lunedì 19 agosto 2019

Cinque le domande poste dai Dubia, cinque le risposte (del Papa emerito Benedetto XVI)



19-08-2019
[Traduzione da The Catholic thing di un articolo sulla riflessione sul saggio del Papa emerito Benedetto XVI sulla Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali pubblicato nell'aprile scorso [qui]. ]



Elizabeth A. Mitchell

Forse perché Notre-Dame de Paris stava bruciando. Forse perché il posto migliore per nascondere qualcosa perché non lo si veda è metterlo proprio in bella vista. O forse è perché cerchiamo la potenza nel vento nel terremoto e nel fuoco, ma ci sfugge il “mormorio” di Dio quando passa. (1 Re 19, 11-13) Qualunque sia la ragione, il mondo ha guardato, letto e ignorato le risposte ai Dubia proposte dal Papa Emerito Benedetto XVI nel suo saggio di aprile “La Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali“.

Offrendo una risposta in tre parti alla crisi della Chiesa, egli risponde indirettamente ai cinque dubbi che i Cardinali Brandmüller, Caffarra, Meisner e Burke avevano presentato anni fa a Papa Francesco. Il papa emerito ha adempiuto a un dovere, mentre Francesco invece non mantiene i vescovi e i fedeli nell'unità dell'insegnamento costante della Chiesa in tema di fede e di morale.
Che cosa ha detto il Papa emerito? Egli offre alla Chiesa e al mondo degli inequivocabili no, sì, sì, sì e sì.


Cinque le domande poste dai Dubia, cinque le risposte

Primo dubium


Si chiede se, a seguito di quanto affermato in "Amoris laetitia" nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive "more uxorio" con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da "Familiaris consortio" n. 84 e poi ribadite da "Reconciliatio et paenitentia" n. 34 e da "Sacramentum caritatis" n. 29. L’espressione "in certi casi" della nota 351 (n. 305) dell’esortazione "Amoris laetitia" può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere "more uxorio"?

Benedetto XVI risponde: NO - “Corriamo il rischio di diventare maestri di fede invece di essere rinnovati e dominati dalla Fede. Consideriamo questo per quanto riguarda una questione centrale, la celebrazione della Santa Eucarestia. Il nostro modo di trattare l’Eucaristia non può che destare preoccupazione... Ciò che predomina non è una nuova venerazione per la presenza della morte e della risurrezione di Cristo, ma un modo di trattarLo che distrugge la grandezza del Mistero... L’Eucaristia è declassata ad un semplice gesto cerimoniale quando è scontato che la cortesia esiga che venga distribuita a tutti gli invitati per la ragione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familiari o eventi come matrimoni e funerali... Ѐ chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della Fede nella realtà di Gesù Cristo che ci è stata donata nel Santissimo Sacramento. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall'abuso il dono della Santa Eucarestia”.


Secondo dubium

Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale "Amoris laetitia" (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

Benedetto XVI risponde: SÌ
“Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva da vicino, promosse un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose... Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor ...e in effetti conteneva l’affermazione secondo cui ci sono azioni che non possono mai diventare buone.... Sapeva che non poteva e non doveva esserci alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite.”


Terzo dubium

Dopo “Amoris laetitia” n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

Benedetto XVI risponde: SÌ

“Una società nella quale Dio è assente – una società che non Lo conosce e lo tratta come inesistente – è una società che perde il suo criterio... La società occidentale è una società in cui Dio è assente nella sfera pubblica e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano... In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo.”.


Quarto dubium

Dopo le affermazioni di “Amoris laetitia” n. 302 sulle “circostanze attenuanti la responsabilità morale”, si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: “le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta”?

Benedetto XVI risponde: SÌ

“Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica.... Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita..”


Quinto dubium
Dopo “Amoris laetitia” n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive in virtù del loro oggetto?

Benedetto XVI risponde: SÌ

“La crisi della morale... si affermò ampiamente la tesi che la morale dovesse essere definita solo in base agli scopi dell’agire umano... Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tanto meno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.... E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.”.

E dunque

La risposta di Benedetto pone termine al silenzio assordante sulle questioni fondamentali della fede affrontate dai dubia.
Egli risponde ai Dubia in modo chiaro ed inequivocabile. Sa che l’ora è tarda. Benedetto ci avverte che la stessa fede della Chiesa viene messa in discussione.
È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male sono presenti nella Chiesa. Ma ancora oggi la Santa Chiesa è indistruttibile... Anche oggi Dio ha i suoi testimoni (“martyres”) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.


[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]





giovedì 15 agosto 2019

Il Fondatore dei Francescani dell'Immacolata ci regala questa deliziosa riflessione sull'Assunta






MEDITAZIONE DI PADRE STEFANO MANELLI IN OCCASIONE DELLA SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DI MARIA SS. IN CIELO
Non poteva che toccare a Lei il posto nel più alto dei Cieli. Ella è la Figlia di Dio Padre, è la Madre di Dio Figlio, è la Sposa di Dio Spirito Santo. A Lei ogni onore e gloria dall'intero Paradiso degli angeli e dei santi. Da Lei ogni speranza e grazia per noi suoi figli in cammino sulla terra verso l'Aldilà del Paradiso. Che cosa non potremo ottenere da Lei innalzata nel più alto dei Cieli di Dio? Non ci può essere grazia o favore che Ella non possa farci. Dobbiamo soltanto animarci della fede più grande e dell’amore più fervido per chiedere senza limiti tutto ciò che è misericordia e salvezza delle creature più bisognose e sofferenti. Ella è misericordiosissima Regina dell’universo intero e il suo Cuore non conosce limiti al donare benedizioni e grazie senza numero per tutte le anime in attesa fiduciosa del suo immenso amore materno.

