martedì 1 maggio 2018

A petra Petrus





di Giovanni Scalese 30-04-2018

Sono un po’ di anni che si parla di un “ripensamento” del papato. Giovanni Paolo II, nel 1995, auspicava che si potesse trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova» (enciclica Ut unum sint, n. 95). Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013), ha parlato di una vera e propria “conversione del papato” (n. 32). Ai nostri giorni sono sorprendentemente soprattutto i tradizionalisti a interrogarsi sui limiti dell’autorità pontificia. Penso che qualsiasi riflessione su un problema tanto delicato non possa che prendere le mosse dalla tradizione dei Padri, che conserva un carattere normativo per la Chiesa di tutti i tempi.


Ebbene, la Liturgia delle ore odierna, per la memoria liturgica di San Pio V, offre un testo di Sant’Agostino che potremmo considerare in qualche modo parallelo a quello proposto per la solennità dei Santi Pietro e Paolo. Oggi ci viene presentato un brano dei Trattati su Giovanni, mentre il 29 giugno un brano del discorso Nel natale degli apostoli Pietro e Paolo. Vorrei riportare un passaggio da ciascuna di queste due letture. Si tratta di due testi molto simili fra loro, che a mio parere ci possono aiutare a capire quale sia il vero ruolo del Romano Pontefice.


