sabato 10 marzo 2018

Cari cattolici, dobbiamo rassegnarci ad avere anche noi i nostri Alfie?






Tutto quello che non torna nella sentenza che cita papa Francesco e nella legge italiana sul biotestamento

Marzo 9, 2018 Assuntina Morresi

Isaiah – un anno appena compiuto – ha respirato per sette ore, dopo che gli hanno sospeso la ventilazione artificiale, e poi è morto. Era un gravissimo cerebroleso, non malato: di suo era sano, ma qualcosa non ha funzionato nell’ospedale inglese durante il parto e lui e sua madre hanno rischiato di morire. I medici prima lo hanno salvato, poi hanno deciso che in quelle condizioni il massimo interesse per lui era morire, a prescindere dalla richiesta dei genitori, che invece volevano continuare a prendersi cura di loro figlio: per loro Isaiah andava bene anche così, anche se non poteva ridere e giocare e gattonare e mangiare e bere e sporcarsi e fare i capricci come tutti gli altri bambini. La Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo aveva però respinto il ricorso dei genitori, che si opponevano al King’s College di Londra, dove Isaiah era ricoverato e dove è morto.

Per Alfie – 21 mesi – si prospetta lo stesso percorso, anche se la sua storia è totalmente diversa: lui ha una malattia sconosciuta, sicuramente neurodegenerativa, sicuramente letale – cioè è destinato a morire a breve, anche se non si sa quando – che nessuno è riuscito a diagnosticare con precisione, e per cui l’unico nome proposto è “la malattia di Alfie”. Anche di lui i medici dell’ospedale inglese in cui è ricoverato, l’Alder Hey Children’s Hospital, pensano che sia meglio morire; anche per lui hanno proposto ai suoi genitori di sospendere i sostegni vitali – respirazione, alimentazione, idratazione; anche i suoi genitori, giovanissimi, si sono opposti. Ma anche per lui il contenzioso legale, ancora in corso, sta andando nella stessa direzione di quello di Isaiah, e di quello, prima ancora, di Charlie Gard, e di quello della ragazzina francese Inès, e di chissà quante altre persone con “scarsa qualità di vita”.

Riguardo ad Alfie, però, c’è da sottolineare qualcosa circa la sentenza: innanzitutto il giudice Hayden ha citato un recente, breve intervento di papa Francesco sull’accanimento terapeutico. Un discorso che, essendo un saluto a un convegno, non poteva per forza di cose citare l’intero magistero della Chiesa, ma ne ha sottolineato solo un aspetto. Quindi papa Francesco è d’accordo nel sospendere i sostegni vitali ai bambini come Alfie, Isaiah, Charlie? Tutti noi sappiamo che non è così. E sono i fatti concreti a confermarlo. Quel giudice non ha ricordato che per Charlie Gard il Papa ha messo a disposizione il suo ospedale, il Bambin Gesù, che si è rifiutato, con dichiarazioni ufficiali della sua presidente, di trasferire Charlie in Italia per eseguire la sentenza di sospensione della ventilazione artificiale: al Bambin Gesù, hanno dichiarato ufficialmente, in una conferenza stampa dedicata, che la respirazione assistita si interrompe solo a chi viene accertata la cosiddetta “morte cerebrale”, che per Charlie non c’era, così come non c’era per Isaiah e per Inés, e non c’è per Alfie.

Una posizione, quella concretamente mostrata da papa Francesco, opposta a quanto dichiarato dal centro di Bioetica britannico Anscombe (cattolico) riguardo al piccolo Charlie: «Ad ogni modo, le decisioni finali in questo caso – eliminare la ventilazione e non ricorrere a un trattamento sperimentale – sono decisioni che in questa situazione i genitori potrebbero ragionevolmente prendere a nome del figlio. Le decisioni stesse sono moralmente difendibili».

Ma c’è di più. La citazione del messaggio del Papa è stata proposta in prima istanza non dal giudice, ma dal rappresentante dell’Alder Hey Children’s Hospital, Mr. Mylonas, a sostegno della tesi della sospensione dei sostegni vitali nel massimo interesse di Alfie. Il giudice l’ha ripresa nella sentenza sia come risposta al fatto che i genitori di Alfie si dicono cattolici – cioè a dire: guardate che la Chiesa la pensa come noi, non come voi – ma soprattutto per rispondere al Dr. Haas, (Medical Director, Department of Paediatric Cardiology and Intensive Care, Universital Hospital Ludwig-Maximilians university, Munich), uno dei medici consulenti nel contenzioso. Il Dr. Haas ha la stessa non-diagnosi degli altri medici: Alfie ha un «grave, progressivo disordine neurologico che lo porterà alla morte», e non crede che ci siano possibilità di cura. Ma aggiunge: «Sospendere i trattamenti lo porterà immediatamente alla morte e questo non può certamente essere il suo miglior interesse», che invece, secondo lui, è quello di vivere quel che resta della sua vita «dignitosamente, insieme alla sua famiglia, se questo è il desiderio dei suoi genitori, a casa, che io credo sia il meglio per lui». E conclude con un passaggio che il giudice Hayden bolla stizzito come «provocatorio e inappropriato»: «Per via della nostra storia in Germania, abbiamo imparato che ci sono cose che non bisogna fare con bambini fortemente handicappati. Una società deve essere pronta a prendersi cura di questi bambini molto handicappati, e non decidere che i sostegni vitali siano interrotti contro la volontà dei genitori, se non c’è certezza di cosa sentano i bambini, come in questo caso». Il giudice definisce la citazione del Papa «una risposta esaustiva alla opinione tendenziosa espressa dal Prof. Haas».

Non serve certo sottolineare l’evidente strumentalità della citazione di papa Francesco. Anche il Bambin Gesù, chiamato in causa nel processo, dice che i sostegni vitali possono essere mantenuti ad Alfie, e non parla di sospenderli. Ma c’è di più. Il giudice racconta di essere andato a trovare il piccolo, come promesso ai genitori, per vedere se effettivamente la sua vita fosse senza dignità, come dichiarato dal tutore del bambino. Dopo aver verificato che la stanza di Alfie è confortevole, ed ha tutta la più aggiornata tecnologia, conferma la particolare cura che Tom, suo padre, ha per lui. E di sua madre, Kate, vent’anni, dice: «Lei ha, se posso dire così, un senso dell’umorismo bizzarro e delizioso, totalmente privo di vanità e di presunzione. Il suo amore per il suo compagno e per suo figlio era ovvio. L’atmosfera intorno ad Alfie era di pace e dignità, e, so che si potrebbe trovare sorprendente che io lo dica, molto felice. Il motore principale per tutto questo è la mamma di Alfie. […] Il mio giudizio è che la sua vita ha vera dignità. La domanda molto più difficile è se, e se così, come possa essere mantenuta». Ed è lo stesso giudice che poi, sorprendentemente, stabilirà che morire è nel massimo interesse di Alfie.

Non è in gioco, dunque, la dignità della vita di Alfie, ma il fatto che lui non possa migliorare le sue condizioni, e che sia destinato a vederle peggiorare, per morire. Una vita breve, di scarsa qualità. Esattamente come per Charlie Gard. Il problema non è quindi accompagnare Alfie fino alla fine come chiedono i genitori, che vorrebbero continuare i sostegni vitali, e lasciarlo morire a casa «quando lui decide», ma accorciare la sua vita perché questo le istituzioni hanno deciso per le persone nelle sue condizioni.

Alfie, e Isaiah, e Charlie, e Inés, sono solo “incidenti”: i loro genitori non volevano essere protagonisti di battaglie mediatiche, ma si sono trovati a dire NO a protocolli medici ormai consolidati, da anni, per cui percorsi eutanasici vengono praticati sotto il nome di “rinuncia alle cure”, nei casi in cui non ci sono speranze di miglioramento di condizioni di “scarsa qualità di vita”. La porta a questi percorsi si apre con leggi come quella appena approvata dal parlamento italiano, sul cosiddetto “biotestamento”, per cui è possibile rifiutare sostegni vitali come alimentazione e idratazione artificiale, a prescindere dalla situazione clinica (per esempio dalla prossimità o meno della morte), e l’ospedale è obbligato a eseguire queste volontà. C’è chi dice che questa è una interpretazione malevola della legge, e che «la pretesa di dare alla legge una lettura eutanasica è arbitraria e contraria allo spirito della stessa», come si legge in un comunicato del Consiglio Direttivo dell’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, lo scorso 14 febbraio.

