lunedì 10 settembre 2018

Con lo sguardo rivolto al mondo, non a Dio. Ovvero come snaturare la vita contemplativa

 



by Aldo Maria Valli, 10-09-2018

Fine dell’autonomia, burocratizzazione, abbandono della tradizione. La strada sbagliata di Cor orans e Vultum Dei quaerere

(ultimo di tre articoli)

Proseguiamo l’analisi di Cor orans, l’istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, il documento che rende operativi i principi contenuti in Vultum Dei quaerere, la nuova costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile.

Quelle che Cor orans definisce “disposizioni finali” assomigliano molto a minacce.

Prima di tutto è scritto nero su bianco che entrare in una federazione è un “obbligo”, il che di per sé mette fine all’autonomia dei monasteri stessi. Poi si specifica che “tale obbligo vale anche per i monasteri associati ad un Istituto maschile o riuniti in Congregazione monastica autonoma”. E infine ecco il diktat: “I singoli monasteri devono ottemperare a questo entro un anno dalla pubblicazione della presente Istruzione, a meno che non siano stati legittimamente dispensati. Compiuto il tempo, questo Dicastero (la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ndr) provvederà ad assegnare i monasteri a Federazioni o ad altre strutture di comunione già esistenti”.

Insomma, non si scappa. Ma colpisce anche il fatto che nell’intero documento troviamo ben undici deroghe ad altrettanti articoli del Codice di diritto canonico. Una vera rivoluzione. Domanda: tali deroghe, tutte specificamente approvate dal papa, non sono forse un po’ troppe per un’istruzione, ovvero per un documento che, in fin dei conti, dovrebbe solo avere una funzione applicativa della legge?

L’impressione, più che legittima, è di trovarsi di fronte a un diritto speciale per le monache, un modo di procedere che di fatto è la morte del diritto perché salta tutti i passaggi necessari per la tutela della giustizia e impedisce il ricorso contro i provvedimenti.

La parola “obbligo” compare ripetutamente, coronando così un documento il cui tono è in molte parti minaccioso e senza precedenti nei confronti di quella che un tempo era considerata la parte eletta della Chiesa, alla quale ci si rivolgeva con particolare delicatezza, e ora invece sembra, al più, una frangia tollerata.

Cor orans ha un contenuto ispirato a doppiezza. Da un lato si ribadisce l’autonomia dei monasteri, ma dall’altro l’autonomia è scardinata attraverso l’obbligo di affiliarsi alle federazioni.

Bisogna poi notare che i cambiamenti introdotti sono sostanziali rispetto alla vocazione monastica. Non si tratta solo di sfumature. Di fronte a Cor orans una monaca può avvertire che i nuovi contenuti non sono consoni ai voti già emessi. Si pensi alla nuova fisionomia dei monasteri, che vanno a perdere la propria autonomia, e anche all’obbligo di partecipare a corsi esterni.

L’esperienza degli ultimi decenni insegna che le federazioni hanno causato danni notevolissimi alla vita dei monasteri e alle singole monache. Eppure si insiste su questa strada e anzi la si fa diventare l’unica opzione possibile, all’insegna di un generico “rinnovamento” che di certo non è un valore per la vita di preghiera e di contemplazione.

Tra le righe ciò che viene detto, e anzi imposto, è che le contemplative devono cambiare il loro stile di vita, ma a supporto di una tale pretesa non vengono fornite spiegazioni che abbiano realmente a che fare con questioni spirituali e religiose. Tutto il documento si occupa invece di organizzazione, strutture, assemblee, corsi.

L’ispirazione di fondo è una sola: ri-orientarsi. Ma verso dove? Certamente non verso Dio, bensì verso il mondo e verso l’azione. Che si parli di clausura, formazione o ascesi, ciò che conta sembra essere introdurre cambiamenti. Controllo centralizzato, fine dell’autonomia e burocratizzazione sono gli strumenti, il che è quanto meno singolare se si pensa all’insistenza di Francesco a favore dei processi di decentralizzazione nella Chiesa.

Nella conferenza stampa di presentazione di Cor orans (15 maggio 2018), monsignor José Rodríguez Carballo, giustificando i nuovi provvedimenti, ha sostenuto: “Di fatto, il Dicastero ha dovuto più volte constatare con rammarico l’esistenza di monasteri non più in grado di portare avanti una vita dignitosa, senza che ci fosse una legislazione che dicesse quando e come intervenire al riguardo: l’aver colmato questa lacuna legislativa è sicuramente uno dei punti più importanti e più attesi dell’istruzione”. Ora, ammesso che le norme introdotte da Cor orans siano le più efficaci per intervenire nei confronti dei monasteri che non conducono una vita “dignitosa” (ma che significa dignitosa?), non si vede perché, in concreto, tali norme debbano condizionare la vita di tutti i monasteri, anche di quelli ben vivi e desiderosi di mantenere la propria identità e le proprie tradizioni.

L’affiliazione alla federazione diviene un obbligo, salvo dispensa che può essere concessa dalla Santa Sede “per ragioni speciali, oggettive e motivate”. Ma dovrebbe essere il contrario: l’autonomia dovrebbe essere la condizione normale, salvo la necessità di affiliarsi alla federazione per motivi speciali.

Nella conferenza stampa monsignor Carballo ha sostenuto inoltre che “l’Istruzione, come già prima la Costituzione, riflette molto bene quanto le stesse monache hanno chiesto nelle risposte al questionario che alcuni anni fa era stato inviato a tutti i monasteri del mondo”, ma sulla base di testimonianze possiamo dire che questa circostanza risponde al vero solo in minima parte. Molti monasteri non sono nemmeno stati interpellati. Se davvero tutti i monasteri avessero ricevuto un questionario e avessero risposto, il dicastero avrebbe avuto bisogno di anni e anni per elaborare il tutto.

Il nuovo assetto ha insomma il sapore di una normalizzazione. Come spiega, per esempio, Marian T. Horvat (https://www.traditioninaction.org/HotTopics/P043_Contempl_1.htm), ciò che si vuole è che le monache cambino il proprio stile di vita, con l’aggiornamento come stella polare e senza la possibilità di fare ricorso al diritto per rivendicare la propria autonomia e libertà, perché proprio il diritto è stato usato per imporre la rivoluzione.

Il cardinale Braz de Aviz è stato chiaro quando ha detto (https://www.ncronline.org/news/world/cardinal-religious-those-who-abandon-vatican-ii-are-killing-themselves) che i religiosi che non seguono il Concilio Vaticano II stanno uccidendo loro stessi. Essere inseriti nel mondo, non chiudersi ai cambiamenti della vita moderna: queste le indicazioni date dal prefetto, perché i contesti sono cambiati e “Dio non è statico”.

Se questa è l’ispirazione di fondo, si capisce meglio lo spirito delle nuove norme. Anche nella vita contemplativa il collegamento con il mondo e con le “povertà” deve avere il sopravvento. “Pregate e intercedete per tanti fratelli e sorelle che sono carcerati, migranti, rifugiati e perseguitati”, chiede Cor orans (n. 6). Siamo sicuri che le monache già lo fanno, perché pregano per tutti.

Aggiornarsi, non guardare al passato e alla tradizione, cambiare: la richiesta che arriva dai vertici vaticani è pressante e sembra ignorare del tutto il fatto che, nella generale crisi delle vocazioni, gli unici ordini che attirano davvero le nuove generazioni sono quelli che, ben radicati nella tradizione, conservano la loro identità a tutti i livelli, anche dal punto di vista liturgico. Perché i giovani, oggi più che mai, non sono attirati dalle analisi sociologiche applicate alla vita della Chiesa, non dai corsi di aggiornamento e dalla “formazione continua”, ma dall’incontro autentico con Cristo nel silenzio orante.

