mercoledì 28 agosto 2019

Benedetto XVI: «Nelle reazioni al mio testo Dio non appare affatto»





È evidente che il pensiero di Benedetto XVI, affidato a poche righe riportate di seguito, ha una forte valenza, che conferma la sua chiara critica al modo con cui in Vaticano è stata considerata e gestita la questione degli abusi, di cui al documento: La Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali . Una critica che si estende anche alla teologia odierna che ha provocato la drammatica crisi della fede che stiamo attraversando. Tuttavia ci si chiede come possa aspettarsi di essere ascoltato chi non lo era neppure da regnante, tant'è che ha abdicato certo non solo per questo; ma ha riconosciuto la sua debolezza che, sostanzialmente, era impotenza a fronteggiare una situazione non più gestibile e nel cui innesco non manca anche una sua responsabilità, se pensiamo al concilio e agli effetti della sua applicazione.





CITTÀ DEL VATICANO, 27 agosto 2019/ 9:00 AM (ACI Stampa) - 

“Per quanto posso vedere, nella maggior parte delle reazioni al mio contributo, Dio non appare affatto, e perciò non viene affrontato proprio quello che volevo sottolineare come il punto chiave della questione”.
Così il Papa emerito Benedetto XVI risponde con poche righe pubblicate da Herder Korrespondenz ad alcune delle critiche scaturite dal suo testo di riflessione sulla questione degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica [qui]
“Il contributo della Signora Aschmann ("La vera sofferenza cattolica al 1968, HK, luglio 2019, 44-47), nonostante la sua unilateralità - si legge nel numero di settembre della rivista - può ispirare ulteriori riflessioni, ma come risposta alla mia pubblicazione sul Clergy Paper on the Abuse Crisis (No. 4/2019, 75-81) tuttavia è insufficiente e tipico del deficit generale nella ricezione del mio testo.
Mi sembra che nelle quattro pagine dell'articolo della Signora Aschmann non appaia la parola Dio, che ho posto al centro della questione. Ho scritto, "Un mondo senza Dio può essere solo un mondo senza significato" (78). "La società occidentale è una società in cui Dio è assente dal pubblico e non ha altro da dire. Ed è per questo che è una società in cui la misura dell'umanità si perde sempre più "(79).

Per quanto posso vedere, nella maggior parte delle reazioni al mio contributo, Dio non appare affatto, e perciò non viene affrontato proprio quello che volevo sottolineare come il punto chiave della questione. Il fatto che il contributo di Aschmann trascuri il passaggio centrale della mia argomentazione proprio come la maggior parte delle reazioni di cui sono venuto a conoscenza mi mostra la gravità di una situazione in cui la parola Dio sembra spesso emarginata nella teologia”.

Nel commentare il documento dicevo che è già notevole che, nella temperie in cui siamo, abbia ritenuto far sentire la sua voce e abbia voluto render pubblico un suo contributo, dal momento che era stato ignorato dall'Assise e da chi la pilotava. Una riflessione che riteneva indispensabile per come stavano andando le cose in vista dell'incontro dei vescovi (21 al 24 febbraio 2019) sugli abusi, di cui ci siamo ampiamente occupati. Ne estraggo una 'perla' colta al volo: 

"Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana".









lunedì 26 agosto 2019

Il vero volto dell’Amazzonia e certe analogie inquietanti







Aldo Maria Valli, 26-08-2019

L’Instrumentum laboris del prossimo sinodo dei vescovi dedicato all’Amazzonia si sforza di dipingere quella regione come una sorta di paradiso in terra messo in pericolo dai cattivi capitalisti occidentali, un luogo idilliaco dalla cui cultura dovremmo prendere tutti esempio, specie per quanto riguarda il rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale. Ma la realtà è molto diversa.

In Amazzonia quella che domina è, sotto molti aspetti, una vera e propria “cultura di morte” scrive Kathy Clubb su The Freedoms Project. Basti pensare che “infanticidio e suicidio sono stati tradizionalmente parte della cultura in molte parti della regione amazzonica” e che la visione magica della realtà è alla base di molti comportamenti crudeli.

Ma allora perché il documento di lavoro per il Sinodo pan-amazzonico di ottobre suggerisce che la Chiesa cattolica dovrebbe prendere “un volto amazzonico?”.

Secondo una visione diffusa, afferma Kathy Clubb, le minacce alla vita per i popoli amazzonici arriverebbero esclusivamente dal moderno colonialismo occidentale, accusato di favorire l’aumento degli aborti, la violenza familiare e il consumo di droga nella zona. Ma questa visione è quanto meno parziale.