Nella lettura del 29 giugno leggiamo (il passo tra parentesi quadre non è riportato dalla Liturgia delle ore):
Beatus Petrus, primus Apostolorum, vehemens Christi amator, qui meruit audire: Et ego dico tibi quia tu es Petrus. Dixerat enim ipse: Tu es Christus Filius Dei vivi. Christus illi: Et ego dico tibi quia tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Super hanc petram aedificabo fidem, quam confiteris. Super hoc quod dixisti: Tu es Christus Filius Dei vivi, aedificabo Ecclesiam meam. Tu enim Petrus. A petra Petrus, non a Petro petra. Sic a petra Petrus, quomodo a Christo Christianus. [Vis nosse de qua petra Petrus dicatur? Paulum audi: Nolo enim vos ignorare, fratres; Apostolus Christi dicit: Nolo vos ignorare, fratres, quia patres nostri omnes sub nube fuerunt, et omnes per mare transierunt, et omnes in Moyse baptizati sunt in nube et in mari, et omnes eumdem cibum spiritalem manducaverunt, et omnes eumdem potum spiritalem biberunt. Bibebant enim de spiritali sequente eos petra: petra autem erat Christus. Ecce unde Petrus] (Sermo 295, In natali apostolorum Petri et Pauli, 1: PL 38, 1348-1349)
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16:18). Precedentemente Pietro si era rivolto a Gesú dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). E Gesú aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16:18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia Chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro; “Pietro” deriva da pietra e non “pietra” da Pietro. “Pietro” deriva da pietra, come “cristiano” da Cristo. [Vuoi sapere da quale pietra Pietro prende nome? Ascolta Paolo: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una pietra spirituale che li accompagnava, e quella pietra era il Cristo» (1Cor 10:1-4). Ecco da dove deriva Pietro.]
Nella lettura di oggi invece leggiamo (anche qui ci sono alcuni passaggi tralasciati nella Liturgia delle ore):
Hoc agit Ecclesia spe beata in hac vita aerumnosa: cuius Ecclesiae Petrus apostolus, propter Apostolatus sui primatum, gerebat figurata generalitate personam. Quod enim ad ipsum proprie pertinet, natura unus homo erat, gratia unus christianus, abundantiore gratia unus idemque primus apostolus: sed quando ei dictum est: Tibi dabo claves regni coelorum, et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis; et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in coelis, universam significabat Ecclesiam, quae in hoc saeculo diversis tentationibus velut imbribus, fluminibus, tempestatibus quatitur, et non cadit, quoniam fundata est super petram, unde Petrus nomen accepit. [Non enim a Petro petra, sed Petrus a petra; sicut non Christus a christiano, sed christianus a Christo vocatur.] Ideo quippe ait Dominus: Super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, quia dixerat Petrus: Tu es Christus Filius Dei vivi. Super hanc ergo, inquit, petram quam confessus es, aedificabo Ecclesiam meam. Petra enim erat Christus: super quod fundamentum etiam ipse aedificatus est Petrus. Fundamentum quippe aliud nemo potest ponere praeter id quod positum est, quod est Christus Iesus. Ecclesia ergo quae fundatur in Christo, claves ab eo regni coelorum accepit in Petro, id est potestatem ligandi solvendique peccata. [Quod est enim per proprietatem in Christo Ecclesia, hoc est per significationem Petrus in petra; qua significatione intellegitur Christus petra. Petrus Ecclesia.] Haec igitur Ecclesia [quam significabat Petrus, quamdiu degit in malis,] amando et sequendo Christum liberatur a malis. (In evangelium Ioannis tractatus CXXIV, tract. 124, 5: PL 35, 1973-1974)
In queste parole è enunciata l’opera della Chiesa, guidata sempre, in questa vita di travagli, dalla speranza; è enunciata l’opera della Chiesa che è come impersonata da Pietro, proprio perché primo degli apostoli. Pietro, infatti, a livello di natura era un singolo uomo; a livello di grazia era un singolo cristiano; su di un piano sovrabbondante di grazia egli era ancora un singolo apostolo, anzi il primo; ma quando Cristo gli disse: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16:19), in quel momento Pietro rappresentava tutta la Chiesa, quella Chiesa che in questo mondo è sconvolta da ogni genere di tribolazioni ed è come investita da piogge torrenziali, alluvioni, uragani, e tuttavia non crolla mai perché è fondata su quella pietra da cui Pietro ricevette il suo nome. [Non deriva infatti “pietra” da Pietro, ma “Pietro” da pietra; come Cristo non prende il suo nome da “cristiano”, ma il cristiano da Cristo.] Perciò il Signore disse: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16:18). Era la risposta alle affermazioni di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). Gesú dunque volle dire: Sulla pietra che fu oggetto della tua professione di fede, io edificherò la mia Chiesa. «Quella pietra era Cristo» (1Cor 10:4). Sopra questo fondamento fu edificato anche Pietro. «Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesú Cristo» (1Cor 3:11). Dunque la Chiesa, che è fondata in Cristo, ricevette da lui, nella persona di Pietro, le chiavi del regno dei cieli, cioè la potestà di sciogliere e legare i peccati. [Infatti, ciò che nella realtà (per proprietatem) è la Chiesa (fondata) su Cristo, nella rappresentazione (per significationem) lo è Pietro (che si fonda) sulla pietra; in tale rappresentazione Cristo va inteso come la pietra; Pietro, come la Chiesa.] E questa Chiesa [rappresentata da Pietro, finché vive nei mali,] amando e seguendo Cristo viene liberata dai mali (mi sono permesso di apportare qualche piccola modifica alla traduzione italiana della Liturgia delle ore)
L’interpretazione piú comune del testo di Matteo vede nella pietra su cui Cristo edifica la sua Chiesa o Pietro stesso (interpretazione piú tradizionale) o la sua fede (interpretazione piú recente). Si veda, per esempio, il Catechismo della Chiesa Cattolica:
Cristo, «Pietra viva» [cf 1Pt 2:4], assicura alla sua Chiesa fondata su Pietrola vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa (n. 552)
Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesú, crediamo e confessiamo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). Sulla roccia di questa fede, confessata da San Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa (n. 424)
Senza volere ora mettere in discussione queste interpretazioni comuni, nei testi che abbiamo riportato Agostino sembrerebbe dire qualcosa di diverso: la pietra su cui è fondata la Chiesa non è né Pietro né la sua fede, ma Cristo. Tanto Pietro quanto la sua fede si fondano, come la Chiesa, su Cristo: «Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi»; «Sopra questo fondamento fu edificato anche Pietro».


