Pontificum, con il quale ha avuto inizio la guarigione della ferita nel Corpo della Chiesa, ferita provocata dall’atteggiamento di rifiuto e di odio della venerabile e millenaria regola della preghiera della Chiesa.

Nel suo testamento spirituale Papa Benedetto XVI ci ha lasciato tra l’altro la seguente breve indicazione sostanziale, che considero la più importante di tutte: “Rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere!”. Assistiamo ai nostri giorni nella vita della Chiesa a un processo di diluizione della fede cattolica e di adattamento allo spirito di eretici, miscredenti e apostati con il nome pretestuoso ed euforico di sinodalità e abusando dell’istituzione canonica di un sinodo. Una tale situazione è demoralizzante per tutti i veri cattolici. Quindi l’eredità di Papa Benedetto XVI che si esprime nelle parole “Rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere!” e nel suo epocale Motu Proprio Summorum Pontificum rimane una luce, un incoraggiamento e una consolazione. Questo papa è stato forte nella fede, vero amante della bellezza e della fermezza incorruttibili del rito tradizionale della Santa Messa, ha dato il primato alla preghiera, alla visione soprannaturale e all’eternità. Questa eredità vincerà grazie all’intervento della Divina Provvidenza, che non abbandona mai la sua Chiesa, l’attuale enorme confusione dottrinale, l’apostasia strisciante soprattutto tra una casta mondana e incredula di teologi, che sono i nuovi scribi e tra un’apostasia strisciante di non pochi membri dell’alto clero, che sono i nuovi sadducei.


Papa Benedetto XVI ha fatto risplendere il suo motto episcopale Cooperatores veritatis, cioè collaboratori della verità. Con questo motto vuole dire a ogni fedele cattolico, a ogni sacerdote, a ogni vescovo, a ogni cardinale e anche a papa Francesco: ciò che conta davvero è l’incrollabile fedeltà alla verità cattolica, alla costante e venerabile tradizione liturgica della Chiesa e il primato di Dio e dell’eternità. Che Dio accolga le preghiere e le sofferenze spirituali, che Papa Benedetto XVI ha offerto nella sua vita ritirata, e conceda per il futuro della Chiesa Vescovi e Papi pienamente cattolici e pienamente apostolici. Perché, come disse san Paolo: “Non possiamo fare nulla contro la verità, ma solo per la verità” (2 Cor 13,8).







venerdì 6 gennaio 2023

Perché anche noi dobbiamo seguire la Stella dei Magi?




6 GENNAIO 2023


di Maria Bigazzi

Abbiamo celebrato da pochi giorni il Natale del Signore, la nascita di Gesù ci ha richiamato a riflettere sulla nostra vita di cristiani, mentre il nuovo anno appena cominciato invita a rinnovare il proposito di impegnarsi sinceramente a cambiare ciò che ancora ci tiene lontani da Dio e non ci permette di amarLo con pienezza.

Nel giorno dell’Epifania si celebra la manifestazione di Gesù, il Cristo, a tutti i popoli.

Scrive il profeta Isaia: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te“.

In un tempo di grande confusione e di prova come quello che stiamo attraversando, l’invito è quello di prendere esempio dai santi Magi che hanno attraversato il deserto, giungendo da lontano per trovare e adorare il Dio Bambino, il vero e unico Dio fatto carne.

La Luce vera è Cristo stesso, ed è di questa luce che dobbiamo rivestirci, e se saremo uniti a Lui, non dovremo temere alcun male.

Certamente il cammino è lungo e difficile, gli ostacoli sono molti e lo stesso le insidie, ma noi siamo consapevoli che tutto ciò ci permette, se vissuto alla luce della Fede, di giungere alla gioia più grande, la gioia vera e senza fine, quella che mai il mondo ci potrà dare.

Siamo chiamati anche noi a non perdere mai la stella che ci porta a Cristo, per non rimanere nella notte della vita e arrancare basandoci solo sulle forze umane.

