martedì 7 settembre 2021

CORONAVIRUS E ALTRI MALI CON L’AIUTO DI CHESTERTON






Di Fabio Trevisan, 6 settembre 2021


“È pura anarchia dire che un medico può sequestrare e segregare chi gli pare. Alcuni grandi igienisti potrebbero recintare o limitare la vita di tutta la cittadinanza, la tirannide è attuabile”.

“Trattare tutta la gente in buona salute come se fosse malata”

“La vaccinazione, nei suoi cent’anni di pratica sperimentale, è stata contestata quasi quanto il battesimo nei suoi circa duemila. Ma ai nostri politici sembra perfettamente naturale imporre la vaccinazione e parrebbe loro follia imporre il battesimo”.




Stiamo assistendo, giorno dopo giorno, a uno stillicidio di opinioni mediatiche, scientifiche, politiche sull’opportunità o meno dei vaccini, dei loro effetti collaterali a medio e a lungo termine, sull’obbligatorietà del green pass, sulle manifestazioni “pro e contro i no-vax”, sulla dittatura sanitaria e coercitiva che va sempre più instaurandosi. Non potendo più contare su un Magistero che possa illuminare dall’alto, su un’autorità che sappia impostare il problema sanitario in modo corretto, sono dovuto ricorrere a un testo di un secolo fa di Gilbert Keith Chesterton, “Eugenetica e altri mali”, al quale mi sono ispirato persino nel titolo, poiché tutti quelli altri mali paventati dal grande scrittore cattolico inglese sono ancora quelli che stiamo vivendo.

Innanzitutto Chesterton denunciava la strana mescolanza tra la stupidità corrente, il fanatismo pseudo-scientifico e l’arroganza politica fino all’invettiva esplicita contro “i malfattori straricchi” di allora (Harriman, Carnegie, Rockefeller) che sostenevano la pianificazione familiare, l’evoluzionismo razzistico darwiniano e l’eugenetica. Ora, potremmo sostituire quei “malfattori straricchi” con i filantropi capitalisti odierni (Gates, Soros, Bezos), che hanno finanziato il business dei vaccini, che hanno sorretto organizzazioni internazionali (OMS), ONG, politici, banche e mass media.

Riguardo alla “dittatura sanitaria” che sempre più si sta imponendo, nel 1969 il Dr. Alan Guttmacher, che è stato vice-presidente dell’Associazione eugenetica americana e presidente del Planned Parenthood dal 1962 al 1974, scriveva nella prestigiosa rivista medica Medical World News: “Ogni Paese dovrà decidere la propria forma di coercizione e determinare come essa vada impiegata”. Non dovremmo quindi meravigliarci troppo di trovarci nella forma di coercizione che questi tempi riservano: allora si chiedeva un esame, un patentino per potersi sposare e legittimamente procreare, ora si chiede un green pass per poter andare a teatro, al ristorante, al cinema, a scuola, sui mezzi pubblici. Quel patentino di allora era rilasciato da una Commissione di esperti sanitari, scienziati, sostenuta da filantropi, politici così come adesso. Il principio di discriminazione di allora (abili alla procreazione/deboli di mente inadatti) rimane lo stesso (vaccinati responsabili/non vaccinati irresponsabili).

Chesterton denunciò quelle aberranti ideologie eugenistiche un secolo fa, prima dell’avvento di Mengele e degli orrori del nazismo e del comunismo. Egli ci può aiutare, anche ora, a comprendere l’origine di questi mali, ossia il clima necessario non solo dove può attecchire e propagarsi il virus ma ciò che ancor di più divorava e divora la società: l’anarchia silenziosa e l’abnorme peccato di una società atea e materialista. Ecco cosa scriveva nel 1922: “Un’anarchia silenziosa consuma la nostra società. Devo soffermarmi su questa espressione, perché la vera natura dell’anarchia è perlopiù fraintesa. L’anarchia non è necessariamente violenta né viene necessariamente dal basso. Un governo può diventare anarchico tale e quale un popolo”. Distinguendo tra anarchia e rivoluzione, in quanto la rivoluzione mira a minare un ordine costituito per instaurare un nuovo ordine, mentre l’anarchia richiama all’assenza di ogni ordine e governo, egli chiariva come l’anarchia fosse la condizione d’animo o di comportamento di chi non poteva fermarsi: “È la perdita di quell’autocontrollo che permette di tornare alla normalità…è chiaro che questa sorta di caos può impadronirsi dei poteri che governano una società così come della società governata”.

Questa “anarchia silenziosa” aveva contestato la legittima autorità e si era separata dalla ragione e dal senso comune con tutte le allarmanti conseguenze che Chesterton intravedeva e a cui noi stiamo assistendo: “Non c’è luogo di incontro fuori della ragione”. Fuori della ragione c’era la pazzia di chi negava il reale, il senso comune, il senso profondo di quella sanità che non può prescindere da Dio: “Il medico non ha diritto di somministrare la morte in quanto rimedio a tutti i malanni (pensiamo alla terrificante attualità del dibattito sulla liceità dell’eutanasia), come non ha l’autorità morale per imporre un nuovo concetto di felicità”.

Egli aveva sottoposto a critica quanto, ancor oggi, viene presupposto superficialmente: “Prevenire meglio che curare”. Così si esprimeva in questo coraggioso saggio del 1922: “Meglio prevenire che curare. Commentando questa posizione, io dissi che equivaleva a trattare tutta la gente in buona salute come se fosse malata…qui sta la fondamentale fallacia di tutto il discorso sulla medicina preventiva. La prevenzione non solo è meglio della cura: è peggio perfino della malattia. Prevenzione significa essere invalidi a vita, con l’esasperazione supplementare di godere ottima salute. Chiederò a Dio, ma non certo all’uomo, di prevenirmi in tutte le mie azioni”.