Salva dall'inferno


Una certezza consolante che i santi ci trasmettono - la più importante di tutte! — è l’esercizio illimitato della carità misericordiosa di Maria Santissima verso quei suoi devoti che per giustizia meriterebbero l’inferno. Da san Giovanni Crisostomo a san Bernardo, a sant'Alfonso, a san Massimiliano M. Kolbe, è un coro di voci altissime a sostenere che mentre Gesù è Re di Misericordia e di Giustizia, la Madonna è Regina di Misericordia soltanto. Per questo san Giovanni Crisostomo ha scritto con frase forte e luminosa: «La misericordia immensa di Maria salva un gran numero di infelici che, secondo le leggi della divina giustizia, andrebbero dannati». La mamma di santa Teresina ci racconta un grazioso episodio sulla sua santa figlia: «La piccola Teresa mi domanda un giorno se essa andrebbe in Paradiso. “Sì, se sei gentile, se sei buona”, le risposi. “Ah! Mamma - riprese allora —, se io non fòssi gentile, se non fossi buona andrei dunque all'inferno? Ma so bene io ciò che farei allora, prenderei il volo con te mentre vai in Cielo, poi tu mi terresti ben stretta fra le tue braccia. Come farebbe, allora, a prendermi il buon Dio?...". Lessi nel suo sguardo che essa era persuasissima che il buon Dio non poteva nulla contro di lei se stava fra le braccia della mamma».

E tutti forse conosciamo quella istruttiva leggenda che anche san Pio da Pietrelcina raccontava spesso:

«Il Signore passeggia per il Paradiso e incontra parecchie facce di peccatori degni dell’inferno e non del Paradiso. Chiama san Pietro e gli raccomanda di stare attento a non fare entrare in Paradiso chi non merita. San Pietro promette maggiore sorveglianza e cerca di stare più attento. Il giorno dopo, il Signore passeggia di nuovo e incontra ancora altri peccatori. Chiama di nuovo san Pietro e questa volta lo ammonisce severamente. San Pietro si sente umiliato e promette la massima sorveglianza. Ma il giorno dopo, la stessa cosa: il Signore incontra nuovi peccatori in Paradiso. Questa volta chiama san Pietro, deciso a castigarlo, togliendogli le chiavi del Paradiso. Ma san Pietro sa come difendersi perché ha scoperto in che modo quei peccatori entrano in Paradiso; e riferisce al Signore che, in piena notte, mentre tutti dormono, la Madonna Santissima apre le porte del Cielo e fa entrare quei peccatori. “Orbene — conclude san Pietro — con tua Madre io non posso farci nulla; il Signore di rimando: “E neppure Io!».

Aveva quindi ragione san Gregorio Magno di affermare: «Niente resiste al vostro potere, o Maria, e vostro Figlio sembra che adempia a un obbligo, quando esaudisce le vostre preghiere». Proprio così. Gesù non può resistere alla sua Mamma! Nella vita di santa Gemma leggiamo che un giorno, in estasi, la Santa prega Gesù per la conversione di un peccatore ostinato, un massone di alto rango. Ma Gesù non vuol saperne: «Ha abusato troppo delle grazie; si è indurito nel male; l’ho abbandonato a se stesso». Santa Gemma non desiste, torna alla carica e insiste. Ma nulla. Alla fine, vista la decisa contrarietà di Gesù, la Santa esclama risentita: «E va bene. Ho capito, Gesù. Lo dirò a tua Madre. E tu, va' a dire di no a tua Madre!...». Parla con sua Madre; la Madonna rivolge uno sguardo a Gesù e Gesù sorride: la grazia è fatta. In quello stesso giorno il peccatore va a confessarsi.

Aveva ragione san Bernardo di esclamare: «Maria è tutta la ragione della nostra speranza!». Non stanchiamoci perciò di invocare la Madonna sempre con fiducia, dicendole come sant’Efrem: «Salve, speranza dell’anima! Sicura salvezza dei cristiani! Salve, aiuto dei peccatori! Salve, baluardo dei fedeli. Rifugio del mondo intero!».

Onnipotenza supplice


La migliore conferma di questa consolantissima verità la troviamo nel Vangelo stesso, al racconto delle nozze di Cana. L’intervento della Madonna in un momento che non era quello di Dio («non è ancor giunta la mia ora»: Gv 2,4) e il fatto che Ella ottiene ugualmente ciò che non si sarebbe potuto ottenere, ci assicurano che la sua misericordia è veramente onnipotente sul Cuore di Dio, al punto da far mutare gli stessi decreti divini. Scrisse bene, infatti, san Tommaso d’Aquino: «Con quelle parole di Gesù a Cana “non è ancor giunta la mia ora” Gesù fa intendere che certo non avrebbe fatto il miracolo se altri, tranne che la Vergine, l''avesse pregato; ma poiché la richiesta veniva da sua Madre, lo fece all’istante». Orbene, se la Madonna fu così sollecita e così onnipotente alle nozze di Cana, quanto più non sarà sollecita e onnipotente in occasioni molto più gravi per l’umanità e anche per le singole anime? Possiamo forse dubitare che non sia così? Sarebbe irragionevole. La Madonna è sempre la Mamma amorosa che osserva, intuisce, previene i pericoli e non lascia nulla d’intentato per scansarli ai suoi figli. E chissà quante volte Ella ha continuato a far mutare i decreti divini per risparmiarci castighi meritati!

