domenica 11 novembre 2018

Ѐ diabolico che la Chiesa si adatti ad una cultura di morte






Nella traduzione di Chiesa e post-concilio da LifesiteNews i brani essenziali di un interessante discorso del Card. Burke ai giovani riuniti a Roma per conferenza della gioventù di Voice of the family.



11 novembre 2018

Il cardinale Raymond Burke non ha usato mezzi termini in un recente discorso ai giovani riuniti a Roma, definendo “diabolica” l’attuale “situazione” della Chiesa che sembra cerchi di “adattarsi” al mondo e alla sua “cultura di morte”. Il mondo e la cultura stanno avvitandosi in un declino vertiginoso con attacchi alla vita, all’integrità della famiglia e alla libertà di coscienza, e quindi è necessario che la Chiesa pronunci la verità “forte e chiara” come mai prima, ha detto. Ed ha aggiunto: “Eppure, dà l’impressione di tentare di avvicinarsi a questa cultura, che è veramente una cultura di morte, e in qualche modo adattarsi ad essa”, continuando: “Questa, a mio giudizio, è davvero una situazione diabolica”.
Burke, nel corso della Conferenza per i giovani di Voice of Family del 20 ottobre scorso, ha descritto come la Chiesa ora offra un falso tipo di “misericordia”, che ha definito un “tipo di espressione dell’amore e della preoccupazione della Chiesa per l’umanità, come se potessimo amare il nostro prossimo a prescindere dal parlare dalla verità e dall’agire secondo verità”.

Papa Giovanni Paolo II lo ha testimoniato e lo ha insegnato durante tutto il suo pontificato, “invocando una nuova evangelizzazione” che, egli sosteneva, non significa solo “andare per il mondo per portare il Vangelo” ma che anche la Chiesa aveva bisogno “di essere evangelizzata di nuovo al suo interno perché i mali del secolarismo e del relativismo erano entrati nella Chiesa stessa “.

La nuova evangelizzazione non è “qualche nuovo programma; non è un approccio inventato da noi “, ha detto Burke. È Gesù Cristo stesso, “che viene a noi immancabilmente”. Ed ha aggiunto: “Abbiamo bisogno di avvicinarci a Lui alla sua verità, di avvicinare il suo amore nei sacramenti e di vivere la vita della Chiesa con la massima integrità possibile”.


Riconoscere il peccato, chiamandolo con il suo nome e ripararlo
La “terribile crisi” nella Chiesa cattolica negli Stati Uniti “peggio di così non potrebbe essere”, ha affermato Burke. Il Cardinale disdegna i leader della Chiesa che propongono soluzioni che richiedono la creazione di “nuove commissioni” e il lancio di “nuovi programmi” che trascurino il cuore del problema.

“Quello con cui abbiamo a che fare è un peccato grave”, e può essere affrontato solo “riconoscendo e chiamando con il suo nome il peccato, assumendone la responsabilità e riparandolo”.
Il Cardinale ha esortato i giovani ad amare la Chiesa e a non abbandonarla mentre attraversa momenti difficili. “Voglio semplicemente incoraggiare il vostro amore per la Chiesa”, ha implorato i giovani seduti davanti a lui. “Purtroppo, molte persone che si scandalizzano per la situazione… maturano l'idea di abbandonare la Chiesa”.

Chi si è avvicinato alla Chiesa cattolica da adulto perché ha visto che è quella che rimane fedele alla tradizione apostolica” ora “hanno l’impressione che quella stessa Chiesa stia diventando una denominazione protestante in più”, raccogliendo e scegliendo “tra verità della nostra fede e verità sulla vita morale”.

Afferma il cardinale che, nonostante i peccati di alcuni esponenti della Chiesa, la Chiesa stessa rimane il santo, mistico Corpo di Cristo e aggiunge:

A causa dei gravi peccati di alcuni gerarchi della Chiesa, la nostra è una situazione difficile. È uno scandalo per noi, ma l’unica risposta è nostro Signore Gesù Cristo: i suoi insegnamenti, i suoi sacramenti e il suo governo della nostra vita nella Chiesa.
Quindi voglio molto incoraggiarvi in questo modo, e anche incoraggiarvi a essere sensibili a coloro che sono molto sofferenti per questo scandalo e a cercare di aiutarli a capire che, nonostante la grande confusione e divisione che è entrata nella vita della Chiesa, essa rimane il santo, mistico Corpo di Cristo.
...Vi esorto a affidarvi alla cura materna della Madre della Chiesa, la Beata Vergine Maria, la Madre del nostro Salvatore che egli ci ha dato come nostra Madre mentre stava morendo sulla Croce.

Egli ha poi incoraggiato i giovani a resistere alle seducenti dottrine. Una delle grandi confusioni nella Chiesa di oggi è che “sembra mostrare il suo amore per l’uomo peccatore giustificando il suo peccato, non essendo chiaro sul peccato e quindi svuotando l’opera redentrice di Cristo del suo significato”.

Citando la lettera enciclica di San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, ha detto:

Nessuna assoluzione offerta da accattivanti dottrine, anche nei campi della filosofia e della teologia, può rendere l’uomo davvero felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono concedere pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita.

Come ha fatto con i servitori a Cana, “La nostra Madre Benedetta ci istruirà sempre in questo”, continua Burke. “Lei ci porta sempre a nostro Signore, con le istruzioni, ‘fate quello che vi dirà'”.
E ogni giorno riprende “la Croce della oblazione di noi stessi nell’amore puro e disinteressato”, ha aggiunto.






[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]






venerdì 9 novembre 2018

Domenica 11 novembre 2018 Badia di Vaiano: Messa in Latino per la Festa di San Salvatore






Pubblichiamo il comunicato stampa dell'Associazione nazionale Case della Memoria, inviatoci dall'amico Adriano Rigoli, coordinatore della Casa della Memoria di Agnolo Firenzuola 




Festa di San Salvatore, torna la Messa in latino 
A Vaiano la celebrazione con il Rito romano antico 

Appuntamento domenica 11 novembre (ore 18) 
nella chiesa della Badia di Vaiano



Vaiano, 8 novembre 2018 - A Vaiano si torna a celebrare la Festa di San Salvatore con la Messa in rito romano antico. La celebrazione si terrà domenica 11 novembre alle (ore 18) nella chiesa della Badia di Vaiano. L’iniziativa è promossa dalla Parrocchia di Vaiano con il parroco don Marco Locati e dal Museo della Badia di Vaiano-Casa della Memoria di Agnolo Firenzuola con il suo coordinatore Adriano Rigoli. La messa sarà celebrata da don Matteo Maria Lombardi parroco di San Giorgio a Castelnuovo di Prato.

La Messa in rito romano antico in Latino si celebra da undici anni in occasione della Festa di San Salvatore, titolare dell'antica abbazia vallombrosana di Vaiano, che ricorre il 9 novembre. La Festa era caduta in disuso ma in seguito agli studi di Adriano Rigoli sul crocifisso di Beirut e vista la fondazione altomedievale della Badia di Vaiano, nel 2008 si è ripreso a celebrare il rito antico, proprio nell'anno in cui si ricordava il bicentenario della soppressione napoleonica del monastero (1808). La Messa in Latino per la Festa di San Salvatore è stata stabilita in seguito al Motu Proprio "Summorum Pontificum" del 7 luglio 2007 (entrato in vigore il 14 settembre 2007) del Papa Benedetto XVI che ha liberalizzato l'antica liturgia romana.