Chi sembra guardare al passato in realtà è proprio chi continua a indicare il Vaticano II come punto di riferimento obbligatorio, ignorando la richiesta di autenticità e di amore per la tradizione che sta emergendo sempre più chiaramente, in controtendenza rispetto a certi dogmi modernisti che hanno ampiamente fatto il loro tempo.

Del resto i risultati dei processi di “liberazione” di religiosi e religiose sono sotto gli occhi di tutti. Non chi si è radicato nella tradizione, ma chi l’ha abbandonata per abbracciare il mondo ha prosciugato il proprio patrimonio spirituale, a forza di aggiornamenti e aggiustamenti.

No, non saranno i corsi di formazione, le federazioni, la centralizzazione e l’uniformazione a rinvigorire la vita contemplativa. La strada è tutt’altra ed è indicata da quei religiosi e quelle religiose che nel silenzio e nell’isolamento coltivano la relazione di preghiera con Dio secondo tradizioni originali e radicate e offrono le loro vite per la conversione di tutte le anime.

Un grande mistico, don Divo Barsotti, che decise di vivere la propria vita di preghiera nell’isolamento, diceva che la Chiesa oggi cade in un grande equivoco quando pensa di dover liberare dalla povertà e non dal peccato. L’assistenza sociale non sostituisce l’amore cristiano e nessun processo di “rinnovamento” potrà rafforzare la fede, la speranza e la carità. In un mondo pienamente secolarizzato la strada dei religiosi non è quella di secolarizzarsi a loro volta. “Non incontri l’uomo, se prima non hai incontrato Dio… La vera comunione col mondo si ha quando si è separati dal mondo, perché se noi non entriamo in rapporto col Signore, si perde di vista il Tutto” (Divo Barsotti, I cristiani vogliono essere cristiani).

Lasciamo che religiosi e religiose incontrino Dio senza essere disturbati.

Aldo Maria Valli


Fine






domenica 9 settembre 2018

Se nel nome del rinnovamento si distrugge la vita contemplativa





by Aldo Maria Valli, 09-09-2018

Vultum Dei quaerere e Cor Orans: tra ambiguità e incongruenze

(secondo di tre articoli)

Nel precedente articolo ci siamo occupati del rischio che i monasteri femminili stanno correndo, sotto il profilo della loro autonomia e quindi della loro stessa vita, a causa dei contenuti di Vultum Dei quaerere, la costituzione apostolica sulla vita contemplativa del 29 giugno 2016, e di Cor orans, l’istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, documenti che rendono obbligatoria l’affiliazione dei monasteri alle federazioni.

Proprio in Cor orans, balza agli occhi la richiesta che i monasteri, tramite le federazioni, “superino l’isolamento” (n. 7). Ma il fatto che un monastero si isoli, vista la sua natura, dovrebbe essere un valore da promuovere, non un limite da superare.

Troviamo poi la richiesta che i monasteri, tramite le federazioni, “promuovano l’osservanza regolare e la vita contemplativa” (n. 7), ma l’esperienza ha dimostrato che le federazioni non hanno fatto questo. In realtà esse hanno imposto uscite continue e confronti, hanno introdotto disturbi e squilibri, e in tal modo non hanno favorito la vita contemplativa, ma l’hanno piuttosto minata, perché uscite, riunioni, discussioni e corsi sono fattori che nulla hanno a che fare con la spiritualità di chi decide di ritirarsi dal mondo per vivere nella preghiera.

Ma il documento, soprattutto, mette a repentaglio l’autonomia giuridica del monastero. Leggiamo infatti che “l’autonomia giuridica deve essere costantemente verificata dalla Presidente [della federazione], a suo giudizio” (n. 43). Inoltre (n. 45) se le monache sono meno di cinque perdono il diritto di eleggere la propria superiora e “in tal caso la Presidente federale è tenuta a informare la Santa Sede” in vista della nomina di una “Commissione ad hoc”.

Proseguiamo. Al n. 54 leggiamo che l’affiliazione alla federazione “è una particolare forma di aiuto che la Santa Sede viene a stabilire in particolari situazioni in favore della comunità di un monastero sui iuris che presenta un’autonomia solo asserita, ma in realtà assai precaria o, di fatto, inesistente”. Ma quali sarebbero queste “particolari situazioni”? Chi le stabilisce? Secondo quali criteri? E chi può dire che un’autonomia è “solo asserita”? Se la presidente di una federazione stabilisce che una comunità ha un’autonomia “solo asserita” chi può assicurare che il suo sia un giudizio imparziale?

In realtà la preoccupazione principale sembra non quella di fare di tutto per garantire la vita delle comunità, ma di arrivare, attraverso lo strumento della federazione, alla loro soppressione. Leggiamo al n. 55: “L’affiliazione si configura come un sostegno di carattere giuridico che deve valutare se l’incapacità di gestire la vita del monastero autonomo in tutte le sue dimensioni sia solo temporanea o irreversibile, aiutando la comunità del monastero affiliato a superare le difficoltà o a disporre quanto è necessario per addivenire alla soppressione di detto monastero”. Capolavoro di ipocrisia: quello che è detto un “sostegno” per il “monastero autonomo” è invece, in pratica, l’organismo che ha su di esso il potere di vita o di morte.

E il potere della federazione è confermato al n. 56, dove si stabilisce che nella “Commissione ad hoc”, in parole povere un tribunale, dovrà entrare la “Presidente della Federazione”.

Un’espressione ambigua si trova al n. 70, dove scopriamo che “fra i criteri che possono concorrere a determinare un giudizio riguardo alla soppressione di un monastero” c’è la “fedeltà dinamica” nel vivere e trasmettere il carisma. Che significa “fedeltà dinamica”? La fedeltà è fedeltà. Se non c’è la fedeltà c’è l’infedeltà, il tradimento. Essere “dinamici”, nell’ottica di Cor orans, vuol dire forse adeguarsi al mondo? Cedere al modernismo? O piegarsi ai diktat della federazione?

Altra ambiguità al n. 72, dove, a proposito dei beni di un monastero soppresso, scopriamo che la Santa Sede può disporre di attribuirli “alla carità” oltre che alla federazione o alla “Chiesa locale”. Che significa “carità”? A chi andranno i beni? E in base a quali criteri?

Al n. 74 viene detto che la vigilanza “necessaria e giusta” sui monasteri deve essere “esercitata principalmente – se non esclusivamente – mediante la visita regolare di un’autorità esterna ai monasteri stessi”, e al n. 75 si precisa che tale compito spetta alla “Presidente della Congregazione monastica femminile”, “al superiore maggiore dell’Istituto maschile consociante” e “al vescovo diocesano”, ma al successivo n. 111 scopriamo che “la Presidente della Federazione, nel tempo stabilito, accompagna il Visitatore regolare nella visita canonica ai monasteri federati come convisitatrice”. In pratica, una supervisione che, ancora una volta, assegna un grande potere alla federazione.

Vediamola un po’ più di vicino, allora, questa federazione di monasteri. La sezione di Cor orans ad essa dedicata è la seconda, dove in primo piano viene messa (n. 86) l’esigenza che i monasteri “non rimangano isolati”, perché “valore irrinunciabile” è quello della “comunione”. Ma chi l’ha detto? La parola stessa, monastero, dal latino monastērĭum e dal greco antico μοναστήριον (monastḗrion), deriva da μόνος(mónos: solo, unico), e μονακός (monakós) vuol dire solitario, eremita. Il vero valore irrinunciabile del monastero non sta certamente nella comunione, né con altri monasteri né con altre realtà religiose, ma nella sua unicità e anche nel suo isolamento.