Il 21 marzo 1812, la beata Anna Maria Taigi pregava, di notte, per i mali della Chiesa e dell’umanità. Allora ebbe una visione e vide un globo (la terra) tra fiamme spaventose che stavano per distruggerlo. Vide anche Gesù Crocifisso che versava sangue, mentre ai suoi piedi c era Maria Santissima che supplicava di arrestare il flagello per i meriti di quel Sangue che Ella stessa offriva per i peccatori. E ci fu misericordia. Una visione simile l’ebbe anche santa Coleta, vergine Clarissa. Ma sappiamo anche, dalla tradizione dei santi, che proprio nel giorno dell’Assunzione di Maria Santissima avviene, e si ripete ogni anno il giorno 15 agosto, un altro fatto straordinario di immensa grazia divina, ossia in questo giorno c’è la liberazione di moltissime anime che dal Purgatorio salgono in Paradiso per solennizzare l’Assunzione della Madonna con tutto il Paradiso. Per la sua bontà e carità immense, la Madonna non può desiderare di meglio che la liberazione di tante anime penanti nel Purgatorio, affinché ricevano la grazia di raggiungere il Paradiso per festeggiare la divina Mamma, tutta amore materno tenerissimo, senza misura.

La sua immensa Misericordia


Parecchi secoli prima, quando era papa san Gregorio Magno, scoppiò a Roma una furiosa pestilenza. Ogni giorno morivano migliaia di persone. San Gregorio Magno ordinò una processione di penitenza da Santa Maria Maggiore a San Pietro. Il Papa stesso portò fra le sue mani l’immagine della Madonna e a piedi scalzi, in abito di penitenza, percorse la città fino alla basilica di San Pietro. Quando la processione arrivò sul Ponte Sant’Angelo si udì per l’aria un còro angelico che cantava a Maria:

«Regina del Cielo rallegrati, alleluia Cristo che hai portato nel seno, alleluia è risorto come disse, alleluia!». San Gregorio Magno aggiunse subito l’invocazione: «Prega Dio per noi, alleluia!». Allora si vide un angelo che rimetteva la spada nel fodero e da quel momento la pestilenza cessò di fare vittime. Quel ponte fu chiamato Ponte Sant’Angelo. Soltanto in Paradiso potremo conoscere l’immensità della misericordiosa onnipotenza di Maria e allora sarà impossibile non cantarle una riconoscenza eterna. Frattanto, su questa povera terra di triboli e spine, per i bisogni personali, per quelli familiari, per quelli sociali e per qualsiasi bisogno dobbiamo confidare nell’intercessione onnipotente dell’amorosissima Mamma, purché a Lei ricorriamo e a Lei ci affidiamo con affetto di figli.

Chi può dire, ad esempio, quante volte la Madonna liberò san Giovanni Bosco da situazioni critiche in cui veniva a trovarsi? Capitò una volta che il panettiere si rifiutò di portargli il pane per sfamare i ragazzi se prima non veniva saldato il debito, che era diventato altissimo. San Giovanni Bosco non aveva un soldo, ma pregò ugualmente il panettiere di portare il pane perché la Madonna avrebbe provveduto a saldare il debito in giornata. Il panettiere venne con il pane e chiese il denaro, ma san Giovanni stava confessando. Il panettiere se ne andò, deciso a tornare più tardi. Dopo le confessioni, san Giovanni Bosco pregò la Madonna di aiutarlo perché non sapeva proprio come fare. In quel momento si presentò un signore sconosciuto che gli diede una lettera chiusa. San Giovanni Bosco mise la lettera nel breviario senza aprirla, andò a celebrare la Santa Messa e poi andò a refettorio. Qui gli ricordarono che il panettiere voleva il saldo del debito. Allora san Giovanni Bosco si ricordò della lettera messa nel breviario, l’aprì e vi trovò una generosa offerta sufficiente per contentare il panettiere.











mercoledì 14 agosto 2019

“Amoris laetitia” e la fine della verità. Ma quanto è vecchia questa Neochiesa!





Aldo Maria Valli, 13-08-2019

Come ogni libro del professor Stefano Fontana, anche Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di “Amoris laetitia” (Fede & Cultura, 128 pagine, 15 euro) va letto da cima a fondo, con attenzione e gratitudine.



La tesi di Fontana è chiara: Amoris laetitia costituisce un’autentica rivoluzione
, rispetto alla tradizione e al magistero precedente. Presentandosi come documento di natura pastorale piuttosto che dottrinale sembra quasi voler rassicurare. In realtà è rivoluzionaria proprio perché privilegia la pastorale sganciandola dalla dottrina e, mettendo in primo piano la prassi, relativizza l’idea di verità. Tuttavia, come vedremo, in questo suo essere “nuova” è molto vecchia.

Nella prima parte del libro Fontana dedica specifica attenzione al linguaggio
di Amoris laetitia perché è proprio il linguaggio che rivela le intenzioni di Francesco. È il linguaggio del “sì… ma”, delle domande senza risposta, dell’ambiguità voluta, dell’indeterminatezza utilizzata al fine di destrutturare quelle che l’esortazione considera, sia pure senza dirlo apertamente, certezze ormai superate.

L’insofferenza del papa per la dottrina è evidente
, è netta è la predilezione per la prassi. Proprio utilizzando la retorica del “sì, ma anche”, si dice che l’unità fra dottrina e prassi è importante, “ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretate la dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano” (paragrafo 3). Inoltre “in ogni Paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alla sfide locali” (sempre paragrafo 3).

