venerdì 2 gennaio 2015

Francesco: «Cristo e la Chiesa sono inseparabili»




(©Ansa) La Messa del Papa a Capodanno

Nella Messa di Capodanno a San Pietro, il Papa esorta a salutare Maria come il popolo di Efeso contro i vescovi. «Avevano i bastoni in mano»



Giacomo Galeazzi Città del Vaticano
Francesco invoca «pace nei cuori, nelle famiglie, tra le nazioni». Poi evidenzia che «non è possibile amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa». Infatti «la missione della Chiesa esprime la sua maternità», in quanto la Chiesa è madre che «custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità». Nella Messa di Capodanno celebrata nella basilica di San Pietro con cardinali e vescovi e a cui prendono parte molti membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Pontefice ha incentrato la sua omelia sulla maternità della Chiesa, sulla sua incarnazione tra gli uomini, confermando la propria visione della misericordia con cui i cristiani e la Chiesa devono andare incontro alle ferite degli uomini e del mondo contemporaneo.


La frase sulla non separazione di Cristo dalla Chiesa è di Paolo VI, nella «Evangelii nuntiandi». Subito dopo averla ricordata, papa Francesco ha spiegato: «Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? - ha proseguito Papa Bergoglio - Lo incontriamo nella Chiesa», «nella nostra santa madre Chiesa gerarchica». A proposito della missione di maternità della Chiesa, il Pontefice ha sottolineato che la Chiesa «è come una madre che custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, - ha rimarcato - può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un'idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori».


Quella dei cristiani e della Chiesa, è dunque «una missione materna rivolta a tutti gli uomini», sul modello della «testimonianza discreta e materna» della madre di Gesù, «modello di perfetta credente». E ha aggiunto: «Vorrei proporre a tutti di salutare tutti insieme Maria come ha fatto quel coraggioso popolo di Efeso che gridava “Santa madre di Dio”; dice una storia, non so se vera, che alcuni avevano i bastoni in mano, per far capire ai vescovi cosa gli sarebbe accaduto se non avessero avuto il coraggio di proclamarlo: “Santa Madre di Dio”, e invito tutti voi, senza bastoni, ad alzarvi e per tre volte salutarla con questo saluto della Chiesa. “Santa madre di Dio”». Dunque la Chiesa e Maria vanno sempre insieme «e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa». A braccio, nell'omelia della prima Messa dell'anno, sottolinea l'inseparabilità tra Cristo e la Chiesa e l'importanza della Chiesa come Maria.







Vatican Insider  1 gen 15


I dieci vantaggi della S. Messa di Sempre







di Padre Mark
priore benedettino a Tulsa, USA

Il 17 Dicembre 2010 segnerà il quinto anniversario del mio celebrare davanti all’altare ad orientem per il Santo Sacrificio della messa. Ho iniziato a offrire la S. Messa esclusivamente ad orientem presso il monastero della Croce gloriosa, dove ho servito per un certo numero di anni come cappellano. Ho preparato il cambiamento nell’avvento 2005 con un’appropriata catechesi mistagogica e pastorale.

Poi è venuto Summorum Pontificum


Dopo il 14 settembre 2007, il Summorum Pontificum ha reso molto più facile celebrare il rito tradizionale della Santa Messa e, dopo aver iniziato la mia missione a Tulsa, ho celebrato in forma straordinaria ogni giorno, non avendo alcun desiderio e non vedendo alcuna necessità, nel contesto della vita monastica contemplativa, di celebrare in forma ordinaria.

Nessun ritorno


Ciò detto, dopo cinque anni di celebrazione ad orientem, posso dire che mai ho voglia di ritornare in posizione versus populum. Quando viaggio, io sono, tuttavia, talvolta obbligato a celebrareversus populum, in particolare in Irlanda, in Francia e in Italia; ciò mi lascia una sensazione di inadeguatezza estrema. Soffro di quello che potrei solo descrivere come una mancanza di sacro pudore, o di modestia di fronte ai Santi Misteri. Quando sono obbligato a celebrare versus populum, mi sento visceralmente, per così dire, che c’è qualcosa di molto sbagliato – teologicamente, spiritualmente e antropologicamente – nell’offerta del Santo Sacrificio girato verso l’assemblea.

