venerdì 6 maggio 2022

Testimonianze: il tesoro della Messa antica




05MAG22

Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli

Cari amici di Duc in altum, eccoci a un’altra puntata della serie dedicata alle vostre testimonianze sulla Santa Messa vetus ordo. Grazie a tutti voi che avete scritto rispondendo all’appello di farci conoscere le vostre esperienze e sensazioni. E grazie per le parole di stima e affetto rivolte al sottoscritto: sono di grande incoraggiamento e aiuto. Ricordo l’indirizzo al quale inviare gli scritti: venietvide.missa@gmail.com

***

Gentilissimo Aldo Maria, grazie per questa opportunità e per quanto si spende per la nostra amata Santa Messa di sempre.

Nella mia (ormai ex) parrocchia si ospitano da anni seminaristi provenienti da un importante collegio internazionale di Roma, ed ho sempre apprezzato molto la loro compostezza, le mani giunte durante tutta la Messa, la cura nell’istruzione dei chierichetti, e soprattutto nel ricevere l’Eucaristia in ginocchio e sulla lingua. Pensando che fossero aspetti della Chiesa preconciliare, ho iniziato a cercare la Messa antica. Dopo poche celebrazioni, alla prima Messa cantata ho avuto una sensazione meravigliosa, mi sono sentita come partecipe della Trasfigurazione, tanto che al termine della Santa Messa ricordo che dissi alla mia amica: facciamo tre tende e restiamo qui?

Il decoro dell’altare, della cappella e dei paramenti che cambia ad ogni festa, la cui cura trasmette un genuino e profondo amore per il Signore. Quel silenzio che subito mi è diventato irrinunciabile. Il profondo significato di ogni gesto, dove nulla è casuale, e tutto è per dare gloria a Dio. In tutta questa bellezza, e con la testimonianza di santi sacerdoti che davvero hanno lasciato tutto per servire Gesù Cristo nella Verità, la fede e il desiderio di preghiera aumentano, e compensano abbondantemente la tristezza di essere relegati in “catacombe”. Tornare indietro? Impossibile.

Laura

*

Non sono un teologo, però accolgo l’invito a testimoniare la mia esperienza. Ricordo anzitutto che la Messa vetus ordo si distingue tra Messa letta e Messa cantata: l’esperienza sensoriale offerta dell’una è assai diversa dall’altra. La bellezza e l’armonia del canto gregoriano possono far immaginare, almeno per alcuni attimi, un mondo “senza tempo” quale è appunto ciò che ci aspetta dopo la morte. Adesso ho la fortuna di poter partecipare a tale Messa e talvolta immagino che, come nuvolette di incenso, le melodie si innalzino verso il cielo e possano essere gradite a Dio.

Per rendere l’idea della Messa vetus ordo e dell’impatto della riforma conciliare ricordo ciò che mi è accaduto questo giovedì santo, quando una persona che partecipava per la prima volta a tale rito mi ha chiesto: “Ma questa è una Messa cattolica?” aggiungendo però: “Pensavo di fare il giro delle sette chiese, ma sono rimasto qui”. Testimonianza involontaria, ma proprio per questo più sincera, dell’impatto devastante della riforma conciliare. L’esame, apparentemente oggettivo e impersonale, compiuto ex post, basandosi su serie storiche relative all’adesione ai sacramenti e ai comandamenti, dagli anni Settanta a oggi, non può che giungere a tale conclusione.

Cordiali saluti.

Davide

*

Caro Aldo Maria Valli, ho cinquantasette anni e sono stata atea per gran parte della mia vita, diciamo a esclusione degli ultimi due anni. Provengo da una famiglia di stretta osservanza socialista, e sebbene a suo tempo abbia ricevuto Comunione e Cresima (per non essere troppo diversa dai compagni di scuola), il catechismo non deve aver prodotto su di me un gran risultato dato che ho vissuto decenni di puro e mai annacquato convinto materialismo.

Mi sono laureata, sposata, ho lavorato, e la mia vita fluiva senza scosse e senza dubbi.

Poi c’è stato il primo lockdown, marzo 2020, improvvisamente il mio mondo è stato messo in discussione e il mio solito materialismo anziché fonte di risposte ragionevoli e razionali mi sembrava un gran buco vuoto che mi tirava giù.

Sfidando le proibizioni di allora, che impedivano di allontanarsi per oltre cinquecento metri di distanza dalla propria abitazione, una domenica sono andata fino alla basilica di Sant’Antonio a Padova, la città dove vivo. Qualcosa dentro di me diceva che la risposta potevo trovarla solo nel raccoglimento e nel sacro, e volevo andare alla fonte. Ma la basilica, cosi meravigliosa dal punto di vista architettonico, mi apparve come un guscio vuoto e desolato. Era la domenica delle Palme e non c’era anima viva. La chiesa aperta ma abbandonata. Ho pianto perché speravo almeno nella rassicurante presenza di un frate, ma non c’era proprio nessuno in quell’enorme spazio vuoto: perfino l’altare era vuoto di candele e fiori.

Al riprendere delle Messe celebrate, sono comunque andata ad assistere di persona, anche se lo streaming era la modalità raccomandata, ma il contesto sanitarizzato mi ha allontanato ulteriormente, e il modo di celebrare del sacerdote mi è sembrato scomposto. Dato che ho vissuto per lunghi anni nel Regno Unito e che in occasione del Natale partecipavo con gli altri genitori alla funzione anglicana sponsorizzata dalla scuola delle mie figlie, ho trovato la Messa cattolica curiosamente uguale a quella anglicana. Praticamente sovrapponibile. Mi sono sorpresa e mi sono detta che forse, andando verso la religione, stavo cercando risposte dove per me non ce n’erano.

Tuttavia Dio opera in modi misteriosi. Anche se per me la faccenda era chiusa e avevo gettato la spugna, per caso ho assistito a una funzione a Venezia, nella chiesa di San Simeon piccolo, dove la Fraternità sacerdotale san Pietro celebra con rito antico. Era una Messa letta in un giorno settimanale. Il sacerdote celebrava solo e in chiesa c’erano altre due persone oltre me. Pur senza capire nulla (oltretutto il sacerdote bisbigliava), mi sono messa in ginocchio e mi sono lasciata prendere. Li c’era ciò che cercavo. La compostezza, la calma, il Sacro.

A ottobre saranno due anni che sono rientrata nella fede cattolica. La Santa Messa in latino ha messo in moto dentro di me un meccanismo che ha cambiato completamente il mio modo di pensare e di vedere il mondo. Mai avrei detto che la vera felicità non è di questo terra, e che prescinde da status sociale e tenore di vita. Non ho quasi mai perso una Messa alla domenica, sebbene all’interno della chiesa a Venezia in inverno faccia molto freddo. Ho fatto novene natalizie e tridui pasquali. Il santo sacerdote ha le giuste risposte alle mie domande, ed è un vero modello. Il gregoriano secondo me è celestiale e l’accompagnamento più sublime alla celebrazione (il Miserere di Allegri, che un lettore diceva aver sentito solo all’estero, a Venezia viene eseguito dai bravissimi cantori della domenica, e non solo quello). La Comunione viene data in ginocchio e in bocca, alla balaustra. Io ho ritrovato il Signore in questa Messa. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Ogni singola frase della Messa in latino mi parla. Parla a me personalmente e alla mia anima. Mi muove, mi lavora.

Concludo con una piccola chiosa. Per lavoro sono andata nel corso dell’ultimo anno in Irlanda, Spagna, Portogallo e Messico. In ognuno di questi posti ho cercato e trovato la Santa Messa in latino, ed è la stessa ovunque! Alleluia! Questo è il vero senso della Cattolicità.

Con grande stima e riconoscenza per il suo lavoro, cari saluti.

Monica







mercoledì 4 maggio 2022

STATI UNITI: La Roe vs Wade rischia. E gli abortisti scatenano l’inferno





Clamoroso negli Usa: il quotidiano online Politico ottiene e pubblica la bozza dell’opinione di maggioranza che - se approvata - ribalterebbe la Roe, la sentenza che nel 1973 ha imposto l’aborto in tutti gli Stati Uniti. La bozza, scritta dal giudice Alito e trafugata illegalmente, spiega che la Roe è costituzionalmente infondata e da annullare insieme alla sentenza “gemella” Casey. La Corte Suprema conferma che la bozza è autentica e incarica l’Fbi di trovare i colpevoli. Ma intanto il Partito Democratico e le lobby abortiste si compiacciono per il testo trafugato, aizzando le piazze e minacciando l’indipendenza dei giudici.



Luca Volontè, 04-05-2022

La Corte Suprema degli Stati Uniti sarebbe pronta a rovesciare la sentenza Roe vs Wade che ha aperto la porta all’aborto legale nel Paese dal 1973 e, sin dagli anni seguenti, ha favorito la legalizzazione dell’aborto in tutto il mondo. Questo è quanto emerge dalla bozza informale sul caso Dobbs, preparata dal giudice Samuel Alito, relatore della Corte, e che è stata trafugata illegalmente da un impiegato e data in pasto ai media: la bozza, 98 pagine, è stata pubblicata sul quotidiano online Politico nella serata di lunedì.

Nel dicembre scorso, come avevamo descritto sulla Bussola, erano state ascoltate dai giudici supremi le argomentazioni delle parti nel caso Dobbs: alla luce delle domande delle toghe c’era la speranza fondata di una decisione che potesse annullare la Roe vs Wade o, quantomeno, avallare la legge del Mississippi che vieta l’aborto dopo 15 settimane. Il testo scritto dal giudice Alito, in circolazione tra i giudici dallo scorso 10 febbraio, elenca tutte le ragioni costituzionali e motiva la scelta di ripudiare radicalmente la decisione del 1973 - che individuava una stramba protezione costituzionale all’aborto - e anche la successiva sentenza del 1992 (Planned Parenthood vs Casey), che ne sosteneva il diritto.

La bozza di Alito è una proposta di sentenza sostenuta da cinque giudici conservatori su sei (Thomas, Gorsuch, Kavanaugh, Barrett e ovviamente lo stesso Alito, mentre Roberts non si è ancora espresso, secondo quanto riporta Politico), dunque dalla maggioranza dei membri della Corte (cinque su nove), anche se la formulazione della sentenza finale e il numero dei giudici che la sosterranno potrebbero cambiare prima della pubblicazione finale, prevista per la fine di giugno o l’inizio di luglio prossimi.