In un quadro sostanzialmente ateo e materialistico, i concetti di “salute” e “felicità” erano indipendenti da ciò che riferiva alla sfera spirituale e interiore, tanto che tutto rimaneva necessariamente orientato al godimento del corpo, alle sue sensazioni ed emozioni. In una visione e fede cristiana la “salute” e la “felicità” assumono contorni completamente diversi poiché la salute è davvero inscritta in Dio e nella Sua grazia. Nella “grammatica eugenista” come in quella da coronavirus, le caratteristiche atee e materialiste dei propugnatori salutisti suggerivano le parole che corrispondevano a una visione senza anima, orizzontale e piatta, che rifletteva quel principio di immanenza contrapposto alla trascendenza di una visione in cui Dio c’è e c’entra con la nostra vita. Ecco così apparire, come aveva con lungimiranza previsto Chesterton, la vera tirannia: “E’ pura anarchia dire che un medico può sequestrare e segregare chi gli pare. Alcuni grandi igienisti potrebbero recintare o limitare la vita di tutta la cittadinanza, la tirannide è attuabile”. Queste considerazioni finali che propongo fanno davvero rabbrividire per la sconcertante attualità e fanno arrabbiare e interrogare sul perché non siano state prese in considerazione. Ecco cosa scriveva: “Chi tenta davvero di tiranneggiare tramite il governo è la scienza. Chi usa davvero il braccio secolare è la scienza. È il credo che davvero estorce decime e si impadronisce delle scuole, il credo che davvero è proclamato non in prediche ma in leggi e diffuso non da pellegrini ma da poliziotti…La nostra vera “Chiesa ufficiale” è il materialismo: perché è il materialismo che gode davvero dell’aiuto del governo nel perseguitare i suoi eretici. La vaccinazione, nei suoi cent’anni di pratica sperimentale, è stata contestata quasi quanto il battesimo nei suoi circa duemila. Ma ai nostri politici sembra perfettamente naturale imporre la vaccinazione e parrebbe loro follia imporre il battesimo”.

Fabio Trevisan









lunedì 6 settembre 2021

La 'messa dei secoli passati', non tollerata in una parrocchia francese, celebrata tra le rovine




6 settembre 2021






Effetto Traditionis custodes. Vedi l'indice degli articoli.
Paix Liturgique riferisce la disavventura di un gruppo di cattolici nel corso di un recente fine-settimana educativo per via del permesso negato di celebrare la Messa tradizionale nella chiesa parrocchiale. 



6 settembre 2021

“Non prestiamo più la chiesa per i riti dei secoli passati!”.

Questa la risposta del diacono permanente Philippe Pinganaud alla richiesta di Jean-Pierre Maugendre - Presidente dell'Associazione Renaissance catholique - di poter celebrare la messa tradizionale nella chiesa del villaggio di Béruges per l'Università d'Estate della stessa Associazione dal 27 al 29 agosto. Della cappella dell'ex Abbazia di Pin, che ospitò quell'Università, restano solo pochi ruderi, non privi di fascino. Era parso quindi naturale ai fedeli chiedere accoglienza alla vicina parrocchia cattolica per il tempo di una Messa. La messa è stata poi celebrata tra le rovine della cappella abbaziale, all'aria aperta. 

Questi, in sintesi, i commenti:

Questa vicenda è rivelatrice della malafede di molti chierici nei confronti di fedeli attaccati alla liturgia tradizionale con cui sperano di scoraggiarli. Inventano regole inesistenti e comunque abusive esenti da qualunque correzione quando viene adita l'autorità legittima.
L'idea è di rendere complicato o addirittura impossibile ciò che non dovrebbe esserlo: celebrare una messa cattolica in una chiesa cattolica da parte di un prete cattolico. Alla fine si tratta di apartheid liturgico: fuori! Non ti vogliamo! La segregazione religiosa ha dunque degli esempi evidenti nella Chiesa di Francia.

Nella parrocchia di Sainte Clotilde a Poitou, ciò che la Chiesa pratica da secoli non è nemmeno più tollerato. Siamo lontani dalle parole di pace di Papa Benedetto XVI nella sua lettera ai vescovi del 7 luglio 2007: “Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso.”

“Non prestiamo più la chiesa per i riti dei secoli passati!”. Se si è deciso di non prestare più la chiesa, è prova che prima c'erano richieste di celebrazioni di messe tradizionali. È con cognizione di causa che i nemici della pace hanno deciso di estirpare una liturgia che sanno apprezzata e praticata da tanti fedeli e sacerdoti. Questa politica della terra bruciata è persa in anticipo. Trascurare la realtà per fini di parte è un bell'esempio di ideologia.

Cosa significa “i riti dei secoli passati”? L'ultima versione del messale tradizionale del 1962 con cui il sacerdote avrebbe celebrato la messa se la parrocchia di Béruges avesse accettato appartiene a un secolo passato diverso dal nuovo messale del 1969? Caso da manuale di ermeneutica della rottura!

La messa è stata infatti celebrata tra le rovine della cappella abbaziale, all'aria aperta. Un magnifico esempio di resistenza pacifica alla tirannia dei nemici della pace liturgica! I nemici del Motu Proprio di Benedetto XVI possono chiudere le chiese e preferirle tristemente vuote piuttosto che vedere la tradizionale liturgia celebrata lì, ma questo non eviterà in alcun modo l'incrollabile attaccamento dei fedeli, che diventano più giovani e più numerosi.

Questo è quanto succede a Saint Germain en Laye dove i fedeli sono stati costretti a partecipare alla celebrazione della Messa ogni domenica per più di un anno... all'aperto, sul piazzale della cappella ospedaliera che le autorità ecclesiastiche preferiscono chiudere...
Ovunque i fedeli attaccati alla massa tradizionale siano respinti dalle autorità, la pacifica e immancabile determinazione prevarrà sull'odio e sull'ideologia dei vecchi uomini del 1968.


