mercoledì 6 giugno 2018

I nodi che l’islam dovrebbe incominciare a sciogliere






di Aldo Maria Valli

Da tempo non sentivo più parlare del padre Samir Khalil Samir, il grande esperto di islam, una delle voci più limpide, nella Chiesa cattolica, in materia di rapporto fra cristiani e musulmani. Mi ha fatto quindi piacere che nei giorni scorsi, in occasione del suo ottantesimo compleanno, il padre Samir abbia partecipato a un convegno in suo onore a Roma, presso il Pontificio istituto orientale, e lì abbia proposto una riflessione che va letta integralmente, perché afferma alcune verità troppo spesso ignorate.

Proprio il suo amore per la verità ha creato qualche problema al gesuita egiziano, nato al Cairo nel 1938. Quando nel 2016, conversando con il giornale francese La Croix, papa Francesco disse che “l’idea di conquista è inerente all’anima dell’islam, è vero”, ma “si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”, Samir ebbe il coraggio di correggere pubblicamente il pontefice spiegando che le cose non stanno così, perché mentre l’uso aggressivo della fede cristiana avviene a dispetto del Vangelo, e quindi attraverso un tradimento del messaggio di Gesù, in molte parti del Corano la violenza è ampiamente giustificata e anzi incoraggiata. Quando si affrontano certi temi, aggiunse Samir, bisogna stare attenti.

Subito dopo il Pontificio istituto orientale gli comunicò di non aver più bisogno delle sue prestazioni, e così il padre gesuita tornò al Cairo, dove si sta dedicando all’impegno ecumenico e alla risistemazione del materiale raccolto e prodotto in una vita consacrata agli studi.

Tra le sue esperienze più significative c’è stata quella di consigliere di Benedetto XVI, da lui difeso strenuamente quando Joseph Ratzinger, dopo la lectio magistralis di Ratisbona, fu attaccato in modo durissimo e accusato di aver offeso i musulmani.

“Il Papa – spiegò allora Samir – ha detto che la violenza è contraria alla ragione, e questo riguarda una certa concezione musulmana che usa la violenza per difendere Dio. Bisogna riconoscere che nel Corano c’è un’apertura alla tolleranza, ma anche un’istigazione alla violenza. Bisogna riconoscere che il terrorismo non nasce soltanto da motivazioni sociopolitiche, ma anche da un’interpretazione di passi innegabilmente violenti del testo coranico”.

E proprio dal papa emerito Benedetto XVI è giunto al convegno romano un messaggio pieno di affetto e di stima per il padre gesuita. Scrive infatti Benedetto XVI: “Mi ricordo bene di un’occasione – era allora a Castel Gandolfo – in cui ci ha spiegato i problemi dell’islam, con molto realismo e donandoci il giusto orientamento. Si vede con chiarezza che Lei non desidera che servire la Verità, che sola ci può aiutare”.

E che il padre Samir abbia a cuore la Verità, e continui a servirla, lo si vede bene anche dal suo intervento al simposio di Roma.

A lui dunque la parola.


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Amici musulmani, cerchiamo una via più bella di convivenza
L’islam non è solo una religione: è una totalità

L’islam, a differenza del cristianesimo, non è solo una religione: è una totalità. È questa la sua forza e il pericolo. Può diventare un impero, una dittatura, perché niente sfugge all’islam: l’economia, la politica, l’aspetto militare, il rapporto uomo-donna, i gesti precisi nella preghiera, il modo di vestirsi, tutto! Tutto è islamico!

È una forza, una potenza, ma è anche la lacuna, la difficoltà dell’islam. Mescolando religione, politica, economia e potere, la religione perde la sua essenza. È ciò che cerco di spiegare agli amici musulmani: fino a che ci sarà questo miscuglio – e rischia di essere per l’eternità – sarà difficile per i musulmani trovare una linea umanistica completa.
Il problema: mescolare politica e religione

Mescolare politica e religione è successo a tutte le religioni, in alcuni periodi. Spesso i musulmani mi criticano dicendo: “E allora, le crociate?”, aggiungendo cose inesatte e non vere. Io rispondo: “Tu stai parlando di una fase della storia, ma andiamo alla radice. Prendi il Vangelo, e trovami un solo passo in cui Gesù dice ‘combattetele, uccideteli, non fateli fuggire’, come sta scritto nel Corano” (2: 190-191; 4: 89; 9: 5; 9: 123; ecc.). Questa è la grande differenza! Gli uomini sono tutti simili, ma il testo fondatore è essenziale.

Gesù non dice “occhio per occhio, dente per dente” (Levitico 24:20; Esodo 21:24), come Mosè. Al contrario, Egli dice: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5, 38-42).

A chi mi viene a dire: “Ma allora, tu ti sottometti a lui, al musulmano!”. Rispondo: “No, io supero la provocazione, per aiutarlo a capire: è la visione evangelica di Cristo, il suo progetto originale.

Invece, il progetto originale di Maometto è un progetto politico, che usa sì la religione e la fede – ma è politico. L’islam non è capace di distinguere le due dimensioni. Ci sono tendenze che vogliono dissociare politica e religione, ma vengono criticate. Viene detto loro che quanto da loro portato avanti “non è l’Islam”.

Questo capita anche in altre religioni. Pensiamo all’induismo – che io credevo essere il pacifismo perfetto – e a quello che accade in India oggi: ogni giorno c’è un attacco contro protestanti, cattolici, musulmani. C’è difficoltà a distinguere la religione dalla cultura politica e economica.
“La religione appartiene a Dio, ma la patria a tutti!”

In Egitto, nel 1919, ci fu la rivoluzione contro i britannici. Il capo dell’opposizione, il famoso Saad Zaghloul, per raccogliere tutti gli egiziani – musulmani, cristiani, ebrei, miscredenti – contro di loro, lanciò lo slogan: “La religione appartiene a Dio, ma la patria a tutti!” (Ad-dīn li-llāh, wa-l-waṭan li-l-ǧamī‘).

