sabato 17 novembre 2018

Il commento di San Tommaso al "non ci indurre in tentazione"







Alcuni peccano e poi, desiderando di ottenere il perdono dei loro peccati, li confessano e se ne pentono, senza però impegnarsi a fondo, come dovrebbero, per non ricadervi.
Ma non è davvero bello che uno, da una parte, pianga i propri peccati quando si pente, e dall’altra accumuli motivi di pianto tornando a peccare. Infatti sta scritto: “Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene” (Is 1, 16).
Per questo motivo Cristo, mentre nella precedente domanda ci insegnava a chiedere perdono dei peccati, in questa ci insegna a chiedere di poterli evitare, ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato, e ci fa dire: “Non ci indurre in tentazione”.

A proposito di questa domanda, ci poniamo tre interrogativi:1) che cos’è la tentazione, 2) come e da chi l’uomo viene tentato, 3) come viene liberato dalla tentazione.

Quanto al primo interrogativo, diciamo che tentare non è altro che saggiare o mettere alla prova, sicché tentare l’uomo vuol dire provare la sua virtù. Il che può compiersi in due maniere, secondo le due esigenze della virtù dell’uomo, che sono: operare nel bene, ossia comportarsi bene, ed evitare il male, secondo il monito del salmo: “Stà lontano dal male e fa’ il bene” (Sal 33, 15).
La virtù dell’uomo viene pertanto provata alle volte quanto al bene da fare, e altre volte circa il male da evitare. Nel primo caso, l’uomo è messo alla prova affinché si veda se egli è pronto al bene; e se sarai trovato pronto al bene vuol dire che la tua virtù è grande. Ebbene, qualche volta Dio saggia l’uomo in questo modo, non perché egli non conosca la sua virtù, ma per far sì che tutti la conoscano e sia a tutti di buon esempio.
Fu a questo scopo che egli tentò Abramo e Giobbe; ed è con questa intenzione che egli manda spesso le tribolazioni ai giusti, affinché cioè, sopportandole con pazienza, appaia la loro virtù e facciano maggiore progresso. Dice infatti il Deuteronomio: “Il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima” (Dt 13,4).
Risulta perciò chiaro che Dio tenta incitando al bene.
Nell’altro caso, la virtù dell’uomo viene messa a prova dall’istigazione al male. Se egli resiste e non acconsente alla tentazione, la sua virtù è grande. Se invece soccombe, la sua virtù è nulla. Ma in questa maniera nessuno è tentato da Dio, perché egli, come dice Giacomo, “non tenta nessuno al male” (Gc 1, 13).

In risposta al secondo interrogativo (come e da chi l’uomo viene tentato), si noti che l’uomo viene tentato al male in tre modi: dalla propria carne, dal diavolo e dal mondo.
Dalla carne viene tentato in due maniere. La carne infatti istiga al male, perché ricerca sempre i propri piaceri nei quali, trattandosi di piaceri carnali, spesso c’è il peccato per il fatto che chi si lascia assorbire da essi trascura quelli dello spirito. Dice al riguardo San Giacomo: “Ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce, poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato” (Gc 1, 14).
La carne poi tenta distogliendo l’uomo dal bene. Mentre infatti lo spirito, per quanto dipende da lui, si diletta sempre dei beni spirituali, la carne col suo peso gli è di impaccio, perché “un corpo corruttibile appesantisce l’anima” (Sap 9, 15).
San Paolo scrive in proposito: “Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” (Rm 7, 22-23).
E questa tentazione della carne è molto grave perché questo nostro nemico, cioè la carne, è congiunto a noi; e, come dice Boezio, “non c’è per noi peste più nociva di un nemico che sia della nostra famiglia” (De consolatione philosophiae III, 5).
Contro la carne perciò si deve vigilare: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26, 41).

A sua volta, il diavolo tenta con estrema violenza. Una volta infatti che si abbia vinta la carne, si scatena questo altro nostro nemico, il diavolo, contro il quale dobbiamo sostenere una grande battaglia: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 12). Per questo satana è detto espressamente il tentatore (Mt 4, 3; I Ts 3, 5).
Il diavolo nel tentare usa molta astuzia. Come un abile capitano che assedia una fortezza, prima studia il punto debole della persona che vuol far cadere e poi la tenta là dove la scorge più vulnerabile. Perciò una volta che gli uomini hanno resa inoffensiva la propria carne, Satana li tenta in quei vizi verso i quali sono più inclinati, quali l’ira, la superbia ed altri vizi spirituali. Dice S. Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1 Pt 5, 8).
Quando poi egli tenta, mette in atto due espedienti. Da principio non propone subito alla persona tentata un oggetto palesemente cattivo, ma qualcosa che abbia l’apparenza di bene, per stornarla inizialmente in tal modo dal suo proposito fondamentale e poterla poi in seguito indurre più facilmente al peccato, una volta che è riuscito a distoglierla sia pure di poco dal bene: in altre parole, “Satana si maschera da angelo di luce” (2 Cor 11, 14).
In seguito poi, quando l’ha indotta al peccato, la lega talmente alla colpa da impedirle di distaccarsene, perché, al dire di Giobbe, “i nervi delle sue cosce si intrecciano saldi” (Gb 40, 17). Cosicché due cose fa il diavolo: prima inganna e poi trattiene nel peccato chi ha ingannato.

Il terzo tentatore è il mondo, il quale tenta anch’esso in due maniere.
Prima di tutto con un eccessivo e smoderato desiderio dei beni temporali, perché come dice l’Apostolo: “L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6, 10).
Servendosi dei persecutori e dei tiranni, tenta poi anche incutendo terrore, per cui dice il Libro di Giobbe: “Anche noi siamo avvolti nelle tenebre” (Gb 37, 19) e San Paolo aggiunge: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2 Tm 3, 12).
Ma il Signore ci rassicura: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Mt 10, 28).
Dalle cose dette risulta perciò chiaro che cos’è la tentazione e come e da chi l’uomo viene tentato.

Rimane da vedere in qual modo l’uomo venga liberato dalla tentazione.
Su quest’ultimo punto va notato che Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione. Se infatti l’uomo vince la tentazione merita la corona; ed è per questo che Giacomo ci ammonisce: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove” (Gc 1, 2), e il Siracide aggiunge: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2, 1).
Ecco perché ci viene insegnato a chiedere di non essere indotti nella tentazione prestandole consenso; e San Paolo commenta: “Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1 Cor 10, 12).
Essere tentati è infatti cosa umana, ma consentirvi è cosa diabolica.

Forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: “non ci indurre in tentazione”? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista “Non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Sal 70, 9).
Dio però sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti che “le grandi acque non possono spegnere l’amore” (Ct 8, 7).
Lo sostiene inoltre col lume dell’intelletto, col quale ci istruisce sulle cose da fare; poiché, come dice il Filosofo: “Ogni peccatore è un ignorante”.
E, siccome Dio per bocca sua aveva promesso: “Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire” (Sal 31, 8), questo dono Davide lo chiedeva invocandolo: “Signore mio Dio, conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte, perché il mio nemico non dica: l’ho vinto” (Sal 12,4 5).
Noi otteniamo tutto questo col Dono dell’Intelletto, mediante il quale, se non consentiamo alla tentazione, conserviamo un cuore puro, del quale viene detto “Beati i puri di cuore” (Mt 5, 8). In questa maniera perverremo alla visione beatifica, alla quale ci faccia giungere il Signore.

