domenica 22 maggio 2022

Come santa Rita salvò l’anima del marito







Il Signore dispose che santa Rita passasse attraverso la prova di un duro matrimonio, così da poter salvare il marito e i figli.

Un giovane di una nobile e facoltosa famiglia di Cascia, Paolo Ferdinando, chiese in sposa la figlia di Antonio e Amata. I buoni genitori, conoscendo il proposito di consacrarsi di Rita, cercarono di distogliere il giovane dalle sue intenzioni. Purtroppo questi era un tipo violento e brutale e, di fronte alla possibilità di un rifiuto, cominciò a lanciare le più terribili minacce di vendetta.

Posta di fronte alla dolorosa alternativa di cedere alla richiesta del pretendente, rinunziando al suo desiderio di consacrazione a Dio, oppure di provocare col suo rifiuto una sanguinosa e tragica rappresaglia, Rita fu consigliata dal suo confessore di abbracciare la croce del matrimonio.

Dopo pochi mesi di vita coniugale, il giovane cominciò a sfogare anche in famiglia la sua brutale violenza. La santa sposa sopportò con pazienza ogni asprezza: percosse, insulti, bestemmie, torti senza numero. Ella si rifugiò nella preghiera e nella penitenza, offrendo a Dio lacrime e sacrifici per la conquista di quell’anima.

Con il passare degli anni, il Signore esaudì le suppliche di Rita, premiandone la pazienza con la conversione dello sposo. Vinto dall’esempio di bontà ricevuto, trasformato dalla grazia di Dio, Paolo chiese perdono alla sposa di averla fatta tanto soffrire, ritornò alle pratiche della fede cristiana e riportò pace nella famiglia, ove frattanto erano nati due bambini: Giacomo e Paolo Maria.

E quando accorse dal marito morente, perché questi aveva subito un agguato, vide che la mano sinistra dell’uomo stringeva un Rosario. La Vergine, che la Santa aveva invocato per anni fra tante lacrime al fine di ottenere la conversione di Paolo, lo aveva assistito nel tragico trapasso all’eternità.





sabato 21 maggio 2022

Il card. Burke afferma che il Papa deve destituire i vescovi tedeschi se non rinunciano alle eresie del loro Cammino sinodale




Apprendiamo da Infocatólica che anche il card. Burke - che già si era pronunciato sull' Attacco tedesco alla “Signoria di Cristo” [qui] - ha dichiarato che in quanto pontefice e successore di Pietro è compito di Bergoglio correggere i vescovi tedeschi. Ha anzi affermato che il papa deve destituire i vescovi tedeschi se non rinunciano alle eresie del loro Cammino sinodale e non si discostano dagli errori nella Chiesa del Paese mitteleuropeo. Riprendo le dichiarazioni virgolettate nella nostra traduzione.
Molti di quei vescovi si sono pronunciati a favore di cambiamenti nella dottrina e nella disciplina della Chiesa - per esempio, in relazione alla valutazione dell'omosessualità, del celibato sacerdotale o dell'ordinazione delle donne - o non si sono opposti espressamente a tali proposte nel quadro del “Cammino sinodale”.


Secondo il cardinale Burke, in un'intervista pubblicata da Azione Cattolica per la Fede e la Famiglia, il Santo Padre "deve attirare l'attenzione di questi Vescovi e chiedere loro di rinunciare alle eresie insieme alle posizioni contrarie alla sana disciplina della Chiesa. E se non rinunciano ai loro errori e non si correggono, allora deve rimuoverli. Questa è la situazione a cui siamo arrivati".





"Il romano pontefice, successore di Pietro, è per definizione principio di unità nella Chiesa", ha sottolineato il cardinale. “È suo compito correggere questi vescovi. E se non accettano la correzione fraterna, se non accettano la loro correzione gerarchica come vescovi della Chiesa universale, devono essere applicate misure adeguate affinché i fedeli sappiano che questi vescovi non li guidano nella fede cattolica ».


Ed ha aggiunto che "Purtroppo, la confusione è causata e sorretta da coloro che sono chiamati ad essere maestri della fede e pastori del gregge con chiarezza e coraggio".


Vescovi che non rappresentano chiaramente l'insegnamento cattolico, ha detto il cardinale, "lasciano il gregge e non si dimostrano pastori ma lavoratori salariati che cercano di adattare l'insegnamento della Chiesa alla visione del mondo, a una visione laica del mondo, a una visione del mondo senza Dio".