Copti e musulmani stavano mano nella mano contro gli inglesi che invadevano l’Egitto. Era una questione nazionale, non religiosa. Non era un conflitto tra musulmani (cioè egiziani) e cristiani (cioè britannici), ma un conflitto puramente politico.

Questa è stata la vera rivoluzione delle mentalità. Abbiamo combattuto allora mano nella mano. E abbiamo vissuto poi anche mano nella mano, musulmani, cristiani ed ebrei. In proporzione a loro numero, c’erano più ministri cristiani che musulmani; lo stesso a tutti i livelli della vita sociale, economica, culturale e politica. Gli ebrei si sentivano a casa, e i i negozi più grandi erano i loro.

La religione è affare personale, tra me e Dio. Nessuno ha diritto d’interferire. È questa distinzione dei settori che è fondamentale, è quello che nel dialogo islamo-cristiano cerco, personalmente, di suggerire. Se parliamo di islam, cristianesimo e ebraismo, non parliamo di ebrei, musulmani e cristiani: parliamo del progetto. È un progetto puro, valido per tutti gli esseri umani, o è un progetto per “tribù”? Finché non ci capirà questo, temo che non ci sarà pace.
I periodi di liberalismo nella storia islamica

Nel corso della storia, abbiamo avuto periodi in cui vi è stato rispetto per tutti, soprattutto nel periodo abbasside, tra il 750 e l’anno mille. Eravamo tutti insieme, gli uni erano discepoli degli altri. Man mano, tutto si è poi politicizzato.

Più tardi, nel 1800, abbiamo riscoperto questa possibilità di convivenza, con un’apertura fino alla metà del 20mo secolo; ma poi è tornata la tendenza islamista. Il ritorno a un’era più liberale è possibile, ma non è prevedibile a breve tempo.

Ora siamo addirittura passati dall’intransigenza al terrorismo. Ed è un terrorismo squisitamente islamico. Chi uccide lo fa nel nome dell’islam, non nel nome dell’arabismo o del nazionalismo, ma contro chi non è un “perfetto islamico”: sciiti, yazidi, cristiani… E questa corrente sta arrivando anche in Occidente. Io temo che l’Europa non si accorga dell’immensità del pericolo.

Queste settimane in Gran Bretagna hanno proposto che ai musulmani si applichi la sharia, e non la legge inglese! Se la Gran Bretagna accettasse una cosa del genere – se ognuno avesse la sua legge: cristiani, ebrei, indù, ecc. – allora non ci sarebbe più patria, non ci sarebbe più Paese.

Il principio fondamentale da attuare è questo: la distinzione dei settori. La politica vale per tutti, la decidiamo tutti insieme e sbagliamo – e ci correggiamo – tutti insieme. La fede è un fatto personale. Se tu vuoi essere ateo, hai il diritto di esserlo. Penso che ti manchino degli elementi, ma quello è affare tuo. Tu hai il diritto di essere ateo, come io ho il diritto di essere credente, e l’altro di essere musulmano o buddista, ecc. Questo manca nella visione islamica.
Aiutare i musulmani a ritrovare il loro liberalismo di una volta

I cristiani devono aiutare i musulmani (ed altri gruppi religiosi o ideologici) a ricordare questi principi: non è un principio solo cristiano, è un principio umanistico. Siamo tutti “italiani”, “umani”, uomo e donna. Io non ho autorità sulla donna, né una donna ha autorità su di me. Tutti siamo sotto una sola autorità, quella della legge e – se si crede – sotto quella di Dio.

Se la Costituzione divide cristiani e musulmani, o donna e uomo – come, purtroppo dal 1971 avviene in quella egiziana – non c’è più uguaglianza e non c’è più cittadinanza! Questo concetto di cittadinanza era “la” richiesta maggiore del Sinodo per il Medio Oriente nell’ottobre-dicembre 2010, ma non è stato possibile trasmetterla alla popolazione musulmana.

La disuguaglianza tra musulmani e non musulmani, uomo e donna, ricco e povero, i vari stati sociali, ecc., sono le cause del ritardo a tutti i livelli in molti Paesi. La costituzione e le leggi valgono ugualmente per tutti, e non dovrebbe esserci nessuna distinzione tra i membri del Paese e della nazione!
Il salafismo è la piaga dell’islam

La piaga attuale dell’islam è la tendenza salafita, che consiste nel pensare che la soluzione ai mali presenti dell’islam sia il ritorno all’islam delle origini, del settimo secolo. Questa tendenza prende varie forme e nomi: il wahhabismo, da un certo Muḥammd Ibn ‘Abd al-Wahhāb (1703-1792), che viveva a Najd nel centro dell’Arabia ; i salafiti, nati in Egitto alla fine del XIX secolo, con il desiderio di riformare l’islam tornando al modello dei primi compagni e successori di Maometto; i Fratelli musulmani, movimento creato in Egitto nel marzo 1928 da Hassan al-Banna.

In questi gruppi c’è una visione per cui non si distingue fra il settimo secolo e il ventunesimo. Ciò che era valido allora lo è oggi. Eppure sono passati quattordici secoli, e ora la mentalità è cambiata, e cambia giorno per giorno. Come si può dire “torniamo a praticare quello che si faceva al tempo del Profeta”, come affermano i salafiti? Non si può. Bisogna avere buon senso e logica, e per questo la critica deve essere fatta, con rispetto, certo, perché so che chi applica quest’idea lo fa perché è convinto che quella sia la parola di Dio, ma fatta con forza.

Allora lo aiuto, dicendo: “Rifletti con me, riflettiamo insieme”. La nostra missione è di aiutare a riflettere, e loro devono decidere. Non posso decidere per loro, ma non posso ignorare che loro stiano pensando con criteri non contemporanei. Si tratta di un impegno di informazione e di apertura, non di imporre qualcosa.

