sabato 3 gennaio 2015

Padre Horn, una vita con Ratzinger





Il cardinale Ratzinger con padre Horn a Steinfeld 
nei primi anni Novanta, durante un incontro dello Schülerkreis






Luca Caruso

Città del Vaticano, 20 dicembre 2014 – Ci sono incontri che cambiano la vita. Così è stato per padre Stephan Otto Horn, religioso salvatoriano, quando nel 1970 ha conosciuto il prof. Joseph Ratzinger, divenuto ben presto “padre di una famiglia teologica e anche spirituale”.

Padre Horn, che di Ratzinger è stato allievo e assistente universitario a Ratisbona e che oggi è incaricato di custodire l’opera e il pensiero del Papa emerito mediante l’impegno nelle diverse istituzioni che portano il suo nome, definisce quell’incontro e l’ingresso nel Circolo degli Allievi “una delle più grandi grazie che ho ricevuto nella mia vita”.

In questa intervista – che offriamo ai nostri lettori nell’imminenza del Natale – padre Horn, docente emerito di Teologia fondamentale, fa rivivere i ricordi degli anni universitari, la nascita dello Schülerkreis, e si sofferma sull’eredità teologica di Benedetto XVI.


Padre Horn, come avviene il suo incontro con il prof. Ratzinger?


Ho condotto i miei studi a Passau, una bellissima città al confine con l’Austria, dove studiavano i salvatoriani, congregazione alla quale appartengo. Il mio professore di Teologia dogmatica pensava che io potessi essere il suo successore… Quando sono andato a Ratisbona a incontrare per la prima volta il prof. Ratzinger, lui non sapeva che a Monaco ero stato dottorando di Michael Schmaus, il quale aveva fatto enormi difficoltà per impedirgli l’abilitazione a docente. Questa era stata una delle grandi crisi nella vita del giovane Ratzinger, che desiderava da sempre essere professore. Ma poi ha avuto successo e ha anche ristabilito una buona relazione con Schmaus. Quando sono andato da Ratzinger, io non ero a conoscenza di tutte queste cose, mi sono presentato e abbiamo parlato della mia tesi.

Che anno era?


Era l’inizio del 1970. Lui era arrivato a Ratisbona nell’autunno del 1969. Mi ha accettato senza problemi, molto benevolmente, nonostante venissi da un’altra teologia. E così è stato per i 25 studenti che intendevano svolgere la tesi con lui. Ci incontravamo ogni due-tre settimane, non in università ma in seminario e avevamo l’impressione che in lui teologia e spiritualità fossero unite. L’incontro iniziava con la Messa, durante la quale il nostro maestro oppure uno di noi teneva l’omelia. Dopo si discuteva tutti insieme. Lui temeva che potesse risultarci problematico non essere guidati personalmente ma attraverso questi incontri, nei quali ciascuno presentava il suo studio per poi discutere insieme con grande libertà, ma anche intensamente. Quando avanzavamo qualche proposta, Ratzinger non dava una risposta immediata, ma poi riusciva a riassumere i nostri discorsi meglio di quanto potessimo fare noi, aggiungendo le sue riflessioni. Lui però non si imponeva: aveva un pensiero chiarissimo, ma si discuteva sempre liberamente. Voleva solo accertare la verità e tutto si svolgeva con grande semplicità. È sempre stato un po’ timido, però con noi questa timidezza non si avvertiva.

Quale argomento trattava la sua tesi?


La mia tesi per l’abilitazione all’insegnamento universitario verteva su Leone Magno e il Concilio di Calcedonia, da un punto di vista ecclesiologico, trattando quindi la relazione tra il successore di Pietro e un Concilio. Indagavo un fatto storico, ma anche la relazione tra Roma e Costantinopoli, tra Roma e l’Est della Chiesa, e dunque un tema ecumenico. Il Concilio di Calcedonia mostra come ciò che il successore di Pietro dice si accordi con ciò che gli altri vescovi presenti in un Concilio possono fare. Un tema storico, quindi, ma allo stesso tempo utile soprattutto per il dialogo tra Chiesa cattolica e ortodossia.

E dopo la sua abilitazione?


Due anni dopo il nostro primo incontro, il prof. Ratzinger mi chiamò per essere il suo assistente, ruolo che ho svolto dal 1972 al 1977, quando è ritornato a Monaco come arcivescovo. Sono rimasto lì anche dopo, per un breve periodo, e lui da arcivescovo ogni tanto veniva per seguire i suoi ultimi dottorandi. In seguito sono cominciati gli incontri annuali dello Schülerkreis, il Circolo degli allievi.

È in quell’epoca che nasce lo Schülerkreis?


No, è nato dopo, nell’81, verso la fine del suo ministero di cardinale arcivescovo di Monaco. In realtà è difficile individuare con precisione una data: prima c’erano stati gli incontri e i colloqui con i dottorandi. All’inizio del 1978, alcuni mesi dopo la sua ordinazione episcopale e la nomina a cardinale, ci siamo riuniti tutti, non solo i dottorandi di Ratisbona, ma anche quelli di Bonn, di Münster e di Tubinga, dato che in ogni università in cui aveva insegnato aveva il suo gruppo. Quella è stata la prima volta, poi alcuni anni dopo abbiamo iniziato a farlo regolarmente. Già a Tubinga e poi a Ratisbona, tuttavia, Ratzinger promuoveva un incontro dei suoi allievi con un altro professore, coinvolgendo grandissimi teologi come Hans Urs von Balthasar e Karl Barth e altri. Alla fine di ogni anno accademico si svolgeva un incontro in un luogo diverso, al quale invitava un altro grande teologo a tenere delle conferenze, così potevamo discutere con professori protestanti, con filosofi… Da questa esperienza sono nati i simposi con lui, ai quali invitava sempre un docente e durante i quali si pregava, si studiava e si discuteva, ogni volta su un tema diverso.

Quanti eravate tutti i dottorandi nel 1978?


A Ratisbona eravamo circa 25 tra dottorandi e abilitandi. Alla nascita dello Schülerkreis tutti insieme eravamo più di 50.



27 febbraio 1977, monastero di Weltenburg (Baviera): 
il prof. Ratzinger con Karl Rahner, l’abate e i dottorandi 
di Ratisbona (archivio Institut Papst Benedikt di Ratisbona)


Quali sono i capisaldi della teologia di Ratzinger?


Noi abbiamo sempre avuto l’impressione che Ratzinger fosse un teologo dogmatico e un professore di Teologia fondamentale, ma allo stesso tempo un esegeta, che ha studiato e meditato molto la Parola di Dio, l’Antico e il Nuovo Testamento. Per noi è stato l’esempio di un teologo nella linea del Concilio Vaticano II, secondo cui la Sacra Scrittura è il fondamento e l’anima di tutta la teologia, anche alla luce dei primi Padri della Chiesa: il Verbo di Dio e la Chiesa si sono intrecciati nel suo pensiero. La teologia è fondata sulla Sacra Scrittura, ma anche la Sacra Scrittura è interpretata dal centro della fede della Chiesa. Non è una esegesi isolata dalla Chiesa, ma vive nella Chiesa e in essa è interpretata. Inoltre, secondo Ratzinger, i primi teologi sono i santi, che non studiano la parola di Dio, ma la assumono con tutto il loro cuore e la loro vita. Sono loro i primi esegeti e i teologi devono pertanto essere fondati sulla scienza dei santi. È una sua ferma convinzione. La teologia, dunque, dev’essere sempre in relazione con una vera spiritualità.

Ci sono dei pensatori che hanno influito nello sviluppo della teologia ratzingeriana?

