Tra i grandi maestri che hanno caratterizzato la loro lunga carriera accademica e di ricerca, brilla San Tommaso d'Aquino. Gherardini nella sua ricerca teologica e Livi in quella filosofica hanno trovato del Dottore Angelico un riferimento sicuro e perenne. Mai proni alle mode o ideologie del tempo, si sono caratterizzati, ormai casi rarissimi, per la coerenza del loro insegnamento e della loro ricerca, e da quel parlar chiaro che affondava le radici non solo nel rigore scientifico, ma anche in quella schiettezza toscana che avevano ereditato dalle loro origini pratesi.
domenica 29 maggio 2022
Prato 30 maggio. Conferenza del Canonico Enrico Bini in ricordo di mons. Brunero Gherardini e di mons. Antonio Livi
Tra i grandi maestri che hanno caratterizzato la loro lunga carriera accademica e di ricerca, brilla San Tommaso d'Aquino. Gherardini nella sua ricerca teologica e Livi in quella filosofica hanno trovato del Dottore Angelico un riferimento sicuro e perenne. Mai proni alle mode o ideologie del tempo, si sono caratterizzati, ormai casi rarissimi, per la coerenza del loro insegnamento e della loro ricerca, e da quel parlar chiaro che affondava le radici non solo nel rigore scientifico, ma anche in quella schiettezza toscana che avevano ereditato dalle loro origini pratesi.
sabato 28 maggio 2022
Quanto è pericolosa per la libertà l’autodeterminazione

Le trappole dell’autodeterminazione secondo il giudice Airoma
Andrea Mariotto, 24/05/2022
Lunedì 2 maggio è intervenuto per la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, per un incontro dal titolo “Quanto è pericolosa per la libertà l’autodeterminazione”, Domenico Airoma, procuratore di Avellino e vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino.
Anzitutto, ha esordito, alla liberà è necessario conferire una dimensione “carnale”: la libertà, infatti, non resta una nozione astratta, ma si incarna nelle scelte concrete della vita di tutti i giorni. Quelle scelte che portano ragazzi anche di ottima famiglia, a cui non mancano benessere e istruzione, a prendere le strade della malavita, cosa che nella sua esperienza di procuratore ha sperimentato più volte: “Io dico sempre che di lavoro faccio il pessimologo, cioè studio cose che le persone fanno facendo un uso scorretto della loro libertà”. Quando siamo chiamati a fare una scelta, vuol dire che ci troviamo di fronte a più alternative e soluzioni concrete e per prendere una decisione servono delle informazioni. L’uomo, a differenza dell’animale, è un essere razionale, ma non bastano informazioni e intelletto, serve anche la volontà: video bona proboque, deteriora sequor (vedo le cose buone, ma faccio le peggiori) è l’aforisma di Ovidio con cui si può ben tratteggiare il dramma della libertà.
Airoma ha quindi tratteggiato una libertà “tridimensionale” fatta di ragione, volontà e circostanze.
“L’autodeterminazione non è altro che l’io senza le circostanze”, ha proseguito. Essa è “una contraffazione virtuale” della libertà: la modernità vuole presentare un io assoluto capace di assumere scelte in maniera autonoma e indipendente. “Ma chi di noi è veramente capace di immaginarsi indipendenti in maniera assoluta?”. La libertà è sempre una dipendenza relativa, ha spiegato, visto che dipendiamo dalle circostanze in cui siamo inseriti e nelle quali facciamo le scelte. Alla fine, “pensarsi indipendenti in maniera assoluta vuol dire pensarsi come schiavi, perché libertà da ogni cosa si traduce nel suo contrario, cioè nella schiavitù ad ogni cosa”. Oggi, per di più, si fa coincidere la dignità dell’uomo non tanto nel fatto di essere uomo, ma nella sua capacità di autodeterminazione. Al vertice di tutto non sta la ragione, ma il desiderio, quell’approccio che Benedetto XVI ha delineato in maniera memorabile con l’espressione «l’io e le sue voglie».