La pubblicazione della notizia - preparata e cavalcata ad arte da multinazionali abortiste, Partito Democratico e organi di stampa dell’internazionale di sinistra (il Guardian ha messo la notizia in evidenza, anteponendola alla guerra in Ucraina, per la prima volta dallo scoppio del conflitto) - ha provocato manifestazioni sin dalla serata di lunedì. A poche ore dalla pubblicazione su Politico, già si contavano centinaia di manifestanti pro aborto in procinto di assalire l’edificio della Corte, poi messo in sicurezza dalle forze di polizia, e decine di commenti incattiviti e irrispettosi verso i giudici supremi, accusati di voler violare i diritti delle donne a scapito della Costituzione.

La presidente della Camera, Nancy Pelosi (che si dichiara cattolica), e il capogruppo al Senato Chuck Schumer, entrambi Democratici, in una dura nota congiunta hanno definito il testo della bozza di decisione come la “peggiore restrizione dei diritti civili degli americani, contraria alla Costituzione” e promesso un deciso, rapido impegno per “codificare” in una legge federale il diritto all’aborto da garantirsi in tutti gli Stati; una proposta sostenuta a gran voce anche dal presidente (cattolico) Joe Biden che ha definito “radicale” e violatrice dei diritti la bozza della Corte. La Dem socialista Alexandra Ocasio-Cortez si spinge oltre e chiede, oltre alla codificazione dell’aborto, anche quella per l’educazione, i diritti e “matrimoni” Lgbtqi. Il tutto, nelle intenzioni dei Democratici, si dovrebbe approvare entro le elezioni di metà mandato del prossimo novembre, nelle quali tutti i sondaggi prevedono la riconquista di Camera e Senato da parte dei Repubblicani.

Il compiacimento per la fuga del testo di tanti Democratici e, in particolare, di Hillary Clinton, svela con ragionevole certezza quanto sia stata preparata e chi siano i colpevoli di questo complotto e sfregio all’indipendenza dei giudici e della stessa Corte Suprema. Pochissimi i precedenti di pubblicazioni da parte della stampa di bozze di sentenze trafugate prima delle decisioni finali, perciò la Corte Suprema, in un breve messaggio, ha riconosciuto che il documento trapelato è effettivamente in discussione, pur notando che “non rappresenta una decisione della Corte o la posizione finale di qualsiasi membro sulle questioni del caso”. Il presidente della Corte, John Roberts ha incaricato l’Fbi di compiere una rapida indagine che porti all’arresto del o dei colpevoli, pur assicurando che “il lavoro della Corte non sarà influenzato in alcun modo” dagli avvenimenti. Uno scandalo, preparato a tavolino, allo scopo di condizionare i giudici, incamerare 150 milioni di dollari degli abortisti per le elezioni di midterm, nascondere gli scandali di Biden, nonché l’incapacità e cattiva gestione nelle politiche economiche e sociali.

Il testo preparato dal giudice Alito è invece preciso e costituzionalmente perfetto nello smontare l’abortismo giudiziario e apprezzare il diritto alla vita del nascituro. In particolare si legge: “La sentenza Roe vs Wade era terribilmente sbagliata fin dall’inizio (…). Noi riteniamo che le sentenze Roe e Casey devono essere rovesciate (…). È tempo di ascoltare la Costituzione e restituire la questione dell’aborto ai rappresentanti eletti del popolo (…). La Costituzione non proibisce ai cittadini di ogni Stato di regolare o proibire l’aborto (…), i giudici supremi nelle sentenze Roe e Casey si sono arrogati questa autorità. Ora annulliamo quelle decisioni e restituiamo l’autorità al popolo e ai suoi rappresentanti eletti”, conclude il documento.

La guerra vera è iniziata, gli abortisti e i ‘cattolici’ per l’aborto hanno aizzato le piazze. Ma, già dalla serata di lunedì e per tutta la giornata di ieri, sono fioccate dichiarazioni e si sono organizzate manifestazioni pacifiche di organizzazioni pro vita, nella speranza che la bozza di sentenza venga approvata e pubblicata ufficialmente. Né i giudici, né i milioni di americani che sostengono le leggi pro life, né i governatori degli Stati Repubblicani dovranno farsi intimidire. Anzi, in molti si preparano a nuove iniziative a difesa della vita nascente, aspettando con fiducia una prossima e giusta decisione dalla Corte Suprema.



Fonte 

martedì 3 maggio 2022

Se un prete “sinodale” fosse medico




Prendete un sacerdote, un vescovo o un cardinale secondo lo spirito di oggi e traducete nella prassi medica ciò che, nella maggior parte dei casi, dice e fa: il risultato sarà paradossale, come tentiamo di illustrare in questa storiella...




PARALLELI

Tommaso Scandroglio, 03-05-2022

Il signor Adamo Fedele accusava da tempo dei dolori al petto. Preoccupato e dietro suggerimento del suo medico di base, svolse alcuni esami. Con in mano i referti di questi esami, prese poi appuntamento per una visita presso un luminare della cardiologia, il dottor Gianprimo Pastori. Questi accolse con calore il sig. Fedele, lo fece sedere e poi lesse con attenzione gli esiti degli esami.

Il sig. Fedele allora chiese con una certa apprensione: “Allora, dottore, cosa ho? Le confesso che ho provato a leggere quei fogli, ma non ci ho capito nulla”. “Non si deve preoccupare proprio di niente, caro mio”, rispose il luminare e il Fedele tirò un sospiro di sollievo. “Vede - continuò il Pastori - qui è evidenziato, con la solita rigidità dei tecnici di laboratorio che non sanno di certo cosa è la vita reale, un significativo restringimento delle arterie cardiache”. Questa volta il Fedele trattenne il respiro. “Ma solo la medicina tradizionale la qualifica come una patologia - riprese il medico -. Studi recenti, sulla scia dell’insegnamento del Congresso Cardiologico II, ci dicono che si tratta solo di una variante normale della struttura delle arterie. E poi chi sono io per giudicare che è una patologia?”.

- “Come una variante normale? Non mi pare normale che si restringano”, ribatté il Fedele.

- “Lei ha troppe certezze. Deve coltivare il dubbio, mio caro Fedele, il dubbio sistematico”, rispose il dottore.

- “D’accordo, ma come la mettiamo con i miei dolori al petto? Questi, senza dubbio, ci sono eccome!”.

- “Quei dolori sono psicosomatici, sono una reazione emotiva ad un certo ambiente salutista che ha in odio situazioni come la sua. Quindi si tranquillizzi”.

- “Ma, dottore, mi perdoni. Se io volessi comunque curare quel restringimento come dovrei fare? Così… tanto per essere ancor più sereno”.

- “Beh, in questo caso si curi seguendo lo spirito della medicina”.

- “Prego?”.

- “Caro il mio Fedele, non bisogna arroccarsi in vecchi schemi del passato, ma aprirsi al nuovo, a quella medicina in ascolto dei tempi moderni. O meglio, faccia risuonare in lei stesso lo spirito della medicina e questo spirito la saprà indirizzare al meglio”.

- “Scusi, ma mi pare un po’ vago come consiglio”.

- “Non è così, caro mio. Non ci si deve chiudere in un rigorismo secondo cui ad esempio una cardiomiopatia è una patologia. Lei mi dirà che questo è ciò che sta scritto nei sacri testi di medicina. Ma occorre andare oltre la lettera di questi testi, scrutare i segni dei tempi della scienza, perché lo spirito della medicina soffia dove vuole, anche laddove noi poveri medici non ci saremmo mai aspettati che soffiasse. E poi non si deve curare il paziente per forza, altrimenti risulterebbe discriminatorio, quasi che solo i sani possano dire di stare bene”.

- “E dunque, dottore, mi devo tenere questo restringimento delle arterie? Non sarà pericoloso?”.

- “Pericoloso?! Basta con questa medicina del terrore e impietosamente giudicante. La medicina è gioia, pace, accoglienza del diverso - chi più diverso del malato? - apre ad un destino di felicità e prosperità. Con la medicina attuale nessun paziente vedrà la morte, ma tutti saranno salvati”.

- “Io però dottore, prima di questa salvezza sento ancora dolore al petto”.

- “Vedo che lei è un ansioso. Allora facciamo così. Camminiamo insieme, caro Fedele, io e lei”.

- “Ma io non voglio camminare insieme a lei, io voglio guarire!”.

- “È quello che le sto tentando di spiegare. Camminiamo insieme e poi il cammino ci indicherà la cura. Ha capito, ora?”.

- “E, scusi, concretamente questo cosa vuol dire?”.

- “Vuol dire che il medico prima di spiegare e consigliare, si deve mettere in ascolto del paziente, perché da lui può imparare molto. E dunque prima dica la sua ed io accoglierò in spirito di servizio le sue preziose indicazioni. Insomma, dialoghiamo, confrontiamoci, non chiudiamoci ognuno nel proprio orticello, ma andiamo incontro l’uno all’altro. Solo così potremo curarci, perché le differenze di vedute non possono che arricchirci”.

- “Ma io non ho studiato come ha fatto lei. Che peso potrebbero avere le mie opinioni?”.

- “Guardi che anche lei è medico, anche lei riveste il mio stesso ruolo. Non creiamo separazioni, steccati e muri. Quanta arroganza nel pensare che noi medici abbiamo in pugno la verità scientifica! Ognuno invece può scoprirla da sé, basta essere docili ai suggerimenti dello spirito della medicina, come le dicevo poc’anzi. Dunque si faccia coraggio e mi indichi lei la terapia che però deve nascere dalle sue esigenze profonde, dai suoi desideri più veri, perché quelle esigenze e desideri sono espressioni di ciò che necessita il suo corpo”.

Il sig. Fedele, tra lo stupefatto e lo stordito, balbettò allora qualcosa: “Beh… se devo dirle quali sono i miei desideri e voglie… ecco… come vede sono un po’ sovrappeso. Non le nascondo che sono una buona forchetta”.

- “Bene, bene, il cibo è salute, il nostro organismo per sua natura chiede di essere alimentato, quindi che problema c’è?”.