Alcuni grandi pensieri li aveva tratti da Sant’Agostino, su cui aveva svolto la sua prima tesi, sviluppando anche una teologia eucaristica: centro della Chiesa è l’eucarestia, è Cristo che ci trae a sé quando si dona a noi, noi siamo tutti attratti da Lui e siamo uniti in Lui. E dunque la Chiesa non è solamente popolo di Dio, ma è popolo di Dio come corpo di Cristo, perché siamo uniti in Cristo. Cristo è il centro della Chiesa e ci trasforma in se stesso e così la Chiesa cresce nell’eucarestia. Dunque l’eucarestia è il centro della Chiesa – questa è una convinzione fondamentale – e così entra anche in dialogo con i teologi ortodossi che hanno una ecclesiologia eucaristica. Ma per loro ogni Chiesa è completa in se stessa, mentre per Ratzinger l’eucarestia celebrata nella Chiesa locale fa pienamente presente la Chiesa quando la Chiesa locale è unita con la Chiesa universale. È una differenza notevole e noi cerchiamo di sviluppare relazioni tra Chiesa cattolica e ortodossia attraverso una approfondita teologia eucaristica.

Un altro grande pensiero deriva da Bonaventura: la rivelazione non è solamente una somma di verità che sono tramandate nel tempo, ma è l’autorivelazione di Dio a noi, dunque una storia tra Dio e l’uomo. Dio parla con noi e noi riceviamo la rivelazione e questa finisce solamente nella fede: la rivelazione è nel cuore che si apre a Dio che si rivela all’uomo. Dunque è un dialogo, si può dire. Schmaus pensava che questo fosse soggettivismo: quando Dio si rivela all’uomo, ognuno lo recepisce nella sua maniera e ciò costituisce una grande difficoltà. Secondo Ratzinger, però, questa rivelazione non è rivolta solamente a una persona, ma al popolo di Dio, alla Chiesa, che è soggetto della rivelazione e quindi è escluso il soggettivismo.





Nella sua vita, padre Horn, c’è un prima e un dopo Ratzinger?


Da giovane studente, io nutrivo il desiderio di capire bene la teologia e ho avuto un grande professore, Alois Winkllhofer, che prima del Concilio ci ha aperto la strada per il Concilio. Il Vaticano II per me non è stato una cesura, ma una evoluzione. E poi con Ratzinger giungeva per me un nuovo sviluppo. Con lui tutto è stato molto intenso, nutrendo amore per la Chiesa e un’amicizia tra tutti noi. Una esperienza di vita, senza la quale io non sarei potuto essere professore: lì è venuta la vera gioia di essere teologo. Nel ’77 sono poi tornato nella mia casa, dai Salvatoriani, e per un semestre sono stato docente a Passau. Quindi sono andato ad Augusta, nell’81, come professore di Teologia dogmatica e nell’86 nuovamente a Passau, come professore di Teologia fondamentale.

E oggi lei è emerito di Teologia fondamentale…


Sì, già dal ’99, sono anziano…

Ma così ha potuto adempiere meglio il suo impegno nelle diverse realtà incaricate di diffondere l’opera e il pensiero del teologo Ratzinger… Può illustrarcelo, insieme alle varie iniziative che realizzate?

Vorrei prima dire una parola riguardo agli incontri dello Schülerkreis. Io e il professor Siegfried Wiedenhofer, ultimi assistenti di Ratzinger, abbiamo preparato i primi incontri dello Schülerkreis, ogni anno in una località diversa, specie in Baviera, ma anche in altre parti della Germania. Ma diventando via via un impegno troppo gravoso per il cardinale Ratzinger, abbiamo iniziato a riunirci vicino a Ratisbona nel periodo delle sue vacanze, a fine agosto o inizio settembre e lui arrivava al Simposio dalla sua casa a Pentling. Quando poi è stato eletto Papa, ci ha invitati una volta a Castel Gandolfo. Noi gli abbiamo preso un po’ la mano e gli abbiamo domandato di farlo ogni anno, come prima…

E questo continua ancora?


In un certo modo sì, perché noi ci troviamo a Castel Gandolfo e poi lo incontriamo in Vaticano, non solo per la Santa Messa, ma anche per un momento personale: ognuno lo può salutare e lui parla con ciascuno. Questa è una grande gioia per noi, ma anche per lui, perché si sente come il padre di una famiglia teologica e anche spirituale.

Quanti siete oggi nel Circolo?


Alcuni sono morti, altri sono ammalati o troppo anziani e non possono intervenire. Quelli che abbiamo la possibilità di partecipare siamo circa 30-35, ma normalmente qualcuno manca.

Torniamo ai diversi istituti che diffondono la teologia e la spiritualità del teologo Ratzinger.


Già prima della sua elezione a Papa volevamo fare in modo che la sua teologia restasse viva e abbiamo pensato di istituire una Fondazione. Ciò è avvenuto nel 2007, con la Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung, a Monaco. In risposta all’esigenza di cercare dei giovani teologi che studiano la teologia di Ratzinger, nel 2008 abbiamo poi fondato un altro Circolo degli allievi, cui abbiamo dato il nome di Nuovo Schülerkreis. Hanno un nome simile, dunque si vedono presi in questa famiglia, anche se non sono exallievi, ma allievi in un altro modo. Loro si riunivano pure a Castel Gandolfo, ma quando Papa Ratzinger ci raggiungeva per discutere la teologia, preferiva che la sua famiglia teologica rimanesse sola con lui e loro intrattenevano discussioni separate. Però adesso, dopo la rinuncia del Santo Padre, ci siamo riuniti nelle discussioni teologiche, anche se loro hanno un giorno per loro stessi, così come noi. Facciamo uno scambio di esperienze teologiche, spirituali, pastorali e dunque non solamente di teologia, ma anche di vita. Infine la domenica incontriamo il Santo Padre per l’eucarestia.

Quale sarà il tema di quest’anno?


Normalmente lo Schülerkreis, durante la riunione a Castel Gandolfo, propone tre argomenti e i nomi di alcune personalità per l’anno seguente. Al termine dell’incontro io vado dal Santo Padre per presentarglieli. Questa volta, dopo una riflessione ulteriore, a fine novembre il Papa emerito Benedetto ha scelto il tema “Come parlare oggi di Dio”, invitando il professor Tomás Halík, sacerdote ceco, un uomo speciale, con varie esperienze del mondo moderno.

Come operano i vari istituti cui ha accennato?


Il cardinale Ratzinger ha sempre desiderato che tutti questi istituti che lavorano per la sua teologia e spiritualità non agissero isolati e nemmeno l’uno contro l’altro, perché in certo modo sono uniti. Pertanto noi – la Fondazione di Monaco in Baviera – siamo in relazione con l’Institut Papst Benedikt XVI di Ratisbona, che cura la pubblicazione della sua Opera omnia e ogni anno organizza un Simposio riguardo al libro che viene edito. Lavoriamo con loro, alcuni di noi sono inseriti in questo istituto e il nuovo vescovo di Ratisbona in un certo modo appartiene alla nostra Fondazione. Dunque sono intrecciati. Volevano inoltre che uno di noi facesse parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Vaticana e sono stato eletto io, perché parlo l’italiano e rappresento la Stiftung, insieme a un altro collega. Siamo anche in relazione con la Fondazione della città dove è nato il Santo Padre, Marktl am Inn, denominata Stiftung Geburtshaus Joseph Ratzinger, che ogni anno ha promosso un Simposio, al quale abbiamo partecipato.

Che rapporto c’è con la Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI?