Come faccio a soddisfare tutte le mie voglie? Chi può assicurarmi di ottenere ciò che voglio? Il giudice. Se ci si pensa bene, è nei tribunali che oggi avvengono i principali cambiamenti normativi, in linea con quanto sosteneva Gustavo Zagrebelsky nel libro Il diritto mite, “quel diritto che abbandona la funzione di ricognizione di un ordine esistente, quindi di limite”. Zagrebelsky, ha spiegato Airoma, dice infatti che nei temi più sensibili (famiglia, vita, ecc.) a stabilire le regole non devono essere “le mutevoli maggioranze parlamentari”, ma una nuova élite di tecnici, cioè i giudici.
Senza un limite, se c’è qualcosa che mi consente di realizzare il mio desiderio esso dev’essere realizzato, perciò “tutto quello che è tecnicamente possibile diviene moralmente lecito e quindi giuridicamente consentito”, perciò il cambiamento normativo diviene cambiamento sociale e di costume. Ma poiché è evidente che non tutti possono fare tutto, l’espansione del desiderio a nuovo diritto genera tutta una serie di nuovi soggetti deboli discriminati come il bimbo “scelto” da un catalogo e prodotto in laboratorio, o la mamma che presta per denaro il proprio corpo in una procedura di utero in affitto. “In questo mondo fatto di nuovi diritti giganteggia un uomo nuovo: di questo si parla oggi nelle aule giudiziarie e di questa mentalità sono intossicati i giovani oggi, una mentalità relativistica secondo la quale ogni opzione finisce per essere indifferente”.
È una logica a-morale in cui tutte le scelte diventano moralmente indifferenti e nella quale non si riscontra un criterio di giudizio che valga a determinare la bontà o meno di una decisione. Se la legge deve solo fornire la cornice affinché io realizzi i miei desideri, possiamo parlare di un “legalismo a-morale”.
La libertà, quindi, è il tema centrale di questi tempi. Siamo abituati a concepirla come una questione di indipendenza, ma è un equivoco, come scriveva il filosofo Gustave Thibon: «non esiste per l’uomo l’indipendenza assoluta, ma esiste una dipendenza morta che lo opprime o una dipendenza viva che lo fa sbocciare. La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà. L’uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla e da nessuno, è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama ed è prigioniero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore». Il problema non è la dipendenza, è ciò per cui noi vogliamo spendere la nostra vita: siamo veramente liberi se stiamo orientando la vita verso ciò che amiamo e se ciò che amiamo ha un’attinenza con la Verità siamo liberi davvero. L’autodeterminazione conduce al conflitto perenne tra i tanti “io” che vogliono affermarsi in maniera assoluta.
Di autodeterminazione si parla – più correttamente, si straparla – quando all’ordine del giorno c’è il tema dell’eutanasia: La vulgata su questo tema vuole che si debba garantire l’autodeterminazione, ma di chi? “Una persona in condizioni di sofferenza è davvero capace di prendere decisioni in maniera indipendente e autonoma?”, si è chiesto Airoma. “La Corte Costituzionale vieta l’omicidio del consenziente e fa bene perché mette una “cintura protettiva” a una persona che in quelle condizioni sarebbe capace di farsi fare di tutto”. Il problema però è che quella persona soffre, e allora è più facile accompagnare il sofferente o aiutarlo a farla finita? Inoltre, perché il bene “vita” non è disponibile? “Perché, come per la libertà, se ne disponessi rinuncerei alla mia dignità, che è correlata al fatto di essere uomo in quanto tale e non alle qualità e abilità che posso esprimere o alla situazione specifica in cui mi trovo, cosa che peraltro succede in Belgio e Olanda in cui si parla pericolosamente di diritto alla vita completata”. Peraltro, bisogna specificare che la legge 38/2010 sulle cure palliative è in gran parte inattuata quindi, se si vuole, c’è il modo per contrastare la sofferenza.