San Tommaso D'Aquino








Fonte




Non solo il Padre nostro, il personalismo liturgico divide




Si stanno facendo troppi cambiamenti nella Chiesa che disorientano e angosciano. Lo vediamo nella modifica del Padre Nostro (che anch'io continuerò a recitare come prima), ma anche a messa. Ognuno si comporta come meglio crede. Invece l'unità del rito esprime l'unità della Chiesa.


di Stefano Fontana 17-11-2018


Molti amici e conoscenti mi dicono che non reciteranno la nuova formula del Padre Nostro
ma continueranno a dire le parole tradizionali: “non ci indurre in tentazione”. I vescovi italiani hanno approvato la nuova versione durante la loro assemblea generale, ma è certo che dei fedeli – pochi o tanti che siano – non si atterranno alle nuove disposizioni. Perché? Per molti motivi: perché si stanno facendo troppi cambiamenti nella Chiesa che disorientano e in qualche caso angosciano, perché molti teologi e filologi dicono che il cambiamento non è giustificato ed anzi è controproducente, perché i vescovi in questo momento non brillano per autorevolezza e così via. Fatto sta che molti non si atterranno al nuovo Padre Nostro. A prescindere per il momento dal merito del contendere, ossia dalla correttezza teologica e filologica del cambiamento e dalla sua opportunità liturgica, mi pongo la domanda se i vescovi abbiano tenuto conto di un aspetto della questione, ossia che un’altra divisione tra i fedeli durante la liturgia domenicale si aggiungerà alle tante già presenti.


Partecipare alla Santa Messa ormai vuol dire riscontrare i più svariati atteggiamenti liturgici dei presenti. Non mi riferisco agli abusi e agli eccessi, nonostante siano ormai molto frequenti. Mi riferisco alle messe celebrate, diciamo così, in modo accettabile. Anche in questi casi si nota la grandissima varietà di partecipazione.


Durante la consacrazione c’è chi rimane in piedi e chi si inginocchia. Tra coloro che si inginocchiano la maggior parte si rialza in piedi alle parole “Annunciamo la tua morte e la tua resurrezione…” e un’altra parte, più esigua ma non insignificante in alcune zone, rimane inginocchiata fino alla grande preghiera sacerdotale: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo…”. Nel caso nella chiesa non ci siano gli inginocchiatoi – situazione ormai molto frequente – c’è chi si inginocchia per terra in evidente contrasto visivo con chi è rimasto in piedi.


Al momento della preghiera “Signore non son degno…” alcuni si inginocchiano nuovamente mentre la maggioranza rimane in piedi. Nell’accedere alla comunione c’è chi prende l’Ostia consacrata in mano, chi la prende in bocca ma rimanendo in piedi e chi la prende in bocca ma inginocchiandosi, qualche donna la prende indossando il velo. La maggioranza dei fedeli prende la comunione da tutti coloro che la distribuiscono, compresi i ministri straordinari, ma alcuni pensano ancora che l’Ostia consacrata possa essere presa in mano e distribuita solo dal sacerdote (che ha mani consacrate) e quindi vanno a prenderla solo da lui. In qualche caso ho anche notato che qualche fedele si sposta di fila quando si accorge che a distribuire non è il sacerdote ma un laico o una laica.


Durante la recita del Padre Nostro molti hanno preso l’abitudine di aprire le braccia come fa il sacerdote sull’altare in atteggiamento orante, mentre molti altri non lo fanno. Ci sono dei canti liturgici che hanno delle parole talmente strampalate che qualcuno si rifiuta di cantarle, facendo selezione dei canti. Spesso alle preghiere dei fedeli si invita a pregare per cause molto improprie e qualcuno non si associa alla preghiera. D’altro canto è ormai diffusissima la scelta della chiesa ove trovare una celebrazione accettabile, sicché i fedeli si dividono sia nella stessa messa tra chi si comporta in un modo e in un altro, sia tra chiesa e chiesa.


A questa situazione di divisione o di differenziazione, in ogni caso di mancanza di unità nella liturgia, ora si aggiungeranno le due ultime novità: ci sarà chi non reciterà la nuova formula del Gloria e del Padre Nostro. Tra costoro ci sarò anch’io. Anche io continuerò a chiedere a Dio di non indurmi in tentazione. Però nessuno è soddisfatto di questa situazione.


La liturgia attorno al sacrificio dell’altare in qualche modo ci associa alla eterna liturgia di lode che le anime beate rivolgono a Dio insieme agli angeli, alla Vergine Maria e ai santi. Ora, non credo che la lode celeste a Dio non sia univoca e all’unisono perché in quella dimensione Dio è ”tutto in tutti” e le anime beate lo vedono “così come Egli è”. L’unità nel rito, assumere gli stessi atteggiamenti, pronunciare le stesse parole, rispettare gli stessi tempi compresi i silenzi, volgere lo sguardo verso gli stessi luoghi, essere orientati tutti verso lo stesso punto esprimono l’unità della Chiesa intera, pellegrinante e trionfante, a Dio che sull’altare rinnova la creazione.







Fonte lanuovabq.it




venerdì 16 novembre 2018

"Non ci indurre in tentazione" Papa Benedetto lo spiegò 10 anni fa...





Riproponiamo, con l'occasione della nuova traduzione del Padre nostro, le pagine del primo tomo del libro "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI che, ben 10 anni fa, spiegava per bene, senza semplificazioni, i termini della questione: E non c'indurre in tentazione


Joseph Ratzinger
Benedetto XVI


Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).


Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l'alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù:
«Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).


Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l'uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata.
In realtà all'uomo - a ogni uomo - interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di
Satana, che l'Apocalisse definisce «l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell'uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.


Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l'uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell'uomo. Mediante la sua fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l'onore dell'uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l'onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell'oscurità più profonda, la fede in Dio.


Il Libro di Giobbe può anche esserci d'aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l'uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell'uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l'uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l'inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei - mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest'ultima libertà - un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta - e tuttavia un percorso necessario.


Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po' più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po' di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c'indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).

E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell'altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam - per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell'uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un'epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.


Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall'altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).













giovedì 15 novembre 2018

A Pistoia CONVEGNO 1968 - 2018: analisi di cinquant'anni di rivoluzione culturale e sociale








Le associazioni CHARLOTTE ACVP, SUR LES MURS e ROTTA COMUNE

 organizzano

 il convegno 

“1968 - 2018: analisi di cinquant'anni 
di rivoluzione culturale e sociale”


 sabato 24 novembre 2018 alle ore 17


 presso la saletta dell’Assessorato dell’educazione e formazione
 Villa Baldi Papini
 Via dei Pappagalli n. 29 Pistoia



 con il Patrocinio del Comune di Pistoia
 con il contributo di Linea Ufficio di Pacini Alessio s.a.s. 
articoli di cancelleria, scuola e cartoleria in Via Landucci a Sant'Agostino. 


Interverranno:

 dott. Renzo Puccetti 
 avv. Giovanni Formicola
  professore Danilo Breschi 
 senatore Patrizio La Pietra.


  Sarà un'occasione per ripercorrere il periodo storico del 68 e analizzare le conseguenze sulla società  e la cultura che subiamo fino ad oggi. Vi aspettiamo!





mercoledì 14 novembre 2018

Quando in chiesa cantavano tutti. In latino. Ricordo del maestro Domenico Bartolucci





by Aldo Maria Valli, 11-11-2018

L’11 novembre 2013 moriva a Roma, all’età di novantasei anni, il cardinale Domenico Bartolucci, compositore e direttore di coro, maestro direttore della Cappella Musicale Pontificia detta Cappella Sistina.

Nato il 7 maggio 1917 in una famiglia operaia a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, Bartolucci si dedica alla musica, durante il seminario, con Francesco Bagnoli, maestro di cappella del duomo di Firenze e, alla morte di questi, gli succede.

Ordinato sacerdote nel 1939, nello stesso anno ottiene il diploma in composizione e direzione d’orchestra al conservatorio fiorentino. Alla fine del 1942 si reca a Roma, ospite presso l’Almo Collegio Capranica. Frequenta Raffaele Casimiri, studioso palestriniano, ed è affiancato a Lavinio Virgili come vice direttore della Cappella di San Giovanni in Laterano.

Nel 1947 il cardinale Elia Dalla Costa lo vuole parroco di Montefloscoli, un piccolo centro nel Mugello, in Toscana, ma Bartolucci continua a dedicarsi alla musica e, dopo l’esecuzione di un suo poema sacro al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, è nominato maestro della Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore e docente di composizione e direzione polifonica al Pontificio Istituto di Musica Sacra.