Dieci vantaggi


Quali sono i vantaggi di stare all’altare rivolto ad orientem, come li ho sperimentati negli ultimi due anni [ossia, utilizzando la forma straordinaria: gli ultimi due anni sono successivi al motu proprio]? Me ne vengono subito alla mente dieci:

Il Santo Sacrificio della Messa è percepito con una direzione e una messa a fuoco teocentriche
Ai fedeli è risparmiato il faticoso clericocentrismo che ha tanto sopraffatto la celebrazione della Santa Messa negli ultimi quarant ‘anni.
E’ diventato di nuovo evidente che il canone della messa (Prex Eucharistica) è indirizzato al Padre, dal sacerdote, in nome di tutti.
Il carattere sacrificale della Messa è meravigliosamente espresso e affermato.
Quasi impercettibilmente si scopre la giustezza di pregare in silenzio in alcuni momenti, di recitare alcune parti della messa dolcemente e di cantillare gli altri.
Offre al sacerdote celebrante il vantaggio di una santa modestia.
Mi trovo sempre più identificato con Cristo, eterno sommo sacerdote e Hostia perpetua, nella liturgia del Santuario celeste, oltre il velo, davanti al volto del Padre.
Durante il canone della messa ricevo la grazia di un profondo raccoglimento.
Le persone sono diventate più riverenti nel loro comportamento.
L’intera celebrazione della Santa messa ha guadagnato in riverenza, attenzione e devozione.



fonte: vultus.stblogs.org
traduzione: messainlatino.it

Questo articolo è stato pubblicato in Liturgia da paolobalduini .





Il Papa: «La “qualità della vita”? È una menzogna»




Francesco: non dimenticare i malati

Messaggio per la Giornata mondiale del Malato: è una bugia ciò che si nasconde dietro certe espressioni che inducono a credere che i malatti gravi non ha senso che esistano




Domenico Agasso jr

Il tempo dedicato ai malati è santo, «lode a Dio». Lo afferma papa Francesco nel Messaggio per la XXIII Giornata mondiale del Malato che si celebrerà l'11 febbraio 2015, rivolgendosi in particolare «a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario».

È una bugia ipocrita quella che «si nasconde dietro certe espressioni che insistono sulla “qualità della vita” per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute», «tuona» inoltre il Pontefice. Su questa «grande menzogna» dice: «Anche quando la malattia, la solitudine e l'inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l'esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia». E allora «le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l'uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo».

«Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato – è la denuncia papale - perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell'altro». Per Francesco «dietro questo atteggiamento c'è spesso una fede tiepida». E allora il Papa esorta: «Vorrei ricordare ancora una volta l'assoluta priorità dell'uscita da sé verso il fratello come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale». Inoltre, Jorge Mario Bergoglio mette in evidenza «quanti cristiani testimoniano non con le parole ma con la loro vita» accanto ai malati; questi vivono «un grande cammino di santificazione» perché se «è facile servire per qualche giorno» è invece «difficile accudire una persona per mesi o per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare».

Il Pontefice esprime anche un altro monito: «La vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l'altro»; «è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto».





Vatican insider  30 dic 14


La comunione spirituale, questa sconosciuta













Nel sinodo è stata proposta per i divorziati risposati, impossibilitati di ricevere l'eucaristia. Ma ciascuno la immagina a modo suo e la confusione è grande. Su "Nova et Vetera" un teologo fa il punto della controversia





di Sandro Magister


ROMA, 31 dicembre 2014 – Fra i tre paragrafi della relazione finale del sinodo che non hanno ottenuto l'approvazione dei due terzi dei padri c'è quello che riguarda la comunione spirituale per i divorziati risposati.

È il paragrafo 53, che testualmente dice:

"Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio".

A questo paragrafo i placet sono stati 112 e i non placet 64. Papa Jorge Mario Bergoglio, nell'intervista a "La Nación" del 7 dicembre, ha spiegato così la mancata approvazione del paragrafo:

"Ditemi: non occorre essere in grazia di Dio per ricevere la comunione spirituale? Per questo la comunione spirituale è stata quella che ha ottenuto meno voti nella 'Relatio synodi', perché non erano d’accordo né gli uni né gli altri. Quelli che la sostengono, perché era poco, hanno votato contro. E quelli che non la sostengono e vogliono l’altra, perché non ha valore".