- “Vuole dunque dire che posso continuare a mangiare quanto voglio e ciò che voglio?”.

- “Ma certo! Che domande! Guardi, un mio collega dietologo mi ha confidato che lui accoglie a braccia aperte gli obesi e anche la loro obesità. E poi, mi perdoni, questo forse non le dà gioia e serenità?”.

- “Beh… sì”.

- “Allora continui così. Poi, vediamo cosa suggerisce d’altro?”.

- “Odio muovermi e fare sport, mi piace la vita comoda, se proprio vuole conoscere le mie esigenze profonde, come le ha chiamate lei”.

- “Giusto! Il nostro corpo non deve essere stressato, ma, sempre per una sua inclinazione naturale, cerca il riposo, la quiete. Vede che non ne sbaglia una? Vede che è medico anche lei?”.

Il sig. Fedele se ne andò dallo studio dello specialista, assai soddisfatto, nonostante avesse dovuto sborsare 230 euro, e felice che le sue autoprescrizioni coincidessero in tutto e per tutto con i recenti studi della nouvelle médecine, come l’aveva definita il dott. Pastori. E dunque continuò a curarsi a base di fritti e sedute sul divano. Poco dopo morì.





Sarà mai canonizzato Pio XII?





03 MAG 22

by Aldo Maria Valli

Sarà mai canonizzato Pio XII? La domanda torna, di tanto in tanto. E dalla domanda prende spunto monsignor Héctor Aguer per quest’ampia carrellata (qui a tratti sintetizzata) sull’insegnamento di papa Pacelli: un formidabile corpus dottrinale.

***

di monsignor Héctor Aguer*

Colpisce ciò che è accaduto nella Chiesa dal 1958. I papi che si sono succeduti da quella data in poi sono stati canonizzati: Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II; e presto sarà beatificato Giovanni Paolo I, il pontefice dei trentatré giorni (De mediaetate lunae secondo Malachia). E Pio XII? Attende ancora il suo turno.

Un paio di anni fa scrissi al cardinale Angelo Amato, allora prefetto della Congregazione delle cause dei santi, per chiedere lo stato della causa di papa Pacelli. Ora riconosco che il mio intervento era ispirato da una certa insolente sfiducia. Ebbi l’audacia di dire che Pio XII difficilmente avrebbe raggiunto l’onore degli altari, perché il Vaticano progressista di oggi non gli avrebbe perdonato di aver canonizzato Pio X, il papa che con l’enciclica Pascendi dominici gregis svelò contenuti e strategie del modernismo e le decisioni canoniche che l’hanno accompagnato. Il cardinale mi rispose subito e con serena comprensione. Mi informò che era già stato accertato che il servo di Dio aveva esercitato in grado eroico tutte le virtù cristiane, ma che per procedere alla beatificazione mancava un miracolo ottenuto per sua intercessione. Mi esortò anche a pregare e a far pregare, nonché a far conoscere la figura del grande pontefice, e ora mi pento di non averlo fatto.


Eugenio Pacelli fu eletto papa il 12 marzo 1939, in uno dei più brevi conclavi della storia. Era stato segretario di Stato del suo immediato predecessore, Pio XI, il quale lo preparò con cura, sicuro che gli sarebbe succeduto. Papa Ratti, uomo di fede intrepida (Fides intrepida è proprio il titolo attribuitogli nella pseudo-profezia di Malachia), si oppose fermamente al nazismo con l’enciclica Mit brennender Sorge, e al comunismo con la Divini Redemptoris. Nella stessa linea è l’enciclica Firmissimam constantiam sulla persecuzione religiosa in Messico. Ratti inviò il cardinale Pacelli come legato pontificio in America e al Congresso eucaristico internazionale, tenutosi a Buenos Aires nel 1934.


Diverse testimonianze assicurano che Pio XI dava per scontato che il suo segretario di Stato gli sarebbe succeduto. Ad esempio, monsignor Domenico Tardini, poi cardinale segretario di Stato di Giovanni XXIII, in un suo appunto scrive: “Più volte Sua Santità mi parlò del suo successore; per lui non c’era alcun dubbio: il futuro Papa doveva essere il suo Segretario di Stato. Mi disse che proprio per prepararlo alla tiara (la triplice corona che, deposta da Paolo VI, è stata sostituita dalla mitra, portata da tutti i vescovi), lo mandava spesso all’estero. Un giorno dell’ottobre 1936, mentre Sua Eminenza si trovava negli Stati Uniti, e dopo aver fatto un gran elogio del suo Segretario di Stato, concluse guardandomi con i suoi occhi scrutatori: ‘Sarà un magnifico Papa’. Non disse ‘sarebbe’ o ‘potrebbe essere’, ma ‘sarà’, senza ammettere alcuna incertezza. Queste parole furono pronunciate il 12 novembre; così si spiega l’allusione: in mezzo a voi c’è qualcuno che voi non conoscete. Fu nel discorso pronunciato per l’imposizione della berretta ai cardinali nel suo ultimo concistoro”.


La formazione teologica e canonica di Pacelli era ottima; aveva una vasta cultura, che acquisì e approfondì fin da giovanissimo. Il padre gli fece frequentare il liceo Visconti, un istituto laico, ma di ottimo livello. D’altra parte, la vicinanza a Pio XI e la collaborazione con lui nel ruolo di segretario di Stato gli permisero di conoscere l’ufficio pontificio e le alternative religiose, culturali e politiche del XX secolo. Benedetto XV gli aveva precedentemente affidato la nunziatura in Germania, cosa che lo spinse ad acquisire un’ottima conoscenza e un grande amore per il popolo tedesco (parlava perfettamente quella lingua).


L’opera di Pio XII mostra la sua straordinaria capacità e il suo spirito di fede. Padre Pierre Blet, SJ, specialista in materia, nel suo libro su Pacelli cita una definizione data dalla radio di Stoccarda pochi giorni dopo la sua morte: il papa fu paragonato a due geni, uno religioso, Francesco d’Assisi, e l’altro politico, Napoleone. Forse a noi il paragone può sembrare esagerato, ma è cosi che alcuni suoi contemporanei, che ebbero modo di valutarlo da vicino, consideravano il papa.

Segnalo altre due affermazioni significative, specie considerando chi sono gli autori. Giovanni XXIII, spesso osteggiato dai commentatori della vita ecclesiale, applicò al suo predecessore l’antifona ai Vespri dell’Ufficio dei Dottori della Chiesa: Doctor optime, Ecclesiae lumen, divinae legis amator. E il cardinale gesuita Agostino Bea in una conferenza dichiarò: “Forse ci vorranno decenni, probabilmente secoli, per misurare la grandezza di Pio XII e il suo influsso sulla Chiesa e, diciamolo pure, sulla storia dell’umanità. Ha seminato un seme incredibile. Si può dire che la dottrina di Pio XII ha trasformato l’aria che respiriamo senza che ce ne fossimo mai accorti. Questa dottrina ha costituito il fondamento stesso del Concilio, aprendosi a tutti i problemi dell’umanità contemporanea. Procura risolverli alla legge del Vangelo per vincere l’uomo moderno alla fede, alla Chiesa, a Cristo, a Dio”.


È importante sottolineare che Pio XII fu un papa rinnovatore. Molteplici gli elementi di prova. Ne bastano pochi, ma decisivi. In primo luogo, la sua azione per il rinnovamento liturgico. Restituì alla Chiesa la Veglia pasquale e gli dobbiamo anche le messe vespertine, con un nuovo regime di digiuno eucaristico. Un’altra importante realizzazione: incaricò il Pontificio Istituto Biblico di inserire nel Breviario una nuova traduzione latina dei salmi. La versione è straordinaria, realizzata secondo le modalità storico-critiche attualmente in uso, e così si comprende bene ciò che volevano dire gli autori sacri del Salterio. Per quanto riguarda la teologia liturgica, è necessario studiare l’enciclica Mediator Dei et hominum (20 novembre 1947), che fu un buon antecedente degli sviluppi successivi.

Pio XII poi moltiplicò gli interventi, anche radiofonici, sugli argomenti più diversi. Mi permetto di segnalare le catechesi (perché tali erano) agli sposi novelli, che riceveva regolarmente in udienza.


Molto importante fu anche l’insegnamento rivolto sui temi sociali, specie agli operai, che affidò all’intercessione di san Giuseppe. Decisa fu la sua opposizione al comunismo che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, avanzava e si diffondeva rapidamente.

Le encicliche di Pio XII costituiscono un imponente Corpus dottrinale. Nella prima, Summi pontificatus, pubblicata a Castelgandolfo il 20 ottobre 1939, si propone un’eziologia della situazione di allora, ma l’analisi è valida anche per i nostri giorni. L’agnosticismo religioso è la radice profonda dei mali che affliggono quella che possiamo continuare a chiamare “società moderna”, e da questa radice scaturiscono il positivismo giuridico, l’utilitarismo soggettivista nella moralità, l’oblio della solidarietà umana e il totalitarismo o assolutismo dello Stato. L’analisi proposta da Pio XII comprende due livelli: quello nazionale, con la distruzione dei diritti della persona umana e della famiglia, e quello internazionale. Il grande errore dello Stato totalitario è la negazione della comunità dei popoli, con la conseguente e continua minaccia di guerra, o almeno l’alterazione della pace vera.

Altre encicliche. La Sertum laetitiae (1 novembre 1939), indirizzata all’episcopato degli Stati Uniti, celebra i centocinquant’anni dell’instaurazione della gerarchia ecclesiastica in quel Paese. La Saeculo exeunte octavo (13 giugno 1940) rievoca gli otto secoli dell’indipendenza del Portogallo, paese al quale il papa raccomanda di continuare a impegnarsi nell’opera missionaria. Il 29 giugno 1943 Pio XII pubblica un testo di grande valore sulla Teologia della Chiesa, la Mystici Corporis Christi, nella quale, riprendendo l’ispirazione paolina, parla della Chiesa e della nostra unione con Cristo in essa. Quasi contemporaneamente esce la Divino afflante Spiritu (30 settembre), sullo studio della Sacra Scrittura, che con coraggio e prudenza apre la strada a ulteriori sviluppi nell’esegesi biblica, negli studi storico-critici e nella scoperta del testo originale.