Nel 1952, su indicazione di Lorenzo Perosi, è nominato vice maestro della Cappella Sistina e alla morte di Perosi, nel 1956, Pio XII lo nomina direttore perpetuo della Cappella Sistina, incarico che ricoprirà fino al 1997 quando, in contrasto con la nomina perpetua, sarà rimosso.

Nel 1959 riceve da Giovanni XXIII l’approvazione per il progetto di riorganizzazione della Cappella Musicale Pontificia, che da allora ha una sede adeguata per le prove e per l’archivio. Contemporaneamente viene definito l’organico stabile dei cantori adulti e si dà vita alla Schola puerorum, dedicata alla formazione dei ragazzi.

Negli anni del Concilio Vaticano II (1962-1965) si dichiara contrario all’abbandono del latino e si oppone a chi, con il pretesto della riforma liturgica, cerca di emarginare la musica sacra. Anche dopo la riforma celebra la Messa tridentina e i suoi riferimenti in campo musicale restano la tradizione polifonica palestriniana e il canto gregoriano.

Nel 1965 viene nominato accademico di Santa Cecilia, e durante le stagioni sinfoniche l’accademia lo invita più volte a dirigere sue esecuzioni.

Oltre che alla direzione della Cappella Papale, si dedica all’insegnamento al Conservatorio di Santa Cecilia e al Pontificio Istituto di Musica Sacra. Tiene corsi di polifonia palestriniana in Italia e all’estero, dirige i principali complessi sinfonico-corali italiani ed è insignito di alte onorificenze e premi nazionali ed internazionali.

Nel 1997, non senza polemiche nel mondo della musica liturgica, viene sostituito alla guida della Cappella Musicale Sistina da monsignor Giuseppe Liberto.

Autore di una vastissima produzione musicale, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, con l’obiettivo di conservare e diffondere il patrimonio musicale da lui composto, viene costituita la Fondazione Domenico Bartolucci.

Nel concistoro del 20 novembre 2010 è creato cardinale da Benedetto XVI.

Dopo aver ricevuto la porpora, in un’intervista dice: «Credo che la mia nomina sia un richiamo di questo Papa, amante della bellezza, a non lasciare che si perda definitivamente tanta ricchezza musicale».

Circa la sua passione per la musica, spiega: «L’ho amata fin da bambino. Mio padre, un operaio, era un cantore appassionato, mi portava sempre con lui quando andava a cantare nel coro della Compagnia dei Neri, una confraternita laicale di Borgo San Lorenzo».

Di carattere tenace, a dodici anni viene punito dal professore di greco e latino che lo vede suonare l’armonium e dice: se questo ragazzo suona così bene, vuol dire che si dedica poco alla lingue classiche. Il docente gli vieta dunque di suonare e lui, per tutta risposta, si costruisce una tastiera di cartone, con i tasti disegnati sopra, e la nasconde sotto il banco.

Dopo il Concilio Vaticano II definisce «esiziale» l’abbandono del latino e spiega: «Mi pare evidente come da allora la musica sacra e le scholae cantorum siano state definitivamente emarginate dalla liturgia, nonostante le raccomandazioni della Constitutio de Sacra Liturgia del ’63 e del motu proprio Sacram Liturgiam, del ’64, nel quale il gregoriano è definito “canto proprio della liturgia romana”. Prima di questi “aggiornamenti” il popolo cantava a gran voce durante i Vespri, la Via Crucis, le messe solenni, le processioni. Cantava in latino, lingua universale della Chiesa. Durante le liturgie dei defunti tutti intonavano il Libera me Domine, il De profundis. Tutti rispondevano al Te Deum, al Veni creator, al Credo. Adesso si sono moltiplicate le canzonette. Sono così tante che le conoscono in pochissimi, e non le canta quasi nessuno».

Quanto alla sua rimozione, nel 1997, spiegò: «Fui rimosso dall’incarico nonostante il “perpetuo” del titolo. Il mio disappunto per il declassamento della Cappella e per alcune cose che avvenivano durante le cerimonie papali era ben noto. Fu comunque un colpo inaspettato».

Aldo Maria Valli

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martedì 13 novembre 2018

Don Nicola Bux interviene sulle prossime modifiche della traduzione italiana del Messale romano





Comunicato di don Nicola Bux concernente i lavori dell'Assemblea Straordinaria della CEI in corso sino al prossimo 15 novembre, presso l’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, in cui, "all’ordine del giorno – come riferisce una nota dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – innanzitutto (è) il tema della liturgia: la votazione della nuova traduzione italiana del Messale Romano".


Testo diffuso dalla Redazione di Scuola Ecclesia Mater  12-11-2018

Don Nicola Bux


All’affievolimento della capacità di comprensione della natura immutabile della sacra liturgia (cfr. Sacrosanctum Concilium, cap. 1) hanno contribuito non solo l’ignoranza diffusa di essa nel clero e, di conseguenza, nei fedeli; ma vi ha contributo ancor più la sperimentazione, spasmodica e continua, delle c.d. emozioni-shock, come le definisce Michel Lacroix (Il culto dell’emozione, ed. Vita e pensiero, Milano, 2002), cioè le emozioni particolarmente intense e potenti (v., p. es., la liturgia dei gruppi carismatici), che, a lungo andare, anestetizzano la nostra capacità di partecipare in maniera oggettiva, esaltando il soggettivismo e le emozioni dell’individuo. 

Per partecipare, e potremmo dire per comprendere ancor prima, in effetti, la Sacra Liturgia – dove l’attributo “sacra” indica la presenza divina – è necessario aver chiaro che il culto
reso a Dio mette a tacere l’ego, al fine di raggiungere la Verità in esso racchiusa.

Gli orientali tale aspetto lo comprendono assai bene.
Per questo sono stati attenti a non cadere nella tentazione di cambiare continuamente i libri liturgici.
Si ricordi in proposito lo scisma, raskol, scaturito in Russia a metà del ‘600.
La riforma dei libri liturgici introdotta dal patriarca di Mosca, Nikon, il quale voleva ristabilire l’uniformità tra le pratiche liturgiche della chiesa greco-ortodossa e di quella russa, portò alla divisione della chiesa russa in chiesa ortodossa ufficiale e movimento dei Vecchi Credenti.
In quella occasione, le innovazioni incontrarono una forte resistenza sia tra il popolo sia tra il clero, che discusse a lungo sulla legittimità e correttezza di tali riforme, che non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia nelle terre russe.
Per imporre poi queste riforme, appoggiate dallo zar Alessio della stirpe dei Romanov, ci furono persecuzioni e soprusi (famoso p. es. rimase il rogo del vescovo Pavel di Kolomna, nel 1656, fermo oppositore di questa riforma). 

Guardando a noi, ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. 

Da quello che si sa, è stata adottata la politica dei “due pesi due misure”: cambiamento della prima frase del Gloria, per essere fedeli al testo lucano, e non cambiamento del celebre pro multis (che si dovrebbe rendere “per molti”) della formula consacratoria, che, invece, rimarrà “per tutti” in omaggio all’ideologia inclusivista; per non parlare dell’annunciata variazione della petizione del Pater noster “non ci indurre in tentazione”, dove, appunto, non si rimarrà fedeli al testo originale greco e latino.
 
Ci si domanda, inoltre, in un momento così basso di affluenza dei fedeli alla santa Messa e di frequenza ai sacramenti, se fosse proprio necessario apportare variazioni simili, invece di promuovere semmai – come sarebbe stato auspicabile – una diffusa missione popolare vista l’ignoranza catechistica e l’immoralità diffuse.
Non sarebbe il caso di investire qui gli sforzi apostolici, o pastorali che dir si voglia, nonché economici? 

Constatando l’abuso diffuso tra i sacerdoti di cambiare a proprio piacimento i testi liturgici, non ci si dovrà meravigliare se taluni volessero rimanere fedeli all’edizione attuale del messale in lingua italiana, invocando una sorta di obiezione di coscienza. 