Naturalmente il concetto-chiave di “inculturazione” non viene precisato
e il lettore resta col dubbio. Significa che la morale dev’essere diversa da luogo a luogo? Significa che una norma che vale nel Paese A non vale nel Paese B? In proposito nessuna risposta, ma nei fatti il relativismo si insinua e, di nuovo, è l’idea di verità assoluta a essere messa in discussione.

Le norme divine ridotte a “ideali”
(a cui si può tendere, ma senza la pretesa di raggiungerli) e il peccato trasformato in semplice inadeguatezza e fragilità umana sono altri fattori che fanno di Amoris laetitia un documento teso a scardinare la dottrina cattolica sostituendola con il pragmatismo e lo storicismo (da cui la rottura netta rispetto a Veritatis splendor di san Giovanni Paolo II), ma qui vorrei concentrarmi sul capitolo che Fontana ha voluto intitolare Kasper in fotocopia e nel quale l’autore dimostra come Amoris laetitia sia il risultato di un lungo cammino incominciato a metà degli anni sessanta del secolo scorso proprio dal cardinale tedesco, tanto apprezzato da Francesco.

Se Amoris laetitia ricalca la relazione tenuta da Kasper nel febbraio 2014
in preparazione dei due sinodi sulla famiglia, la relazione ricalca a sua volta le tesi sostenute dal teologo tedesco nel libro del 1979 Teologia del matrimonio cristiano, e questo libro altro non è se non il risultato di una riflessione che Kasper fece partire nel 1967 con Per un rinnovamento del metodo teologico, nel quale sosteneva che il dogma non può essere considerato in senso assoluto, ma va storicizzato, perché “è una funzione della Chiesa” e, come tale, “sempre si rinnova”.

Eccole lì le radici di Amoris laetitia.
La verità, sosteneva il giovane Kasper, “possiede sempre un suo Sitz im Leben (ambito vitale)”, per cui non va presa in se stessa, ma va messa in relazione con “gli eventi sociologici e antropologici”. Così facendo, si scopre “il carattere pragmatico ed esistenziale della verità”, e questo è il motivo per cui, sosteneva Kasper, l’intera teologia cattolica va rivista, togliendo di mezzo la dogmatica come ordine immutabile e riconoscendo che è la storia “l’orizzonte ultimo di ogni realtà”.

Se poi torniamo ancora più indietro, al 1965
e a quel Il dogma sotto la parola di Dio nel quale il futuro cardinale spiegava che il dogma non è rivelazione di verità su Dio e sull’uomo, ma è qualcosa che, trovandosi tra la Parola di Dio e le situazioni reali, richiede sempre un’interpretazione alla luce della storia, ecco che Amoris laetitia ci appare per quel che è: uno degli ultimi frutti del vecchio modernismo.

Il filone lo conosciamo bene. È quello dei Chenu, dei Rahner, e Kasper
non è che il distillato di un pensiero teologico ispirato allo storicismo, e senza che ci sia stato nemmeno lo sforzo di rinnovare un po’ il linguaggio, visto che (Fontana lo dimostra) nel testo proposto dal cardinale tedesco nel febbraio 2014 in vista dei due sinodi sulla famiglia si ritrovano quasi alla lettera le espressioni usate trentasei anni prima in Teologia del matrimonio cristiano.

Tutto già progettato? si intitola il capitolo successivo del libro di Fontana
, e la risposta non può essere che positiva. D’altra parte, rivelatore è il fatto che al sinodo straordinario del 2014 non fu invitato nessun esponente del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia (poi rivoluzionato a sua volta da Francesco, fino al licenziamento dei suoi docenti più prestigiosi). Evidente la volontà di riallacciarsi al pensiero modernista troncando di netto con le tesi del papa polacco riproposte e valorizzate dal primo preside dell’Istituto, quel professor Carlo Caffarra che poi sarebbe stato uno dei quattro cardinali sottoscrittori dei famosi dubia (che mai hanno ricevuto risposta) proprio su Amoris laetitia.

Sì, tutto già progettato, e da lungo tempo. Per cui Amoris laetitia non è nuova, ma vecchia
, anzi vecchissima. E tuttavia è rivoluzionaria nel senso pieno del termine, perché con essa il magistero abbandona la via ontologica e imbocca la strada dell’esistenzialismo.

Dio? Si rivela nella vita del popolo. La dottrina? Va interpretata in base alle situazioni date
. La legge? Va modulata a seconda della storia e dei luoghi, per cui è possibile un pluralismo dottrinale e morale. I principi morali? Non sono più validi in assoluto ma possono avere eccezioni. Il discernimento? Non serve per scorgere la volontà di Dio, ma per aiutare l’uomo, immerso nella storia, ad aggiustarsi rispetto agli “ideali”.

Così, grazie a un linguaggio adeguato, tutto può diventare oggetto di discernimento
nel senso che tutto può essere reversibile, interpretabile, aggiustabile. L’assoluto e il definitivo non ci sono più. Se la verità è nella storia, anche la Parola di Dio va relativizzata a seconda delle singole situazioni, delle singole biografie. Sarà la prassi a fare da sintesi. Ma, essendo prassi, sarà a sua volta variabile, modificabile sulla base degli accadimenti, delle sensibilità, dei gusti.