Noi siamo debitori con la Fondazione Vaticana, specialmente perché ci ha aiutato molto nell’organizzazione di due simposi in Africa, entrambi sul “Gesù di Nazaret”. Ambedue questi incontri hanno raggiunto ottimi risultati. Il primo si è svolto in Benin, nel settembre del 2013, in francese. È stato un grande evento, nel corso dell’Anno della fede. Quest’anno siamo andati a Morogoro, a marzo, in una università fondata dalla mia Congregazione per i religiosi che non potevano studiare nei seminari, perché questi erano pieni. Un simposio in inglese con quasi 500 i partecipanti e tra loro anche cinque vescovi e molti religiosi e suore. In Benin l’impostazione è stata più scientifica, in Tanzania più pastorale, con un livello accessibile a tutti. In Africa normalmente non v’è la possibilità di leggere molto di Ratzinger, sono libri costosi… Abbiamo offerto una introduzione alla sua teologia in vista della grande opera che è il “Gesù di Nazaret” e l’hanno accolta con immensa gioia. L’entusiasmo è stato veramente notevole, perché non avevano ancora conosciuto la teologia di Ratzinger, con la sua grande ricchezza anche spirituale e questo ha aperto i cuori. Sentiamo dunque il dovere e l’impegno di lavorare maggiormente in questa linea. Noi adesso vogliamo preparare, se è possibile, un Simposio a Berlino, sui grandi temi sociali e politici, sugli importanti discorsi del Santo Padre a Ratisbona, a Berlino, a Parigi, a Londra e altri… Questa è una grande sfida, che si realizzerà forse il prossimo anno.

Lei ha da poco festeggiato gli 80 anni…


È stata una grande sorpresa per me che al termine del Convegno di quest’anno, dopo l’eucarestia con il Santo Padre, mi abbiano consegnato un libro, non lo sapevo… Un volume realizzato dal Nuovo Schülerkreis con altri, tra i quali il cardinale Koch e il cardinale Schönborn, che ha scritto l’introduzione. Si intitola “Dienst und Einheit” (Servizio e Unità), e raccoglie studi sul primato di Pietro, sotto l’aspetto ecumenico. Il filo rosso del volume – che è stato curato da Michaela C. Hastetter e Christoph Ohly, portavoci del Nuovo Schülerkreis – è lo studio della teologia dell’ufficio petrino sviluppata da Joseph Ratzinger.

Dopo un’esistenza dedicata alla teologia e alla preghiera, cosa si capisce della vita e della fede? Cosa sente di dire ai giovani e più in generale agli uomini comuni?


Che cosa vorrei dire? Da giovane teologo ho ritenuto molto utile, anzi necessario, aver trovato un professore che è stato per me una guida personale. Un giovane teologo ha forse molte domande e anche tante oscurità e poter parlare con uomini che sono un esempio sacerdotale e di vero teologo è stato per me un grande beneficio. Per noi studenti di Ratzinger, inoltre, è stata una vera, grandissima grazia aver trovato degli amici che vivono in una certa fratellanza, e penso che per i giovani di oggi sia ancor più necessario avere degli amici che da una parte discutono sulla teologia, ma dall’altra fanno un’esperienza di vita comune, di vita spirituale. Oggi anche in Germania ci sono giovani che stanno cercando una stretta relazione con l’eucarestia e che desiderano un momento di silenzio e di adorazione e quindi una relazione personale con Gesù. Mi sembra opportuno che ci siano tali possibilità di entrare nella fede, cioè degli incontri nei quali si illustra il centro della fede, si possono porre domande e parlare della fede e delle difficoltà collegate con essa e con la Chiesa. Dobbiamo offrire queste opportunità ai giovani, così possono crescere. Ma anche momenti di silenzio davanti al Cristo eucaristico seguiti da uno scambio di opinioni. Queste esperienze sono molto utili, forse più che ai nostri tempi. Naturalmente la teologia può presentare delle difficoltà per la fede: ci sono tanti teologi e diversità di pensiero. Ma trovare un grande teologo che è al contempo un uomo di Chiesa e un uomo di spiritualità e studiare una tale teologia, come quella di Papa Benedetto o di teologi a lui simili, può costituire veramente un grandissimo aiuto per un giovane. Teologia e spiritualità, teologia e Chiesa: quando tutto questo va insieme, aiuta molto.

Io come giovane teologo ho potuto far parte di questo Circolo di allievi che hanno compiuto ricerche teologiche; ma lì sono nate anche delle amicizie e io che sono un religioso ho pure la mia famiglia religiosa. Ma questi due elementi della mia vita non sono mai stati opposti, l’uno ha sostenuto l’altro e questo mi ha aiutato molto nella mia esistenza. Naturalmente una delle più grandi grazie che ho ricevuto nella mia vita è l’aver incontrato Ratzinger in un modo così forte.

Concludiamo appunto con un ricordo del suo rapporto col prof. Ratzinger…


Abbiamo intrattenuto dei discorsi amichevoli, lui si è sempre interessato alla mia attività e a quella dello Schülerkreis… Ma ricordo che quando ero suo assistente io mi occupavo anche della cura degli studenti stranieri, che arrivavano magari da un altro continente. Lui voleva che stringessi delle relazioni con loro, conoscessi le loro difficoltà. Si interessava anche dei mezzi finanziari per sostenerli. Una volta uno studente non voleva accettare un aiuto e Ratzinger gli disse: “Colui che non vuole accettare, non deve dare”. Uno che non è così umile da accettare qualcosa da un altro, non può dare qualcosa agli altri. Se io sono pronto a ricevere dall’altro un dono, allora in questa umiltà del ricevere posso anche dare. Lo studente che mi ha raccontato questa storia non ha mai dimenticato la lezione.





www.fondazioneratzinger.va    3 gen 15




venerdì 2 gennaio 2015

Difendo Messori contro i falsi dogmi di Boff





di Antonio Livi


Le considerazioni che Vittorio Messori ha pubblicato sul Corriere della Sera sul pontificato di papa Bergoglio lo scorso 24 dicembre (ripubblicate da La Nuova BQ il 28 dicembre, ndr) hanno suscitato, come era prevedibile, tante diverse reazioni. Molti le hanno condivise, altri le hanno criticate aspramente. Non entro nel merito di quelle sue valutazioni, che comunque reputo legittime. Si tratta di un giornalista serio, di uno storico documentatissimo e soprattutto di un cattolico di fede sincera e illuminata. Lo conosco personalmente da tanti anni, ho letto tutti i suoi libri, a cominciare dal primo e più celebre, quelle Ipotesi su Gesù che davano troppo spazio a un’interpretazione fideistica di Pascal ma ebbero comunque un’efficacia apologetica notevole. In questi ultimi tempi leggo sempre con interesse e anche con piacere la sua rubrica sul Timone. Ce ne fossero di giornalisti cattolici così! Peccato, mi sono detto sempre, che non gli fosse stato consentito di continuare a scrivere su Avvenire… Sarebbe stato un bene per il “quotidiano dei cattolici” (e anche per me, che da quel quotidiano sono stato letteralmente messo alla gogna).

Ma, ripeto, non entro nel merito delle sue considerazioni sul pontificato di papa Bergoglio, perché sono dell’opinione che per le vicende della Chiesa i giornalisti dovrebbero limitarsi all’informazione, che è il loro mestiere e la loro specifica mission, senza influenzare l’opinione pubblica cattolica con le loro opinioni personali, inevitabilmente parziali, nel senso che riescono a descrivere solo una parte della realtà ecclesiale ed esprimono su di essa solo il punto di vista di una parte del popolo di Dio.

Come ho già scritto anche sulla Bussola, preferisco che l’attualità ecclesiale sia trattata e con competenza autenticamente teologica e da un punto di vista esclusivamente pastorale. Io stesso, preoccupato come sacerdote del disorientamento dottrinale che percepisco tra i fedeli, sono intervenuto più volte sulla “questione Bergoglio” invitando i cattolici a disinteressarsi di ciò che è pane quotidiano dei “vaticanisti” (le frasi e i gesti che fanno pensare ad “aperture” o a “chiusure”, le nomine e le destituzioni di alti prelati), interessandosi invece intelligentemente di ciò che è propriamente magistero della Chiesa. Lì, nei documenti del magistero della Chiesa (che è in determinati punti fondamentali immutabile e perenne, in altri procede storicamente con le opportune “riforme nella continuità”) i cattolici, oggi come sempre, trovano la guida sicura della loro coscienza, l’orientamento sicuro per professare e vivere la fede nella loro esistenza quotidiana.