Per una curiosa coincidenza, lo stesso 14 febbraio la Corte di Assise di Milano, nell’ambito del processo a Cappato sulla morte di dj Fabo, ha chiesto alla Consulta se le disposizioni del codice sul suicidio assistito sono o no costituzionali: «Il diritto a morire, rifiutando i trattamenti sanitari, è stato di recente riconosciuto dal legislatore italiano con la legge 219 del 22.12.2017 (la legge sul biotestamento, ndr). La legge peraltro non ha in alcun modo limitato i casi in cui il paziente ha il “diritto” di “rifiutare trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza” e tra questi ha incluso anche quelli tesi a fornire nutrimento alla persona (idratazione ed alimentazione artificiali) […] Dai lavori preparatori della legge e dalle discussioni parlamentari emerge che il Parlamento era consapevole che il prevedere per il paziente la possibilità di rifiutare la nutrizione artificiale comportava di fatto riconoscere il suo diritto di scegliere di morire non già a causa della malattia, ma per la privazione di sostegni vitali (ovvero per una cosiddetta eutanasia indiretta omissiva). Nonostante ciò, anche questa decisione, come tutte quelle in campo terapeutico, è stata prevista come insindacabile».

I tribunali italiani stanno cioè già interpretando la legge in senso eutanasico, esplicitamente. Non solo: spiegano che è il legislatore (cioè la maggioranza Pd-M5S che ha approvato il testo) ad avere intenzionalmente inserito l’eutanasia omissiva. Sarà sufficiente tutto questo per convincere la parte del mondo cattolico che si ostina a “vedere il buono” di questa legge, a condannarla, e il nuovo parlamento a cambiarla? O dovremo rassegnarci ad avere anche noi i nostri Charlie, Isaiah, e forse Alfie?

Foto Ansa





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Isaiah – un anno appena compiuto – ha respirato per sette ore, dopo che gli hanno sospeso la ventilazione artificiale, e poi è morto. Era un gravissimo cerebroleso, non malato: di suo era sano, ma qualcosa non ha funzionato nell’ospedale inglese durante il parto e lui e sua madre hanno rischiato di morire. I medici prima lo hanno salvato, poi hanno deciso che in quelle condizioni il massimo interesse per lui era morire, a prescindere dalla richiesta dei genitori, che invece volevano continuare a prendersi cura di loro figlio: per loro Isaiah andava bene anche così, anche se non poteva ridere e giocare e gattonare e mangiare e bere e sporcarsi e fare i capricci come tutti gli altri bambini. La Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo aveva però respinto il ricorso dei genitori, che si opponevano al King’s College di Londra, dove Isaiah era ricoverato e dove è morto.

Per Alfie – 21 mesi – si prospetta lo stesso percorso, anche se la sua storia è totalmente diversa: lui ha una malattia sconosciuta, sicuramente neurodegenerativa, sicuramente letale – cioè è destinato a morire a breve, anche se non si sa quando – che nessuno è riuscito a diagnosticare con precisione, e per cui l’unico nome proposto è “la malattia di Alfie”. Anche di lui i medici dell’ospedale inglese in cui è ricoverato, l’Alder Hey Children’s Hospital, pensano che sia meglio morire; anche per lui hanno proposto ai suoi genitori di sospendere i sostegni vitali – respirazione, alimentazione, idratazione; anche i suoi genitori, giovanissimi, si sono opposti. Ma anche per lui il contenzioso legale, ancora in corso, sta andando nella stessa direzione di quello di Isaiah, e di quello, prima ancora, di Charlie Gard, e di quello della ragazzina francese Inès, e di chissà quante altre persone con “scarsa qualità di vita”.

Riguardo ad Alfie, però, c’è da sottolineare qualcosa circa la sentenza: innanzitutto il giudice Hayden ha citato un recente, breve intervento di papa Francesco sull’accanimento terapeutico. Un discorso che, essendo un saluto a un convegno, non poteva per forza di cose citare l’intero magistero della Chiesa, ma ne ha sottolineato solo un aspetto. Quindi papa Francesco è d’accordo nel sospendere i sostegni vitali ai bambini come Alfie, Isaiah, Charlie? Tutti noi sappiamo che non è così. E sono i fatti concreti a confermarlo. Quel giudice non ha ricordato che per Charlie Gard il Papa ha messo a disposizione il suo ospedale, il Bambin Gesù, che si è rifiutato, con dichiarazioni ufficiali della sua presidente, di trasferire Charlie in Italia per eseguire la sentenza di sospensione della ventilazione artificiale: al Bambin Gesù, hanno dichiarato ufficialmente, in una conferenza stampa dedicata, che la respirazione assistita si interrompe solo a chi viene accertata la cosiddetta “morte cerebrale”, che per Charlie non c’era, così come non c’era per Isaiah e per Inés, e non c’è per Alfie.

Una posizione, quella concretamente mostrata da papa Francesco, opposta a quanto dichiarato dal centro di Bioetica britannico Anscombe (cattolico) riguardo al piccolo Charlie: «Ad ogni modo, le decisioni finali in questo caso – eliminare la ventilazione e non ricorrere a un trattamento sperimentale – sono decisioni che in questa situazione i genitori potrebbero ragionevolmente prendere a nome del figlio. Le decisioni stesse sono moralmente difendibili».

Ma c’è di più. La citazione del messaggio del Papa è stata proposta in prima istanza non dal giudice, ma dal rappresentante dell’Alder Hey Children’s Hospital, Mr. Mylonas, a sostegno della tesi della sospensione dei sostegni vitali nel massimo interesse di Alfie. Il giudice l’ha ripresa nella sentenza sia come risposta al fatto che i genitori di Alfie si dicono cattolici – cioè a dire: guardate che la Chiesa la pensa come noi, non come voi – ma soprattutto per rispondere al Dr. Haas, (Medical Director, Department of Paediatric Cardiology and Intensive Care, Universital Hospital Ludwig-Maximilians university, Munich), uno dei medici consulenti nel contenzioso. 
Il Dr. Haas ha la stessa non-diagnosi degli altri medici: Alfie ha un «grave, progressivo disordine neurologico che lo porterà alla morte», e non crede che ci siano possibilità di cura. Ma aggiunge: «Sospendere i trattamenti lo porterà immediatamente alla morte e questo non può certamente essere il suo miglior interesse», che invece, secondo lui, è quello di vivere quel che resta della sua vita «dignitosamente, insieme alla sua famiglia, se questo è il desiderio dei suoi genitori, a casa, che io credo sia il meglio per lui». E conclude con un passaggio che il giudice Hayden bolla stizzito come «provocatorio e inappropriato»: «Per via della nostra storia in Germania, abbiamo imparato che ci sono cose che non bisogna fare con bambini fortemente handicappati. Una società deve essere pronta a prendersi cura di questi bambini molto handicappati, e non decidere che i sostegni vitali siano interrotti contro la volontà dei genitori, se non c’è certezza di cosa sentano i bambini, come in questo caso». Il giudice definisce la citazione del Papa «una risposta esaustiva alla opinione tendenziosa espressa dal Prof. Haas».

Non serve certo sottolineare l’evidente strumentalità della citazione di papa Francesco. 

Anche il Bambin Gesù, chiamato in causa nel processo, dice che i sostegni vitali possono essere mantenuti ad Alfie, e non parla di sospenderli. 
Ma c’è di più. Il giudice racconta di essere andato a trovare il piccolo, come promesso ai genitori, per vedere se effettivamente la sua vita fosse senza dignità, come dichiarato dal tutore del bambino.
 Dopo aver verificato che la stanza di Alfie è confortevole, ed ha tutta la più aggiornata tecnologia, conferma la particolare cura che Tom, suo padre, ha per lui. E di sua madre, Kate, vent’anni, dice: «Lei ha, se posso dire così, un senso dell’umorismo bizzarro e delizioso, totalmente privo di vanità e di presunzione. Il suo amore per il suo compagno e per suo figlio era ovvio. L’atmosfera intorno ad Alfie era di pace e dignità, e, so che si potrebbe trovare sorprendente che io lo dica, molto felice. Il motore principale per tutto questo è la mamma di Alfie. […] Il mio giudizio è che la sua vita ha vera dignità. La domanda molto più difficile è se, e se così, come possa essere mantenuta». Ed è lo stesso giudice che poi, sorprendentemente, stabilirà che morire è nel massimo interesse di Alfie.