Fonte: Paix Liturgique, Lettre 820 ricevuta via mail
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]







domenica 5 settembre 2021

Fratelli ma senza un Padre perché privi del Figlio. Da “cristiani anonimi” a “Fratelli tutti”






Nel testo che segue
padre Serafino Maria Lanzetta collega la nozione di “cristiani anonimi” al centro della riflessione di Karl Rahner (precedente su Rahner qui) all’ultima enciclica di Francesco, Fratelli tutti, nella quale peraltro manca Cristo, il Figlio di Dio, che ci rende figli del Padre e “c’è solo l’uomo che si affratella naturalmente agli altri uomini sulla mera base di istanze sociali o di un amore umano non ben precisato” (vedi) L'editoriale per il numero in uscita di Fides Catholica, sullo stesso argomento, reca il titolo: Fratelli ma senza un Padre perché privi del Figlio. Da “cristiani anonimi” a “Fratelli tutti”




Serafino Maria Lanzetta 05/09/2021

C’è un’affinità di non poco rilievo tra i cosiddetti “cristiani anonimi” di K. Rahner (1904-1984) e l’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti. Ma anche un superamento considerevole della teoria teologica del gesuita tedesco nel discorso di Francesco sulla fratellanza universale. Vediamo perché partendo da un punto focale in entrambi che è l’uomo. Chi è costui?


«L’uomo – al dire di K. Rahner – è l’evento dell’auto-comunicazione assoluta di Dio». Questa è una delle espressioni più originarie del teologo tedesco che si trova nel suo Corso fondamentale sulla fede (or. 1974) e anche una delle più problematiche. Una sintesi della sua visione dell’uomo al centro della Rivelazione, non solo come colui che riceve, ma soprattutto come momento necessario di saldatura di Dio con il tempo e la storia. Per Rahner né si da un Dio che non si auto-comunichi né un uomo che non sia sempre uditore, luogo ed evento della Parola. Di conseguenza, Dio non ci sarebbe senza l’uomo e perciò l’uomo non potrebbe non essere in comunione con Dio. Per questo Dio è già in ogni uomo, che lo sappia o meno, che si ponga il problema o no. Importante è che sia sé stesso, che rimanga evento di Dio nel mondo.

Cosa intende Rahner per “evento”? Che Dio è presente nell’uomo come «termine della trascendenza», intesa quest’ultima come auto-trascendenza dell’uomo, cioè capacità di andare oltre sé stesso e di aprirsi alla totalità dell’essere e quindi a Dio. Ciò significa che noi conosciamo Dio come conosciamo noi stessi, nell’intima esperienza della libertà di scelta. Il termine (la nostra trascendenza) e l’oggetto (l’essere divino) coincidono. Quindi conoscenza, apertura dell’uomo a Dio e Dio stesso in fondo sono la medesima cosa.


Ciò che Rahner intende superare è un falso concetto teologico secondo cui il dono che Dio fa di sé stesso è o un evento storico o un’esperienza trascendentale. No, a suo giudizio il dono è entrambe le cose. Il Vangelo storico ci sollecita a rispondere, mentre la nostra risposta ci consente di trascendere quello che eravamo prima. Nella nostra esperienza intesa come auto-riflessione, auto-conoscenza e auto-trascendenza, riconosciamo Dio come colui che ci chiama, ci assiste e ci viene incontro.

Dio non lo riconosciamo più nella sua Rivelazione storica attraverso signa et verba (segni e parole divini), come vuole un sano approccio teologico al mistero. La Rivelazione diventa invece un’auto-comunicazione storica di Dio all’uomo attraverso la coscienza che l’uomo ha di sé in quanto aperto alla trascendenza; ciò in virtù dell’approccio trascendentale di Kant alla conoscenza, con il suo a-priori nelle dodici categorie conoscitive della ragion pura. Il tomismo rahneriano chiaramente non è quello di San Tommaso ma quello trascendentale del gesuita belga J. Marechal (1878-1944), a cui Rahner si ispira così da cucire insieme l’apriorismo conoscitivo di Kant e l’esistenzialismo di Heiddeger. L’uomo è aperto a tutto l’essere che poi è ciò che si dà come esistente, nel mondo, ma lo coglie in modo a-priori, prima ancora di conoscere le singole cose. Questo essere a cui l’uomo è aperto sarebbe già Dio, colto comunque in modo trascendentale e non ancora categoriale.


L’uomo perciò è aperto alla trascendenza in modo trascendentale, cioè in modo necessario e a-priori in virtù del primato del soggetto nella conoscenza. Tale apertura a Dio è resa possibile dal fatto che essa è sì insita nella conoscenza ma allo stesso tempo è anche una grazia, o meglio, più che grazia, è già presenza di Dio nell’uomo.

Questo legame indissolubile tra la presenza di Dio nell’uomo e l’apertura dell’uomo a Dio è dato dal cosiddetto “esistenziale soprannaturale”: una geniale invenzione di Rahner ma difatti un tertium quid, un’aggiunta superflua. Esso è esistenziale perché è offerto a tutti: ogni persona è ordinata alla comunione con Dio. Ma è anche soprannaturale, perché la comunione con Dio sarebbe impossibile se Dio non ci avesse già dato la capacità di raggiungerla. Addirittura l’esistenziale soprannaturale viene definito da Rahner quale vero essere della persona umana ordinata alla comunione con Dio. L’uomo può protestare contro questa auto-comunicazione divina ma l’offerta e il dono è per tutti e accade quale esistente.


Salta chiaramente il concetto di potenza obbedienziale della natura, cioè la capacità della natura di obbedire a Dio quando la libertà dell’uomo si apre al dono della grazia in virtù della grazia stessa che muove la libertà. E salta anche il concetto di grazia quale partecipazione alla natura divina. Non c’è partecipazione ma auto-comunicazione. Salta la distinzione tra natura e grazia e tra grazia sufficiente e grazia efficace. La grazia, cioè Dio nell’uomo, non può che essere sempre efficace e quindi la salvezza è già in tutti. L’uomo è già in comunione con Dio in modo irriflesso o atematico. Se lo sarà in modo categoriale è bene e più santo certamente, ma non pregiudica il fatto stesso di esserlo. Quindi ciò non toglie che ogni uomo sia già in comunione con Dio.