Dio si è manifestato e ci ha fatto dono di tutto quello che ci serve per la nostra santificazione. Pensiamo ai Sacramenti, la santa Chiesa che è Maestra e Madre, la Vergine Maria che è la via privilegiata per giungere a Lui… quando i Magi giunsero da Gesù, il Vangelo ci ricorda che essi “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono“.

È ciò a cui siamo chiamati anche noi, non smettiamo mai di cercare Gesù e non allontaniamoci mai da Lui, una volta giunti ad Jesum per Mariam, prostriamoci e adoriamo il Verbo fatto Carne, il vero e unico Dio.






giovedì 5 gennaio 2023

Quel no alla Messa antica che colpì al cuore Ratzinger




L'arcivescovo Gänswein intervistato da "Die Tagespost" ripercorre i lunghi anni accanto al Papa emerito e tocca un tasto dolente per molti cattolici e per lo stesso Benedetto XVI: quel motu proprio con cui Papa Francesco cancellò i suoi sforzi per accogliere i fedeli legati al rito antico.


PARLA IL SEGRETARIO
EDITORIALI

Luisella Scrosati, 05-01-2023

Sono gli occhi di chi ha versato molte, molte lacrime in poco tempo quelli di mons. Georg Gänswein. Nell’intervista confidenziale a Guido Horst, caporedattore del settimanale Die Tagespost, il segretario particolare di Benedetto XVI e Prefetto della Casa Pontificia dal 2012, appare profondamente commosso, mentre riporta alla memoria i ricordi della sua vita con il Papa tedesco.

Dal primo incontro “a distanza”, nella chiesa di San Michele a Monaco, quando egli era un dottorando e Ratzinger già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a quello più personale al Collegio Teutonico di Roma, quando i due si trovarono insieme per una colazione. Un rapporto che, spiega Gänswein, «è cambiato nel tempo. Lui invecchiava e diveniva sempre più debole; la sua mente era ancora nitida, grazie a Dio, ma fisicamente diveniva sempre più debole».

La più grande preoccupazione di Benedetto XVI per l’Europa ed il mondo occidentale era la scomparsa della fede. Tutti i suoi sforzi si concentravano «sul problema di Dio e del Suo posto al centro della fede; egli voleva che Dio fosse posto ancora una volta al centro della fede, e voleva richiamare e incoraggiare quanti rivestono un’autorità nella Chiesa a fare i passi giusti in questa direzione». La sua trilogia su Gesù di Nazareth può essere, secondo Gänswein, come il suo testamento; Benedetto XVI la scrisse con l’intento di «aiutare le persone a mettere Dio, Gesù Cristo, al centro della fede», rafforzarle nella fede. Lo riteneva come il suo principale compito da Pontefice, sebbene gli sia stato rimproverato di sottrarre, così facendo, tempo ed energie al governo della Chiesa.

E poi la grande questione della fede e della ragione, e, purtroppo, degli abusi all’interno della Chiesa cattolica, che colpirono il suo rappresentante più visibile, il Papa appunto, a partire dal 2010. Anno in cui, tra l’altro, Benedetto XVI si recò in Gran Bretagna. Gänswein rivela la grande tensione che si percepiva nella preparazione di questo viaggio: il Papa venne avvisato che sarebbe stato accolto in modo molto freddo, mentre alcuni chiedevano persino che venisse arrestato. «Ricordo piuttosto bene che per le prime due ore circa c’era molta freddezza. Poi le cose… improvvisamente cambiarono. Non so dire esattamente per quale motivo», probabilmente la semplice presenza di Benedetto XVI, una personalità umile, ma ricca di carisma.

Il punto critico della conversazione arriva attorno al minuto 23:00, quando Horts mette Gänswein di fronte al fatto che la riammissione del Messale del 1962, mediante il Motu Proprio Summorum Pontificum, «non è andata avanti come Benedetto XVI l’aveva desiderato»; e domanda al segretario particolare di Benedetto se il Motu Proprio Traditionis Custodes abbia in qualche modo deluso il Papa emerito. «Sì, credo che sia stata una ferita dolorosa», ha risposto Gänswein. «Quando Benedetto XVI ha letto questo motu proprio aveva il dolore nel cuore, perché lui voleva aiutare proprio coloro che hanno trovato nel rito antico la loro casa, a ritrovare la pace interiore e la pace liturgica, per tirarli via da Lefebvre».