È il messaggio che trasmetto personalmente agli amici musulmani. Senza aggressività, dico: “Fratello mio, io ti voglio tanto bene. Vedi come puoi fare una famiglia, amata e amante, strutturata; come fare un’industria che sia per il bene dei poveri”. Serve equilibrare tutto, pensare globalmente. E, in fin dei conti, siamo tutti esseri umani, membri di una famiglia che può essere la patria: degli egiziani, degli italiani… ma non una famiglia che divide.
Cristiani del mondo arabo: la nostra missione

Quando si dice “musulmano”, si contrappone a “cristiano”. Io penso all’evangelizzazione, è vero, ma non per convertire, ma per annunciare il Vangelo, un progetto di liberazione. Se tu pensi che questo messaggio ti aiuti ad essere migliore, prendi quel che vuoi. Ma non cerco di farti cristiano. Cerchiamo una strada più bella. Se ne vedi una, seguila, ma alla condizione che non vi sia mai qualcuno che ne soffre, che ne paga il prezzo.

Vorrei concludere con ciò che abbiamo scritto nell’Assemblea speciale per il Medio Oriente, in Vaticano, l’8 dicembre 2009: “Il rapporto tra cristiani e musulmani va compreso a partire da due principi: da una parte, come cittadini di uno stesso Paese e di una stessa patria che condividono lingua e cultura, come gioie e dolori dei nostri Paesi; dall’altra, noi siamo cristiani nelle e per le nostre società, testimoni di Cristo e del Vangelo. Le relazioni sono, più o meno spesso, difficili, soprattutto per il fatto che i musulmani generalmente non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini” (§ 68).

“Tocca a noi, perciò, lavorare, con spirito d’amore e lealtà, per creare un’uguaglianza totale tra i cittadini a tutti i livelli: politico, economico, sociale, culturale e religioso, e questo conformemente alla maggioranza delle Costituzioni dei nostri Paesi. Con questa lealtà alla patria, e in questo spirito cristiano, noi facciamo fronte alla realtà vissuta, che potrebbe essere irta di difficoltà quotidiane, cioè di dichiarazioni e minacce da parte di certi movimenti. Constatiamo, in molti Paesi, la crescita del fondamentalismo, ma anche la disponibilità di un gran numero di musulmani a lottare contro questo estremismo religioso crescente” (§ 70).

Concludo con la dichiarazione al mondo del Concilio Vaticano II, il 28 ottobre 1965: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini” (Nostra aetate, 3).

Questa è la visione cristiana, che, nella mia conoscenza limitata, mi sembra essere la più aperta di tutte le altre.

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Il testo dell’intervento del padre Samir al simposio Patrimonio arabo-cristiano e dialogo islamo-cristiano è stato riprodotto da Asianews il 4 giugno

http://www.asianews.it/notizie-it/P.-Samir:-Amici-musulmani,-cerchiamo-una-via-pi%C3%B9-bella-di-convivenza-44073.html

E sempre su Asianews, il giorno seguente, è uscito un interessante articolo

http://www.asianews.it/notizie-it/La-malattia-dellislam:-quando-i-sapienti–frenano-levoluzione-44082.html

dedicato ai freni che nel mondo musulmano impediscono il confronto con la modernità e, di conseguenza, un autentico progresso. Intitolato La malattia dell’islam: quando i “sapienti” frenano l’evoluzione, l’articolo è opera di un giovane musulmano che vive a Parigi, Kamel Abderrahmani, ventinove anni, algerino, il quale sostiene che il mondo musulmano, “da Jakarta a Tangeri, passando per la ricchissima Arabia, affonda nell’ignoranza, nella decadenza e nella miseria culturale e cultuale” e “questa situazione, bisogna sottolinearlo, è il risultato dell’uso che i musulmani fanno della religione”. L’islam, dice Abderrahmani, si trova dunque a un bivio: o accetta le sfide della modernità, il che comporta un ripensamento di se stesso, oppure si irrigidisce e lascia campo aperto all’oscurantismo che non fa che peggiorare lo stato di crisi.

Aldo Maria Valli









martedì 5 giugno 2018

Intercomunione non è matura, il coraggio di alcuni vescovi sì






E alla fine i sette vescovi tedeschi che si sono opposti all’approvazione del sussidio pastorale sulla comunione ai protestanti coniugi di cattolici nelle coppie miste hanno avuto ragione. La Cdf ha fermato il progetto di intercomunione. "Perché non è maturo". Ma l’iniziativa è stata bloccata grazie al coraggio e alla franchezza di un pugno di presuli.

Marco Tosatti

E alla fine i sette vescovi tedeschi che si sono opposti all’approvazione
del sussidio pastorale sulla comunione ai protestanti coniugi di cattolici nelle coppie miste hanno avuto ragione. Una lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede è stata spedita al presidente della conferenza episcopale, il cardinale Reinhard Marx e per conoscenza al cardinale di Colonia Woelki e ad altri vescovi, come ha rivelato il blog “Settimo Cielo”. Un mese fa si era svolto a Roma – non alla presenza del Pontefice – un incontro fra alcuni dei protagonisti del conflitto e il Prefetto della Congregazione della Fede, Ladaria, il cui esito era parso interlocutorio. Tanto che alcuni vescovi tedeschi, favorevoli all’intercomunione, ne avevano dato in pubblico interpretazioni aperturiste. Così il comunicato, in cui Ladaria rendeva partecipi i vescovi del desiderio di papa Francesco di "trovare, in spirito di comunione ecclesiale, un risultato possibilmente unanime" non aveva sciolto il nodo.


Ma il tema suscitava reazioni preoccupate o apertamente negative
da parte di cardinali e studiosi: il cardinale di Utrehct Willelm Ejik, l’arcivescovo di Filadelfia Chaput, il Prefetto emerito della Fede, Gerhard Mūller, i cardinali Brandmüller e Arinze, per non citarne che alcuni. E a molti il pretesto usato dai vescovi tedeschi per giustificare l’eucarestia ai coniugi protestanti “porre fine a una situazione di seria emergenza spirituale” è apparso un velo molto, troppo sottile.