Chi potrebbe a questo punto parlare di abuso?
Ricordiamo l’esperienza in Argentina, ove ciò è già avvenuto. 
La nuova traduzione del messale in lingua castigliana (III Editio Typica) fu introdotta nel 2009-2010 (decreto del 13-15 agosto 2009) (cfr. M. Caponnetto, La traducción de los textos litúrgicos: una experiencia personal, in Adelante de la Fe, 17.10.2018).
Essa era stata affidata dalla Conferenza episcopale argentina, all’epoca presieduta dall’allora card. Bergoglio, ad una commissione il cui esponente più noto era il discusso Christian Gramlich, ridotto poi allo stato laicale.
Per quanto si sa, la Congregazione per il Culto divino scrisse all’allora arcivescovo di Buenos Aires, in qualità di presidente della Conferenza episcopale di quella nazione, di non imporre la nuova traduzione, ma di lasciare a chi ritenesse l’uso della precedente. 

Ci sentiamo di rivolgere ai vescovi, quindi, l’invito a considerare tutto questo al fine di non causare ulteriori tensioni e divisioni tra i fedeli.
Don Nicola Bux

Fonte: Scuola Ecclesia Mater 













lunedì 12 novembre 2018

La crisi della Chiesa secondo Mons. Nicola Bux



Riportiamo qui di seguito la trascrizione della conferenza tenuta da mons. Nicola Bux al pellegrinaggio a Montenero il 29 settembre scorso, con il dibattito che ne è seguito. Ringraziamo di cuore mons. Bux per avere celebrato e predicato al nostro pellegrinaggio, per aver tenuto questa bellissima conferenza e per avere concesso licenza di divulgarne la trascrizione, che speriamo dia spunti di riflessione e di conforto a molti.


CONFERENZA DI MONS. NICOLA BUX

MONTENERO (LI)  - 29 SETTEMBRE 2018




Intanto voglio ringraziarvi dell’invito. Ringrazio innanzitutto il Coordinamento Toscano Benedetto XVI e ringrazio anche i sacerdoti canonici dell’Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote per il servizio che compiono non solo in Toscana, ma in tante altre parti del mondo.

Tutti noi siamo la prova della resistenza cattolica, credo che ci si possa definire così. Uno dei cardinali “più giovani” di quelli che hanno posto i “dubia” al papa, il cardinal Walter Brandmüller, dice sempre: “Questa è l’ora dei laici”, ed è vero, perché noi possiamo constatare un po’ in tutto il mondo che è il laicato, quel laicato di cui il Concilio Vaticano II ha detto che deve essere “responsabile”, tale laicato, consapevole, a muoversi un po’ dappertutto e a chiedere ai sacerdoti e ai vescovi di celebrare la Messa nella forma tridentina, o tradizionale, o straordinaria. 

Questo fenomeno è molto interessante, perché il fatto che sia promosso soprattutto dai laici, e non dai chierici, sottolinea che la Chiesa cattolica, pur attraversando da qualche decennio una crisi considerevole, trova sempre al suo interno le forze, le energie per reagire; e questo è importante. La Chiesa non prende le forze dall’esterno per rinnovare se stessa, ma è dall’interno che essa si rigenera, perché la Chiesa è una realtà umano-divina che partecipa della potenza di Colui del quale è Corpo. 

La Chiesa è il Corpo di Cristo, che è il Capo, e quindi non dobbiamo mai dimenticare questo intimo legame che sussiste tra Capo e Corpo, e non dobbiamo mai fare l’errore di porci all’esterno della Chiesa; stando all’interno della Chiesa infatti, prendiamo parte alla vita cristiana. Per questo motivo, non ha senso mettersi contro la propria madre, anche quando ci sembra che sbagli. Bisogna imparare a convivere, un po’ come avviene tra marito e moglie quando le cose non vanno molto bene, e devono imparare a condividere tutto nella sofferenza, in attesa che le cose cambino. 

Questo significa resistenza. Se ci chiamano tradizionalisti, voi reagite, come ha detto il cardinal Sarah lo scorso anno, dicendo: “Noi siamo cattolici!”. E sapete perché? Perché la parola cattolico oggi non la usa più nessuno. Se notate bene quando si dice: “Io sono cattolico”, c’è quasi un senso di fastidio, dicono: “Siete divisivi”, cioè “Volete prendere le distanze” (da chi e da cosa?). Definirsi cattolici significa questo: noi abbiamo una identità dentro la realtà del mondo, invece che essere diluiti in esso, dove si vorrebbe che tutto fosse liquido. Dobbiamo riaffermare tale identità: “Noi siamo cattolici!” Non dobbiamo mai cadere nella trappola di coloro che, per metterci subito a tacere, ci definiscono “tradizionalisti”. Noi non siamo tradizionalisti, noi siamo cattolici! 

Il dramma odierno è che, tra i cattolici, alcuni hanno scelto di conformarsi alle mode del mondo, i modernisti; questi ultimi agiscono secondo le mode, ma la storia ci dice che seguire le mode è molto pericoloso. Esiste un proverbio francese che dice: “Chi sposa la moda oggi, domani rimane vedovo”. Perciò mai sposare le mode! Quindi noi siamo cattolici, cioè, come dice Gesù nel Vangelo, noi siamo come quello scriba “che dal tesoro trae cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). 

Non siamo amanti dei musei; semplicemente affermiamo che ciò che era sacro fino a qualche decennio fa rimane sacro ancora oggi, nonostante gli adattamenti e gli esperimenti che vediamo attuarsi nei luoghi di culto.
Allora, qual è la crisi odierna della Chiesa cattolica intesa come istituzione umana, non come realtà divina unita a Gesù Cristo? Tale crisi consiste nel voler sposare le mode del tempo presente e quindi alla fine si viene rifiutati, si viene emarginati. Accade questo perché le mode sono passeggere e, mentre noi abbracciamo una moda, ne arriva subito un’altra, quindi già diventiamo obsoleti, sorpassati dai frenetici ritmi mondani. Rimanere invece fedeli alle verità di fede di sempre, è il segreto per rimanere giovani. Ecco spiegato il fenomeno per cui sempre più giovani vogliono vivere la Messa nella forma straordinaria del rito romano. 

Quando sono andato in San Pietro a celebrare la Messa, i chierichetti che erano lì mi hanno detto: “Padre, potrebbe celebrare la Messa nuova, quella in latino? Non quella che celebrano tutti i preti, in italiano”. Per le nuove generazioni infatti è, non avendola mai conosciuta, la Messa nella forma straordinaria la nuova Messa! 

Quando Benedetto XVI disse che la crisi odierna della Chiesa dipende, in gran parte, dal crollo della liturgia, voleva dire che la liturgia ha subito un crollo, cioè è collassata su se stessa, perché invece di rappresentare la elevazione dell’uomo verso Dio, è diventata una sorta di intrattenimento a sfondo religioso, dove si fa e si parla di qualunque cosa: di sociologia, di politica, di fenomeni migratori, di ambientalismo etc. Ma così facendo la liturgia crolla su se stessa, perché essa ha la sua ragion d’essere in rapporto al culto divino. E cosa significa culto? Significa curare un rapporto. La parola “culto” deriva dal latino “colere”, che significa coltivare. Lo scopo fondamentale della vita cristiana quindi è quello di coltivare il rapporto con Dio. E qual è la maniera suprema per coltivare il rapporto con Dio? È quella di rendere culto a Lui e a Lui solo. Se tale culto, espresso massimamente nella santa Messa, diventa al contrario un imparaticcio di usi umani (Is 29,13), succede che invece di essere rivolto a Dio, esso è rivolto a noi. Per questo motivo la Messa “versus populum” è in crisi. Il cardinal Sarah l’anno scorso propose ai preti di celebrare la Messa rivolti “ad Deum”, proprio quella col Messale di Paolo VI.