Ma le contraddizioni non finiscono qui. Al successivo n. 87 si dice che “la federazione è costituita da più monasteri autonomi che hanno affinità di spirito e di tradizione e, anche se non sono configurate necessariamente secondo un criterio geografico, per quanto possibile, non devono essere geograficamente distanti”. Di nuovo viene da chiedersi: perché? Che importanza può avere tutto questo? L’unico disegno che si vede dietro tali indicazioni, ancora, è di affermare il ruolo e la funzione della federazione. Un ruolo che arriva fino a garantire “l’aiuto nella formazione iniziale permanente” e promuovere “lo scambio di monache e di beni materiali”, con tanti saluti all’autonomia del monastero!

E a proposito di autonomia, enunciata a parole ma nei fatti negata, ecco che al n. 93 il documento svela le carte: “A norma di quanto disposto nella Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere, tutti i monasteri inizialmente devono entrare in una Federazione”. Quell’”inizialmente” dice tutto: di fatto si tratta di un obbligo inderogabile. E l’affiliazione ha un significato precipuo: amministrare i beni dei monasteri.

Al n. 98 leggiamo: “Per tenere viva e rafforzare l’unione di monasteri (di nuovo: come se fosse questo lo scopo decisivo del monastero, ndr), attuando una delle finalità della Federazione, viene favorita tra i monasteri una certa comunicazione di beni, coordinata dalla Presidente federale”.

“Una certa comunicazione di beni”
? Che significa? L’unica cosa chiara è che se ne deve occupare la federazione, nella persona della sua presidente.

E che dire del successivo n. 99? Eccolo: “La comunicazione dei beni in una federazione si attua mediante contributi, doni, prestiti che i monasteri offrono per altri monasteri che si trovano in difficoltà economica e per le esigenze comuni della Federazione”. Contributi, doni, prestiti? E chi decide chi dona a chi, chi presta a chi? E in quale misura? E per quali motivi? Ovviamente decide la federazione, che così acquisisce un ulteriore potere. Con tanti saluti, di nuovo, all’autonomia dei singoli monasteri.

Con gli esempi si potrebbe continuare a lungo. A un certo punto, sempre a proposito di beni (argomento principe), si stabilisce che presso la federazione dovrà essere costituito “un fondo economico (cassa federale)” il cui scopo è quello di “realizzare le finalità federative”. Quali? Non è chiaro. Molto chiaro è invece che il fondo sarà amministrato dalla presidente della federazione, specie per quanto riguarda (n. 109) “l’alienazione dei beni dei monasteri totalmente estinti”.

La presidente della federazione ha un potere enorme. Ma chi la controlla? Chi ha autorità su di lei? Al n. 110 scopriamo che sarà eletta “dall’Assemblea federale” e che “non è una Superiora maggiore”. Di fatto, la presidente della federazione sta al di sopra anche delle superiori maggiori, il che determina, di nuovo, un vulnus per l’autonomia e l’indipendenza del monastero, tanto è vero che (n. 141) ci saranno norme che le suddite saranno tenute ad osservare anche contro la volontà della propria abbadessa, e la presidente della federazione potrà addirittura decidere in merito al passaggio di una monaca da un monastero all’altro, anche a fronte di un rifiuto da parte della superiora maggiore (n. 122).

Pure a proposito delle visite (di ogni tipo: canoniche, materne, sororali) la discrezionalità della presidente della federazione (“ogni volta che la necessità lo richiede”) è totale. In più, al termine delle visite la presidente “indica per iscritto alla Superiora maggiore del monastero le soluzioni più adatte ai casi e alle situazioni emerse durante la visita e ne informa la Santa Sede” (n. 115). Insomma, la presidente comanda e la superiora esegue. E l’autorità del vescovo che fine ha fatto?

Nel successivo punto (n. 116) scopriamo poi che la presidente della federazione, durante la visita canonica, verifica che siano osservate “le norme applicative” stabilite da Vultum Dei quaerere. Ecco che cosa interessa. Non la vita di preghiera, non la penitenza, non il digiuno, non la qualità della vita fraterna, non le relazioni tra sorelle, non la fedeltà al carisma, ma l’aderenza alle nuove norme.

Circa, in particolare, la formazione iniziale, se la presidente scopre che, a suo insindacabile giudizio, qualcosa non va, come procede? Informa la superiora? Ne parla con le monache? No, “informerà la Santa Sede” (n. 117).

Che si tratti di un intervento dal significato punitivo lo si desume dall’uso ripetuto del verbo “deferire”. Se il monastero non si mostra disponibile e pronto ad accogliere tutti i comandi nel campo della formazione, la presidente “deferisce la cosa alla Santa Sede”, e lo stesso avviene “per coloro che sono chiamate a esercitare il servizio dell’autorità”. Insomma, controllo e dominio totali.

Interessante è poi scoprire che il potere della presidente della federazione arriva fino al punto di scegliere “i luoghi più adeguati” nei quali tenere i corsi di formazione (i monasteri non vanno bene? Pare di no. Infatti attualmente le federazioni scelgono luoghi “adeguati” quali alberghi e resort) e stabilire la durata dei corsi stessi. Quanto deve durare un corso? Una settimana? Un mese? Un anno? Non si sa. Ma niente paura: ci pensa la presidente della federazione.

Un’altra conseguenza chiara è che le monache dovranno uscire piuttosto spesso dal monastero. Stabilito (n. 133) che l’assemblea federale ha il compito di “promuovere un adeguato rinnovamento” (ma perché? Chi lo dice che il rinnovamento sia un valore?), il documento prevede ben tre tipi di assemblea: ordinaria, intermedia e straordinaria. In una logica che sembra appartenere più a un partito politico o a un sindacato che alla vita contemplativa, le monache sono coinvolte in un tourbillon di incontri assembleari che si aggiungono a tutte le altre uscite, per i corsi, le riunioni, le visite eccetera. Uno strano modo di tutelare e promuovere la vita di preghiera e contemplazione.

Molti altri sono i punti che negano nei fatti l’autonomia dei monasteri e ne mettono a rischio la vita religiosa. Si pensi alla figura della segretaria della federazione (che, come la presidente, dura in carica sei anni, contro i tre della maggior parte delle superiore dei monasteri), la quale può risiedere in un monastero di sua scelta, circostanza che ha determinato danni immensi: intrusioni, sotterfugi, confronti, conflitti tra segretaria e abbadessa.

In Cor orans la sezione dedicata alla separazione dal mondo (l’aspetto più significativo nella vita delle monache) è la terza, dove vediamo che la Santa Sede ha rimaneggiato l’istruzione Verbi sponsa del 1999.

Per i mass media è questa la parte che più delle altre ha fatto notizia, perché vi si trovano le norme sull’uso dei mezzi di comunicazione nei monasteri, ma dal punto di vista sostanziale ciò che conta è quanto si prevede a proposito di clausura papale, ovvero quella conforme alle norme stabilite dalla Sede apostolica.

Qui ciò che più colpisce è l’abolizione dell’aggettivo “grave” che in Verbi sponsa era ripetutamente usato a proposito di obbligatorietà della clausura, uscite e ingressi. Per esempio, se in precedenza si diceva che “la concessione della licenza di entrare e di uscire richiede sempre una causa giusta e grave” (VS n. 15), ora si parla soltanto di “giusta causa” (CO, n. 194).