Diverse settimane sono state necessarie per partorire un documento
, datato 25 maggio, che dicesse un “no” quasi completo alla proposta tedesca, senza però ferire in maniera brutale il cardinale Marx, grande consigliere del Pontefice, e l’insieme della conferenza schierata come è noto su posizioni molto progressiste. Ecco i punti principali della risposta del Prefetto, concordati con il papa in due incontri. Per la traduzione ci rifacciamo al testo pubblicato da “Settimo Cielo”.


“1. I molteplici sforzi ecumenici della conferenza episcopale tedesca,
in particolar modo l’intensa collaborazione con il consiglio della Chiesa evangelica di Germania, meritano riconoscimento e apprezzamento. La comune memoria della Riforma nel 2017 ha mostrato che negli anni e decenni passati è stata trovata una base che permette di dare insieme testimonianza di Gesù Cristo, il salvatore di tutti gli uomini, e di lavorare insieme in maniera fattiva e decisa in molti ambiti della vita pubblica. Questo ci incoraggia ad andare avanti con fiducia sulla via di una sempre più profonda unità.


2. Il nostro colloquio del 3 maggio 2018 ha mostrato
che il testo del sussidio solleva una serie di problemi di notevole rilevanza. Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato. I motivi essenziali di questa decisione possono essere riassunti come segue:

a. La questione dell’ammissione alla comunione di cristiani evangelici
in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale.

b. Tale questione ha degli effetti sui rapporti ecumenici
con altre Chiese e altre comunità ecclesiali, che non sono da sottovalutare.

c. Il tema riguarda il diritto della Chiesa
, soprattutto l'interpretazione del canone 844 CIC. Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull’esistenza di una ‘grave necessità incombente’".


Quest’ultimo è il punto di maggiore incertezza
; perché sembrerebbe lasciare al vescovo diocesano la possibilità di agire come meglio crede; e se quest’ipotesi fosse reale, si permetterebbe a livello personale quello che su un piano generale non è ammesso. Il quarto paragrafo del Canone 844 recita: “Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti”.


È chiaro che sarà necessario attendere la “tempestiva chiarificazione”
. E registrare che almeno per il momento l’iniziativa è stata bloccata, grazie al coraggio e alla franchezza di un pugno di presuli.










EDITORIALI
05-06-2018 





lunedì 4 giugno 2018

Corpus Domini in tono minore





CHIESA
EDITORIALI
04-06-2018


Il Corpus Domini è sempre stata anche la festa della presenza di Gesù Cristo nella vita sociale, la processione un momento di missione. Quest'anno però in molte parti si è celebrata in tono dimesso, quasi che che "Chiesa in uscita" significhi che la Chiesa esce dal mondo invece che entrarci.

di Luigi Negri*

Nella tradizione la festa del Corpus Domini è sempre stata sentita e vissuta anche come festa della presenza di Gesù Cristo nella vita sociale. La processione del Corpus Domini – e lo ricordo fin dai tempi della mia gioventù - è il momento in cui si porta Cristo nel mondo. E lo si porta recuperando il termine essenziale e fondamentale della sua presenza nella Chiesa in corpo, sangue, anima e divinità, ovvero il sacramento dell’Eucarestia. In questo senso il Corpus Domini si inserisce nella grandiosa evocazione della Chiesa come missione.

Dovrebbe essere questa anche l’unica interpretazione adeguata del termine “Chiesa in uscita”: “Chiesa in missione”, una Chiesa che annunzia e rende presente Cristo al cuore di ogni uomo, con la certezza irrinunciabile che Cristo è il senso ultimo della vita e della storia, e quindi – come ci ha insegnato san Giovanni Paolo II – è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo di questo tempo e di ogni tempo.

Ho invece avuto la percezione che quest’anno il Corpus Domini sia stato celebrato in tono minore in molte parti del mondo.

Qualche volta il sospetto è che la “Chiesa in uscita” sia interpretata come Chiesa che esce dal mondo, e non come Chiesa che entra nel mondo.

Quando si vive il Corpus Domini in tono minore si rischia di ingenerare la rincorsa all'organizzazione di attività talvolta ambigue se non erronee.

Lo si è visto con chiarezza con il recente coinvolgimento in iniziative di dialogo con associazioni Lgbt. Non è ovviamente in discussione il dialogo con realtà di bisogno, né il lavoro perché sia superata ogni ingiusta discriminazione. Ma mi domando perché, per entrare in dialogo con certe realtà, bisogna prendere parte a iniziative di chiara matrice ideologica che generano scandalo nelle anime dei cristiani. L’esito ovvio è che da quel momento in poi il mondo ci giudica come appartenenti a quel tipo di impegno ideologico. E comunque partecipare a iniziative ideologiche non significa esser presenti nel mondo al modo di Cristo.

Quello che colpisce dunque è questa immagine dimessa della presenza cristiana. Da qui nasce l’urgenza di riflettere sulla questione che ponevo all’inizio: “La Chiesa in uscita” vuol dire che la Chiesa entra nel mondo o che la Chiesa esce dal mondo? E se entra nel mondo vi porta la novità redentiva e trasformante del Vangelo oppure nel mondo si mescola e si liquefa perdendo la sua identità e quindi la sua missione? Il Signore ci conforti nel nostro quotidiano cammino di vita e di missione per Lui, con Lui, in Lui.




* Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio





Il parroco con il velo





di Aldo Maria Valli 03/06/2018

Mentre molti preti, come sappiamo, non si vestono più da preti, ecco a voi un prete col velo. Islamico.

Succede in Germania, dove don Wolfgang Sedlmeier, sessant’anni, parroco della chiesa di Nostra Signora di Aalen (Baden-Württemberg) ha avuto l’idea di indossare una sorta di hijab subito dopo aver tenuto l’omelia per la santa messa nel giorno di Pentecoste.