Di più, l’auto-comunicazione di Dio non è solo un dono gratuito e una grazia. Ma è anche «una condizione necessaria che rende possibile l’accettazione del dono». Con il dono di Sé stesso, Dio renderebbe partecipe l’uomo anche del dono di ricevere il dono medesimo. Il dono e colui che dona sono la medesima persona dice il teologo tedesco. Per cui l’uomo in qualche modo è “obbligato” da Dio in modo libero ad accettare il dono di Sé. Dov’è pertanto la libertà di rifiutare la grazia o la libertà di scegliere un’azione cattiva? Infatti, per Rahner, l’uomo che sceglie in modo trascendentale è sempre rivolto a Dio e quindi fa il bene; in modo categoriale potrebbe invece scostarvisi e scegliere qualcosa di inferiore, che sarà tuttavia un bene “pre-morale”. L’uomo in virtù di una “libertà fondamentale” o “opzione fondamentale”, di cui Rahner è il capostipite, non può che scegliere Dio. De facto il peccato non esiste più e non va più attribuito alle singole azioni morali. Il vero peccato è l’opzione contro Dio, che comunque sarebbe impossibile in virtù dell’apertura trascendentale-esistenziale a Lui. Se sono tutti anonimamente santi e tutti cristiani che ne sarà del peccato? Sarà qualificato come una scelta sbagliata o una reminiscenza del passato e basta, ma non un’offesa (aversio) a Dio. Ci dice qualcosa questo oggi?


Riflettiamo ancora e guardiamo a questo discorso in modo prospettico. Se l’uomo è lui stesso il mezzo necessario dell’auto-comunicazione di Dio, non potrebbe succedere che un domani si dimentichi di Dio, di essere la sua auto-comunicazione e diventi invece solo auto-comunicazione di sé a sé stesso? Se cioè stanco di Dio o dell’essere solo in funzione dell’auto-comunicazione di Dio inizi a interessarsi solo di sé stesso o in ambito cattolico si inizi perfino a giustificare l’ateismo come un’opzione possibile perché umana? Rahner potrebbe essere preso talmente sul serio da superare anche la capacità trascendentale dell’uomo di essere aperto a Dio, finendo in una mera apertura dell’uomo all’uomo. Il rischio però è che l’uomo si accontenti di essere fratello di tutti anche senza saperlo o senza esserlo. E così arriviamo ai nostri giorni.

C’è senza dubbio una continuità ma anche una discontinuità tra Rahner e la Fratelli tutti. La continuità consiste nel fatto che l’uomo è al centro e Dio è un postulato della conoscenza dell’uomo; si dà come termine della trascendenza della conoscenza umana. Cioè un Dio in vista dell’uomo e non l’uomo in vista di Dio. Questo è il cuore della svolta antropologica rahneriana e della Chiesa dei nostri giorni.


La discontinuità consiste invece nel fatto che Rahner ha a cuore il problema dell’ateismo occidentale e vuole trovare una soluzione perché l’uomo sia in qualche modo orientato a Dio. Per il gesuita tedesco il Cristianesimo primeggia tra le religioni perché è accesso a Dio, è poter vedere Dio che rimane invisibile. Per la Fratelli tutti invece Dio non c’è e sembra che non ce ne sia bisogno. Manca vistosamente Cristo, il Figlio di Dio, che ci rende figli del Padre. C’è solo l’uomo che si affratella naturalmente agli altri uomini sulla mera base di istanze sociali o di un amore umano non ben precisato. Amore eros, filos, filantropico, agape: non è dato di sapere. Ciò che si sa è che non si tratta di un amore-caritas, l’amore che Dio ha riversato su di noi nel Figlio e che ci muove. Tutto è volto nell’enciclica di papa Francesco a superare la religione e a trovare un accordo tra gli uomini più duraturo, ma a-religioso o forse super-religioso. Tutti dovrebbero reputarsi fratelli, anche se non lo sanno.

La Fratelli tutti fa a meno di Dio e di Cristo, in un passaggio-chiave quando si spiega la parabola del Buon Samaritano: «In quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose. Di più, si dedicavano a dare culto a Dio: un sacerdote e un levita. Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò [che] la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio» (n. 74).


Sembra che si dica che adorare Dio e non adorarlo sia dopotutto la stessa cosa. Per di più, se l’adorazione porta alla chiusura del cuore è meglio tralasciarla per soccorrere con le nostre forze quell’uomo incappato tra i briganti. In realtà, la vera adorazione, quella che si dà al Padre in Cristo suo Figlio per mezzo dello Spirito Santo, non conduce mai ad ignorare il prossimo, anzi ne è la ragion d’essere e il nutrimento necessario. L’uomo di oggi fa a meno di Dio, ma la soluzione non sta nel dare Dio a tutti indifferentemente. Altrimenti rischiamo di renderlo superfluo e di iniziare a pensare con il mondo, che fa tutto come se Egli non esistesse.


Padre Serafino Maria Lanzetta






sabato 4 settembre 2021

Anche l’establishment si accorge della deriva illiberale della sinistra






L'Economist denuncia le venature totalitarie del pensiero progressista sulle questioni etiche e sociali. I paradossi e i danni dell'ideologia woke


Lorenzo Castellani4 Settembre 2021



L’ultima copertina dell’Economist è molto rappresentativa della deriva che il dibattito pubblico occidentale ha intrapreso negli ultimi anni. Il numero s’intitola The threat from the illiberal left (la minaccia della sinistra illiberale) e mette in luce le venature totalitarie che attraversano il pensiero progressista. Negli ultimi anni la sinistra si è mostrata sempre più intollerante sulle questioni etiche e sociali: aborto, genere, sessualità, storia, ambiente, scienza. Non c’è aspetto sul quale la radicalizzazione non si sia abbattuta e per la quale non vi sia stata una “lotta di civiltà” con quelle parti della popolazione che non intendevano abbracciare la verità progressista.


Linguaggio è potere


Queste battaglie, legittime in un agone politico democratico s’intenda, scontano due problemi di fondo.