Il cardinale Burke è uno degli oltre 100 firmatari di una lettera aperta [qui] indirizzata al vescovo Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca. Nella loro lettera, vescovi e cardinali di tutto il mondo [qui] avevano avvertito che il Cammino sinodale tedesco minaccia di condurre la Chiesa in un vicolo cieco di effetti distruttivi.


Bätzing ha respinto le critiche [qui], così come le analoghe preoccupazioni espresse dai vescovi di Scandinavia e Polonia [qui].







venerdì 20 maggio 2022

20 maggio: San Bernardino da Siena. L’Immacolata gli guarì la gola per poter meglio predicare





da I Santi e la Madonna, di padre Stefano Maria Manelli, volume 8


San Bernardino da Siena è stato certamente uno dei più grandi predicatori che l’Italia abbia mai avuto. Vivace e profondo, forte e geniale, luminoso e pratico attirava, in maniera così potente, che le città se lo contendevano e le più celebri piazze e cattedrali si gremivano fino all’inverosimile per ascoltarlo, dal centro al nord Italia.

Per 27 anni san Bernardino sarà predicatore instancabile, ammiratissimo ed efficacissimo, nell’istruire le genti e nell’illuminare le coscienze sul cammino di salvezza da percorrere.

I suoi viaggi apostolici lo porteranno in Lombardia e nella Liguria, nel Piemonte e nel veneto, nel Lazio, negli Abruzzi. Quando stava per scendere nel meridione, arrivò la sua ora di lasciare questa terra per il Regno dei cieli.

Ma, prima di iniziare la sua attività prodigiosa di predicatore, san Bernardino aveva un gravissimo limite, che doveva compromettere del tutto la missione di banditore della Parola di Dio per città e paesi: egli aveva una voce flebile ed era fragile nelle corde vocali per un male che non si riusciva né a definire né a debellare. Se riflettiamo che a quei tempi non esistevano certo gli impianti di microfoni e altoparlanti di cui disponiamo oggi, comprendiamo subito come dovessero risultare indispensabili al predicatore la sonorità della voce e la robustezza delle corde vocali, specie se si doveva parlare a grandi folle nelle ampie cattedrali e, più ancora, nelle vastissime piazze. L’ascolto e la comprensione delle parole del predicatore erano affidate proprio al vigore della sua voce, capace di coprire una vasta area gremita di gente.

Come andarono le cose per san bernardino? Andarono così: senza far troppo ricorso a medici e a medicine, egli si rivolse alla Madonna, alla mediatrice di ogni grazia temporale e spirituale. La pregò e la supplicò dicendole che, se lui doveva farsi annunciatore della Buona Novella, gli guarisse la gola e gli donasse la voce necessaria ad essere da tutti ascoltato e compreso. Pregò e insistette, con fiducia umile e serena.

Che cosa successe? Un giorno, mentre egli era immerso nella preghiera, vide all’improvviso venire dall’alto un globo di fuoco incandescente che gli toccò la gola per qualche attimo e subito sparì.

San Bernardino si scosse dalla rapida visione con un grido di esclamazione e si accorse immediatamente di essere guarito dal mal di gola, per grazia della Celeste Mediatrice e Madre, a cui rivolse subito un’accesissima preghiera di filiale riconoscenza, con il cuore commosso ed in festa.

Era evidente che la Madonna lo voleva predicatore.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il cammino dei Tre Sentieri




giovedì 19 maggio 2022

Conferenza di don Enrico Bini su due tomisti pratesi del Novecento: mons. Antonio Livi e mons. Brunero Gherardini

 



LECTIO SANCTI THOMAE

anno XIX

 

Conferenze sul pensiero di S. Tommaso d’Aquino

(1225-1274), dottore della Chiesa.

 

 

“Andate a S. Tommaso. Cercate e leggete le opere di S. Tommaso non solo per trovare in quei ricchi tesori un sicuro nutrimento per lo spirito, ma anche, e prima ancora, per rendervi conto personalmente della incomparabile profondità della dottrina che vi è contenuta” (Paolo VI).