Non si deve però cedere alla disperazione, perché disseminati qui e là vi sono numerosi segnali di speranza. Dopo tanti anni di “nichilismo giuridico” (o “positivismo giuridico”) sembra che all’orizzonte si profilino dei cambiamenti anche nella giurisprudenza, basti considerare gli ultimi interventi sulla stampa del giurista Severino Irti, che da teorico del citato nichilismo giuridico ha fatto recentemente dei richiami alle radici spirituali, alla cultura, alle origini. “Abbiamo creato una società dell’odio – ha commentato Airoma – ma alla fine la realtà si prende le sue rivincite”.
giovedì 26 maggio 2022
Cordileone-Pelosi: un intervento dagli effetti salutari

Di Samuele Salvador 24 MAG 2022
“Lei non si deve presentare per la Santa Comunione e, se lo farà, non dovrà esservi ammessa, fintantoché non avrà ripudiato pubblicamente il suo appoggio alla legittimazione dell’aborto, si sia confessata ed abbia ricevuto l’assoluzione di questo grave peccato nel Sacramento della Penitenza”.
Con queste parole, in una lettera datata 19 maggio 2022, resa pubblica il giorno successivo, l’Arcivescovo di San Francisco (California, USA), Salvatore Cordileone, ha informato la Presidente della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi che nei suoi confronti verrà applicato il canone 915 del Diritto Canonico che prevede la sua non ammissione alla Comunione.
L’Arcivescovo Cordileone motiva questo grave provvedimento alla Pelosi (fedele della sua diocesi) scrivendo: “Un legislatore cattolico che, dopo aver conosciuto l’insegnamento della Chiesa, appoggi l’aborto procurato commette peccato grave e manifesto, il quale è causa di scandalo ancor più grande nel prossimo. Pertanto la legge della Chiesa universale prevede che questa persona non sia ammessa alla Santa comunione”.
Non si tratta di un fulmine a ciel sereno: Cordileone ricorda alla Presidente di aver seguito le indicazioni pastorali dell’allora (2004) Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger, il quale raccomandava in questi casi di incontrare il politico, istruirlo circa l’insegnamento della Chiesa e avvertirlo delle conseguenze in caso di mancata cessazione della situazione di peccato. Si rammarica però di non aver mai ricevuto risposta alle sue numerose richieste di poter incontrare la Pelosi, avanzate da quando la democratica aveva proposto di rendere legge federale il contenuto della sentenza della corte Suprema Roe v. Wade in risposta all’approvazione in Texas, lo scorso settembre, della “Heartbeat Bill” che proibisce l’aborto dal momento in cui è possibile rilevare il battito cardiaco del feto.
In una Nota al proprio clero, pubblicata congiuntamente alla lettera, l’Arcivescovo di San Francisco chiarisce come la posizione della Pelosi sia divenuta sempre più estrema negli anni e in particolare negli ultimi mesi, giungendo a citare la propria “fede cattolica” a giustificazione della propria idea di aborto quale “scelta”.
Nella medesima nota Cordileone rigetta preventivamente l’accusa di fare dell’Eucaristia un’arma politica, ribadendo che il suo intento è pastorale. Ammette che la decisione non sia stata presa a cuor leggero, ma che sia stato spinto dalla cura per i tanti fedeli scandalizzati dalle posizioni della Pelosi e dal pericolo che queste costituiscono per l’anima della stessa.
Rivolgendosi infine ai fedeli della propria diocesi in un comunicato che spiega loro la decisione presa, l’Arcivescovo ammette il ruolo avuto dalle numerose lettere ricevute che esprimevano lo scandalo suscitato dalle posizioni assunte da figure pubbliche circa l’aborto.
Raccomanda loro preghiera e atti di penitenza in favore di Nancy Pelosi, sottolineando con compiacimento la sentita partecipazione alla scorsa campagna “una rosa e un Rosario per Nancy”. Da ultimo rinnova l’invito a prendere parte alle concrete attività pro vita della diocesi.