«La Messa in Latino in rito antico torna a Vaiano per la Festa di San Salvatore per l'undicesimo anno consecutivo spiega Adriano Rigoli -. Lo scorso anno si era cominciato a celebrare a Vaiano una Messa in Latino a cadenza mensile ma poi la programmazione si è interrotta; tuttavia sono tante le richieste che giungono perché questo appuntamento venga ripreso. Mi auguro che nel prossimo futuro si possa riprendere a Vaiano la celebrazione mensile della Messa in rito romano: la liturgia antica è un grandissimo patrimonio culturale oltre che religioso, che ha influenzato l'arte, la letteratura, la musica nei secoli, ma è anche oggi un patrimonio vivo per tutti noi».
 
Nel chiostro rinascimentale della Badia di Vaiano:
 affresco cinquescentesco che raffigura

il Miracolo del Crocifisso di Beirut che è all'origine
della festa di San Salvatore 
 



Associazione Nazionale Case della Memoria
L’Associazione Nazionale Case della Memoria mette in rete 70 case museo in 12 regioni italiane (Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna) che hanno deciso di lavorare insieme a progetti comuni e per promuovere questa forma museale in maniera più incisiva anche in Italia. Abitazioni legate a tanti personaggi della cultura italiana: Dante Alighieri, Giotto, Giovanni Boccaccio, Francesco Datini, Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Francesco Cavassa e Emanuele Tapparelli d’Azeglio, Agnolo Firenzuola, Pontormo, Benvenuto Cellini, Filippo Sassetti, Lorenzo Bartolini, Silvio Pellico, John Keats e Percy Bysshe Shelley, Francesco Guerrazzi, Giuseppe Verdi, Elizabeth Barrett e Robert Browning, Pellegrino Artusi, Corrado Arezzo de Spucches e Gaetan Combes de Lestrade, Giosuè Carducci, Sidney Sonnino, Giovanni Pascoli, Giacomo Puccini, Ferruccio Busoni, Maria Montessori, Enrico Caruso, Giorgio e Isa de Chirico, Antonio Gramsci, Raffaele Bendandi, Piero Bargellini, Enzo Ferrari, Primo Conti, Leonetto Tintori e Elena Berruti, Indro Montanelli, Italo Zetti, Ivan Bruschi, Ilario Fioravanti, Goffredo Parise, Barbara Marini Clarelli e Francesco Santi, Loris Jacopo Bononi, Giorgio Morandi, Sigfrido Bartolini, Venturino Venturi, Luciano Pavarotti, Robert Hawthorn Kitson con Frank William Brangwyn e Daphne Phelps, Elémire Zolla, Toti Scialoja e Gabriella Drudi, Gabriele D’Annunzio (il Vittoriale degli Italiani), Papa Clemente XII, Giacinto Scelsi e Giulio Turci, Filadelfo e Nera Simi, Secondo Casadei, Carlo Levi, Domenico Aiello e Michele Tedesco, Marino Moretti, Augusto e Anna Maria Radicati, Mauro Giuliani, Carlo Mattioli, Michelangelo Buonarroti, Sofia ed Emanuele Cacherano, Michele De Napoli e con il Cimitero di Porta a Pinti (cosiddetto Cimitero degli Inglesi) e il Cimitero degli Allori a Firenze.
L’Associazione Nazionale Case della Memoria è in Italia l’unica rete museale di case museo di personaggi illustri a livello nazionale e partecipa alla Conferenza Permanente delle Associazioni Museali Italiane di ICOM Italia. Info: www.casedellamemoria.it



















giovedì 8 novembre 2018

Quell’11 settembre di Paolo VI e monsignor Lefebvre





by Aldo Maria Valli, 07-11-2018

«Lei si trova in una posizione terribile! Lei è un antipapa!».

«Non è vero. Io cerco solo di formare sacerdoti secondo la fede e nella fede».

Immaginiamo la scena. Da una parte il papa, Paolo VI, settantanove anni, colui che ha portato a termine il Concilio Vaticano II. Dall’altra monsignor Marcel Lefebvre, settantuno anni, l’arcivescovo che non accetta il Concilio e ha fondato la Fraternità sacerdotale San Pio X.

Il confronto avviene nella residenza estiva del papa, a Castel Gandolfo. È l’11 settembre 1976. I due anziani sono divisi su tutto, eppure entrambi si sentono al servizio della santa Madre Chiesa. E cercano un accordo. Che non ci sarà.

Il 22 luglio di quel 1976 monsignor Marcel Lefebvre, che ha fondato la Fraternità sacerdotale San Pio X sei anni prima, si è visto comminare dalla Santa Sede la gravissima pena della sospensione a divinis. È la conseguenza delle ordinazioni sacerdotali conferite da Lefebvre a Ecône, ma l’arcivescovo, che si oppone strenuamente alle riforme apportate dal Concilio Vaticano II, non demorde. «Noi siamo con duemila anni di Chiesa e non con dodici anni di una nuova chiesa, una “chiesa conciliare”», dice il 22 agosto, nella festa del Cuore Immacolato di Maria, citando la lettera con la quale monsignor Giovanni Benelli gli ha chiesto un atto di sottomissione.

«Io non conosco questa “chiesa conciliare” – dice Lefebvre –, io conosco solo la Chiesa cattolica. Dunque dobbiamo restare fermi nelle nostre posizioni. In nome della nostra fede, dobbiamo accettare qualsiasi cosa, qualsiasi sopruso, anche se ci disprezzano, anche se ci scomunicano, anche se ci infliggono pene, anche se ci perseguitano».

Il momento è drammatico. Alcuni commentatori non esitano a parlare di scisma imminente e i margini di manovra sembrano ormai ridottissimi.

Tuttavia è proprio in quel frangente che si apre la possibilità di un incontro tra monsignor Lefebvre e Paolo VI. Si tratta appunto del colloquio dell’11 settembre 1976 a Castel Gandolfo, e ora, grazie al libro di padre Leonardo Sapienza La barca di Paolo, disponiamo della sua trascrizione completa: otto pagine dattiloscritte, anche con l’ora di inizio e fine del confronto (dalle 10:27 alle 11:05), redatte da un verbalizzatore d’eccezione, ovvero lo stesso monsignor Benelli, all’epoca sostituto della segreteria di Stato e che pochi mesi sarà promosso arcivescovo di Firenze e creato cardinale.

Un po’ in italiano e un po’ in francese, alla presenza, oltre che di Benelli, anche del segretario particolare del papa, don Pasquale Macchi, il colloquio si apre con quella che Lefebvre, più tardi, parlandone con alcuni seminaristi, definirà «una tempesta».

Il papa e il monsignore francese si conoscono da tempo e in passato, ai tempi di Milano, l’allora arcivescovo Montini ha espresso pareri lusinghieri su Lefebvre. Poi si sono incontrati durante la fase preparatoria del Concilio voluto da Giovanni XXIII. Ma Paolo VI quell’11 settembre non è intenzionato a fare sconti. Esordisce: «Lei mi condanna, io sono modernista, protestante. È inammissibile! Lei si comporta male». Dice: «Spero di avere di fronte a me un fratello, un figlio, un amico», ma accusa Lefebvre senza mezzi termini: «Purtroppo la posizione da lei presa è quella di un antipapa. Ella non ha consentito alcuna misura nelle sue parole, nei suoi atti, nel suo comportamento».

In gioco, spiega il pontefice, non è la persona, ma il papa: «E lei ha giudicato il Papa come infedele alle Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile, ma lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità».