Il quindicesimo centenario della morte di san Cirillo, patriarca di Alessandria che combatté ferocemente contro l’eresia di Nestorio, fu l’occasione per pubblicare la Orientalis Ecclesiae Deus (9 aprile 1944). E nella Orientales omnes Ecclesias volle commemorare i 350 anni dell’unione della Chiesa rutena con quella romana. Si tratta di una rievocazione storica, ma evidenziamo un paragrafo: “Gli orientali non hanno per nulla a temere d’essere costretti, per il ritorno all’unità di fede e di governo, ad abbandonare i loro legittimi riti e usi”. Si tratta di un’osservazione mirabile, estremamente rilevante per noi latini, nel momento in cui il motu proprio Traditionis custodes ha eliminato la forma straordinaria del Rito romano.

Nel 1947 si ricordavano anche i quattordici secoli dalla morte di san Benedetto, che può essere considerato non solo il santo patrono d’Europa, ma anche il Padre della cultura occidentale. E Pio XII, che ammirava le figure illustri della tradizione cattolica, per commemorare quell’anniversario pubblicò la Fulgens radiatur (21 marzo).

Il 20 novembre dello stesso anno scrisse la Mediator Dei et hominum, in cui si valorizzano gli importanti studi dovuti al movimento liturgico, allora pienamente in corso. Sottolineo il prudente equilibrio del giudizio del pontefice: mette in guardia dai pericoli sia delle carenze di coloro che si oppongono a qualsiasi rinnovamento e disprezzano gli studi pubblicati dai membri del movimento, sia dell’ansia delle novità degli altri, che si allontanano dalla sana dottrina e mancano di prudenza. Un’osservazione sempre valida. Il testo contiene una descrizione dei principali fondamenti della liturgia ed espone il rapporto tra il culto pubblico della Chiesa e le devozioni popolari dei fedeli.


L’enciclica Optatissima Pax (18 dicembre 1947) pone l’accento sui problemi sorti dopo la terribile guerra recente. La pace è, infatti, la più alta aspirazione dei popoli.

La devozione al Santo Rosario fa da argomentazione all’enciclica Ingruentium malorum, pubblicata il 15 settembre 1951. L’espansione del comunismo sovietico nell’Europa orientale provocava atroci persecuzioni contro i cristiani. Il 15 dicembre 1952 Pio XII indirizzò una lettera all’episcopato delle Chiese orientali di Romania, Ucraina e Bulgaria, per confortarli e incoraggiarli a continuare a offrire la loro testimonianza del martirio. Come d’uso, portava il titolo delle prime parole del testo: Orientales Ecclesias.

L’enciclica Doctor Mellifluus, del 24 maggio 1953, ricorda l’ottavo centenario della morte di san Bernardo. La Fulgens corona (8 settembre 1953), ha lo scopo di commemorare il primo centenario della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, proclamato dal beato Pio IX impegnando il carisma dell’infallibilità. L’anno successivo, il 25 marzo, papa Pacelli pubblica la Sacra Virginitas, sulla verginità, nella quale ribadisce la dottrina tradizionale, che fa riferimento a san Paolo, circa la maggiore eccellenza della verginità rispetto al matrimonio. Termini tipicamente cattolici che oggi sono stati dimenticati dalla cultura e dalla vita della gente: né il matrimonio né la verginità hanno più molto significato, se mai ne hanno avuto.

Ai vescovi di Gran Bretagna, Germania, Austria, Francia, Belgio e Olanda fu indirizzata, il 5 giugno 1954, la Ecclessiae fastos, nel dodicesimo anniversario della morte di san Bonifacio, vescovo e martire, apostolo di quei popoli. E il 7 ottobre 1954 arrivò la Sinarum gentem (indirizzata al popolo cinese); un’enciclica che accompagnava i cattolici cinesi nella fedeltà che vescovi, sacerdoti e fedeli mantenevano nonostante la persecuzione. Il papa ammetteva che era ragionevole per loro godere di indipendenza in vari aspetti della vita ecclesiale, ma avvertiva che alcune pretese di interpretare la dottrina secondo la propria volontà giocavano a favore dei tentativi del governo comunista di formare una “Chiesa nazionale” e osservava che molti ne erano stati sedotti.

Con la Ad Caeli Reginam (11 ottobre 1954) Pio XII istituì la regale festa liturgica della Beata Vergine Maria. Nel testo spiegava le argomentazioni che fondavano la divina maternità e la collaborazione di Maria nell’opera redentrice di Cristo come Nuova Eva, intimamente associata al Nuovo Adamo. Ella regna con Cristo e partecipa alla potenza e alla distribuzione dei frutti della redenzione. Riporto un passaggio del testo, che mi sembra di fondamentale importanza: “Però in queste e altre questioni, che riguardano la beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle per ragione del bene infinito, che è Dio (Somma teologica, I, q 25, a 6 ad 4)”.

Tra gli interessi e nelle preoccupazioni di Pio XII non poteva mancare la musica sacra. Pubblicata il 25 dicembre 1955, la Musicae sacrae disciplina traccia una sintesi della “lunga strada” percorsa dalle “semplici e ingenue melodie gregoriane”, espone i principi dell’arte musicale nella Chiesa e le sue qualità, e afferma che la musica sacra “deve essere santa”, veramente artistica, di carattere universale e accessibile al popolo. Valorizza il canto religioso popolare “in funzioni non del tutto liturgiche”, e privilegia l’utilizzo dell’organo sugli altri strumenti. La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, capitolo VI, segue, a mio avviso, le linee guida indicate in questa enciclica pacelliana, ma oggi, quasi ovunque, nulla di tutto questo è rimasto!

La Haurietis aquas (15 marzo 1956) è un vero trattato di teologia, di culto e di devozione al Sacro Cuore di Gesù. La Luctuosissimi eventus (28 ottobre 1956) parla della rivolta del popolo ungherese contro il comunismo, mentre la Laetamur admodum riguarda i pericoli di una guerra in Medio Oriente (1 novembre 1956).

Con la Datis nuperrime (5 novembre 1956), Pio XII torna sulla situazione dell’Ungheria, dove i carri armati sovietici reprimevano la rivolta popolare. Cito: “Si è saputo che per le città e i villaggi dell’Ungheria scorre di nuovo il sangue generoso dei cittadini che anelano dal profondo dell’animo alla giusta libertà, che le patrie istituzioni, non appena costituite, sono state rovesciate e distrutte, che i diritti umani sono stati violati e che al popolo sanguinante è stata imposta con armi straniere una nuova servitù”. La Fidei donum, del 21 aprile 1957, analizza la situazione delle missioni cattoliche e le loro principali necessità, soprattutto in Africa. Poi celebra il terzo centenario del martirio del gesuita polacco sant’Andrea Bobba, il 16 maggio 1957, pubblicando la Invicti Athletae Christi.

Il primo centenario delle apparizioni della Beata Vergine a Bernadette Soubirous, nella grotta di Massabielle, viene ricordato con la Le pelerinage de Lourdes, nella quale si esprimono gioia e gratitudine per questo dono della Madre di Dio e per le conversioni e le guarigioni.

Di fronte al materialismo pratico della società, il papa raccomanda di affidare se stessi all’Immacolata per la propria santificazione e il rinnovamento cristiano della società (2 luglio 1957).

Sempre attento alle mutevoli esigenze dei tempi, Pio XII dedica un’importante enciclica a cinema, radio e televisione: la Miranda prorsus (8 settembre 1957).

Infine, negli ultimi mesi del suo fecondo pontificato, papa Pacelli pubblica ancora due encicliche: Ad Apostolorum Principis sepulchrum (29 giugno 1958), indirizzata ai cattolici cinesi, dove affronta il doloroso problema della situazione religiosa e delle consacrazioni episcopali non autorizzate dalla Santa Sede, e la Meminisse iuvat (14 luglio 1958), nella quale, di fronte alle voci di guerra e alla terribile minaccia della bomba atomica, esorta ad appellarsi all’intercessione della Beata Vergine,.

Ho lasciato per ultima un’enciclica che era ed è di fondamentale importanza. Pubblicata il 12 agosto 1950, inizia con la seguente frase: Humani generis in rebus religiosis ac moralibus discordia (“I dissensi e gli errori degli uomini in materia religiosa e morale”). Nella Humani generis il fondamento della critica di Pio XII alla cosiddetta nuova teologia sta in questa osservazione: “La Chiesa non può essere legata ad un qualunque effimero sistema filosofico”. Alcuni, dice il papa, sostengono che le “necessità” moderne richiedano che le verità della fede siano formulate in linea con la filosofia moderna, l’immanentismo, l’idealismo o l’esistenzialismo. Si tentano queste spinte in avanti perché si pensa che i misteri della fede non possano mai essere espressi in concetti del tutto veri, ma solo con concetti approssimativi, che cambiano continuamente; la verità è a malapena indicata, e anche necessariamente sfigurata. La storia dei dogmi consisterebbe nell’esporre le varie forme che la verità rivelata avrebbe assunto secondo le opinioni e le dottrine manifestate nel corso dei secoli. Inoltre, nell’analisi della Sacra Scrittura il significato letterale dovrebbe cedere il passo a una nuova esegesi chiamata simbolica o spirituale. Gli autori cattolici medievali avevano già correttamente catalogato i vari significati che si possono scoprire in un testo biblico.

Pio XII cita ed enumera i dieci errori teologici che si basano sui principi indicati: si mette in dubbio che la ragione umana possa, senza la luce della rivelazione e la forza della grazia, riuscire a dimostrare l’esistenza di Dio con argomenti dedotti dalle cose create (si tratta di un errore tipicamente protestante); si nega che il mondo abbia avuto un inizio (in contrasto con Genesi 1,1; a Dio è negata anche l’eterna e infallibile prescienza delle azioni. Alcuni sostengono che gli angeli siano persone e non accettano che la materia differisca essenzialmente dallo spirito. Si altera anche la gratuità dell’ordine soprannaturale: Dio non potrebbe creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica. Viene distrutto il concetto di peccato originale, così come la soddisfazione che Cristo ha dato per noi attraverso il sacrificio della croce. Non mancano coloro i quali sostengono che la dottrina della transustanziazione eucaristica sarebbe basata su un antiquato concetto di sostanza, e quindi andrebbe corretta: la presenza di Cristo nel Santissimo Sacramento non sarebbe reale ma simbolica, segno esteriore dell’intima unione di Cristo con i suoi fedeli nel Corpo mistico. Altri ancora respingono l’insegnamento del magistero sull’identità della Chiesa cattolica romana con il Corpo di Cristo.