Si tratta di una misura che non è passata inosservata, né lo sarà in futuro. Cordileone stesso, con un laconico “il sacerdozio non è per i deboli di cuore…”, mette in guardia il proprio clero dal probabile aumento nel prossimo futuro di atti di disturbo e di violenza, che già si sono verificati in tutto il Paese in seguito alla fuga di notizie di un possibile ribaltamento della sentenza Roe v. Wade.
Qualcuno potrà ritenere che siano stati rispolverati metodi medioevali, di scontro tra potere spirituale e temporale. Tuttavia, oltre agli effetti sulla Pelosi cui è direttamente rivolto, questo provvedimento svolgerà una importante azione di catechesi dei fedeli, come pure dei non credenti, eliminando ogni ambiguità sul tema in ambito politico.
Prendendo esempio (e coraggio) altri pastori della Chiesa potrebbero auspicabilmente fare altrettanto nei confronti dei molti politici che, in ogni parte del mondo, incuranti degli effetti nefandi (e mortiferi, nel caso dell’aborto) considerano la fede come una vestaglia, buona solo tra le mura domestiche.
Che alla Casa Bianca debbano iniziare a temere l’arrivo del postino?
Samuele Salvador
26 maggio / L’Ascensione del Signore spiegata (bene) dal Catechismo di san Pio X

Catechismo Maggiore di san Pio X
Dell’Ascensione del Signore
84
D. Che cosa si celebra nella festa dell’Ascensione?
R. Nella festa dell’Ascensione si celebra il giorno glorioso, in cui Gesù Cristo, in presenza dei suoi discepoli, sali per virtù propria al cielo, quaranta giorni dopo la stia risurrezione.
85
D. Per quali motivi Gesù Cristo è salito al cielo?
R. Gesù Cristo è salito al cielo,
1. per prendere possesso dell’eterno regno conquistato colla sua morte;
2. per prepararci il nostro luogo, e servirci di mediatore ed avvocato presso il Padre;
3. per mandare lo Spirito Santo a’ suoi Apostoli.
86
D. Nel giorno dell’Ascensione, entrò in cielo il solo Gesù Cristo?
R. Nel giorno dell’Ascensione non entrò in cielo Gesù Cristo solo, ma vi entrarono seco le anime degli antichi Padri, che aveva liberate dal limbo.
87
D. Come si trova Gesù Cristo in cielo?
R. Gesù Cristo in cielo siede alla destra di Dio Padre; cioè come Dio è uguale al Padre nella gloria, e come uomo è innalzato sopra tutti gli Angeli e tutti i Santi, e fatto Signore di tutte le cose.
88
D. Che cosa dobbiamo noi fare per celebrare degnamente la festa dell’Ascensione?
R. Per celebrare degnamente la festa dell’Ascensione dobbiamo fare tre cose:
1. adorare Gesù Cristo nel cielo come nostro mediatore e avvocato;
2. distaccare intieramente il nostro cuore da questo mondo, come da un luogo d’esilio, e aspirare unicamente al Paradiso, come alla nostra vera patria;
3. risolvere d’imitare Gesù Cristo nell’umiltà, nella mortificazione e ne’ patimenti, per aver parte alla sua gloria.
89
D. Che cosa devono fare i fedeli nel tempo che corre dalla festa dell’Ascensione sino alla Pentecoste?
R. Dalla festa dell’Ascensione sino alla Pentecoste i fedeli devono, ad esempio degli Apostoli, prepararsi a ricevere lo Spirito Santo col ritiro, col raccoglimento interno, e con perseverante e fervorosa orazione.
90
D. Perché nella festa dell’Ascensione, letto il vangelo della Messa solenne, si estingue e poscia si leva il cero pasquale?
R. Nella festa dell’Ascensione, letto il vangelo della Messa solenne, si estingue e poscia si leva il cero pasquale per rappresentare la dipartita di Cristo dagli Apostoli.