Non è in gioco, dunque, la dignità della vita di Alfie, ma il fatto che lui non possa migliorare le sue condizioni, e che sia destinato a vederle peggiorare, per morire. Una vita breve, di scarsa qualità. Esattamente come per Charlie Gard.

 Il problema non è quindi accompagnare Alfie fino alla fine come chiedono i genitori, che vorrebbero continuare i sostegni vitali, e lasciarlo morire a casa «quando lui decide», ma accorciare la sua vita perché questo le istituzioni hanno deciso per le persone nelle sue condizioni.

Alfie, e Isaiah, e Charlie, e Inés, sono solo “incidenti”: i loro genitori non volevano essere protagonisti di battaglie mediatiche, ma si sono trovati a dire NO a protocolli medici ormai consolidati, da anni, per cui percorsi eutanasici vengono praticati sotto il nome di “rinuncia alle cure”, nei casi in cui non ci sono speranze di miglioramento di condizioni di “scarsa qualità di vita”.

 La porta a questi percorsi si apre con leggi come quella appena approvata dal parlamento italiano, sul cosiddetto “biotestamento”, per cui è possibile rifiutare sostegni vitali come alimentazione e idratazione artificiale, a prescindere dalla situazione clinica (per esempio dalla prossimità o meno della morte), e l’ospedale è obbligato a eseguire queste volontà. 

C’è chi dice che questa è una interpretazione malevola della legge, e che «la pretesa di dare alla legge una lettura eutanasica è arbitraria e contraria allo spirito della stessa», come si legge in un comunicato del Consiglio Direttivo dell’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, lo scorso 14 febbraio.

Per una curiosa coincidenza, lo stesso 14 febbraio la Corte di Assise di Milano, nell’ambito del processo a Cappato sulla morte di dj Fabo, ha chiesto alla Consulta se le disposizioni del codice sul suicidio assistito sono o no costituzionali:

 «Il diritto a morire, rifiutando i trattamenti sanitari, è stato di recente riconosciuto dal legislatore italiano con la legge 219 del 22.12.2017 (la legge sul biotestamento, ndr). La legge peraltro non ha in alcun modo limitato i casi in cui il paziente ha il “diritto” di “rifiutare trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza” e tra questi ha incluso anche quelli tesi a fornire nutrimento alla persona (idratazione ed alimentazione artificiali) […] Dai lavori preparatori della legge e dalle discussioni parlamentari emerge che il Parlamento era consapevole che il prevedere per il paziente la possibilità di rifiutare la nutrizione artificiale comportava di fatto riconoscere il suo diritto di scegliere di morire non già a causa della malattia, ma per la privazione di sostegni vitali (ovvero per una cosiddetta eutanasia indiretta omissiva). Nonostante ciò, anche questa decisione, come tutte quelle in campo terapeutico, è stata prevista come insindacabile».

I tribunali italiani stanno cioè già interpretando la legge in senso eutanasico, esplicitamente. Non solo: spiegano che è il legislatore (cioè la maggioranza Pd-M5S che ha approvato il testo) ad avere intenzionalmente inserito l’eutanasia omissiva. Sarà sufficiente tutto questo per convincere la parte del mondo cattolico che si ostina a “vedere il buono” di questa legge, a condannarla, e il nuovo parlamento a cambiarla? O dovremo rassegnarci ad avere anche noi i nostri Charlie, Isaiah, e forse Alfie?

Foto Ansa


























tempi.it/ 09-03-2018






venerdì 9 marzo 2018

Pollyanna in Vaticano?



scritto da Aldo Maria Valli  (09-03-2018)

Più di una volta in queste pagine ci siamo occupati dell’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, attuale cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e della Pontificia accademia delle scienze sociali, per sottolineare la sua visione estremamente positiva della Cina. A giudizio di Sánchez Sorondo il governo di Pechino, addirittura, è quello che meglio applica la dottrina sociale della Chiesa e nel grande paese c’è una cultura del lavoro che dovrebbe diventare un esempio per il mondo intero.

Ora non c’è bisogno di spendere molte parole per confutare questa visione idilliaca. È sotto gli occhi di tutti che il regime comunista cinese è uno dei più illiberali al mondo, che lo sfruttamento è diffuso e che da quelle parti i diritti fondamentali, sia della persona sia delle comunità, sono calpestati in svariati modi, come sanno bene i cattolici perseguitati, che anche di recente hanno assistito alla distruzione di cupole, statue e croci delle loro chiese.

Numerose possono essere le ragioni degli occhiali rosa con i quali monsignor Sánchez Sorondo guarda alla Cina. Tra le varie analisi in proposito, da segnalare quella proposta dal sito Lifesitenews, dove William Kilpatrick (https://www.lifesitenews.com/opinion/trusting-souls-in-church-vatican-have-been-duped-into-making-islamist-agend) scrive che oggi, non solo per quanto riguarda la Cina ma nei confronti, in generale, di dittatori, satrapi e autocrati vari, le autorità vaticane sembrano «pollyannaish», ovvero in preda alla sindrome di Pollyanna, patologia che consiste in un esagerato ottimismo, del tutto fuori luogo alla luce della realtà effettuale, eppure coltivato ostinatamente, a costo di negare la realtà stessa.

La sindrome prende il nome da un noto personaggio letterario, la bambina Pollyanna Whittier, che a dispetto di una vita piena di problemi e sofferenze decide, attraverso il «gioco della felicità», di vedere solo il bello dell’esistenza e per questo è sempre estremamente fiduciosa.

La visione positiva della natura umana coltivata oggi in Vaticano, scrive Kilpatrick, non è certamente fondata sulla Bibbia, che mette abbondantemente in guardia dalla malvagità umana, bensì su Jean-Jacques Rousseau e altri sostenitori della bontà naturale. E in che altro modo si può spiegare la pertinace volontà degli attuali dirigenti della Chiesa cattolica di riporre la loro fiducia in un vasto assortimento di «dittatori canaglia, ayatollah apocalittici, aspiranti califfi e oppressivi regimi comunisti»?

La provocazione è evidente, ma tutto sommato non sembra campata per aria. A sostegno, l’articolo cita un intervento di George Weigel, celebre studioso cattolico e biografo di Giovanni Paolo II, che di recente (https://www.nationalreview.com/2018/02/vatican-china-dispute-church-capitulates-naming-bishops/), proprio a proposito della linea scelta dalla diplomazia vaticana nei confronti della Cina, mette in guardia dalla propensione a «negoziare con il diavolo».

Weigel ricorda l’esempio di Pio XI, il papa che se da un lato trattò con Mussolini e Hitler allo scopo di arrivare a concordati, dall’altro non rinunciò a denunciare le atrocità di quei regimi e comunque pose sempre come obiettivo della trattativa la tutela della libertà della Chiesa.

Le cose incominciarono a cambiare, scrive Weigel, con l’ostpolitik degli anni Sessanta e Settanta, della quale fu interprete il cardinale Agostino Casaroli, ma oggi la trattativa con Pechino, come non si stanca di denunciare il cardinale Zen, assomiglia molto a un cedimento, specie in merito alla nomina dei vescovi.

La diplomazia vaticana, dice Weigel, va giustamente fiera del suo realismo, ma non si vedono sintomi di realismo nel cedere alle pretese del regime comunista cinese sulla nomina dei vescovi. Così, semplicemente, si mette a repentaglio la libertas Ecclesiae e si rinuncia a tutelare i fedeli.