Motivo? Protestare contro le affermazioni di Alice Weidel, leader del partito nazionalista Alternativa per la Germania, secondo la quale «i burqa, le ragazze con il velo e gli uomini armati di coltelli tradizionali che vivono di sussidi statali non assicureranno la nostra prosperità né la nostra crescita economica, e ancor meno la sopravvivenza del nostro stato sociale».

La Weidel sulla questione dell’identità nazionale e dei rapporti Islam non ci va mai tenera. Più volte in parlamento ha protestato contro le spese sostenute dalla Germania per l’Unione europea, la perdita di sovranità, l’apertura sconsiderata ai migranti e la mancata difesa della famiglia. In particolare, nel discorso che ha poi determinato la protesta di don Wolfgang, la rappresentante dell’AfD, rivolta ai governanti, ha detto: «La Germania da molto tempo è diventata un paese di immigrazione di massa per chi non ha alcun tipo di specializzazione, e di emigrazione per i cittadini qualificati. Cosa fate per arginare questi fenomeni? Chi dovrebbe pagare le pensioni statali in futuro? Chi le sta pagando ora? Il popolo tedesco sembra essere completamente irrilevante per voi. Vi limitate soltanto a osservare il crollo verticale della nostra nazione e talvolta abbiamo l’impressione che addirittura questa caduta vi rallegri! Ma probabilmente questo corrisponde alla vostra morale e ai vostri valori etici. La prosperità può essere assicurata solo se investiamo nella sicurezza dei nostri confini e nelle nostre generazioni future».

Si tratta, ha commentato don Wolfgang, di «osservazioni offensive che vanno contro la dignità umana e lo spirito della pentecoste». Di qui la decisione di indossare il velo islamico, in segno di solidarietà con i migranti e di protesta contro Alice Weidel.

«Condividiamo la critica al pensiero di Alice Weidel, ma siamo in disaccordo con le modalità della protesta», ha detto monsignor Gebhard Furst, vescovo di Rottenburg-Stoccarda, il quale tuttavia ha deciso di non prendere provvedimenti canonici contro il parroco visto che il velo, ha spiegato, è stato indossato non durante l’omelia, come era stato riferito in un primo tempo, ma subito dopo, e solo per alcuni istanti.

Bisogna dire che don Wolfgang, stando alle foto, più che da un velo islamico sembra avvolto da una specie di tovaglia che lo rende simile a una brutta imitazione della befana, ma forse non è il caso di sottilizzare. Ciò che conta è l’idea. La quale è stata salutata con soddisfazione dalla comunità islamica di Aalen, che ha ringraziato apertamente il parroco per il suo gesto coraggioso.

Pare che un applauso sia partito spontaneamente anche dai fedeli presenti alla messa, ma non dello stesso tenore sono stati i commenti arrivati per posta elettronica all’indirizzo della parrocchia.

Più di trecento mail hanno subissato don Wolfgang di critiche. Qualcuno gli ha dato dell’ubriaco, qualcun altro ha commentato che è ormai impossibile nutrire fiducia in una Chiesa rappresentata da simili pastori e altri ancora hanno detto che è un controsenso indossare in segno di solidarietà un simbolo, il velo, che rappresenta la sharia, ovvero un sistema normativo che spesso è usato contro i non islamici e in particolare contro i cristiani.

«Questi sono i risultati della politicizzazione della Chiesa», ha scritto un commentatore. Poi c’è chi ha dato a don Wolfgang del pagliaccio, chi ha detto che forse si tratta di preparativi in vista del carnevale e chi ha osservato che nelle foto, avvolto nel velo, il parroco sembra una nonnina.

«Per decenni – osserva un parrocchiano secondo il quale è assurdo usare il velo come simbolo in una battaglia per la tolleranza– gli immigrati musulmani immigrati in Germania legalmente non hanno indossato il velo, almeno in pubblico. Oppure lo facevano solo alcuni vecchi. Soltanto da quando in tutto il mondo è iniziato l’omicidio di massa in nome di Allah un numero sempre maggiore di giovani donne musulmane indossano il velo in pubblico. Vogliono dimostrare così che non intendono integrarsi nella nostra civiltà ebraico-cristiana. Sono loro a dividere la nostra società, non gli altri tedeschi».

Ed ecco altri commenti.

«A un ballo in maschera questo furfante vincerebbe il primo premio».

«Non c’è da stupirsi. Questi sono i risultati a partire da Nostra aetate [la dichiarazione del Concilio Vaticano II sui rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane, ndr].

«Il Signore non gli ha dato un cervello, altrimenti [il parroco] si sarebbe astenuto da tali esternazioni. Questo prete non ha ben chiaro a quale medioevo torneremo a mano a mano che l’islamizzazione progredirà fino a prendere il sopravvento».

«Il cervello di questo cosiddetto ecclesiastico sta in una parte del suo corpo che non si può nominare in presenza di signore».

Né potevano mancare i commenti che fanno riferimento al fatto che in Germania per aderire a una Chiesa occorre pagare una tassa, questione sempre molto dibattuta da quelle parti. «Signor parroco, come puoi renderti così ridicolo? Quando la Chiesa è così politicizzata, esattamente come l’Islam politico, non è più una religione, ma un’ideologia. Quando la Chiesa cattolica smette di proclamare il Vangelo è un guscio vuoto. Non è altro che un’associazione che chiede contributi (tassa di culto) e finge di essere ciò che non è».

«Quando le due grandi potenze, cioè le due grandi Chiese, quella cattolica e quella protestante, temono per il loro beneficio, ovvero per i 22 miliardi di euro che incassano ogni anno, si mettono dalla parte dei musulmani per averli come alleati nella difesa della sinecura».

«Un cristiano che sostiene la caduta della propria Chiesa non può essere normale. Ricordi che il suo stipendio è pagato dallo Stato, cioè da noi, non dalla Chiesa».