Anche in questa sezione non mancano le contraddizioni (per esempio si dice che la vigilanza sull’osservanza della clausura spetta al vescovo diocesano o all’ordinario religioso, ma subito dopo si dice che in deroga a quanto disposto dal Codice di diritto canonico il vescovo e l’ordinario non intervengono nella concessione delle dispense) e le ambiguità, ma forse il vertice dello sconcerto lo si raggiunge nella sezione dedicata alla “formazione permanente” (altra definizione tratta dal mondo, come se fare la monaca fosse una professione) dove non si parla mai, ripeto mai, di preghiera. Si dice invece (n. 237) che “ogni monaca è incoraggiata ad assumere la responsabilità della propria crescita umana, cristiana e carismatica, attraverso il progetto di vita personale, il dialogo con le sorelle della comunità monastica, e in particolare con la Superiora maggiore, così come attraverso la direzione spirituale e gli appositi studi contemplati negli Orientamenti per la vita monastica contemplativa”. Ora, a parte la forma (gli studi contemplati per la vita contemplativa), provate a sostituire alla parola “monaca” la parola “manager”: vedrete che non cambierà gran che. La dimensione è tutta orizzontale, di tipo tecnico e funzionalistico. Non si parla di Dio, di adorazione, di vita di preghiera. Sembra che per fare la monaca l’importante sia frequentare “gli appositi studi”.

Il testo poi sembra non rendersi conto dei problemi pratici quando afferma (n. 263) che “compete alla Superiora maggiore con il suo Consiglio, tenendo conto di ogni singola candidata, stabilire i tempi e le modalità che l’aspirante trascorrerà in comunità e fuori dal monastero”. Si può immaginare il disturbo arrecato alla comunità monastica dal dentro-fuori, ma, soprattutto, viene da chiedersi: come può essere possibile questo doppio regime? Dove va a vivere una giovane quando è fuori se non è tanto ricca da permettersi un appartamento? E se poi viene chiamata a trascorrere alcuni mesi in monastero che cosa fa? Mantiene comunque un appartamento che non usa? Va in albergo? Va dai genitori? E se arriva dall’estero?

Il documento sembra scritto da chi non conosce, o non vuole conoscere, le reali condizioni di vita nei monasteri.

In un prossimo articolo le conclusioni di questo nostro excursus sulla vita e il destino dei monasteri alla luce delle nuove norme.

Aldo Maria Valli



Continua






sabato 8 settembre 2018

Qualcuno vuole liquidare il monachesimo?






by Aldo Maria Valli, 08-09-2018

Vultum Dei quaerere e Cor orans: ovvero come colpire l’autonomia dei monasteri

(primo di tre articoli)

Nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018) a un certo punto, nella sezione dedicata a L’attività che santifica, si legge: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione” (n. 26).

Come mi succede spesso con Francesco, ho letto e riletto più volte il passaggio, con crescente sconcerto. Il mio collega Marco Tosatti, di fronte a quelle parole, ha commentato: “Saranno felici le suore di clausura e i religiosi contemplativi. In cinque righe il Pontefice regnante liquida un paio di millenni di monachesimo contemplativo, maschile e femminile”.

Ciò che colpisce è la confusione unita alla superficialità, il tutto condito con il livore. Come sarebbe a dire che “non è sano amare il silenzio”? E come si può pensare che amare il silenzio voglia dire “desiderare il riposo”? E come si può pensare che “ricercare la preghiera” sia qualcosa da contrapporre al servizio? E perché mettere “l’incontro con l’altro” in cima a tutto quando, semmai, ciò che conta è l’incontro con Dio?

Tutto in quelle parole mi sembra sbagliato, frutto di una visione difficilmente comprensibile. In ogni caso non ci ho più pensato.

Poi, pochi giorni dopo l’uscita di Gaudete et exsultate (documento che non mi convince sotto molti altri aspetti), il Vaticano rende nota Cor orans, istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, che porta la data del 1° aprile 2018 e le firme del cardinale João Braz de Aviz e di monsignor José Rodríguez Carballo, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.

Testo prolisso (108 pagine nell’edizione della Libreria Editrice Vaticana), Cor orans è una sorta di manuale di applicazione di Vultum Dei quaerere, la costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile firmata da Francesco il 29 giugno 2016.

La cosa curiosa è che Vultum Dei quaerere (sempre nell’edizione della Libreria Editrice Vaticana) conta 62 paginette, contro le 108 del manuale che serve per applicarla. Perché tanto puntiglio? Che cosa c’è in gioco?

Colpito negativamente dalle parole di Gaudete et exsultate riportate all’inizio, ho riletto Vultum Dei quaerere sotto una nuova luce e mi sono accostato a Cor orans con un certo sospetto. Mi sono chiesto: dove sta l’inganno? Vuoi vedere che davvero qualcuno è al lavoro, per usare il termine di Tosatti, per liquidare il monachesimo (in questo caso femminile)?

Vultum Dei quaerere all’apparenza è un documento che elogia coloro che compiono la scelta della vita contemplativa all’interno di comunità “poste come città sul monte e lampade sul lucerniere” (n. 2), ma, in concreto, come ha osservato Hilary White su The Remnant (https://remnantnewspaper.com/web/index.php/fetzen-fliegen/item/3906-pope-francis-vs-contemplative-orders)

se lo si legge con gli occhiali messi a disposizione da Cor orans si scopre che la costituzione è una sorta di “palla da demolizione” del monachesimo, almeno così come la Chiesa l’ha conosciuto fino a oggi.

Stiamo per entrare in un campo eminentemente giuridico e quindi complicato. In questi casi sembra che l’autorità cerchi di prendere i destinatari per sfinimento, così che a un certo punto dicano: va bene, avete ragione voi. Ma non bisogna arrendersi tanto facilmente.

Con Vultum Dei quaerere si fa piazza pulita di ciò che la Chiesa ha prodotto in precedenza in materia: articoli del Codice di diritto canonico, costituzione apostolica Sponsa Christi di Pio XII (1950), istruzione Inter praeclara della Sacra congregazione per i religiosi (1950), istruzione Verbi sponsa sulla vita contemplativa e la vita delle monache (1999). Nelle disposizioni finali il tono è perentorio: superare tutto. Ma perché? Con quale scopo?

Leggendo con attenzione si scopre che la questione è l’autonomia (a tutti i livelli) dei monasteri. È questa autonomia che si vuole colpire. È questa autonomia, antica e radicata, che si vuole superare. E di nuovo torna la domanda: perché?

Prima di rispondere occorre ricordare che cos’è un monastero e quale valore ha la sua autonomia.

All’interno di un ordine religioso (San Benedetto, San Domenico, Santa Chiara eccetera), ogni monastero nasce come piccola isola di un arcipelago, nel quale i collegamenti con gli altri monasteri sono spontanei e comunque blandi. Contrariamente alle case delle congregazioni religiose femminili, i monasteri di monache sono sui iuris: significa che, in relazione al regime interno, sono autonomi e indipendenti. Hanno quindi il diritto di governarsi da soli senza essere soggetti ad altri superiori oltre a quello interno, eletto dal capitolo. L’abbadessa, o priora, governa la comunità senza che i suoi atti siano verificati, moderati o confermati da un altro superiore maggiore. I monasteri non hanno tra loro relazione o subordinazione alcuna in quanto al regime, ma sono assolutamente e perfettamente indipendenti. Tra loro e con l’ordine religioso sono uniti da vincoli morali e spirituali, in quanto riconoscono tutti il medesimo fondatore o la medesima fondatrice, professano la stessa regola, godono degli stessi privilegi, si aiutano con suffragi e con la fratellanza di orazioni e comunicazioni spirituali. In base all’autonomia, i sudditi si aggregano per tutta la vita alla comunità e con la professione s’incorporano direttamente ad essa, prima ancora che all’ordine. Ecco perché ogni monastero ha il suo noviziato e lo spirito comune dell’ordine offre in ciascuno di essi modalità particolari, con uno spiccato carattere familiare, così che i membri formino una famiglia permanente sotto il governo dell’abbadessa o priora.