“È difficile procurarsi il numero preciso di infanticidi commessi nella regione amazzonica, poiché molti casi non vengono segnalati e gli sforzi per combattere il fenomeno sono ostacolati da una teoria politica che identifica tutti gli interventi esterni come imperialisti, colonialisti o patriarcali. I relativisti culturali sostengono che le popolazioni indigene dovrebbero essere protette da ogni azione penale per aver messo in atto pratiche culturali come l’infanticidio e l’eutanasia, e aggrottano le sopracciglia di fronte a ogni tentativo di scoprire quanti bambini e adulti vengono uccisi. Tali attivisti affermano che la raccolta di dati è in molti casi un tentativo di incriminare ed esprimere pregiudizio contro le popolazioni indigene ed è quindi una nuova forma di colonialismo”.

Ma tutto ciò non toglie che secondo alcune stime, riferite all’Amazzonia brasiliana, almeno una ventina di gruppi tribali praticano ancora l’infanticidio, con circa cento bambini uccisi ogni anno.

“Storicamente l’infanticidio è stato tollerato per diversi motivi: come mezzo per liberare le comunità tribali, che vivevano in condizioni molto dure, dall’onere di prendersi cura dei membri più deboli o garantire che le madri fossero in grado di occuparsi adeguatamente dei loro bambini nati. Quindi gemelli, bambini disabili o malati sono stati uccisi (e vengono ancora uccisi) dopo la nascita. E se una madre muore di parto, quasi sicuramente suo figlio verrà ucciso”.

“La superstizione ha un ruolo in queste culture, e anche nell’America Latina contemporanea. I bambini albini per esempio sono considerati malvagi e vengono uccisi una volta scoperta la loro condizione”.

“I bambini nati da madri non sposate di solito vengono uccisi ed è considerato accettabile uccidere un bambino di un genere indesiderato, in particolare le femmine, poiché la preferenza è per i maschi”. E si è a conoscenza di “una tribù che ammette l’infanticidio una volta che sono nati quattro fratelli dello stesso genere, indipendentemente dal loro sesso”.

Le donne Yanomámi hanno piena autonomia nel decidere se i loro figli debbano vivere o meno. “La madre si ritira nella foresta per partorire e se non accoglie il bambino tra le sue braccia è come se il bambino non fosse mai nato”.

Si racconta anche di genitori che si suicidano pur di non vedersi costretti a uccidere i propri figli considerati non accettabili a causa di malattie e malformazioni o per altri motivi legati alla superstizione.

Da noi, osserva Kathy Clubb, tutte queste circostanze vengono abitualmente giustificate dagli stessi esponenti del relativismo che chiedono la libertà di aborto. Un docente brasiliano è arrivato a sostenere che un bambino indigeno, quando nasce, non è ancora una persona ma lo diventerà soltanto al termine di un lungo percorso, per cui nel caso di neonati non accettati non si può parlare di omicidio perché è come se non fossero mai nati.

Anche la cultura del suicidio mostra inquietanti analogie con le idee dei relativisti nostrani. In alcune tribù amazzoniche si sostiene che l’esistenza umana ha senso se il suo scopo è il suicidio, considerato il più alto di tutti i valori e una via che conduce al paradiso.

“In base a questa comprensione della vita umana aspettare di invecchiare non è sinonimo di saggezza. Per questo motivo in tale cultura gli anziani non hanno lo status di venerabili saggi, come avviene in altre popolazioni indigene. Qui sono chiamati hosa, una parola che significa inutile o peso. Ecco perché molti tentano il suicidio e i bambini imparano fin da piccoli a vivere con la possibilità di suicidarsi. Nei loro giochi, bambini e bambine mimano come moriranno e come sarà il loro rito funebre. Sanno tutti come usare il timbó, una specie di liana che contiene un veleno mortale. Usarlo è un atto di coraggio. Per questa ragione i genitori vivono con la convinzione che un giorno i loro figli potranno assumere il veleno”.

“Uno dei costumi più scioccanti che si trovano in Amazzonia è poi il cannibalismo rituale”, documentato nelle tribù Yanomami e Wari. “In un funerale rituale collettivo e sacro i parenti cremano il cadavere del morto e mangiano le ceneri delle ossa, mescolandole con la pasta pijiguao, prodotta con il frutto di una specie di palma”. Quelle tribù “credono infatti che l’energia vitale del defunto risieda nelle ossa e venga così reintegrata nel gruppo familiare. Uno Yanomami che uccide un avversario nel territorio nemico pratica questa forma di cannibalismo per purificarsi”.

“È interessante notare che Paul Erlich, autore del libro The Population Bomb e uno dei maggiori sostenitori del controllo della popolazione, ha scritto nel 2014 che ‘la sovrappopolazione e la scarsità di risorse alla fine porteranno gli umani affamati al cannibalismo’. E occorre ricordare che Erlich è stato ospite alla Pontificia accademia delle scienze del Vaticano in una conferenza del 2017 sull’estinzione biologica, con grande dispiacere da parte di fedeli cattolici di tutto il mondo”.

