domenica 6 agosto 2017

I dubbi. Le ultime ore di baby Charlie e le troppe ombre sul caso

In questa foto, pubblicata dal Daily Mail, si vede che Charlie, nelle sue ultime ore, è stato attaccato a un respiratore «portatile». Poteva quindi essere portato a casa




Perché i medici si sono battuti per impedire il trasferimento in un altro ospedale, visto che i genitori sono in grado di prendersi cura del figlio? Perché hanno voluto staccare il ventilatore?



Assuntina Morresi (5 agosto 2017)


Il suo cuore ha resistito dodici minuti anziché i cinque o sei che le infermiere dell’hospice si aspettavano dopo aver disattivato il respiratore. Fino alla fine, Charlie si è dimostrato un «guerriero», come ha detto commossamamma Connie in una lunga intervista al Daily Mail, raccontando le ultime ore di suo figlio. Un’ultima mail al giudice, la mattina presto del 28 luglio, per chiedere qualche ora in più con il figlio. «Speravo in un po’ di compassione», spiega lei. La risposta, via email, è semplice: non è possibile, il Gosh (il Great Ormond Street Hospital for Children) non è d’accordo. Si parte alle sette, davanti l’ambulanza con Charlie e dietro i genitori, in macchina, scortati dalle guardie di sicurezza.

Passano veloci le poche ore concesse ai genitori per salutare il loro bambino, che morirà alle 15.12. C’è tempo per un breve giro con il passeggino nel parco dell’hospice, e le foto mostrano con chiarezza una grave “bugia” dei legali del Gosh, quando in udienza avevano sostenuto che Charlie non poteva tornare a casa perché il ventilatore non passava dalla porta: in una foto si nota che dal passeggino spuntano dei tubi e si vede, in basso, una parte di un macchinario, evidentemente portatile. Fa il paio con la scusa delle «strade sconnesse», un problema per Charlie nel trasportarlo a casa: il suo ultimo viaggio in ambulanza è durato tre quarti d’ora. E che si mescola con le “bugie” sul grande specialista statunitense Michio Hirano, che conosceva bene la persona che aveva “in cura” Charlie, e che mai è stato invitato a visitare il bambino, come invece ha dichiarato il Gosh, che l’ha anche accusato di avere interessi economici in merito, e di avere suscitato «false speranze». È toccato al collega professor Enrico Bertini, del Bambino Gesù di Roma, difenderlo da questa ingenerosa ingiustizia nella conferenza stampa con cui la eccellente struttura pediatrica vaticana si era messa di disposizione della famiglia Gard.

È importante leggere le carte giudiziarie. Al professor Hirano è stato chiesto solo un consulto telefonico con il Gosh, nei primi mesi dell’anno. Al Bambino Gesù hanno spiegato che non c’era bisogno di essere presente in ospedale per tentare la cura: si trattava di sciogliere nel latte determinate sostanze, che al massimo avrebbero dato diarrea. E Hirano lo aveva chiarito subito.
Sarebbero stati tentativi sperimentali, ma basati su «forte razionale scientifico», come dichiarato dal professor Bertini, tanto che l’eredità del piccolo sarà comunque una speranza per il prossimo bambino con la stessa malattia: il tentativo negato a Charlie sarà provato, il prima possibile, in casi analoghi e prima che sia troppo tardi.

Per Charlie è stato tardi, perché il Gosh aveva immediatamente stabilito che il «miglior interesse» del bimbo fosse morire, fin dal novembre 2016, appena chiarita la diagnosi. Allora, il Comitato etico dell’ospedale inglese rifiutò la tracheostomia al neonato perché «anche prima che Charlie iniziasse a soffrire di epilessia il 15 dicembre 2016, il consenso clinico era che la sua qualità di vita fosse così povera da non dover essere sottoposto alla ventilazione a lungo termine». Cioè il Comitato etico, considerando la scarsa qualità di vita di Charlie, aveva negato una forma di ventilazione meno stressante dell’intubazione, sicuro che la sua esistenza sarebbe durata poco. La prognosi dei medici è di sei-nove mesi di vita, ma il Gosh vuole sospendere la ventilazione per farlo morire subito. Il no dei genitori spinge l’ospedale al lungo e duro contenzioso giuridico.

È Connie a proporre, a fine dicembre, la terapia sperimentale su suo figlio: ne ha scoperto l’esistenza su internet. Eppure la persona responsabile di Charlie al Gosh conosceva bene il professor Hirano e il suo lavoro. Poi, la crisi epilettica e il no definitivo al tentativo sperimentale.

Vanno distinti i tre livelli di scontro. Il primo: è legittimo per un’équipe medica negare un trattamento richiesto, tanto più se con questo grado estremo di sperimentalità. Il secondo: perché però impedire il trasferimento in un altro ospedale, visto che i genitori sono in grado di prendersi cura del figlio? Il terzo: perché staccare il ventilatore?

La risposta è del Gosh, si è già visto, è che il «miglior interesse» per Charlie fosse morire, e questo in base alla sua «qualità di vita». Troppo bassa, a giudizio del Gosh. Non valeva la pena neppure tentare, neppure seguirne l’evoluzione: dallo statement finale degli avvocati sappiamo che l’ultima risonanza al cervello di Charlie risaliva a gennaio, e nessuna risonanza, o esami a ultrasuoni, sul suo intero corpo è stata mai effettuata né richiesta dal Gosh. Questi esami sono stati eseguiti dal team internazionale solo a luglio, dopo la mobilitazione planetaria. E c’è di più. Sempre nello statement ufficiale si può leggere che le risonanze (Mri) e gli elettroencefalogrammi (Eeg) di Charlie a gennaio «non mostravano alcuna evidenza di «danni cerebrali strutturali irreversibili», una posizione supportata dai report di due esperti indipendenti» e ancora che «dagli originali grezzi degli Eeg e Mri (mai resi pubblici dal Gosh prima di aprile 2017) esaminati e confermati dai professori Hirano e B. la condizione neurologica di Charlie è ora infatti considerevolmente migliore rispetto alle prove testimoniali, presentate a questa Corte dal Gosh nell’aprile 2017».

Nella sua intervista al Daily Mail, Connie aggiunge che Charlie era il più stabile fra i bambini in terapia intensiva, e che raramente riceveva visite dai medici. Non è stata mai dimostrata la sua sofferenza, e comunque il bimbo era sedato. Il Gosh non smentisce, e ribadisce il criterio che ha portato alla rinuncia di ogni tentativo di cura e di monitoraggio e alla decisione del distacco del ventilatore, atti collegati fra loro: «È stata e resta opinione unanime di tutti coloro che si sono presi cura di Charlie al Gosh che la sospensione della ventilazione e le cure palliative sono tutto ciò che l’ospedale può offrire adeguatamente al suo benessere. Questo perché nella visione del team che lo ha in cura e di tutti coloro che hanno dato la loro seconda opinione al Gosh, lui non ha qualità di vita e non ha alcuna reale prospettiva di qualunque qualità di vita». Un crinale delicatissimo, e scivoloso. Con questi criteri in presenza di una malattia letale inesorabile che dà anche una forte disabilità, sarebbe sempre bene morire il prima possibile. Rinuncia all’accanimento terapeutico o eutanasia? Il confine è sottile, ma io penso che si tratti di eutanasia.