  


Il primo è che la sinistra intellettuale ha eretto una sorta di muro tra se stessa e chi la pensa in maniera diversa. Non è ammesso dialogo, riconoscimento, dibattito ma solo stigma sociale ed emarginazione per deficit di civiltà. Non viene riconosciuta alcuna legittimità agli avversari e questo rende difficile far funzionare i meccanismi democratici.

La seconda è che dalla battaglia politica si è passati prima alla manipolazione linguistica e poi all’uso del potere per imporla. La cittadella intellettuale progressista, estremamente ramificata nei media, nelle università, nelle grandi aziende, ha preteso di imporre un certo modo di parlare e comportarsi. E cerca di codificarlo in leggi, attraverso sanzioni e misure di “polizia”.


Un nuovo maccartismo

Questo approccio apre la porta a due tipiche forme della politica progressista.

Si tratta della politica della perfezione e della politica dell’uniformità; ciascuna di queste due caratteristiche senza l’altra denota uno stile differente di fare politica. Nell’atteggiamento mentale del progressista non vi è spazio per il “meglio in determinate circostanze”, ma solamente per “il meglio”, perché la funzione della ragione è appunto quella di sormontare le circostanze.
E da questa politica della perfezione scaturisce la politica dell’uniformità: una disposizione che non riconosce le circostanze non può avere spazio per la varietà. Tutti devono credere, pensare e agire secondo la regola prescritta.

Questo nuovo maccartismo da sinistra, che insegue i nemici a suon di processi mediatici e culturali nei confronti dei non allineati, produce effetti distorsivi poiché non ammette più il pluralismo e la diversità di opinioni. Al massimo, forse, tollera il silenzio e a volte nemmeno quello poiché c’è la pretesa dell’impegno su certi temi etici e sociali da parte di tutti coloro che fanno parte di una istituzione. Basti vedere quanto le aziende multinazionali e digitali puntino sulla diffusione collettiva di idee progressiste e s’impegnino per silenziare, etichettare e bannare tutti quei pensieri, parole e idee che non rientrano nella loro soglia di tollerabilità.


Chi non si adegua perde il posto

Naturalmente questo radicalismo intollerante non è equiparabile ai processi politici o ai campi di prigionia dei vecchi regimi totalitari, tuttavia le sanzioni sociali per chi in certi ambienti non si adegua a codici e linguaggi sono devastanti. Si rischia il posto di lavoro, la reputazione, la rispettabilità e il mancato riconoscimento del proprio valore. Ne risente anche la meritocrazia aperta soltanto a coloro che si adeguano alle teorie nichiliste del progressismo.

Eppure iniziano ad emergere dei paradossi inquietanti di cui anche un giornale di establishment come l’Economist inizia ad accorgersi. Dopo anni passati a denunciare il pericolo da destra delle democrazie illiberali ci si è resi conto che ad essi si contrapponeva una cultura di sinistra altrettanto intollerante. Il progressismo post-sovietico prometteva di sciogliere l’individuo da ogni vincolo tradizionale (famiglia, religione, nazione) in nome della lotta al potere patriarcale e autoritario. Solo una protezione più solida delle minoranze avrebbe garantito pluralismo, democrazia e libertà per tutti. Peccato però che questa liberazione dell’individuo sia ricaduta in un sistema poliziesco ancor peggiore di quello delle autorità tradizionali.

Chi non parla, non si comporta e non si autodisciplina nei termini prescritti va incontro alla scomunica progressista, trova la scure delle nuove leggi e dei codici etici e resta vittima dell’aggressività di chi pretende di avere una opinione pubblica omogenea. Una promessa di libertà si è trasformata in una nuova polizia del pensiero di taglio giacobino.


L’accoppiata con l’ambientalismo radicale

In Europa, dove il credo woke e il politicamente corretto non sono ancora asfissianti quanto negli Stati Uniti, si profilano altri pericoli dovuti alla tradizione statuale e politica europea. Il progressismo nel Continente può accoppiarsi più agevolmente con il socialismo, con lo scientismo e con l’ambientalismo radicale nei prossimi anni aprendo la strada a una massiccia redistribuzione del reddito, alla pianificazione “razionale”, al dirigismo e alla iper-regolamentazione. Inoltre, si rischia che anche al dibattito economico, scientifico e ambientale si applichino gli schemi illiberali della discussione sulle questioni etiche. A quel punto tutti possono diventare potenzialmente dei “negazionisti” di qualche cosa.

Gli eredi di Bagehot, i redattori dell’Economist, hanno iniziato a fiutare il pericolo. Quanto manca al passaggio dal progressismo woke al progressismo woke socialista? Sarebbe un problema per tutti i ceti dirigenti del vecchio continente oltre che per la salute della democrazia liberale. Senza una moderazione ideologica l’attuale sinistra rischia di combinare più danni della destra peggiore. Quest’ultima è un fenomeno marginale, governa in pochi paesi occidentali ed è fortemente minoritaria nei media, nelle burocrazie e nelle università. La sinistra, al contrario, è egemone in questi ambienti e il potenziale pericolo di caduta in un regime distopico e poliziesco retto dai nuovi bigotti del progresso è ancor più preoccupante.



Foto Ansa




venerdì 3 settembre 2021

Il Papa, la Messa in latino e i limiti della pastorale della nostalgia




Papa Francesco ribadisce la volontà di far morire le Messe in latino. L'annunciato "riordino costruttivo" è dettato da un'idea di Chiesa della rottura in cui il fedele che cerca la tradizione sia un nostalgico che il tempo estinguerà. Ma i gruppi stabili non sono composti da anziani, ma sono un'esperienza di Chiesa giovane, che ora si vuole umiliare, di fedeli in crescita, che non possono essere accusati di nostalgismo dato che vivono la Messa in latino non come rifugio, ma come un approdo da cui sono attratti, privi di quelle ideologie di cui invece sono infarciti i provvedimenti che li puniscono.