Secondo Weigel l’azione diplomatica del Vaticano appare ossessionata dall’obiettivo di stabilire relazioni stabili con la Cina comunista, perché, si sostiene, la Santa Sede non può non avere un rapporto con la superpotenza mondiale attualmente più in crescita sotto tutti gli aspetti. Ma la Santa Sede non è una potenza politica. Il suo unico, vero potere è di tipo morale. Quindi la sua strategia nei confronti dei regimi totalitari deve seguire una logica diversa da quella strettamente politica. Trattare con gli «agenti del diavolo» può solo arrecare danno alla Chiesa, perché ne mina l’autorevolezza morale.

Gli esponenti vaticani sostengono che occorre fidarsi del dialogo e della buona volontà dei governi, senza lasciarsi intrappolare all’interno dei vecchi schemi e sospetti. Di qui la scelta di intrattenere rapporti amichevoli non solo con Pechino, ma anche, per esempio, con Teheran ed Ankara, come dimostra la recente visita in Vaticano di Erdogan, ricevuto con tutti gli onori nonostante la sua politica di repressione contro gli oppositori. Ma come dimenticare, osserva William Kilpatrick sulla scorta delle osservazioni di Weigel, che Erdogan sogna di restaurare il califfato ottomano, si è impegnato nell’opera di re-islamizzazione della Turchia ed è uno degli attori chiave nel processo di islamizzazione dell’Europa? Durante il colloquio con il papa, definito «cordiale», tutti questi aspetti non sono stati affrontati, mentre le due parti hanno sottolineato la comune opposizione al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e l’identità di vedute circa la necessità di combattere l’islamofobia in Occidente.

Proprio l’atteggiamento estremamente fiducioso del Vaticano nei confronti dell’Islam apre altri interrogativi.

Il ruolo primario del vescovo è quello del pastore, e i pastori non possono permettersi di essere eccessivamente fiduciosi nei confronti dei lupi. Eppure «a volte sembra che molti dei vescovi di oggi non siano a conoscenza dell’esistenza dei lupi». Va bene ribadire l’amicizia e la stima, va bene il rispetto, va bene la richiesta di superare l’ignoranza e con essa la paura, ma qualcosa non funziona nel verso giusto quando i dirigenti della Chiesa cattolica appaiono «ben più interessati a combattere l’islamofobia» (vera o presunta, aggiungiamo noi) «che a proteggere i cristiani perseguitati».

La fiducia è importante, ma non è una virtù cardinale, mentre la prudenza lo è. E «se i leader della Chiesa non sviluppano uno spirito di prudenza nel loro approccio ai governi e alle ideologie totalitarie, rischiano di tradire la fiducia dei fedeli».

Di qui l’interrogativo, scherzoso nella forma ma inquietante nella sostanza: Pollyanna è forse entrata in Vaticano?

Noi non pensiamo che sia così. Tuttavia la domanda provocatoria sembra utile nell’ambito di un bilancio del pontificato di Francesco a cinque anni dal suo inizio.

Aldo Maria Valli












mercoledì 7 marzo 2018

Contraccezione, ora anche Wojtyla è "rigido" e "dottrinario"





L'uscita di un libro che - per l'enciclica Humanae Vitae - documenta il determinante aiuto dell'allora arcivescovo di Cracovia, è l'occasione per Avvenire di rilanciare un assalto all'enciclica pubblicata 50 anni fa. Obiettivo: aggirare il divieto della contraccezione. La strategia è dividere il beato Paolo VI (buono e flessibile) da san Giovanni Paolo II (rigido e dottrinario).



Renzo Puccetti (07-03-2018)

In cauda venenum. È così che si usa dire quando la fine di un discorso svela il carattere polemico prima dissimulato. Mi riferisco alla recensione di Luciano Moia, ça va sans dire, apparsa domenica scorsa su Avvenire, del libro del teologo polacco don Pavel Stanislaw Galuszka pubblicato da Cantagalli ed intitolato “Karol Wojtyla e l’Humanae vitae - Il contributo dell’arcivescovo di Cracovia e del gruppo di teologi polacchi all’enciclica di Paolo VI”.

Il caporedattore di Avvenire si concentra su pochi stralci di quel testo di 550 pagine dove viene descritta tra l'altro una lettera indirizzata dall’allora arcivescovo di Cracovia Wojtyla a Papa Montini in cui si suggeriva di affrontare con fermezza il cosiddetto “magistero parallelo” degli episcopati ribelli. Questi, attraverso documenti pastorali, finivano per svuotare il contenuto dell’enciclica Humanae vitae minando l’unità della fede su un punto decisivo per la vita morale dei fedeli. Un primo elemento di conforto personale nasce dal fatto che la narrazione della reazione degli episcopati all’enciclica di Paolo VI contenuta nel mio saggio, “I veleni della contraccezione” (Edizioni Studio Domenicano), è coincidente con quella che emerge dal carteggio del futuro Papa polacco. Nel mio testo ho parlato del magistero parallelo come di un “magistero inverso” e dunque di un vero e proprio “magistero perverso”, ma per il buon Moia il linguaggio vermilinguo dei vescovi ribelli denota “rispetto, accoglienza e comprensione”.

In realtà, presentando i pronunciamenti delle oltre 40 Conferenze episcopali come “dichiarazioni e documenti applicativi variamente critici”, Moia fornisce una rappresentazione distorta, lasciando intendere che tutti i vescovi del mondo fossero concordi nel criticare Humanae vitae. Certo, vi furono i documenti degli episcopati di Austria, Germania, Olanda, Belgio, Francia e quello canadese, per la cui approvazione l’attivismo del vescovo Remi de Roo fu determinante (Richiamato dal prefetto cardinale Ratzinger per il sostegno al sacerdozio femminile, nel 2000 egli fu costretto a chiedere pubblicamente scusa per le spese non approvate dal Vaticano che determinarono un buco di 12 milioni di dollari nella sua diocesi).

Il 27 marzo 2008, parlando a Gerusalemme alla Comunità Neocatecumenale, in riferimento ai documenti delle conferenze episcopali austriache e tedesche, il cardinale di Vienna Schönborn, quello che Papa Francesco ha indicato come un grande teologo e migliore interprete di Amoris laetitia, disse: “Dobbiamo pentirci di questo peccato dell’episcopato europeo che non ha avuto il coraggio di Paolo VI, perché oggi portiamo tutto il peso delle conseguenze di questo peccato”.

Altro che “rispetto, accoglienza e comprensione” di cui scrive Moia, il quale tace la fedeltà del documento della Conferenza episcopale italiana, inglese e statunitense, quest’ultima descritta dall’ex diplomatico Kenneth D. Whitehead come “una delle affermazioni episcopali contro-culturalmente più forti a supporto di Humanae vitae”. In effetti Wojtyla aveva ragione, l’uso di presentare la contraccezione come materia da lasciare alla coscienza dei coniugi, stretti tra quel presunto “conflitto di doveri” umani e cristiani inventato dal vescovo olandese Willem Bekkers nel 1963, permeava i documenti dei vari episcopati dissenzienti.

Se tali argomenti sono stati reiteratamente rifiutati dal magistero, essi, come una sorta di zombie teologici, riemergono oggi per giustificare i rapporti sessuali di persone divorziate con persone diverse dal coniuge. Ma se erano invalidi allora, non si vede perché dovrebbero diventare validi oggi, quando tutte le evidenze empiriche accumulate, la riflessione teologica e l’azione magisteriale ne attestano l’invalidità.

Dove Moia voglia andare a parare lo si scopre alla fine del suo articolo, laddove scrive: «Quale fu la reazione di Montini di fronte a questa proposta? Non lo sappiamo. Sappiamo però che nei successivi dieci anni della sua vita, tornò soltanto quattro volte sull’Humanae vitae. E non solo non manifestò mai l’intenzione di irrigidirne l’applicazione, ma nei discorsi e negli interventi ufficiali non fece più alcun riferimento ai metodi naturali di regolazione della fertilità».

Che rilevanza dovrebbe avere il presunto silenzio di Paolo VI, se non la volontà di non acuire ulteriormente uno scontro che era ad un passo dallo scisma? In realtà il silenzio del Papa fu anche al tempo argomento cavalcato per dare circolazione all’idea che l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione fosse dubbio, e come si dice, in dubiis libertas. In quegli stessi anni il vescovo regressista di Magonza Reuss emanò per i sacerdoti della sua diocesi una direttiva in cui li istruiva a sollevare i coniugi dall’obbligo di astenersi dalla contraccezione per la situazione di dubbio in cui era la dottrina. Era la linea seguita dai teologi Richard McCormick e Bernard Häring.