Può aiutare a capire ciò che ha scritto Eduard Verhagen, il medico autore del protocollo olandese di Groeningen, che descrive i criteri per l’eutanasia dei neonati. Protocollo in cui Charlie sarebbe rientrato in pieno se ci fosse stato il consenso dei genitori. In un recente lavoro, Verhagen descrive uno studio in Olanda, dove risulta che nelle terapie intensive neonatali «la causa principale di morte è la non somministrazione e/o la interruzione di sostegni vitali, nel 95% dei casi. Nel 60% dei casi, riguarda bambini instabili, destinati inevitabilmente alla morte, mentre nei restanti 40% avviene in neonati stabili, per ragioni di qualità di vita. È stato identificato un solo caso di eutanasia. Uno studio comparativo internazionale riporta risultati simili, nel 2010». La parola eutanasia è maledetta, evoca ancora troppo orrore per essere usata abitualmente. E quindi se ne limita l’utilizzo in riferimento alla somministrazione di farmaci letali. Negli altri casi, quando si interviene comunque per abbreviare la vita, sospendendo respirazione o nutrizione artificiale, si parla di interruzione dei sostegni vitali come parte del trattamento palliativo.

I fatti dicono che nel caso di Charlie Gard ci si è spinti molto avanti nell’escludere percorsi terapeutici e possibilità di terapie sperimentali, da sviluppare in altre strutture sanitarie, che avrebbero superato la decisione del Gosh e tenuto aperte le speranze di un padre e una madre.

Ai genitori italiani può essere di molto conforto sapere – lo ha spiegato il professor Bertini, nella conferenza stampa sul caso di Charlie Gard – che all’Ospedale Bambino Gesù, eccellenza pediatrica al servizio del sistema sanitario italiano, il ventilatore si stacca «in presenza di diagnosi di morte cerebrale», quando ovviamente non serve più e l’accanimento terapeutico sarebbe conclamato.

Adesso Charlie è tornato a casa. Morto. Una storia triste e cupa. Riposa in pace, piccolo e indimenticabile «guerriero».









https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/le-ultime-ore-di-baby-charlie-e-le-troppe-ombre-sul-caso



A messa con Newman





scritto da Aldo Maria Valli (03/08/2017)

Domenica scorsa, durante la messa in rito ambrosiano nel santuario della mia città d’origine (che emozione riascoltare l’organo e i canti sacri nel tempio mariano voluto da san Carlo Borromeo), davanti all’oggettività e alla verità di tanta bellezza ho ringraziato il Signore di avermi accolto nella fede cattolica e poi, per una di quelle corrispondenze interiori che stupiscono innanzitutto chi ne è protagonista, mi è tornato alla mente il cardinale John Henry Newman, con la sua conversione dalla Chiesa anglicana a quella cattolica in nome della verità della fede.

In particolare, ho ripensato al «Biglietto speech», il «Discorso del biglietto», pronunciato a Roma il 12 maggio 1879, che si chiama così perché Newman lo tenne quando ricevette il messo del Vaticano latore del biglietto con il quale il papa Leone XIII lo informava di avergli assegnato la porpora nel concistoro segreto, appena concluso.

Rivolto a una platea di cattolici inglesi e americani, nel Palazzo della Pigna, Newman non nascose l’emozione. Le prime parole di ringraziamento furono in italiano, poi però preferì proseguire nella sua lingua, e ne venne fuori una riflessione di straordinaria attualità, specie là dove il cardinale affronta l’argomento del liberalismo in campo religioso, ovvero di quella corrente teologica e di pensiero secondo cui non esiste una verità oggettiva religiosa, ma ogni credo è valido e buono come gli altri, nessuna religione può pretendere di essere riconosciuta e vissuta come vera e ciascun individuo può piegare il messaggio religioso alle proprie esigenze.

Che cos’è la Chiesa? Come considerare la tradizione? A che cosa servono i dogmi? E l’autorità?

Interrogandosi su queste domande alla luce dell’insegnamento dei Padri della Chiesa, grazie anche all’aiuto di amici riuniti a Oxford, Newman arrivò a fare il grande passo: da anglicano divenne cattolico, e la sua «professio fidei» è un inno alla verità della fede nella Chiesa: «Credo in tutto il dogma rivelato come è stato insegnato dagli apostoli, come è stato affidato dagli apostoli alla Chiesa e come è stato insegnato dalla Chiesa a me».

Se la Chiesa non ha fondamenta dogmatiche finisce preda dello spirito del tempo. Se la sua impalcatura dottrinale, in nome dell’aggiornamento, del dialogo e dell’apertura al mondo, rinuncia al suo patrimonio radicato nella tradizione, l’intero edificio cade, oppure assume connotati conformi al mondo, dove in cima a tutto c’è l’uomo, non Dio; dove l’uomo diventa dio.

Nell’Inghilterra vittoriana, nella quale positivismo e scientismo condizionavano pesantemente il pensiero e l’uomo incominciava a ritenere non solo plausibile, ma doveroso, rifiutare Dio, Newman vide nella Chiesa cattolica l’unica barca con la quale solcare le onde della modernità senza andare incontro al naufragio. Una barca solida perché dogmatica. E nel momento di esprimere gratitudine al papa per la nomina a cardinale manifestò con grande chiarezza le sue conclusioni, che ci riguardano da vicino specie là dove affrontano la questione della verità nella religione e della tolleranza.

«Il liberalismo in campo religioso – disse il neocardinale – è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia. La devozione non si fonda necessariamente sulla fede. Si possono frequentare le Chiese protestanti e le Chiese cattoliche, sedere alla mensa di entrambe e non appartenere a nessuna. Si può fraternizzare e avere pensieri e sentimenti spirituali in comune, senza nemmeno porsi il problema di una comune dottrina o sentirne l’esigenza».

È passato quasi un secolo e mezzo, ma sembra proprio che Newman descriva la nostra realtà attuale.

A commento di queste parole, Samuel Gregg, ricercatore dell’Acton Institute, ha scritto che oggi il buon cardinale Newman, esprimendo in pubblico tali convinzioni, si vedrebbe negare una cattedra nella maggior parte delle facoltà teologiche cattoliche: anzi, sarebbe addirittura persona non gradita.