Ecco qua. Forse l’abito non fa il monaco. Ma il velo, a quanto pare, sì.

Aldo Maria Valli












domenica 3 giugno 2018

Il mito dell’«ultracattolico»





di Giuliano Guzzo

Un fantasma s’aggira per l’Europa, e ultimamente soprattutto per l’Italia: è quello dell’«ultracattolico», creatura misteriosa inventata dalla cultura dominante – e dal giornalismo che ne è saldamente al guinzaglio – e che incarna la perfetta sintesi di tutte le nefandezze culturali: oscurantismo, razzismo, sessismo. Ancora non è chiaro come un «ultracattolico», nel civilissimo panorama europeo, possa circolare liberamente anziché essere in manette, considerate le follie che ha in mente: eppure è così, ammettono sconsolati i liberi pensatori che popolano università e redazioni.

Al di là dell’aspetto indefinito – l’«ultracattolico», pare di capire, ha molti volti, dal militante di estrema destra, idealmente manesco e muscolosissimo, un’autentica macchina da guerra, alla vecchina curva e devota – la caratteristica principale di questo soggetto è una, vale a dire una dissennata nostalgia per il Medioevo, epoca di orrori al cui confronto il Novecento, con due Guerre Mondiali, il nazionalsocialismo e decenni di comunismo, viene presentato come banale lite di condominio. Altro elemento tipico dell’«ultracattolico», assicurano, è il fatto di credere che la verità, anche morale, esista.


Nossignore, ribatte fiero il fronte del Progresso, nessuna verità: solo opinioni, possibilmente da sussurrare e da presentare come incerte e temporanee. Ammenoché non si tratti, ovvio, di preservare i sacri valori della laicità – il nome elegante e modaiolo del laicismo – e dell’autodeterminazione assoluta: quelli sono intoccabili, altro che opinioni. In questo scenario appare dunque inevitabile che l’ «ultracattolico» – che, anziché noleggiarla ai mass media, pare si ostini ancora ad usare la testa – appaia una figura scomoda benché, al di là della sua pessima fama, non faccia che ripetere le verità di sempre.


Quali? Tipo che i bambini abbiano il diritto a venire al mondo e di crescere con i loro genitori, papà e mamma, e di essere anzitutto educati da loro. Punto. Pretese oscene secondo i guardiani del Pensiero Unico, i quali – oltre ad aver cestinato il diritto alla vita in favore dell’intoccabile salute riproduttiva – credono che spetti anzitutto alla scuola, meglio ancora se statale, il diritto di allevare le nuove generazioni all’insegna di quelle «magnifiche sorti e progressive» di cui dubitava già Leopardi e che oggi hanno nei Tweet dell’intellettuale o del rapper del momento le loro più solenni espressioni.


Il guaio è che l’«ultracattolico» non la beve, storce il naso, in alcuni casi – come fanno le Sentinelle in Piedi – arriva persino a manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Di qui l’indignazione dei liberi pensatori, che denunciano come il primo problema non siano, per esempio, i politici incapaci, i malfattori o i terroristi che, tranquillamente mescolati a decine di migliaia di migranti, possono finirci in casa – quelli, si sa, sono risorse -, bensì, appunto, gli esemplari di ultracattolici impegnati con le loro crociate contro un mondo che, caspita, è così bello da non sembrare vero. Come non vedere, allora, nella lotta all’«ultracattolico» una priorità assoluta? Per far vincere l’amore, s’intende.









sabato 2 giugno 2018

Rahner e l’eutanasia del cattolicesimo


Il gesuita Karl Rahner (1904-84).




Perché il rahnerismo è la deformazione meglio riuscita del cattolicesimo. Recensione al libro La nuova Chiesa di Karl Rahner di Stefano Fontana (Fede&Cultura, Verona, 2017).



da INSTAURARE  (maggio-agosto 2017)

Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale “Cardinal Van Thuan” per la Dottrina sociale della Chiesa, ha pubblicato con l’editore Fede & Cultura un agile volume (107 pp.), ben scritto, di taglio divulgativo, senza note o altro apparato critico, sul pensiero di Karl Rahner o, meglio, sul rahnerismo come “nuovo cattolicesimo”, nuova dottrina di una “nuova Chiesa”.

Fontana mette coraggiosamente in luce la portata totalizzante del paradigma rahneriano capace di sostituirsi completamente al cattolicesimo così come consegnatoci dalla Tradizione. Dalle pagine del volume emerge chiaramente la radicale inconciliabilità tra il cattolicesimo e il neo-cattolicesimo rahneriano.

Parlare dunque di “Chiesa di Karl Rahner”significa parlare d’una realtà intrinsecamente altra dalla Chiesa cattolica pur dandosi il rahnerismo “nella” Chiesa cattolica. In fondo Fontana denuncia la presenza tumorale d’una neo-chiesa nella Chiesa, d’un neo-cattolicesimo rahneriano nel Corpo ecclesiale. Corpo e massa tumorale non si identificano pur tendendo il cancro a invadere metastasicamente l’intero Corpo, il rahnerismo vive parassitariamente nella Chiesa la cui identità pretende però sostituire liquefacendola dall’interno.

La denuncia del rahnerismo come pericolo mortale per il cattolicesimo non è nuova, tra tutti il grandissimo padre Cornelio Fabro che, dopo Il trascendentale esistenziale e la riduzione al fondamentodel 1973, nel 1974 diede alle stampe La svolta antropologica di Karl Rahner, vero capolavoro di critica teologica capace di cogliere e confutare il fondamento teoreticamente e dogmaticamente eversivo del sistema rahneriano.

Alla scuola di padre Fabro, avendo presenti i più recenti saggi critici in tema di autori qualificati come Gherardini, Livi, Cavalcoli, Lanzetta, etc., Fontana offre al grande pubblico un testo lucidissimo che presenta, in brevi capitoli, il nocciolo del neo-cattolicesimo costruito in sistema dal gesuita tedesco.


La copertina del libro.