Papa Paolo VI era consapevole del problema; a padre Ford, che ne fu consulente, disse: “Chi tace acconsente; se la Chiesa non lo proibisce è acquiescente e la dottrina diventa probabile”, e se è probabile essa non obbliga. Ma la dottrina non era in dubbio. Vi erano chiari e netti pronunciamenti del magistero precedente, quelli di Pio XI, Pio XII, Giovanni XIII, vi erano secoli e secoli di Tradizione, vi era la voce dei dottori della Chiesa e dei Suoi Santi. Tuttavia, per non lasciare nemmeno questo margine, Paolo VI, rivolgendosi ai partecipanti al 52º congresso della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, il 26 ottobre 1966, diceva: “Il pensiero e la norma della Chiesa non sono cambiati; sono quelli vigenti nell’insegnamento tradizionale della Chiesa”. Se oggi si volesse intenzionalmente attribuire al silenzio di Paolo VI dopo Humanae vitae un significato d’incertezza dottrinale, si compirebbe dunque un’operazione intellettualmente truffaldina.

Il Papa aveva la responsabilità dell’unità della Chiesa, era stato fedele all’ufficio di maestro e difensore della fede, aveva ribadito la verità morale, scelse di non reprimere con forza la menzogna. Si tratta di scelte difficilissime prerogativa del munus petrino. Quante volte nella storia della Chiesa ciò è avvenuto. Si può citare la decisione nel 1588 di Papa Sisto V di comminare le stesse pene canoniche e temporali previste per l’omicidio a chi fa uso di contraccettivi e commette l’aborto. Nemmeno tre anni dopo, tranne che per il feto già formato, Gregorio XIV abrogherà la bolla del predecessore ripristinando la contraccezione come un atto contro la castità. Possiamo citare anche la posizione intransigente di San Pio V sulla pratica della prostituzione nella città di Roma e confrontarla con la posizione più tollerante di altri Papi anch’essi santi.

D’altra parte, fu lo stesso beato Paolo VI a svolgere una critica nei confronti del permissivismo e della transigenza al male albergante dentro la Chiesa: “Noi siamo stati forse troppo deboli e imprudenti in questo atteggiamento, al quale la scuola del cristianesimo moderno ci invita: il riconoscimento del mondo profano nei suoi diritti e nei suoi valori [...] Siamo andati oltre il segno nel conformismo con la mentalità e col costume del mondo profano”, disse durante l’udienza generale del mercoledì 21 settembre 1973. Già allora, subito dopo la pubblicazione di Humanae vitae, i teologi del dissenso abbandonarono l’argomento del dissenso per brandire quello della non infallibilità dell’enciclica che Moia resuscita. Se Humanae vitae non è infallibile, allora è fallibile, ma se è è fallibile non è irreformabile, anzi è riformabile e dunque reformanda, fu la linea seguita per il boicottaggio. Commentando la richiesta di Wojtyla di un pronunciamento del Papa che dichiarasse Humanae vitae “infallibile e irreformabile”,

Moia scrive: “Possibile che Wojtyla ignorasse che era stato lo stesso Paolo VI a imporre a monsignor Ferdinando Lambruschini – decano della cattedra di teologia morale della Lateranense poi arcivescovo di Perugia – di spiegare nella conferenza stampa di presentazione dell’Enciclica che quel testo non doveva essere considerato né infallibile né irreformabile? Evidentemente no”. Fa piacere che Moia si sia scoperto ammiratore di monsignor Lambruschini. Non avrà dunque difficoltà ad accogliere anche questo suo insegnamento: “Nessuna delle istanze della legge morale naturale può essere sacrificata ad una vaga pastoralità” e tenerne di conto nei suoi prossimi articoli di morale (F. Lambruschini, Problemi della Humanae vitae, Queriniana, Brescia 1968, 135). Ora è bene precisare che, anche ammettendo che fosse stato lo stesso Paolo VI ad imporre a monsignor Lambruschini (personalmente non conosco l’atto da cui Moia trae questa informazione), il carattere di definibilità dell’enciclica è materia teologicamente controversa.

Padre Ermenegildo Lio ha prodotto un saggio scientifico poderoso edito dalla Libreria Editrice Vaticana apprezzato da Giovanni Paolo II in cui si dimostra la presenza dei criteri necessari per considerare certo e definitivo quell’atto del Magistero. Se le centinaia di pagine di quello studio dovessero scoraggiarlo, Moia potrà procurarsi una copia del Timone di questo mese dove potrà apprendere in maniera sintetica da padre Carbone perché Humanae vitae è infallibile.

Ma ammettiamo che questi teologi si sbaglino, ciò non cambia una virgola del fatto che la norma sulla contraccezione sia Magistero definitivo. In un intervento pubblicato sull’Osservatore Romano del 4 settembre 1968, il teologo Domenicano Rosario Gagnebet scriveva: “Quando si oppone il carattere non infallibile di questo documento per negare la certezza dell’insegnamento in esso contenuto, sembra si dimentichi che ci sono degli insegnamenti certi nella dottrina cattolica, al di fuori di quelli che hanno fatto oggetto di una proposizione infallibile”. Ancora sull’Osservatore Romano mons. Karol Wojtyla scrisse il 5 gennaio 1968: “Sembra che attraverso tutte le argomentazioni e appelli dell'enciclica, pieni per altro di una drammatica tensione, ci giungano le parole del Maestro: «con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Luca, 21, 19). Poiché in definitiva si tratta proprio di questo". Pensa forse Luciano Moia che Gagnebet e Wojtyla avessero scritto quei testi in disubbidienza e alle spalle di Paolo VI?









martedì 6 marzo 2018

Intervista a Stefano Fontana: “Per uscire dalla crisi bisogna abbandonare Rahner”






La Chiesa cattolica è in piena confusione: sembrerebbe che abbia perduto la propria identità e il senso della sua missione. Per negare ciò, bisogna essere ciechi o in mala fede. Ma come si è arrivati a questa drammatica situazione? Che cosa si deve fare per uscirne? Lo abbiamo chiesto al prof. Stefano Fontana, giornalista e scrittore, nonché direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa; dal 2010 è direttore del settimanale diocesano di Trieste Vita Nuova. È autore di diverse libri, tra i più recenti segnaliamo Filosofia per tutti (Fede&Cultura, Verona, 2016) e La nuova Chiesa di Karl Rahner(Fede&Cultura, Verona, 2017).


DOMANDA. Gentile prof. Fontana, La ringraziamo per la sua disponibilità. Cominciamo con la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Come nasce e in che cosa consiste?
RISPOSTA. La Dottrina sociale della Chiesa è l’incontro della Chiesa col mondo allo scopo di ordinarlo secondo il progetto di Dio e, quindi, salvarlo. Essa appartiene così alla missione della Chiesa ed è strumento di evangelizzazione, dato che per ordinare il mondo secondo il progetto di Dio e per salvarlo bisogna fare in modo che Dio abbia il posto che gli spetta nella costruzione della comunità umana nella storia. Dio è il principale “bene comune”, il Vangelo è il primo fattore di autentico sviluppo, il mondo che si separa dalla religione cattolica e dalla Chiesa si separa da se stesso. La Dottrina sociale della Chiesa è una “dottrina” ed è “della Chiesa”. È una dottrina in due sensi: prima di tutto perché è connessa con la dogmatica della fede cattolica di cui è espressione e da cui trae luce, secondariamente perché essa stessa è un corpus dottrinale organico in cui tutti gli elementi si tengono insieme. Ha anche un carattere pratico e orientativo per l’azione, ma alla luce degli elementi dottrinali. Gli elementi dottrinali sono principalmente due: la rivelazione di Dio in Cristo e il diritto naturale; essa si fonda quindi sull’armonia tra ragione e fede e sul primato della fede. È poi “della Chiesa”, nel senso che il soggetto ad essa adeguato è la Chiesa stessa, come Corpo di Cristo dentro la storia. Tutti i singoli soggetti ecclesiali ne sono coinvolti e non solo i laici, anche se ai laici spetta il ruolo specifico di mettere direttamente mano all’organizzazione del mondo secondo il progetto di Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è collegata quindi con tutte le forme di vita della Chiesa, dai sacramenti alla catechesi.