Il 19 settembre 2010 Benedetto XVI beatificò John Henry Newman, e nella veglia di preghiera della sera precedente, ad Hyde Park, ricordò il cardinale sottolineando che la sua fu essenzialmente un’esperienza di conversione fondata sulla verità della Parola di Dio e sull’oggettiva realtà della rivelazione cristiana trasmessa dalla Chiesa: «Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale. Qui vi è la prima lezione che possiamo apprendere dalla sua vita: ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane. In una parola, siamo stati pensati per conoscere Cristo, che è Lui stesso “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6)».

Poi Benedetto XVI disse: «L’esistenza di Newman, inoltre, ci insegna che la passione per la verità, per l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non può essere trattenuta per noi stessi; esige la testimonianza, ha bisogno di essere udita, ed in fondo la sua potenza di convincere viene da essa stessa e non dall’umana eloquenza o dai ragionamenti nei quali può essere adagiata».

«Infine, Newman ci insegna che se abbiamo accolto la verità di Cristo e abbiamo impegnato la nostra vita per lui, non vi può essere separazione tra ciò che crediamo ed il modo in cui viviamo la nostra esistenza. Ogni nostro pensiero, parola e azione devono essere rivolti alla gloria di Dio e alla diffusione del suo Regno. Newman comprese questo e fu il grande campione dell’ufficio profetico del laicato cristiano».

Disponibilità a pagare un prezzo. Ufficio profetico del laicato cristiano. Mi riprometto di riflettere ancora meglio su queste espressioni di Benedetto XVI.

Ma ora torniamo al «Discorso del biglietto», nel quale Newman fa un’altra riflessione sul modo «moderno» di intendere la fede: «Poiché dunque la religione è una caratteristica così personale e una proprietà così privata, si deve assolutamente ignorarla nei rapporti tra le persone. Se anche uno cambiasse religione ogni mattina, a te che cosa dovrebbe importare? Indagare sulla religione di un altro non è meno indiscreto che indagare sulle sue risorse economiche o sulla sua vita familiare».

Di qui l’idea, per esempio, che la fede religiosa possa essere accettata finché si manifesta in discorsi di vago contenuto umanitario e assistenziale, ma vada prontamente fermata e bollata di «fondamentalismo» non appena introduce la questione della verità.

«Religione del giorno» o «religione del mondo»: Newman chiamava così la versione annacquata e ridotta della fede, modificata in modo tale da ottenere diritto di cittadinanza senza troppi problemi. È una fede all’apparenza ancora cristiana, ma non ha origine divina, bensì umana. Pensata per piacere e compiacere, esclude il timor di Dio e il senso del peccato. Contiene un po’ di verità, ma non tutta la verità. Ma noi, dice Newman nel sermone intitolato proprio «La religione del giorno» (1832), «sappiamo benissimo dalle più comuni esperienze della vita che una mezza verità è spesso la più grossolana e dannosa delle menzogne». La religione del giorno, à la carte, sceglie del Vangelo «il suo lato più sereno: l’annuncio della consolazione, i precetti di reciproco amore», e lascia sullo sfondo, dimenticati, «gli aspetti più oscuri e più profondi della condizione e delle prospettive dell’uomo». È una religione indipendente dalla Rivelazione. E «Satana l’ha accortamente ornata e perfezionata».

«Invero – commentava Newman nel “Discorso del biglietto” –, non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti, anziani stimati, dotati di lunga esperienza, e giovani di belle speranze».

Subito dopo, però, il cardinale spiegava di non essere affatto sfiduciato o, peggio, spaventato da quella che definiva la «grande apostasia»: «Certo ne sono dispiaciuto, perché penso possa nuocere a molte anime, ma non temo affatto che abbia la capacità di impedire la vittoria della Parola di Dio, della santa Chiesa, del nostro Re Onnipotente, il Leone della tribù di Giuda, il Fedele e il Verace, e del suo Vicario in terra. Troppe volte ormai il cristianesimo si è trovato in quello che sembrava essere un pericolo mortale; perché ora dobbiamo spaventarci di fronte a questa nuova prova. Questo è assolutamente certo; ciò che invece è incerto, e in queste grandi sfide solitamente lo è, e rappresenta solitamente una grande sorpresa per tutti, è il modo in cui di volta in volta la Provvidenza protegge e salva i suoi eletti. A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio».

Durante un viaggio in Italia, in Sicilia, Newman scrisse una preghiera «Lead, Kindly Light», divenuta celebre e anch’essa attualissima: «Guidami luce gentile; tra le tenebre, guidami Tu. Nera è la notte, lontana la casa: guidami Tu. Amavo scegliere la mia strada, ma ora guidami Tu. Sempre mi benedisse la tua potenza; ancora oggi mi guiderà per paludi e brughiere, finché svanisca la notte e l’alba sorrida sul mio cammino».

Aldo Maria Valli










venerdì 4 agosto 2017

Don Elia. Quando tutto andava bene…





don Elia (5 agosto 2017)

Se non ci rendiamo conto una buona volta della realtà, non saremo neanche in grado di arrestare la parabola discendente. E se tale è la situazione, è dunque fallita la testimonianza che noi Sacerdoti e Religiosi dobbiamo rendere al nostro Cristo? La domanda è di quelle che fanno paura; ma sarebbe colpevole pusillanimità il non affrontarla in pieno con spirito di indagine serena, obiettiva e coraggiosa, se il caso lo richieda. Tanti fattori hanno certo contribuito a creare la presente situazione [Lutero, gli errori filosofici, le persecuzioni, i cambiamenti politici, economici e sociali]; ma anche ammesso tutto questo, se siamo arrivati ai punti accennati, come non riconoscere che anche in casa nostra ci deve essere qualche cosa che non funziona a dovere? Si sarebbe, comunque, arrivati ad una situazione così lacrimevole se da parte dei Sacerdoti e dei Religiosi si fosse resa al Cristo la testimonianza della loro santità?

Non è un testo scritto ai nostri giorni e nemmeno negli anni dell’immediato postconcilio. Il suo autore è un prete, canonizzato il 18 aprile 1999, che il venerabile Pio XII definì nel telegramma di condoglianze campione di evangelica carità. San Giovanni Calabria (1873-1954), senza che egli lo sapesse, alla vigilia della propria morte aveva offerto la vita per il Pontefice agonizzante, il quale, nel momento in cui il Santo moriva, ricuperò improvvisamente la salute, tanto da vivere poi ancora per quattro anni. La prima edizione del suo libro più noto, Ora decisiva. Apostolica vivendi forma, fu data alle stampe nel 1946, ma sembrano pagine scritte oggi. Non vi si deplorano le immense rovine materiali lasciate dall’ultima guerra mondiale, ma quelle morali e spirituali provocate dalla tiepidezza di clero e religiosi. Fin dalle prime righe ci si deve inevitabilmente rendere conto che i mali della Chiesa e della società non sono cominciati con il Concilio Vaticano II.