A parte l'inesattezza fattuale (il meno votato, con 104 placet, non è stato questo paragrafo, ma quello sulla comunione sacramentale ai divorziati risposati) papa Francesco ha espresso efficacemente la confusione che regna ovunque sul concetto stesso di comunione spirituale.

*

L'ipotesi della comunione spirituale per i divorziati risposati era stata sollevata in vista del sinodo dal cardinale Walter Kasper, nella controversa relazione da lui tenuta al concistoro dei cardinali del febbraio 2014:

> Kasper cambia il paradigma, Bergoglio applaude

Dopo aver attribuito alla congregazione per la dottrina della fede e a papa Benedetto XVI la tesi che i divorziati risposati non possono fare la comunione sacramentale ma quella spirituale sì, Kasper aveva obiettato:

"Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?".

In realtà papa Joseph Ratzinger, durante l’incontro internazionale delle famiglie a Milano nel 2012 citato da Kasper, non aveva parlato della comunione spirituale come di un equivalente della comunione sacramentale.

Aveva semplicemente detto che i divorziati risposati "non sono 'fuori', anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia. Devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa… Anche senza la ricezione 'corporale' del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo".

Anche nella sezione conclusiva di un suo vecchio articolo da lui completamente riscritta nel 2014 prima del sinodo, Ratzinger si è espresso in modo analogo riguardo alle "persone che vivono in un secondo matrimonio e quindi non sono ammesse alla mensa del Signore", sostenendo che "una comunione spirituale intensa con il Signore, con tutto il suo corpo, con la Chiesa, potrebbe essere per loro un'esperienza spirituale che le rafforza e le aiuta".

L'arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha ripreso l'argomento alla vigilia del sinodo dello scorso ottobre, in un articolo sulla rivista di teologia "Communio":

> Scola: quattro soluzioni per i divorziati risposati

Scola ha incluso appunto "la comunione spirituale, cioè la pratica di comunicare con il Cristo eucaristico nella preghiera, di offrire a lui il proprio desiderio del suo corpo e sangue, assieme al dolore per gli impedimenti alla realizzazione di questo desiderio", tra i "gesti che la spiritualità tradizionale ha raccomandato come un sostegno per coloro che si trovano in situazioni che non permettono di accostarsi ai sacramenti".

È dunque, propriamente, la comunione spirituale "di desiderio" quella che è ritenuta adatta a queste persone non solo da Ratzinger e da Scola ma dalla pratica tradizionale della Chiesa cattolica.

La riprova è nel contributo dato alla discussione sinodale da un tipico esponente di questa linea pastorale come padre Carlo Buzzi, del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, in una lettera dalla sua missione in Bangladesh pubblicata lo scorso maggio in questo sito:

> Comunione ai risposati? Sì, di desiderio

Come c'è il battesimo di desiderio per chi è impedito dal riceverlo sacramentalmente – ha scritto padre Buzzi – così ci può essere anche la comunione di desiderio, che "sembra proprio adatta per chi non è in stato di grazia e vorrebbe uscire da questo stato, ma per vari motivi non può".

*

Ha dunque avuto ragione, il sinodo, a sollecitare "un approfondimento della tematica" da qui alla prossima sessione in agenda nell'ottobre del 2015, anche se manca qualsiasi riferimento ad essa nelle 47 domande del questionario distribuito alle conferenze episcopali:

> Lineamenta

La comunione spirituale, infatti, può essere intesa in modi diversi e quindi prestarsi ad equivoci anche gravi.

Il testo che segue è stato scritto proprio per fare chiarezza su questo punto.

L'autore, il teologo domenicano Paul Jerome Keller, professore dell'Athenaeum of Ohio di Cincinnati, l'ha pubblicato sull'ultimo numero dell'edizione inglese di "Nova et Vetera", la rivista di teologia già distintasi la scorsa estate per un numero speciale dedicato ai temi del sinodo, con otto saggi di altrettanti dotti domenicani degli Stati Uniti, tutti su posizioni alternative a quelle del cardinale Kasper.

I link agli otto articoli del numero speciale, in cinque lingue, sono a disposizione sulla home page della rivista:

> Nova et Vetera


Anche il nuovo articolo di Keller può essere letto nella sua integralità:

> Is Spiritual Communion for Everyone?


Questi che seguono sono i suoi passaggi principali.