D. Un cattolico in politica può fare a meno della dottrina sociale?
R. Di fatto molti ne fanno a meno oppure la contraddicono apertamente, di diritto no, non può farne a meno. Al cuore del problema sta il rapporto Chiesa e mondo. Il mondo ha bisogno della Chiesa e la Chiesa deve aiutare il mondo senza farsi a sua volta mondo. La fede deve aiutare la ragione senza farsi a sua volta ragione, ma spingendo la ragione ad essere fino in fondo se stessa, cosa che non può fare senza un rapporto non accidentale con la fede. Lo stesso vale per il mondo, esso non riesce ad essere se stesso senza un rapporto non accidentale con la religione vera e la Chiesa. Però la Chiesa non deve farsi direttamente mondo, non solo perché in questo caso essa non sarebbe più se stessa ma anche perché non aiuterebbe nemmeno il mondo. La Dottrina sociale della Chiesa fa incontrare le due realtà, senza identificarle, garantendo però il loro rapporto strutturale e il primato della Chiesa. Senza questo quadro, il cattolico in politica si affida alla sola prassi mondana, oppure ideologizza il Vangelo.



D. Dal momento che ci troviamo in una situazione anomala nella quale la dottrina sta scomparendo e rimane solo l’attivismo nel sociale, come si può fare per “rilanciarli” entrambi senza alcuna separazione?

R. Alla base della constatazione da cui parte la domanda c’è l’idea che il mondo sia diventato ormai adulto, maturo in se stesso e che di conseguenza non debba più essere guidato dalla religione e dalla Chiesa. La secolarizzazione viene spesso intesa in questo senso e addirittura fatta dipendere dallo stesso cristianesimo. Ne consegue che la pretesa di applicare una dottrina alla prassi sia sempre una trasformazione della purezza del Vangelo in ideologia. Sarebbe lungo esaminare le suggestioni filosofiche e teologiche che stanno dietro queste affermazioni, ed è impossibile riprenderle qui anche sommariamente. La cosa principale da dire e da mettere in atto è che l’attività e la dottrina vanno insieme ma nella priorità della dottrina. Non si accostano in modo puramente giustapposto, ma ordinato e questo ordine prevede la priorità della dottrina sulla prassi sociale o pastorale. I motivi sono molteplici e vanno dalla semplice constatazione che ognuno pensa prima di agire fino ad arrivare a notare che anche la tesi del primato della prassi sulla dottrina è comunque una dottrina. La prassi senza dottrina è cieca e da qualcosa di cieco non può derivare nessuna verità perché dal nulla non nasce nulla e il più non può venire dal meno.

D. Perché la filosofia è importante nella teologia?
R. La teologia è l’uso della ragione per approfondire le verità rivelate. La teologia usa quindi la ragione e prima di tutto usa la ragione nel suo vertice che è quello filosofico. La filosofia è il vertice della ragione perché si occupa del tutto. Siccome la rivelazione ci comunica verità assolute e totali essa ha bisogno della filosofia che si misura concettualmente con verità assolute e totali. Oggi si preferisce collegare la teologia con le scienze, le quali però sono strutturalmente settoriali e parziali. La filosofia fornisce alla teologia la grammatica concettuale adatta. Naturalmente stiamo parlando qui della vera filosofia, ossia della filosofia cristiana. La rivelazione contiene in sé delle verità filosofiche e metafisiche che non spetta però ad essa esplicitare e analizzare e di cui non può essere essa a fornire la concettualità adatta. A farlo deve essere la filosofia, la quale però può farlo solo se non rompe i suoi rapporti con la fede, altrimenti fornisce alla teologia dei concetti inadeguati e fuorvianti. La teologia ha bisogno della vera filosofia, e questa non riesce ad essere tale se non nel rapporto con la fede. Non che con ciò la filosofia non sia legittimamente autonoma, lo è ma proprio perché la fede le garantisce il respiro adatto per esserlo.



D. Quali sono i maggiori filosofi moderni? Il loro pensiero è compatibile con quello cattolico?
R. Di recente ho pubblicato un libro semplice e di piccole dimensioni per rispondere proprio a questa domanda. Nella modernità, intesa come categoria cronologica si possono trovare anche cose buone, ma nella modernità intesa come categoria filosofica no. La modernità si fonda su alcuni errori fondamentali, assunti come tali e capaci di determinare per coerenza filosofica tutti gli sviluppi negativi successivi. In tutti i filosofi c’è anche qualcosa di vero perché anche l’opinione più sbagliata, diceva san Tommaso, contiene comunque qualche piccola verità. Però il buono che c’è nella modernità c’è per accidens, dato che la sua sostanza è sbagliata. Cartesio, Hume, Kant, Hegel, eccetera, sono incompatibili con il cattolicesimo (non lo sono invece col protestantesimo).

D. Che cosa succederebbe alla Chiesa se venisse eletto, per esempio, un papa heideggeriano?
La formazione filosofica è molto importante per poter fare vera teologia. Nella Chiesa non fanno teologia solo i teologi di professione, i primi teologi sono il Papa e i Vescovi, vale a dire i Pastori. Se i pastori dovessero essere formati a correnti filosofiche contrarie al cristianesimo sarebbe un grande guaio, perché vedrebbero — per quanto concerne l’aspetto umano del loro ruolo nella Chiesa — le verità del deposito della fede in modo diverso. Se uno è storicista sarà a favore dell’evoluzione storica dei dogmi; se uno è seguace dell’ermeneutica sosterrà che gli insegnamenti di Cristo sono tutti da interpretare, se uno è esistenzialista tenderà a dire che la verità nasce dall’esistenza negando l’esistenza di realtà metafisiche e così via. Uno dei punti centrali è l’accettazione o meno della metafisica: questo è oggi il vero discrimine tra filosofie conformi o difformi rispetto alla religione cattolica. Bisogna stare quindi molto attenti a quale filosofia (e di conseguenza a quale teologia) si insegna nei seminari. Perché da questo dipende la formazione dei preti di domani, ma anche dei vescovi e dei papi.



D. Parliamo di Karl Rahner, il più famoso discepolo di Heidegger. Può fare un profilo di questo gesuita tedesco? Com’è riuscito a diventare, in un certo senso, il nuovo doctor communis?
R. Ho pubblicato di recente un libretto divulgativo per spiegare quanto lei mi chiede. A mio parere Rahner ha portato dentro la teologia cattolica i principi del pensiero moderno — Kant, Hegel, Heidegger — e in questo modo ha stravolto la teologia cattolica. Stupisce come il suo pensiero sia fatto proprio perfino da vescovi e da cardinali. Rahner ha creato una “nuova Scolastica” assumendo però il punto di vista del trascendentale moderno. Per lui la rivelazione avviene nell’esistenza, quindi nel mondo: rivelazione come storia. Il mondo è sacramento, il mondo è grazia. La Chiesa stessa è nel mondo come garanzia della libertà critica del modo stesso ma non come quanto deve dargli la verità e la salvezza. Ne consegue che Dio si rivela a tutti e che tutti sono cristiani anonimi, che si rivela in modo atematico da cui la perdita d’importanza della dottrina, che tra storia sacra e profana non c’è differenza, che Dio si rivela nell’uomo e ci parla attraverso il nostro prossimo, che le verità rivelate sono tutte storiche e relative, che la modalità esistenziale di porsi prevale sui contenuti, che la dottrina è astratta e che la morale deve incontrare la situazione di vita, che Dio è presente in tutte le religioni e anche nell’ateismo e così via … Rahner fu originariamente influenzato dal tentativo della scuola di Lovanio di Mons. Marechal di ripensare il tomismo partendo dai principi del criticismo moderno. Si trattava di quel “realismo critico” così acutamente contestato da Gilson. Da lì nasce il pensiero di Rahner che padre Cornelio Fabro demolìagli inizi degli anni Settanta. Nel mio libro ho cercato di mostrare come questo pensiero sia penetrato ormai a fondo nella Chiesa cattolica, arrivando fino all’ultima parrocchia e all’ultimo progetto pastorale.