L’unico fondamento della Chiesa è Cristo («La Chiesa è fondata in Cristo»), e non può essere altro che lui. Agostino porta a riprova di questa sua affermazione i due testi paolini della prima lettera ai Corinzi: «Quella pietra era Cristo» (10:4); «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesú Cristo» (3:11).


Ma allora perché Gesú ha chiamato Simone “Pietro”? A petra Petrus, non a Petro petra: Pietro prende nome dalla pietra, e non viceversa. Quel nome deve ricordargli su chi è fondato, da chi dipende, quale è il suo unico punto di riferimento. Pietro, senza Cristo, non è nulla; tutto ciò che egli è, lo è solo in riferimento a lui e in dipendenza da lui.


Il secondo brano insiste su un aspetto assente nel primo: il fatto che Pietro rappresenti la Chiesa. Oltre a essere un uomo (come tutti gli altri, aggiungeremo noi); oltre a essere un cristiano; oltre a essere un apostolo (il primo degli apostoli!), Pietro “impersona” la Chiesa (Ecclesiae ... gerebat figurata generalitate personam). Quando Gesú gli dà le chiavi del regno dei cieli, in lui e attraverso di lui, le sta dando a tutta la Chiesa. Naturalmente il fatto che Pietro sia il “rappresentante” della Chiesa non va inteso nel senso che, per agire, egli necessiti di una delega da parte della base; significa semplicemente che un Pietro isolato dal resto della Chiesa non ha alcun senso. Pietro non è un sovrano assoluto, ma colui che tutto ciò che fa, non lo fa a nome proprio, ma a nome di tutta la Chiesa. Questa “rappresentanza” della Chiesa da parte di Pietro deve manifestarsi soprattutto nel suo fondarsi sulla pietra che è Cristo. Un Pietro che, per malaugurata ipotesi, decidesse di cambiare fondamento o di porre in sé stesso il proprio fondamento, cesserebbe ipso facto di essere Pietro.
Q

Pubblicato da Querculanus 








sabato 28 aprile 2018

“Se il chicco di grano...”





di Padre Giovanni Scalese 28-04-2018

L’altro giorno stavo preparando un post su Sua Maestà (la Regina Elisabetta), i parrucconi di Sua Maestà (i giudici inglesi), i boia di Sua Maestà (i medici dell’Alder Hey Hospital) e i cappellani di Sua Maestà (l’episcopato d’Inghilterra e del Galles), quando è arrivato l’appello di Thomas Evans a sospendere qualsiasi tipo di intervento che non fosse la preghiera. E cosí quel post è rimasto incompiuto, e forse è stato bene cosí. Arrivati a questo punto, non conviene piú occuparsi di Sua Maestà e della sua Corte. Meglio lasciarli al loro destino, dal momento che l’ira di Dio incombe su di loro (Gv 3:36). E su tutti noi.


Permettete invece che vi racconti ciò che è accaduto lunedí scorso, 23 aprile, festa di San Giorgio. Avevo deciso di recitare il Rosario e la coroncina della divina Misericordia e di celebrare la Santa Messa per Alfie. Per esperienza, ormai di lunga data, quando desidero ottenere qualche grazia, uso questo sistema, che si è rivelato infallibile: si viene sempre, in un modo o nell’altro, esauditi. Questa volta ho voluto chiedere un miracolo. Quale, ho lasciato a Dio deciderlo. E in effetti di miracoli, in questi giorni, ne abbiamo visti tanti, uno piú sorprendente dell’altro. Segno che Dio non abbandona il suo popolo fedele e ascolta le sue preghiere. Arrivato al momento della comunione, però, le suore hanno intonato l’antifona dal Comune di un martire nel tempo pasquale: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Alleluia» (Gv 12:24-25). Lí ho capito che Alfie sarebbe morto; ma non perché i medici e i giudici lo volevano morto, bensí perché aveva una missione da compiere: doveva portare—deve portare—molto frutto. E per questo doveva morire, per non rimanere solo. Quale sia la missione che Alfie, il chicco di grano caduto in terra, deve compiere, non sappiamo; ma presto ci verrà rivelato.