Nell’Instrumentum laboris si sostiene che i mali sociali, come la violenza contro le donne e l’uso della droga, sono conseguenze del capitalismo e dell’industria estrattiva, ma si dimentica che “la violenza contro le donne fa parte della cultura tribale di molte di queste comunità e l’uso di droghe nei rituali di guarigione spirituale è un fatto comune”.

L’Instrumentum laboris suggerisce che “riti e cerimonie indigeni sono essenziali per la salute integrale perché integrano i diversi cicli della vita e della natura umana, creano armonia ed equilibrio tra esseri umani e natura, proteggono la vita dai mali che possono essere causati sia dagli esseri umani sia da altri esseri viventi”, ma in realtà gli allucinogeni sono impiegati nell’ambito di una visione magica della realtà umana e naturale, per cui si ricorre alla droga, per esempio, quando si tratta di prendere decisioni importanti, risolvere conflitti tra famiglie e comunità, esercitare le proprie capacità divine, chiarire misteri, trovare i responsabili di furti e sparizioni, scoprire se le persone hanno nemici o se il coniuge è sleale o infedele. E anche sotto questo aspetto colpisce l’analogia con certi comportamenti adottati nel ricco Occidente “progredito” da chi, avendo perso ogni punto di riferimento morale, fa ricorso alla magia e all’occulto.

“Quindi, lungi dall’essere una semplice questione di integrazione della fitoterapia tradizionale nella sanità contemporanea, è ovvio che in gran parte della medicina popolare dell’Amazzonia è impossibile separarsi dai riti pagani e persino dal coinvolgere la divinazione e la stregoneria. Se combinato con l’uso di allucinogeni, tutto ciò diventa pericoloso, perché comporta rischi per la salute fisica e spirituale dei pazienti. Tuttavia, anziché mettere in guardia dal pericolo, l’Instrumentum laboris raccomanda di emulare queste famiglie tribali, dove ‘… si impara a vivere in armonia: tra popoli, tra generazioni, con la natura, nel dialogo con gli spiriti’ “.

“Se parliamo dei mali sociali dell’Amazzonia è ovvio che ci sono ingiustizie perpetrate contro i nativi, specialmente da parte di chi vuole appropriarsi delle loro terre a scopo di sfruttamento, ma è scorretto sostenere, come fa l’Instrumentum laboris, che l’influenza cristiana e occidentale ha prodotto solo cattivi frutti e che la cultura occidentale dovrebbe conformarsi maggiormente al modello pagano”.

La realtà è che solo grazie al lavori dei missionari è stato possibile limitare gli effetti di una cultura di morte che dominava incontrastata.

“Si potrebbe sostenere che l’uccisione di bambini, l’omicidio, il suicidio e così via si trovano solo tra una manciata di tribù nella regione amazzonica, e numericamente questo è vero, ovviamente. Ma il problema risiede nella filosofia impiegata da questi popoli per giustificare le loro azioni e nel fatto che l’Instrumentum laboris esorta i cattolici ad adottare quelle filosofie. Quindi, mentre il sacrificio umano è stato praticato nella zona per centinaia di anni, a vari livelli, il problema ora è che i missionari cattolici sono dissuasi dal condannare quelle pratiche e dall’impegnarsi nella guerra spirituale che assicurerebbe il loro successo. In effetti, l’Instrumentum laboris consiglia ai cattolici di adottare una forma di spiritualità diametralmente opposta al messaggio evangelico di salvezza attraverso Gesù Cristo”.

L’Instrumentum laboris, “letto nel contesto dell’intero documento, con il suo orizzontalismo di ispirazione marxista, il rifiuto del capitalismo, la richiesta di energia rinnovabile, la dipendenza dalla comunicazione con gli spiriti della natura, la chiara denuncia della dottrina oggettiva”, suscita preoccupazioni sotto innumerevoli profili, ma c’è un fattore che appare particolarmente inquietante: “L’influsso che l’amministrazione papale subisce da parte dell’élite globale e della sua agenda di controllo della popolazione”. Se da un lato “c’è il sospetto che il sinodo sia un veicolo per arrivare ai sacerdoti sposati e alle diaconesse”, dall’altro ci si chiede: è possibile che “questo incontro diventerà anche un veicolo per un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa sull’aborto, l’infanticidio e l’eutanasia?”.

Qualcuno potrebbe ritenere azzardata e allarmistica una simile domanda. Ma certe analogie, neanche troppo sotterranee, tra la cultura amazzonica e le idee sostenute dai paladini del controllo delle nascite e dell’eutanasia legittimano, quanto meno, qualche sospetto.

Aldo Maria Valli
















domenica 25 agosto 2019

Ti raccontiamo un fatto vero che dimostra come ogni Messa ha un valore infinito







26 LUGLIO 2019


Ogni Messa, indipendentemente dove è detta e indipendentemente dalla santità del sacerdote, ha sempre un valore infinito. Vi spieghiamo perché.