Con verità Fontana riconduce il rahnerismo teologico alle sue premesse filosofiche, ovvero ad Heidegger, senza dimenticare Kant e Hegel, e così ne smaschera il fondamento anti-realista dato dal trascendentalismo moderno. Tutto il sistema teologico di Karl Rahner poggia sul trascendentale esistenziale di Heidegger, sulla nozione heideggeriana di Essere. La trascendenza di Dio non è quindi più quella della metafisica classica ma è intesa “in senso esistenziale e storico: Dio è l’orizzonte che ci precede e che ci fa conoscere tutto il resto senza essere a sua volta conoscibile” (p. 16). L’inconoscibilità di Dio, il Suo essere (per Rahner) Silenzio, abisso, tenebra, rende impossibile una Rivelazione come comunicazione di Verità da Dio all’uomo, per il gesuita si fa esperienza della trascendenza nella esistenza ed è dunque nell’esistenza che Dio si autocomunica. Il mondo, la storia divengono così Rivelazione, storia profana e storia sacra coincidono, la voce di Dio è udibile ascoltando le vicende storiche “che accadono nell’umanità del mio tempo, perché è lì che Dio mi parla” (p. 17).

Come si vede, prima ancora che questo o quel dogma, è il fondamento stesso della Verità Rivelata ad essere ferito mortalmente. La nozione di Rivelazione è radicalmente altra in Rahner e nella Chiesa, per il tedesco la Rivelazione è atematica e il suo luogo teologico è il mondo inteso come storia. La Rivelazione pubblica conclusasi con la morte dell’ultimo apostolo, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, è dissolta nell’orizzonte storico-mondano.

Ecco perché, scrive Fontana, “le correnti rahneriane non accettano il concetto di evangelizzazione” (p. 19), coerentemente il rahnerismo non può ammettere l’evangelizzazione semplicemente perché non c’è nulla da evangelizzare essendo il mondo, proprio il mondo, il luogo teologico, la manifestazione di Dio. La Chiesa stessa è parte del mondo e del mondo deve leggere i segni. È il mondo, come storia, manifestazione di Dio che deve guidare/insegnare, la Chiesa, non più magistra, deve farsi discepola e ancella del mondo: è “il nuovo senso di laicità che si sta imponendo nella Chiesa cattolica” (p. 21), la Chiesa “è mondo a tutti gli effetti […] deve diventare sempre più mondo, sciogliendosi al suo servizio” (p. 22).

Ciò, ad esempio, porta alla più netta negazione della Dottrina sociale della Chiesa, alla negazione stessa della sua legittimità, della sua possibilità. Infatti “se la Chiesa deve imparare dal mondo, la Dottrina sociale della Chiesa è un assurdo” (p. 40).


Coerentemente, se pur assurdamente, Rahner rifiuta la Dottrina come insieme di verità, afferma il primato della pastorale ovvero della prassi da cui dipenderebbe la dottrina, la libertà in senso moderno liberale, l’utopia come slancio futurologico che inserisce vitalmente in quel “processo storico e mondano” da cui emerge la rivelazione di Dio.

Dalle pagine di Fontana si comprende come il rahnerismo non sia semplicemente una eresia ma propriamente un’altra “fede”, un sistema alternativo al cattolicesimo e ad esso inconciliabile. E tuttavia non come tale si presenta, il rahnerismo infatti non si pone quale “nuova religione” a sé ma piuttosto pretende di rileggere integralmente il Cristianesimo mutandone natura dall’interno. E tutto muta infatti se è accolto il paradigma rahneriano: la missione non è più evangelizzazione ma promozione umana e azione filantropica, il peccato originale è reinterpretato come male storicamente sedimentato in strutture di sfruttamento, tutto il Cristianesimo deve essere demitizzato e deellenizzato, la Divinità di Cristo sarà allora non dato ontologico ma espressione storica del rapporto trascendentale dell’uomo con Dio, la Resurrezione non evento reale ma convinzione della Chiesa, etc.

(fonte: instaurare.org)





venerdì 1 giugno 2018

ABORTO. BASSETTI DISTINGUE E DISCERNE, MONS. CREPALDI DICE PAROLE CHIARE. PER NON TRADIRE IL VANGELO





Marco Tosatti


C’era una volta la Chiesa – come dire – ingenua, un po’ sprovveduta, tanto presa dalla gravità dello spirituale da restare sorpresa di fronte alle possibili strumentalizzazioni e uso a fini diversi da quelli voluti delle sue parole. Era una Chiesa che parlava raramente, e che si concedeva con parsimonia al Mondo, n particolare quello sempre un po’ canagliesco dei media.

Poi è venuto Giovanni Paolo II, e con lui Joaquim Navarro Walls, che insieme cavalcavano i media e l’informazione con maestria innata e consumata. Con Benedetto XVI abbiamo visto i danni che un’informazione mal gestita, offerta a un fronte compatto e ostile (quello dei media) poteva creare. Ma anche in quel caso il gioco era evidente, e la perdita dell’innocenza compiuta. Tanto compiuta che ora nessun leader, neanche di Chiesa può ignorare che le sue parole, per pure che siano, possono essere usate a fini impuri. E quindi quando parla deve tenerne conto. A cominciare dal Pontefice, che sospettiamo di usare una presunzione di innocenza nei suoi discorsi, conscio del possibile malo uso…ma questo è un tema di confessione.

Questo lungo prologo è legato alle dichiarazioni di qualche giorno fa del presidente della CEI, il cardinale Bassetti. Che parlando dell 194, ha detto: “La legge sull’aborto la conosciamo, però bisogna anche apprezzare certi punti che, perlomeno quand’è nata, erano fermi, rispetto a certe proposte di legge che sono di un totale relativismo sul rispetto della vita e della donna”. “La 194 non era a favore dell’aborto ma prevedeva in certi casi particolari e circoscritti l’aborto. Noi ne abbiamo sempre visti limiti e difficoltà, però di fronte a un relativismo totale di fronte all’embrione alla vita, almeno lì c’erano dei paletti, si doveva fare di tutto il possibile. Non dico che fosse buona, perché c’è un principio di morale che dice bonum ex integra causa, deve essere buona per tutte le basi su cui poggia, ma bisogna distinguere e discernere”.