Scrive Fontana nella parte finale del suo bel libro
: “Possiamo anche dire: il come è diventato il cosa. Il contenuto sarà precisato dalla prassi”. Il bene non è importante in sé, ma in quanto “cammino” da fare insieme. E a nulla serve interrogarsi sulla meta, perché non è quello il punto. Il punto è la condivisione, il dialogo, il processo. Così il sinodo stesso cambierà e non ci sarà più bisogno di esortazioni apostoliche post-sinodali, perché saranno le discussioni interne al sinodo ad avere valore magisteriale.

Benvenuti nella Chiesa fluida.

Aldo Maria Valli






martedì 13 agosto 2019

La Bibbia e le scoperte moderne : la Verginità perpetua di Maria vendicata





martedì 13 agosto 2019

Il vecchio attacco contro la perpetua verginità della Vergine Santissima è stato spazzato via dalla scoperta archeologica di una tomba ebraica in Egitto, a Tell el-Yahoudieh, collegata all’antica Leontopolis. La tomba presentava un’iscrizione in greco pubblicata nel 1922.
Per secoli, gli oppositori della perpetua verginità di Maria hanno abusato del testo di San Luca, capitolo 2, versetto 7: “Maria diede alla luce il suo primogenito”. Ripetono le parola di Luciano di Samosata (120-180 ca.), che peraltro non parlava di Cristo: “Se è il primo, non è solo; se è solo, non è il primo”.


I negatori della perpetua verginità confusi dai Padri della Chiesa
Elvidio (c.340 – c.390), teologo romano, considerato eretico da sant’Agostino, affermò che la Vergine Maria ebbe figli dopo il parto verginale, figli che avrebbe avuto da San Giuseppe. Ciò basandosi sul testo di San Luca [II, 7] e il termine “primogenito”. San Girolamo lo smentì brillantemente, dimostrando che, secondo l’uso biblico, il primogenito “non è solo colui che ha successori, ma anche colui che non ha predecessori”. In questo senso, “primogenito” non esclude “unico”. San Girolamo non ebbe difficoltà a trovare molti esempi della sua affermazione. L’uso biblico non lascia spazio all’esitazione: “primogenito” è usato nella legge mosaica per designare questo bambino che ha tutti i privilegi inerenti alla qualità del primogenito e che impone ai suoi genitori tutti i doveri stabiliti dalla Legge, dal momento che è il primo nato, il maggiore, indipendentemente da qualsiasi nascita successiva.

I padri successivi ripetono questa spiegazione di San Girolamo. Così San Basilio spiega che quando l’evangelista chiama Gesù il primogenito figlio di Maria, “questo termine non implica una relazione con gli altri che sarebbero nati dopo di lui; ma è chiamato primogenito chi per primo apre il seno della madre. San Giovanni Damasceno: “Primogenito è colui che è nato per primo, sia che sia l’unico figlio o il maggiore degli altri fratelli”. Tutti i teologi e i commentatori cattolici rimarranno fedeli a questa interpretazione.


Gli attacchi dei protestanti, dei razionalisti e dei modernisti
Tuttavia, anche se un certo numero di protestanti non si è discostato dalla tradizione e dalla ragione su questo punto, un numero maggiore di esegeti protestanti o razionalisti ha continuato a ripetere l’argomentazione di Elvidio. Così Frédéric Godet (1812-1900): “Il termine primogenito implica naturalmente che Maria abbia avuto altri figli dopo questo”. O Hermann Usener (1834-1905): “Gesù fu il primo frutto del matrimonio legale di Giuseppe e Maria; questo è detto con parole molto chiare in Luca II, 7: “E partorì suo figlio primogenito”; dice l’evangelista primogenito e non unico … Gesù è quindi riconosciuto come il maggiore dei figli e delle figlie di Giuseppe, che il Vangelo stesso menziona altrove”. Purtroppo, teologi cattolici devono essere aggiunti a questo elenco, come John Paul Meier (nato nel 1942), sacerdote dell’arcidiocesi di New York e professore di esegesi alla Notre-Dame University (Indiana), nel primo volume della sua opera monumentale: Un Ebreo Marginale, Ripensare il Gesù storico. L’opera, dopo alcune formule precauzionali, conclude che l’opinione più probabile è che “i fratelli e le sorelle di Gesù erano veri fratelli e sorelle”. Nonostante il fatto che la perpetua verginità di Maria sia un dogma di fede cattolica!


Un epitaffio di origine ebraica
Ciò ha detto, torniamo all’epitaffio funerario. È datato al 5 avanti Cristo e compatisce di una defunta.
“Ecco la tomba di Arsinoe, o passante. Piangi, considerando quanto sia stata infelice, sfortunata, sopraffatta dal destino”. L’iscrizione passa fa parlare stessa morta: “Ancora piccola, rimasi orfana di mia madre […] Mio padre Phabeiti mi ha dato un marito. Ma fra i dolori della nascita del mio primogenito, il destino mi ha condotto alla fine della vita “.


Quindi, questo primogenito, la cui nascita è costata la vita di sua madre, è stato il primo e l’unico a rispondere al dilemma (falso) di Luciano. Il termine è qui usato in senso biblico, non c’è bisogno di discutere a lungo per capirlo. Pertanto, è pienamente dimostrato che San Luca ha potuto chiamare Gesù Cristo, il primogenito figlio di Maria, piuttosto che il suo unico figlio, sapendo benissimo che non solo il fatto, ma anche la possibilità dei successivi figli di Maria è esclusa. Lo poté fare, sia usando il termine primogenito nel senso usato dagli ebrei del suo tempo, sia usando una fonte che conteneva la corrispondente parola ebraica o aramaica, e della traduzione dei Settanta – Versione greca dell’Antico Testamento del III secolo a.C. – di primogenito. In ogni caso, l’uso di questo termine, in Lc II, 7, è altrettanto poco contrario alla credenza nella verginità perpetua di Maria come nell’epitaffio di Tell el-Yahoudieh, alla certezza assoluta che Arsinoe non avrebbe avuto altri figli
La verginità della Vergine Maria fu così vendicata dalle affermazioni dei non credenti pseudo-sapienti e umiliò la superba critica razionalista, la cui povertà intellettuale era un’offesa alla ragione.