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LA COMUNIONE SPIRITUALE È PER TUTTI?

di Paul Jerome Keller O.P.



Forse quasi dimenticata da molti cattolici e dai più neppure mai sentita nominare fino al recente riferimento che ne ha fatto il cardinale Walter Kasper, la nozione della comunione spirituale ha fatto notizia sulla stampa cattolica di questa stagione. […]

Il cardinale Kasper [...] ammette che la comunione spirituale non si applica a tutti i divorziati, ma solo a coloro che sono ben disposti. Ma, si chiede, se una persona che riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo, come può essere in contrasto con il comandamento di Cristo? Perché, allora, questa stessa persona non può ricevere la comunione sacramentale? […]

È il significato della comunione spirituale che è in questione, prima di tutto. […] Ciò che noi oggi comunemente chiamiamo "comunione spirituale" è quella che per San Tommaso d'Aquino è una comunione di desiderio, "in voto". Ed è distinta dalla ricezione spirituale che è l'effetto inerente alla ricezione reale della santa comunione. Tommaso paragona la comunione "in voto" al battesimo di desiderio, "flaminis". Il battesimo di desiderio si verifica in genere nel caso di un catecumeno al quale, se muore prima di essere battezzato con acqua ma esplicitamente desiderando il battesimo, è assicurata la salvezza (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1259). […]


Il Concilio di Trento sulla comunione spirituale


Richiamandosi agli insegnamenti dei Padri, il Concilio di Trento spiega così la triplice distinzione nella ricezione della santa comunione:

“[Alcuni la ricevono] solo sacramentalmente perché sono peccatori. Altri la ricevono solo spiritualmente; e sono quelli che, ricevendo nel desiderio il pane celeste messo davanti a loro, con una fede vivente 'attraverso l'amore' (Gal. 5:6), godono i suoi frutti e ne beneficiano. Un terzo gruppo la riceve sia sacramentalmente che spiritualmente (can. 8); e sono quelli che si esaminano e si preparano in anticipo ad avvicinarsi a questa mensa divina, vestiti con l'abito nuziale (cfr. Mt. 22, 11s)”.

Nel capitolo appena prima di questo insegnamento sulla ricezione eucaristica il Concilio ribadisce che la santa eucaristia può essere ricevuta solo degnamente. […] Il canone 11 dello stesso Concilio è ancora più esplicito:

"Se qualcuno dice che la sola fede è preparazione sufficiente per ricevere il sacramento della santa eucaristia, sia anatema. E per timore che un sacramento così grande vada ricevuto indegnamente e quindi a morte e condanna questo santo Concilio definisce e decreta che coloro la cui coscienza è gravata di peccato mortale, non importa quanto contriti possono pensare che siano, in primo luogo devono necessariamente fare una confessione sacramentale se un confessore è disponibile. Se qualcuno pretende di insegnare o predicare od ostinatamente mantenere o difendere in disputa pubblica l'opposto di ciò, egli sarà per questo fatto stesso scomunicato". […]


Il significato della comunione spirituale nei documenti recenti


È un po’ sorprendente non trovare una menzione della comunione eucaristica spirituale in nessuna delle quattro costituzioni del Concilio Vaticano II o nel Catechismo della Chiesa cattolica. È forse per questo motivo che l'idea di fare una comunione spirituale non è un'opzione familiare ai fedeli dei nostri giorni. Quando la comunione spirituale è menzionata nell’insegnamento ufficiale della Chiesa [di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI] sembra esserlo unicamente nei termini di una comunione di desiderio. […]

È in questo quadro che noi possiamo procedere a esaminare la posizione del cardinale Kasper sulla santa comunione ai divorziati risposati, chiarendo ciò che è messo in gioco riguardo alla comunione spirituale.


Chi può fare una comunione spirituale?


Quando il cardinale Kasper [...] chiede come una persona che fa una comunione spirituale ed è quindi una cosa sola con Gesù Cristo possa essere in contraddizione con il comandamento di Cristo, il cardinale giunge al cuore del problema, poiché uno deve accettare Cristo nella sua interezza per essere in comunione con lui. Siccome Cristo ha stabilito il legame matrimoniale sacramentale come indissolubile, e a motivo di ciò Cristo non consente il divorzio e un nuovo matrimonio, una persona che vuole risposarsi mentre un suo precedente legame sacramentale di matrimonio continua a sussistere non può pretendere di essere una cosa sola con Gesù Cristo, perché così contraddice almeno questa parte del comandamento di Cristo.