Mentre ogni preghiera –pur importante– ha un valore finito, perché è l’uomo che prega Dio e si offre a Lui, la Messa ha sempre un valore infinito perché è Dio stesso che si offre al Padre. Dunque se è Dio che si offre nella Messa, questa ha un valore infinito perché Dio ha un valore infinito.

Facciamo un esempio. Prendiamo una bilancia, quella antica, con i classici due piatti. Su un piatto mettiamo tutte le preghiere di questo mondo e sull’altro una sola Messa. Ebbene, la bilancia penderebbe dalla parte della sola Messa. Più azioni finite formano una realtà finita, l’infinito rimane invece sempre infinito. Se queste cose si capissero la gente correrebbe continuamente per partecipare alla Messa. San Pio da Pietrelcina (1887-1968) soleva dire: “Se la gente sapesse cosa è la Messa, dinanzi alle chiese occorrerebbero i carabinieri per governare le folle.” E il Santo Cappuccino diceva ancora: “E’ più facile che il mondo si regga senza il sole, piuttosto che senza la Messa.”

Un giorno di molti anni fa, in un piccolo villaggio del Lussemburgo, un capitano della Guardia Forestale stava conversando con il macellaio quando arrivò un’anziana signora. Il macellaio chiese all’anziana signora: “Cosa vi servo, signora?” La donna rispose: “Un pezzetto di carne, ma non ho soldi per pagare.” Il capitano che era lì presente sorrise visibilmente pensando alla stranezza della richiesta. Il macellaio ribatté: “Solo un pezzetto di carne, ma come contraccambiate?”. L’anziana signora disse allora al macellaio: “Mi dispiace di non avere soldi, ma in cambio vi prometto di assistere quest’oggi alla Messa per voi”. Siccome il macellaio e il capitano erano molto scettici nei confronti della religione, cominciarono a ridere. “Molto bene -disse il macellaio- Andate pure a Messa per me, e ritornate, vi darò l’equivalente del valore della Messa”. La donna in quel giorno assistette alla Messa e poi ritornò dal negoziante. Ella si avvicinò alla cassa e il macellaio le disse: “Prendete questa carta e scrivete…” E la donna scrisse: “Ho offerto la Messa per te”. Il macellaio pose la carta su un piatto della bilancia e sull’altra parte un misero osso… la carta era più pesante. In seguito mise un pezzetto di carne al posto dell’osso, ma la carta era sempre più pesante… I due uomini cominciarono a meravigliarsi ma non demorsero. Fu posto un grosso pezzo di carne sulla bilancia, ma la carta era sempre più pesante. Inquieto e turbato, il macellaio esaminò la bilancia, ma questa funzionava benissimo. “Cosa vuole signora…? Dovrei darle un’intera coscia di pecora?”. Egli pose la coscia di pecora sulla bilancia, ma la carta era sempre più pesante. Mise un pezzo di carne ancora più grosso, ma il peso rimaneva sempre dalla parte della carta. Ciò impressionò talmente il macellaio che questi promise alla donna di darle la carne ogni giorno in cambio di una preghiera offerta per lui durante la Messa. Egli poi si convertì. Il capitano se ne andò anche lui molto scosso e andò a Messa ogni giorno. Due dei suoi figli divennero sacerdoti, uno Gesuita e l’altro fu sacerdote del Sacro Cuore, era il famoso Padre Stanislao, grande apostolo del Sacro Cuore. Egli poi ha raccontato: “Sono un religioso del Sacro Cuore e il capitano era mio padre. Dopo questa dimostrazione, mio padre divenne un grande fervente della Messa quotidiana, e noi, suoi figli, abbiamo seguito il suo esempio. Andate a Messa ogni giorno se potete, otterrete tutto e vi trasformerete.”

Dio è Verità, Bontà e Bellezza










sabato 24 agosto 2019

Silvana De Mari: "Andate alla Messa in latino!"





22 AGOSTO 2019
Due begli articoli della scrittrice e giornalista Silvana De Mari 



ANDATE ALLA MESSA IN LATINO
SILVANA DE MARI
11 DICEMBRE 2018

Perché è successo? Perché la prima generazione dall’inizio del mondo che non ha conosciuto né fame né guerra né epidemia e la più triste disperata? La depressione, i disturbi fobici sono aumentati del 1200 % negli ultimi 50 anni, i disturbi alimentari preferiamo non contarli.

Uno: ci siamo allontanati dal sole, e niente serotonina.


Due: abbiamo perso il movimento, elemento essenziale all’assetto dei neurotrasmettitori..


Tre: i giornali, la televisione, i media. Un giornale per rendere deve pubblicare l’eccezione, e l’eccezione è il male. I media ci parlano della nazione devastata dalla guerra, che l’eccezione, non delle centinaia di nazioni che sono in pace, che sono la regola. Se facciamo i conti dei morti ammazzati, in percentuale, sull’astronomica cifra di 7 miliardi di creature umane, scopriremo che questa l’epoca di minore violenza dall’inizio del mondo. Il telegiornale ci parla dell’uomo che ha fatto la rapina non dei milioni di uomini che non l’hanno fatta perché loro sono la banale norma. I giornali e la televisione seguiti costantemente ci daranno l’impressione di vivere in un mondo orrendo, quello che non acquistiamo la capacità di ricostruire le proporzioni esatte attraverso i numeri.