(Traduzione dal francese dell’articolo La Bible et les découvertes modernes (4) : la virginité perpétuelle de Marie vengée (fsspx.news, 5 agosto 2019). - By Radio Spada












lunedì 12 agosto 2019

La lettera dal carcere del cardinale Pell




Aldo Maria Valli, 12-08-2019

Ha fatto sensazione la “lettera dal carcere” scritta dal cardinale George Pell, nella quale il porporato, che si trova in prigione per un’accusa di abusi su minori, esprime preoccupazione per il futuro della Chiesa, minacciata, a suo giudizio, dal prossimo sinodo sull’Amazzonia.


Incarcerato nella Melbourne Assessment Prison, il cardinale australiano è comunque ben informato sulle vicende della Chiesa ed ha sentito il bisogno di affidare i suoi pensieri a due pagine scritte. La data è quella del primo agosto e la pubblicazione della lettera, apparsa sulla pagina Twitter “Cardinal George Pell Supporters”, profilo aperto dai sostenitori del cardinale, è stata messa sotto indagine da dipartimento della giustizia e della sicurezza, per verificare come sia stato possibile diffondere il testo, dato che ai prigionieri non è consentito l’accesso a Internet e ai social.

“C’è motivo per essere disturbati dall’Instrumentum laboris del sinodo amazzonico” scrive Pell, che poi aggiunge: “Questo non è il primo documento di bassa qualità prodotto dalla segreteria sinodale”.

In effetti il cardinale australiano ne sa qualcosa, visto che già in occasione del doppio sinodo sulla famiglia decise di scendere in campo a difesa della retta dottrina.

“Amazzonia o non Amazzonia, in ogni terra la Chiesa non può permettere che alcuna confusione, e tanto meno alcun insegnamento contrario, danneggi la Tradizione apostolica” afferma il cardinale, che tiene a ribadire: “Un punto è fondamentale, la Tradizione apostolica, l’insegnamento di Gesù e degli apostoli, tratto dal Nuovo Testamento e insegnato da papi, concili e dal magistero, è l’unico criterio dottrinalmente valido per tutti gli insegnamenti relativi alla dottrina e alla pratica”.

Nella lettera Pell accenna anche alla sua sofferenza per la detenzione, ringrazia tutti coloro che gli hanno fatto avere messaggi di solidarietà e dice: “La consapevolezza che la mia piccola sofferenza può essere usata per buoni scopi attraverso l’unione alla sofferenza di Gesù mi dà uno scopo e una direzione”.

Pell sta scontando una condanna a sei anni di carcere, verdetto che da molti è stato giudicato scandaloso dal momento che si basa esclusivamente sulla testimonianza di un presunto abusato (l’altro è morto anni fa per overdose) che ha riferito di violenze sessuali subite da parte del cardinale a metà degli anni Novanta nella sacrestia della cattedrale di St. Patrick a Melbourne, subito dopo una messa domenicale, in circostanze davvero inverosimili.

Entrato in tribunale con le manette ai polsi, il cardinale è stato offerto in pasto ai mass media come condannato già in partenza. In realtà una prima giuria chiamata a pronunciarsi sul caso non è stata in grado di stabilire se le accuse fossero vere o false, mentre una seconda è giunta al verdetto di colpevolezza in un clima da caccia alle streghe.

La condanna a sei anni e mezzo di carcere è arrivata così, con l’aggiunta della detenzione obbligatoria, nonostante l’età avanzata del porporato.

Davanti ai giudici d’appello il pubblico ministero non è riuscito a spiegare come l’allora arcivescovo di Melbourne, numero uno della Chiesa cattolica in Australia, fu in grado di abusare di due giovani in sacrestia, ancora con i paramenti addosso, in mezzo a un bel po’ di gente e mentre salutava (circostanza confermata dagli interessati) numerosi fedeli. Lo stesso giudice ha definito “altamente improbabili” le circostanze descritte dai due accusatori. Ma fin dall’inizio è apparso chiaro che Pell è stato trascinato in giudizio non tanto per sete di giustizia, ma per il desiderio di colpire la Chiesa.

Il processo contro Pell “ha tutta l’apparenza di un sacrificio sugli altari di una cattiva agenda politica” ha scritto Anna Silvas della University del New England. Una persecuzione, quella contro il cardinale, che parte da lontano, almeno dal 1996, quando Pell rifiutò di dare la comunione a un gruppo di attivisti che avevano organizzato una protesta “arcobaleno” durante la Messa domenicale. Una decisione, quella di Pell, che l’ambiente omosessualista australiano non gli perdonò.

Scrive Anna Silvas: “Uno dei più efferati attacchi contro il cardinale, in tempi recenti, è stato quello di David Marr, un intellettuale impegnato della sinistra australiana, omosessuale dichiarato da tempo, difensore della causa gay e anti-cattolico viscerale”.

Ma Pell è da tempo anche nel mirino di alcuni settori della Chiesa australiana, che lo accusano di conservatorismo e di aver difeso l’enciclica Humanae vitae.