Il Santo cita una lettera al clero di monsignor Bernareggi, allora Vescovo di Bergamo: «Si ha l’impressione che tutto il mondo interiore della coscienza stia crollando. La tendenza ad una vita materiale è stata di sempre. […] Ma ora lo spirito pagano, diremo anzi mondano, per far uso del termine usato da Cristo, sembra prendere il sopravvento. Solo si crede a ciò che si vede e si tocca; solo si cerca ciò che soddisfa la natura. Il senso religioso si è quindi oscurato, e talvolta, almeno praticamente, persino spento. E peggio ancora si dovrebbe dire del senso morale, che in molti è del tutto scomparso. Non vi è più il senso del male, del lecito e dell’illecito, della virtù e del peccato. Tutto è uguale. Solamente l’interesse e il pericolo sono norme di azione». Il cardinale Elia Dalla Costa, nel 1943, scriveva al clero fiorentino: «Agli errori e alle colpe del gregge non sono forse estranei i pastori: ai peccati del popolo non siamo estranei noi Sacerdoti».


In un articolo dell’Osservatore Romano del 19 febbraio 1943, firmato con lo pseudonimo Sacerdos (non sono il primo!), si osserva acutamente: «Non è troppo comodo ed anche troppo egoista moltiplicare le geremiadi sui mali dei tempi attuali, sulla mancanza di fede, sulla corruzione del costume, sull’assenza del senso del peccato ch’è uno degli aspetti più minacciosi dell’attuale momento etico degli individui, sui vari sbandamenti morali, sul laicismo degli Stati, e si potrebbe continuare; non è troppo comodo e specialmente inutile il pianto su questa Gerusalemme crollante ed incurante del castigo di Dio se non riconosciamo che anche noi abbiamo avuto la nostra parte di responsabilità ed abbiamo collaborato, per lo meno negativamente, con la negligenza nei nostri doveri sociali, alla triste ora attuale?».


Da queste lucide premesse don Calabria deduce un vigoroso appello. Di fronte a tanto sfacelo, dopo la lezione di due guerre mondiali una peggiore dell’altra, dopo le immani distruzioni belliche, i tremendi risultati delle ideologie, le orrende carneficine di sacerdoti e religiosi avvenute in Russia, Messico, Spagna, Germania e Polonia, le rapidissime trasformazioni che in altri tempi avrebbero richiesto secoli, in vista di altri cambiamenti ancor più radicali… non dovrà forse anche il clero ascoltare il richiamo di Dio a scuotersi per rinnovarsi profondamente? «Oggi se noi Sacerdoti e Religiosi non sentiamo il prepotente bisogno di metterci alla testa dei tempi per rinnovarli e salvarli nella verità del Vangelo e nella santità del nostro esempio, noi siamo indegni del Cristo che predichiamo». La caratteristica delle anime cristiane veramente grandi è di non subire gli eventi, bensì di dominarli… ma con una vita santa. Ripudiando ogni tipo di mediocrità, secondo il Santo bisogna inoltrarsi sulla via percorsa da Colui che ci ha amati fino all’estremo (cf. Gv 13, 1) e formare «una generazione di uomini dello spiritoal cento per cento, i quali, non a chiacchiere, ma a fatti dimostrino che la realtà che tutto sovrasta non è la illusoria materia, ma lo spirito».


Sorgente di ogni autentico rinnovamento, in tutta la storia della Chiesa, è sempre stata la santità, mediante un ritorno alla radicalità del Signore e degli Apostoli. Purtroppo la risposta fu di tutt’altro genere. Dapprima ci si affannò a puntellare l’edificio pericolante con un rigorismo legalistico che provocò in molti un rigetto violento della religione cattolica; poi, durante l’ultimo Concilio e negli anni successivi, si scelse la via opposta dell’adattamento al mondo nell’illusione di conquistarlo (non senza, almeno in alcuni, una deliberata volontà di mondanizzare la Chiesa). La malattia non scoppiò allora, perché era già avanzata; il problema è che, passando da un estremo all’altro, si adottarono terapie sbagliate, che in pochi decenni ci hanno ridotto in fase terminale. Il rimedio additato da don Calabria, specie per i ministri di Dio, è una tenera intimità con lo Spirito Santo, che non si ottiene se non per mezzo di Colei che ne è la Sposa.


Nell’ora decisiva della Pentecoste la Madre di Gesù era presente nel Cenacolo in una posizione assolutamente unica. Come già l’Incarnazione era avvenuta per mezzo di Lei, così il Paraclito si effuse sulla Chiesa nascente per mezzo di Lei, attirato dalle Sue ardentissime preghiere. È del tutto naturale, allora, la necessità di coltivare, come gli Apostoli, una religiosa intimità di vita con la divina Madre, che rappresenta quanto di più caro, santo e potente abbiamo dopo il Sacrificio eucaristico; solo così potremo diventare gli apostoli degli ultimi tempi preconizzati dal Montfort, nostro patrono. San Giovanni Calabria, forse, non immaginava neppure ciò di cui oggi noi siamo spettatori, nella società e nella Chiesa; ma il rimedio è sempre valido – anzi, quanto mai valido. La Mediatrice di tutte le grazie ha avuto una parte precipua nell’educazione dei Santi di ogni tempo e nella fondazione degli Ordini religiosi; «per ritornare alle fonti e rimettere in vigore il modo di vivere apostolico», quindi, è necessario «l’apporto di Maria alla formazione e alla direzione dei riformatori […]. Come non vedere la parte preponderante che la Provvidenza ha assegnato a Maria in questi nostri ultimi tempi per salvare il popolo cristiano dall’ateismo e dall’empietà?».


Proprio per proclamare questa parte straordinaria che la Madonna detiene nei piani salvifici di Dio e per darle, in qualità di figli Suoi, un’opportunità di esercitarla, ci ritroveremo in San Pietro in Vaticano nel giorno della festa del Cuore Immacolato di Maria, il 22 agosto. Un anno fa, nel cuore della cristianità, ci siamo consacrati a Lei per metterci totalmente a Sua disposizione; questa volta, con l’aiuto di Dio, intendiamo consacrare al Cuore Immacolato, con l’autorità che Le è propria e di cui rende partecipi i Suoi figli, il Vaticano stesso, Sede del Vicario di Cristo, per affrettare l’intervento di Lui. Appuntamento alle 7 del mattino ai varchi; nell’imminenza dell’evento fornirò ulteriori indicazioni. Nel frattempo, chi desidera partecipare si prepari in preghiera e penitenza.





Pubblicato da Elia 








Un’antica sapienza







di Giovanni Scalese (4 agosto 2017)


Dopo aver pubblicato l’edizione italiana delle Costituzioni dei Barnabiti del 1579 (Barnabiti Studi, n. 31/2014), sono ora alle prese con la traduzione delle Regulae officiorum, vale a dire le norme pratiche che regolavano la vita di ogni giorno di una comunità dei Chierici Regolari di San Paolo. Anch’esse si sono andate formando fra Cinque- e Seicento, per essere poi riviste e adattate più volte nei secoli successivi (la loro ultima edizione risale al 1950).