Quattro, e forse più importante, da sessant’anni a questa parte siamo diventati l’unico popolo mai esistito che ha rinnegato la propria religione per non rimpiazzarla con nulla, se non il vuoto..


Noi abbiamo perso il rito.


Il rito è un’emozione condivisa, quindi il rito è il mezzo attraverso cui le emozioni si propagano e si moltiplicano. Se sono un’esperta di meditazione, riuscirò da sola con la mia mente a raggiungere picchi di estasi, come fanno normalmente molti monaci buddisti; quei picchi sono facilmente raggiungibili se appartengo a un gruppo che sta celebrando un rito, che questo rito sia la preghiera, magari in qualche posto particolare come Lourdes o Medjugorie. Anche un rito completamente laico come assistere tutti insieme a una partita di calcio, oppure un rito (perché è un rito) è l’opera lirica o il concerto rock: , moltiplica emozioni, sia pure in maniera minore di quello religioso, e chiunque non condivida quel tipo di emozione trova il rito ridicolo. Ridicolo è una parola di disprezzo e disapprovazione. Tanto più basso è il nostro livello di disprezzo e disapprovazione, tanto più alto è la nostra capacità di provare gioia in quel rito. Qualsiasi rito è ridicolo per coloro che non lo condividono. Chi non condivide il calcio trova bizzarro tutto l’entusiasmo dei tifosi; il mio vicino di casa che detesta la lirica, non ha mai capito per che diavolo spendiamo dei quattrini per andare a sentire una cosa che per altro abbiamo già sentito, e come sia possibile che ci colino le lacrime, quando il personaggio femminile muore di tubercolosi, tenendo presente che lo sapevamo già che sarebbe morta di tubercolosi, da anni.


Una delle cause di questo aumento folle della depressione è la perdita del rito religioso condiviso, noi siamo l’unica società, l’unica civiltà dall’inizio dell’esistenza dell’uomo che non ha riti condivisi, solamente il 10% una persona su dieci in Europa va a Messa e che non permette ai propri figli di condividere il rito. Una seconda causa è la perdita della bellezza e della religiosità del rito condiviso. Il concilio Vaticano II ha tolto dalla messa la musica di Bach e di Mozart: è dimostrato che questa musica ha vibrazioni straordinario che sostengono il cervello umano. Le ridicole canzoncine che si sentono oggi durante la messa sono avvilenti. La bellezza degli altari è stata desacralizzata in “mense “ di plastica e ferro. La lingua sacra il latino che era la stessa dalla Polonia al sud America, dal primo al ventesimo secolo è stata cancellata così che l’ecumenismo è morto. La messa cattolica è stata imbruttita, secolarizzata, ridicolizzata. Gli alberi si riconoscono dai frutti. Mezzo secolo dopo la riforma liturgica del Vaticano II, una riforma che ha spazzato via duemila anni di storia per sostituirli con una modernità agonizzante, che ha spazzato via il sacro per sostituirlo con il sociale, le chiese sono vuote, trasformate in centri commerciali e moschee e potrebbero non sopravvivere alla prossima generazione di mancanza di sacerdoti.


I nostri figli devono avere un rito condiviso; Non fate vivere i bambini senza un rito condiviso, è una violenza. Molti pensano, ma se io ingabbio mio figlio in una religione è una violenza. No, è una violenza se tu gli dici, tu fai parte di questa religione, se mai ne uscirai noi ti ammazziamo, quella è violenza. La perdita del rito condiviso è qualcosa di gravissimo, i nostri figli non hanno qualcuno da pregare quando moriamo. Potremmo anche morire che loro sono bambini e allora l’unica potenza gli arriverà dal rito condiviso; non è solo questo, il rito condiviso è anche altro. Cosa vuol dire costringere un bambino piccolo a stare fermo e zitto vicino a papà e mamma, mentre questi sono in chiesa ad ascoltare la Messa oppure in sinagoga ad ascoltare la celebrazione dello Shabbat o in qualche altro posto ad ascoltare qualche altra roba; questo bambino non ha la sensazione della solitudine, perché papà e mamma sono vicino a lui, ma deve stare fermo e zitto, deve subire una frustrazione, non può giocare con mamma, non può chiacchierare con papà. Tutte le volte che cerca di fare qualche cosa gli arriva un’occhiata e un sc….. quindi è frustrato, noi cresciamo solo sulle frustrazioni ed è imponendo a questi bambini questa frustrazione, che loro imparano a stare fermi e zitti. Il bambino concentra l’attenzione su cose straordinarie: musica straordinaria, immagini straordinarie, odori straordinari, come l’incenso. Quindi esegue operazioni necessarie a uno sviluppo armonioso della capacità di concentrazione. Studi enormi dimostrano l’importanza della spiritualità non solo nella costruzione della felicità, ma anche nella costruzione dell’equilibrio neurologico.