Noi stessi ricordiamo bene che nel 2008, quando ci recammo in Australia in occasione della Giornata mondiale della gioventù con Benedetto XVI, il cardinale Pell era già oggetto di attacchi pesanti da parte dei settori liberal e dei cattolici progressisti.

Andrew Bolt, editorialista di News Corp Australia, ha detto che Pell è stato vittima di una persecuzione giudiziaria senza precedenti: “Un uomo è stato dichiarato colpevole non in base ai fatti, ma a causa di pregiudizi”.

Miranda Devine, columnist di diverse testate australiane, ha parlato a proposito di Pell di verdetto “devastante”, frutto di una “campagna di diffamazione”, ed ha messo in dubbio sia l’imparzialità della giuria sia la legittimità di alcune azioni della polizia.

Probabilmente, commenta Anna Silvas, con la prigione Pell si è meritato la migliore delle promozioni ecclesiastiche possibili, avvicinandosi a quella che era la condizione originaria degli apostoli nei primi anni della Chiesa.

Aldo Maria Valli






USA Inchiesta-choc: i cattolici non sanno cosa sia l'Eucaristia






Un rapporto del Pew Research Center rivela che solo un terzo dei cattolici americani crede che la comunione sia il Corpo e Sangue di Cristo. Il 69% ritiene invece che pane e vino siano solo simboli, e molti sono anche convinti che questo sia l'insegnamento della Chiesa. Dati inquietanti, che non riguardano soltanto gli Stati Uniti, anzi: ci sono diversi elementi per ritenere che in Europa, e anche in Italia, i risultati sarebbero anche peggiori. È questa la vera emergenza per la Chiesa, di cui dovrebbero preoccuparsi i pastori. Tutto il resto viene molto dopo.



Giuliano Guzzo, 12-08-2019

Da qualche anno, pare che il problema numero uno della Chiesa sia fare in modo che tutti, indistintamente, possano fare la comunione, nessuno escluso. D’accordo, ma quanti fedeli sono oggi consapevoli del valore e del significato del sacramento dell’Eucaristia? Ha senso chiederselo dato che già padre Pio di Pietrelcina (1887-1968), presagendo una certa ignoranza al riguardo, aveva a suo tempo sentenziato che, se si sapesse del reale valore della Santa Messa, ci vorrebbero i carabinieri per coordinare le folle che vi accorrerebbero.

Una battuta, quella del santo, che inquadrava una situazione allarmante già decenni or sono, figurarsi oggi. Chi non si è fatto troppi pensieri e ha provato a scrutarla, la situazione odierna, è stato il Pew Research Center che dal 4 al 19 febbraio di quest’anno ha effettuato una rilevazione proprio sulla conoscenza religiosa nel popolo americano, condensando quanto scoperto nelle 70 pagine di un report poi eloquentemente intitolato What Americans Know About Religion (Cosa sanno gli americani della religione).

Ora, se molteplici e stimolanti sono i dati raccolti in questo documento, ce n’è uno che appare sconvolgente. Riguarda la conoscenza che hanno i cattolici dell’Eucaristia. Conoscenza si fa per dire, dato che è emerso come solo un terzo dei cattolici statunitensi creda che la comunione sia il corpo e il sangue di Cristo, mentre il 69% ritiene che il pane e il vino siano meri simboli. E non è finita qui. Molti dei cattolici che ritengono che pane e vino siano simboli si dicono pure convinti che questo sia l’insegnamento della Chiesa.

Dulcis in fundo, se da un lato c’è una piccola parte di cattolici (il 3%) che professa di credere alla presenza reale di Cristo nell’eucaristia pur ignorando l’insegnamento della Chiesa sulla transustanziazione, dall’altro, uno su cinque di quelli che invece sanno cosa sia la transustanziazione rifiuta tale insegnamento giudicandolo infondato. Tutto ciò, si converrà, compone un quadro che, complessivamente, sarebbe eufemistico definire inquietante.

Tanto è vero che per esempio monsignor Robert Emmet Barron, vescovo ausiliare di Los Angeles, informato di questi dati ha manifestato pubblicamente, su Twitter, scandalizzata incredulità: «E’ difficile descrivere quanto mi irriti quanto emerso nell’ultimo studio del Pew Research Center. Questo dovrebbe essere una sveglia per tutti noi nella Chiesa. Siamo tutti colpevoli». In effetti, è difficile non scorgere in questi abissi di ignoranza religiosa e sacramentale chiare responsabilità da parte dei pastori americani.

E in Italia? Com’è la situazione? Sfortunatamente, o forse fortunatamente – dipende dai punti di vista -, non disponiamo di ricerche così accurate come quelle statunitensi. Tuttavia, quelle comunque svolte nel nostro Paese non lasciano trasparire scenari molto rosei. Basti pensare a quanto emerse tramite uno studio effettuato nel 2007 da Famiglia Cristiana su oltre 800 battezzati aventi un’età media di 48 anni, quindi fedeli maturi, almeno anagraficamente.

In breve, allora si scoprì che solo il 5% dei cattolici praticanti ha letto i vangeli(figurarsi i non praticanti) e alla domanda «come si può coltivare la spiritualità?» il 63% rispose «aiutando il prossimo» e il 35% «facendo volontariato», mentre molti meno risposero «pregando» (22%) e «andando a Messa» (14%). Ora, considerando che questo era lo scenario di una dozzina di anni or sono, regnante Benedetto XVI, è facile immaginare – soprattutto alla luce del citato studio americano e della filantropia che da anni confonde molti fedeli – quale disastroso possa essere, oggi, il livello di conoscenza, anche in Italia, del significato dell’Eucaristia.