Se il lavoro sulle Costituzioni era risultato estremamente interessante, perché mi aveva dischiuso le ricchezze di quello che era stato il codice fondamentale dei Barnabiti per quattrocento anni (1579-1976), il lavoro sulle Regulae officiorum si annuncia ancora piú appassionante, giacché, oltre a ritrovarvi lo spirito della Congregazione, ci si trova di fronte alla vita concreta di ogni giorno, con i suoi risvolti positivi e negativi e con precise indicazioni su come comportarsi.


Io rimango a bocca aperta dinanzi a tanta saggezza, che non è certamente improvvisata, ma il risultato di una lunga e sofferta esperienza. Ed è proprio questo che colpisce di piú: i nostri maggiori non avevano la pretesa di “inventare” la propria vita ogni giorno, come siamo portati — e spesso invitati anche dall’alto — a fare noi oggi; essi facevano tesoro degli ammaestramenti di una tradizione precedente (il magistero dei Padri del deserto), ad essi aggiungevano la loro esperienza vissuta e tutto ciò trasformavano in preziose direttive per sé e per i propri successori.


È qualcosa che oggi abbiamo perso completamente. Noi siamo convinti di dover ogni giorno ricominciare da zero. Ciò che appartiene al passato è ipso facto vecchio, superato, e perciò non ha piú nulla da dirci; siamo noi che dobbiamo di giorno in giorno decidere come sia meglio comportarci. In base a cosa? A quello che in quel momento ci sembra piú utile. E non ci accorgiamo che questo è il modo migliore per andare incontro a un sicuro fallimento. Guardate, tanto per fare un esempio, a ciò che accade in campo legislativo: le leggi che si approvano sono in genere il prodotto di compromessi fra diverse visioni ideologiche, per lo piú lontane dalla realtà, e sono spesso frutto di scarsa cultura e di improvvisazione. Col risultato che sono già vecchie ancor prima di essere approvate e, dopo qualche anno, devono essere sostituite da altre leggi con gli stessi difetti.


Vorrei invece rendervi partecipi dello spirito che animava la vita di un ordine religioso fino a non molti anni fa (da qualche tempo a questa parte la mentalità diffusa nel mondo si è purtroppo introdotta anche all’interno della Chiesa e della vita religiosa). Sono sufficienti tre delle circa cento norme che regolavano l’ufficio del Superiore generale (da noi chiamato, come fra i gesuiti, “Preposito generale”) per farsi un’idea. La prima è una norma ripresa dalle Costituzioni (libro IV, cap. 12, § 14):

Quemadmodum in ea cura diligens esse debet, ut quae constituta vel decreta sunt, observentur; ita ipse in ordinationibus faciendis parcus sit, et a rebus novis alienus (n. 48).
Come deve essere scrupoloso nell’impegno di fare osservare le Costituzioni e i Decreti [dei Capitoli generali], cosí sia moderato nell’emanare disposizioni e alieno dalle novità.

Colpisce questo invito a moderarsi nel legiferare: le leggi ci sono, e sono sufficienti; basta osservarle. Inutile aggiungere nuove leggi, sapendo magari in anticipo che nessuno le prenderà neppure in considerazione. Ma ciò che oggi lascia maggiormente allibiti è quell’ultimo invito, a essere “alieno dalle novità”. Ma come? Oggi sembra che il valore di una persona stia nella capacità di sfornare ogni giorno una novità; e allora invece si esortava un Superiore generale a essere alieno dalle novità? È proprio vero che i tempi cambiano. La seconda norma che vorrei proporvi è invece una raccomandazione che trova la sua ispirazione nella Sacra Scrittura:

Neque item facile, aut sine admodum gravi necessitate, quae Praedecessor eius legitime fecerit, ipse immutet, aut immutare pertentet; quod et ab aliis Praepositis omnino servari curet. Ex eiusmodi namque mutationibus graves animorum perturbationes oriri possunt, et sancta illa cordium unanimitas non leviter offendi, quam in tota Congregatione ipse in primis fovere, conservare atque augere tenetur, ut unanimes uno ore honorificemus Deum, et non sint in nobis schismata (n. 51).

E neppure cambi o tenti di cambiare con facilità, o senza una gravissima necessità, ciò che il suo predecessore ha legittimamente fatto. Faccia in modo che questa norma sia in generale osservata anche dagli altri Prepositi. Da tali mutamenti infatti può nascere un grande turbamento negli animi, e può essere offesa non poco quella santa unanimità dei cuori, che lui è tenuto particolarmente ad alimentare, conservare e incrementare in tutta la Congregazione, perché con un solo animo e una voce sola rendiamo gloria a Dio (Rm 16:6) e non vi siano divisioni tra noi (1Cor 1:10).

Anche qui, vi sembra che oggi qualcuno si senta in qualche modo obbligato dalle decisioni prese dal proprio predecessore? Anzi, talvolta sembrerebbe che ci si senta in dovere di rimettere tutto in discussione, come se il predecessore avesse preso quelle decisioni senza motivo. C’è oggi qualcuno che si preoccupa del turbamento provocato nelle persone dai continui cambiamenti? “Problema loro”, ci si sente rispondere quando si fa presente la difficoltà: “Sono loro che devono allargare la mente, aprirsi al nuovo; se non sono capaci, si arrangino”. L’unanimità dei cuori? Icchellè? Oggi la si scambierebbe facilmente con la mai abbastanza detestata “uniformità”. Spazio piuttosto alla diversità e al pluralismo! Se poi tale pluralismo sfocia in conflitto, c’è sempre qualcuno pronto a difenderlo — il conflitto — come un valore. E veniamo all’ultima regola, che vi voglio proporre:

Cum autem aliquid semel atque iterum de Assistentium consensu legitime decisum est, caveat, ne deinceps alio quovis quaesito colore idem denuo in deliberationem vocet; ut non tam quod factum est emendare, quam aliorum consensum ad proprium sensum extorquere velle videatur (n. 85).

Quando una cosa è stata piú volte legittimamente decisa col consenso degli Assistenti, eviti in seguito di tornare a discutere, con un qualsiasi pretesto, sulla medesima questione; dando cosí l’impressione di volere non tanto emendare ciò che è stato fatto, quanto piuttosto estorcere il consenso degli altri alla propria opinione.