Mons. Negri ha voluto rendere ad Alfie l’onore delle armi. Un bel pensiero, che però presuppone che Alfie si sia arreso. L’onore delle armi viene concesso a quei soldati che, dopo una lunga e valorosa resistenza, si arrendono. Ma Alfie non si è arreso; non è stato sconfitto. Egli ha vinto; gli sconfitti sono coloro che volevano la sua morte. Alfie è un martire e, come tutti i martiri, è un vincitore: «Questi sono i santi che hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello; hanno disprezzato la vita fino a subire la morte; per questo regnano con Cristo in eterno. Alleluia» (antifona d’ingresso del Comune dei martiri nel tempo pasquale; cf Ap 12:11). Il fatto che fosse ancora un infante non gli impedisce di essere un martire, come lo sono stati i Santi Innocenti:

I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza … O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta perché non muovono ancora le membra, e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria (Quodvultdeus).
Q

Pubblicato da Querculanus 





Pistoia: Rosario e S.Messa per Alfie e la conversione dell' occidente. Domenica 29 aprile




Chiesa di San Vitale 
via della Madonna - Pistoia 

Domenica 29 aprile 

Santo Rosario ore 17:30

Santa Messa ore 18:00

per Alfie e la conversione dell' occidente







venerdì 27 aprile 2018

Il sorriso di Alfie







In tutta questa pazzesca vicenda inglese, con un bambino in grave stato di danno cerebrale per il quale più tribunali – contro il fondamentale principio del neminem laedere, contro la volontà dei genitori e contro quella di Dio, cui vogliono scippare la facoltà di decretare il dove, il come e il quando della morte altrui – hanno stabilito che il suo «best interest» sia crepare il prima possibile; ebbene, in questo circo assurdo e tanatologico, c’è una cosa che mi ha colpito e, devo dire, parecchio rasserenato: il sorriso di Alfie mentre riposa. Lo si vede in una foto di questa notte, diffusa poche ore fa.

E’ il sorriso di un bimbo che dorme, magari sogna e – quel che è più importante – se ne infischia bellamente dei giudici necrofili, dei medici eugenisti e dei poliziotti che piantonano la sua stanza. No, il dramma proprio non lo sfiora. Con quell’innocenza che non puoi descrivere ma solo ammirare, lui sorride. E respira autonomamente da 60 ore, dimostrando la debolezza di certi pronostici «scientifici» e l’incanto di una Speranza che esige di essere creduta perché fatta di carne. Dio solo sa come finirà questa vicenda dove horror giuridico ed eroismo umano e genitoriale si stanno sfidando, ma intanto Alfie ci ha sorriso. Ed è tutto ciò che conta.



Giuliano Guzzo






Per una retta liturgia







di Aldo Maria Valli   26-04-2018

«Sembra che oggi gran parte della liturgia, almeno nella sua attuazione pratica, si sia ridotta ai soli due movimenti kerigmatico-catechistico ed epicletico-comunicativo con la scomparsa o la forte riduzione della posizione latreutico-contemplativa».

Scrive così don Enrico Finotti in una delle sue risposte dedicate alla liturgia. In un primo tempo sembra linguaggio per iniziati, ma don Finotti non lascia mai i suoi interlocutori senza spiegazione. Sempre attento alle osservazioni dei fedeli, l’autore resta colpito dal fatto che una di loro mostri stupore dopo aver visto un sacerdote in preghiera, e di conseguenza si interroga: se nella liturgia la dimensione della preghiera, agli occhi di un fedele comune, non appare più come centrale, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Perché la liturgia è per sua natura preghiera pubblica. E allora ecco la spiegazione: oggi la liturgia privilegia i momenti in cui il sacerdote si rivolge al popolo per annunciare la parola di Dio (posizione kerigmatica) e quelli in cui si volge ai fedeli per agire su di loro con i medesimi gesti di Gesù (posizione epicletica), ma non favorisce i momenti in cui il sacerdote, rappresentando il Signore alla testa del popolo (posizione latreutica), dovrebbe rivolgersi a Dio come l’assemblea e guidare i fedeli nella lode e nell’adorazione.