Monsignor Lefebvre replica in modo più morbido nei toni, ma con identica fermezza nella sostanza. Pur ammettendo che forse alcune delle sue parole sono state inopportune, spiega di non aver mai voluto colpire il papa e soprattutto dice che le sue iniziative sono soltanto una risposta fornita a esigenze manifestate da persone che vogliono restare fedeli alla Chiesa di sempre: «Non sono io che voglio creare un movimento; sono le persone fedeli che sono straziate dal dolore e non accettano certe situazioni. Io non sono il capo dei tradizionalisti. Io sono un vescovo che, straziato dal dolore per ciò che accade, ha cercato di formare dei sacerdoti come faceva prima del Concilio. Mi comporto esattamente come prima del Concilio. Perciò non riesco a capire come sia possibile che all’improvviso mi si condanni per il fatto di formare dei sacerdoti nell’obbedienza alla sana tradizione della santa Chiesa».

A questo punto Paolo VI invita monsignor Lefebvre a proseguire nella sua spiegazione, e il fondatore della Fraternità San Pio X afferma: «Molti sacerdoti e molti fedeli pensano che è difficile accettare le tendenze che si sono fatte il giorno dopo il Concilio ecumenico Vaticano II sopra la liturgia, sulla libertà religiosa, sulle relazioni tra la Chiesa e gli Stati cattolici, sulle relazioni della Chiesa con i protestanti. Non si vede come quanto si afferma sia conforme alla sana Tradizione della Chiesa. E, ripeto, non sono il solo a pensarlo. C’è tanta gente che la pensa così. Gente che si aggrappa a me e mi spinge, spesso contro la mia volontà, a non cedere. Non so che cosa fare. Io cerco di formare dei sacerdoti secondo la fede e nella fede. Quando guardo agli altri seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati e disprezzati dai vescovi, quelli che invece sono apprezzati sono quelli che vivono una vita secolare, che si comportano come la gente del mondo».

Paolo VI a questo appunto ammette che il Concilio ha dato adito ad «abusi» e spiega che sta lavorando per eliminarli, ma rimprovera a monsignor Lefebvre di non cercare di capire le ragioni del papa che si sta impegnando per assicurare alla Chiesa la fedeltà alla tradizione e nello stesso tempo la rispondenza alle nuove esigenze. Noi, dice il papa, «siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole».

Lefebvre replica a sua volta che la battaglia intrapresa è a difesa della fede. Quello che si legge nei testi del Concilio, dice riferendosi in particolare alla libertà religiosa, è contrario a quanto hanno detti i papi precedenti, e ciò è inammissibile.

I singoli argomenti, osserva il papa, non possono essere trattati in un’udienza. Ciò di cui si sta discutendo «è la sua attitudine contro il Concilio». Ed è a questo punto che il confronto prende le caratteristiche del classico dialogo tra sordi.

Monsignor Lefebvre: «Io non sono contro il Concilio, ma contro alcuni dei suoi atti».

Paolo VI: «Se non è contro il Concilio, deve aderire ad esso, a tutti i documenti».

Monsignor Lefebvre: «Occorre scegliere fra quello che ha detto il Concilio e quello che hanno detto i vostri Predecessori».

Paolo VI: «Come ho detto, ho preso nota delle sue perplessità».

A questo punto Lefebvre, avendo l’opportunità di rivolgersi direttamente al papa, formula «una preghiera» a nome di tutti i fedeli che non vogliono allontanarsi dalla tradizione: «Non sarebbe possibile – chiede – che i vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?».

Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».

Eppure «il Concilio – osserva Lefebvre – ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema che tormenta tanti cattolici nell’attuale situazione. Per quanto mi riguarda, sono pronto a tutto, per il bene della Chiesa: che qualcuno della Sacra Congregazione dei Religiosi sia preposto alla vigilanza del mio seminario; non farò più conferenze, resterò nel mio seminario. Prometto che non ne uscirò più; si potrebbero fare degli accordi con i vari vescovi per mettere i seminaristi al servizio delle loro rispettive diocesi ; eventualmente, si potrebbe nominare una Commissione per il Seminario, in accordo con monsignor Adam [Nestor Adam, vescovo di Sion, nel Canton Vallese, sul territorio del quale si trova il seminario di Ecône, ndr]».

Paolo VI ricorda a Lefebvre che il vescovo Adam «è venuto a parlarmi a nome della Conferenza Episcopale Svizzera, per dirmi che non poteva più tollerare la sua attività… Che devo fare? Cerchi di rientrare nell’ordine. Come potete considerarvi in comunione con Noi, quando prende posizione contro di Noi, di fronte al mondo, per accusarci d’infedeltà, di volontà di distruzione della Chiesa?».

«Non ne ho mai avuto l’intenzione…», si difende Lefebvre. Ma Papa Montini lo incalza: «Lei lo ha detto e lo ha scritto. Sarei un Papa modernista. Applicando un Concilio Ecumenico, io tradirei la Chiesa. Lei comprende che, se fosse così, dovrei dare le dimissioni; ed invitare Lei a prendere il mio posto a dirigere la Chiesa».

Lefebvre: «La crisi della Chiesa c’è».

Paolo VI: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa».

Lefebvre: «Non sono giudicato come dovrei».

Paolo VI: «Il Diritto Canonico la giudica. Si è accorto Lei dello scandalo e del male che ha fatto alla Chiesa? Ne è cosciente? Si sentirebbe di andare, così, davanti a Dio? Faccia una diagnosi della situazione, un esame di coscienza e si domandi poi, davanti a Dio: che devo fare?».

Lefebvre: «A me pare che aprendo un po’ il ventaglio delle possibilità di fare oggi quello che si faceva in passato, tutto si aggiusterebbe. Questa sarebbe la soluzione immediata. Come ho detto, io non sono capo di un movimento. Sono pronto a rimanere chiuso per sempre nel mio Seminario. La gente prende contatto con i miei sacerdoti e rimane edificata. Sono giovani che hanno il senso della Chiesa: sono rispettati nella strada, nel metro, dappertutto. Gli altri sacerdoti non portano più l’abito talare, non confessano più, non pregano più. E la gente ha scelto: ecco i preti che vogliamo».

Lo sa il papa, chiede a questo punto l’arcivescovo, che in Francia ci sono «almeno quattordici canoni» usati per la preghiera eucaristica?

Paolo VI risponde: «Non solo quattordici, ma un centinaio. Ci sono abusi; ma è grande il bene portato dal Concilio. Non voglio tutto giustificare; come ho detto sto cercando di correggere là dov’è necessario. Ma è doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».

Lefebvre: «Non dico che tutto sia negativo. Io vorrei collaborare all’edificazione della Chiesa».

Paolo VI: «Ma non è così, di certo, che Lei concorre all’edificazione della Chiesa. Ma è cosciente di quello che fa? È cosciente che va direttamente contro la Chiesa, il Papa, il Concilio Ecumenico? Come può arrogarsi il diritto di giudicare un Concilio? Un Concilio, dopo tutto, i cui atti, in gran parte, sono stati firmati anche da Lei. Preghiamo e riflettiamo, subordinando tutto a Cristo ed alla sua Chiesa. Anch’io rifletterò. Accetto con umiltà i suoi rimproveri. Io sono alla fine della mia vita. La sua severità è per me un’occasione di riflessione… Son sicuro che anche Lei rifletterà. Lei sa che ho avuto per Lei stima, che ho riconosciuto le sue benemerenze, che ci siamo trovati d’accordo, al Concilio, su molti problemi…».