Il cardinale Joseph Ratzinger aveva, infatti, a lungo lavorato per permettere a quanti erano profondamente legati al rito antico di poter avere il loro posto nella Chiesa, senza che fossero considerati una riserva indiana di nostalgici, ma comprendendo il loro amore per quel rito venerando della Chiesa. Quando ci furono le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio da parte di mons. Marcel Lefebvre e mons. Antônio de Castro Mayer, nel 1988, sembrava che l’unica possibilità per poter continuare ad abbeverarsi a quella inesauribile e sicura sorgente spirituale, fosse quella di seguire mons. Lefebvre nella creazione di una realtà canonicamente non riconosciuta dalla Chiesa e nell’adesione alle sue posizione di sostanziale rifiuto dei documenti del Vaticano II, del magistero post-conciliare e della riforma liturgica.

Ratzinger fu in prima linea nella creazione di una configurazione canonica perché intere comunità e singoli sacerdoti e fedeli non dovessero più trovarsi di fronte all’incredibile dilemma: o il rito antico o la comunione ecclesiale. Così venne creata la Pontificia Commissione Ecclesia Dei e i vari istituti sacerdotali e comunità monastiche e religiose ad essa afferenti. Fu un primo passo importante, ma era chiaro che in questo modo non si usciva dalla realtà della “zona protetta” e dall’idea che il rito antico fosse interesse di qualche nostalgico, magari anche un po’ fanatico.

Il Summorum Pontificum fu il grande riconoscimento che quel rito appartiene pienamente all’espressione liturgica della Chiesa, nel rito romano. E che non poteva essere diversamente, perché, come lo stesso Benedetto XVI aveva confidato a Peter Seewald, in gioco c’era e c’è l’identità stessa della Chiesa: «Per me», diceva Papa Benedetto, «era importante che la Chiesa preservasse la continuità interna con il suo passato. Che ciò che prima era sacro non divenisse da un momento all’altro una cosa sbagliata», una cosa da guardare con sospetto e persino con disprezzo. È quanto mons. Gänswein a sua volta sottolinea: «Se si pensa che è da secoli che la Messa antica è stata la fonte della vita spirituale, nutrimento per molti santi, è inimmaginabile che non valga più niente. Non si può dimenticare che molti giovani, che sono nati molto dopo il Vaticano II e che nemmeno comprendono più tutto il trambusto attorno ad esso, pur conoscendo la nuova Messa, hanno trovato nell’antica una dimora e un tesoro spirituale. Togliere agli uomini questo tesoro mi dà un certo malessere».

Dopo queste dichiarazioni, più di qualche domanda si fa strada. Nell’ottica di Papa Francesco, Benedetto XVI non era «il nonno che vive alla porta accanto e alla cui saggezza è possibile attingere in ogni momento»? Com’è è che su questo argomento, che tanto stava a cuore al Papa emerito e del quale era il maggior conoscitore, Francesco si è dimenticato di chiedergli il suo consiglio? Le dichiarazioni di Gänswein confermano, per la prima volta ufficialmente, la persuasione di molti: Traditionis Custodes ha colpito al cuore Benedetto XVI, e ha drasticamente interrotto i suoi sforzi per una riconciliazione non solo nella Chiesa, ma della Chiesa con se stessa. Il che significa che con quell’atto Papa Francesco ha lacerato il tessuto ecclesiale e ferito l’identità della Chiesa.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Papa che, nella sua lettera di accompagnamento a Traditionis Custodes, lamentava l’uso dell’apertura di Benedetto XVI «per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni», non ha fatto altro che aumentare queste divisioni, spingendo sempre di più le persone legate al rito antico verso le cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che ha sempre fatto della contrapposizione il suo stendardo, le cui cappelle ormai straripano. Papa Francesco non poteva fare scelta “migliore” per dividere; dalla riforma liturgica ad oggi, nessuna decisione ecclesiale è stata più efficace per allontanare i fedeli dalla comunione con la Chiesa. Se non fosse per l’evidente contrapposizione di vedute, si potrebbe sospettare che ci sia un accordo tra la Santa Sede e la FSSPX.