Ne consegue come, anziché perdersi in priorità che tutto sono fuorché tali, preoccupandosi di piegare la dottrina al sentire comune, i nostri pastori – a partire dalle più elevate gerarchie della Chiesa – dovrebbero farsi un serio esame di coscienza, decidendosi una volta per tutte a tornare a formare il loro gregge. Perché non c’è opera di carità più elevata, oggi, che evangelizzare un popolo cristiano che, purtroppo, va paganizzandosi e smarrendosi tra le pieghe della modernità. Questo è davvero prioritario. Tutto il resto viene dopo, molto dopo.

L'Eucaristia sarà uno degli argomenti trattati nella prossima Giornata della Bussola, intitolata "Fino ai confini della terra", che si svolgerà il 6 ottobre a Milano. A parlarne ci saranno suor Gloria Riva (Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento), padre Roberto Coggi op (autore di numerosi libri dedicati all'Eucaristia), il dottore Franco Serafini (autore di "Un cardiologo visita Gesù - I miracoli eucaristici alal prova della scienza).








venerdì 9 agosto 2019

Vuoi migliorare la tua condotta? Ecco il segreto (Fulton John Sheen)







Il più delle volte la preghiera procede parallelamente alla vita morale. Più la nostra condotta si attiene alla Volontà Divina, più facile ci riesce pregare; più la nostra condotta si distacca dalla Divinità, più ardua diventa la preghiera… quando il peccatore non vuol trarsi dal pantano della vita perversa, allora manca la condizione essenziale alla preghiera.

Per essere efficace, una preghiera deve esprimere uno schietto desiderio di redenzione, senza né riserve né condizioni.. L’uomo che, dopo aver pregato di esser liberato dalla lussuria e poi vi si abbandona deliberatamente, distrugge con la sua riserva l’efficacia della sua preghiera. Tutte le preghiere implicano un atto di volontà, un desiderio di sviluppo, una disposizione al sacrificio; perché la preghiera è un’attivissima collaborazione tra l’anima e Dio..

Non possiamo conoscere Dio se non abbiamo consapevolezza di ciò che realmente siamo.
Meno un uomo pensa a se stesso, più pensa a Dio…

La meditazione migliora la nostra condotta..

Se i nostri pensieri sono malvagi, malvage saranno le nostre azioni. Il problema degli atti impuri è, fondamentalmente, quello dei pensieri impuri. Quando meditiamo e riempiamo la nostra mente, per un’ora o due al giorno, di idee e soluzioni basate sull’amore di Dio e del prossimo, i buoni pensieri finiscono per emergere, spontaneamente, sotto forma di buone azioni compiute senza sforzo…

I nostri pensieri generano i nostri desideri, e i nostri desideri sono gli artefici dei nostri giorni. I desideri vengono formati dal pensiero e dalla meditazione; e poiché l’azione segue le direttive del desiderio, l’anima che sia sommersa dalle Divine Aspirazioni sfugge sempre più alla stretta del mondo. Ciò accresce la felicità..

La condotta dell’uomo che concentra la meditazione in Dio subisce una metamorfosi assoluta…non possiamo tenere lontano dalla nostra mente i cattivi pensieri se non la colmiamo di buoni pensieri. Meditando, non escludiamo il peccato dalla nostra vita, bensì lo sostituiamo con l’Amore di Dio e del prossimo. Il fine della nostra vita non è dunque di evitare il peccato, il che sarebbe estenuante, ma di mantenersi costantemente nell’atmosfera dell’Amore Divino…

La purezza di cuore è condizione della preghiera: non possiamo unirci a Dio finché restiamo legati a interessi illeciti.

In ogni vera preghiera e meditazione c’è un momento in cui la Vita di Dio penetra nella nostra vita e un momento in cui la nostra vita penetra in quella di Dio. Questi momenti ci trasformano profondamente…

Non è vero che non abbiamo tempo per la meditazione: quanto meno pensiamo a Dio, tanto meno avremo tempo per Lui. Il tempo per una qualsiasi cosa dipende dal valore che ad essa attribuiamo. Il pensiero determina l’impiego del tempo: il tempo non può condizionare il pensiero. Il problema della spiritualità non è mai, quindi, un problema di tempo: è, invece, un problema di pensiero. Perché non occorre molto tempo per diventare santi: occorre solo molto Amore.

Là dove c’è amore, c’è preoccupazione per la persona amata. Gesù disse: “Perché dov’è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore”. Il grado della nostra devozione e del nostro amore dipende dal valore che noi diamo a una determinata cosa. Sant’Agostino disse: “Amor pondus meum” ossia, l’amore è la legge di gravità.

L’uomo d’affari trova difficile pensare ai piaceri celesti perché è occupato a riempire i suoi “granai”. Il libertino trova difficile amare lo spirito perché il suo tesoro risiede nella carne. Ognuno diventa simile a ciò che ama: se ama la materia, diventa come la materia; se ama lo spirito, il suo aspetto e i suoi ideali e le sue aspirazioni si spiritualizzano. Dato il nesso tra amore e preghiera, è facile capire perché alcune anime dicono “non ho tempo per pregare”. Ed effettivamente non ne hanno, perché altri doveri e altri interessi più eccitanti li chiamano e li seducono.

(Venerabile Fulton J. Sheen. Da “La felicità del cuore”.)