Ora però intervengo sulla vicenda di Messori, non per approvare o disapprovare quello che ha scritto, ma per difenderlo (è doveroso) dalle critiche violente e dissennate di un religioso che si presenta come teologo e accusa il giornalista di malafede o di ignoranza in materia teologica. Si tratta di Leonardo Boff. La sua critica a Messori (clicca qui) rappresenta, per così dire, la summa di tutte le sciocchezze che gli ideologi della “teologia della liberazione” hanno scritto, prima e dopo la condanna da parte della Santa Sede, sul messaggio del Vangelo e sull’azione della Chiesa nel mondo.

Boff accusa Messori di disconoscere il ruolo dello “Spirito”, il quale, a sua detta, agirebbe anche e ancora meglio fuori della Chiesa cattolica, che non sa «imparare dagli altri». A questo proposito Boff, col tono del difensore d’ufficio di quello che egli chiama lo Spirito Santo, arriva a scrivere: «Significa essere blasfemi contro lo Spirito Santo pensare che gli altri hanno pensato solo in modo sbagliato. Per questo è sommamente importante una Chiesa aperta come la vuole Francesco di Roma. Bisogna che sia aperta alle irruzioni dello Spirito chiamato da alcuni teologi “la fantasia di Dio”, a motivo della sua creatività e novità, nelle società, nel mondo, nella storia dei popoli, negli individui, nelle Chiese e anche nella Chiesa Cattolica», la quale, prima di Francesco, sarebbe stata troppo legata a Cristo, troppo “cristocentrica”.

Secondo l’ex francescano, che quando gli interessa si atteggia ad amante della dottrina (la sua), Vittorio Messori è terribilmente carente in teologia: egli «incorre nell’errore teologico del cristomonismo, cioè, solo Cristo conta. Non c’è propriamente un posto per lo Spirito Santo. Tutto nella Chiesa si risolve con il solo Cristo, cosa che il Gesù dei Vangeli esattamente non vuole».

Poi, tornando a vestire i panni dell’antidogmatico, aggiunge: «Senza lo Spirito Santo la Chiesa diventa un’istituzione pesante, noiosa, senza creatività e, ad un certo punto, non ha niente da dire al mondo che non siano sempre dottrine sopra dottrine, senza suscitare speranza e gioia di vivere». Ignorerebbe anche, il povero Messori, la sociologia religiosa: non avrebbe ancora capito che l’America Latina è il vero centro della Chiesa cattolica di oggi, anche se il numero dei latinoamericani che si dichiarano cattolici va diminuendo per effetto del proselitismo capillare delle sette protestanti (anzi forse proprio per questo Boff ritiene l’America Latina all’avanguardia).

Il cristianesimo e la teologia avrebbero fatto grandi passi avanti in America Latina (in Brasile che è la patria di Leonardo Boff, in Perù che è la patria di Gustavo Gutiérrez, e in Argentina che è la patria di Jorge Mario Bergoglio) per il fatto di aver dato ascolto allo “Spirito”, grazie anche alla cultura autoctona (precolombiana) che avrebbe liberato la Chiesa dall’astrattezza dottrinale della teologia europea, di quella tedesca in particolare (il bersaglio polemico è Benedetto XVI, ricordato con affetto da Messori), sapendo interpretare il Vangelo in sintonia con le istanze di liberazione delle masse popolari. Sia detto tra parentesi, perché non è molto importante in questa sede, il mito della teologia latino-americana autoctona è subito smentito, involontariamente, da Boff stesso quando cita come sola autorità teologica il suo maestro Johan Baptist Metz, iniziatore in Germania di quella “teologia politica” dalla quale derivano i teologi della liberazione sudamericani, formatisi tutti in Belgio, Francia e Germania, a cominciare dal peruviano Gustavo Gutiérrez. E non è centro-europeo, anzi proprio tedesco, Karl Marx, l’ispiratore primo della “teologia della liberazione”?

Ma questa, dicevo, è solo una parentesi sarcastica. Il discorso serio è quello teologico, innanzitutto perché è l’approccio teologico l’unico che mi interessa quando di parla di attualità ecclesiale e di possibili cambiamenti della dottrina della Chiesa, e poi perché l’argomento principale del discorso di Boff è appunto la “voce dello Spirito”, che papa Bergoglio avrebbe ascoltato docilmente mentre i suoi predecessori, in particolare Benedetto XVI, avrebbero ignorato, chiusi come erano nel “cristocentrismo”, che per Boff significa dogmatismo, giuridicismo, tradizionalismo, centralismo vaticano.

Ora io mi domando: che senso ha, teologicamente parlando, arrogarsi l’esclusività nell’interpretazione di “ciò che lo Spirito dice alle chiese”? E ancora. che senso ha, teologicamente parlando, opporre alla dottrina dogmatica e morale della Chiesa la propria interpretazione dei disegni dello Spirito Santo? Discorsi del genere sono comprensibili, anche se illogici, in bocca a eretici e scismatici, in bocca ai propagandisti di una delle tante sette che hanno invaso l’Occidente cristiano, vagamente imparentate con il cristianesimo o direttamente ispirate al buddismo, ma non in bocca a chi si presenta come cattolico e per di più teologo.

La norma fondamentale di un discorso autenticamente teologico, come ho spiegato chiaramente nel mio trattato su Vera e falsa teologia (dove Leonardo Boff non è citato, ma sono citati i suoi maestri). È l’intenzione di illustrare razionalmente la verità rivelata da Dio in Cristo Gesù, il quale ha affidato l’interpretazione autentica del suo Vangelo alla sua Chiesa, cioè agli Apostoli e ai loro legittimi successori, i vescovi in comunione con il Papa, il quale gode anche individualmente del carisma dell’infallibilità.

In termini pratici, ciò vuol dire che uno come Boff, che disprezza i dogmi e attribuisce a sé quell’infallibilità che non riconosce al magistero della Chiesa, non parla da teologo. Certo, io gli riconosco il diritto di avere le sue idee, anche le più pazze, sul cristianesimo, ma se parla in pubblico rivolgendosi ai cattolici, ho il dovere di avvertire i credenti che costui non ha l’autorità che compete a un teologo nella Chiesa cattolica: come dico sempre i questi casi, si tratta di un falso profeta e di un cattivo maestro. L’ho detto varie volte a proposito di Vito Mancuso e di Enzo Bianchi, non mi sono peritato di dirlo anche a proposito di Bruno Forte e di Gianfranco Ravasi, che occupano posti di rilevo nella gerarchia ecclesiastica. Chi vuol dare retta alle loro teorie, sappia almeno che lo fa a suo rischio e pericolo (dell’anima, s’intende); io ho avvertito tutti quelli che ho potuto.

Per terminare con Boff. Che cosa sa un cristiano dello Spirito Santo, che come Dio è assolutamente trascendente? La sua Persona, in seno alla “Trinità immanente”, è particolarmente inaccessibile alla conoscenza umana, tanto che Egli viene chiamato “il Dio sconosciuto”, e anche la sua azione nel mondo (la cosiddetta “Trinità economica”) è del tutto invisibile, se non per rivelazione pubblica. Ma la rivelazione pubblica è quella del Figlio di Dio, il Verbo Incarnato, l’Emmanuele, il “Dio-con-noi”.

Quello che possiamo sapere dei misteri di Dio è solo quello che Cristo ci ha rivelato. Come si fa a contrapporre le proprie (pretese) conoscenze dell’azione dello Spirito a quello che dello Spirito medesimo ci ha rivelato Cristo? E Cristo ci ha rivelato che lo Spirito Santo ci è stato inviato da Lui stesso e dal Padre, il giorno della Pentecoste, per rendere efficace in tutto il mondo, per tuto il tempo della storia, l’azione salvifica della Chiesa di Cristo, mediante l'annuncio del Vangelo e la grazia dei sacramenti. Questo è quello che sappiamo dello Spirito Santo, e quindi solo questo si può dire teologicamente, cioè seriamente, con la pretesa di essere ascoltati dai credenti.