Pertanto, tale persona non è in grado di ricevere la comunione sacramentalmente e nemmeno spiritualmente. Solo una persona che realmente stia cercando di rimediare a ciò che le impedisce la piena comunione con Cristo può iniziare a essere in condizione di fare una comunione spirituale. […]

Dunque, per rispondere alla preoccupazione del cardinale Kasper, sì, la persona che fa una comunione spirituale dovrebbe anche poter fare una comunione sacramentale, se disposta correttamente. Tuttavia, non è ammissibile che uno che non abbia le corrette disposizioni per fare la comunione sacramentale possa pensare di essere in grado di fare una comunione spirituale, non importa in quali circostanze.


Necessari chiarimenti


Richiamando la distinzione tomistica tra comunione spirituale come atto di nutrimento spirituale ("spiritualis manducatio") e come desiderio spirituale ("in voto"), è chiaro che per una persona che ha frapposto un ostacolo all’unione con Cristo vivendo fuori del suo comandamento nessuno dei due tipi di comunione spirituale è possibile. Usare lo stesso termine, comunione spirituale, per riferirsi a due diverse situazioni morali e a due rapporti molto diversi con l’eucaristia è problematico.

Qui stiamo parlando della disposizione corretta rispetto alla disposizione incorretta per entrambi i tipi di comunione. Quando [l'esortazione apostolica post-sinodale del 2007] "Sacramentum caritatis" usa impropriamente il termine "comunione spirituale" come una opzione per i divorziati risposati, una possibile lettura è che il Santo Padre intenda incoraggiare tali persone a cominciare a "desiderare" in modo appropriato la santa comunione e, quindi, a rettificare la loro situazione morale. In caso contrario, le parole indicherebbero che qualcuno impropriamente disposto per la comunione sacramentale potrebbe nondimeno fare una comunione spirituale. Questa confusione porta alla logica domanda posta dal cardinale Kasper. Se a uno è consentito fare una comunione spirituale, allora perché non una comunione sacramentale?

Dobbiamo evitare l'errore di pensare che la comunione spirituale sia il sostituto della comunione sacramentale per i divorziati risposati e in definitiva per chiunque sia impedito a ricevere l'eucaristia a causa di un peccato mortale. Il pericolo pastorale insito in questa credenza è che prendano spazio un errore e una confusione circa la dottrina della Chiesa, inducendo a pensare che il peccato che impedisce la comunione sacramentale "non sia poi così male", poiché uno può avere a disposizione comunque la sostanza della comunione. […]

Per poter ricevere le grazie della comunione con Cristo, sia sacramentale che spirituale, per tutti in qualsiasi stato di vita, ciò che è necessario è l'interiore conversione a Cristo e una manifestazione di questa conversione nelle azioni esterne e nel modo di vivere. […]


Implicazioni cultuali


[…] La grazia è sempre al lavoro. Anche la "preparazione dell'uomo per l'accoglienza della grazia è già una grazia" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2001). […] Non dobbiamo offuscare la distinzione tra il vivere nello stato di grazia e la grazia di essere mossi alla contrizione. […] È così che papa Giovanni Paolo II [nella "Familiaris consortio”] sollecita i divorziati risposati ad aprirsi all'azione effettiva della grazia, ad esempio ascoltando le Scritture, frequentando la messa, pregando e così via.

Il papa sta ammaestrandoci sull'essenza del culto cristiano. […] Fin dalla rivelazione di Cristo e dall'istituzione del sacramento dell’eucaristia, la sola forma adeguata di adorazione dovuta a Dio avviene attraverso Cristo e in Cristo, ed è compiuta nel grado sommo nella celebrazione della sacra liturgia. Questo è vero per tutti i battezzati, che siano o no in grado di partecipare alla santa comunione. […] Non c'è nessuno che mancherà di trarre profitto dalla partecipazione alla messa, cioè dalla celebrazione liturgica. Anche la persona a cui è impedita la più piena espressione del culto, la ricezione della santa comunione, è sempre in grado di ricevere delle grazie prevenienti il pentimento, come anche delle grazie effettive per l’adorazione.