Per ciò che riguarda l’esterno, i monasteri dipendono dal papa come loro superiore supremo, ma sono anche sottoposti alla vigilanza (non all’autorità) dell’ordinario del luogo o dei superiori dell’ordine maschile corrispondente, se sono ad esso collegati. L’autonomia e la mutua indipendenza dei monasteri, “ottenuta piuttosto di fatto che di diritto” (art. VII, par.2 degli Statuti generali delle monache di Pio XII, 1950), derivano dall’organizzazione e dal carattere particolare che la regola di San Benedetto diede all’istituzione monastica e in particolare, per i monasteri femminili, è la diretta conseguenza della stretta clausura e della vita contemplativa, alla quale le monache si dedicavano totalmente ed esclusivamente.

Le norme applicative della regola, ossia le costituzioni e gli eventuali altri codici, dopo aver ricevuto l’approvazione della Santa Sede, possono variare da un singolo monastero a un altro. Le differenze tra monasteri dello stesso ordine, pur poggiati sulla stessa regola, possono quindi essere notevoli. Ogni monastero, di solito radicato nella realtà locale, declina la propria spiritualità in modo originale, dando vita a tradizioni che attraverso i secoli rendono i monasteri stessi altrettanti universi completamente unici e diversi tra loro.

Ma ecco che a un certo punto entra in campo un nuovo soggetto: si tratta delle federazioni. Previste dalla costituzione apostolica di Pio XII Sponsa Christi (21 novembre 1950), che le incoraggia e raccomanda, ma non le impone, le federazioni vogliono essere uno strumento per l’aiuto reciproco. Siamo nel dopoguerra e moltissimi monasteri versano in condizioni critiche, anche per quanto riguarda i beni materiali. Le federazioni di monasteri nascono quindi come organizzazioni di supporto. Di fatto però, nel corso degli anni, finiscono col mettere a repentaglio l’autonomia attraverso continue intrusioni nella vita comunitaria e pressioni psicologiche perché tutte le comunità si uniformino alla linea dettata dalla maggioranza. Spesso ci sono conseguenze negative sulla vita spirituale delle singole monache. Inoltre l’alternanza tra due autorità (da una parte l’abbadessa, dall’altra la presidente della federazione) crea conflitti e confusione, esponendo le monache, almeno quelle più fragili e meno preparate a fronteggiare i drammi di coscienza, alla paura di mancare all’obbedienza e ai voti, senza contare le spaccature all’interno delle comunità e i continui disturbi alla vita di contemplazione.

Insomma, in base a questa esperienza devastante, un provvedimento sensato sarebbe stata l’abolizione delle federazioni, o per lo meno un loro deciso ridimensionamento, così da consentire il rispetto delle tradizioni religiose sotto ogni profilo (spirituale, liturgico) e il ritorno alla piena autonomia. Invece avviene esattamente il contrario. Con Vultum Dei quaerere, infatti, le federazioni sono rese obbligatorie e Cor orans, attraverso i suoi 289 punti, lo ribadisce nel dettaglio, inserendo i monasteri all’interno di una struttura burocratica che non ha nulla a che fare con la loro indipendenza ma, anzi, sembra fatta apposta per svilirla. Infatti oltre alle federazioni abbiamo le associazioni dei monasteri, le conferenze dei monasteri, le confederazioni, le commissioni internazionali e le congregazioni monastiche. Tutti organismi dotati di loro organi di governo, secondo una logica che sembra mutuata da quella dei partiti politici e dei sindacati.

Questa ossessione per l’organizzazione piramidale e il controllo oscura completamente il senso più profondo della vita monastica. Orazione e adorazione diventano quasi un dettaglio. In primo piano c’è invece la struttura, pensata per mortificare l’autonomia e “normalizzare” le comunità.

Ma è tutta l’impostazione ad apparire distorta. In Cor orans un campanello d’allarme suona subito, al punto 19, dove leggiamo: “Un monastero di monache, come ogni casa religiosa, viene eretto tenuta presente l’utilità della Chiesa e dell’Istituto”. Come sarebbe a dire “tenuta presente l’utilità”? Da quando in qua per una comunità di contemplative si pone come fondamentale il criterio dell’utilità? E in che modo, poi, si può determinare l’utilità di un monastero nel quale le suore, magari di stretta clausura, trascorrono la vita in preghiera? In che modo un monastero, per giustificare la propria esistenza, può dimostrare di essere “utile”?

Il criterio dell’utilità si collega a quello dell’azione. Sei utile se accogli il migrante, se curi il malato, se educhi il bambino, se aiuti il povero. Ma se sei un monastero di vita contemplativa, la tua “utilità” è di altro tipo.

Al documento però non sembra interessare più di tanto la qualità della vita di preghiera, che in fin dei conti corrisponde all’identità stessa di un monastero. Ciò che Cor orans fa con grande impegno è invece sottolineare la necessità della “continuità” con il Concilio Vaticano II e la sua teologia, alla luce delle mutate condizioni sociali. Dunque, se una comunità monastica, in virtù della sua spiritualità e di una tradizione secolare, volesse per esempio pregare e rendere gloria a Dio mediante il rito antico, sarebbe fuori legge?

Continueremo in un prossimo articolo l’esame dei nodi critici dell’istruzione applicativa Cor orans, che mettendo a rischio autonomia e indipendenza dei monasteri costituisce un attacco a un secolare e prezioso patrimonio di fede.

Aldo Maria Valli


Continua












venerdì 7 settembre 2018

Sarah: «Le persone Lgbt hanno diritto alla verità»





Il cardinale africano risponde alle tesi di padre Martin che vorrebbe "normalizzare" l'omosessualità e ricorda che l'amore alle persone è vero solo se è nella verità. E propone cammini di accompagnamento secondo gli «insegnamenti immutabili» di Gesù. «Prima ci sono le persone stesse, che sono sempre buone, perché esse sono figlie di Dio. Poi ci sono attrazioni verso lo stesso sesso, che non sono peccato, ma sono in contrasto con la natura umana. E infine ci sono le relazioni dello stesso sesso, che sono gravemente peccaminose e dannose per il benessere di coloro che vi prendono parte».




Marco Tosatti, 07-09-2018

“È possibile rimanere fedeli agli insegnamenti della Chiesa senza voltare le spalle a milioni di persone”: così si intitola un editoriale che il cardinale Robert Sarah ha pubblicato sul Wall Street Journal del 31 agosto, per esprimere la sua opinione su un argomento che, dopo Dublino, sta lacerando la Chiesa: e cioè la questione delle persone omosessuali, e del modo in cui possano essere nella Chiesa stessa. Come abbiamo visto, il gesuita attivista LGBT James Martin ha rubato largamente la scena mediatica al Meeting delle Famiglie, con una relazione estremamente discutibile – e contestata - . Il cardinale Sarah risponde, con equilibrio, ribadendo principi fondamentali.


«La Chiesa cattolica è stata criticata da molti, compresi alcuni dei propri seguaci, per la sua risposta pastorale per la comunità LGBT. Questa critica merita una risposta — non per difendere come reazione le pratiche della Chiesa, ma per determinare se, come i discepoli del Signore, stiamo cercando efficacemente un gruppo in stato di bisogno. I cristiani devono sempre cercare di seguire il comandamento nuovo di Gesù nell'ultima cena: ‘amatevi, come io ho amato voi’».