 

 

Sessione primaverile

 

 

Ricordo di due tomisti pratesi del Novecento: mons. Antonio Livi e mons. Brunero Gherardini

Relatore: Don Enrico Bini

 

 

·  Lunedì 30 maggio 2022 ore 21,00

 

 

 

 

Sede: Parrocchia dello Spirito Santo

Via G. Silvestri, 21

59100- Prato

 

 


mercoledì 18 maggio 2022

Dietro l’eutanasia. Così il civilissimo Canada sta sopprimendo i poveri




18MAG22

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by Aldo Maria Valli

di Yuan Yi Zhu*

The Spectator

C’è una battuta, spesso ripetuta, del poeta Anatole France secondo cui “la legge, nella sua maestosa uguaglianza, proibisce ai ricchi e ai poveri di dormire sotto i ponti, di mendicare per le strade e di rubare il pane”. Ciò che la Francia di certo non prevedeva è che un intero paese – e per giunta ostentatamente progressista – ha oggi deciso di prendere il suo sarcasmo alla lettera e di portarlo alle estreme conseguenze.

Dall’anno scorso, la legge canadese, in tutta la sua maestosità, permette sia ai ricchi che ai poveri di suicidarsi se sono troppo poveri per continuare a vivere con dignità. In effetti, il sempre generoso Stato canadese pagherà persino per la loro morte. Quello che non farà è spendere soldi per permettere loro di vivere invece di uccidersi.


Come con la maggior parte dei pendii scivolosi, tutto è iniziato con una forte negazione dell’esistenza. Nel 2015, la Corte Suprema del Canada annullò ventidue anni di giurisprudenza dichiarando incostituzionale il divieto del paese al suicidio assistito e respingendo allegramente i timori che la sentenza avrebbe “iniziato una discesa lungo un pendio scivoloso verso l’omicidio” contro i vulnerabili, come dimostrato con “esempi aneddotici”. L’anno successivo, il Parlamento emanò debitamente una legislazione che consente l’eutanasia, ma solo per coloro che soffrono di una malattia terminale la cui morte naturale è “ragionevolmente prevedibile”.


Ci sono voluti solo cinque anni prima che la proverbiale pendenza si facesse ancora più scivolosa, quando il Parlamento canadese ha promulgato il disegno di legge C-7 , una legge radicale sull’eutanasia che ha abrogato il requisito del “ragionevolmente prevedibile” e il requisito che la condizione di salute dovrebbe essere “terminale”. Ora, fintanto che qualcuno soffre di una malattia o disabilità che “non può essere alleviata in condizioni che ritieni accettabili “, può usufruire gratuitamente di ciò che ora è noto eufemisticamente come “assistenza medica nella morte” (Maid in breve) .


Ben presto, i canadesi di tutto il paese scoprirono che, sebbene avrebbero preferito vivere, erano troppo poveri per migliorare le loro condizioni fino a un livello accettabile.

Non a caso, il Canada ha una delle spese sociali più basse di qualsiasi paese industrializzato, le cure palliative sono accessibili solo a una minoranza e i tempi di attesa nel settore sanitario pubblico possono essere insopportabili, al punto che nel 2005 la stessa Corte Suprema che ha legalizzato l’eutanasia ha dichiarato che i tempi di attesa sono una violazione del diritto alla vita.


Molti nel settore sanitario sono giunti alla stessa conclusione. Anche prima che venisse emanato il disegno di legge C-7, le segnalazioni di abusi erano all’ordine del giorno. Un uomo con una malattia neurodegenerativa ha testimoniato al Parlamento che infermieri e un esperto di etica medica in un ospedale hanno cercato di costringerlo a uccidersi minacciandolo di bancarotta con costi aggiuntivi o cacciandolo dall’ospedale e negandogli l’acqua per venti giorni. Praticamente ogni gruppo per i diritti dei disabili nel paese si è opposto alla nuova legge, ma è stato inutile: per una volta, il governo ha ritenuto opportuno ignorare questi gruppi altrimenti impeccabilmente progressisti.

Da allora, le cose sono solo peggiorate. In Ontario una donna è stata costretta all’eutanasia perché i suoi benefici abitativi non le hanno permesso di ottenere un alloggio migliore, il che non ha aggravato le sue allergie paralizzanti. Un’altra donna disabile ha chiesto di morire perché “semplicemente non poteva permettersi di continuare a vivere”. Un’altra ha chiesto l’eutanasia perché il debito legato al Covid l’ha resa incapace di pagare il trattamento che ha mantenuto il suo dolore cronico sopportabile. Sotto l’attuale governo, i canadesi disabili hanno ricevuto 600 dollari in assistenza finanziaria aggiuntiva durante il Covid; gli studenti universitari hanno ricevuto 5000 dollari.