Fonte: sodalitium.biz
mercoledì 25 maggio 2022
L’esempio degli Stati Uniti ci spinge a combattere l’aborto senza compromessi
di Virginia Coda Nunziante, 18 Maggio 2022 ore 12:19
Tra qualche giorno ricorrerà nel nostro Paese il triste anniversario dell’approvazione della legge 194 che quarantaquattro anni fa, il 22 maggio 1978, approvò l’aborto in Italia. Da quel giorno ad oggi, i dati che provengono dall’Istituto Superiore di Sanità indicano in oltre 6 milioni i bambini eliminati nel grembo materno, cifra che riguarda solo gli aborti ospedalizzati ma che non conta gli aborti farmacologici. Sappiamo che il numero è ben superiore…
Non possiamo dunque dimenticare l’anniversario di una tragedia che ogni giorno si perpetua in Italia. C’è tuttavia una ragione di grande speranza per il futuro, che proviene dagli Stati Uniti, un paese tanto spesso indicato come simbolo di decadenza morale, ma che sembra anche capace di esprimere germi di rinascita e reazione morale.
E’ trapelata nei giorni scorsi la bozza di un testo di voto della Corte Suprema americana, secondo cui i princìpi su cui si basa la sentenza Roe vs Wade che ha legalizzato l’aborto nel 1973, sono in contraddizione con la Costituzione degli Stati Uniti. Se la Corte Suprema annullerà la famigerata sentenza Roe/Wade, questa decisione avrà un impatto straordinario, non solo negli Stati Uniti ma anche in tutti i nostri Paesi. La sentenza della Corte uscirà ufficialmente a giugno ma la notizia è stata probabilmente fatta filtrare per fomentare una reazione contro i giudici pro-life. Reazione che si è fatta subito sentire anche se per la legge americana vi sarebbe divieto assoluto di manifestare per cercare di influenzare i “decisori” (che in questo caso sono i Giudici ma potrebbero essere anche dei Ministri o altro). I numeri di telefono e gli indirizzi privati dei Giudici sono stati pubblicati sui social, le case sono state circondate da facinorosi, le famiglie minacciate… ma niente è stato fatto da parte dell’amministrazione Biden per impedire questa violenza.
Steven Mosher, presidente del Population Research Institute, da quarant’anni impegnato sui temi pro-life, assicura però che i Giudici non si lasceranno intimidire e la sentenza seguirà il suo corso. La storica decisione è destinata probabilmente a spaccare in due gli Stati Uniti poiché spetterà ad ogni singolo Stato stabilire la propria legge, visto che la decisione non sarà più del Governo federale. Il panorama attuale indica una metà di Stati dove l’aborto sarà praticabile e una metà dove invece sarà proibito, con leggi più o meno restrittive. A questo punto la battaglia dei movimenti pro-life si concentrerà negli Stati più liberal per cercare di invertire la rotta. Già si prevede che la grande Marcia che si è sempre svolta a Washington ogni mese di gennaio, nell’anniversario dell’approvazione della Roe/Wade, si sposterà in ogni singolo Stato. Le Marce per la vita si moltiplicheranno e con il tempo, rovesceranno le leggi ingiuste contro la vita.
Sono convinta che tutte le Marce per la Vita che si sono susseguite negli USA dal 1974 ad oggi, hanno svolto un ruolo importantissimo per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei politici sul tema della difesa della vita innocente. Starà molto a noi, alla società civile e ai politici, a non lasciar passare questo momento particolarmente propizio per far penetrare il giusto messaggio: l’aborto è un delitto di Stato e deve essere combattuto senza eccezioni e senza compromessi. La legge 194 può essere abrogata. In America il passo successivo sarà quello di togliere i fondi del Governo federale ad organizzazioni abortiste tipo Planned Parenthood. Anche in Italia dovremmo chiedere di tagliare i fondi che il Ministero della Sanità dedica all’aborto: invece di uccidere bambini aiutare le famiglie ad avere figli.
Alla vigilia della nuova manifestazione per la Vita del 21 maggio, ci auguriamo che il messaggio contro la legge 194 sia chiaro come lo è stato negli Stati Uniti per 49 anni: se non si fanno compromessi con la cultura della morte, la vittoria è possibile.