Andrea Zambrano,  02-09-2021

Nel corso dell’intervista con la spagnola Radio Cope, Papa Francesco ha parlato anche del motu proprio "Traditionis Custodes" pubblicato ed entrato in vigore il 16 luglio scorso in cui si limita fortemente la liturgia antica, propriamente definita da Benedetto XVI forma extraordinaria dell’unico rito romano.

Il Papa ha spiegato che “la storia di Traditionis Custodes è lunga. Quando Benedetto XVI ha reso possibile celebrare con il Messale di Giovanni XXIII (precedente a quello di Paolo VI, che è post-conciliare) per coloro che non si sentivano a loro agio con la liturgia attuale, che avevano una certa nostalgia... mi è sembrata una delle azioni pastorali più belle e umane di Benedetto XVI, che è un uomo di squisita umanità. E così iniziò. Questa era la ragione”. “La preoccupazione – ha ribadito il Papa - che più appariva era che qualcosa fatto per aiutare pastoralmente coloro che hanno vissuto un'esperienza precedente, si trasformasse in un’ideologia. In altre parole, una cosa pastorale trasformata in un’ideologia. Quindi abbiamo dovuto reagire con regole chiare... Se si legge bene la lettera e si legge bene il decreto, si vedrà che si tratta semplicemente di un riordino costruttivo, con cura pastorale ed evitando gli eccessi”.

Le dichiarazioni di Francesco non lasciano spazio a dubbi: egli ritiene che chi segue la Messa in latino stia seguendo un’ideologia e contraddicendo Benedetto XVI abolisce la distinzione tra le due forme, contemplando un solo rito in un’unica forma, quella data dal Messale di San Paolo VI. Evidentemente l’esperienza dei tanti gruppi stabili sorti dal 2007 ad oggi nella Chiesa romana occidentale non ha garantito una pastorale costruttiva, a suo dire, pertanto ora ne serve l’immediata correzione, pena anche, come stabilito nel motu proprio, l’impossibilità di far nascere ulteriori gruppi stabili e stringere sempre più le maglie delle celebrazioni. Resteranno in vita soltanto quelli già sorti e inseriti in un cammino più o meno ufficiale con il proprio vescovo diocesano di riferimento. E poi la biologia farà il resto.



L’intervento ha tutta l’aria di essere, più che un riordino costruttivo, una purga verso tutte quelle esperienze che sono proliferate dentro le stesse diocesi e in cui si è riusciti con frutti spirituali che ogni vescovo può toccare con mano, a custodire la tradizione e manere optime dentro il grande recinto della Chiesa senza complessi di inferiorità. Recinto, dove non si contano più le spinte centrifughe, le licenze liturgiche, gli abusi mascherati, ma dove evidentemente a non essere degna di restare è solo una categoria precisa di fedeli.

Chi conosce la realtà dei gruppi stabili e li frequenta, può testimoniare che la cura pastorale è attuata nella volontà di riconoscere tanto la Messa antica che quella nuova, e questo è stato possibile perché i gruppi stabili sono nati sotto la spinta di un preciso mandato di Benedetto XVI: esiste un unico rito romano, declinato in due forme, una straordinaria e una ordinaria, che devono armonizzarsi vicendevolmente. I preti che in questi anni hanno celebrato entrambe le forme sanno che cosa significhi questo in termini di arricchimento spirituale.

Nessuno dei gruppi stabili, che sono i principali destinatari del motu proprio Summorum Pontificum e sono le principali vittime di questo nuovo, disconosce la forma novus ordo, ne ha mai fatto battaglie per combatterla. Per loro la convivenza è stata accidentata, ma possibile, nella fiducia del mandato dato loro da Benedetto XVI e ribadito dal cardinal Sarah nel corso di uno degli ultimi convegni sull’applicazione del SP, di portare la vitalità della tradizione dentro la Chiesa.

L’approccio di Papa Francesco invece è vissuto con la logica della spaccatura, che diventerà ancor più grave, se si pensa che non ci si preoccupa più nemmeno di impedirla. L’impressione è che con questo motu proprio – e l’intervista non ha fatto altro che confermarlo – Papa Francesco non voglia affatto riordinare costruttivamente con cura pastorale, ma stia gettando le basi perché i gruppi stabili si estinguano per sempre e la Messa in latino cessi così di essere una richiesta legittima e un diritto mai abrogato da nessun Papa, neppure da Paolo VI che promulgò il Messale novus ordo.


Tutto questo umilierà migliaia di fedeli (a proposito: nessuno si è mai preoccupato di indagare la crescita esponenziale in termini numerici, potrebbe avere sorprese…) che in questi anni hanno scoperto la liturgia tradizionale non come nostalgia, ma come approdo naturale a una dimensione della Messa più sacra, più trascendente e molto meno inquinabile da abusi e personalismi. Si sentiranno sempre più esclusi, sempre più ghettizzati e sempre più un peso da sopportare e poi da eliminare.

È questa dicotomia tra ideologia e “nostalgismo” da un lato e pastorale da un altro a essere però il granello di sabbia che inceppa il meccanismo. Francesco è figlio del suo tempo, gli anni ’70 quando si riteneva che la tradizione e la Messa in latino fossero cascami di un’epoca buia lunga 2000 anni e destinata a morire. Il riferimento ai fedeli nostalgici rivela questo approccio che è un approccio – ci sia concesso con tutto il rispetto – antistorico.

Nostalgia, che deriva dal greco nostos, ritorno, non è altro che un ricercare forme e modi che la storia ha sepolto o messo in un cassetto, ma che si sono conosciuti e vissuti. Un rifugio. Se a frequentare le Messe in latino in questi 14 anni fossero stati fedeli dai 70 agli 85 anni, che avevano 20 e 30 anni negli anni 60 e quindi potevano ricercare nella Messa in latino quel Dio che laetificat juventutem meam, allora il provvedimento di Papa Francesco avrebbe un senso pastorale: accompagnare verso l’estinzione quei pochi irriducibili destinati a essere sepolti dalla storia, un po’ come sono i simpatici hippies che vivono ancora nelle spelonche della valle della luna in Sardegna. Verso l’estinzione, con un rito, anzi, con una forma rituale, destinata a non dire più nulla all’uomo di oggi.