Quando una decisione è stata presa, è stata presa: inutile tornarvi sopra ancora una volta, come se fosse stata presa senza rendersi conto di che cosa si stesse decidendo. Oltretutto considerando in tal modo incoscienti coloro che avevano preso la decisione (nella fattispecie, gli Assistenti, vale a dire i consiglieri del Generale). Vi confesso che, mentre traducevo questa norma, non so perché, mi venivano in mente gli ultimi due Sinodi sulla famiglia…

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Pubblicato da Querculanus 









Natuzza Evolo, nello scontro tra vescovo e Fondazione spunta anche la Massoneria






di Lorenzo Bertocchi (04/08/2017)

Dopo un decreto del vescovo di Vibo, la Fondazione nata su ispirazione della mistica Natuzza Evolo sceglie un nuovo presidente: fuori tre sacerdoti, due dei quali padri spirituali della donna per la quale è avviata la causa di beatificazione. Dentro, come presidente, l'attuale vice: l'avvocato Marcello Colloca, che appartiene alla massoneria calabrese. Un fatto curioso, chissà cosa ne pensa il vescovo di questa doppia "obbedienza", visto che è ritenuta non conciliabile dal Magistero.


Dopo il decreto del vescovo, monsignor Luigi Renzo, la Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” nomina il nuovo presidente nella persona dell'avvocato Marcello Colloca. Il nuovo incarico, che pone l'avvocato vibonese a capo della fondazione nata su ispirazione delle mistica Natuzza Evolo, è arrivato il 2 agosto al termine di una seduta del Consiglio di amministrazione che affrontava il terremoto seguito al decreto del vescovo.

Natuzza Evolo (1924-2009), sposata e madre di cinque figli, è una mistica calabrese che avrebbe vissuto fenomeni straordinari quali apparizioni della Vergine Maria, il dono delle stimmate, il sudare sangue che forma sulle garze delle scritte in varie lingue, ha visioni di Gesù, dell'angelo custode, santi e vari defunti. Una mistica cattolica, figlia obbediente della Chiesa, che ha ricevuto nella sua casa migliaia di fedeli e di cui è aperta la causa di beatificazione nella sua fase diocesana.

Lo scorso 1 agosto la diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea diffonde il decreto in cui si revoca lo statuto della fondazione e così, in forza di questo atto, si vieta alla fondazione stessa di «organizzare pubbliche attività di "Religione e culto" di qualsiasi natura, dentro e fuori la propria sede» e «di utilizzare per qualsiasi attività di pastorale e culto pubblico la chiesa del "Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle anime", non ancora consacrata». Infine, il decreto richiama il Motu proprio di Papa Francesco Maiorem ac dilectionem, per ricordare che non si può dare in alcun modo per certa la santità di un servo di Dio quando ancora non si sia conclusa l'inchiesta canonica.

Proprio questo passaggio sarebbe al cuore della richiesta del vescovo, che pure ha mostrato più volte di voler molto bene a Natuzza, in quanto l'obiettivo è togliere dallo statuto il riferimento al testamento spirituale della mistica dove c'è il richiamo a un messaggio diretto della Madonna per la costituzione dell'associazione stessa e della chiesa dedicata al Cuore Immacolato di Maria. Non sembra vi sia null'altro nel contendere, visto che per quanto riguarda i beni questi erano della fondazione e della fondazione restano.

Lo scorso 22 luglio l'assemblea straordinaria dei soci votanti, circa 130, riuniti nell'auditorium della fondazione, avevano risposto picche alle variazioni dello statuto, solo una decina degli aventi diritto avrebbero detto “sì” alla ridefinizione con esclusione del testamento. Eppure il vescovo aveva sottoscritto le modifiche anche con don Barone, nonché con «i pareri autorevoli sulla nuova Bozza di Statuto espressi dall'Ufficio Giuridico della Cei, dal Nunzio Apostolico in Italia, dalla Segnatura Apostolica, dalla Segreteria di Stato Vaticano».

Nella seduta del 2 agosto del consiglio di amministrazione si sono dimessi dagli incarichi nella fondazione, don Pasquale Barone, presidente, il tesoriere, padre Michele Cordiano, entrambi padri spirituali storici di Natuzza Evolo, e il parroco di Santa Maria degli Angeli, don Francesco Sicari (che verrà anche trasferito in altra parrocchia insieme al suo vice). Non avevano altra scelta, perché se non lo avessero fatto li attendeva la sospensione a divinis. Al loro posto, appunto, l'avvocato Colloca, già vicepresidente della fondazione, nonché nel gruppo originario di 50 persone che nel 1987 diede vita all'Associazione poi trasformata in fondazione (da ragazzina Natuzza Evolo prestò servizio nella facoltosa famiglia Colloca e conosceva perciò l'avvocato Marcello fin da bambino).

L'elezione del noto avvocato vibonese dovrebbe portare a una gestione molto più morbida e dialogante rispetto alle richieste del vescovo che vuole la modifica dello statuto «allo scopo esclusivo di tutelare e salvaguardare l'ecclesialità dell'opera e della spiritualità di Natuzza Evolo».

Marcello Colloca è certamente uomo esperto di dialogo, anche per le sue non celate appartenenze alla massoneria calabrese, notoriamente una organizzazione capace di grande trasversalità. Il nome dell'avvocato vibonese in qualità di eminente frammassone compare in un'inchiesta del settimanale L'Espresso del marzo 2014 in quanto figura impegnata a raccogliere voti interni alla loggia. E poi il suo nome è anche in un'altra inchiesta, sempre de L'Espresso, del febbraio 2017. Tra l'altro l'avvocato Colloca, in qualità di presidente del collegio circoscrizionale dei maestri venerabili della Calabria, nel febbraio 2016 presentava in qualità di esperto il libro Massonerie vibonese.

Nell'attesa che si faccia chiarezza sulla questione dello statuto, quello che per ora si può registrare è che alla Fondazione della mistica Natuzza Evolo tre sacerdoti vengono in qualche modo allontanati per essere sostituiti da un fratello che oltre alla sue fede cattolica mostra di avere (da tempo) anche altre “obbedienze”. Per ora la questione sembra non aver mai fatto sollevare obiezioni. Il che è un fatto curioso, chissà cosa ne pensa monsignor Luigi Renzo di questa doppia appartenenza, visto che è ritenuta non conciliabile dal magistero della Chiesa cattolica.








fonte: La nuova Bussola Quotidiana 








giovedì 3 agosto 2017

Il Papa: chiese e cristiani orientati " in direzione dell’oriente, dove nasce la luce"








La catechesi di papa Francesco offerta ai pellegrini convenuti all'Udienza Generale di ieri mercoledì 2 agosto. Trattando difatti il tema del Sacramento del Battesimo il Santo Padre ha esaltato più volte "il fascino" dell'orientamento della preghiera "ad oriente... dove le tenebre vengono vinte dalla prima luce dell’aurora".  (da MiL)



La Speranza cristiana

- 29. Il battesimo: porta della speranza


Ci fu un tempo in cui le chiese erano orientate verso est.


Si entrava nell’edificio sacro da una porta aperta verso occidente e, camminando nella navata, ci si dirigeva verso oriente.


Era un simbolo importante per l’uomo antico, un’allegoria che nel corso della storia è progressivamente decaduta.