Dopo l’avvertimento su questi errori, il pontefice espone serenamente la dottrina cattolica su tutti i punti citati. Non mancano gli incoraggiamenti a chi si dedica all’insegnamento; per far progredire le scienze che professano, salvaguardando la verità della fede e della dottrina cattolica. Dopo il Vaticano II, gli errori denunciati dall’Humani generis dilagano nella Chiesa.

Oltre al corpo delle encicliche, Pio XII si avvalse di altri generi magisteriali: le costituzioni apostoliche, le lettere apostoliche, le bolle (accenno soltanto alla Munificentissimus Deus, del 1° novembre 1950, con la quale, avvalendosi del suo magistero infallibile, il pontefice definì dogma di fede l’Assunzione della Santissima Vergine Maria in anima e corpo alla gloria celeste).

L’entusiasmo di Pio XII per l’insegnamento (cfr 2 Tm 4, 2) si espresse in innumerevoli discorsi, catechesi e radiomessaggi. Di quest’ultimo genere magistrale è il radiomessaggio natalizio del 1944, dedicato al tema della democrazia. Quando la guerra non è ancora finita, il papa pensa già all’organizzazione necessaria per ricostruire. Di questo pronunciamento desidero evidenziare la distinzione tra popolo e massa: una democrazia autentica richiede l’unità organica e organizzativa di un vero popolo.

Uno studio soddisfacente della personalità e dell’opera di papa Pacelli richiederebbe un’esposizione ancora più ampia. Concludo riferendomi alla calunnia rivolta a Pio XII, accusato di non aver alzato con forza la voce contro la persecuzione scatenata dalla barbarie nazista nei confronti del popolo ebraico. Il Vicario, famigerato libro di Hochhut, è stato molto dannoso. L’opera giuridica e politica di Pio XII si esprime chiaramente sull’organizzazione degli Stati e sui diritti umani, affermando tutto il contrario della tirannia nazista e delle sue pretese di espansione e conquista del mondo. Il papa sapeva che una sua forte dichiarazione pubblica avrebbe aggravato la persecuzione degli ebrei e della Chiesa, anch’essa perseguitata. Dunque, sviluppò un’intelligente azione diplomatica e si occupò personalmente del salvataggio di decine di migliaia di ebrei (certamente più di centomila), molti dei quali ospitati in conventi di clausura. Questo suo agire fu immediatamente riconosciuto dalle autorità ebraiche. Il caso più commovente è quello del gran rabbino di Roma, Israel Zolli, che, convertitosi al cattolicesimo, scelse come nome di battesimo Eugenio, come papa Pacelli. E sua moglie, anch’essa convertita, si chiamò Eugenia.

Sarà beatificato Pio XII? Forse c’è ancora molto da aspettare. Almeno fino a quando il progressismo, che ha invaso la Chiesa, e che in essa riproduce gli errori indicati nella Humani generis, finirà per dissiparsi.

*arcivescovo emerito di La Plata

Fonte: infocatolica.com

Traduzione di Valentina Lazzari

Titolo originale: ¿Será beatificado Pío XII?









lunedì 2 maggio 2022

San Giuseppe, Maestro del Lavoro





Di Don Lillo D'Ugo, 2 MAG 2022

Ieri, 1 maggio 2022, era la festa liturgica di San Giuseppe. Nell’occasione pubblichiamo l’articolo di Don Calogero [Lillo] d’Ugo dal titolo “Il valore del lavoro nel sublime modello della bottega di Nazareth” dedicato a San Giuseppe Lavoratore e Patrono celeste dei Lavoratori. L’articolo viene estratto dal fascicolo 3 del 2021 del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” [vedi l’indice e acquistalo QUI]

Il valore del lavoro nel sublime modello della bottega di Nazareth

Quest’anno dedicato alla figura di S. Giuseppe, c’invita, operando una sorta di compositio loci, ad entrare nella sua bottega, contemplando il Dio fattosi uomo che lì lavora. È un’occasione per considerare alla luce della Dottrina sociale della Chiesa il valore naturale e soprannaturale del lavoro.

Premessa

Nel periodo estivo ci siamo concessi qualche settimana di riposo staccando dal lavoro e dagli impegni ordinari. Tutti siamo ritornati al solito lavoro, magari amato ed odiato, per esprimerci con qualche reminiscenza “catulliana”. Da qui sorge una domanda: il lavoro ha un valore intrinseco? O è solamente una castigo o una necessità per ricavare i soldi per mantenerci?

Per meglio rispondere, dobbiamo mettere in chiaro due pregiudizi relativi al lavoro che sono presenti sia negli intellettuali sia nell’uomo della strada. Il primo è di disprezzo. I filosofi greci lo disprezzavano, ritenendo solamente la teoresi (la contemplazione dell’Essere) come l’attività degna del vero uomo (il filosofo), mentre ogni altro lavoro era per gli schiavi o per gli uomini rozzi, carnali. Anche un filone della cultura cristiana lo ha considerato negativamente e quando lo ha accolto (si pensi a certo mondo monastico), lo ha inquadrato in una cornice solamente ascetica. L’altro pregiudizio è quello dell’esaltazione. Alcuni pensatori moderni lo hanno assolutizzato in maniera prometeica intendendolo come l’unico fine della persona e della storia. Si pensi a Locke, alle poderosi analisi di Hegel e a Marx con tutte le conseguenze politiche del suo pensiero.

Questi due pregiudizi, più o meno razionalizzati, sembrano incontrarsi in molti nostri contemporanei anche cristiani. È facile incontrare l’imprenditore o il dipendente di un’azienda che non ha tempo per nulla, ma è sempre indaffarato in riunioni, incontri, viaggi, ecc. Come è facile incontrare persone che non aspettano altro che fare le ore previste e fuggire verso le attività divertenti del fine settimana.

Lavoro e lavoratore

La Dottrina sociale della Chiesa non mette al centro della sua considerazione il lavoro, ma il lavoratore, cioè la persona umana che svolge un’attività lavorativa. Lo stesso senso comune dà al lavoro quasi un valore rivelativo. Quando si vuole conoscere qualcuno, una delle prime domande che si pongono è: “Che lavoro svolge?” e la risposta dice molto sulla persona. Manifesta luoghi, conoscenze, relazioni, grado d’istruzione, affinità, ecc. Allora, in principio c’è l’uomo, poi il suo lavoro. In questa logica afferma la Gaudium et spes: «L’attività umana deriva dall’uomo…» (n.35).

Questo modo di considerare il problema ha conseguenze teoriche e pratiche fondamentali per comprendere complesse dinamiche relative al lavoro: significato e valore del lavoro; i diritti/doveri del lavoratore; l’impresa; il mercato; la remunerazione; l’organizzazione sindacale e aziendale; le provvidenze sociali; ecc.

Giovanni Paolo II scrive: «L’uomo, creato ad immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore (…). L’uomo, lavorando, deve imitare Dio, suo Creatore». (LE n. 25). Chi lavora perfeziona l’opera della stessa creazione che essendo “in statu viae” necessita di tale contributo e diviene quasi “con-creatore” con Colui che lo ha creato a “sua immagine e somiglianza”.

Il peccato originale non annulla questa vocazione dell’uomo, ma mette il lavoro, come ogni altra attività, sotto l’ombra dell’egoismo e lo fa vivere come «fatica a volte pesante (…) che non cambia il fatto che esso è la via sulla quale l’uomo realizza il dominio (…) sul mondo visibile» (LE n. 9). Il termine “dominio “ va inteso nel suo senso più profondo che lo stesso verbo latino “dominare” esprime. L’uomo si deve comportare come il “dominus” (padrone) che custodisce la propria “domus” (casa). Egli è il custode responsabile del creato anche attraverso il lavoro e non l’utente di un bene che gli appartiene. Questo rapporto uomo-ambiente fonda l’ecologia cristiana.

La spiritualità del lavoro

«Eppure con tutta questa fatica e forse, in un certo senso, a causa di essa, il lavoro è un bene dell’uomo» (LE n. 9). Si sottolinea la dimensione sacrificante del lavoro dalla quale si può ricavare, per la Redenzione di Cristo, un valore. Il lavoro pur essendo un bonum arduum rimane sempre un bonum pro homo ac pro hominibus.

A questo punto Giovanni Paolo II, parlando di Vangelo del lavoro, scrive: «Gesù che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano, come Giuseppe di Nazaret. (…) Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo con il Figlio di Dio alla redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce. Nel lavoro, grazie alla luce della Resurrezione, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei cieli nuovi e della terra nuova» (LE nn. 26-27).

Il Magistero, già con la Rerum novarum (1891), passando per la Mater et magistra (1961) e giungendo alla fondamentale Laborem exercens (1981), ha definito i fini del lavoro umano e la Gaudium et spes così li sintetizza: «Con il lavoro, l’uomo abitualmente provvede alle condizioni di vita proprie e dei suoi familiari; comunica con gli altri e rende un servizio agli uomini suoi fratelli. Può praticare una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione. Inoltre, offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uomo si associa all’opera redentiva di Cristo» (n. 67).

Il primo fine del lavoro è procurare a sé e alla propria famiglia i mezzi per una vita dignitosa e serena. Il frutto abbondante del proprio lavoro autorizza l’uomo a investire per migliorare la sua situazione e quella delle persone a sé vicine. Già la Rerum novarum affermava che il lavoratore non solo ha diritto di esigere il giusto, ma anche «d’investire come vuole la giusta mercede» (n. 4). È chiara l’indicazione a riconoscere le capacità imprenditoriali di ogni persona che ha diritto a migliorarsi anche attraverso la proprietà privata gestita in maniera cristiana.

Un secondo fine è prestare un servizio al prossimo in forza di una solidarietà naturale che ci unisce l’uno all’altro. Il lavoro ben fatto muove il progresso delle società migliorando la vita ai nostri simili. In una prospettiva cristiana questo fine tocca l’ambito della carità sociale e la Gaudium et spes così recita: «lo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico» (n. 35).