D. In che cosa consiste la “nuova Chiesa” di Karl Rahner? Ed era già stata programmata?
R. Ho già in parte detto nella risposta precedente. Nei limiti di questo breve spazio posso aggiungere l’idea che l’inferno sia vuoto, che non si sappia mai veramente quando si è in peccato, che la pastorale è fonte di dottrina e la prassi fonte di verità, che la Chiesa deve smetterla con la pretesa di essere luce per il mondo e deve “uscire” nel senso di farsi mondo, che il cattolico possa votare una legge che legalizza l’aborto, che la Chiesa debba essere declericalizzata e democratizzata, che non esista un chiaro confine tra eresia ed ortodossia, che la Chiesa deve essere aperta a tutti, anche agli atei e così via. Se era stata programmata? Nel senso che due o tre si siano seduti ad un tavolo per programmarla no. Che sia la conclusione di un lungo percorso con molti protagonisti ben coordinati tra loro e che hanno fatto progressivamente penetrare queste idee nella Chiesa sì. Rahner non è stato occasionale e nemmeno quanto ne è seguito. Si pensi solo alle difficoltà che si incontrano oggi per criticarlo.



D. Quanto c’è, di Rahner, nell’Amoris laetitia?
R. Non voglio entrare nel merito specifico dell’Esortazione di Papa Francesco per il semplice fatto che sto scrivendo un piccolo libro a questo proposito. Preferisco limitarmi a parlare di questo lungo percorso sinodale e post-sinodale sulla famiglia di cui Amoris Laetitia è in fondo l’epilogo. Ho già scritto nel libro sopracitato che molti sono gli elementi rahneriani di questo periodo sinodale: il ruolo del cardinale Kasper, le tesi da lui sostenute nella relazione preparatoria del febbraio 2014, il concetto di parresia così come applicato durante il sinodo, l’idea che non esista il peccato ma solo gradi diversi di bene, l’idea di non poter conoscere le situazioni oggettive di peccato come nel caso dei divorziati risposati, l’idea di procedere caso per caso, l’idea che nella situazione di peccato possa essere presente la grazia, la convinzione che la tradizione debba essere letta a partire dal magistero recente piuttosto che il contrario, l’idea della reversibilità esistenzialista e non sacramentale della situazione di peccato, la convinzione che i fondamenti della morale possano cambiare, l’idea che Cristo indichi solo ideali e non dia precetti, chiamare il peccato “fragilità”, termine che non contempla la colpa, l’idea del decentramento dottrinale e l’accettazione che su punti qualificanti la dottrina della fede le conferenze episcopali si comportino in modo diverso e così via, l’elenco potrebbe essere molto lungo.

D. Come si può uscire, secondo Lei, dalla “nuova Chiesa” di Rahner? Come si può cestinare il pensiero pseudo-cattolico di Rahner?
R. Alcuni seminaristi mi dicono che è loro impedito di leggere San Tommaso, Gilson o Fabro e che se vogliono leggere qualcosa del genere lo devono fare di nascosto. Bisogna tornare a dare la possibilità a chi si prepara al sacerdozio di apprendere la filosofia cristiana. Ai laici bisogna tornare ad insegnare la retta (e completa) Dottrina sociale della Chiesa. Bisogna tornare ad insegnare e a formarsi alla verità. E bisogna farlo dal basso, anche in piccole iniziative. Il ruolo primario in questo momento spetta ai laici. Però senza un intervento provvidenziale dall’Alto, ciò non basterà.

Grazie ancora per la Sua disponibilità.
















Altopascio, CONFERENZA LEGGE BIOTESTAMENTO: OLTRE LE FRONTIERE DEL NULLA con ASSUNTINA MORRESI








venerdì 2 marzo 2018

IL LATINO E LA CRISTIANITA'






Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 3 - Marzo 2018



Quando iniziò la nostra storia eravamo conosciuti come “quelli della messa in latino” e ancora oggi chi vuole esprimersi sbrigativamente dice così.


A noi questa espressione non è mai piaciuta, perché affrettatamente riduttiva di tutta una visione non solo della liturgia, ma di tutta la vita cristiana, concepita secondo la grande Tradizione della Chiesa.


Siamo stati sempre coscienti, inoltre, delle difficoltà provocate ai fedeli dall'uso del latino, difficoltà di ordine pratico e psicologico, essendo questi abituati da troppi anni all'uso dell’italiano nella messa; e non ci è mai piaciuto mettere in difficoltà, siamo pastori e non abbiamo mai giocato.


Allora perché ostinarsi con il latino?
Innanzitutto, l'abbiamo sempre detto, perché siamo per la salvaguardia del rito bimillenario della Santa Messa della Chiesa di Roma; la nuova messa non ne è la traduzione in lingua comprensibile, ma una spaventosa “scheletrizzazione”, operata per avvicinarci pericolosamente al modo protestante di concepire la preghiera, specialmente nella forma anglicana. Risultato: il popolo cattolico è praticamente omologato ai fratelli separati, ha cambiato fede.
Per questo reagiamo contro questa distruzione della fede cattolica con l'unica possibilità che la Chiesa ci offre nella sua legislazione, restare alla Messa “di prima”, di prima del disastro.
Detto questo è vero che insistiamo con il latino, usandolo anche nella proclamazione dell'Epistola e del Vangelo, anche se avremmo facoltà di leggerle solo in italiano. Le ragioni sono diverse, non ultima è che il latino è stato la lingua della Cristianità, cioè della realizzazione della società cristiana in occidente; ed è sicuramente questo il motivo principale per cui è stato praticamente abolito, se si esclude qualche suo folkloristico uso a Roma e altrove.


Il progetto dei rivoluzionari, che si sono impossessati del Concilio e della sua attuazione violenta nel post-Concilio, era quello di segnare un nuovo inizio della Chiesa, un “anno zero”, in cui finalmente il Cristianesimo si sarebbe liberato da tutte le ambiguità del passato, prima tra tutte la commistione col potere. E qual era, secondo i novelli apostoli del cristianesimo puro, l'inizio del male? L'epoca Costantiniana, la conversione dell'Impero Romano al Cristianesimo. E che cosa c'è che ricorda più di tutto, dal punto di vista pratico esterno, l'unione tra Impero e fede cattolica? Non c'è dubbio, l'uso del latino.


È nell'uso del latino che anche un semplice fedele intuisce che la Chiesa cattolica sia l'erede dell'Impero Romano. L'uso del latino intuitivamente richiama che la società divenuta cristiana è nient'altro che la realizzazione pratica, pur sempre perfettibile, del Vangelo di Cristo. È nell'uso del latino che senti come la cristianizzazione della società operatasi nel Medioevo costituisca il vertice dell'opera cattolica di trasformazione del mondo per la salvezza delle anime...


... ma loro non volevano più tutto questo. I rivoluzionari avevano deciso che la Chiesa dovesse sbarazzarsi del passato che, a loro meschino giudizio, aveva falsificato l'opera di Cristo.


Per questo, per loro, il Concilio e il post-Concilio divennero la più sconvolgente e brutale operazione per abolire duemila anni di Cristianesimo, e ritornare a un mitico “Gesù puro”, al Gesù senza la sua Cristianità: fu la velenosa illusione di tutte le eresie, anche di quella di Lutero, che in fondo sono semplicemente degli spiritualismi satanici.


Un Cristo senza la sua Cristianità, ridotto a predicatore morale; un Cristo senza la sua Chiesa e la sua storia, la storia della cristianizzazione del mondo, la storia della società cristiana, degli stati e delle nazioni cristiane, che hanno prodotto una civiltà che ha aiutato la salvezza delle anime.
Un Cristo senza il corpo! Senza il suo corpo!
No, loro non volevano più tutto questo, pensando che le persone sarebbero state in piedi da sole, dentro un mondo libero di tradire Cristo e la verità.
Hanno rifiutato il lavoro paziente di secoli, che aveva nel latino il suo segno esterno più evidente... e hanno dovuto cambiare la Messa!