Effettivamente, riprendendo la riflessione di papa Benedetto XVI, il problema della Messa del nuovo rito non è tanto l’uso delle lingue vernacole, ma è l’orientamento verso l’assemblea, è quella la chiave di volta. Sostanzialmente c’è una differenza enorme per la gente che partecipa alla Messa, vedere il prete rivolto verso di loro invece che rivolto a Dio, a Oriente. Facciamo un esempio: in questa conferenza guardate me che sono di fronte a voi, perciò nessuno pensa al crocifisso appeso alla parete dietro di me, perché io occupo la sede, quindi sono un ostacolo per la visione del crocifisso. La stessa cosa è accaduta col nuovo rito della Messa: il prete continuamente rivolto verso l’assemblea ha preso le sembianze di uno “showman” televisivo: va in giro su e giù per la navata, pone domande all’assemblea, interviene su questo o quell’ argomento. Assistendo a tutto questo si finisce col far sparire quello che è il vero protagonista della Messa: Gesù Crocifisso. Se invece il prete celebra la Messa dando le spalle all’assemblea e non al Signore cambia tutta la prospettiva, di conseguenza si comprende anche a Chi è rivolto il rito. 

E’questo in poche parole il punto cruciale, la causa principale del crollo della liturgia. La crisi risiede nel fatto che la liturgia non è più rivolta a Colui per cui viene celebrata, cioè Gesù Cristo; sia dal punto di vista fisico che spirituale. Questo concetto fa la differenza e incide sulla maniera di intendere la Chiesa e il motivo della sua esistenza: non è più intesa come il Corpo che, legato al Capo, cioè Cristo, è radunato per unire l’offerta dei singoli fedeli a quella suprema del Figlio al Padre, ma come una comunità che si riunisce, si scambia abbracci, quasi fosse una cerimonia o un convivio. 
Tutto è diventato orizzontale, non c’è più il rapporto verticale, proteso alla divinità; e questo è un elemento di grave crisi nella Chiesa. Cristo ha fondato e voluto la Chiesa perché vuole che nel mondo essa continuamente Lo annunci agli uomini di tutti i tempi, proclami il suo potere di salvare l’uomo: “Convertitevi e credete al Vangelo”, “Andate in tutto il mondo”, “Fate discepole le genti”, “Battezzatele nel mio nome”. Altrimenti perché il Signore avrebbe istituito i Sacramenti? Al loro posto poteva benissimo fondare un grande ospedale o una grande comunità di accoglienza. Ha istituito i Sacramenti perché essi sono il mezzo per salvare l’uomo, primo fra tutti l’Eucaristia, cibo e sacramento di salvezza, nutrimento fondamentale per tutta la vita dell’uomo. Senza questo nutrimento altro non siamo che spiritualmente morti. Dunque deformare la liturgia chiaramente finisce per disorientare e per far abbandonare la Chiesa da parte di tanti fedeli; così facendo la Chiesa viene meno alla sua funzione, cioè alla ragione per cui Cristo l’ha voluta, l’ha istituita: l’annunzio del Vangelo per la salvezza delle anime.

Il secondo motivo della crisi e questo: oggi si dice che bisogna essere più inclusivi: tutti devono essere ammessi in questa chiesa cosiddetta “in uscita”. Ci dobbiamo amare l’un l’altro a prescindere se siamo cristiani, musulmani, buddisti, atei etc. Siamo tutti fratelli, tutti figli di Dio, impugnano le bandiere arcobaleno. Ma davvero Gesù ha voluto questo nel momento in cui ha istituito l’Eucaristia? Non è stato proprio lui a scegliere i dodici e a voler passare la Pasqua con un numero di individui scelti da lui stesso, gli eletti? Questo ci deve far comprendere che l’Eucaristia non è per tutti. 

L’Eucaristia è il sacramento dei convertiti, di coloro che credono che Gesù Cristo è il figlio di Dio incarnato, e che pertanto hanno il diritto di cibarsi del suo Corpo. Ma se uno non si converte, rimanendo in uno stato di peccato, come può prendere parte al sacrificio di Cristo? Ricordate il discorso di Cafarnao nel sesto capitolo del vangelo di Giovanni, dove Gesù disse: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avete in voi la vita”? E molti discepoli se ne andarono perché dissero: “Queste parole sono dure!”. Questo significa che per arrivare a nutrirsi dell’Eucaristia sono richiesti dei requisiti, primo fra tutti l’essere battezzati. Non chiunque può quindi nutrirsi di questo cibo di vita eterna. L’Eucaristia è come un farmaco speciale, infatti i grandi Padri della Chiesa lo chiamavano così: il farmaco d’immortalità. 

Alcuni teologi e persino sacerdoti dicono che l’Eucaristia è come banchetto, una cena dove tutti vanno e mangiano, quasi fosse un buffet. State attenti perché è un inganno. L’Eucaristia non è un alimento qualsiasi ma la carne e il sangue di Gesù Cristo, realmente presente nel Sacramento! Per assumere farmaci speciali dobbiamo leggere attentamente le istruzioni, di modo che siamo sicuri di cosa stiamo assumendo, e soprattutto se il nostro corpo è nelle condizioni per assumerli. Non dovremmo quindi prestare molta attenzione nel verificare se siamo nelle condizioni di poterci cibare dell’Eucaristia? Essa non è un nutrimento qualsiasi, un cibo comune da poter assumere sempre e comunque. Molti osservano: “Adesso l’Eucarestia la fanno prendere anche sulla mano”. 

Rispondiamo: “Gli infermieri non utilizzano i guanti per prendere alcuni farmaci? Questo, perché non si vuole contaminare il farmaco con le proprie mani. Ciò detto, ci riteniamo davvero degni di toccare con le nostre mani l’Eucaristia? Perciò, è giusto riceverla in bocca, e proprio questo gesto sta a significare la particolarità, la specialità di questo nutrimento. Una signora mi ha detto: “Le sembra giusto che dobbiamo prendere l’Eucaristia con mani che hanno toccato i soldi per fare l’offerta?” Quella signora aveva ragione. Prenderemmo mai con le mani sporche i medicinali? Certamente no! Prendere perciò l’Eucaristia con le proprie mani fa passare l’idea che sia un alimento qualsiasi. Ma questo non è vero, e lo dice tutta la Tradizione della Chiesa, che ha sempre prescritto, a partire da Gesù Cristo, che chi non lo mangia, non passa dalla morte alla vita; anzi, questo nutrimento può diventare un veleno se non preso in grazia di Dio. San Paolo lo dice chiaro nella prima lettera ai Corinzi: “Chiunque mangia il corpo e il sangue del Signore senza riconoscerlo, mangia e beve la propria condanna”. La parola “pharmakon” in greco, vuol dire anche veleno, e l’Eucaristia potrebbe essere anche un veleno se la si prendesse in condizioni di peccato. Ecco perché è necessario – e la Chiesa lo ha sempre fatto – precisare tali condizioni. Per esempio quella di cui oggi tutti parlano: la Comunione ai divorziati risposati. Chi ha ripudiato la propria moglie o il proprio marito è in uno stato di controindicazione per ricevere l’Eucaristia, in tal caso sarebbe come assumere un veleno, in quanto la vita morale del soggetto non è consona con quanto richiesto per l’assunzione di questo farmaco di vita eterna. 

Alcuni, per legittimare la condotta immorale delle persone dicono questo: “Gesù è venuto per salvare i peccatori, e siccome Egli mangiava con i peccatori, si sedeva a mensa con i peccatori, allora l’Eucaristia è per tutti, anche per i peccatori. Attenzione, perché queste sono tesi luterane. Quindi si vorrebbe far passare l’idea che l’Eucaristia coincida con i pasti che Gesù prendeva con i peccatori, ma se leggiamo bene quel che si dice negli Evangeli, Gesù sedeva a mensa con i peccatori, ma per convertirli! Al contrario, nell’ultima cena, durante il sacrificio eucaristico erano presenti solo gli Apostoli. Quindi quello che Gesù condivideva con i peccatori era cibo comune, per aiutarli a riconciliarsi con lui. Per cui l’Eucaristia è il pasto dei peccatori riconciliati, non dei peccatori che restano nella condizione del peccato. 