Nella liturgia attuale c’è dunque come uno scompenso, un disequilibrio, ed è evidente che tutto ciò ha a che fare con la posizione del sacerdote. Una posizione che, nella liturgia riformata dal Concilio Vaticano II, è funzionale all’idea di Messa intesa come mensa, ma non come sacrificio.

Chi difende la riforma voluta dal Concilio accusa facilmente di «tradizionalismo» tutti coloro che si pongono il problema della posizione assunta dal sacerdote durante la Messa. Ma non si tratta di nostalgia e non è una fissazione. Si tratta invece di entrare nel significato profondo dell’azione liturgica. E, se si fa questo passo, la questione del conversi ad Dominum non può non apparire come decisiva. Come scrive bene don Finotti, «si deve riconoscere che celebrare la parte sacrificale della Messa (dall’offertorio alla comunione) rivolti nel medesimo senso verso il quale guarda l’intera assemblea, secondo la tradizione costante della Chiesa, suscita in modo immediato ed efficace quel comune (sacerdote e popolo) guardare ad Deum che è costitutivo della liturgia».

Le domande che i fedeli pongono al liturgista sulla rivista Liturgia: culmen et fons riguardano un po’ tutto: dalla veglia di Natale alla Via Crucis, dalle feste patronali alla settimana per l’unità dei cristiani. Inoltre molti desiderano entrare nel dettaglio delle questioni, interrogandosi in modo sempre più specifico. Per esempio: che cos’è precisamente un rito e quali sono le sue componenti? Chi gestisce le regole della liturgia rinnovata? Qual è l’importanza dell’abito sacerdotale? Che fine ha fatto la liturgia delle ore?

Il pregio di don Finotti sta nella capacità di unire rispetto del sacro e buon senso. La parola chiave è equilibrio. Che significa rispettare la gerarchia dei valori. Alla Messa si va non per mettere in scena una cena, ma per rinnovare il sacrificio eucaristico. Non si va per esibire la creatività umana, ma per rendere gloria a Dio. Non si va per gratificare il protagonismo del sacerdote o dell’assemblea, ma per pregare e adorare. Solo se i valori vengono messi nella giusta gerarchia l’azione liturgica che ne scaturisce risulta corretta.

Importanti sono le parole che don Finotti dedica all’equivoco circa l’autenticità della liturgia, come se autentico corrispondesse a spontaneo. Rispondendo a una domanda che parla del mito dell’«animazione» della Messa, mito modernista che è fonte di infiniti abusi, l’autore spiega: «Autentico non è ciò che è spontaneistico e irriflessivo, ma l’autenticità esige adesione alla verità e forza di volontà per realizzare nelle opere lo splendore del vero, del buono e del bello. L’oggettività è quindi una condizione imprescindibile dell’autenticità, che è invece inquinata da un soggettivismo sterile privo di ogni riferimento veritativo. La vera autenticità è il frutto maturo di un itinerario che implica la ricerca intellettuale, la formazione spirituale e l’esercizio della volontà. La disciplina e il sacrificio nella costante obbedienza alla Chiesa sono condizioni necessarie per raggiungere tale virtù, mantenerla e difenderla. L’errore in tale materia provoca una disaffezione per l’intero impianto liturgico oggettivo della Chiesa (Messa, sacramenti, sacramentali, anno liturgico, ecc.) e una sostituzione a tutto campo con creazioni soggettive private o comuni, una “liturgia” soggettivistica che non rappresenta il pensiero di Cristo, non contiene il suo mistero e perciò non salva. Essa è in fin dei conti un atto idolatrico e una pia illusione, il riflesso sempre cangiante dei propri sentimenti e delle sensibilità del “gruppo celebrante”. Ma così la dimensione soggettiva e privata del gruppo ha preso il posto di quella oggettiva e pubblica del popolo, quale referente primario della liturgia».