Non si può che essere grati a mons. Gänswein per la coraggiosa schiettezza mostrata in questa intervista e per la profonda comprensione della sofferenza delle tante persone che si sono trovate, da un giorno all’altro, private ingiustamente di quel solido nutrimento che la Chiesa ha offerto ai suoi figli per secoli. Non è un conforto da poco sapere che la nostra sofferenza fa da corona a quella che fu di Benedetto XVI e che il nostro gemito è in fondo lo stesso che fu del Papa emerito. Che ora intercede per noi.




mercoledì 4 gennaio 2023

Lo “scandalo” di Ratisbona: un inno al logos




Il discorso di Ratisbona fu bollato come un discorso sull’islam, ma era una lettura fuorviante. In realtà fu una vera e propria bomba che mandava a mare gli sforzi di cinque secoli di fior fiore di intellettuali moderni (cioè anticristiani). Fu un discorso sul logos perché non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio.



LA MORTE DI BENEDETTO XVI
EDITORIALI

Roberto Marchesini, 04-01-2023

Papa Benedetto ha finalmente incontrato il suo amato Gesù; è l’occasione per ripensare al suo magistero e al ruolo che ha svolto in questi anni.

Personalmente, sono convinto che l’obiettivo principale del pontificato di papa Benedetto sia stato quello di chiudere ferite e polemiche nate con il Concilio Vaticano II. In più occasioni si è speso per chiarire, specificare, dirimere questioni suscitate da ambiguità del testi dell’ultimo concilio (l’enciclica Dominus Jesus, i Responsa, la formula della «ermeneutica nella continuità»…).

Resta il fatto che – sempre a mio modesto parere – la vetta dell’insegnamento di papa Benedetto sia stata il celebre e famigerato discorso di Ratisbona. Discorso capitale anche per i tentativi fatti di fornirne una chiave di lettura polemica e fuorviante. Ripercorriamo brevemente le polemiche per poi concentrarci sui reali contenuti.

Nel settembre del 2006, in occasione di un viaggio apostolico in Germania, papa Benedetto tenne un discorso presso l’aula magna dell’Università di Ratisbona. Il discorso conteneva una frase dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Maometto viene citato in una sola frase in un discorso di quasi quattromila parole che parla di tutt’altro; una frase che è di un altro autore, non di Benedetto XVI. Eppure, per questa citazione, scoppia la polemica: il papa critica l’islam, getta benzina sul fuoco, aizza gli estremisti islamici, insulta Maometto. Queste (false) accuse vengono da parte musulmana? Assolutamente no, considerato che il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran (tanto per dire) ha assunto, a riguardo, una posizione ragionevole: «Noi rispettiamo il Papa e tutte le persone interessate alla pace e alla giustizia. Da quanto ho potuto sentire il Papa ha detto che le parole da lui pronunciate sono state male interpretate». Ma allora chi ha voluto montare questa polemica pretestuosa, e perché?

Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta è semplice: i soliti ambienti laicisti e anticlericali. Repubblica, ad esempio, che dà ampio risalto, per diversi giorni, al «discorso sull’islam», ma non solo. In uno dei suoi soliti editoriali, Eugenio Scalfari fornisce ai suoi lettori una chiave di lettura ancora più fuorviante del discorso di Ratisbona. Il papa avrebbe detto che «non c’è un solo Dio», che «Dio è una proiezione del pensiero dell’uomo», che Dio si sarebbe allontanato dalla creazione «affidandone l'evoluzione alla natura "intelligente"».

Veniamo ora alla seconda domanda: perché? Perché sforzarsi di alimentare una polemica di tale portata? O meglio: perché fornire una chiave di lettura («un discorso sull’islam») fuorviante su questo discorso? Semplice: perché questo discorso – una vera e propria bomba – manda a mare gli sforzi di cinque secoli di fior fiore di intellettuali moderni (cioè anticristiani). Il discorso di Ratisbona è, infatti, un discorso sulla ragione; e parla del cristianesimo come della religione della ragione. Vediamo nel dettaglio i punti salienti del discorso.