Questa è la ragione per cui la Chiesa ha sempre delineato due itinerari distinti per arrivare all’Eucaristia. Il primo itinerario, che comincia col Battesimo, è per coloro che non sono ancora seguaci di Cristo: si parte dal Battesimo per arrivare all’Eucaristia. L’altro itinerario è quello penitenziale: quando abbiamo condotto una vita peccaminosa e, dopo esserci pentiti, ci convertiamo, tramite il sacramento della Penitenza ci riconciliamo col Signore, e quindi possiamo accedere all’Eucaristia. Quindi dire che l’Eucaristia è il cibo dei peccatori è errato; si deve dire piuttosto che è cibo dei peccatori riconciliati con Dio. La conversione richiede necessariamente l’abbandono della vita passata, della vita peccaminosa: solo così essa è veritiera e ci riconcilia col Signore. Quindi, si comprende come la crisi della Chiesa cattolica sia oggi abbastanza dipendente dalla concezione che abbiamo dell’Eucaristia; tale concezione deformata provoca una vera e propria profanazione di essa.

Un altro fenomeno a cui spesso assistiamo è quello dei pranzi nelle chiese. E’ vero che, in antico, san Gregorio Magno al Celio, ha dato da mangiare ai poveri nella chiesa, ma attenzione, perché questi casi singolari non volevano affermare che la chiesa fosse assimilabile a una trattoria: era il tentativo dei Padri – in assenza di altre possibilità – di chiamare i poveri o coloro che erano lontani da Dio, di avvicinarli con le mense, ma il fine primo era catechizzarli e portarli a conoscere Gesù Cristo nell’incontro sacramentale. Non appena si sono create le condizioni, hanno iniziato a costruire accanto agli edifici di culto, degli ambienti adatti a questo scopo. Oggi, quasi tutte le parrocchie hanno un edificio o un salone annessi all’edificio sacro, quindi qual è la ragione per trasformare le chiese in trattorie? Se in una diocesi esistono tanti luoghi di riunione, che senso ha fare ciò? 

In realtà c’è un senso, ed è questo: profanare l’edificio di culto, perché si pensa che l’Eucaristia sia un pasto comune, annullando di conseguenza l’aspetto sacrificale della Messa. L’Eucaristia viene snaturata, non più il frutto del sacrificio di Cristo, della sua immolazione sulla Croce, rinnovata in ogni Messa, ma una cena qualsiasi. Per questo stiamo vivendo tempi drammatici. Addirittura si è paragonata l’Eucaristia a un “momento di festa”. Ma quale festa? Più che una festa, è consapevolezza di essere stati salvati dalla Croce di Cristo, e la Croce di Cristo è il centro dell’Eucaristia; se non capiamo questo, essa non ha nessun senso. Ecco il motivo per cui nelle chiese, sull’Altare c’era sempre la Croce. Oggi la Croce viene spostata da una parte all’altra, a volte non si riesce nemmeno a individuarla. 

Il motivo per cui accade questo è che si è perso il rapporto tra l’Altare, la Croce e l’Eucaristia. Ora al posto della Croce c’è il prete in posizione frontale, la sua sedia di spalle, o al posto del tabernacolo, che invece indica il trono dove Egli risiede. L’Altare da essere la pietra che rappresenta il sepolcro, è diventato un banco di conferenze. Ecco spiegato come mai è sparita la dimensione sacrificale della Messa, cruciale per celebrare l’Eucaristia.

Ho voluto sottolineare il rapporto tra il crollo della liturgia e la crisi della Chiesa. Ripeto: questo papa Benedetto XVI lo ha ripetuto più volte: la crisi della Chiesa dipende in gran parte dal crollo della liturgia. La liturgia ha perso la sua natura e molti preti non sanno più che la vera natura della liturgia è rendere culto pubblico a Dio. Pubblico vuol dire che io, prete, non posso fare quello che voglio. Sono come un pubblico funzionario dello Stato che deve amministrare, per esempio, un rito processuale in tribunale. Un giudice o un avvocato che inventasse le procedure in un processo, immediatamente verrebbe accusato di aver viziato la forma del processo, e quindi di averla resa invalida, perché la forma custodisce la sostanza o verità dell’atto. Non è quindi nelle facoltà dei preti e vescovi, persino del papa, né tantomeno dei fedeli, cambiare la liturgia a proprio piacimento. Specialmente il papa, che è il custode massimo della liturgia, deve fare in modo che essa sia salvaguardata secondo la forma apostolica, esattamente quella che – grazie a Dio – oggi sta rinascendo proprio per merito di tanti gruppi, di tanti giovani, anche sacerdoti che comprendono quale sia la posta in gioco: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Quando la natura della liturgia viene compresa così come essa è, cioè il culto dovuto a Dio, che Dio stesso ha stabilito; quando la liturgia riprende la sua stessa natura, ecco che, pian piano, la Chiesa rinasce alla consapevolezza di appartenere a Cristo, di non essere nel mondo una comunità che si interessa innanzitutto delle questioni sociali e politiche. La CEI ha annunciato di aver commissionato uno studio per capire se i migranti che arrivano in Italia, delinquono o meno; ci saremmo aspettati che la CEI commissionasse uno studio per capire quanta gente ancora va in chiesa o perché non ci va, quanta gente ha fede in Gesù Cristo; è quello che dovrebbe fare.

Dobbiamo resistere a questa apostasia. Dobbiamo resistere con grande calma, senza mai assumere toni violenti, sempre rispettosi, sempre partendo dall’adorazione di Dio che è nei nostri cuori, ma sempre pronti a rendere ragione di ciò in cui noi speriamo, perché così rimangono confusi gli avversari; sempre con dolcezza, rispetto e buona coscienza. Lo dice san Pietro ai cristiani di Roma che, nell’incendio delle persecuzioni, avevano tutte le ragioni per insorgere e fare una rivoluzione. Dobbiamo dimostrare l’attaccamento al Signore, il quale dinanzi al tribunale giudaico (religioso) e al tribunale romano (politico), come sappiamo dal racconto della Passione, non ha mai perso la calma, ma ha sopportato, ha sofferto, ha subito tutti gli oltraggi che conosciamo. E noi non siamo più grandi di Lui; se seguiamo Lui, dobbiamo sopportare anche noi: Egli è il nostro Signore e il nostro Maestro.
Grazie.