Credo che queste parole andrebbero stampate e distribuite in tutte le chiese, a beneficio dei fedeli ma anche dei sacerdoti. In nome del mito dell’animazione liturgica (del tutto arbitrario e fondato unicamente sul protagonismo umano) c’è stata un’imposizione dello spontaneismo. Sembra un controsenso, eppure è ciò che è avvenuto. E i risultati sono sotto gli occhi, e le orecchie, di tutti.

Ovviamente la liturgia spontaneista va di pari passo con l’immagine di un Dio buonista, come nota giustamente un lettore che scrive: «Siamo ormai impregnati di una concezione riduttiva del concetto di Dio: un Dio buonista che ha deposto ogni sua maestà e che sollecita una confidenza quasi banale». E a questo Dio buonista ci si accosta, di conseguenza, «col linguaggio feriale e immediato, non più attento al senso dell’adorazione che fu richiamato a Mosè presso il roveto ardente».

È drammaticamente vero. E di questa incapacità di distinguere il sacro dal profano fa le spese la liturgia. Il che non è problema formale, perché quando si parla di liturgia la forma è sostanza.

E qui don Finotti va dritto al nocciolo della questione: «È un dato constatabile che è ormai molto diffusa una mentalità buonista su Dio per cui Egli è ritenuto così disponibile a noi e così facilmente accessibile da negare ogni sforzo di purificazione e di ricerca nel conoscere la sua volontà, discernere la sua parola e seguire le sue leggi. Un Dio buonista, facile nel rapporto e privo di ogni oscurità, diventa il riflesso della nostra psicologia, illudendoci davanti ad un idolo frutto della nostra fantasia. Un’idea a buon mercato di un Dio del tutto asservito ad ogni nostra inclinazione talvolta viene giustificata con il ricorso al termine evangelico Abbà, quasi che questa confidenza eliminasse ormai ogni residuo di maestà, di grandezza e di mistero. Un Dio così prossimo a noi da essere del tutto fungibile ad ogni nostra estrosità diventa un “dio fai da te”, che in definitiva ammette ogni capriccio della nostra fragile e contorta psicologia. Con una simile visione di Dio ogni forma liturgica è compromessa fin dalle sue radici più profonde in quanto il soggettivismo estremo intacca le basi stesse della spiritualità e del concetto di Dio e del rapporto intimo con lui nella vita spirituale».

Occorre riconoscere che, oggi, ci vuole del coraggio per parlare così. Ma il nodo sta tutto qua. Il degrado nell’azione liturgica è frutto di una teologia distorta, che ha messo l’uomo, e non Dio, sull’altare. Una teologia che chiede di celebrare l’uomo, non Dio.

Scrive ancora don Finotti: «Se si perde il senso interiore dell’adorazione e della soggezione alla maestà di Colui che rimane sempre ineffabile e al di là della nostra portata, non ci si può aspettare una forma liturgica conforme a precise regole oggettive e ispirata al gusto della grandezza e del mistero, connaturale alla forma classica della liturgia della Chiesa nell’intero arco della tradizione. È allora evidente che tutti coloro che sono vittime di una simile visione preferiscano lo spontaneismo, fuggano ogni sottomissione a norme rituali, e ritengano autentica una celebrazione il più possibile libera come la Messa celebrata in un prato o in un contesto ricreativo. La libertà estrosa del rapporto interiore con Dio privo di ogni orientamento oggettivo, di ogni verifica dottrinale conforme ad una sana ortodossia e di una consonanza con la tradizione disciplinare maturata nei secoli, si riflette in una liturgia in accordo con questo fragile stato interiore, che si declina nelle espressioni più disparate e contraddittorie che scaturiscono da una spiritualità già malata e selvaggia fin nei reconditi sentimenti dell’anima. La infinita bontà e misericordia di Dio non possono mai essere disgiunte dalla sua giustizia, la sua vicinanza e accondiscendenza non possono mai spogliarsi dalla sua maestà e il rispetto dei diritti divini non può mai essere disatteso impunemente dalla creatura, che “senza il creatore svanisce” (GS 36). Quindi la celebrazione retta della liturgia non può mai prescindere dal retto concetto di Dio e dalla recezione completa e sinfonica dei suoi attributi divini. La sana teologia sta quindi sempre alla base di una retta liturgia».