«È vero», riconosce Lefebvre.

«Lei comprenderà – conclude Paolo VI – che non posso permettere, anche per ragioni che direi “personali”, che Lei si renda colpevole di uno scisma. Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male… Dobbiamo ritrovare l’unione nella preghiera e nella riflessione».

Il colloqui si conclude e monsignor Benelli annota: «Il Santo Padre ha quindi invitato Mons. Lefebvre a recitare con Lui il “Pater Noster”, l’“Ave Maria”, il “Veni Sancte Spiritus”».

Dopo quell’11 settembre non ci saranno altri incontri.

Il 14 settembre, intervistato dalla televisione francese, Lefebvre si mostrerà fiducioso: «Si sta instaurando un nuovo clima, si è rotto il ghiaccio»; e due giorni dopo scriverà al papa per ringraziarlo dell’udienza: «Un punto in comune ci unisce: il desiderio ardente di veder cessare tutti gli abusi che sfigurano la Chiesa».

Ma la distensione non ci sarà. L’11 ottobre Paolo VI risponderà: «Lei parla come se avesse dimenticato le parole e i gesti scandalosi contro la comunione ecclesiale che lei non ha mai ritrattato. Lei non manifesta pentimento neppure per quella che è stata la causa della sua sospensione a divinis Lei non esprime esplicitamente la sua adesione all’autorità del Concilio Vaticano II e della Santa Sede – il che costituisce l’essenza del problema – e prosegue la sua propria opera, che l’autorità legittima le ha espressamente domandato di interrompere».

Come scrive don Christian Thouvenot (La Tradizione Cattolica, n. 2, 2018, pag. 33), con la pubblicazione del libro di padre Sapienza abbiamo ora a disposizione due fonti sull’incontro dell’11 settembre 1976. La prima era costituita dal racconto che lo stesso monsignor Lefebvre fece ai seminaristi di Ecône in due conferenze che furono registrate e sulle quali si basa la ricostruzione fatta da monsignor Tissier de Mallerais nel suo libro Marcel Lefebvre. Une vie.

Il verbale redatto da Benelli, scrive Thouvenot, rispecchia il racconto di Lefebvre nei suoi elementi essenziali, ma c’è una differenza. Il resoconto di Benelli infatti non menziona per nulla il rimprovero che, stando a Lefebvre, Paolo VI avrebbe mosso all’arcivescovo per il giuramento contro il papa che, secondo Montini, veniva richiesto ai seminaristi a Ecône.

Ecco qui di seguito, circa la questione del giuramento, la versione del colloquio riportata da Lefebvre.

Paolo VI: «Lei non ha il diritto di opporsi al Concilio. Lei è uno scandalo per la Chiesa, lei distrugge la Chiesa. È terribile, lei solleva i cristiani contro il Papa e contro il Concilio. Nella sua coscienza non sente nulla che la condanna?».

Monsignor Lefebvre: «Assolutamente no».

Paolo VI: «Lei è un incosciente».

Monsignor Lefebvre: «Io ho la coscienza di continuare la Chiesa. Formo dei buoni sacerdoti…».

Paolo VI: «Non è vero, lei forma dei sacerdoti contro il Papa, lei fa firmare loro un giuramento contro il Papa!».

Monsignor Lefebvre: «Io? Com’è possibile, Santo Padre, che lei mi dica una cosa del genere? Io, far firmare un giuramento contro il Papa! Potrebbe mostrarmi una copia di questo “giuramento”?».

Paolo VI: «Lei condanna il Papa! Che ordine mi dà? Che devo fare? Devo dare le dimissioni, così prenderà il mio posto?».

Secondo Lefebvre, alla notizia che a Ecône non si facevano giuramenti contro il papa, Paolo VI rimase «basito, perché era veramente convinto della verità di questa informazione che, probabilmente, gli era stata data dal cardinale Villot».

Comunque sia, il colloquio dell’11 settembre 1976 non ebbe risultati. Paolo VI sperava in una dichiarazione pubblica con la quale Lefebvre ritrattasse le sue affermazioni contro il Concilio; Lefebvre sperava in un gesto del papa a favore dei cattolici «tradizionalisti». Nessuno dei due ottenne ciò che desiderava.

Aldo Maria Valli











mercoledì 7 novembre 2018

Marthe Robin: una mistica contemporanea





Claudio Dalla Costa

Una figura singolare del nostro tempo, mistica straordinaria
, di cui è in corso a Roma il processo di beatificazione, è quella di Marthe Robin, vissuta dal 1902 al 1981. Segnata ben presto dalla malattia che la ridurrà paralizzata a letto, dal 1928 fino alla morte si ciberà esclusivamente della sola eucaristia ricevuta una volta la settimana. Starà per più di cinquant’anni senza mangiare, senza bere e senza dormire.

Stesa su di un lettino, colpita anche da cecità, rivivrà ogni fine settimana la passione del Signore
con indicibili sofferenze, tanto da essere una sindone vivente. Ciò nonostante, riceverà al suo capezzale circa centomila persone, di tutte le età e di ogni condizione sociale, tra cui migliaia di preti, una cinquantina di vescovi e superiori maggiori di Ordini Religiosi e venti cardinali per donare loro una parola di speranza e di sapienza, per illuminarli sulle concrete situazioni della vita e accompagnarli nella preghiera. Dirà: “Ho trovato la gioia, l’unica possibile: vivere per gli altri, per la loro felicità soprannaturale; provo un desiderio immenso ad irradiare la Verità, diffondere l’Amore, di seminare in altre anime i tesori spirituali che in me abbondano ogni giorno”.

Marthe era una persona semplice, umile e con uno spiccato senso dell’umorismo
. Attenta ai bisogni di tutti, inviava pacchi dono ai carcerati e ai missionari. Intratteneva scambi epistolari con centinaia di persone che si rivolgevano a lei per i consigli più disparati.

La sua è stata una guida sicura per orientare sacerdoti in crisi di fede
, aiutare coppie di sposi in difficoltà, dare speranza agli ammalati e sostenere i giovani nella ricerca della propria vocazione. Tante persone uscendo dalla sua camera hanno ridato un senso alla vita, hanno scoperto l’amore di Dio per loro, hanno deciso di spendere la propria vita a servizio del prossimo. Una predilezione speciale Marthe l’aveva per quelle coppie che si rivolgevano a lei per avere figli e che grazie alla sua intercessione hanno potuto coronare il loro sogno.

Molto attenta al dramma dell’aborto
, quando verrà a sapere che un grande ospedale di Lione ha equipaggiato un reparto per praticare l’aborto dice: “È un vero mattatoio…Ci si indigna davanti a tutti questi morti della guerra e si lasciano massacrare questi piccoli innocenti. Si trova tutto ciò normale? Non si può trovare tutto ciò normale…E soffrono questi piccoli”.

Grazie all’aiuto di padre George Finet
, incontrato provvidenzialmente, riuscirà a fondare i Foyers de Charité, case per ritiri spirituali gestite da persone consacrate e da laici, che ora sono presenti in tutto il mondo. La Santa Sede, nel 1984, ha riconosciuto i Foyers de Charité come Associazione di fedeli di diritto internazionale.

Il Cristo conosciuto e amato da Marthe è scandalo e follia
per chi pretenderebbe di accontentarsi di un cristianesimo per mediocri, compatibile con lo spirito del mondo. Cosciente che la messa è il memoriale del sacrificio di Cristo, Marthe interpreta tutta la sua vita come una eucaristia. Dirà: “La mia vita è una messa continua. Non ho mai l’impressione che il mio letto sia un letto, è un altare, è la croce”. Di lei padre Jacques Ravanel scriverà: “Il suo cuore che batte al ritmo del Cuore di Dio ama il mistero di ogni uomo”.