Le sue parole, qualche giorno dopo la Marcia per la Vita di Roma, da cui i presuli italiani si sono ben guardati non dico dal partecipare, ma di fare cenno, sono state subito e ovviamente interpretate da alcuni commentatori come un cambiamento di linea in tema di aborto. Un titolo: “La legge 194 incassa l’apprezzamento della Cei, «non è buona ma apprezzabile»”.

Un esito del genere era prevedibile? Difficile rispondere di no. E allora?

Per fortuna proprio ieri abbiamo letto sulla Newsletter n.895 | 2018-05-31 dell’Osservatorio Van Thuan questa riflessione dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, che ci sembra utile condividere. Le sottolineature sono nostre.

La Chiesa continuerà sempre a combattere contro le legislazioni abortiste.

Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi nel 40mo anniversario della legge 194 e all’indomani del referendum in Irlanda.

Nei giorni scorsi, precisamente il 22 maggio 2018, è ricorso il quarantesimo anniversario dell’approvazione da parte del Parlamento italiano della legge 194 che ha introdotto nell’ordinamento del nostro Paese l’interruzione volontaria della gravidanza, ossia l’aborto.

La pratica dell’aborto è sempre stata condannata dalla Chiesa e ad essa si oppone anche la retta ragione. “Non uccidere” è un principio che appartiene alla coscienza morale dell’umanità intera, ossia alla legge morale naturale che l’intelligenza umana è in grado di conoscere in modo evidente e per inclinazione, spontaneamente e con l’aiuto di una coscienza retta e formata.Il principio secondo cui la vita è indisponibile all’uomo è a baluardo della violenza e dell’ingiustizia dell’uomo sull’uomo. Se questo principio non viene mantenuto saldo nel momento iniziale della vita, sarà poi impossibile garantirlo nelle altre situazioni della vita sociale e politica. L’indisponibilità della vita ha il suo ultimo fondamento in Dio Creatore, autore della vita. La legislazione abortista rompe il legame tra creatura e Creatore e, considerando la vita umana a disposizione degli uomini,estromette il riferimento al Creatore, implicito o esplicito che sia, dalla società degli uomini. L’attacco alla vita è sempre anche un attacco a Dio e l’approvazione di una legge che permetta l’aborto è sempre non solo il rifiuto di norme morali oggettive che regolino la vita politica, ma anche una secolarizzazione forzata.La Chiesa non può abbassare la guardia contro la tragedia dell’aborto.I principi della legge morale naturale, infatti, sono anche oggetto di rivelazione e Dio ha affidato alla Chiesa non solo il compito di conservare, proteggere e tramandare la legge soprannaturale ma anche la legge naturale.

La difesa del diritto alla vita è il primo dei cosiddetti “principi non negoziabili”. Con questa espressione, resa nota soprattutto dal magistero di Benedetto XVI, altro non si intende che i contenuti del diritto naturale. La dottrina dei “principi non negoziabili” rimanda da un lato alla legge morale naturale che ha carattere moralmente obbligante per tutti in quanto espressione dei fini ultimi dell’uomo e, dall’altro, alla dottrina morale circa gli atti intrinsecamente cattivi (intrinsece mala). Si tratta di atti il cui oggetto materiale, qualsiasi siano le motivazioni, le condizioni e le situazioni, non è mai ordinabile a Dio, fine ultimo di tutto il nostro agire. Ora, il primo di questi “principi” è la difesa del diritto alla vita. Per la sua cogenza morale esso non può essere assimilato ad altri obblighi morali positivi, come per esempio la lotta alla povertà o l’accoglienza degli immigrati. L’agire umano in questi due ultimi settori ha di fronte il bene, che si può fare in molti modi, ma l’agire umano che si trova di fronte all’aborto ha di fronte un male che non si deve mai compiere.

La legge 194 del 1978 era, ed è, una legge profondamente ingiusta. Non si è trattato solo di successive deformazioni applicative e anche i supposti aspetti positivi sono comunque all’interno di una legge il cui scopo finale è la soppressione dell’innocente.La legge 194 è stata, tra l’altro, una legge ingannevole, in quanto dichiarava di voler proteggere la vita, così accogliendo in via strumentale anche l’approvazione sprovveduta di persone contrarie all’aborto, mentre in realtà la metteva in pericolo. L’impegno per l’abolizione della legge 194, pur nella difficoltà contingente del quadro culturale e politico, non può essere tralasciato.

La diffusione di legislazioni favorevoli all’aborto, al cui numero si è aggiunta ultimamente quella dell’Irlanda, non può trasformare il male in bene. Su punti come questo la democrazia regge o cade. La Chiesa non può dare la priorità al metodo democratico piuttosto che ai suoi contenuti.Essa continuerà sempre a combattere contro le legislazioni abortiste, ben sapendo che in questa lotta essa non esprime una ideologia politica, ma risponde alla sua missione di evangelizzare, dato che l’evangelizzazione contiene anche l’educazione al rispetto della legge morale naturale, messa da Dio nel creato e nei nostri cuori.

+Giampaolo Crepaldi

Arcivescovo-Vescovo di Trieste

Presidente Osservatorio Card. Van Thuân



E che ci sia un pericolo di abbassare la guardia nella Chiesa non sono solo le parole di Bassetti, a farlo capire, ma anche una dichiarazione del responsabile de vescovi irlandesi in cui ci si augurava che la legge che verrà emanata dopo il referendum promuova un aborto “sicuro, raro e legale”. Cioè il mantra – ingannevole nei fatti, come dimostra l’esperienza – che è il cavallo di battaglia di sempre del fronte abortista, ovunque.