DIBATTITO

D.: Papa Francesco che ne pensa di tutto questo?
BUX: Non sono l’interprete di papa Francesco. Probabilmente condivide quel che ho detto, se non tutto almeno in parte, visto che egli ha avallato alcuni dei fenomeni descritti. Ma, non vi preoccupate: se abbiamo il pensiero cattolico, della Chiesa, anche se il papa perdesse la testa, noi continueremmo con rispetto; perché, come dice sant’Agostino, quando i pastori dicono le loro opinioni, “pascono sé stessi”, ma chi pascola il gregge dei fedeli è il Signore. Il Signore è il pastore della Chiesa e non smette mai di pascolare il suo gregge, soprattutto quando i pastori si distraggono e fanno altro.
D.: Don Bux, lei diceva, scherzando, ma anche sul serio, di uno studio della CEI sulla conoscenza di Gesù Cristo fra i cattolici; ma questo per me vale anche, in generale, per i vescovi. Per loro, chi è Gesù Cristo? Che cosa è successo?
BUX: È successa un’apostasia, cioè un distacco dalla ragione della Fede. Ricordate che qualche anno fa Benedetto XVI disse che c’era una crisi della Fede e proclamò l’Anno della Fede. Ma perché lo fece? Perché era consapevole del fatto che, a partire dal Catechismo – che da decenni non insegna più le verità fondamentali della Fede, ma parla di Gesù come un “amico”, che ci vuole bene, che ci mette insieme, non insegna che innanzitutto Gesù è vero Dio e vero uomo, Egli è il Figlio di Dio, è la seconda Persona della SS. Trinità. Andate a chiedere ai bambini queste cose, non sanno nulla. Questa è la crisi della Fede. Salvo che, come ancora accade, ci siano genitori che reagiscono a questa situazione e dicono: “Mio figlio lo educo io, gli faccio il catechismo!” Il bambino capisce molte cose. Quando vogliamo, diciamo che non capiscono nulla. Allora, un bambino che ha cinque anni, già usa il computer, già conosce le lingue, già fa questo e quest’altro. L’importante è che sappia distinguere, come dice san Pio X, che il Corpo di Gesù Cristo non è un alimento qualsiasi. Ma se non gli si insegna anzitutto che Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità, non lo potrà mai capire. Ecco che veniamo al problema di prima cioè insegnare la specificità dell’Eucaristia. Ma, se alla prima Comunione, si dà l’ostia sulla mano, il bambino che pensa? “È un cibo qualsiasi”, “Andiamo alla cena”, “Andiamo al banchetto”. Se invece il bambino alla prima Comunione, come veniva insegnato a noi, si mette in ginocchio e apre la bocca, gli viene insegnato a chinare la testa, in raccoglimento, capisce che quello che ha ricevuto è un alimento particolare, non è un pezzo di pane qualsiasi. Questo basta dirlo a un bambino, anche di quattro anni, e lo capisce subito.
D.: Sono convinto che la crisi della Chiesa sia legata all’orientamento della liturgia, in quanto la Messa nuova non soltanto trasforma l’Altare in una mensa, ma deforma anche il Sacerdozio; e inoltre toglie la possibilità a noi laici di offrire al Signore, sulla patena del sacerdote, tutte le nostre azioni quotidiane, perché il nostro fare, trasformato in preghiera, lo offriamo a Dio nel sacrificio della S. Messa. Nella nuova Messa questo non accade e la nostra vita si trasforma in nulla. Grazie.
BUX: Quello che Lei dice è molto prezioso, perché è un elemento fondamentale della liturgia: l’offerta di noi stessi. Uno crede che il cuore della liturgia sia la Comunione; ma, voi sapete che la Comunione non sempre si può fare, chiunque laico si trovi in peccato mortale. Al contrario, l’offerta di noi stessi, sempre! Il cuore della S. Messa è l’offerta di noi stessi. “Offrite i vostri corpi in sacrificio spirituale”, dice san Paolo. Che cosa vuol dire? La nostra adorazione al Signore. A Lui offriamo le nostre pene, i nostri difetti, e il Signore ci trasforma, così come trasforma il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue, in sacrificio a Lui gradito; queste sono parole di san Paolo. Addirittura san Paolo nel testo greco di questo versetto (Rm 12,1) parla di sacrificio “logico”, “razionale”. Perché non è un sacrificio di animali, ma quello di noi stessi nella Messa, sotto la Croce di Gesù. Inoltre, viene chiamato “razionale”, nella traduzione CEI è stato tradotto in “spirituale”, ma nel Canone romano si usa ancora l’espressione “razionale”. Vuol dire “offerta della ragione”, e la ragione è la caratteristica essenziale degli esseri umani, che ci rende simili a Dio, perché Dio è Ragione per definizione, “Logos”, “Verbo”, cioè “ratio”. Ecco perché il sacrificio è “razionale”, è “logico”. “Logiké latreía” dice san Paolo, cioè “sacrificio logico”, che è necessario, giusto; e noi entriamo in rapporto con il Signore offrendo noi stessi, quasi alla stessa maniera, in cui è giusto e logico che un uomo offra se stesso alla sua donna, e viceversa. Questo è il rapporto, il culto, la nostra relazione con Dio. “Dio è amore”, “Dio ci vuole bene”, “Dio è misericordia”, d’accordo. Ma come entri in rapporto con Lui? Offrendo te stesso. Questa offerta di noi stessi è molto impegnativa. Direi che è molto più impegnativa dell’offerta che versavano gli ebrei, quando dovevano comprare un animale che costava parecchio e lo dovevano sacrificare al Signore – perché, da cosa si vede che io sono amico tuo? Se ti faccio un bel regalo. E dal regalo tu dici: “Costui mi vuole bene” – ma il Signore dice: “Io non voglio animali”, varrebbe a dire: “Non ho bisogno di cose materiali. Voglio te!”. Ecco perché il sacerdote prima e i fedeli poi, devono concepire la S. Messa come l’offerta di sé stessi. Quello che Gesù ha fatto sulla Croce: ha offerto sé stesso. Ecco perché la Messa è la rinnovazione del sacrificio della Croce. E la Comunione cos’è? È la consumazione, attenzione! La consumazione dell’offerta che abbiamo fatto, perché noi offriamo il Signore come Vittima, come Agnello immolato. Il Signore durante la Messa non sta facendo una passeggiata o allegramente battendo le mani. Il Signore nella S. Messa è in stato permanente di Mediatore, che offre sé stesso come Sommo Sacerdote al Padre. Vogliamo immaginarci Cristo durante la Messa? Immaginiamocelo così: tra noi e il Padre. Egli è il nostro Sommo Sacerdote, il nostro Mediatore, quindi in stato permanente di Vittima immolata: Egli è in questo stato fino alla fine del mondo. Questo portava padre Pio a dire: Non vorrei mai scendere dall’Altare, perché sono nella condizione, nell’attitudine di Colui che prega il Padre perché salvi il mondo, cioè salvi me. Ecco il valore infinito della Messa. Noi dobbiamo trasmetterlo a questa generazione che non l’ha ricevuto dal catechismo.
DON FEDERICO POZZA: È un’esperienza che potete fare tutti. Fino a qualche anno fa, il bambino che andava a fare la prima Comunione sapeva rispondere con poche, semplici e precise parole alla domanda: Chi è Dio? Oggi, ponete il quesito: “Chi è Dio?”. Risponderanno: “Dio è amore”, “Dio è misericordia”, tutte cose vere, ma è anche questo: è l’Essere perfetto, la Sapienza infinita, Creatore e Signore del cielo e della terra. Se un fedele non sa dare questa risposta c’è qualcosa che non va nella trasmissione della Fede. Che cos’è l’Eucarestia? Di nuovo: “È un Sacramento che sotto la specie apparente del pane, contiene realmente e sostanzialmente etc.” Queste cose, spesso, ai bambini che oggi vanno a fare la prima Comunione, non vengono più insegnate. Quindi, quel di cui mons. Bux parla è un problema reale. Queste sono definizioni che fece un famoso giurista, che era il card. Gasparri, si basavano su quanto dicevano i catechismi precedenti, razionalizzando tutta una serie di proposizioni, perché i sacerdoti facevano questo. Qualcuno riderà, ma uno dei motivi per cui noi siamo sacerdoti è trasmettere la Fede. Lo siamo per questo, per i Sacramenti. Diceva mons. Bux, che se il sacerdote non offre quello per cui esiste, cioè i Sacramenti e la Fede – che sono le due cose per cui le anime si salvano – allora, siamo come il sale che ha perso sapore: non serve più a nulla!