Quindi: istruzioni per diventare infrangibili. Cercate una chiesa dove dicano la messa in latino e andate a sentirla. La traduzione è su internet, ma è molto più bello procurarsi un messale, e sentire il peso della carta sapere che quelle parole sono state le stesse per secoli e che per secoli rimarranno tali. Vuol dire avere un ponte con tutti gli antenati che ci hanno preceduto. Se non siete credenti se non sapete il latino fatelo ugualmente. Nessuno può vivere senza identità. Se siete credenti ritroverete il senso del sacro e quello della bellezza.








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venerdì 23 agosto 2019

L'Immacolata, gli angeli e i demoni







Dagli scritti di
San Massimiliano Maria Kolbe

"Innumerevoli schiere di spiriti angelici salutarono con gioia Colei che il loro Creatore aveva deciso di elevare in modo così sublime e resero omaggio con umiltà alla loro Signora. Alcuni di essi, tuttavia con Lucifero a capo, dimenticando che tutto ciò che erano e quanto possedevano l’avevano ricevuto da Dio, mentre da loro stessi erano assolutamente nulla, si ribellarono e non vollero sottomettersi alla volontà di Dio.

Si considerarono, infatti, assai superiori ad un essere umano rivestito di carne. Un simile atto di venerazione sembrò ad essi uno svilimento della loro dignità; si lasciarono trasportare dalla superbia e rifiutarono di compiere la volontà di Dio.

A causa di ciò si abbatté su di essi una punizione immediata, eterna: l’allontanamento da Dio, l’inferno. Essendo puri spiriti, essi possedevano un’intelligenza penetrante, per tal conseguenza la loro azione fu pienamente cosciente e volontaria, e nella loro colpa furono evidenti le caratteristiche del peccato mortale, unite con l’assoluta consapevolezza di quanto commettevano.

Ecco perché da angeli divennero immediatamente demoni, e per sempre. E da allora il ricordo del fatto che quella creatura era divenuta la conferma degli angeli buoni e l’assicurazione della loro felicità eterna, mentre per i demoni era stata la pietra dello scandalo e a causa dell’allontanamento da Dio, colmò questi ultimi di odio infernale verso di Lei, un odio simile a quello che essi avevano nei confronti di Dio, di cui Ella doveva essere un’ immagine tanto fedele... ".


L’Immacolata prima della sua venuta nel mondo

Nel numero incalcolabile degli esseri possibili riproducenti le sue svariate perfezioni, Dio vide pure, da tutta l’eternità, un Essere perfetto sotto qualsiasi aspetto, non contaminato da alcuna macchia di peccato e che rifletteva i suoi attributi divini nel modo più fedele possibile ad un essere creato. Si rallegrò per questa prospettiva e decise, dall’eternità, di chiamare tale Essere all’esistenza in un tempo determinato.

Creando gli angeli, Dio volle che essi dessero, in piena coscienza e volontà, la prova che sempre e in perpetuo avrebbero desiderato compiere la sua volontà. Manifestò loro il mistero dell’incarnazione e annunciò che avrebbe chiamato all’esistenza un essere umano, dotato di anima e di corpo e che avrebbe innalzato tale creatura alla dignità di Madre di Dio, ragion per cui Ella sarebbe diventata pure la loro Regina, ed essi l’avrebbero dovuta altresì venerare.

Innumerevoli schiere di spiriti angelici salutarono con gioia Colei che il loro Creatore aveva deciso di elevare in modo così sublime e resero omaggio con umiltà alla loro Signora. Alcuni di essi, tuttavia con Lucifero a capo - dimenticando che tutto ciò che erano e quanto possedevano l’avevano ricevuto da Dio, mentre da loro stessi erano assolutamente nulla – si ribellarono e non vollero sottomettersi alla volontà di Dio. Si considerarono, infatti, assai superiori ad un essere umano rivestito di carne. Un simile atto di venerazione sembrò ad essi uno svilimento della loro dignità; si lasciarono trasportare dalla superbia e rifiutarono di compiere la volontà di Dio.

A causa di ciò si abbatté su di essi una punizione immediata, eterna: l’allontanamento da Dio, l’inferno. Essendo puri spiriti, essi possedevano un’intelligenza penetrante, per tal conseguenza la loro azione fu pienamente cosciente e volontaria, e nella loro colpa furono evidenti le caratteristiche del peccato mortale, unite con l’assoluta consapevolezza di quanto commettevano. Ecco perché da angeli divennero immediatamente demoni, e per sempre. E da allora il ricordo del fatto che quella creatura era divenuta la conferma degli angeli buoni e l’assicurazione della loro felicità eterna, mentre per i demoni era stata la pietra dello scandalo e a causa dell’allontanamento da Dio, colmò questi ultimi di odio infernale verso di Lei, un odio simile a quello che essi avevano nei confronti di Dio, di cui Ella doveva essere un’ immagine tanto fedele.