Il problema è che, al contrario, a frequentare la Messa in latino sono gruppi di fedeli sempre più numerosi che nel 1969, quando entrò in vigore il Messa novus ordo non erano neanche nati o erano appena bambini. Che nostalgia potrebbe esserci per loro? Nessuna, nemmeno un rifugio, invece c’è un approdo che si è fatto concreto quando Benedetto XVI ha messo a disposizione per loro la possibilità di coltivare l’esperienza della tradizione dentro il recinto della Chiesa accanto a tutte le altre, e spesso eterodosse, esperienze.

Chi ha ascoltato – nella Chiesa ospedale da campo – il loro bisogno, che Benedetto XVI non chiamava agio, ma sensibilità? Chi si è lasciato interrogare da quelle istanze?

In questo senso, la decisione di ghettizzare una minoranza sempre più crescente, ma giovane, non farà altro che custodire una riserva di fedeli consapevoli che il tempo potrà dare loro ragione. Semmai, sono i cascami della teologia post conciliare della rupture, che sono destinati ad essere sepolti molto prima e con essi la guerra per bande di chi ha strappato al Papa un provvedimento così drastico e inspiegabile che non ha nulla del riordino costruttivo, se è vero che si impedisce ai preti novelli, quindi giovani che sono attratti, di avvicinarsi anche solo ad altare Dei per imparare a celebrarla.

Resta così il grande interrogativo: che cosa sono stati questi 14 anni di primavera nei quali grazie all’esperienza della tradizione la Chiesa si è arricchita di vocazioni? È davvero tutto destinato ad essere sepolto o, forse, c’è un secondo tempo che parla all’uomo di domani, il quale cercherà Dio in modo sempre più concreto e decisivo con una liturgia forte, sempre più Incontro perfetto col divino e sempre meno evento personalizzabile a piacimento in forme umane?

«Non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto per metterla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa». Il monito di Matteo potrebbe incoraggiare anche i superstiti dei gruppi stabili.








giovedì 2 settembre 2021

Un libro smonta la leggenda nera dei “conquistadores”





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Lo storico Marcelo Gullo, nel volume Madre Patria, ricostruisce la storia del Messico che non è stato conquistato, ma piuttosto “liberato” dagli spagnoli, che posero fine con l’aiuto decisivo delle popolazioni locali al dominio degli aztechi e alle loro decine di migliaia di sacrifici umani all’anno. Ma la leggenda nera è dura a morire (vedi Obrador), a causa della propaganda anticattolica.




Angela Pellicciari, 02-09-2021

Andrés Manuel López Obrador è alla testa di una formazione politica chiamata “Insieme faremo la storia” e nel 2018 è diventato presidente del Messico per rifare la storia. Per vincere le elezioni ha utilizzato parole semplici, efficaci quanto prive di significato, come da noi è successo con i 5 Stelle. Una per tutte: “Abbracci, non proiettili”.



Nel 2019, per il cinquecentenario dalla “conquista” del Messico, Obrador ha scritto al re di Spagna e al Papa per esigere pubbliche scuse. “Sia la monarchia spagnola, la Chiesa e lo Stato Messicano devono offrire pubblicamente le scuse ai popoli nativi che hanno sofferto tanto”. Che io sappia, né il Papa né il re hanno risposto. L’ha fatto ora uno storico “venuto dalla fine del mondo”, l’argentino Marcelo Gullo, autore del libro Madre Patria. Desmontando la leyenda negra desde Bartolomé de las Casas hasta el separatismo catalán (Madre Patria. Smontando la leggenda nera da Bartolomé de las Casas fino al separatismo catalano).

La storia non è il forte degli Obrador di turno. A dire il vero non è nemmeno il forte di tanti politici e intellettuali, religiosi compresi. Un semplice fatto: nel 1521 i 300 uomini o poco più di Cortés hanno fatto crollare il potente impero di Montezuma in pochissimo tempo. Un miracolo? No, perché hanno lottato insieme a Cortés “le 110 nazioni messicane oppresse dalla tirannia antropofaga degli aztechi”. Il Messico non è stato conquistato, è stato piuttosto “liberato” dagli spagnoli, scrive Gullo, che documenta le orrende abitudini religiose degli aztechi, dediti a decine di migliaia di sacrifici umani all’anno.

Io mi sono occupata a più riprese della storia della Spagna. Due anni fa è uscito il mio libro Una storia unica che mostra come sia la riconquista che la conquista spagnole, entrambe avvenimenti davvero unici, siano stati possibili grazie alla fede di un intero popolo, assistito dalla protezione celeste (Da Saragozza a Guadalupe è il sottotitolo). In un’intervista a Carmelo Lopez per il lancio della versione spagnola del libro su Religión en libertad, spiegavo come sia stato possibile trasformare un evento prodigioso in un’impresa criminale.

A questo riguardo mi sembra utile aggiungere alle considerazioni di Gullo quelle fatte da Giovanni Paolo II il 12 ottobre 1992 a Santo Domingo, nel cinquecentenario della scoperta dell’America: «Rendiamo grazie a Dio per il gran numero di evangelizzatori che hanno lasciato la loro patria e hanno dato la loro vita per seminare nel Nuovo Mondo la vita nuova della fede, la speranza e l’amore. Non erano spinti dalla leggenda dell’“El Dorado”, né da interessi personali, ma dal sollecito richiamo ad evangelizzare quei fratelli che ancora non conoscevano Gesù Cristo. Essi annunciarono “la bontà di Dio, Salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini” (Tt 3, 4) a popolazioni che sacrificavano agli dei perfino vittime umane. Essi testimoniarono, con la vita e le parole, l’umanità che scaturisce dall’incontro con Cristo».