Quando la famiglia di un disabile di trentacinque anni che ha fatto ricorso all’eutanasia è arrivata alla casa di cura in cui viveva, ha visto “urina e feci sul pavimento… punti in cui i tuoi piedi si stavano semplicemente attaccando. Ad esempio, se stavi al suo capezzale, quando te ne andavi il tuo piede era letteralmente bloccato”. Secondo il governo canadese, la legge sul suicidio assistito vuole “dare priorità all’autonomia individuale dei canadesi”; ci si può chiedere, nel soppesare la morte sulla vita, quanta autonomia avesse un uomo disabile che giaceva nella propria sporcizia.

Nonostante l’insistenza del governo canadese sul fatto che il suicidio assistito riguarda l’autonomia individuale, ha anche tenuto d’occhio i vantaggi fiscali. Già prima dell’entrata in vigore del disegno di legge C-7, il responsabile del bilancio parlamentare del paese ha pubblicato un rapporto sui risparmi rispetto ai costi che creerebbe: mentre il vecchio regime Maid ha risparmiato 86,9 milioni di dollari all’anno (una “riduzione dei costi netti”, nelle sterili parole del rapporto) il C-7 creerebbe ulteriori risparmi netti di 62 milioni di dollari all’anno. L’assistenza sanitaria, in particolare per chi soffre di malattie croniche, è costosa; ma il suicidio assistito costa al contribuente solo 2.327 dollari per “caso”. E, naturalmente, coloro che devono fare affidamento interamente sull’assistenza medica fornita dal governo rappresentano un onere molto maggiore per l’erario rispetto a coloro che hanno risparmi o un’assicurazione privata.


Eppure i media generosamente sovvenzionati del Canada, con alcune onorevoli eccezioni, hanno espresso poca curiosità per l’uccisione dei cittadini in uno dei paesi più ricchi del mondo. Forse, come molti medici, i giornalisti hanno paura di essere accusati di essere “non progressisti” se mettono in discussione la nuova cultura della morte, accusa fatale negli ambienti politicamente ben educati. L’emittente pubblica canadese, che nel 2020 rassicurava i canadesi che non c’era “nessun legame tra la povertà e la scelta della morte medicalmente assistita“, ha avuto ben poco da dire sugli sviluppi successivi.

L’anno prossimo le porte si apriranno ancora di più quando coloro che soffrono di malattie mentali – un altro gruppo sproporzionatamente povero – potranno beneficiare del suicidio assistito. E si parla già di consentire l’accesso all’eutanasia anche ai “minori maturi”.

Ma ricordiamo: i pendii scivolosi sono sempre un errore.

*ricercatore senior presso il Judicial Power Project di Policy Exchange e ricercatore presso il Nuffield College di Oxford

Fonte: spectator.co.uk







martedì 17 maggio 2022

Gli ultimi italiani. Impietoso Roberto Volpi




Foto: Gaetano Chierici, Le gioie infantili, (1895)




Samuele Salvador, 17  MAG 2022

Un quadro impietoso quello descritto dal demografo Roberto Volpi nel suo ultimo saggio, Gli ultimi italiani (Solferino, Milano 2022), un brutto sogno dal quale ci si vorrebbe svegliare, una cattiva notizia che si preferirebbe non ricevere: la popolazione italiana ha intrapreso una traiettoria che potrebbe portarla, già nel prossimo secolo, all’estinzione.

Numeri e dati ufficiali alla mano, ma nello stile scorrevole che gli è proprio, l’autore analizza le nuove previsioni dell’Istat che danno la popolazione italiana a 47,6 milioni nel 2070 (12,1 milioni in meno rispetto agli abitanti al 2020, anno di inizio delle previsioni 2020-2070), che diverrebbero 40 milioni alla fine del secolo, se non ancora meno. Un vero e proprio crollo, unito ad un drastico invecchiamento, che appare, tragicamente, del tutto realistico.

La ragione sta nella natalità, o per meglio dire denatalità: dagli anni ’70 in Italia nascono sempre meno bambini e le morti oramai sopravanzano largamente le nascite. La condizione demografica ordinaria, normale, di più nati che morti, nel biennio 2018-2019 si è registrata solo in una delle 107 province italiane (quella di Bolzano) ed anzi 6 province su 10 presentavano oltre 150 morti ogni 100 nati.