Il vero teologo spiega e applica al suo tempo e alla gente cui si rivolge la verità contenuta nella rivelazione pubblica, cioè nella dottrina della Chiesa. Il vero teologo non pretende, come fanno gli gnostici, di sapere di più di quanto possa sapere, dei misteri di Dio, un qualunque fedele, una persona che in qualsiasi tempo abbia accolto con fede sincera la rivelazione divina. Il vero teologo, soprattutto, non spaccia per verità divina quelle che sono le sue personali e arbitrarie congetture, quale che sia la sincerità con cui queste vengono propinate al popolo (qualora mentissero sapendo di mentire, i falsi profeti non sarebbero solo degli illusi ma proprio dei “seduttori”, come l’Anticristo del quale parla la Scrittura).





La nuova Bussola Quotidiana   2 gen 15




Francesco: «Cristo e la Chiesa sono inseparabili»




(©Ansa) La Messa del Papa a Capodanno

Nella Messa di Capodanno a San Pietro, il Papa esorta a salutare Maria come il popolo di Efeso contro i vescovi. «Avevano i bastoni in mano»



Giacomo Galeazzi Città del Vaticano
Francesco invoca «pace nei cuori, nelle famiglie, tra le nazioni». Poi evidenzia che «non è possibile amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa». Infatti «la missione della Chiesa esprime la sua maternità», in quanto la Chiesa è madre che «custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità». Nella Messa di Capodanno celebrata nella basilica di San Pietro con cardinali e vescovi e a cui prendono parte molti membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Pontefice ha incentrato la sua omelia sulla maternità della Chiesa, sulla sua incarnazione tra gli uomini, confermando la propria visione della misericordia con cui i cristiani e la Chiesa devono andare incontro alle ferite degli uomini e del mondo contemporaneo.


La frase sulla non separazione di Cristo dalla Chiesa è di Paolo VI, nella «Evangelii nuntiandi». Subito dopo averla ricordata, papa Francesco ha spiegato: «Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? - ha proseguito Papa Bergoglio - Lo incontriamo nella Chiesa», «nella nostra santa madre Chiesa gerarchica». A proposito della missione di maternità della Chiesa, il Pontefice ha sottolineato che la Chiesa «è come una madre che custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, - ha rimarcato - può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un'idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori».


Quella dei cristiani e della Chiesa, è dunque «una missione materna rivolta a tutti gli uomini», sul modello della «testimonianza discreta e materna» della madre di Gesù, «modello di perfetta credente». E ha aggiunto: «Vorrei proporre a tutti di salutare tutti insieme Maria come ha fatto quel coraggioso popolo di Efeso che gridava “Santa madre di Dio”; dice una storia, non so se vera, che alcuni avevano i bastoni in mano, per far capire ai vescovi cosa gli sarebbe accaduto se non avessero avuto il coraggio di proclamarlo: “Santa Madre di Dio”, e invito tutti voi, senza bastoni, ad alzarvi e per tre volte salutarla con questo saluto della Chiesa. “Santa madre di Dio”». Dunque la Chiesa e Maria vanno sempre insieme «e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa». A braccio, nell'omelia della prima Messa dell'anno, sottolinea l'inseparabilità tra Cristo e la Chiesa e l'importanza della Chiesa come Maria.







Vatican Insider  1 gen 15


I dieci vantaggi della S. Messa di Sempre







di Padre Mark
priore benedettino a Tulsa, USA

Il 17 Dicembre 2010 segnerà il quinto anniversario del mio celebrare davanti all’altare ad orientem per il Santo Sacrificio della messa. Ho iniziato a offrire la S. Messa esclusivamente ad orientem presso il monastero della Croce gloriosa, dove ho servito per un certo numero di anni come cappellano. Ho preparato il cambiamento nell’avvento 2005 con un’appropriata catechesi mistagogica e pastorale.

Poi è venuto Summorum Pontificum


Dopo il 14 settembre 2007, il Summorum Pontificum ha reso molto più facile celebrare il rito tradizionale della Santa Messa e, dopo aver iniziato la mia missione a Tulsa, ho celebrato in forma straordinaria ogni giorno, non avendo alcun desiderio e non vedendo alcuna necessità, nel contesto della vita monastica contemplativa, di celebrare in forma ordinaria.

Nessun ritorno


Ciò detto, dopo cinque anni di celebrazione ad orientem, posso dire che mai ho voglia di ritornare in posizione versus populum. Quando viaggio, io sono, tuttavia, talvolta obbligato a celebrareversus populum, in particolare in Irlanda, in Francia e in Italia; ciò mi lascia una sensazione di inadeguatezza estrema. Soffro di quello che potrei solo descrivere come una mancanza di sacro pudore, o di modestia di fronte ai Santi Misteri. Quando sono obbligato a celebrare versus populum, mi sento visceralmente, per così dire, che c’è qualcosa di molto sbagliato – teologicamente, spiritualmente e antropologicamente – nell’offerta del Santo Sacrificio girato verso l’assemblea.

Dieci vantaggi


Quali sono i vantaggi di stare all’altare rivolto ad orientem, come li ho sperimentati negli ultimi due anni [ossia, utilizzando la forma straordinaria: gli ultimi due anni sono successivi al motu proprio]? Me ne vengono subito alla mente dieci:

Il Santo Sacrificio della Messa è percepito con una direzione e una messa a fuoco teocentriche
Ai fedeli è risparmiato il faticoso clericocentrismo che ha tanto sopraffatto la celebrazione della Santa Messa negli ultimi quarant ‘anni.
E’ diventato di nuovo evidente che il canone della messa (Prex Eucharistica) è indirizzato al Padre, dal sacerdote, in nome di tutti.
Il carattere sacrificale della Messa è meravigliosamente espresso e affermato.
Quasi impercettibilmente si scopre la giustezza di pregare in silenzio in alcuni momenti, di recitare alcune parti della messa dolcemente e di cantillare gli altri.
Offre al sacerdote celebrante il vantaggio di una santa modestia.
Mi trovo sempre più identificato con Cristo, eterno sommo sacerdote e Hostia perpetua, nella liturgia del Santuario celeste, oltre il velo, davanti al volto del Padre.
Durante il canone della messa ricevo la grazia di un profondo raccoglimento.
Le persone sono diventate più riverenti nel loro comportamento.
L’intera celebrazione della Santa messa ha guadagnato in riverenza, attenzione e devozione.



fonte: vultus.stblogs.org
traduzione: messainlatino.it

Questo articolo è stato pubblicato in Liturgia da paolobalduini .





Il Papa: «La “qualità della vita”? È una menzogna»




Francesco: non dimenticare i malati

Messaggio per la Giornata mondiale del Malato: è una bugia ciò che si nasconde dietro certe espressioni che inducono a credere che i malatti gravi non ha senso che esistano




Domenico Agasso jr

Il tempo dedicato ai malati è santo, «lode a Dio». Lo afferma papa Francesco nel Messaggio per la XXIII Giornata mondiale del Malato che si celebrerà l'11 febbraio 2015, rivolgendosi in particolare «a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario».

È una bugia ipocrita quella che «si nasconde dietro certe espressioni che insistono sulla “qualità della vita” per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute», «tuona» inoltre il Pontefice. Su questa «grande menzogna» dice: «Anche quando la malattia, la solitudine e l'inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l'esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia». E allora «le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l'uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo».

«Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato – è la denuncia papale - perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell'altro». Per Francesco «dietro questo atteggiamento c'è spesso una fede tiepida». E allora il Papa esorta: «Vorrei ricordare ancora una volta l'assoluta priorità dell'uscita da sé verso il fratello come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale». Inoltre, Jorge Mario Bergoglio mette in evidenza «quanti cristiani testimoniano non con le parole ma con la loro vita» accanto ai malati; questi vivono «un grande cammino di santificazione» perché se «è facile servire per qualche giorno» è invece «difficile accudire una persona per mesi o per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare».

Il Pontefice esprime anche un altro monito: «La vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l'altro»; «è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto».