Un terzo fine è il perfezionamento umano e professionale di se stesso. L’uomo che lavora «apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi» (n. 35). Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare.

Non ultimo fine, per il cristiano, il lavoro diviene occasione di unione col suo Signore che lo chiama a tale vocazione in forza della vita teologale che lo lega a Dio, quel Dio che in suo Figlio ha lavorato nell’ambito artigianale e pastorale. Inoltre, il lavoro crea occasione d’incontro con gli altri ai quali può portare la testimonianza della sua fede, speranza e carità teologali. «In unione con Gesù divino redentore (…) mentre realizza il proprio perfezionamento soprannaturale, contribuisce a estendere e diffondere sugli altri il frutto della redenzione» (MM n. 269). Anche «sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocefisso, l’uomo collabora in qualche modo con Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità» (LE n. 27).

Partendo da queste verità di fede, Giovanni Paolo II esorta alla «Formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici per l’uomo e per il mondo» (LE n. 25).

Superando la visione negativa o prometeica del lavoro, il cristiano viene a scoprire che con il suo lavoro si santifica perché realizza una vocazione divina che dà gloria a Colui che lo ha chiamato a compierlo; santifica il lavoro producendo beni onesti e perfezionando il creato e santifica gli altri perché offre loro qualcosa di ben fatto nell’intenzione onesta e nella qualità materiale: lava i loro piedi nella cena della sua professionalità e costruisce beni concreti per contribuire al bene comune di cui c’è necessità grande. Inoltre, il lavoro fatto alla presenza di Dio diventa occasione di unione con Lui, luogo di preghiera, quasi luogo mistico.

Tale Vangelo del lavoro può riempire il cuore del cristiano e di ogni uomo che lavora e rendere più bella la vita lavorativa. Alla Chiesa di oggi, che forse dall’epoca della Laborem exsercens non dedica un autorevole intervento sulla problematica, va ricordato il dovere di annunciare tali verità per riempiere di senso una delle attività quotidiane fondamentali del cristiano che lavora fuori o a casa o che studia.

Lavoratore, lavoro e dintorni: capitale, banche, impresa e sindacati

Il lavoro possiede anche una componente oggettiva che innesta il lavoratore in alcune dinamiche socio-economiche che brevemente prenderemo in considerazione.

Non ci sfugga mai che non esiste il lavoratore né il lavoro, ma l’uomo con le sue molteplici dimensioni naturali che agisce per realizzare uno o più beni, cioè lavora. È chiaro che possiamo usare parole come: lavoratore, lavoro, produzione o altre che cadono nel loro ordine semantico, ma concettualmente bisogna avere chiaro quanto già espresso.

Il primo elemento che consideriamo è il capitale: quella ricchezza sottratta al consumo immediato che può essere usata per altri fini. Il capitale, nella Dottrina sociale della Chiesa, è spesso rapportato al concetto di salario, cioè la giusta retribuzione del lavoratore. Sono due istituzioni correlate e ambedue legittime. Già Leone XIII scriveva nella Rerum novarum: «Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale» (n.15). Su questa linea di possibilità armonica si pone la Dottrina sociale della Chiesa sia come Magistero sia con riflessione teologica.

Dall’Ottocento, la teologia morale, alla luce dei grandi cambiamenti socio-economici che erano avvenuti, cambiò la comprensione dell’utilizzo dello stesso prestito di capitali. L’utile che trae origine dall’apporto di denaro è considerato in sé legittimo a causa del servizio che la persona presta tramite il suo denaro e del rischio che questo servizio comporta, a patto che tale utile non attenti alla giusta corresponsione del giusto salario al lavoratore. Nella Quadragesimo anno, la legittimità del capitale è legata al diritto di proprietà privata dei mezzi di produzione. L’opera delle banche va inserita in questa prospettiva.

Per la Dottrina sociale della Chiesa non v’è alcuna ingiustizia nel fatto che il proprietario di determinati beni di produzione stabilisca un contratto di lavoro con il dipendente salariato il quale, in cambio di una certa remunerazione, s’impegna a determinate prestazioni d’opera. L’esigenza fondamentale è che la remunerazione sia giusta.

La questione della giusta remunerazione è già presente nella Scrittura: «Ecco. Il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti» (Gc 5,4.) Con la Rerum novarum, per motivi storici legati al conflitto tra lavoro e capitale, diventa una costante della Dottrina sociale e dell’azione sociale della Chiesa. Leone XIII scrisse, che sulla misura del giusto salario, non deve prevalere il pragmatismo di un contratto tra imprenditore e operaio, ma «un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale s’intende e di retti costumi» (n. 37).

I diversi riferimenti alla questione che ha fatto papa Francesco, con altre parole e in diverse circostanze, sembrano ribadire le parole di Giovanni Paolo II: «Il problema chiave dell’etica sociale, in questo caso, è quello della giusta remunerazione per il lavoro che è eseguito. Non c’è nel contesto attuale un altro modo più importante per realizzare la giustizia nei rapporti lavoratore-datore di lavoro, di quello costituito appunto dalla remunerazione del lavoro (…). Di qui, proprio il giusto salario diventa in ogni caso concreta verifica della giustizia di tutto il sistema socio-economico» (LE n. 19). Altra questione, molto interessante che il Papa lega a questa, è relativa alla rivalutazione sociale dei compiti materni cui qui solamente accenniamo.

Il luogo dove il capitale, il giusto salario familiare (cioè utile all’intera famiglia del lavoratore) e la produzione di utili s’incontrano è l’impresa.

L’utile d’impresa è di se stesso legittimo e necessario sempre che si mantenga nell’ambito delle leggi morali della giustizia che riconoscono alla persona il fine di tutto il processo economico. Questo utile si deve distinguere concettualmente dall’interesse sul capitale e dalla remunerazione al lavoro imprenditoriale. È il reddito residuo o utile netto che deve essere giudicato in termini di giustizia sociale e che è rigorosamente regolato dalla legge morale in quanto a uso e destinazione.

L’eliminazione dello scopo di lucro dal processo produttivo è una delle cause del clamoroso insuccesso delle economie socialiste che spesso hanno dovuto reintrodurre questa finalità per aumentare la produttività.

L’utile è legittimo per il servizio produttivo dell’impresa (che organizza complessi e diversi elementi produttivi) e il rischio che ne deriva. In questa logica è pensabile la partecipazione del lavoratore all’impresa.

Nella Quadragesimo anno, Pio XI riprese un principio già formulato da Leone XIII e approfondito anche dopo, «l’impiegare più copiosi proventi in opere che diano più larga opportunità di lavoro, purché tale lavoro sia per procurare beni veramente utili» (n. 51). Realtà ecclesiali (l’opera dei Focolarini con le attività legate all’Economia di Comunione) e singoli o piccoli gruppi d’imprenditori (l’azienda Ferrero) hanno tradotto in pratica queste indicazioni con interessanti risultati. Sarebbe interessante valutare, al di là chi lo consegue, il rapporto tra l’utile ricavato, il lecito utilizzo e lo spreco nel lusso.

Quanto finora scritto rientra nel concetto di “imprenditoria diretta”, ma Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, parla anche di “imprenditoria indiretta”, termine che indica persone, istituzioni fisiche e giuridiche e principi che «determinano tutto il sistema socio-economico o da esso risultano» (n. 17) e che non possono essere non considerati nella comprensione ed organizzazione socio-economica. La responsabilità dell’imprenditore indiretto condiziona diversi aspetti dei rapporti di lavoro e coinvolge la società civile e lo Stato, specie quando si tratta di stabilire una politica del lavoro corretta dal punto di vista etico, superando o regolando le competenze dell’imprenditore diretto.

Nella situazione riferita, si collocano i sindacati che con la loro organizzazione e attività hanno lo scopo di informare e difendere gli interessi dei lavoratori che hanno il diritto di associarsi in essi. La Dottrina sociale della Chiesa riconosce tale diritto ed ha una visione positiva del sindacato. A tal proposito scrive Giovanni Paolo II: «La dottrina cattolica non ritiene che i sindacati costituiscano il riflesso della struttura di classe della società e che siano l’esponente della lotta di classe (…) Essi sono un esponente della lotta per la giustizia sociale, per i giusti diritti degli uomini del lavoro a seconda delle singole professioni. Tuttavia, questa lotta deve essere vista come un normale adoperarsi per il giusto bene; (…) non è una lotta contro gli altri. In questa logica solidale e armonica, lo stesso diritto di sciopero, per i problemi che può provocare alla vita quotidiana della società civile, è considerato come strumento da adorarsi con prudenza» (LE n. 19).

Questi elementi socio-economici legati al lavoro, se giocano in una logica inclusiva sia del bene comune sia dei beni fisici dell’economia, possono realizzare uno sviluppo economico che non esclude quello umano. Studi interessanti mostrano come la salvaguardia della dimensione etica anche nel complesso mondo della finanza, dell’economia e della politica non deprime questi ambiti specifici, ma può migliorare il tutto.

Don Calogero D’Ugo




Fonte

domenica 1 maggio 2022

L’ultima primavera cattolica è sfiorita prima del Concilio, e della prossima non si vede traccia. Una rilettura storica




di Sandro Magister
28 apr 22

Nel precedente post di Settimo Cielo, Roberto Pertici, professore di storia contemporanea all’università di Bergamo, ha ripercorso gli ultimi secoli di storia della Chiesa cattolica, dal concilio di Trento al primo Ottocento, per scovarvi le stagioni di rinascita religiosa.

Ne ha individuate e descritte due. E una terza la tratteggia in questa seconda e conclusiva parte della sua rilettura storica, da metà Ottocento ai giorni nostri.

Una quarta rifioritura era certamente nei propositi del concilio Vaticano II. Ma è rimasta incompiuta, mentre nello stesso tempo avanza l’onda della scristianizzazione, all’apparenza inesorabile.

Il saggio di Pertici si chiude senza poter dire che cosa accadrà nel prossimo futuro. Ma nemmeno può escludere che una rinascita religiosa avvenga di nuovo, magari inattesa e per impulsi esterni all’autorità ecclesiastica, come già accaduto più volte in passato.

In un futuro conclave, anche su questo potrebbero riflettere i cardinali.