Che cosa aggiungere? Soltanto un sentito ringraziamento a don Enrico Finotti per questo suo servizio alla verità.

Aldo Maria Valli

Il testo qui riprodotto è la prefazione al nuovo libro di don Enrico Finotti Se tu conoscessi il dono di Dio. Il liturgista risponde, edito da Chorabooks e disponibile su Amazon

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mercoledì 25 aprile 2018

CASO ALFIE. Paglia e vescovi inglesi, quando i pastori sono inutili



Ancora una volta, a proposito della questione morale relativa alla vicenda del piccolo Alfie Evans, i vescovi hanno saputo dire solo due cose: che la sfida è complessa e che bisogna uscirne trovando un consenso tra tutti gli interessati. Ci si chiede: per ricordarci due cose così vuote sono proprio necessari dei pastori?



Stefano Fontana 25-04-18

Ancora una volta, a proposito della questione morale relativa alla vicenda del piccolo Alfie Evans, i pastori della Chiesa cattolica, ossia i vescovi, hanno saputo dire solo due cose: che la sfida è complessa e che bisogna uscirne trovando un consenso tra tutti gli interessati. Ci si chiede: per ricordarci due cose così vuote sono proprio necessari dei pastori? Per così poco siamo troppo perfino noi poveri fedeli laici.

E poi ancora: ad affermazioni di questo tipo, così evanescenti, che tipo di obbedienza, o di ossequio, o di semplice ascolto dobbiamo? A cosa servono le innumerevoli cattedre di teologia morale delle istituzioni accademiche cattoliche, pontificie e non, se poi l’indicazione davanti alla vita o alla morte, davanti allo Stato-padrone che procede come un Dio, un Uomo, un Animale, una Macchina e decreta chi è degno di vivere o no, si riduce a dire che la realtà è complessa e che bisogna procedere concordi?

Da tempo nella Chiesa si nota una grande attenzione pastorale per come si agisce piuttosto che per i contenuti dell’agire stesso. È così che diventa assolutamente prioritario agire concordi e condividere. Fare una certa cosa “insieme” diventa più importante di stabilire se quella cosa è buona o meno buona. È uno dei tanti modi in cui oggi si preferisce la pastorale alla dottrina.

Mi viene in mente una famosa frase di don Lorenzo Milani: «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia». È una frase che non ho mai capito. Sortirne insieme è proprio anche di una banda di briganti, se eliminiamo il contenuto di quel sortirne insieme. Sortirne insieme non basta a rendere buona una azione. L’azione è buona o non è buona in sé, indipendentemente da quanti raggiungono un accordo su di essa. Non è mai il consenso a stabilire la bontà e la verità delle cose e farle insieme dice solo che si sono fatte insieme, niente altro.

A proposito di Alfie Evans, mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha dichiarato: «Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti, un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari, sarà possibile individuare la soluzione migliore per aiutare il piccolo Alfie in questo momento così drammatico della sua vita».

Una convergenza d’amore è senz’altro auspicabile. Ma l’amore è guidato o meno dalla verità. Per qualcuno anche uccidere il piccolo Alfie potrebbe essere riconducibile ad un atto d’amore. Anche il giudice che ha emesso la sentenza potrebbe essere stato spinto da un atto d’amore, evitando ad Alfie di proseguire una vita che secondo lui era senza senso.