Marthe ha irradiato Dio
. Lei ha creato legami di amicizia e preghiera con nuove comunità sorte a metà del ‘900 quali: Le piccole sorelle di Gesù, fondate da piccola sorella Magdeleine, che hanno come carisma l’adorazione eucaristica e la condivisione della vita dei poveri e degli emarginati; i Foyers Claire-Amitiè, un’associazione apostolica universale di laiche, impegnate in gruppi comunitari per dedicarsi alla promozione delle giovani donne in difficoltà.

Il Nid, fondato da padre Talvas
, con lo scopo di recuperare le prostitute e aprirle al mistero della fede, l’Arca di Jean Vanier, che ha come obiettivo il creare comunità ispirate alle beatitudini evangeliche dove handicappati e assistenti vivono insieme.

Un cenno particolare merita la comunità dell’Emmanuel
che oggi è la più grande comunità carismatica del mondo. Fondata da due laici, nel 1972, Pierre Goursat e Martine Lafitte, dal 1975 il centro spirituale della comunità è il santuario di Paray-le-Monial dove Gesù si rivelò nel XVII secolo a santa Margherita-Maria Alacoque. I suoi membri sono specializzati nell’evangelizzazione e nella difesa della vita umana.

Mi piace concludere con quanto scrive l’accademico francese Jean Guitton
nella biografia che ha dedicato a Marthe. “Jean Paul Sartre ha scritto che la vita è una passione inutile. La vita di Marthe Robin è stata una passione utile”.




















venerdì 2 novembre 2018

Il Purgatorio "toccato" dai Santi






Con il presente piccolo florilegio tratto dagli scritti dei santi, si può toccare con mano non solo la realtà del Purgatorio – luogo di necessaria purificazione dell’anima salva –, ma anche la condizione di quelle anime e l’urgente necessità che esse hanno del nostro aiuto.


di Raimondo Giuliani

San Pier Damiani (1007-1072), cardinale e dottore della Chiesa, racconta che, ai suoi tempi, era abitudine per gli abitanti di Roma visitare le chiese con candele accese la notte della vigilia dell’Assunzione.
Un anno avvenne che una nobile signora, mentre pregava nella basilica “Santa Maria in Aracoeli”, vide davanti a sé una dama che lei ben conosceva e che era morta da un anno: si chiamava Marozia ed era sua madrina di Battesimo. Le disse che al momento era immersa nel Purgatorio a causa dei peccati di vanità commessi in gioventù e che il giorno seguente sarebbe stata liberata con molte migliaia di anime in occasione della festa dell’Assunzione. Disse: «Ogni anno, la Vergine Maria rinnova questo miracolo di misericordia e libera un numero tanto grande quanto la popolazione di Roma [a quel tempo 200.000 abitanti]. Noi, anime purganti, in questa notte ci avviciniamo a questi santuari a Lei consacrati. Se tu potessi vedere, vedresti una grande moltitudine insieme con me. A riprova della verità di quanto ti dico, ti annuncio che morirai tra un anno proprio in questa festa».
San Pier Damiani riferisce che davvero questa pia donna morì l’anno dopo e che si era ben preparata per salire al cielo nel giorno della festa di Maria.

San Nicola da Tolentino, vissuto nel XIII secolo (1245-1305), ebbe un’esperienza mistica che poi lo rese patrono delle anime del Purgatorio. Un sabato notte, dopo una prolungata preghiera, era nel suo letto e cercava di addormentarsi, quando udì una voce lamentosa che gli diceva: «Nicola, Nicola, guardami se mi riconosci! Sono il tuo fratello e compagno fra’ Pellegrino; da tanto tempo soffro grandi pene nel Purgatorio. Per questo ti chiedo di offrire domani la santa Messa per me per vedermi alfine liberato e andare nei Cieli... Vieni con me e guarda». Il Santo lo seguì e vide una pianura immensa coperta d’innumerevoli anime, entro i turbini di fiamme purificatrici, anime che tendevano le loro mani, lo chiamavano e gli chiedevano aiuto. Commosso a questa vista, Nicola informò il superiore, il quale gli diede il permesso di celebrare per diversi giorni la Messa per le anime del Purgatorio. Dopo sette giorni, gli apparve di nuovo fra’ Pellegrino, risplendente e glorioso, insieme ad altre anime, per ringraziarlo e dimostrargli l’efficacia delle sue suppliche.
Da qui ha origine la devozione del settenario di san Nicola per le anime del Purgatorio, che consiste nel far celebrare per sette giorni di seguito la Messa per le anime del Purgatorio.

Nella vita di santa Caterina de Ricci (1522-1590) si narra che il 19 ottobre 1587 morì Francesco, granduca di Toscana e grande benefattore della Santa e del suo monastero. Ella chiese a Dio di prendere su di sé tutte le pene che il granduca avrebbe dovuto soffrire nel Purgatorio. Per quaranta giorni accadde un fenomeno inspiegabile per i medici. Il suo corpo sembrava come di fuoco. Non poteva essere toccata senza scottarsi, al punto che la sua cella appariva in mezzo alle fiamme. Era terribile vederla soffrire senza poter aiutarla. Passati i quaranta giorni e scontate tutte le pene del granduca, Caterina tornò ad essere la persona normale di sempre. Il granduca le apparve glorioso e splendente perché ormai andava in Cielo. Questo evento, così come quelli di altri santi, è un caso straordinario di espiazione a favore delle anime del Purgatorio.

Nei documenti del processo di beatificazione di padre Domenico di Gesù e Maria(1559-1630) carmelitano, si narra che, quando i suoi superiori lo mandarono a Roma, nella stanza del convento trovò un teschio che, secondo l’usanza di allora, lo avrebbe aiutato a pensare alla morte. Una notte udì una voce che usciva dal teschio: «Nessuno si ricorda di me». Si mise a pregare, spruzzò acqua benedetta e ascoltò queste parole: «Acqua, acqua, misericordia, misericordia».
Ancora la voce del defunto gli disse che era un tedesco morto non appena era giunto a Roma per visitare i luoghi santi, che era sepolto nel cimitero, si trovava in Purgatorio e che nessuno si ricordava di lui. Padre Domenico pregò molto per quell’anima che pochi giorni dopo gli apparve piena di una bellezza sfolgorante, per ringraziarlo della sua liberazione.
Santa Maddalena de Pazzi (1566-1607), una volta, poté vedere suo fratello defunto. Così si espresse: «Tutti i tormenti dei martiri sono come un giardino di delizie in confronto di quello che si soffre in Purgatorio».

Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), nella sua Autobiografia, scrive: «Mentre mi trovavo davanti al Santissimo Sacramento il giorno del Corpus Domini, all’improvviso mi apparve una persona avvolta nel fuoco: il suo stato penoso mi fece capire che era in Purgatorio. Mi disse che era l’anima di un benedettino che una volta mi aveva confessato e dato la Comunione; per questo il Signore gli aveva concesso di poter rivolgersi a me per ottenere la riduzione delle sue pene. Mi chiese di offrire per lui tre Messe, tutte le mie sofferenze e tutte le mie opere. Dopo tre mesi lo vidi pieno di gioia e di splendore, come se andasse a godere la felicità eterna, e mi ringraziò dicendomi che avrebbe vegliato su di me vicino a Dio».
«Nostra Madre mi permise di trascorrere la notte del Giovedì Santo (15 aprile 1683) davanti al Santissimo Sacramento, in favore delle anime del Purgatorio. Lì rimasi per un certo tempo come circondata da queste povere anime, con le quali m’intrattenevo in stretta amicizia. Il Signore mi disse che mi metteva a loro disposizione per tutto l’anno a venire, affinché facessi loro tutto il bene che mi era possibile. Sono spesso con me e le chiamo le mie amiche sofferenti» (Lettera 22 a Madre Sumaise).
«Questa mattina, domenica del Buon Pastore, due delle mie amiche sofferenti sono venute a dirmi addio al momento del risveglio. Questo era il giorno in cui il sovrano Pastore le riceveva nel suo ovile eterno, con più di un milione di altre anime, in compagnia delle quali avanzavano tra canti di gioia sovrumana. Una è la brava madre Monthoux e l’altra mia sorella Giovanna Caterina Gascon, che in continuazione mi ripeteva queste parole: “L’amore trionfa, l’amore gode, in Dio l’amore giubila”. L’altra diceva: “Che felici sono i morti che muoiono nel Signore e le religiose che vivono e muoiono nella perfetta osservanza della Regola”... Siccome poi le pregavo di ricordarsi di noi, mentre se ne andavano mi dissero che l’ingratitudine non era mai entrata nel Cielo» (Lettera 23 a Madre Sumaise del 2 maggio 1683).
«Quando vidi per la prima volta la sorella J. F. dopo la sua morte, mi chiese Messe e varie altre cose. Le offrii sei mesi delle mie opere e delle mie sofferenze e non mi sono mancati i patimenti. Mi disse: “Ci sono tre cose che mi fanno soffrire più di tutto il resto. La prima è il voto di obbedienza, a cui ho ottemperato molto male, dal momento che obbedivo solo a quello che mi era gradito. La seconda il voto di povertà, poiché volevo che non mi mancasse niente, procurando al mio corpo vari conforti... ah, quanto odiose sono agli occhi di Dio le religiose che vogliono avere più di quello che è davvero necessario, e che non sono completamente povere. La terza è la mancanza di carità, sia per essere stata in discordia con le altre che per averla causata”» (Lettera 31 a Madre Sumaise del 20 aprile 1685).

La beata Elisabetta Canori Mora (1777-1825) scrive nel suo Diario: «Il 17 giugno 1814 mi apparve papa Pio VI [morto nel 1799] e mi chiese che pregassi per lui, perché era ancora in Purgatorio... Mi disse: “Va’ dal tuo padre spirituale e lui ti svelerà quello che devi fare per ottenermi questa grazia. Ti prometto di non abbandonarti mai e di essere il tuo protettore dal Cielo”... Il mio padre spirituale mi chiese di andare cinque volte alla chiesa di Santa Maria Maggiore a visitare l’altare di san Pio V e pregarlo per la liberazione del suo successore... Il giorno seguente, all’ora dei vespri, mi venne assicurato che entrava in Paradiso... Il 19 giugno, nella Comunione, vidi questo santo Pontefice davanti al trono di Dio».
«L’8 novembre 1819, dopo la Comunione, mi apparve l’anima del cardinal Scotti che mi disse: “La divina giustizia mi aveva condannato in Purgatorio per trent’anni e il Signore ora mi libera... Le tue penitenze, digiuni e preghiere hanno soddisfatto la giustizia divina, per i meriti infiniti del divin Redentore, a cui hai unito la tua penitenza, i digiuni e le preghiere a mio suffragio. Ora vado in Cielo a godere l’immenso bene per tutta l’interminabile eternità”».
«Il 2 novembre 1822 mi sono ricordata che cominciava l’ottavario per i defunti, e pregai con fervore il Signore per loro. Gli dissi: “Dammi la chiave di questo terribile carcere, come ti sei degnato di darmela altre volte, perché sento un grande desiderio di tirar fuori dal Purgatorio quelle anime sante. Ti supplico questa grazia per i meriti infiniti della tua Passione e Morte...”. Il Signore mi disse: “Presèntati in quel carcere e porta loro la consolante notizia che presto saranno con me in Paradiso”. In quel momento apparvero tre angeli che mi accompagnarono nel carcere del Purgatorio... Non mi è possibile raccontare la gioia e il sollievo di quelle anime e quanto grande fu la loro gratitudine e la loro lode all’infinita misericordia di Dio. Il giorno dopo andai in chiesa e vi stetti per oltre tre ore pregando per le anime del Purgatorio e il Signore si degnò di mostrarmi il trionfo della sua misericordia e vidi quelle anime che, in fila, accompagnate dai loro Angeli custodi, entravano gloriose e trionfanti in Cielo. Tutti i giorni dell’ottavario accadde lo stesso per nove giorni... Si può dire che con nove enormi file (una al giorno) il Purgatorio si spopolò: non vi può essere visione più bella di questa, che sta a dimostrare l’infinita misericordia di Dio e il grande trionfo degli infiniti meriti del preziosissimo Sangue di Gesù Cristo».