Nella foto sopra, lo scrittore Giovanni Papini (1881-1956), uno dei grandi convertiti del “Renouveau catholique” della prima metà del Novecento.

Buona lettura!

*

È POSSIBILE UNA “RINASCITA RELIGIOSA”?



II - Da metà Ottocento a oggi




di Roberto Pertici

4. La “rinascita religiosa” del primo Ottocento si esaurisce col fallimento delle rivoluzioni del 1848-49, che provocò una delusione storica dagli effetti difficilmente sopravvalutabili nella cultura europea dei decenni a seguire.

La successiva restaurazione, la seconda dopo quella del 1814-1815, fu largamente sostenuta dalle Chiese: in ambito cattolico la sterzata a destra di Pio IX provocata dalla “paura” della rivoluzione e la nuova politica del pontefice e di Giacomo Antonelli, suo segretario di Stato, segnano la rottura del binomio cattolicesimo-libertà su cui molti cattolici liberali si erano affaticati nel ventennio precedente e, in Italia, del cattolicesimo come religione civile della causa nazionale. In Francia la gran parte del mondo cattolico sostiene per tutto il decennio successivo la svolta autoritaria di Luigi Napoleone Bonaparte e del secondo impero. Juan Donoso Cortés teorizza la dittatura come diga verso l’ondata rivoluzionaria. Si inizia il processo che porterà al “Sillabo” del 1864.

Questo irrigidimento, che riguarda anche le altre Chiese cristiane, provoca una nuova ondata di anticlericalismo intellettuale, ma anche popolare: non solo in Francia, dove si fonde con la resistenza contro il colpo di Stato napoleonico, ma anche in Inghilterra (le origini del movimento secolarista di George Holyoake) e in Germania (il grande dibattito degli anni Cinquanta sul materialismo, così carico di significati politici). Dal 1859 al 1863 vengono pubblicati nell’ordine: “On the Origin of Species” di Charles Darwin, “On liberty” di John Stuart Mill (1859), “La Sorcière” di Jules Michelet e “Les Misérables” di Victor Hugo (1862), “Vie de Jésus” di Ernest Renan (1863). Insomma la cultura europea diserta la Chiesa cattolica e più in generale il cristianesimo.

Un discorso analogo si può fare anche riguardo alla cultura italiana, compresa quella letteraria. Uno sguardo, anche superficiale, ci mostra una serie di circoli letterari (dagli “scapigliati” ai “veristi”, agli “esteti” dei primi anni Novanta) nei quali la sensibilità religiosa è completamente assente. L’eclissi della stella di Alessandro Manzoni, evidente dopo il 1870, la debolezza dei suoi epigoni (da Ruggiero Bonghi a Giacomo Zanella), la fortuna crescente della poesia tutta classica e pagana di Giosuè Carducci (che nel decennio precedente era stato il poeta dell’anticlericalismo italiano) sono fra gli indicatori più significativi del nuovo clima. È tutta una generazione che si stacca dal cristianesimo: non si può essere colti e, al tempo stesso, cristiani in epoca di darwinismo e scientismo laicista. Da qui il carattere eccezionale e controcorrente di alcune conversioni, come quella di Antonio Fogazzaro e, più tardi, nella Roma degli anni Ottanta, di Giulio Salvadori. Si assiste insomma a un nuovo cambio di paradigma: si apre l’età del positivismo.

5. Qualcosa di nuovo comincia a cambiare verso la fine degli anni Ottanta: a cominciare dalla Francia. Anche qui possiamo indicare una data simbolica: la pubblicazione a Parigi nel 1886 di “Le roman russe” di Melchior de Vogüé. Mentre in Francia imperversa da decenni una letteratura realista basata sul materialismo e sul determinismo più opprimente, in Russia – questo più o meno l’annuncio di quel brillante diplomatico – si è sviluppata invece una cultura letteraria che affronta i grandi problemi metafisici, spirituali e religiosi dell’uomo contemporaneo.

Negli anni successivi Ferdinand Brunetière, dal 1893 direttore della “Revue des deux mondes”, proclama la “bancarotta della scienza”. Inizia l’epoca dei “Grands Convertis”: Paul Bourget, J.-K. Huysmans, lo stesso Brunetière, Francis Jammes, Charles Péguy, Jacques Maritain e la moglie Raïssa, Paul Claudel. Si ha in Europa un generale ritorno al cattolicesimo, o comunque al discorso religioso, di una serie di grandi intellettuali, specie scrittori: in Francia Georges Bernanos, Julien Green, François Mauriac, Ernest Psichari; in Gran Bretagna T. S. Eliot, Graham Greene, Robert Hugh Benson, Evelyn Waugh, Hilaire Belloc, G. K. Chesterton; in Norvegia Sigrid Undset; in Austria Franz Werfel; in Polonia Henryk Sienkiewicz; in Russia Nikolaj Berdjaev; in Germania Carl Schmitt, Romano Guardini.

È il composito movimento che si è chiamato di “Renouveau catholique”. Mentre la Chiesa, con la persecuzione anti-modernista, riduce al silenzio e all’obbedienza le parti culturalmente più dinamiche del clero, paradossalmente lascia più spazio a questo laicato intellettuale, giudicandolo meno pericoloso sul piano dottrinale: anzi capace di veicolare con maggiore larghezza il suo messaggio religioso in una società in cui la tradizionale presenza cattolica si è andata sempre più restringendo, fino a diventare minoritaria. La posizione della maggior parte di questi intellettuali è critica verso la “modernità”, il suo materialismo, il declino dei valori morali tradizionali, la massificazione che sta emergendo: si avverte in essi un’esigenza di “ritorno all’ordine” e alla “tradizione”, tipica di un paradigma conservatore.

Nella cultura storica e letteraria italiana il “Renouveau catholique” è stato poco tematizzato, eppure questo fenomeno si è presentato anche in Italia: Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica, era stato socialista e positivista e aveva fatto studi di medicina a Parigi e di psicologia in Germania: ma si era convertito al cattolicesimo ed era entrato nell’ordine francescano. La sua fu la prima di una serie di conversioni di uomini di cultura e di “intellettuali”, che si verificò anche in Italia negli anni della vigilia, poi della guerra e del dopoguerra. I nuovi “convertiti” appartenevano al mondo delle riviste, delle case editrici, dei quotidiani d’opinione, insomma alla letteratura militante; si muovevano cioè in ambienti in cui pressoché totale era stata nei decenni precedenti l’irreligiosità e parvero il sintomo di un’inversione di tendenza. Giosuè Borsi, Domenico Giuliotti, Federigo Tozzi, Giuseppe Fanciulli, Ferdinando Paolieri, Guido Battelli, più tardi Clemente Rebora e perfino ex seguaci del filosofo neoidealista Giovanni Gentile come Mario Casotti e Armando Carlini riproposero, in modi talora risentiti e aggressivi, il problema di una cultura cattolica.

Ma fu la conversione di Giovanni Papini, con la sua “Storia di Cristo” apparsa nell’aprile del 1921 che costituì subito uno dei casi letterari del dopoguerra, a segnare l’”uscita dalle catacombe” di una cultura nuova, che si venne organizzando negli anni successivi, senza attendere (come talora stancamente si ripete) il nuovo clima concordatario tra Stato e Chiesa. Dello stesso periodo è la nascita dell’Università Cattolica di Milano, l’istituzione più significativa nata dal “Renouveau catholique” italiano. Si tratta di un movimento culturale molto variegato e differenziato al suo interno, che – in non pochi dei suoi esponenti – poté scorgere nel fascismo degli anni Venti un nemico di molti dei suoi nemici e una qualche realizzazione di alcune delle sue attese, ma senza mai identificarsi del tutto con esso, restando sempre qualcosa d’altro, sia nei presupposti culturali che negli orizzonti spirituali. Lo stesso può ripetersi per molti esponenti del “Renouveau catholique” europeo.

Per molti decenni sono stati questi autori, non i teologi, coloro che hanno veicolato la cultura cattolica, non solo in vasti settori del laicato cattolico, ma anche fra il pubblico colto. Per fare un esempio: lo scrittore francese Joseph Malègue, tanto caro all’attuale pontefice, era tutto interno a questo mondo.

6. Se le cose stanno così, si capisce allora quando questa “rinascita religiosa” si sia venuta esaurendo: col tramonto del “paradigma conservatore”, del quale mi è già capitato di scrivere su Settimo Cielo il 31 agosto 2020. “Dopo il 1945 – scrivevo – il paradigma ‘conservatore’ sembra travolto dalla fine violenta dei regimi di destra radicale (fascismo, nazionalsocialismo). Il rapporto fra il conservatorismo e codesti regimi è storicamente controverso. Non sono pochi gli studiosi (fra i quali il sottoscritto) che ne sottolineano, accanto alle innegabili compromissioni, anche le forse maggiori distanze e conflitti. Ma nel dopoguerra viene prevalendo la tesi che i totalitarismi di destra fossero stati sostanzialmente lo sviluppo e il pieno svolgimento della cultura conservatrice e che quindi questa meritasse di scomparire con quelli”.

Questo mutamento non fu immediato: ancora per tutti gli anni Cinquanta i cataloghi dell’editoria cattolica continuavano a riproporre gli autori del “Renouveau catholique”; finché nei primi anni Sessanta (per la Chiesa gli anni del Concilio), con l’attenuazione della guerra fredda e il tramonto della generazione prebellica, quella costellazione culturale si inabissa definitivamente. Chi rilegge più oggi Mauriac o Bernanos o Claudel? Quale letteratura o cultura cattolica di alto livello ha preso il loro posto e si offre a un catechista o a un insegnante cattolico?

Possiamo individuare nel Vaticano II il maggiore tentativo di riforma cattolica operato dalla Chiesa negli ultimi secoli. Ancora su Settimo Cielo del 14 settembre 2020 ho cercato di spiegare i motivi per cui, contrariamente alle speranze e all’impegno di tanti uomini di Chiesa e anche del laicato intellettuale, questo concilio non abbia finora prodotto una “rinascita religiosa”, come era certamente nei suoi intenti; anzi, abbia contribuito – contrariamente alle sue aspettative – a un processo di “scristianizzazione cristiana”, come l’ha definito efficacemente Michel Onfray, che dura fino a oggi.