Vatican insider  30 dic 14


La comunione spirituale, questa sconosciuta













Nel sinodo è stata proposta per i divorziati risposati, impossibilitati di ricevere l'eucaristia. Ma ciascuno la immagina a modo suo e la confusione è grande. Su "Nova et Vetera" un teologo fa il punto della controversia





di Sandro Magister


ROMA, 31 dicembre 2014 – Fra i tre paragrafi della relazione finale del sinodo che non hanno ottenuto l'approvazione dei due terzi dei padri c'è quello che riguarda la comunione spirituale per i divorziati risposati.

È il paragrafo 53, che testualmente dice:

"Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio".

A questo paragrafo i placet sono stati 112 e i non placet 64. Papa Jorge Mario Bergoglio, nell'intervista a "La Nación" del 7 dicembre, ha spiegato così la mancata approvazione del paragrafo:

"Ditemi: non occorre essere in grazia di Dio per ricevere la comunione spirituale? Per questo la comunione spirituale è stata quella che ha ottenuto meno voti nella 'Relatio synodi', perché non erano d’accordo né gli uni né gli altri. Quelli che la sostengono, perché era poco, hanno votato contro. E quelli che non la sostengono e vogliono l’altra, perché non ha valore".

A parte l'inesattezza fattuale (il meno votato, con 104 placet, non è stato questo paragrafo, ma quello sulla comunione sacramentale ai divorziati risposati) papa Francesco ha espresso efficacemente la confusione che regna ovunque sul concetto stesso di comunione spirituale.

*

L'ipotesi della comunione spirituale per i divorziati risposati era stata sollevata in vista del sinodo dal cardinale Walter Kasper, nella controversa relazione da lui tenuta al concistoro dei cardinali del febbraio 2014:

> Kasper cambia il paradigma, Bergoglio applaude

Dopo aver attribuito alla congregazione per la dottrina della fede e a papa Benedetto XVI la tesi che i divorziati risposati non possono fare la comunione sacramentale ma quella spirituale sì, Kasper aveva obiettato:

"Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?".

In realtà papa Joseph Ratzinger, durante l’incontro internazionale delle famiglie a Milano nel 2012 citato da Kasper, non aveva parlato della comunione spirituale come di un equivalente della comunione sacramentale.

Aveva semplicemente detto che i divorziati risposati "non sono 'fuori', anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia. Devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa… Anche senza la ricezione 'corporale' del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo".

Anche nella sezione conclusiva di un suo vecchio articolo da lui completamente riscritta nel 2014 prima del sinodo, Ratzinger si è espresso in modo analogo riguardo alle "persone che vivono in un secondo matrimonio e quindi non sono ammesse alla mensa del Signore", sostenendo che "una comunione spirituale intensa con il Signore, con tutto il suo corpo, con la Chiesa, potrebbe essere per loro un'esperienza spirituale che le rafforza e le aiuta".

L'arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha ripreso l'argomento alla vigilia del sinodo dello scorso ottobre, in un articolo sulla rivista di teologia "Communio":

> Scola: quattro soluzioni per i divorziati risposati

Scola ha incluso appunto "la comunione spirituale, cioè la pratica di comunicare con il Cristo eucaristico nella preghiera, di offrire a lui il proprio desiderio del suo corpo e sangue, assieme al dolore per gli impedimenti alla realizzazione di questo desiderio", tra i "gesti che la spiritualità tradizionale ha raccomandato come un sostegno per coloro che si trovano in situazioni che non permettono di accostarsi ai sacramenti".

È dunque, propriamente, la comunione spirituale "di desiderio" quella che è ritenuta adatta a queste persone non solo da Ratzinger e da Scola ma dalla pratica tradizionale della Chiesa cattolica.

La riprova è nel contributo dato alla discussione sinodale da un tipico esponente di questa linea pastorale come padre Carlo Buzzi, del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, in una lettera dalla sua missione in Bangladesh pubblicata lo scorso maggio in questo sito:

> Comunione ai risposati? Sì, di desiderio

Come c'è il battesimo di desiderio per chi è impedito dal riceverlo sacramentalmente – ha scritto padre Buzzi – così ci può essere anche la comunione di desiderio, che "sembra proprio adatta per chi non è in stato di grazia e vorrebbe uscire da questo stato, ma per vari motivi non può".

*

Ha dunque avuto ragione, il sinodo, a sollecitare "un approfondimento della tematica" da qui alla prossima sessione in agenda nell'ottobre del 2015, anche se manca qualsiasi riferimento ad essa nelle 47 domande del questionario distribuito alle conferenze episcopali:

> Lineamenta

La comunione spirituale, infatti, può essere intesa in modi diversi e quindi prestarsi ad equivoci anche gravi.

Il testo che segue è stato scritto proprio per fare chiarezza su questo punto.

L'autore, il teologo domenicano Paul Jerome Keller, professore dell'Athenaeum of Ohio di Cincinnati, l'ha pubblicato sull'ultimo numero dell'edizione inglese di "Nova et Vetera", la rivista di teologia già distintasi la scorsa estate per un numero speciale dedicato ai temi del sinodo, con otto saggi di altrettanti dotti domenicani degli Stati Uniti, tutti su posizioni alternative a quelle del cardinale Kasper.

I link agli otto articoli del numero speciale, in cinque lingue, sono a disposizione sulla home page della rivista:

> Nova et Vetera


Anche il nuovo articolo di Keller può essere letto nella sua integralità:

> Is Spiritual Communion for Everyone?


Questi che seguono sono i suoi passaggi principali.

__________



LA COMUNIONE SPIRITUALE È PER TUTTI?

di Paul Jerome Keller O.P.



Forse quasi dimenticata da molti cattolici e dai più neppure mai sentita nominare fino al recente riferimento che ne ha fatto il cardinale Walter Kasper, la nozione della comunione spirituale ha fatto notizia sulla stampa cattolica di questa stagione. […]

Il cardinale Kasper [...] ammette che la comunione spirituale non si applica a tutti i divorziati, ma solo a coloro che sono ben disposti. Ma, si chiede, se una persona che riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo, come può essere in contrasto con il comandamento di Cristo? Perché, allora, questa stessa persona non può ricevere la comunione sacramentale? […]

È il significato della comunione spirituale che è in questione, prima di tutto. […] Ciò che noi oggi comunemente chiamiamo "comunione spirituale" è quella che per San Tommaso d'Aquino è una comunione di desiderio, "in voto". Ed è distinta dalla ricezione spirituale che è l'effetto inerente alla ricezione reale della santa comunione. Tommaso paragona la comunione "in voto" al battesimo di desiderio, "flaminis". Il battesimo di desiderio si verifica in genere nel caso di un catecumeno al quale, se muore prima di essere battezzato con acqua ma esplicitamente desiderando il battesimo, è assicurata la salvezza (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1259). […]


Il Concilio di Trento sulla comunione spirituale


Richiamandosi agli insegnamenti dei Padri, il Concilio di Trento spiega così la triplice distinzione nella ricezione della santa comunione:

“[Alcuni la ricevono] solo sacramentalmente perché sono peccatori. Altri la ricevono solo spiritualmente; e sono quelli che, ricevendo nel desiderio il pane celeste messo davanti a loro, con una fede vivente 'attraverso l'amore' (Gal. 5:6), godono i suoi frutti e ne beneficiano. Un terzo gruppo la riceve sia sacramentalmente che spiritualmente (can. 8); e sono quelli che si esaminano e si preparano in anticipo ad avvicinarsi a questa mensa divina, vestiti con l'abito nuziale (cfr. Mt. 22, 11s)”.