giovedì 1 novembre 2018

P. Serafino M. Lanzetta: dalla Gaudium et spes a Humanae vitae






di P. Serafino M. Lanzetta, 31-10-2018
La grave crisi morale di abusi sessuali che investe la S. Chiesa ha radici molto più profonde del cattivo comportamento di alcuni sacerdoti e prelati. E non è sicuramente espressione di quella debolezza umana che i giovani capirebbero più di tutti in quanto essi stessi cadono e si rialzano, come ha insinuato recentemente il card. Baldisseri nella conferenza stampa di presentazione del Sinodo dei giovani (1° ottobre 2018).
Anche le giovani vittime di numerosi predatori clericali capirebbero facilmente questa debolezza? La radice del problema prima di essere morale è dogmatica. A monte c’è il rifiuto della dottrina di Cristo sull’amore umano e sulla sessualità. Dicevamo in un precedente articolo che tale dottrina s’incrina fortemente con una pubblica e “ufficiale” ribellione ad Humanae vitae nella Chiesa.
Mettendo in discussione l’inscindibilità dell’amore coniugale e della procreazione, si aprivano le porte alla giustificazione di ogni possibile unione. Però quella tempesta che infuriò nella Chiesa non sarebbe del tutto comprensibile se non facessimo un ulteriore passo indietro per andare al momento iniziale di quel dissapore cardinalizio circa il divieto degli anticoncezionali, che poi portò all’aperta ribellione a Paolo VI. La protesta si accese pubblicamente, ma già covava sotto le ceneri.
Bisogna affacciarsi dietro le quinte del Concilio Vaticano II e lì scoprire gli inizi dei malumori. Due figure chiavi in tutto ciò: il Cardinale Leo Joseph Suenens, primate del Belgio e lo Schema XIII che poi divenne la Costituzione pastorale Gaudium et spes.
Suenens si definisce nelle sue Mémoires sul Concilio Vaticano II (un testo di 69 pagine dettato dal Cardinale belga immediatamente dopo il Concilio, contenente i suoi ricordi personali e che costituisce i documenti 2784 e 2785 dell’“Archivio Suenens”) padre e iniziatore della Gaudium et spes. Scrive così: «Le schéma XIII, dont je suis le père, l’initiateur», sebbene non ne fosse «extrêmement enthousiaste» per il fatto che Paolo VI aveva inviato alla Commissione mista, il 23 novembre 1965, quattro modi che riaffermavano la dottrina classica della Chiesa sul matrimonio da inserire ai paragrafi 51, 54 e 55 del testo redigendo.
Questi modi tra l’altro riguardavano il chiarimento della posizione della Chiesa sui metodi anticoncezionali, rifacendosi al magistero di Casti Connubi, che il Papa voleva si citasse esplicitamente. C’è da notare che prima di ciò, Paolo VI aveva chiesto a Suenens un testo per una possibile dichiarazione in linea con l’apertura agli anticoncezionali favorita dal primate belga (cfr. Fondo Suenens, 2503).
La reazione di Suenens al vedersi negata quella dichiarazione fu molto dura. Voleva lanciare una campagna tra i Padri conciliari per votare contro il nuovo testo. Soltanto quando fu rassicurato da Mons. Prignon che Mons. Heuschen e il prof. Heylen avevano reso quei modi inoffensivi, e che la questione dei birth control restava in sospeso nel testo conciliare, allora Suenens accettò di votare placet.
La ragione per la quale Suenens era favorevole allo Schema XIII era la speranza di vedere modificata la posizione della Chiesa sui metodi contraccettivi nel capitolo De matrimonio.
Il 7 maggio 1964, egli lancia un baillon d’essai in occasione di una conferenza stampa a Boston, dove dichiara: «La ricerca medica si sta avvicinando alla scoperta di una pillola che semplificherà alle coppie sposate il pianificare le loro famiglie senza violare gli insegnamenti della Chiesa». Come testimonia Werner Wan Laer, fu proprio grazie al card. Suenens che il capitolo sul matrimonio in Gaudium et spes resta uno dei testi più aperti del Vaticano II.
Di più, Suenens, costituito da Paolo VI moderatore del Concilio insieme ad altri 3 Cardinali (Agagianian, Döpfner e Lercaro), era riuscito a introdurre in aula quattro quesiti concernenti la sacramentalità e la collegialità dell’episcopato e la reintroduzione del diaconato permanente. Senza l’appoggio di Paolo VI, che in verità fu molto esitante, e contro il volere di Ottaviani e del segretario del Concilio, Pericle Felici, i Moderatori e Suenens in particolare proposero ai Padri una “votazione orientativa” sui quattro quesiti, prevista per il 17 ottobre 1963, ma pubblicizzata con anticipo da «L’Avvenire d’Italia».
Paolo VIrinviò la votazione e ordinò di bruciare le 3000 schede stampate su ordine del Card. Lercaro. Fu allora che la lunga e ben consolidata amicizia tra il Cardinale belga e Papa Montini cominciò ad incrinarsi; al punto che Suenens rimprovererà a Paolo VI di non aver agito in maniera collegiale nella pubblicazione delle sue encicliche Sacerdotali scaelibatus(1967) e Humanae vitae (1968).
Paolo VI non voleva che in Concilio si menzionasse la questione dei contraccettivi. Suenens racconta nelle sue «Mémoires»che il Card. Agagianian, il quale in quel momento presiedeva, aveva preparato un testo in cui avrebbe detto ai Padri di non trattare quell’argomento. Suenens invece non era d’accordo e modificò quel testo in questo modo: «Tratteremo quest’argomento, ma unicamente in riferimento ai primi principi, senza entrare nei dettagli». Paolo VI si adirò con Suenens e, come riferito da questi, gli disse che in tal modo aveva perso credibilità in Concilio presso i vescovi.
Tuttavia Suenens rimase orgoglioso di quel gesto. Anche un suo collaboratore, il Rettore del Collegio Belga, p. Albert Prignon (1919-2000), gli disse: «Voi avete aperto l’avvenire». E difatti si trattò proprio di questo: di aver aperto un triste avvenire, carico di problemi per il mondo e soprattutto per la Santa Chiesa.
Suenens poteva far affidamento sul testo di Gaudium et spes, dal tenore ottimista e con maglie abbastanza ampie, per le successive ermeneutiche a lui consone. Ma dello Schema XIII (prima XVII) che poi divenne Gaudium et spes non era fiero neppure il p. Henri de Lubac. Non per la medesima convinzione di Suenens, ma per il fatto che, lanciato con un’intenzione troppo pubblicitaria, a giudizio del gesuita francese, «il risultato era mediocre. Nessuna coerenza dottrinale e, più ancora, nessun vigore cristiano. Molti vescovi lo vedono, lo dicono in privato e in pubblico; ma nessun mezzo per rimediarvi pienamente; è troppo tardi».
Quello che era più grave, a giudizio di un altro critico di Gaudium et spes, Mons. Blanchet, era il fatto che, come aveva sottolineato molto bene il card. Siri, si riscontrava «un eccesso di ottimismo, nessuna allusione a ciò che tuttavia è uno dei caratteri del nostro tempo: la diminuzione del senso del peccato».
Suenens invocava la collegialità, tema fortemente dibattuto in Concilio e favorito dalle “aperture” del Card. Parente alle istanze dei collegiali, ma per la quale bisognerà correre ai ripari con la Nota praevia apposta a Lumen gentium. Collegialità però già assente, a giudizio di Suenens, nella scelta di campo di Humanae vitae.
D’altronde era sua convinzione che le maglie di Gaudium et spes fossero abbastanza larghe per permettere un futuro pronunciamento magisteriale a favore dei mezzi anticoncezionali. Così non fu e di qui la sua ribellione al magistero di Paolo VI, che senza dubbio rivestì anche un valore simbolico: mostrò fino a che punto potesse spingersi il divorzio tra le proprie idee e il perenne magistero della Chiesa. Con effetti, senza dubbio, sull’attuale situazione.
Da tutto ciò è bene trarre un elemento di valutazione. La confusione e ribellioni post-conciliari ad Humanae vitae sono legate – sebbene indirettamente – all’incertezza magisteriale del Concilio Vaticano II, specialmente in Gaudium et spes. Non si può semplicemente attribuire la colpa alle ermeneutiche contrastanti nate nella fase ricettiva del Concilio. Fu il Concilio stesso con la sua indeterminatezza dottrinale su vari punti a porre il problema ermeneutico. E furono dapprima i Padri a vedersi, spesso con i loro teologi, dinanzi a tale problema.
Un esempio tra tutti: si assiste a un Paolo VI da un lato e alla Commissione teologica dall’altro che disputano circa il valore costitutivo della Tradizione apostolica. Paolo VI lo riafferma con il Magistero precedente, i periti e i Padri della maggioranza lo tralasciano per motivi ecumenici. Di fatti “vincono” questi ultimi.
Che il problema dell’opposizione ad Humanae vitae sia da ricondurre in ultima istanza a Gaudium et spes risulta anche dal tentativo di riannodare Amoris laetitia alla Costituzione pastorale del Vaticano II in modo da superare l’enciclica di Paolo VI sulla vita con una riappropriazione del magistero conciliare sull’amore dei coniugi e nella famiglia, introducendo una presunta “dignità della persona” nella valutazione morale dei metodi di regolazione delle nascite (cf. AL 82) e giustificando de facto il rapporto coniugale more uxorio. Accanto a questo c’è anche un altro fattore da considerare.
Il sinodo dei vescovi sotto Francesco ha ora conosciuto un nuovo status in cui le istanze da discutere vengono perfino poste dall’uomo, dal popolo, dai giovani. La Chiesa “ascolta” e non più insegna.
L’insegnamento sinodale se approvato dal Sommo Pontefice verrà a far parte del suo magistero ordinario, segno tangibile di un’idea di “Chiesa dal basso”, di un magistero in fieri come un cantiere sempre aperto (o un “ospedale da campo” dove solo si fasciano ferite) e di una sovrapposizione di ruoli tra laici e sacerdozio ministeriale.
Questo nuovo “paradigma sinodale” è una via per riagganciarsi alla collegialità conciliare bloccata dalla Nota previa, ma invocata fortemente da Suenens con una visione preponderante di Chiesa che si fa strada facendo con il consenso (collegiale) della maggioranza? Se così fosse, allora, mentre da un lato il Vaticano II assurgerebbe ancora una volta a paradigma conciliare, dall’altro verrebbe anche usato per una nuova forma di opposizione nella Chiesa al suo magistero perenne.