Il silenzio dei vescovi

Sono molto pochi i vescovi che oggi parlano, come dimostra il clamore attorno al caso Cordileone-Pelosi. Oggi il vescovo ha scarsissimo potere reale nella sua diocesi. Prima di tutto, a influenzarlo, c’è la curia, poi le cordate tra sacerdoti, le conferenze episcopali, i rapporti con Roma, ecc. Sullo sfondo il grande problema: l’ambiguità sulla dottrina. Di fronte a cui tutti, o quasi, tacciono.
L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, ha indicato a tutti i sacerdoti della sua arcidiocesi di non dare la Comunione a Nancy Pelosi, cattolica, speaker della Camera e spinta sostenitrice dell’aborto di Stato. Il fatto è stato visto come un evento eccezionale e alcuni suoi confratelli hanno parlato di comportamento “eroico”. Letto al contrario, ciò dimostra che per mille che tacciono, uno solo parla. La percentuale è veramente molto bassa. Perfino i rabbini ebrei parlano di più dei vescovi cattolici: è dei giorni scorsi la notizia di aver diffidato lo Stato di Israele dall’aderire alla nuova gestione monocratica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ve lo immaginate qualche vescovo italiano che intervenga su un argomento simile? Quali i motivi di questo silenzio?
Una prima cosa, molto concreta, da osservare è che il vescovo oggi ha scarsissimo potere reale, ammesso che ancora ne abbia, nella sua diocesi. Si può dire che sia esautorato di fatto. Prima di tutto c’è la curia, ossia il vicario generale, il consiglio episcopale e gli officiali di curia. Il vescovo deve contrattare o comunque tenere conto delle loro posizioni e resistenze, che riflettono l’equilibrio dei poteri reali nella realtà diocesana. Nessun vescovo può sfuggire a queste logiche, che spesso sono di ricatto.
Poi ci sono le cordate tra i sacerdoti in base alle loro affinità elettive, alla loro visione teologica e della pastorale, alle loro amicizie maturate durante lo studio in seminario o in altri luoghi, ai loro legami personali con il vescovo precedente, alle loro aspettative di carriera ecclesiastica, ai loro contatti con Roma. Nessun presbiterio diocesano è immune da queste dinamiche, varia solo il grado della loro pesantezza.
Poi ci sono i confratelli riuniti nelle conferenze episcopali regionali e nazionali. Questo segna una ragnatela in cui ogni vescovo rimane impaniato, specialmente in un tempo come il nostro in cui un vescovo può essere destituito - è stato il caso di Porto Rico (riguardante mons. Daniel Fernández Torres) - per non aver saputo “collaborare” con i suoi confratelli e in cui l’unico valore che conta è la cosiddetta sinodalità. I legami nelle conferenze episcopali sono spesso molto negativi, impediscono ai vescovi di dire la propria, impongono scelte pastorali impegnative e basate su un consenso formale, per compiacenza, o per evitare i conflitti. Nel clima di sospetto e di incertezza di questo pontificato, i singoli vescovi si premurano di non dire mai nulla su niente. I documenti collettivi sono quindi smunti e generici, parlano molto ma non dicono niente nemmeno quelli.
Poi c’è il magistero dell’attuale Papa che spesso saltella di qua e di là, dice e non dice, oppure dice e poi contraddice. Si slancia e poi si ritira, butta il sasso e nasconde la mano, dice e poi smentisce, parla di trasparenza ma poi colpisce di netto, tollera molte cose ma su altre è intransigente, parla di misericordia ma non perdona. I singoli vescovi faticano a seguirlo. I nuovi nominati rispondono a queste medesime caratteristiche e quindi moltiplicano nelle diverse conferenze episcopali regionali questa incertezza da stop and go. C’è incertezza, ma anche inquietudine, sospetto reciproco, senso di solitudine, cautela nel parlare anche in privato. Solo dei vescovi eroici possono superare questa situazione, ma l’eroismo uno non se lo può dare se non ce l’ha. Da qui il compromesso del silenzio.