Noi uomini dell’epoca moderna, molto meno abituati a cogliere i grandi segni del cosmo, quasi mai ci accorgiamo di un particolare del genere.


L’occidente è il punto cardinale del tramonto, dove muore la luce.


L’oriente, invece, è il luogo dove le tenebre vengono vinte dalla prima luce dell’aurora e ci richiama il Cristo, Sole sorto dall’alto all’orizzonte del mondo (cfr Lc 1,78).


Gli antichi riti del Battesimo prevedevano che i catecumeni emettessero la prima parte della loro professione di fede tenendo lo sguardo rivolto verso occidente.


E in quella posa venivano interrogati: “Rinunciate a Satana, al suo servizio e alle sue opere?”


- E i futuri cristiani ripetevano in coro: “Rinuncio!”.


Poi ci si volgeva verso l’abside, in direzione dell’oriente, dove nasce la luce, e i candidati al Battesimo venivano di nuovo interrogati: “Credete in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo?”.
E questa volta rispondevano: “Credo!”.



Nei tempi moderni si è parzialmente smarrito il fascino di questo rito: abbiamo perso la sensibilità al linguaggio del cosmo.


Ci è rimasta naturalmente la professione di fede, fatta secondo l’interrogazione battesimale, che è propria della celebrazione di alcuni sacramenti.


Essa rimane comunque intatta nel suo significato.


Che cosa vuol dire essere cristiani?


Vuol dire guardare alla luce, continuare a fare la professione di fede nella luce, anche quando il mondo è avvolto dalla notte e dalle tenebre.

I cristiani non sono esenti dalle tenebre, esterne e anche interne.


Non vivono fuori dal mondo, però, per la grazia di Cristo ricevuta nel Battesimo, sono uomini e donne “orientati”: non credono nell’oscurità, ma nel chiarore del giorno; non soccombono alla notte, ma sperano nell’aurora; non sono sconfitti dalla morte, ma anelano a risorgere; non sono piegati dal male, perché confidano sempre nelle infinite possibilità del bene.


E questa è la nostra speranza cristiana.


La luce di Gesù, la salvezza che ci porta Gesù con la sua luce che ci salva dalle tenebre.


Noi siamo coloro che credono che Dio è Padre: questa è la luce!


Non siamo orfani, abbiamo un Padre e nostro Padre è Dio.


Crediamo che Gesù è sceso in mezzo a noi, ha camminato nella nostra stessa vita, facendosi compagno soprattutto dei più poveri e fragili: questa è la luce!


Crediamo che lo Spirito Santo opera senza sosta per il bene dell’umanità e del mondo, e perfino i dolori più grandi della storia verranno superati: questa è la speranza che ci ridesta ogni mattina!


Crediamo che ogni affetto, ogni amicizia, ogni buon desiderio, ogni amore, perfino quelli più minuti e trascurati, un giorno troveranno il loro compimento in Dio: questa è la forza che ci spinge ad abbracciare con entusiasmo la nostra vita di tutti i giorni!


E questa è la nostra speranza: vivere nella speranza e vivere nella luce, nella luce di Dio Padre, nella luce di Gesù Salvatore, nella luce dello Spirito Santo che ci spinge ad andare avanti nella vita.

Vi è poi un altro segno molto bello della liturgia battesimale che ci ricorda l’importanza della luce.


Al termine del rito, ai genitori – se è un bambino – o allo stesso battezzato – se è adulto – viene consegnata una candela, la cui fiamma è accesa al cero pasquale.


Si tratta del grande cero che nella notte di Pasqua entra nella chiesa completamente buia, per manifestare il mistero della Risurrezione di Gesù; da quel cero tutti accendono la propria candela e trasmettono la fiamma ai vicini: in quel segno c’è la lenta propagazione della Risurrezione di Gesù nelle vite di tutti i cristiani.


La vita della Chiesa – dirò una parola un po’ forte è contaminazione di luce.


Quanta più luce di Gesù abbiamo noi cristiani, quanta più luce di Gesù c’è nella vita della Chiesa più essa è viva.


La vita della Chiesa è contaminazione di luce.


L’esortazione più bella che possiamo rivolgerci a vicenda è quella di ricordarci sempre del nostro Battesimo. Io vorrei domandarvi: quanti di voi si ricordano la data del proprio Battesimo?


Non rispondete perché qualcuno proverà vergogna! Pensate e se non la ricordate, oggi avete i compiti da fare a casa: va dalla tua mamma, dal tuo papà, dalla tua zia, dal tuo zio, dalla tua nonna, nonno e domanda loro: “Qual è la data del mio Battesimo?”.


E non dimenticarla più!


È chiaro? Lo farete?


L’impegno di oggi è imparare o ricordare la data del Battesimo, che è la data della rinascita, è la data della luce, è la data nella quale – mi permetto una parola – nella quale siamo stati contaminati dalla luce di Cristo.


Noi siamo nati due volte: la prima alla vita naturale, la seconda, grazie all’incontro con Cristo, nel fonte battesimale.


Lì siamo morti alla morte, per vivere da figli di Dio in questo mondo.


Lì siamo diventati umani come mai lo avremmo immaginato.


Ecco perché tutti quanti dobbiamo diffondere il profumo del Crisma, con cui siamo stati segnati nel giorno del nostro Battesimo. In noi vive e opera lo Spirito di Gesù, primogenito di molti fratelli, di tutti coloro che si oppongono all’ineluttabilità della tenebra e della morte.


Che grazia quando un cristiano diventa veramente un “cristo-foro”, vale a dire “portatore di Gesù” nel mondo!


Soprattutto per coloro che stanno attraversando situazioni di lutto, di disperazione, di tenebre e di odio.


E questo lo si capisce da tanti piccoli particolari: dalla luce che un cristiano custodisce negli occhi, dal sottofondo di serenità che non viene intaccato nemmeno nei giorni più complicati, dalla voglia di ricominciare a voler bene anche quando si sono sperimentate molte delusioni.


In futuro, quando si scriverà la storia dei nostri giorni, che si dirà di noi?


Che siamo stati capaci di speranza, oppure che abbiamo messo la nostra luce sotto il moggio?


Se saremo fedeli al nostro Battesimo, diffonderemo la luce della speranza, il Battesimo è l’inizio della speranza, quella speranza di Dio e potremo trasmettere alle generazioni future ragioni di vita. 





Fonte: Sala stampa vaticana (QUI )


Immagine 1: (part.) Bari, Basilica di San Nicola ; dal sito: Fame di Sud ( QUI )







mercoledì 2 agosto 2017

Se anche il divorzio diventa una vocazione








di Riccardo Cascioli  (02/08/2017)

Prendendo atto che separazioni e divorzi riguardano un numero sempre crescente di persone che pure frequentano la chiesa, «non si potrebbe pensare all’esistenza di una nuova “vocazione” allo stato di “separato”? (…) La croce, come redime e sublima l’amore umano fino a portarlo alla dignità di segno sacramentale dell’Amore del Padre, non può dare dignità e valore redentivo all’amore ferito, tradito, ucciso?».