Il 14 maggio 1992 papa Wojtyla, che di storia se ne intendeva, così aveva rivendicato il bene fatto dai cattolici spagnoli: «Non può non destare una viva soddisfazione l’esame del contenuto degli atti dei numerosi Concili e Sinodi che vennero celebrati nel primo periodo, così come altri documenti di ricchissimo contenuto, come le Dottrine o Catechismi, che furono centinaia e sono quasi tutti scritti nelle lingue delle etnie e dei paesi in cui i missionari svolgevano la loro missione».

In Italia, forse perché influenzati dai “bravi” e dalle “grida” di manzoniana memoria, abbiamo spesso guardato alla storia della Spagna con un malcelato senso di superiorità. È un errore. È un grosso errore, frutto di provincialità e ignoranza. Le potenze protestanti e massoniche hanno inventato la leggenda nera anche per avere il plauso delle stesse nazioni cattoliche nella pretesa di sostituirsi alla “disumana” dominazione spagnola. La leggenda nera è servita e serve per denigrare l’unica grande potenza che ha difeso fino allo stremo la Chiesa cattolica, apostolica, romana. E la cosa ci riguarda da vicino.




mercoledì 1 settembre 2021

Le difficoltà della “teologia del popolo”







Stefano Fontana, 31-08-2021

Molti interpreti – da Juan Carlos Scannone a Massimo Borghesi - sono concordi nel dire che una delle principali fonti del pensiero di Francesco sia la “teologia del popolo”. Ad esaminare però le caratteristiche di questa teologia viene alla luce che essa pone non pochi problemi alla Dottrina sociale della Chiesa come è stata intesa fino a Benedetto XVI.

L’espressione “teologia del popolo” sembra sia stata coniata dal teologo J.L. Segundo che voleva distinguerla anche nel nome dalla teologia della liberazione nella quale rischiava di essere confusa. Però le due teologie mantengono un punto in comune, vale a dire il punto del loro “cominciamento”. Ambedue, infatti, pensano che la nostra conoscenza non abbia mai un carattere certo e autonomo dalla situazione storica in cui siamo inseriti. Per la teologia della liberazione questa situazione storica è la situazione di oppressione economica che chiede una prassi di liberazione, per la teologia del popolo è appunto la vita del popolo cui si appartiene. Il suo punto di partenza è lo “stare insieme”, ossia vivere dall’interno la simbologia sapienziale di un certo popolo. Il punto di partenza non è la dottrina della fede e la tradizione, le quali non possono essere conosciute in sé, ma la vita di un popolo attraverso la simbologia di significati che esso produce, vale a dire attraverso la sua “saggezza”.

Vedendo le cose in questo modo si finisce col pensare che il popolo non sia solo oggetto di annuncio evangelico, ossia non sia solo passivo o recettivo. La sua storia e la sua saggezza accumulata nel tempo non stanno aspettando una verifica alla luce di Cristo e del Vangelo, non sono in attesa di essere evangelizzate. Il popolo è anche soggetto di storia sacra, esso non viene evangelizzato ma si evangelizza, perché Cristo è conosciuto anche tramite la condizione del popolo e le categorie della sapienza popolare che esso ha elaborato. Per esempio, quando Francesco dice che “il pastore deve conoscere l’odore delle pecore” non vuol significare solo la doverosa conoscenza dell’oggetto della pastorale affinché la trasmissione del messaggio evangelico possa essere più efficace in quanto su di esso meglio modulata nella sua espressione. Intese così le pecore rimarrebbero comunque sempre oggetti e non anche soggetti di pastorale. Piuttosto l’espressione vuol dire che l’odore delle pecore è il contesto dentro il quale deve trovare senso l’annuncio in quanto quella è la via scelta da Gesù per farsi conoscere e incontrare. Lo stesso dicasi – per fare un altro semplice esempio – quando Francesco dice che il vescovo talvolta deve stare davanti, ma talaltra deve stare dietro o anche in mezzo al popolo.

La teologia del popolo comporta che anche gli apostoli, le donne, i discepoli e i primi cristiani appartenessero prima di tutto ad un popolo. Così è per le generazioni cristiane successive fino ai nostri giorni. Ne consegue una visione del “Deposito della fede” come qualcosa che dipende dai tempi e quindi dal tempo e che è in continuo cambiamento o evoluzione che dir si voglia. La verità della fede nasce dall’incontro storicamente esperibile tra la vita del popolo e Cristo, ma dato che la vita del popolo cambia, anche questo incontro cambia. L’essere del cristiano dipende dallo stare nel popolo. L’essere vuol dire qualcosa che è immutabilmente, lo stare indica invece qualcosa che c’è ma che cambierà col tempo. Si può anche intendere lo stare nel senso di essere non soggetto al cambiamento, come molti teologi fanno, ma nel contesto della teologia del popolo questo diventa impossibile.

Il principale pericolo è di trasformare il popolo da realtà naturale a realtà immediatamente teologica. Non c’è dubbio che i popoli portano con sé delle saggezze popolari che vanno legittimamente rispettate, il piano naturale però è sottoposto a quello sopra-naturale, che lo valuta e lo purifica. Se, invece, il popolo è caricato già di per sé di significati salvifici, esso non è più qualcosa che va valutato e purificato, ma è esso che valuta e purifica la vita della Chiesa.

Se si parte dal popolo anziché da Dio, si corre il pericolo di scadere in considerazioni di ideologia politica, come avviene per la teologia del popolo soprattutto quando essa parla dei poveri e della povertà. Scopo del Mistero della Salvezza sarebbe allora solo la emancipazione dei poveri e lo sviluppo delle potenzialità sapienziali del popolo. Un altro rischio è l’idea di una appartenenza universale nell’unica Chiesa fatta però da un patchwork di popoli con diverse sapienze popolari ed espressivi di simboli diversi e perfino opposti tra loro ma tutti espressivi della storia della salvezza nella sua dimensione storica e sempre in sviluppo.

Questi pochi accenni forse bastano a mostrare che la teologia del popolo pone seri problemi alla Dottrina sociale della Chiesa.



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