Poi ci sono i rapporti con i dicasteri della Santa Sede. Un vescovo non ha potere sugli insegnanti del suo seminario, se questo ha dei legami con la Congregazione per l’educazione cattolica oppure con delle università pontificie. Ancora più non ne ha se si tratta di un seminario interdiocesano (cosa ormai assai frequente e in aumento, data la necessità per ovvi motivi di accorpare l’istruzione dei seminaristi di più diocesi limitrofe). Il vescovo oggi ordina sacerdoti sulla cui formazione non ha nessun potere di intervento. Se nota che in seminario ci sono insegnanti atei può farci ben poco. Sono molti, purtroppo, i vescovi che aspettano i 75 anni come una liberazione.
Infine c’è l’argomento forse più importante. La dottrina non più chiara, lo sperimentalismo pastorale azzardato e imposto, l’incertezza sulle cose da insegnare, l’ordine implicito di dire solo cose che non siano divisive, l’obbligo di dimostrarsi aperti e misericordiosi ad oltranza, l’indicazione perentoria di non opporsi mai frontalmente al mondo. Capita così che o il vescovo si adegua o preferisce tacere. Non è detto che tutti quanti tacciono è perché non si adeguano, né è detto che tacere sia la cosa migliore da fare in questo momento per il bene della Chiesa. Però, intanto, tacciono.
martedì 24 maggio 2022
Avvenire e aborto, il fascino discreto della Legge 194

Con un riquadro legato all'articolo che dava conto della Manifestazione per la vita del 21 maggio a Roma, il quotidiano dei vescovi italiani difende la legge 194 del 1978 che in Italia ha introdotto l'aborto. E soprattutto lo fa mentendo spudoratamente su obiettivi e contenuti della legge. Un segnale inviato ai palazzi della politica ma anche agli organizzatori della manifestazione.
Il segnale politico è chiaro: la Chiesa italiana – ovvero la sua gerarchia - difende la legge 194 che ha introdotto l’aborto nel 1978, ma lo fa in modo discreto, con una breve colonnina pubblicata da Avvenire (il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, CEI) a fianco del resoconto della manifestazione per la vita svoltasi a Roma sabato 21 maggio. Il testo non è firmato, ma è chiaramente impensabile che su un tema tanto delicato possa uscire una nota del genere – molto precisa in quel che vuole comunicare - per distrazione o per l’iniziativa di un redattore disinformato o malintenzionato. E non può certo essere casuale il momento scelto, ovvero all'indomani della Manifestazione per la vita, a fianco del resoconto (neutrale) di cronaca, come a voler rassicurare qualcuno che comunque la Chiesa farà di tutto per evitare che venga messa in discussione la legge 194.

“Prima che un diritto è e resta una scelta drammatica ed estrema, quella dell’aborto. Che la legge italiana consente dal 22 maggio del 1978 nella misura in cui un bene giuridico costituzionalmente sancito – il diritto alla vita del concepito – si pone in insanabile contrasto con un altro di pari valore – la salute fisica e psichica della gestante.
Ecco il vero spirito della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, che traspare da tutto il suo testo e che tante sentenze hanno confermato nel corso degli anni.
Lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio, vi si legge nell’articolo 1. E riconosce, sì, il diritto ad abortire, ma imponendo ogni volta il tentativo di rimuovere le cause per cui esso viene chiesto e subordinandolo a procedure rigide”.
Intanto c’è da chiedersi che senso ha fare un colonnino sulla legge 194 quando questa non era a tema della Manifestazione per la vita e men che meno se ne parla nell’articolo di cronaca. Già da questo traspare la volontà di mandare un messaggio. Ma quello che è scandaloso sono la quantità di menzogne che il giornale dei vescovi riesce ad accumulare in così poche righe. Ci limitiamo a sottolineare le questioni fondamentali.