A questa proposta, scaturita da una riflessione – dice lui – sulla Amoris Laetitia, è arrivato un anziano prete della diocesi di San Miniato, don Angiolo Falchi, che ha pensato bene di ricordare i suoi 50 anni di sacerdozio con questa bella trovata. «Lo stato di separato/a e divorziato/a considerato una vera e propria nuova vocazione nella Chiesa, da curare con tanto amore e dedizione come si fa con le altre vocazioni»: ve l’immaginate la prossima Giornata di preghiera per le vocazioni chiedere a Dio che mandi più separati e divorziati “santi” per testimoniare il Vangelo? In altri tempi ce la saremmo cavata con un sorriso e un invito a togliere il fiasco al reverendo.

Ma oggi uscite di questo genere vanno purtroppo prese molto sul serio. Non solo perché nel caso specifico si tratta dell’editoriale dell’ultimo numero del settimanale della diocesi di San Miniato (La Domenica, allegato a Toscana Oggi), quindi si può pensare che quanto meno non dispiaccia al suo vescovo. Ma soprattutto perché teorizzazioni di questo genere sono ormai all’ordine del giorno, e a promuoverle sono anche ambienti autorevoli vicini a Santa Marta.

Ieri, ad esempio, il sito para-vaticano Il Sismografo pubblicava un editoriale dal titolo “Discernimento e vita pastorale del popolo di Dio”. Una lunga disquisizione - che vi risparmiamo -per poi arrivare a proporre come modello di discernimento il vescovo di Gorizia, monsignor Radaelli, per la nota vicenda del paesino di Staranzano. Come si ricorderà un capo scout che ha un ruolo di educatore in parrocchia è omosessuale “praticante” e tutti lo sanno da tempo: il parroco aveva segnalato diverse volte la questione al vescovo, che non ha mai risposto. Poi con l’approvazione della legge Cirinnà, ecco che il capo scout decide di convolare a unione civile con il suo compagno: cerimonia in municipio a cui partecipa anche il vice-parroco, assistente dell’Agesci e grande sostenitore della nuova unione. Il parroco a questo punto scrive pubblicamente che è il caso almeno che il capo scout si ritiri dal ruolo di educatore. Silenzio del vescovo. Nel frattempo, come testimonia una nostra lettrice scandalizzata, grande festa per la nuova coppia civilunita e comunione alla prima messa. Passano ancora diversi giorni e finalmente il vescovo decide di farsi vivo con una «illuminante, pacata e riflessiva lettera» in cui sostiene che «di fronte a simili vicende il discernimento comunitario deve prevalere senza cedere alle tentazioni del giudizio o della superficialità». Parroco smentito, la sua richiesta respinta con perdite. Applausi dal Sismografo, che seguono quelli già tributati da Avvenire.

È la nuova Chiesa, che pensa così di attuare il Concilio Vaticano II. Stesso ragionamento del vescovo di Biella a proposito del parroco che ha pensato bene di far parlare in chiesa Emma Bonino. Magari non sarà stata la cosa più opportuna, ha ragionato il vescovo, ma non va bene intervenire di forza, invocando delle regole.

“Discernimento” è la parolina magica che mette a posto tutto. Discernimento è ciò che chiede la Amoris Laetitia e i vescovi pensano di ubbidire non giudicando più nulla. Il bene e il male svaniscono; un’azione, uno stato di vita è un male, ma qualche volta anche un bene. In ogni caso bisogna parlarne, dialogare senza rifugiarsi in regole già scritte (come se le regole cui si fa riferimento non fossero in realtà Parola di Dio), far maturare convinzioni.

Peccato che questa sia una caricatura del discernimento, concetto la cui paternità viene fatta risalire a Sant’Ignazio di Loyola. Come ricordava tempo fa su queste colonne il gesuita padre Enrico Cattaneo, per Sant’Ignazio il discernimento è solo fra due beni possibili, non certo fra un bene e un male: «Per Ignazio – scriveva padre Cattaneo - il discernimento va fatto su cose “indifferenti o buone in sé”, cioè “in tutto quello che è permesso al nostro libero arbitrio e non gli è proibito”. Così non ha senso fare discernimento sui dieci comandamenti. Non posso fare discernimento se mi conviene o no abortire, se mi conviene o no intraprendere una nuova relazione coniugale, se mi conviene o no assecondare un impulso omosessuale, e via dicendo. Discernimento è invece vedere se devo seguire la vita religiosa oppure la via del matrimonio, se devo (anzi “dobbiamo” in questo caso) avere uno, due, tre o più figli; se devo condividere maggiormente le mie risorse economiche, se devo regolarmi nel cibo, nei divertimenti, ecc., facendo però in modo che l’amore che mi nuove e mi fa scegliere tale cosa “discenda dall’alto, dall’amore di Dio”, “mirando unicamente al fine per cui sono stato creato, cioè per la lode di Dio nostro Signore e per la salvezza dell’anima mia”. Solo così le mie scelte saranno “pure, limpide” e non “disordinate e oblique”».

Quel concetto di discernimento che oggi va di moda è dunque falso, un alibi per fare ognuno quel che vuole. Eppure da Roma nessuno interviene per chiarire, anzi Avvenire e Osservatore Romano fanno a gara a chi spinge di più nella direzione della menzogna e della dottrina fai da te.

E ad essere puniti sono i preti e i vescovi che non si rassegnano, che pongono domande, che restano fedeli al Catechismo. Sono troppo rigidi, i preti oggi «devono essere flessibili», ci spiegava ieri Avvenire. Si può facilmente capire come andrà a finire a Staranzano, come la misericordia si abbatterà sul parroco che non si rassegna a un educatore orgogliosamente gay e civilunito.

Abbiamo già visto come è finita con don Massimiliano Pusceddu, a Cagliari: in una omelia aveva difeso e invitato a difendere la famiglia secondo il disegno creatore di Dio, aveva citato un passo di san Paolo molto duro nei confronti degli omosessuali. Era stato sospeso seduta stante da tutti gli incarichi diocesani: è passato più di un anno e don Massimiliano è ancora nella stessa situazione, senza parrocchia e senza poter tenere incontri pubblici. Chissà perché, su chi è fedele alla tradizione della Chiesa non c’è alcun problema a intervenire con il pugno di ferro. Invece il capo scout militante gay e il vice parroco che benedice le unioni civili sono al loro posto, difesi dall’establishment ecclesiastico. Così anche la “vocazione al divorzio”, da idiozia quale è si trasforma in una proposta seria. E magari tra un po’ di tempo la vedremo spuntare sui giornali di regime.








La nuova Bussola Quotidiana