BUX: “Con i Sacramenti non si scherza”. La ragion qual è? Gesù ha istituito i Sacramenti per dare alla Chiesa i mezzi ordinari di salvezza per l’uomo. Il problema è che i Sacramenti, li abbiamo ridotti a dei segni sociali, da capire, da conoscere, ma privati della loro efficacia, cioè della forza che in essi c’è. Perché Gesù ha detto: “Battezzate”? Per quale ragione? Perché ha voluto che un po’ di acqua accompagnata dalla sua parola salvasse l’uomo. Ha voluto dire: se voi non “entrate” nel mio Corpo non c’è salvezza. E così fino all’ultimo Sacramento, che è l’Unzione dei malati e dei moribondi. Perché ungere un malato o un moribondo? Perché Gesù ha voluto dire: se non ricevete la forza dello Spirito, voi rimarrete prigionieri della morte. I Sacramenti sono la cosa più grande che Gesù poteva immaginare per salvare il mondo. Non ha fatto altro. La Parola di Dio è importante, certo, ma la Parola di Dio si è fatta carne, è diventata Sacramento. La Parola di Dio, se non divenisse Sacramento, servirebbe soltanto a suscitare delle buone intenzioni, ma non produrrebbe la Grazia! Questo è il punto! La Grazia di Dio, in modo ordinario, passa soltanto attraverso i Sacramenti.
D.: Gesù, a Giuda Iscariota, dopo averlo comunicato, disse: “Quel che devi fare, fallo adesso”. Ora, l’apostasia in atto, quel che deve fare, lo faccia presto!
BUX: Non è sicuro che Gesù abbia dato la Comunione a Giuda. C’è una discussione tra gli esegeti. C’è chi dice che Giuda sia andato via prima. Non sto qui a fare l’analisi dei testi, ma si può approfondire la diatriba se Giuda abbia o meno fatto la Comunione. Se l’ha fatta, chiaramente è stata indegna; probabilmente non l’ha fatta, è andato via prima. Ora, bisogna avere pazienza. È meglio che [l’apostasia] esca a tutto tondo. Noi non dobbiamo tentare il Signore, perché il Signore conosce, Lui, i tempi e i momenti. Ma possiamo pregare dicendo: “Signore, fa’ presto”.
D.: Io vorrei che don Nicola ci dicesse qualche cosa riguardo a quel che possiamo fare come laici e sull’offrire noi stessi tramite il culto divino; ecco, in tutto questo la SS. Vergine come ci può aiutare e come dobbiamo rivolgerci a Lei per la buona battaglia che ognuno, in ogni tempo che gli è dato da vivere, deve condurre? Come si può fare? Io sono degli anni ‘70, nel catechismo che ho fatto io, non se ne parlava e tanti sacerdoti stentano a parlarne.
BUX: Cos’ha fatto Maria a Cana di Galilea? Ha anticipato l’ora della salvezza. Gesù disse: “Non è ancora venuta la mia ora”, e Maria, con la sua intercessione potente ha detto ai servi: “Fate quel che Lui vi dirà”. Maria è quella che può anticipare l’ora; quindi pregheremo la Madonna perché, siccome Lei può tutto presso il Signore, anticipi l’ora. Però diremo sempre: “Sia fatta la sua volontà!”
D.: Premesso che io penso che il Signore alcuni papi li ha donati, altri li ha inflitti, io vorrei sapere da Lei come si può combattere quello che io ritengo sia un cancro per noi fedeli, specialmente per quelli che sono qui: come si fa a combattere l’antipapismo? Io concepisco tutte le critiche del mondo, ma vedo che molti non concepiscono la figura del papa – non Bergoglio, la figura del papa – come un padre di famiglia. Come si fa a combattere questo?
BUX: I medievali dicevano che il papa ha due corpi: come vicario di Cristo e come uomo. Essi distinguevano questi due corpi; dicevano che il primo corpo va sempre rispettato. Se noi cattolici mettessimo in discussione il Primato petrino, sbaglieremmo, ovviamente. Però, allo stesso tempo, questo non significa che il papa, come uomo, non sia criticabile. Nel senso che tutto quel che dice, sia ritenuto magistero autentico. Questo non è possibile perché, come si sa dalla dottrina, il papa è infallibile solo quando definisce, dichiara e proclama. Il verbo “definire”, significa che il papa fa delle affermazioni ben circoscritte, come le definizioni della matematica che dobbiamo imparare a memoria. E questo avviene in casi molto rari. C’è poi il magistero ordinario, cioè quello che appartiene all’insegnamento, che va, naturalmente, ricevuto con religioso ossequio. Ma le interviste che il papa rilascia sull’aereo, non sono magistero, altrimenti cadremmo nella papolatria, che è idolatrare il papa. Quindi, per vedere se il suo magistero è autentico, bisogna osservare se le affermazioni sono in continuità con la dottrina cattolica di cui egli è custode, altrimenti sono sue opinioni. Noi non siamo tenuti a osservare e a obbedire alle opinioni di nessuno. Il vero problema è se noi abbiamo un giudizio di Fede, per cui sappiamo distinguere ciò che è cattolico da ciò che non è cattolico. Questo è il problema: abbiamo noi il pensiero cattolico? È chiaro che la massa dei fedeli, diciamo, quella parte che ancora frequenta la Messa la domenica, o quelli che non frequentano nemmeno la Messa, sono solo battezzati, come si può pretendere che abbiano il pensiero cattolico? Quindi, penso che questo sia il modo di essere rispettosi dell’autorità del papa, ma nello stesso tempo critici di ciò che non corrisponde ad essa. Perché il papa è il custode del “depositum fidei”, non può inventare nuovi paradigmi.
D.: Io volevo chiedere: perché nelle catechesi e nelle omelie non viene mai citato il demonio? Ripenso anche alla famosa visione di Leone XIII. Io penso che molti non credono più nell’esistenza del demonio, e un sacerdote invece è tenuto a parlarne, specialmente in questi tempi.
BUX: Non è così dappertutto. Lo stesso papa Francesco ha spesso parlato del demonio, anche se in una intervista ha detto che l’Inferno non esiste, per cui non si capisce il demonio dove stia, quando non sta in giro. Però, il Catechismo sappiamo bene come parli dell’Inferno. Il fatto stesso che Lei ne parli vuol dire che nella Chiesa ci sono tante persone che sono consapevoli di queste cose. Poi, sa Lei della visione e dell’esorcismo e della preghiera di Leone XIII! D’altro lato, stiamo attenti a non mescolare la Rivelazione della sacra Scrittura e della Tradizione, con le visioni private. Le visioni private non le derideremo, ma nemmeno ne faremo un assoluto, perché sono visioni private! Anche tutta la storia di Medjugorje: consiglio, en passant, di leggere il libro edito da Cantagalli, “Comprendere Medjugorje. Visioni celesti o inganno religioso?” è documentatissimo a livello bibliografico e sitografico, e aiuta a capire questo fenomeno. Perché avviene questo? Perché c’è un proliferare di apparizioni, sensazionalismo, messaggi. È chiaro che non tutto è falso e bisogna operare una selezione; non è facile perché, dice san Paolo nella 2 Lettera ai Corinzi 11,14-15, che il diavolo si veste da angelo di luce e imita i fenomeni. Dunque, bisogna prima di tutto capire la Rivelazione, che oggi non è conosciuta. Il problema della Chiesa di oggi è che non parla molto della Rivelazione di Gesù Cristo. La parola “rivelazione” vuol dire togliere il velo, squarciare il velo del mistero e spiegare che Colui che è venuto a dirci chi è Dio, che è Padre e Figlio e Spirito Santo, è Gesù. Se non ci fosse stato Gesù, che cosa avremmo saputo noi della vita di Dio? Questa è la Rivelazione, che passa attraverso l’umanità di Gesù Cristo. Se il Verbo non si fosse fatto carne, noi non saremmo salvati! Lo dice anche Dostoevskij nei “Demoni”: la condicio sine qua non perché il mondo si salvi è: “Il Verbo si è fatto carne”, è la fede in queste parole. Se puntassimo su questo nella catechesi, nello studio, nelle omelie, allora le apparizioni, i messaggi non provocherebbero in grandi effetti, perché noi già sappiamo quello che Gesù vuole. Non abbiamo bisogno di sapere cosa vuole la Madonna. Cosa deve dire la Madonna di più di quel che è riportato nei Vangeli, che è detto nel Nuovo Testamento?
Vi ringrazio. Voi qui avete degli ottimi sacerdoti di Cristo Re, ai quali potete fare tutte le domande. Rispondono sempre e sono vicini. Infine, grazie ad Alessandro Giunti. Noi rimaniamo in contatto, attraverso il sito: www.ilpensierocattolico.it, condotto da miei amici molto bravi. Dobbiamo sempre resistere con buona e retta Fede, ma anche con grande Carità.





Fonte: Coordinamento Toscano Benedetto XVI