La legge italiana, ci dice Avvenire, consentirebbe l’aborto solo come soluzione di un insuperabile contrasto tra due beni giuridici (costituzionalmente sanciti) di pari valore. Falso. Intanto perché la vita non è espressamente tutelata dalla Costituzione sin dal concepimento, ma indirettamente: l’articolo 31 impone infatti la “protezione della maternità”, in quanto rientra tra gli adempimenti dei “compiti relativi” alla famiglia. Inoltre, se il problema fosse stato regolare il rapporto tra la vita del concepito e la salute della madre, la legge non sarebbe servita a nulla perché ci aveva già pensato la Corte Costituzionale tre anni prima. Con la sentenza numero 27 del 1975 la Corte aveva infatti già deciso che in questi casi a prevalere è la salute della madre.
E ancora: si vorrebbe far credere ai lettori che l’aborto in Italia è consentito soltanto in questi casi drammatici in cui si deve scegliere tra la madre e il bambino. Senonché casi del genere si possono contare ogni anno sulle dita di una sola mano, mentre dal 1978 ad oggi sono stati praticati in Italia circa 6 milioni di aborti, senza considerare che ormai tra RU486 e pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo è diventato impossibile un conteggio esatto.
In realtà l’aborto in Italia è consentito praticamente sempre nei primi 90 giorni: il rischio per la salute fisica o psichica può essere infatti relazionato allo “stato di salute” della madre, “o alle sue condizioni economiche, sociali e familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (articolo 4). E dopo i 90 giorni “quando la gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna” e “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” (art. 6).
Ci vuole una bella dose di malafede per affermare che in Italia l’aborto sia una scelta estrema, così come nascondersi dietro al titolo della legge e all’articolo 1 che afferma come “lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. Si tratta di un chiaro specchietto per le allodole, visto che di tutela della maternità si parla soltanto all’articolo 2 della legge ed esclusivamente per blindare il sistema dei consultori statali (decisivo per diffondere la pratica dell’aborto), del cui finanziamento si parla poi all’articolo 3. Dopodiché, dall’articolo 4 al 22 (in pratica tutta la legge) si parla esclusivamente di aborto, anzi di “interruzione volontaria della gravidanza” come il linguaggio politicamente corretto prescrive. E delle previste pene pesanti per chiunque causa l’aborto al di fuori di quelle che Avvenire considera “procedure rigide”, ci sanno dire dal giornale della CEI quante ne sono state comminate in questi 44 anni?
La realtà è che il vero spirito della legge 194 è la legalizzazione dell’aborto, fondata sull’autodeterminazione della donna. Peraltro il direttore di Avvenire era allora già cresciuto abbastanza per poter ricordare in quale clima culturale e politico è stata approvata la legge 194. “Il corpo è mio e lo gestisco io” era forse uno slogan per rivendicare il valore sociale della maternità? Le migliaia di aborti illegali praticati dalle militanti radicali – Emma Bonino in testa – per spingere il Parlamento a legalizzare l’aborto, intendevano promuovere una crociata a tutela della maternità?
La risposta è ovvia. C’è solo dunque da chiedersi quale sia il vero obiettivo di Avvenire e delle gerarchie ecclesiastiche a cui risponde. Di sicuro manda un segnale rassicurante a certi poteri: lasciate pure gridare un po’ in piazza questi pro-life, non vi preoccupate, sono innocui; in Italia non accadrà come negli Stati Uniti, è la Chiesa cattolica stessa a difendere la legge sull’aborto e a spegnere sul nascere qualsiasi velleità di rimetterla in discussione.
Quindi c’è un segnale chiaro anche per gli organizzatori della Manifestazione: fate pure delle belle marce, parlate della bellezza della vita, promuovete una cultura della vita, ma restate bene dentro il recinto, non provate neanche a uscire dai confini segnati, sennò restate da soli e niente più copertura mediatica della stampa cattolica istituzionale né saluti del Papa al Regina Coeli.
E certamente, nel momento del passaggio di consegne della presidenza CEI dal cardinale Gualtiero Bassetti al suo successore, che sarà deciso nei prossimi giorni, si tratta anche di un modo per blindare il futuro presidente (ammesso che ne avrà bisogno).