Volpi individua quale primaria causa della denatalità la progressiva riduzione quantitativa dei matrimoni. Sottolinea che tra questi sono in continua diminuzione quelli religiosi, statisticamente i più stabili e prolifici. Nota inoltre come l’introduzione del divorzio abbia indotto una deresponsabilizazione e, rendendo incerto il perdurare del matrimonio, lo abbia fatto divenire una scelta di vita meno appetibile, come emerge dall’aumento delle coppie di fatto e dalla più recente diffusione delle coppie di fatto non conviventi.

Inoltre dimostra come nel nostro Paese le nascite siano influenzate negativamente dall’innalzamento dell’età media alla quale le donne si sposano e più in generale hanno il primo figlio.

Ne emerge uno scenario sconfortante: un’Italia spopolata ed invecchiata, anche e soprattutto nel Mezzogiorno, con la desertificazione dei piccoli paesi, la riduzione delle grandi città, lo spopolamento della montagna e delle colline. Fenomeni, è bene ricordarlo, già in atto oggi.

Volpi tuttavia, oltre all’appello all’incentivazione con ogni mezzo della natalità, propone dei rimedi che favoriscano la formazione di famiglie giovani: accorciare i percorsi educativi e professionali di studio; lavorare sul piano programmatico e legislativo alla creazione di un mercato del lavoro aperto, il più possibile indirizzato e favorevole ai giovani; ripensare i meccanismi di un ascensore so­ciale basato sul merito che possa generare stabilità economica anche per i giovani.

L’autore intende insomma convincere che la questione demografica debba diventare prioritaria nel dibattito pubblico e lo fa con argomenti persuasivi: ne nascerà certamente un senso di urgenza, considerando che ogni anno che passa diminuiscono i giovani ed aumentano i vecchi, e che la forbice si amplia inesorabile.

La lettura di queste pagine riserva anche diversi spunti che possono e debbono orientare l’impegno sociale dei prossimi decenni. Con tutta probabilità assisteremo ad una profonda trasformazione nella composizione della società che avrà dei risvolti quasi antropologici: con la preponderanza dei figli unici (laddove vi saranno) verrà meno la rete parentale costituita da fratelli, zii, cugini…; rimarrà la sola parentela verticale con un progressivo isolamento degli individui. Ne conseguirà uno sfilacciamento ed allontanamento della stessa società. Se a ciò si aggiungono i mutati costumi affettivi vi sarà una quota sempre maggiore di popolazione di “famiglie unipersonali” (persone che vivono sole), stimata fino al 40% e oltre. Condizioni che, a nostro parere, potrebbero rendere la popolazione pericolosamente incline ad uno Stato leviatano pervasivo e centralista.

Di contro l’enorme differenza tra i territori nella densità di popolazione (si toccheranno rapporti di 100 a 1 tra metropoli e campagna) si ripercuoterà inevitabilmente nei costumi e nei rapporti sociali, marcando nette differenze all’interno del Paese e rendendo difficili una direttrice nazionale e politiche generalizzate. Ciò, sempre a parer nostro, potrebbe spingere all’adozione del federalismo o comunque riforme nella direzione di una maggiore sussidiarietà.

Il testo non affronta il tema ma con tutta evidenza la diminuzione e l’invecchiamento degli italiani si ripercuoteranno sull’economia: vi sarà una diminuzione del PIL? Data la quantità ingente di debito pubblico, quali effetti avrà la demografia sul bilancio statale? Sarà necessario trovare proposte credibili a questi problemi anche perché verosimilmente dagli ambienti progressisti giungeranno due risposte: da un lato la mutualizzazione del debito all’interno dell’unione Europea con una parallela ed ulteriore spinta alla centralizzazione; dall’altro il ricorso all’immigrazione, che dovrebbe assumere proporzioni enormi (centinaia di migliaia di arrivi ogni anno) con seri e fondati problemi di integrazione che ne conseguirebbero e che sono ben noti nell’Europa settentrionale. Volpi per di più ridimensiona molto l’effetto positivo sul piano demografico apportato dall’immigrazione, che paragona ad un paracadute che rallenta ma non arresta la caduta.