Molti osservatori pensarono, sperarono o temettero che la decomposizione del marxismo e la fine del comunismo in Europa (i nemici storici delle Chiese e della cultura religiosa del Novecento) potessero determinare una nuova “rinascita religiosa”. La grande personalità di Giovanni Paolo II, il suo straordinario impatto mediatico e la sua statura culturale ne sembrarono l’emblema, i movimenti ecclesiali (a cui quel pontefice stava dando ampio spazio) i possibili veicoli: ma le gigantesche esequie di Karol Wojtyla furono un po’ anche le esequie di quel sogno. Il progetto di Benedetto XVI di rilanciare una cultura cattolica che rispondesse criticamente alle sfide della modernità è stato sconfitto da “fuoco amico”, oltre che dalla reazione di rigetto dei dominatori del mondo mediatico italiano e internazionale: è stato avvertito come una “restaurazione” piuttosto che come un tentativo di “rinascita”. Quanto all’attuale pontificato, un suo bilancio è ancora prematuro, ma si ha l’impressione che esso non si ponga nemmeno lo scopo di una “rinascita religiosa” nel senso che qui ho cercato di illustrare: semmai di una rinascita “politica”, anche perché questo è il solo linguaggio che il sistema mediatico dominante riesce a capire.

7. Concludendo: le “rinascite religiose” che si sono avute nella cultura europea degli ultimi secoli non si sono sviluppate per un impulso diretto della Chiesa-istituzione e della gerarchia, se non la prima, quella del Cinquecento, che tuttavia ha prodotto i suoi frutti culturalmente più maturi nell’età del classicismo francese seicentesco, con esiti che la Chiesa ha parzialmente condannati e anche combattuti. Quella promossa e sperata dalla Chiesa del Vaticano II finora non ha dato i frutti sperati.

Le altre rinascite si sono prodotte dopo grandi eventi epocali che hanno rilanciato l’immagine della Chiesa come istituzione capace di sfidare le tempeste della storia, nell’età del romanticismo, o profonde cesure culturali, come la crisi del positivismo e la rinascita del sentimento religioso fra Otto e Novecento. C’è da chiedersi se in entrambi i casi la Chiesa che avevano in mente Joseph de Maistre o Bernanos o Eliot non fosse una “comunità immaginata” piuttosto che un’entità storica reale. In tutti questi casi, comunque, tali rinascite si sono accompagnate ad atteggiamenti critici verso la marcia inesorabile della “modernità”, talvolta contrapponendosi ad essa, in altri casi cercando di innestarvi lo spirito cristiano (il cattolicesimo liberale), ma senza mai accettarla completamente: mantenendo uno scarto di fondo di fronte a essa.

La Chiesa ha variamente cercato di gestire, temperare, istituzionalizzare, talvolta anche reprimere questi movimenti, che si sviluppavano al di fuori del suo impulso e in definitiva anche del suo controllo.

Saranno ancora tentate “rinascite religiose”? Spetterà ancora a laici, a singole individualità o gruppi e correnti, vista l’atrofia spirituale della Chiesa istituzionale, tentare di promuoverle? E con quali contenuti? O stavolta sarà la Chiesa che cercherà di riaprire un discorso religioso? E con quale atteggiamento verso l’ipermodernità che ci circonda?

Per lo storico, queste restano domande inevitabilmente senza risposta.







L’amore che Padre Pio aveva per il Mese di Maggio





di Angelo Pizzarelli (fonte: settimanaleppio.it)

Il mese di maggio era atteso da Padre Pio con gioiosa ansia. In questo mese a Lei particolarmente dedicato, la Madonna faceva sfoggio della sua bontà e dei ritrovati di una delicata pedagogia nei riguardi del nostro Frate cappuccino.

La lettera scritta a Padre Agostino il l° maggio 1912 è un resoconto preciso delle gioie e delle grazie, che Maria gli procura nel suo bel mese: «Babbo carissimo, oh! le joli mois que le mois de mai! C’est le plus beau de l’année. Sì, padre mio, questo mese come predica bene le dolcezze e la bellezza di Maria! La mia mente nel pensare agl’innumerevoli benefici che ha fatto a me questa cara mammina mi vergogno di me stesso, non avendo guardato mai abbastanza con amore il di lei cuore e la di lei mano, che con tanta bontà me li compartiva; e quel che più mi dà afflizione è di aver ricambiato le cure affettuose di questa nostra madre con tanti continui disgusti. Quante volte ho confidato a questa madre le penose ansie del mio cuore agitato! e quante volte mi ha consolato! Ma la mia riconoscenza quale fu?… Nelle maggiori afflizioni mi sembra di non aver più madre sulla terra; ma di averne una molto pietosa nel cielo. Ma quante volte il mio cuore fu calmo, tutto quasi dimenticai; dimenticai quasi perfino i doveri di gratitudine verso questa benedetta mammina celeste! Il mese di maggio per me è il mese di grazie…» (Epistolario I, pp. 275-276).

In questa lettera notiamo due cose: le parole scritte in francese e la straordinaria intimità tra la Vergine e Padre Pio. Egli non aveva mai studiato la lingua francese e, interrogato da Padre Agostino su chi gliela avesse insegnata, risponde: «Alla vostra dimanda riguardante il francese, rispondo con Geremia: “A, a, a… Nescio loqui”» (ivi, p. 277). Dalla lettera del 20 settembre 1912, invece, sappiamo chi è tale insolito professore di lingue straniere: «I celesti personaggi non cessano di visitarmi e farmi pregustare l’ebbrezza dei beati. E se la missione del nostro angelo custode è grande, quella del mio è di certo più grande dovendomi fare anche da maestro nella spiega di altre lingue» (ivi, p. 304). […].

La lettera citata del l° maggio 1912 lascia trasparire, tra l’altro, la gioia e la calma sicurezza del figlio che sa di essere sotto la protezione di «questa benedetta mammina celeste»: sono segreti soprannaturali dell’unione mistica con Maria, che appartengono in larga misura al campo dell’ineffabile e dell’indicibile. Questi momenti di intimità sono più frequenti nel mese di maggio, come dice lo stesso interessato: «Il mese di maggio per me è il mese di grazie, e quest’anno spero di riceverne due sole» (Epistolario I, p. 276).

La devozione mariana di Padre Pio non è certamente sentimentale o passeggera, ma poggia su solide fondamenta e vanta origini nobili: infatti egli contempla Maria nella Rivelazione biblica e nella Storia della Salvezza. In questo contesto la percepisce come un legame molto stretto e forte tra lui e Gesù e la invoca teneramente «con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice». […]. In realtà «la mediazione di Maria è strettamente legata alla sua maternità» (Redemptoris Mater, n. 38) e «non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita» (Lumen gentium, n. 60). E siccome «Maria guida i fedeli all’Eucaristia» (ivi, n. 44), proprio durante la celebrazione della Santa Messa il primo Sacerdote stimmatizzato ha raggiunto il culmine dell’unione mistica con la Vergine Addolorata: «Povera Mammina, quanto bene mi vuole. L’ho constatato di bel nuovo allo spuntare di questo bel mese. Con quanta cura mi ha ella accompagnato all’altare questa mattina. Mi è sembrato ch’ella non avesse altro a pensare se non a me solo col riempirmi il cuore tutto di santi affetti» (Epistolario I, p. 276).

Perciò ad una persona dice: «Se vuoi assistere con devozione e con frutto alla Santa Messa, pensa alla Vergine Addolorata ai piedi del Calvario». […].

Il mese di maggio olezzante di rose e radioso di luce è per il Frate portatore di gioie e di grazie, nel cui mare egli vorrebbe immergere i suoi Direttori spirituali. Per esempio, a Padre Agostino scrive il 20 maggio 1912: «Amatissimo babbo, que je suis content! Réjouissons-nous, mon cher père: vive la joie!… Gesù e Maria seguitano a farmi da genitori. O padre mio, chi può trascrivervi le consolazioni, che mi fa sentire in questo mese la celeste mammina!» (Epistolario I, pp. 284-285).

Le cure materne di Maria verso il suo devoto figlio hanno delle sfumature delicatissime, che sono registrate nella lettera del 6 maggio 1913 a Padre Agostino: «Babbo carissimo… Ecco finalmente ritornato il mese della bella Mammina… Questa cara Mammina seguita a prestarmi premurosamente le sue materne cure, specialmente in questo mese. Le di lei cure verso di me toccano la ricercatezza… Che cosa ho io fatto per aver meritato tanta squisitezza? La mia condotta non è stata forse una smentita continua, non dico di suo figlio, ma anche al nome stesso di cristiano? Eppure questa tenerissima Madre nella sua grande misericordia, sapienza e bontà ha voluto punirmi in un modo assai eccelso col versare nel mio cuore tali e tante grazie, che quando mi trovo alla presenza sua ed a quella di Gesù sono costretto ad esclamare: “Dove sono, dove mi trovo? chi è che mi sta vicino?”. Mi sento tutto bruciare senza fuoco; mi sento stretto e legato al Figlio per mezzo di questa Madre, senza neanche vedere le catene che tanto stretto mi tengono; mille fiamme mi consumano; sento di morire continuamente e pur sempre vivo» (Epistolario I, pp. 356-357).

C’è nel brano un amore mistico, che infiamma l’anima e puntualizza bene il ruolo della Santa Vergine nella nostra vita: e cioè la sua maternità e la sua mediazione in Cristo, per cui vale la pena tenersi strettamente avvinti a «Gesù ed alla sua diletta Madre» (ibidem). Padre Pio, illuminato dallo Spirito Santo, comprende per esperienza che nel prestabilito disegno divino si va a Gesù per mezzo di Maria: Ella attua una «mediazione in Cristo» (Redemptoris Mater, n. 38) e ogni suo salutare influsso verso di noi «non nasce da reale necessità, ma dal beneplacito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo» (Lumen gentium, n. 60).

Il Papa sa e insegna che «questo salutare influsso è sostenuto dallo Spirito Santo, che, come adombrò la Vergine Maria dando in Lei inizio alla maternità divina, così ne sostiene di continuo la sollecitudine verso i fratelli del suo Figlio» (Redemptoris Mater, n. 38).

Questa dottrina costante della Chiesa ha sperimentato il Frate di Pietrelcina nella sua lunga vita.