Ma sottolinea il porporato, «per amare qualcuno come Cristo ci ama significa amare quella persona nella verità». E proprio per questo «il Catechismo della Chiesa cattolica riflette questa insistenza sull'onestà, affermando che il messaggio della Chiesa al mondo deve ‘rivelare in tutta chiarezza la gioia e le esigenze della via di Cristo’».


Già in un’altra occasione, se la memoria non ci tradisce, il cardinale Sarah aveva ricordato al gesuita americano che lui non è una persona qualsiasi, ma un sacerdote, e fra l’altro, direttore editoriale della più importante rivista dei gesuiti americani.


«Chi parla a nome della Chiesa deve essere fedele agli insegnamenti immutabili di Cristo, perché solo attraverso una vita in armonia con il disegno creativo di Dio le persone trovano appagamento profondo e duraturo», e cita il Vangelo di Giovanni e le parole di Gesù sulla gioia. «I cattolici credono che, con la guida dello Spirito Santo, la Chiesa attinga i suoi insegnamenti dalle verità del messaggio di Cristo».


Il Prefetto cita poi James Martin, sj. «Tra i preti cattolici, uno dei critici più schietti del messaggio della Chiesa nei riguardi della sessualità è padre James Martin, un gesuita americano. Nel suo libro "Building a Bridge", pubblicato all'inizio di quest'anno, egli ripete la critica comune che i cattolici sono stati duramente critici dell'omosessualità, trascurando l'importanza dell'integrità sessuale tra tutti i suoi seguaci. Padre Martin è corretto nel sostenere che non dovrebbe esserci alcun doppio standard per quanto riguarda la virtù della castità, che, impegnativa come può essere, fa parte della buona novella di Gesù Cristo per tutti i cristiani. Per i celibi — non importa quale sia la loro attrazione — la castità fedele richiede astenersi dal sesso».


Certo, nel mondo odierno, le difficoltà sono grandi: «Questo potrebbe sembrare uno standard elevato, soprattutto oggi. Eppure sarebbe contrario alla saggezza e bontà di Cristo richiedere qualcosa che non può essere realizzato. Gesù ci chiama a questa virtù perché ha fatto i nostri cuori per la purezza, proprio come ha fatto la nostra mente per la verità. Con la grazia di Dio e la nostra perseveranza, la castità non è solo possibile, ma diventerà anche la fonte per la vera libertà». Il porporato illustra le “tristi conseguenze” del rifiuto del piano di Dio per quanto riguarda l’amore e l’intimità umana, e la cosiddetta liberazione sessuale. La promiscuità ha provocato sofferenze senza fine. «Come una madre, la Chiesa cerca di proteggere i suoi figli dal danno del peccato».


«Nel suo insegnamento circa l'omosessualità, la Chiesa guida i suoi seguaci a distinguere la loro identità dalle attrazioni e dalle azioni. Prima ci sono le persone stesse, che sono sempre buone, perché esse sono figlie di Dio. Poi ci sono attrazioni verso lo stesso sesso, che non sono peccato se non volute o seguite da azioni, ma sono comunque in contrasto con la natura umana. E infine ci sono le relazioni dello stesso sesso, che sono gravemente peccaminose e dannose per il benessere di coloro che vi prendono parte. Le persone che si identificano come membri della comunità LGBT hanno diritto a questa verità nella carità, soprattutto da parte del clero che parla a nome della Chiesa su questo argomento complesso e difficile».


«La mia preghiera è che il mondo dia finalmente attenzione alle voci dei cristiani che esperimentano attrazione verso lo stesso sesso e che hanno scoperto la pace e la gioia col vivere la verità del Vangelo. Sono stato benedetto dai miei incontri con loro, e la loro testimonianza mi commuove profondamente. Ho scritto la prefazione a una tale testimonianza, il libro di Daniel Mattson, "Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace" con la speranza che la sua e voci simili siano megli ascoltate».


Uno dei (numerosi) rimproveri che vengono rivolti all’attivista LGBT James Martin è che questa categoria di persone è molto trascurata nella sua predicazione. E invece dice il card. Sarah, «questi uomini e donne testimoniano la potenza della grazia, la nobiltà e la resilienza del cuore umano e la verità dell'insegnamento della Chiesa sull'omosessualità. In molti casi, essi hanno vissuto lontani dal Vangelo per un periodo, ma sono stati riconciliati a Cristo e alla sua Chiesa. La loro vita non è facile o senza sacrificio. Le inclinazioni omosessuali non sono state vinte. Ma hanno scoperto la bellezza della castità e della casta amicizia. Il loro esempio merita rispetto e attenzione, perché hanno molto da insegnare a tutti noi su come migliorare l’accoglienza e accompagnare i nostri fratelli e sorelle in autentica carità pastorale».









giovedì 6 settembre 2018

Storia di un prete cacciato dal parroco per aver tenuto una bella e onesta omelia






by Aldo Maria Valli, 05-09-2018

Le cronache dalla Neochiesa sono sempre più paradossali.

Qui raccontiamo la storia di Juan Carlos Gavancho, prete cattolico, di origine peruviana, che fino a pochi giorni fa prestava servizio in una parrocchia di Santa Barbara, in California. Perché fino a pochi giorni fa? Perché, dopo una sua omelia, è stato cacciato dal parroco.

Ma che cosa ha detto di tanto terribile o sbagliato?

Ascoltate voi stessi. Questa è l’omelia, tenuta da padre Gavancho in spagnolo, nella quale il sacerdote mostra di prendere sul serio i contenuti del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò: https://www.facebook.com/juan.gavancho/posts/10156328304642928?__tn__=-R

Qui invece propongo una sintesi dell’omelia tradotta in italiano (con qualche mia sottolineatura):

Il maligno ha fatto presa nella Chiesa. Ed è naturale per le persone credere che non ci sia più nulla da fare nella Chiesa cattolica. Forse molti pensano di abbandonarla. In effetti dopo la terribile esperienza del 2002, relativa agli abusi, molte persone l’hanno lasciata. E ora ecco un altro motivo per andarsene. Spero che non lo facciano, dico loro che hanno bisogno di restare, che questa è la Chiesa di Cristo. Ma se la lasciano, credetemi, lo capisco. Perché ciò che abbiamo permesso che accadesse nella Chiesa cattolica, in tutto il mondo, è molto grave. Non si tratta solo dell’’America, ma del mondo, ovunque!