In ogni caso appare evidente che la questione non possa essere elusa e che a tutti i livelli sociali si debba assumere una prospettiva di lungo respiro; chi intende impegnarsi in politica, ad esempio, dovrà considerare che le decisioni attuali avranno effetti concreti solo nei prossimi decenni: infatti un eventuale aumento della natalità oggi significherebbe un potenziale aumento della popolazione solamente tra venti-trent’anni (quando cioè le donne avranno raggiunto l’età fertile).

Naturalmente il futuro qui descritto è tutt’altro che ineluttabile: Dio, vero Signore della Storia, e la libertà dell’uomo non possono essere racchiusa in modelli matematici, tuttavia questo libro costituisce un importante monito che aiuta a dare il giusto peso alle priorità odierne ed a prepararsi con realismo alle sfide di domani.

Samuele Salvador




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lunedì 16 maggio 2022

Come il progressismo ha distrutto la scuola italiana







di Federico Catani

Risale al 1967 il “manifesto” della nuova scuola italiana, ovvero la celebre Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani. Il prete di Barbiana voleva una scuola diversa, democratica, non elitaria, vicina al popolo. E cosa proponeva? Di eliminare la letteratura e la grammatica, viste come materie che umiliavano i poveri. Ai figli dei contadini, diceva, bisognava insegnare come si lavorava i campi. Solo così non si sarebbero sentiti inferiori e non avrebbero percepito la scuola come un’istituzione che li escludeva.

A distanza di tanto tempo, questa visione dell’istruzione appare in tutto il suo delirio. Eppure all’epoca venne esaltata da molti come una grande e benefica novità. Ed anche oggi non mancano i suoi estimatori.

Attualmente abbiamo davanti agli occhi la catastrofe che la Lettera ha provocato. Una scuola pensata e fatta in nome dei più poveri, ma che ha portato solo a un livellamento verso il basso, ad un egualitarismo estremo che penalizza i meritevoli e svantaggia proprio i ceti più bassi che dice di voler difendere e valorizzare.

Questa è la tesi di fondo del libro “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza” (La nave di Teseo, Milano 2021), di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi. I due autori, rispettivamente docenti al liceo e all’università, mette in luce con dolore e senza pietà tutte le contraddizioni e le mancanze dell’attuale sistema scolastico italiano. La cui crisi va fatta risalire alla scuola media unica, nel 1962, passando per la riforma dell’esame di maturità e il libero accesso alle università del 1969 sino ad arrivare alle devastanti riforme Berlinguer degli anni 2000, alle quali nessun successivo governo ha voluto porre realmente mano.

Il J’accuse è rivolto al mondo progressista (ma anche alla cosiddetta destra, che non si è mai preoccupata troppo di questi temi). Infatti – afferma la prof.ssa Mastrocola – «è la cultura progressista che si è battuta per la democratizzazione della scuola; è la cultura progressista che ha inteso la democratizzazione non come mettere la cultura alta a disposizione di tutti, ma come diritto al “successo formativo”; è la cultura progressista che ha demonizzato gli insegnanti che si opponevano all’abbassamento dell’asticella, o semplicemente erano contrari a rilasciare falsi attestati».



Gli amari frutti della scuola progressista


Ad alcuni questo libro potrà apparire un testo nostalgico. Tuttavia si tratta solo della descrizione di cosa abbiamo perso in questi anni di scuola “democratica” e “progressista” e della constatazione degli amari frutti raccolti dalle varie riforme. Frutti ben riassunti dalla Mastrocola quando scrive che oggi «mediamente almeno un terzo di una classe di prima liceo fa errori gravi di ortografia, non ha nessuna nozione di punteggiatura, confonde una congiunzione con un avverbio, non sa fare l’analisi logica di una frase né l’analisi di un periodo; non è in grado di fare un discorso orale più lungo di un minuto; non comprende un romanzo del Novecento; non sa costruire un testo organizzandolo su basi logiche ma affianca solo le frasi una accanto all’altra, scarne e banali, senza alcuna capacità di raccontare, di esprimere compiutamente un pensiero, una riflessione, un’opinione».

Del resto – e chi ha figli o nipoti a scuola lo saprà benissimo – «un ragazzo degli anni duemila non solo sostiene un esame di maturità farsa, ma ha imparato fin dalla scuola media che può permettersi benissimo di studiare solo in prossimità dell’interrogazione (le interrogazioni sono “programmate”), e che quando sarà interrogato lo sarà solo su piccole porzioni di programma. E più recentemente, dopo l’introduzione massiccia degli strumenti di valutazione “a crocette”, sa perfettamente che quello su cui deve veramente attrezzarsi non è a rispondere, cioè a costruire una risposta riproducendo lui stesso un discorso, un ragionamento, un’argomentazione, ma è a selezionare una risposta fra un piccolo numero di risposte preconfezionate. A valutarlo, infatti, saranno sempre di meno esseri umani, ma quiz, test, questionari che una macchina provvederà a elaborare e trasformare in punteggi».