Procedere in modo il più possibile condiviso è pure una cosa apprezzabile, ma per fare cosa? Ammettiamo per assurdo che tutti e tre i soggetti in causa – genitori, giudici, sanitari – fossero concordi nel far morire il piccolo Alfie: quel consenso sarebbe apprezzabile? O sarebbe meglio che qualcuno avesse dissentito, rompendo una colpevole armonia di vedute? “Sortirne da soli” talvolta è meglio che “sortirne insieme”, non sono gli accordi a fare la verità, ma il contrario.

Lo stesso concetto lo abbiamo più o meno ritrovato nella dichiarazione resa pubblica dai vescovi inglesi, perfino con una notevole aggravante: «Noi affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che stanno prendendo decisioni angosciose riguardanti la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, secondo come lo vedono».

Qui addirittura il concordismo è svincolato da una minima ricerca della verità e del bene, perché il bene di Alfie può essere visto da più punti di vista. Quindi non solo l’essere concordi viene proposto come un bene, indipendentemente dai contenuti ma solo per il fatto di concordare, ma si sostiene anche che si agisce concordi anche quando si opera in base a diverse concezioni del bene. Chiamiamolo un concordismo nella discordanza. Perché mai un fedele inglese dovrebbe ascoltar5e i suoi vescovi? E se i vescovi non si meritano l’ascolto dei fedeli a cosa servono?

Il concordismo, con questa sua smania appiccicosa per il condividere e per il consenso, elimina ogni residuo riferimento all’oggettività del bene. I pastori ricorrono al concordismo come unica indicazione da dare nella complessità delle situazioni. Come se la luce del Verbo incarnato ci avesse lasciato sperduti e ciechi dentro situazioni indecifrabili anziché farci vedere la verità, che nel caso di Alfie Evans era addirittura lampante, altro che complessità.

Al concordismo e alla condivisione bisogna ormai fare obiezione di coscienza, rifiutarsi di “sortirne insieme” e avere il coraggio in certi casi di “sortirne da soli”.


















LA BATTAGLIA DI ALFIE Assassini, non ci sono altre parole




Assassini. Sono solo degli assassini. Non c’è altro modo con cui definirli. Medici, giudici, politici e anche ecclesiastici. Tutti degli assassini.



Riccardo Cascioli 25-04-2018

Assassini. Sono solo degli assassini. Non c’è altro modo con cui definirli. Medici, giudici, politici e anche ecclesiastici. Tutti degli assassini. Chi ha visto cosa è successo ieri, con Alfie continuare a respirare malgrado il distacco dal ventilatore, e ancor prima con quel suo muovere gli occhi e reagire agli stimoli che gli arrivavano da intorno, non può sfuggire a questa evidenza: si vuole uccidere un bambino chiaramente vivo. Disabile grave, certo. Quasi certamente senza speranza di guarire o migliorare significativamente, certo. Ma vivo. Una persona, la cui vita è sacra. E lo vogliono uccidere. Gli uomini si sono presi ciò che è di Dio. Un bambino che ha solo bisogno di sentire ancora l’amore attorno a sé, l’amore che i suoi genitori non hanno mai smesso di dargli. Un amore che egli stesso contribuiva a generare con la sua presenza.

Con Alfie vogliono togliere un pezzo di amore da questo mondo. Con Alfie vogliono uccidere anche la speranza, quella speranza che anche tanti uomini di Chiesa – a cominciare dall’Inghilterra – sembrano non avere più da tempo.

Ma l’amore che Alfie, aiutato dai suoi indomabili genitori Tom e Kate, ha saputo far rinascere nei cuori di milioni di persone non andrà perduto. Malgrado le tenebre cerchino di prendere il sopravvento, la Luce è lì, più spendente che mai. Per chi vuole vederla, e seguirla.