Se sei cattolico e ami la Chiesa cattolica, non puoi semplicemente dire: “Bene, preghiamo, offriamo un paio di rosari e vedremo che cosa accadrà”. Non puoi farlo. Devi pregare, ma pregare per la verità. Devi pregare in modo che Dio possa agire. Egli ha incominciato ad agire. Fino a ieri chi poteva pensare che un ex ambasciatore della Santa Sede negli Stati Uniti avrebbe scritto una lettera di undici pagine dicendo quel che ha detto, chiedendo le dimissioni di un papa ?! Chi poteva pensarlo? Se me lo aveste detto ieri mattina, non vi avrei creduto. Ma è quello che è successo. 
Allora, che cosa stiamo facendo adesso? Dove stiamo andando? Prima di tutto, dobbiamo capire una cosa. Questa Chiesa, la Chiesa cattolica, è la Chiesa di Cristo. È la Sposa di Cristo. San Paolo ha ragione quando dice che Gesù ha purificato la Chiesa con la sua croce, con il suo sangue. La Chiesa è magnifica. Noi l’abbiamo tradita. Questa non è una Chiesa violenta. Questa è una Chiesa santa che è caduta nelle mani di uomini malvagi e violenti, che stanno cercando di distruggere la Chiesa dall’interno, dal momento che non hanno potuto farlo dall’esterno attraverso i secoli. 
Ma dovete essere consapevoli del fatto che è Cristo il responsabile della Chiesa. Lui è al comando. A volte, in giorni come questo, potremmo non vederlo. Potremmo non sentirlo. E possiamo gridare come abbiamo fatto all’inizio della messa: “Per favore, Signore, aiutaci! Abbi pietà di noi!”. Ma è lui al comando e porterà giustizia. Ha già iniziato a farlo. Ciò che vi ho detto è solo l’inizio. Solo l’inizio. Molte cose brutte stanno per accadere e dobbiamo essere contenti, perché niente è meglio della verità. Sapere che cosa sta succedendo, anche se può essere brutto e doloroso, va molto bene. Quindi, Cristo è al comando. 
Secondo, pregate. Fate sacrifici. Pregate il rosario. Avvicinarsi di più al Signore. Chiedere al Signore di essere parte del suo gregge. Perché vedrete molte vesti talari, o casule come questa, e ascolterete molte prediche dai pulpiti. Ma sono traditori. Quindi è necessario quello che nella Chiesa cattolica è chiamato discernimento: la capacità di riconoscere dove c’è Dio e dove non c’è. A prescindere da ciò, può sembrare che Dio sia qui o lì. No, no. Ora avete bisogno di un vero discernimento, perché il diavolo ha rivestito i suoi figli con abiti da pastore, così da rendere più difficile il riconoscerlo. 
Dovete pregare per il discernimento, per la Chiesa, per voi, per i vostri figli. Per i vostri sacerdoti, specialmente per tanti vescovi che sono ancora buoni, e per i sacerdoti che sono buoni, fedeli. Che hanno sofferto molto in questi decenni e in tutti questi anni, spostati da una parrocchia all’altra per aver predicato la verità, e ciò non piaceva al pastore o al vescovo, e così si sono trasferiti in un altro luogo e poi in un altro ancora, e vivono una vita di grande sofferenza, ma ci sono. E non è divertente. È difficile. Piangi molto, perché ti senti solo. Dimenticato. Disprezzato. Solo perché hai voluto essere fedele a Cristo, perché i tuoi discorsi e le tue omelie non si accordavano con le idee di queste persone che vogliono distruggere la Chiesa e pretendono che tu dica alla gente solo cose carine, senza smuovere le acque, stando al gioco, senza innervosire le persone, stando sulle generali, in modo che la gente non sia consapevole di cosa sta succedendo. 
Quindi, miei cari fratelli e sorelle, dobbiamo agire, il che fa parte di un processo di conversione. Dovete agire. Il vescovo Fulton Sheen, uno dei più grandi vescovi che l’America abbia mai avuto, ha detto: “Non cercare cambiamenti nei vescovi e nei sacerdoti”. Stava parlando con te. Il cambiamento nella Chiesa verrà mediante voi laici. Non arrenderti. Di’ al tuo pastore, al tuo sacerdote, al tuo vescovo: “Dicci la verità! Smetti di fare il simpatico e di sorriderci, e predica il Vangelo! Vogliamo vivere una vita santa, non la vita che il mondo vive. Diteci la verità e vi aiuteremo a sostenere la Chiesa con i nostri soldi e altre cose. Ma tu, tu devi svolgere la tua missione, devi fare il tuo lavoro, che consiste nell’aiutarci ad andare in paradiso. Per essere salvati. Consiste nel darci il Sacramento, amare Gesù, e non solo nell’essere politicamente corretti. Questo non è il Vangelo. 
Ma questa è la tentazione in cui voi laici siete caduti. … Parlate! Volete il Vangelo? Volete Cristo? Volete il paradiso? Volete la verità? O volete semplicemente ciò che troviamo ovunque nel mondo, ciò che è piacevole per le nostre orecchie? Richiedi il cambiamento nella Chiesa. Non sarà sufficiente aggiungere un paio di politiche sul prendersi cura dei bambini. Non sarà sufficiente vedere le dimissioni di tre, quattro o cinque cardinali e dieci vescovi: non sarà abbastanza. Dobbiamo vedere un vero cambiamento. Dobbiamo tornare a essere fedeli a Cristo, a Nostro Signore, Cristo, non al mondo. Siamo qui per cambiare il mondo, non per essere cambiati dal mondo. Siamo la luce del mondo; non siamo uguali al mondo. Abbiamo Cristo. Abbiamo la verità. Il mondo è indifeso. Il principe del mondo è il maligno, e siamo consapevoli della battaglia contro di lui
Ora, quello che sto dicendo potrebbe sembrarvi molto difficile, e mi dispiace, ma dovevo dirlo. Perché sono stanco di vedere mia madre la Chiesa insultata e dipinta come un’istituzione di criminali. Perché non lo è. È mia madre, è vostra madre! Colei che ti ha dato la vita eterna attraverso il battesimo, che ti ha dato il coraggio attraverso la confermazione, che vi dà l’Eucaristia ogni domenica. È nostra madre e abbiamo bisogno di aiutarla in questi tempi terribili. Quindi, miei cari fratelli e sorelle, devo dire questo perché sono sacerdote di Cristo. Molte persone non parlano così, e io avevo paura di dire qualcosa del genere. Ci sono altre cose che voglio dire, ma non le dico perché voglio essere qui la prossima settimana. 
Ma devo dire questo, e chiedo perdono al Signore, perché anch’io sono un codardo. A volte non dico quello che dovrei dire, perché a volte sono più preoccupato per la mia posizione. Pregate anche per me, perché possa essere santo. Soffrire è terribile, è difficile, e voi non volete soffrire. Pregate, miei amici cattolici, in questi tempi terribili. Chiedete ai vostri leader la verità: solo allora tutto andrà bene. Con Gesù! Non con i cardinali, non con i papi. Questi sono esseri umani. Alcuni sono meravigliosi, altri sono cattivi. Solo con Cristo. Solo facendo la sua volontà. Solo rimanendo vicino a lui, fedelmente, andrà tutto bene. E vi dico questo: andrà tutto bene. La Chiesa di Cristo non può essere distrutta da nessuno, non dal diavolo. Non distruggeranno la Chiesa, ma elimineranno alcuni membri della Chiesa, sì, questo lui lo può fare. E preghiamo che nessuno di noi sia uno di loro. Quindi, miei cari fratelli e sorelle, possa il Signore aiutarci in questi tempi terribili ad avere coraggio. Ho speranza in Dio, e in voi laici. Salverete la Chiesa.

Ecco, questa l’omelia. Che a me è sembrata bellissima, onesta, appassionata, cattolica da cima a fondo. E infatti ha causato la cacciata di padre Gavancho dalla parrocchia.

Raggiunto dai giornalisti, il sacerdote ha confermato. Il parroco gli ha chiesto un incontro in privato e gli ha ordinato di andarsene dicendogli: “La parrocchia pagherà per conservare le tue cose per una settimana”. Quella stessa notte padre Gavancho ha dormito in albergo.

Il giorno seguente Juan Carlos Gavancho si mette in contatto con l’ufficio del clero dell’arcidiocesi di Los Angeles e riceve la conferma: rimosso. Scopre che su di lui ci sono dieci denunce del parroco. L’ultima riguarda proprio l’omelia sui mali della Chiesa.

Padre Gavancho riferisce inoltre che non gli è stata data alcuna possibilità di difendersi.