La scusa era la comprensione dei fedeli... e loro sapevano di mentire.


Altro che comprensione dei fedeli! Mai i cristiani sono stati ignoranti come oggi. Andate nelle scuole, girate per le strade, parlate con la gente, la nostra gente: non sa nemmeno più che Dio è Trinità.


Ma di tutto questo parleremo un'altra volta; intanto chiediamo fedeltà nella salvaguardia della Messa di sempre, la Messa latina, chiedendoci una rinnovato vigore nel divenirne missionari, ciascuno secondo la propria vocazione: invitiamo, facciamola conoscere e amare, per fare amare la storia di tutta la Cristianità.


O sancte Joseph, protector noster, ora pro nobis.




















giovedì 1 marzo 2018

Avvertimenti, segni, segreti. Ecco come le veggenti ci mettono in guardia



scritto da Aldo Maria Valli

Si intitola Le veggenti. Le profezie delle anime-vittima che salvano il mondo (Salani, 240 pagine, 14,90 euro) ed è l’ultimo libro di Saverio Gaeta, già autore di un libro dal titolo simile, Il veggente, dedicato alla vicenda umana e spirituale di Bruno Cornacchiola, l’uomo che nel 1947 ebbe un’apparizione della Madonna presso la località delle Tre Fontane, a Roma, e ricevette rivelazioni da lui trascritte in un diario.

In questo nuovo libro Gaeta passa in rassegna le premonizioni di alcune fra le mistiche più note, che in molti casi hanno anticipato fatti poi realmente accaduti e lanciano avvertimenti sul destino che attende l’umanità in mancanza di un profondo ravvedimento e di una conversione.

Abbiamo posto a Saverio Gaeta alcune domande.



Perché questo libro?


Mike Bongiorno chiedeva: «Lascia o raddoppia?». E io, dopo Il veggente sulle apparizioni romane della Vergine della Rivelazione a Bruno Cornacchiola, rispondo raddoppiando con Le veggenti, dove propongo le rivelazioni ricevute da numerose mistiche nell’arco degli ultimi mille anni, ma con una particolare attenzione a quelle dell’ultimo secolo, che ci descrivono cosa avverrà nel futuro prossimo del mondo e della Chiesa. È una sintesi che nessuno aveva fatto prima, anche perché richiede anni di lettura di centinaia di manoscritti e di testi difficilmente reperibili. Ma sono molto contento di averlo fatto, perché ne è valsa la pena, innanzitutto a livello personale, poiché mi ha consentito di incontrare figure straordinarie, attraverso i loro scritti divinamente ispirati.



Come hai scelto le veggenti? Quali criteri hai seguito nella selezione dei nomi e dei testi?


Non ho particolari virtù di discernimento e, grazie a Dio, non spetta a me dare patenti di veridicità. Mi sono perciò fidato innanzitutto delle mistiche che hanno già ottenuto il riconoscimento da parte della Chiesa, essendo state ufficialmente elevate all’onore degli altari: da santa Ildegarda di Bingen, che addirittura è dottore della Chiesa, a santa Brigida di Svezia, compatrona d’Europa, da santa Faustina Kowalska, l’apostola della Divina Misericordia, alla beata Katharina Emmerick, notissima per le sue visioni della Passione di Gesù, dalla beata Anna Maria Taigi, la mistica che vedeva il futuro in una specie di sole che teneva sempre dinanzi agli occhi, alla beata Elena Aiello, che per ordine di Gesù scrisse più volte a Mussolini per dissuaderlo dall’entrata nella Seconda guerra mondiale. Ma poi ho aggiunto altre mistiche delle quali penso sia evidente la credibilità, per le quali soltanto l’ignavia dei responsabili ecclesiastici ha finora impedito l’apertura del processo di canonizzazione: qualche nome per tutte, quelli di Luisa Piccarreta, la divulgatrice della Divina Volontà, di Maria Valtorta, che scrisse sotto ispirazione L’Evangelo come mi è stato rivelato, di Teresa Musco, che morì a trentatré anni dopo aver ricevuto il medesimo segreto di suor Lucia di Fatima.



Tu dici che in tutte le profezie è possibile riscontrare una sorta di schema comune. Ce ne puoi parlare?


Nel libro dettaglio mediante una serie di episodi preannunciati in passato, e poi effettivamente verificatisi, la credibilità di quanto le mistiche scrivono per illuminazione celeste. È ragionevole dunque fidarsi anche delle loro comuni premonizioni (all’insaputa ovviamente l’una dell’altra), dalle quali emerge una sequenza di eventi che caratterizzeranno il futuro, voluti da Dio per aiutarci nel nostro lavoro di conversione e nel cammino verso la meta finale del Paradiso. Innanzitutto ci sarà un Avvertimento, che metterà tutti personalmente a nudo dinanzi alla propria coscienza, per rendersi conto del male fatto e del bene non compiuto. Quindi alcuni Segni, particolarmente nei luoghi delle principali apparizioni mariane, saranno una concreta manifestazione del soprannaturale, pur mantenendo lo spazio alla libertà umana di credere o no. Successivamente ci sarà il preannuncio di una decina di Segreti, la cui realizzazione potrà essere verificata. Infine, se proprio gli uomini non si convertiranno, potrà avvenire il Castigo, un cataclisma ecologico e/o nucleare che porterebbe alla distruzione di buona parte dell’umanità.



Qual è lo scopo delle profezie?


La scansione degli eventi che ho appena descritto potrebbe sembrare un allarmistico modo di procedere da parte di Dio e della Madonna. Ma in realtà, in termini umani, non è altro che ciò che fanno i buoni padri e madri di famiglia, quando spiegano ai figli i rischi nei quali potrebbero incorrere continuando a comportarsi in maniera impropria. Se al semaforo la mamma dice al bambino piccolo che, attraversando con il rosso, finirà spiaccicato dalle macchine (invece di dire che si farà un po’ di bua…), non mi sembra che faccia terrorismo psicologico, ma semplicemente che utilizzi parole forti per far comprendere con chiarezza la gravità della questione.



Papa Francesco non sembra avere una particolare sensibilità verso le veggenti, come dimostra la sua presa di distanza da Medjugorje. Che ne pensi?


In questi casi, il suo mi sembra un atteggiamento superficiale, dovuto probabilmente a una imprecisa conoscenza dei fatti e delle persone. Basti dire che ha definito «postina» la Madonna che appare ai veggenti di Medjugorje su appuntamento, proprio durante il viaggio di ritorno da Fatima, l’apparizione nella quale, il 13 maggio 1917, la Vergine disse a Lucia: «Sono venuta a chiedervi di venire qui per sei mesi consecutivi, il giorno 13, a questa stessa ora»! Del resto, in questi giorni abbiamo festeggiato il 160° anniversario di Lourdes, dove l’Immacolata chiese a Bernadette: «Volete avere la gentilezza di venire qui per quindici giorni?». E anche nello spiegare le conclusioni della cosiddetta Commissione Ruini, Francesco è stato inesatto, poiché ha dichiarato che le prime apparizioni meritano di essere ancora investigate, mentre invece nella relazione finale è chiaramente affermato che sette delle prime dieci apparizioni hanno tutti gli aspetti della credibilità, mentre è per le successive che vengono suggeriti approfondimenti.



Hai una veggente preferita?


Sono decisamente tante. Ma forse quella che sento più vicina è Natuzza Evolo, la mistica calabrese che si definiva «un verme della Terra» nonostante la quantità di carismi che aveva ricevuto in dono, dalle stimmate alla visione di Gesù e della Madonna, dalla conoscenza della condizione ultraterrena dei defunti all’emografia, cioè la composizione di scritte e disegni di tematiche spirituali con il sangue che le usciva dalle piaghe. E con il Signore non aveva problemi neanche a replicare senza giri di parole, come già aveva fatto Teresa d’Avila, tanto che nella Quaresima 2005 intrecciò con lui questo dialogo: «Natuzza: Non è che dite: “Povera figlia, l’ho lasciata sola, vado a visitarla”. Gesù: Io gli amici miei così li visito. Natuzza: Apposta ne avete pochi amici e non vi vogliono bene. Se li visitate tutti come visitate me!».