Questo accade alle superiori. Ma all’università non va certo meglio. Come nota il prof. Ricolfi, «se gli studenti universitari hanno permanente bisogno di essere supportati, aiutati, assistiti, stimolati, monitorati, è prima di tutto perché arrivano largamente impreparati; e se arrivano largamente impreparati è perché, per decenni e decenni, la scuola è stata indotta ad abbassare gli standard, non tanto e non solo nel senso di annacquare i programmi (cosa avvenuta in Italia meno che altrove), ma nel senso di abbassare sempre più l’asticella della promozione». Tanto che «qualsiasi docente universitario non afflitto da chiusure ideologiche – osserva – non ha difficoltà ad ammettere che, in mezzo secolo, i contenuti dei programmi sono stati di molto alleggeriti, e che nessuno oggi, agli esami, si sogna di pretendere dagli studenti quel che potevano pretendere Bobbio, Magris o getto alla fine degli anni sessanta».

E ci siamo mai chiesti perché oggi tanti ragazzi non ce la fanno e abbandonano gli studi o cambiano scuola? Per la Mastrocola è molto semplice. Perché, per l’appunto, non sono stati ben preparati negli anni precedenti. Senza temi, analisi grammaticale, logica, del periodo e le parafrasi, ad esempio, non si può essere pronti a studi più complessi. Non si può frequentare il liceo classico. O, se lo si fa, bisognerà faticare il doppio o il triplo. Eppure tutti vogliono andare in un liceo. Ecco allora che «s’è creato un liceo per coloro che non vogliono fare latino, ma desiderano comunque fare un liceo (meraviglioso controsenso!). Abbiamo pensato a opzioni più facili e snelle, nonché più “moderne”: un liceo scientifico-tecnologico, per esempio, o altri infiniti surrogati. Così le classi basse scelgono il tecnologico, e le classi alte continuano a scegliere lo scientifico tradizionale. Perfetto! Dovremmo dire apertamente che è un imbroglio, dirlo alle famiglie meno accorte. […] Dovremmo dire: guardate che il vero liceo è quello con il latino, se scegliete l’altro va bene, ma vostro figlio non potrà poi andare all’università. Cioè, ci andrà ma farà molta più fatica, e riuscirà solo se sceglierà corsi di laurea deboli, perché certi esami duri non ce la farà a passarli, senza aver fatto il liceo con il latino». Che poi oggi in seconda liceo si arriva grosso modo al programma di latino che un tempo si faceva in terza media…!

Certo, in un mondo in cui bisogna esprimere un pensiero con al massimo 140 caratteri (vedi Twitter) o con video di pochi secondi su Tik Tok e dove si sta tornando a una sorta di linguaggio primitivo per immagini con le foto su Instagram o con messaggi costituiti di emoticon, la prof.ssa Mastrocola che parla dell’importanza del latino, della parafrasi, dell’analisi logica sembra un marziano. E lo appare ancor di più quando, riferendosi alla scuola media da lei frequentata alla fine degli anni sessanta, ricorda l’importanza di studiare scrivendo. E oltretutto a mano! «Scrivere – osserva – era un modo di studiare. Studiare era far durare le cose che si leggevano. E per farle durare bisognava inciderle sulla testa, stamparle. […] Ciò che si legge soltanto, vola via. […] Studiare non è leggere. Bisogna selezionare, riorganizzare, trattenere, ricordare. E ricordare è imprimere».



Una scuola contro i ceti popolari


Insomma, per andare al punto, «abbassare il livello culturale dello studio – dice Ricolfi – non è democratico, anzi è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista! Favorisce i ricchi e i privilegiati, che possono non studiare e, grazie a fenomeni quali le lezioni private a gogò, ce la faranno sempre. Bisogna rendere in grado i “poveri” (gli umili, gli svantaggiati, i ceti meno abbienti) di fare le scuole migliori. Rendere in grado! Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato».