Il discorso di papa Benedetto si apre con la famosa citazione che lui stesso definisce «così pesante»; poi prosegue, utilizzando ancora le parole dell’imperatore per arrivare al punto della questione: «Dio non si compiace del sangue, non agire secondo ragione, “con logos”, è contrario alla natura di Dio». E prosegue: «La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il Logos”. È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cfr. At 16, 6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco».

L’incontro tra il Vangelo e il pensiero greco è, dunque, provvidenziale ed è fondamentale per la storia della salvezza. Aggiunge, infatti, Benedetto: «Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la “Settanta” –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a sé stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio».

È l’esatto contrario della vulgata moderna, per cui la religione e la ragione sarebbero in contrasto; il pensiero moderno equivarrebbe al trionfo della ragione (l’illuminismo) sulla religione, la superstizione e la paura.

Ma non è ancora finita. La provvidenza ha portato il Vangelo da Gerusalemme ad Atene e poi a Roma: «Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa».

Questo discorso, in punta di ragionamento, fa piazza pulita di cinquecento anni di bugie sulle quali si fonda la modernità; da qui l’esigenza di distogliere l’attenzione della gente dal suo contenuto. Ecco, quindi, la necessità di scatenare la polemica, di etichettare questo discorso come «sull’islam» e «contro l’islam». Così, infatti, questo discorso è passato alla storia.

Cerchiamo, quindi, di rimediare. Innanzitutto leggendolo, rileggendolo e diffondendo la buona notizia: Gesù è il Logos incarnato, l’origine e il fine di tutto, il senso di tutto. Forse è per questo che le ultime parole di papa Benedetto sono state «Gesù, ti amo».






Mons. Gänswein: “Traditionis custodes ha spezzato il cuore di papa Benedetto”




3 gennaio 2023

Hanno destato scalpore le parole dell’arcivescovo Gänswein — il più stretto confidente del Papa in quanto suo segretario particolare e fedele collaboratore da tanti anni —, in un’intervista a Guido Horst, di Die Tagespost, sulle reazioni di Benedetto XVI alla Traditionis Custodes, sostanziale demolizione del Summorum Pomntificum.

Alla domanda se Benedetto fosse rimasto deluso da Traditionis Custodes, Gänswein ha risposto [video qui]:

“L’ha colpito molto duramente. Credo che abbia spezzato il cuore di papa Benedetto leggere quel motu proprio.

L’intenzione di papa Benedetto era stata quella di aiutare coloro che semplicemente avevano trovato una casa nella vecchia messa a trovare una pace interiore, una pace liturgica e anche per sottrarli a Lefebvre.
Se pensate per quanti secoli la vecchia messa è stata fonte di vita spirituale e nutrimento per molti santi è difficile immaginare che non abbia più nulla da offrire.

Impossibile immaginare che non abbia più nulla da offrire. E non dimentichiamo tutti quei giovani che sono nati dopo il concilio vaticano II e non sanno nulla dei drammi che hanno circondato il Concilio Vaticano II…

Togliere questo tesoro alle persone, perché? Non credo di poter dire di essere a mio agio con questo”.








domenica 1 gennaio 2023

IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI BENEDETTO XVI: «Rimanete saldi nella fede, non lasciatevi confondere»



Reso pubblico il testamento spirituale di Benedetto XVI, un canto di ringraziamento al Signore per tutti i doni ricevuti. E un giudizio chiaro su tutte le false ideologie e filosofie che pensano di oscurare la fede. «Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo».




31-12-2022

Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.

Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta.

Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato. Tutti li affido grato alla Sua bontà. E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso.

Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede.

E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria.

A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono. Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere!
Spesso sembra che la scienza — le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro — siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità.

Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede.

Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo.

Infine, chiedo umilmente: pregate per me, così che il Signore, nonostante tutti i miei peccati e insufficienze, mi accolga nelle dimore eterne. A tutti quelli che mi sono affidati, giorno per giorno va di cuore la mia preghiera.