Evidentemente il sacerdote è un po’ troppo sincero e schietto rispetto a una certa linea oggi prevalente nella Chiesa. Questa è infatti la seconda volta che gli viene ordinato di lasciare una diocesi californiana: “Devo riconoscere che sì, i problemi mi hanno seguito, non perché sono un piantagrane, ma perché la situazione nella Chiesa è così difficile che i preti come me non si adattano bene. Non sono un prete che predica sempre sull’inferno, sull’aborto o sull’omosessualità. Predico su qualunque cosa la lettura del Vangelo proponga di giorno in giorno. Se parla dei poveri, predico sui poveri. Ho difeso gli immigrati in un’omelia non molto tempo fa. A volte cercano di dipingermi come un malvagio, ma non è vero. A Santa Barbara ho cercato di andare incontro alle richieste del parroco. Non ho indossato la tonaca perché sapevo che non gli piaceva, e per lo stesso motivo non ho celebrato messe in latino”.

Eppure eccolo buttato fuori. Il che non lo spaventa. “Nella Chiesa è giunto il tempo che la gente parli”, dice. Ammette che non sa dove andrà. Libri e oggetti personali li terrà in albergo, fino a quando avrà soldi a sufficienza. Poi forse andrà in Perù a trovare la mamma. Ma non è pentito per quell’omelia. “Ho semplicemente dovuto dire la verità”.

Ecco una storia che potremmo ben definire esemplare. Vengono alla mente le celebri parole di Gilbert Keith Chesterton: “Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.

Credo che quel tempo sia giunto.

Aldo Maria Valli



Aggiornamento

Nel sito The American Conservative https://www.theamericanconservative.com/dreher/the-sermon-that-cost-a-brave-priest-his-job/ Rod Dreher racconta gli ultimi sviluppi della storia.

La parrocchia ha risposto che padre Gavancho non è stato allontanato per l’omelia, ma per problemi nei “rapporti interpersonali con lo staff della parrocchia e i parrocchiani”. Da parte sua, padre Gavancho smentisce: mai avuto problemi di quel tipo. Comunque sia, per me la sua predica resta molto bella e opportuna.

















sabato 1 settembre 2018

UN'AGONIA DI OLOCAUSTO ACCOMPAGNATA DA CANTI NUZIALI








Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 9 - Settembre 2018


Di fatto la riforma liturgica; di fatto la riforma della messa cattolica, cuore della riforma liturgica e chiave interpretativa di tutto il Concilio, ha costituito il più pericoloso imborghesimento della preghiera cristiana.


Sappiamo, usando il termine “imborghesimento”, di destare le reazioni di “destra” e di “sinistra”, ma non riusciamo a trovare un termine che riassuma più compiutamente e sinteticamente il ribaltamento della preghiera cristiana, trasformata da coscienza di un avvenimento che accade in espressione personale della lode a Dio.


E il problema sta tutto qui: aver coscienza che nella storia è accaduto e accade un fatto inaudito, un Dio che muore per te, per liberarti dall'abisso, e voler essere presenti a questo accadimento per mendicare la liberazione del mondo.


Il problema sta nell'essere coscienti che questo fatto, che si ripete sugli altari cattolici, ha un valore eterno e una portata sociale inaudita.


Direte, cosa c'entra la riforma liturgica? C'entra eccome, perché umanizzando la messa, rendendola terribilmente facile per tutti, di fatto l'ha trasformata nella preghiera della comunità che dà qualcosa a Dio. Questo è il ribaltamento spaventosamente disastroso che lo spirito borghese, individualista o falsamente comunitario che si voglia, ha di fatto operato nell'assoluta maggioranza dei fedeli. La preghiera non nasce più dall'avvenimento presente, ma dal bisogno psicologico dell'uomo.


Chi ha continuato a seguire le parrocchie in questi decenni, obbedendo senza resistenza all'organizzato rinnovamento della preghiera cristiana, oggi si ritrova non più cattolico, cioè non più centrato sull'avvenimento della Croce.


È così, e chi lo nega sa di farlo per resistenza ideologica.


A una messa imborghesita corrisponde la morte del popolo, del popolo cattolico, tanto osannato dal Concilio: che mistero in questa contraddizione!


Non ci dilunghiamo ancora. Offriamo solo un approfondimento su ciò che intendiamo dire, la lettura di una pagina di Léon Bloy che misticamente esprime la coscienza veramente cattolica sulla messa:


«La messa cantata è un'agonia di olocausto accompagnata da canti nuziali. Essa riassume l'incommensurabilità dei dolori e l'infinito della gioia. Essa rinnova, incessantemente, con riti sempre identici, l'enorme colloquio del Signore con gli uomini:
- Io vi ho creati a mia somiglianza tre volte santa, e voi m'avete ripagato col tradimento. Allora, invece di castigarvi, mi son punito da me stesso. Non m'è più bastato che mi rassomigliaste; io, l'Impassibile, ho sentito una sete infinita di rendermi simile a voi affinché voi diventaste uguali a me, e mi son fatto un verme a vostra immagine. Voi marcite, a vostro agio, nel fango arrossato dal mio sangue, ai piedi della Croce sulla quale mi avete inchiodato con quattro membra affinché non fuggissi. Eccoci dunque, io e voi, da duemila anni circa. Orbene, questo legno è terribilmente duro e voi non olezzate, miei cari figli... non c'è che il mio servo Elia che possa venire a liberarmi, per darmi finalmente la possibilità di battezzarvi e mondarvi nel fuoco, come ho tante volte annunziato. Ma questo profeta dorme, senza dubbio, un sonno profondo, ed è da tanto che lo chiamo nell'angoscia del Sabacthàni... egli però verrà, credetemi; e allora, sciocchi ingrati, vedrete quel che son capace di fare. In quel giorno, gli spaventi divini combatteranno contro gli uomini, perché si vedrà una cosa inaudita e completamente inattesa che sradicherà dalle sue fondamenta l'abitazione degli uomini, vale a dire ci sarà il trapasso delle figure nella realtà... vi accuserò perché sono l'autore della Fede, vi farò disperare perchè sono il primogenito della Speranza, vi brucerò perché sono la stessa Carità. Sarò spietato nel nome della Misericordia, e la mia Paternità non avrà più viscere se non per divorarvi. La mia Croce disprezzata sarà radiante di splendore come un incendio nella notte buia, e un ignoto terrore, in quella luce, si impadronirà della tremebonda folla dei cattivi greggi e dei cattivi pastori. Ah! m'avete detto di scendere perchè avreste creduto in me; mi avete gridato che salvassi me stesso dal momento che salvavo gli altri. Ebbene, ecco sto per compiere i vostri voti. Discenderò effettivamente dalla mia Croce quando questa sposa d'ignominia sarà tutto un incendio, per l'arrivo di Elia, e quando non sarà più possibile ignorare ciò che era, sotto la sua apparenza di crudeltà e di abiezione, questo strumento di supplizio per tanti secoli. Tutta la terra saprà allora, per agonizzare di terrore, che questo segno era il mio stesso Amore... questa Croce, che mi sorpassa da tutti i lati, per esprimere nella sua Follia le adorabili esagerazioni del vostro Riscatto, sta per dilatare su tutta la terra le sue braccia torreggianti. Le montagne e le pianure si scioglieranno come cera, e il vostro Dio dischiodato dal suo letto sanguinante, poserà di nuovo i suoi piedi traforati sul suolo di Adamo per vedere se manterrete la parola, credendo in Lui. Egli vi guarderà con la faccia della sua Passione, ma questa volta rovida della luce di tutti i simboli prefiguratori, che questo prodigio accenderà davanti a lui come fiaccole, e per aver usato a vostro piacimento della vostra libertà di putredine, nel tempo delle tenebre, conoscerete a vostra volta che cosa significa essere abbandonati dal Padre, imparerete che cosa è la sete, e sarà consumata in voi ogni giustizia per mezzo delle spaventose Mani ardenti che avrete bestemmiato...» (Il disperato, ed. Paoline, 1959, pp. 269-271).


Che anche questo testo ci svegli dal sonno spaventosamente mortale dell'imborghesimento.