In barba alle sciagurate tesi espresse da don Milani, «una volta raggiunta l’unità linguistica degli italiani, dagli anni settanta in poi, una scuola alta e difficile avrebbe avvantaggiato (non svantaggiato!) i poveri. […] Se il cosiddetto ascensore sociale non funziona più, è perché ai poveri, per non farli sentire poveri, abbiamo dato una scuola impoverita. Senza dei ed eroi e senza le parole antiche», dice la Mastrocola. Ed «era il sapere teorico che bisognava mettere a disposizione di tutti (soprattutto dei figli di contadini, visto che il sapere pratico lo possedevano già), invece di svilire questo genere di studi bollandoli come elitari e lasciando i figli dei contadini nell’angolo della loro cultura d’origine».

Perché «sul destino sociale di un ragazzo non influiscono solo l’origine sociale, il contesto economico, la lunghezza degli studi, ma anche altri due elementi cruciali: la qualità dell’istruzione ricevuta e il grado di indulgenza nella valutazione. A parità di altre condizioni, una scuola indulgente e di bassa qualità riduce le chance si successo, ma soprattutto – qui sta il punto cruciale – una cattiva istruzione amplifica il vantaggio dei ceti alti nei confronti dei ceti bassi. La scuola senza qualità è una macchina che genera disuguaglianza».

Ecco allora che «ricevere un’ottima istruzione era l’unica vera carta in mano ai figli dei ceti bassi per competere con i figli di quelli alti».



Opporsi alla Cancel Culture


La prof.ssa Mastrocola delinea anche l’immagine del vero insegnante, del tipo di maestro oggi diventato sempre più raro, quasi una mosca bianca, proprio a causa del generale livellamento verso il basso, in pieno stile comunista.

Nello studente la motivazione, la “scintilla”, nasce solo se il maestro ti fa innamorare dei libri, a lezione. «Con la sua voce, le parole che sceglie di dire e le pause che decide di fare. Con gli occhi, come li muove, come li posa. E anche con quante cose sa, perché più cose sa, più riuscirà a intessere legami, imprevedibili e stupefacenti, tra i testi, tra le parole, tra i temi, anche lontani tra loro. Deve aver letto molti libri, e deve averli amati: perché così trasmetterà quei libri, ma anche l’amore. Dev’essere molto colto un’insegnante, lo vogliamo dire? Parlo di cultura, non di erudizione. Parlo di quella cultura profonda e non esibita, nemmeno tanto consapevole, fatta di sottili strati, accumulata negli anni e depositata sul fondo, che riemerge a tratti, senza nemmeno volerlo. […] Se un insegnante ne sa poco o niente della sua materia, si arrampica sui vetri, legge dal libro, parla d’altro e si butta su attività esterne».

Per la Mastrocola la scuola media di un tempo «faceva due cose uguali per tutti: dava a tutti la letteratura antica ed esigeva che tutti la studiassimo. C’insegnava l’altezza. E la lontananza. E il rispetto della distanza, della diversità, di se stessi. E ancor di più c’insegnava l’uguaglianza, l’essere giudicati tutti con lo stesso metro: per quel che si dimostra di sapere, e di valere […]. Nulla più della letteratura (e dell’arte in generale) è democratico: è esattamente ciò che può aiutare tutti, portandoli alle altezze che non hanno avuto in sorte».

Solo una scuola così potrà evitare quel nefasto fenomeno cui stiamo assistendo negli ultimi anni qui in Occidente chiamato cancel culture, che porta ad abbattere statue, abolire le favole classiche, i miti antichi, Omero e Dante, perché tutti ritenuti fonti di violenza, maschilismo, omofobia e quant’altro. Non adatti ai tempi nuovi. Discriminatori. Origine di odio sociale. Questo, come scrive la Mastrocola «succede quando non si ha più dimestichezza con il passato, non si sanno collocare le cose nel tempo. Succede quando non si è più in grado di leggere interpretando, di cogliere il valore simbolico di una storia, il doppio livello semantico di una parola. Così, tutto viene travolto dal delirio del politicamente corretto, frullato in un presente che confonde e distrugge».

Purtroppo, come spiega varie volte Luca Ricolfi, non ci troviamo di fronte ad un disastro, dal quale prima o poi e seppur con grande sforzo, si riesce a ricostruire. Siamo piuttosto davanti ad una vera e propria catastrofe educativa, dalla quale, umanamente parlando, è impossibile uscir fuori.