Nel paradiso terrestre satana scorge un essere simile a colei che è l’oggetto della sua rabbia. Non riesce a raggiungere Dio, non riesce a raggiungere lei, ma riversa il suo odio sulla futura madre di Lei, sulla progenitrice dell’umanità. E riesce a persuaderla ad opporsi alla volontà di Dio e a cercare la perfezione non nella sottomissione alle intenzioni di Dio, ma nel seguire il proprio ragionamento. La vince con l’orgoglio.

L’essere umano, il quale accresce le proprie cognizioni con l’aiuto dei sensi, è lontano dalla chiarezza di conoscenza che un essere puramente spirituale possiede. Ed è per questo appunto che il peccato dell’uomo è assai meno grave; ecco perché la misericordia di Dio promette ( ai progenitori ) un redentore, mentre a satana Dio predice che la vittoria ottenuta sulla madre dell’Essere preannunciato non modifica affatto i piani divini; predice anzi che “Ella gli schiaccerà il capo”, anche se “egli insidierà” continuamente, come avviene fino al giorno d’oggi, “il calcagno di Lei”( Gen 3,15 ).






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giovedì 22 agosto 2019

Un sacerdote inizia a celebrare la messa "Vetus Ordo". "Mi sono state tolte le fette di prosciutto dagli occhi"





"Mi sono state tolte le fette di prosciutto dagli occhi" : Un sacerdote inizia a celebrare la messa "Vetus Ordo"


Padre Johannes Nebel, che appartiene alla comunità belga / austriaca "Das Werk" a Bregenz, in Austria, ha iniziato a celebrare la Messa tradizionale in latino. "Sono cadute le fette di prosciutto dai miei occhi", ha scritto nell'edizione di giugno del "Bollettino d'informazione" della Fraternità di San Pietro. Il padre parla della "gioia che il rito romano nella sua forma tradizionale ha suscitato in lui".

Padre Nebel aveva solo e sempre conosciuto la nuova liturgia

Da quando padre Nebel è nato nel 1967, è cresciuto con la nuova liturgia. È stato ordinato sacerdote nel 1998. La sua comunità "Das Werk" celebra solo la nuova liturgia. Con un dottorato in Sacra Liturgia, ha sempre celebrato la Nuova Messa devotamente e secondo il canone. Tuttavia, padre Nebel ha dovuto riconoscere che la Messa "Vetus Ordo" esprime una relazione speciale del sacerdote con Dio.

La nuova messa è una celebrazione della comunità

Padre Nebel non dice che nella liturgia "Novus Ordo" non sia possibile una vera esperienza sacerdotale. Tuttavia, secondo lui, il focus della Nuova Messa è sulle celebrazioni comuni e su un'assemblea presieduta da un presidente. Si rammarica dei cambiamenti avvenuti dopo il Concilio Vaticano II, eppure, secondo lui, non sono contenuti nei documenti del Concilio. Citazione: "Nel Concilio la liturgia è ancora intesa in modo classico come culto pubblico".

Il sacerdote si dimentica di se stesso

Per Padre Nebel, la Messa tradizionale è un'attività sacra in cui il sacerdote si dimentica totalmente di se stesso. Ciò è dovuto alla solennità dei riti. Dà ad esempio la precisa coincidenza di parole e gesti liturgici, l'apertura di ogni preghiera con Dominus vobiscum, il frequente solenne discorso a Dio e la costante distinzione tra celebrante ed i fedeli.











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martedì 20 agosto 2019

Istituto Giovanni Paolo II. La rivolta dei professori ha un maestro, Ratzinger






di Sandro Magister

18 ago

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Ormai è evidente. Il punto di non ritorno è stato segnato il 1 agosto dall’incontro tra Benedetto XVI e Livio Melina, reso pubblico quattro giorni dopo da Catholic News Agency e ACI Stampa con tanto di foto ufficiale e con queste parole pesate ad una ad una nella residenza del papa emerito:

“[Benedetto XVI] ha voluto ricevere il prof. Mons. Livio Melina in udienza privata. Dopo una lunga discussione degli eventi recenti al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, gli ha concesso la sua benedizione, esprimendo la sua personale solidarietà e assicurandolo della sua vicinanza nella preghiera”.

Da quel giorno, la cacciata dall’Istituto di alcuni docenti dei più rappresentativi, a cominciare dall’ex preside Melina, e l’abolizione di alcune cattedre tra le più emblematiche, “in primis” quella di teologia morale fondamentale, non colpiscono più soltanto i professori epurati, ma anche il papa che più s’è impegnato a sostegno dell’Istituto fondato dal suo predecessore, cioè proprio di quegli indirizzi di studi su matrimonio e famiglia che ora sono sottoposti a sconquasso, in ossequio al nuovo corso dell’attuale pontificato, da “Amoris laetitia” in poi.