Nel capitolo appena prima di questo insegnamento sulla ricezione eucaristica il Concilio ribadisce che la santa eucaristia può essere ricevuta solo degnamente. […] Il canone 11 dello stesso Concilio è ancora più esplicito:

"Se qualcuno dice che la sola fede è preparazione sufficiente per ricevere il sacramento della santa eucaristia, sia anatema. E per timore che un sacramento così grande vada ricevuto indegnamente e quindi a morte e condanna questo santo Concilio definisce e decreta che coloro la cui coscienza è gravata di peccato mortale, non importa quanto contriti possono pensare che siano, in primo luogo devono necessariamente fare una confessione sacramentale se un confessore è disponibile. Se qualcuno pretende di insegnare o predicare od ostinatamente mantenere o difendere in disputa pubblica l'opposto di ciò, egli sarà per questo fatto stesso scomunicato". […]


Il significato della comunione spirituale nei documenti recenti


È un po’ sorprendente non trovare una menzione della comunione eucaristica spirituale in nessuna delle quattro costituzioni del Concilio Vaticano II o nel Catechismo della Chiesa cattolica. È forse per questo motivo che l'idea di fare una comunione spirituale non è un'opzione familiare ai fedeli dei nostri giorni. Quando la comunione spirituale è menzionata nell’insegnamento ufficiale della Chiesa [di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI] sembra esserlo unicamente nei termini di una comunione di desiderio. […]

È in questo quadro che noi possiamo procedere a esaminare la posizione del cardinale Kasper sulla santa comunione ai divorziati risposati, chiarendo ciò che è messo in gioco riguardo alla comunione spirituale.


Chi può fare una comunione spirituale?


Quando il cardinale Kasper [...] chiede come una persona che fa una comunione spirituale ed è quindi una cosa sola con Gesù Cristo possa essere in contraddizione con il comandamento di Cristo, il cardinale giunge al cuore del problema, poiché uno deve accettare Cristo nella sua interezza per essere in comunione con lui. Siccome Cristo ha stabilito il legame matrimoniale sacramentale come indissolubile, e a motivo di ciò Cristo non consente il divorzio e un nuovo matrimonio, una persona che vuole risposarsi mentre un suo precedente legame sacramentale di matrimonio continua a sussistere non può pretendere di essere una cosa sola con Gesù Cristo, perché così contraddice almeno questa parte del comandamento di Cristo.

Pertanto, tale persona non è in grado di ricevere la comunione sacramentalmente e nemmeno spiritualmente. Solo una persona che realmente stia cercando di rimediare a ciò che le impedisce la piena comunione con Cristo può iniziare a essere in condizione di fare una comunione spirituale. […]

Dunque, per rispondere alla preoccupazione del cardinale Kasper, sì, la persona che fa una comunione spirituale dovrebbe anche poter fare una comunione sacramentale, se disposta correttamente. Tuttavia, non è ammissibile che uno che non abbia le corrette disposizioni per fare la comunione sacramentale possa pensare di essere in grado di fare una comunione spirituale, non importa in quali circostanze.


Necessari chiarimenti


Richiamando la distinzione tomistica tra comunione spirituale come atto di nutrimento spirituale ("spiritualis manducatio") e come desiderio spirituale ("in voto"), è chiaro che per una persona che ha frapposto un ostacolo all’unione con Cristo vivendo fuori del suo comandamento nessuno dei due tipi di comunione spirituale è possibile. Usare lo stesso termine, comunione spirituale, per riferirsi a due diverse situazioni morali e a due rapporti molto diversi con l’eucaristia è problematico.

Qui stiamo parlando della disposizione corretta rispetto alla disposizione incorretta per entrambi i tipi di comunione. Quando [l'esortazione apostolica post-sinodale del 2007] "Sacramentum caritatis" usa impropriamente il termine "comunione spirituale" come una opzione per i divorziati risposati, una possibile lettura è che il Santo Padre intenda incoraggiare tali persone a cominciare a "desiderare" in modo appropriato la santa comunione e, quindi, a rettificare la loro situazione morale. In caso contrario, le parole indicherebbero che qualcuno impropriamente disposto per la comunione sacramentale potrebbe nondimeno fare una comunione spirituale. Questa confusione porta alla logica domanda posta dal cardinale Kasper. Se a uno è consentito fare una comunione spirituale, allora perché non una comunione sacramentale?

Dobbiamo evitare l'errore di pensare che la comunione spirituale sia il sostituto della comunione sacramentale per i divorziati risposati e in definitiva per chiunque sia impedito a ricevere l'eucaristia a causa di un peccato mortale. Il pericolo pastorale insito in questa credenza è che prendano spazio un errore e una confusione circa la dottrina della Chiesa, inducendo a pensare che il peccato che impedisce la comunione sacramentale "non sia poi così male", poiché uno può avere a disposizione comunque la sostanza della comunione. […]

Per poter ricevere le grazie della comunione con Cristo, sia sacramentale che spirituale, per tutti in qualsiasi stato di vita, ciò che è necessario è l'interiore conversione a Cristo e una manifestazione di questa conversione nelle azioni esterne e nel modo di vivere. […]


Implicazioni cultuali


[…] La grazia è sempre al lavoro. Anche la "preparazione dell'uomo per l'accoglienza della grazia è già una grazia" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2001). […] Non dobbiamo offuscare la distinzione tra il vivere nello stato di grazia e la grazia di essere mossi alla contrizione. […] È così che papa Giovanni Paolo II [nella "Familiaris consortio”] sollecita i divorziati risposati ad aprirsi all'azione effettiva della grazia, ad esempio ascoltando le Scritture, frequentando la messa, pregando e così via.

Il papa sta ammaestrandoci sull'essenza del culto cristiano. […] Fin dalla rivelazione di Cristo e dall'istituzione del sacramento dell’eucaristia, la sola forma adeguata di adorazione dovuta a Dio avviene attraverso Cristo e in Cristo, ed è compiuta nel grado sommo nella celebrazione della sacra liturgia. Questo è vero per tutti i battezzati, che siano o no in grado di partecipare alla santa comunione. […] Non c'è nessuno che mancherà di trarre profitto dalla partecipazione alla messa, cioè dalla celebrazione liturgica. Anche la persona a cui è impedita la più piena espressione del culto, la ricezione della santa comunione, è sempre in grado di ricevere delle grazie prevenienti il pentimento, come anche delle grazie effettive per l’adorazione.


Non inedia, ma fame


In risposta alle domande del cardinale Kasper sull'accesso alla santa comunione per i divorziati risposati, abbiamo dunque mostrato che esso non è possibile. […]

Dall'insegnamento di San Paolo fino ai nostri giorni, la tradizione della Chiesa ha insegnato costantemente la necessità per chi riceve la santa comunione di essere in stato di grazia. […] Anche se ci può essere qualche confusione circa il significato della comunione spirituale nel recente insegnamento magisteriale, rimane fermo che una vera comunione spirituale è possibile solo per chi è anche in condizione di ricevere la comunione sacramentale. […]

La Chiesa non chiede, come il cardinale Kasper sembra suggerire, che i divorziati risposati trovino la salvezza extra-sacramentalmente. Ad essi è offerta la stessa possibilità per la conversione e per la piena comunione – ecclesiale e sacramentale – che è offerta a chiunque. […] Il cardinale chiede se questa non-ricezione dell'eucaristia sia un prezzo troppo alto da pagare? La risposta a questa domanda dipende dalla volontà dell'individuo di essere conforme a Cristo. Tuttavia, dobbiamo essere chiari. Non è la Chiesa che frappone l'ostacolo alla piena comunione, ma è l'individuo che perpetua la scelta di violare il legame sacramentale del matrimonio. […]

Il cardinale Kasper pone inoltre questo diversivo: la regola della non ricezione dell'eucaristia non è forse una strumentalizzazione della persona che sta soffrendo e chiedendo aiuto, quando ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? Questa domanda sottintende che la Chiesa non abbia il compito di proteggere i fedeli dalla condanna che possono attirare su di loro, come avverte San Paolo. Se infatti la Chiesa rimanesse passiva e permettesse la santa comunione a chi non fosse correttamente disposto, sarebbe essa stessa soggetta a condanna, per un diverso tipo di oppressione: l'incapacità di trattenere i suoi figli da atti illeciti e dal peccato, così come l'incapacità di custodire fedelmente e di dispensare i sacramenti. Questa plurisecolare vigilanza della Chiesa non è strumentalizzazione o manipolazione; è carità pura e semplice. È la preoccupazione della madre che i figli non ingeriscano la medicina sbagliata, affinché non diventi un veleno. […]

Non c'è nessuna strumentalizzazione della persona sofferente, sia essa il divorziato risposato o il catecumeno (che anche lui deve essere reso giusto sacramentalmente prima di ricevere la santa comunione). C'è solo la mano tesa e trafitta del Crocifisso e Risorto, il quale, tramite la Chiesa, offre la salvezza a ogni persona che sceglie di rivolgersi a Cristo, abbracciando lui solo anche nelle decisioni più difficili della vita. Egli offre continuamente il suo corpo e il suo sangue affinché tutti coloro che scelgono di indossare l'abito nuziale bianco (cfr Mt 22, 11-14; Ap 19, 8) possano accedere al suo banchetto eterno.