Un concilio contro la Chiesa! La rottura magisteriale e il suo nuovo inizio è il migliore anestetizzante delle coscienze. Serve ad esorcizzare i fantasmi di una morale cupa e proibitiva. Tutto ciò confermerebbe comunque che la radice ultima della crisi morale odierna dovrebbe essere ricercata nel tentativo ultimo di sovvertire la retta dottrina in nome della pluralità conciliare. Un’ermeneutica senza fine, però, non risolve nessun problema. Anzi ne suscita di nuovi e per di più molto gravi. (P. Serafino M. Lanzetta)








IL CONVEGNO Summorum Pontificum. In aumento le messe tridentine e la riscoperta del sacro




Il popolo del Summorum Pontificum fa il punto annuale sulla diffusione della forma straordinaria della messa. Burke: "Sta aiutando molti sacerdoti". Incoraggianti i dati italiani con numeri in crescita. Sgroi: "Ora serve uno sforzo culturale".



Luisella Scrosati, 01-11-2018 

Venerdì 26 ottobre è iniziato a Roma il VII Convegno Summorum Pontificum
, un convegno che è nato per ringraziare il buon Dio, oltre che papa Benedetto XVI, per aver restituito al Messale del 1962 piena libertà nella Chiesa. La giornata è stata dedicata alla riflessione sulla realtà del “popolo Summorum Pontificum”, cioè, in concreto sulla diffusione della Forma straordinaria del Rito Romano.


Molti sono stati gli interventi, ma è importante soffermarsi almeno su due
. Il primo è quello del Card. Raymond Burke, che ha potuto testimoniare la pazienza, l’interesse e la tenacia con cui Benedetto XVI ha portato avanti il Motu Proprio del 2007. L’idea cara a papa Benedetto, secondo quanto riferito dal Cardinale, era quella di immettere nella Chiesa una boccata di sacralità, che potesse contagiarne tutta la liturgia e venire così incontro al forte desiderio di molti fedeli e sacerdoti, soprattutto giovani, che richiedevano – e non smettono di chiedere – che ogni celebrazione liturgica possa vincere quella forza di gravità spirituale, che inevitabilmente ci schiaccia verso il basso e ci porta a vivere la nostra fede, semplicemente come se fosse un insieme di bei valori. Questa verticalità, questa centralità di Dio e del Mistero erano al centro dell’intento di Benedetto XVI, il quale maturò la sua decisione attraverso il confronto, la riflessione sulle critiche che gli venivano mosse e le repliche puntuali.


Il Cardinale Burke ha tenuto a sottolineare che questo contagio
, in una certa misura, si è in effetti verificato. Parlando della realtà che gli è più nota, quella statunitense, è infatti accaduto che in molte chiese il tabernacolo sia stato riportato in posizione centrale. Parimenti, molti sacerdoti americani gli hanno confidato che aver potuto conoscere la Forma straordinaria è stato per loro una benedizione, che li ha spinti a riappropriarsi della propria identità sacerdotale.


Per quanto riguarda la situazione Italiana
, l’avv. Marco Sgroi, coordinatore nazionale del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum “ha dato i numeri”…


Le Messe in "rito antico" che vengono celebrate in modo regolare
, escludendo quindi quelle occasionali, le Messe “private” (cioè celebrate da un sacerdote da solo) e quelle che, per richiesta dei promotori, non vengono “pubblicizzate”, ed omettendo anche quelle celebrate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X o da sacerdoti sedevacantisti, sono ad oggi 123, di cui 73 settimanali, con un probabile incremento del 270% in dieci anni. Il 78% di queste Messe è celebrato nel centro-nord e solo il 22% a sud di Roma (inclusa) e isole.


Un altro dato interessante è che solo il 15% delle celebrazioni
è assicurato da sacerdoti di istituti che sono sotto la tutela della Pontifica commissione Ecclesia Dei: tutto il resto è opera di sacerdoti diocesani o religiosi. La proporzione numerica potrebbe erroneamente indurre a pensare che il peso degli Istituti Ecclesia Dei sia esiguo. In realtà, questi istituti, oltre a garantire la possibilità di formazione di nuove vocazioni, presso i propri seminari, sono anche dei punti di riferimento stabili anche per il clero diocesano e per i fedeli, grazie al loro incessante apostolato liturgico.


L’avv. Sgroi ha poi messo in rilievo che la partecipazione alla Messa antica
non è solo qualcosa di episodico. Infatti, “iniziano a farsi pian piano più frequenti, benché siano ancora rare, le celebrazioni di prime Comunioni, il conferimento della Cresima, la celebrazione dei matrimoni nelle comunità che praticano abitualmente la liturgia tradizionale. Ciò significa che almeno presso alcuni Coetus Fidelium si è sviluppata anche la preparazione ai sacramenti, cioè una qualche forma di catechismo”.


Il trattamento che è stato e che in parte viene ancora riservato ai fedeli
che desiderano la Messa antica ha spesso provocato quella che Sgroi, non senza un po’ di sana ironia, chiama “la tentazione dell’autoghettizzazione pizzomerlettara”; per sanare questa pericolosa deriva, il coordinatore nazionale CNSP chiede, soprattutto ai laici, di “abbinare all’attività liturgica un’attività di promozione culturale” ed anche “qualche iniziativa caritativa”. Importante anche il richiamo ad uno sforzo per “migliorare il nostro atteggiamento verso chi non conosce ancora la liturgia tradizionale, o la conosce solo attraverso falsi stereotipi negativi, perché talora tendiamo a dimenticare che il cattolico praticante medio – forse anche il sacerdote medio... – è stato deprivato di larga parte degli strumenti culturali e, soprattutto, spirituali necessari per approcciarla”.


In effetti il grande lavoro che abbiamo davanti è proprio di natura culturale e spirituale
, dove per culturale non intendiamo sterili discussioni da salotto, ma ciò che profondamente caratterizza il modo di vivere e di pensare dell’uomo. La corrosione universale ed incessante che ha penetrato la vita dei cristiani, e non solo negli ultimi cinquant’anni, ha bisogno di un lavoro paziente e lungimirante, a partire da se stessi: lavoro di bonifica e di risemina.


Perché la liturgia antica possa liberare tutto il potenziale della propria “vis attractiva”
a vantaggio dei “tanti fedeli che cercano rimedio al disorientamento sempre più diffuso”, come spiega Sgroi, è importante reinserirla nel suo contesto normale, che è quello della vita cristiana integrale della gente comune, per poter risvegliare in tanti fratelli quella sete di Assoluto e di Mistero, che aspetta solo di essere sollecitata. E’ inevitabile che ci siano stati e sempre ci saranno ostacoli, opposizioni, anche subdole o virulente; ma, come scriveva Dante, “non ragioniam di loro, ma guarda e passa”.