Da quando Benedetto XVI è sceso apertamente in campo, infatti, è improbabile che il rifacimento dell’Istituto messo in atto questa estate dal suo Gran Cancelliere, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, e più su da papa Francesco in persona, vada a regime in forma indolore.

Perché ora a protestare – come scontato – non sono soltanto alcuni dei professori epurati. Non sono soltanto alcuni tra gli studenti. A queste proteste gli attuali titolari dell’Istituto hanno creduto bastasse replicare con un comunicato stampa del 29 luglio.

A sollevarsi sono ormai decine di studiosi di tutti i continenti, tra i più competenti e stimati, come prova la lettera-appello all’arcivescovo Paglia e all’attuale preside dell’Istituto, PierAngelo Sequeri, resa pubblica il 16 agosto e riprodotta qui di seguito.

Ad accomunare i firmatari è un’impresa editoriale prodotta dall’Istituto prima dell’attuale sconquasso: un imponente “Dizionario su sesso, amore e fecondità”, edito in Italia nel 2019 da Cantagalli e curato principalmente proprio da uno dei docenti epurati, José Noriega.

I firmatari della lettera-appello hanno tutti contribuito alla composizione del dizionario, nelle voci di rispettiva competenza. E nello scorrere i loro nomi compaiono anche personalità che mai finora erano uscite allo scoperto tra i critici di questo pontificato.

C’è, ad esempio, Francesco Botturi, già professore ordinario di filosofia morale all’Università Cattolica di Milano.

C’è il gesuita Kevin L. Flannery, professore ordinario di storia della filosofia antica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

C’è Carlos Granados, biblista della Universidad San Dámaso di Madrid, già direttore della Biblioteca de Autores Cristianos.

C’è Harvey C. Mansfield, professore ordinario di filosofia politica alla Harvard University.

C’è John C. McCarthy, decano della School of Philosophy dell’University of America a Washington.

C’è Jean-Charles Nault, abate dell’abbazia benedettina di Saint-Wandrille, Francia.

C’è Paolo Ricca, teologo valdese tra i più insigni, professore emerito della Facoltà valdese di teologia a Roma.

C’è Giovanna Rossi, già professore ordinario di sociologia della famiglia all’università Cattolica di Milano.

C’è Tracy Rowland, professore ordinario di teologia presso la Notre Dame University, Australia, e membro della Commissione teologica internazionale.

C’è Eugenia Scabini, professore emerito di psicologia sociale e presidente del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica di Milano.

C’è Carlos Alberto Scarpone, professore di etica filosofica fondamentale e di teologia morale fondamentale presso la Pontificia Universidad Católica Argentina di Buenos Aires.

Ma è tutto l’elenco dei firmatari che suscita interesse. E questa è la loro lettera aperta agli attuali gestori dell’Istituto che di Giovanni Paolo II continua a portare il nome.

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Lettera aperta a Sua Eccellenza, Mons. Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia e a Mons. Pierangelo Sequeri, Preside dell'Istituto

2 agosto 2019

Sua Eccellenza Mons. Paglia,
Rev. Mons. Sequeri,

Negli ultimi tre anni noi sottoscritti, docenti e ricercatori di varie istituzioni accademiche ecclesiastiche e statali di tutto il mondo, abbiamo avuto il privilegio di prendere parte all'ultima grande impresa scientifica del Vostro Istituto: il “Dizionario su sesso, amore e fecondità”, recentemente pubblicato (1102 pagine, Edizioni Cantagalli, Siena 2019).

È stata una collaborazione scientifica molto fruttuosa e professionale che ha messo in rilievo l'altissimo profilo accademico del Vostro Istituto e le grandi competenze scientifiche ed editoriali del principale curatore del “Dizionario”, il professor José Noriega.

Con grande costernazione abbiamo dunque appreso la notizia dell'improvviso
licenziamento di due professori ordinari, José Noriega e Livio Melina, insieme ad altri colleghi: Maria Luisa Di Pietro, Stanisław Grygiel, Monika Grygiel, Przemysław Kwiatkowski, Vittorina Marini, alcuni di essi autori assieme a noi del “Dizionario” e tutti studiosi di ottima reputazione internazionale.

Non vediamo nessun motivo convincente di carattere scientifico-accademico,
tantomeno dottrinale e disciplinare, che giustificherebbe il loro sollevamento dall'incarico.

Se il Vostro Istituto desidera mantenere il suo alto profilo accademico e la sua
reputazione internazionale, vi preghiamo di revocare questi licenziamenti e di reintegrare i summenzionati studiosi nel corpo docente del Vostro Istituto.

Certi che prenderete in considerazione il nostro invito, Vi porgiamo distinti saluti.

[I firmatari]