Esposta davanti ad ogni persona c'è la festa dell’eucaristia, offerta in modo che tutti noi possiamo sperimentare sempre di più la fame per il pane della vita, sia sacramentalmente che spiritualmente. Per ogni cristiano, il pentimento è la trasformazione dell’inedia in fame, una fame che Cristo promette di soddisfare al di là di ogni nostra immaginazione.

__________


Nel suo saggio, Keller fa più volte riferimento a un articolo del 2011 dell'edizione svizzera di "Nova et Vetera", scritto dal suo confratello domenicano Benoît-Dominique de La Soujeole:

> Communion sacramentelle et communion spirituelle

In questo articolo, La Soujeole distingue tra comunione di desiderio e desiderio di comunione.

Keller riprende e precisa questa distinzione. Preferisce la formula "comunione di desiderio" per chi non può fare la comunione sacramentale per impedimenti solo esteriori e la formula "desiderio di comunione" per chi è invece privo delle condizioni per accedere alla comunione sacramentale ma è sinceramente desideroso di rimuovere tali ostacoli.









http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350958









Messori-Tornielli: altre dolorose incomprensioni, nel mondo cattolico in lacerazione?



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Recentemente il giornalista cattolico più letto al mondo, di orientamento “conservatore”, Vittorio Messori, ha scritto sul Corriere un pezzo su papa Francesco. Nulla di dissacrante. Nulla di eccessivo. Alcune considerazioni di un fedele che trova che certi messaggi lanciati dal pontefice siano molto belli, apprezzabili, condivisibili, altri invece no. Ci sono un po’ di persone che talora rimangono disorientate. Che non capiscono, che trovano alcune affermazioni ambigue. Che poi, magari le vedono smentite dalla sala stampa vaticana stessa…

Tra queste non pochi cardinali scelti da Benedetto XVI. Questi cardinali parlano, si interrogano, rilasciano talora qualche intervista. Nulla rispetto ai movimenti continui e fragorosi del cardinal Kasper o di un altro peso massimo come il cardinal Marx (con certi nomi, rimanere in campana deve essere dura). Sì, anche Messori, il giornalista che ha intervistato Giovanni Paolo II e Ratzinger, citato da quest’ultimo quando era Benedetto XVI, per l’importanza di alcuni suoi contributi, ha qualche perplessità.

In epoca di parresia, ha sussurrato qualcosa. Ma sembra non si possa. Il papa è, per un certo mondo cattolico, discutibile sempre a prescindere, se si chiama Pio XII o Benedetto XVI; indiscutibile, infallibile anche quando preferisce il gelato alla torta di cioccolato, se si chiama Francesco. Questo, anche per chi ami Francesco toto corde, è un po’ difficile da digerire. Quantomeno perché coloro che hanno incominciato a scagliarsi contro Messori, colpevole di lesa maestà, non si sono distinti sempre, in passato, per analoga devozione al soglio di Pietro.

Ma forse quello che smarrisce di più, in questo momento in cui tra tanti peana da fuori, si consuma una crescente lacerazione dentro la Chiesa, è vedere che persone che sino a ieri sembravano andare in perfetto accordo, oggi si collocano addirittura agli antipodi.
Il caso più eclatante, tra i tanti, non è solo lo scontro ecclesiastico Marx-Mueller, non è solo lo conflitto aspro  consumatosi al Sinodo, ma anche quello, talora evidente, talora più tacito, tra tanti giornalisti laici cattolici.

Ad esempio tra Messori e Tornielli. Sì, perché il direttore di Vatican Insider, già direttore de la Bussola, già vaticanista “di destra” sul berlusconiano Il Giornale, sembrava, sino a poco tempo fa, in profonda sintonia con Messori: frequentazioni analoghe, un libro insieme a quattro mani, e numerose interviste di Tornielli al celebre giornalista torinese.

In questi giorni di attacchi scomposti a Messori – scomposti al di là di quello che si può pensare di un articolo, sempre opinabile, ma comunque mai volgare-, Tornielli non ha scritto nulla di esplicito. Ma ha rilanciato volentieri le critiche espresse a Messori da Luigi Alici e Badilla. E’ segno di un nuovo allontanamento tra cattolici?

L’articolo di Alici, molto duro, senza appello, un po’ greve, recita tra le altre cose, così: “Con Benedetto (soprattutto con la sua rinuncia, non dimentichiamolo) è iniziata un’opera provvidenziale di desacralizzazione della figura del papa, che Francesco sta continuando in modo straordinario”.

Si tratta di una frase davvero degna di essere rilanciata? Dire, per quanto con evidente lapsus freudiano, che il merito di Benedetto sta soprattutto nell’aver lasciato il soglio pontificio, sarebbe invece, da parte di Alici, un segno di rispetto verso un pontefice? Davvero il culmine del pontificato di Benedetto sta..nella sua rinuncia? Giovanni Paolo II, non rinunciando, sarebbe stato un cattivo “sacralizzatore”?

Alici spiega, con molta prosopopea, che il papa va desacralizzato. E allora perché un cattolico non ha il diritto, con l’assoluto rispetto usato da Messori, di dire che alcune cose non gli tornano?
Scrive Alici: “Ben diverso, invece, èil tentativo sistematicodiscreditarelapersona chiamata aguidare la Chiesa, messo in atto da scrittorie giornalisti, che ritengono di avere il copyright della fede come hanno il copyright dei propri articoli, pretendendo di vedere – nonostante qualche trave… – la pagliuzzanell’occhio del papa. Una cosaè la (giusta) desacralizzazionedella figura del papa, una cosa del tutto diversa è la (illegittima) delegittimazionedi un pontefice rispetto a un altro…”.

Alici si rende conto delle tortuose contraddizioni in cui cade? Contrappone evidentemente Francesco (bravo), a Benedetto (bravo, perché ha lasciato), ma fa una reprimenda durissima a Messori (accusato, ingiustamente, di “tentativo sistematico di screditare”); esalta la desacralizzazione (che bisogna poi vedere cosa significa: forse che il predecessore si sacralizzava eccessivamente?), ma non accetta che essa comporti anche qualche velata e rispettosa obiezione.

Vogliamo fare la desacralizzazione, introducendo anche la censura contro i desacralizzatori del desacralizzante, con timbrino dei vaticanisti e dei cattolici progressisti?
I tanti denigratori di Messori si tranquillizzino. Nell’epoca dei papi troppo sacralizzati, Dante Alighieri ne cacciava molti all’inferno, senza che nessuno, nella Chiesa cui apparteneva con fierezza, gli abbia mai detto nulla.


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Ps Quanto alla critica di Badilla a Messori, anch’essa rilanciata da Tornielli, rimandiamo il lettore al testo integrale. Ci sembra di tale vacuità e inconsistenza da non meritare commenti: http://ilsismografo.blogspot.it/2014/12/italia-proposito-del-cattolico-medio.html








Libertà e persona     1 gennaio 2015