Non inedia, ma fame


In risposta alle domande del cardinale Kasper sull'accesso alla santa comunione per i divorziati risposati, abbiamo dunque mostrato che esso non è possibile. […]

Dall'insegnamento di San Paolo fino ai nostri giorni, la tradizione della Chiesa ha insegnato costantemente la necessità per chi riceve la santa comunione di essere in stato di grazia. […] Anche se ci può essere qualche confusione circa il significato della comunione spirituale nel recente insegnamento magisteriale, rimane fermo che una vera comunione spirituale è possibile solo per chi è anche in condizione di ricevere la comunione sacramentale. […]

La Chiesa non chiede, come il cardinale Kasper sembra suggerire, che i divorziati risposati trovino la salvezza extra-sacramentalmente. Ad essi è offerta la stessa possibilità per la conversione e per la piena comunione – ecclesiale e sacramentale – che è offerta a chiunque. […] Il cardinale chiede se questa non-ricezione dell'eucaristia sia un prezzo troppo alto da pagare? La risposta a questa domanda dipende dalla volontà dell'individuo di essere conforme a Cristo. Tuttavia, dobbiamo essere chiari. Non è la Chiesa che frappone l'ostacolo alla piena comunione, ma è l'individuo che perpetua la scelta di violare il legame sacramentale del matrimonio. […]

Il cardinale Kasper pone inoltre questo diversivo: la regola della non ricezione dell'eucaristia non è forse una strumentalizzazione della persona che sta soffrendo e chiedendo aiuto, quando ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? Questa domanda sottintende che la Chiesa non abbia il compito di proteggere i fedeli dalla condanna che possono attirare su di loro, come avverte San Paolo. Se infatti la Chiesa rimanesse passiva e permettesse la santa comunione a chi non fosse correttamente disposto, sarebbe essa stessa soggetta a condanna, per un diverso tipo di oppressione: l'incapacità di trattenere i suoi figli da atti illeciti e dal peccato, così come l'incapacità di custodire fedelmente e di dispensare i sacramenti. Questa plurisecolare vigilanza della Chiesa non è strumentalizzazione o manipolazione; è carità pura e semplice. È la preoccupazione della madre che i figli non ingeriscano la medicina sbagliata, affinché non diventi un veleno. […]

Non c'è nessuna strumentalizzazione della persona sofferente, sia essa il divorziato risposato o il catecumeno (che anche lui deve essere reso giusto sacramentalmente prima di ricevere la santa comunione). C'è solo la mano tesa e trafitta del Crocifisso e Risorto, il quale, tramite la Chiesa, offre la salvezza a ogni persona che sceglie di rivolgersi a Cristo, abbracciando lui solo anche nelle decisioni più difficili della vita. Egli offre continuamente il suo corpo e il suo sangue affinché tutti coloro che scelgono di indossare l'abito nuziale bianco (cfr Mt 22, 11-14; Ap 19, 8) possano accedere al suo banchetto eterno.

Esposta davanti ad ogni persona c'è la festa dell’eucaristia, offerta in modo che tutti noi possiamo sperimentare sempre di più la fame per il pane della vita, sia sacramentalmente che spiritualmente. Per ogni cristiano, il pentimento è la trasformazione dell’inedia in fame, una fame che Cristo promette di soddisfare al di là di ogni nostra immaginazione.

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Nel suo saggio, Keller fa più volte riferimento a un articolo del 2011 dell'edizione svizzera di "Nova et Vetera", scritto dal suo confratello domenicano Benoît-Dominique de La Soujeole:

> Communion sacramentelle et communion spirituelle

In questo articolo, La Soujeole distingue tra comunione di desiderio e desiderio di comunione.

Keller riprende e precisa questa distinzione. Preferisce la formula "comunione di desiderio" per chi non può fare la comunione sacramentale per impedimenti solo esteriori e la formula "desiderio di comunione" per chi è invece privo delle condizioni per accedere alla comunione sacramentale ma è sinceramente desideroso di rimuovere tali ostacoli.









http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350958









Messori-Tornielli: altre dolorose incomprensioni, nel mondo cattolico in lacerazione?



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Recentemente il giornalista cattolico più letto al mondo, di orientamento “conservatore”, Vittorio Messori, ha scritto sul Corriere un pezzo su papa Francesco. Nulla di dissacrante. Nulla di eccessivo. Alcune considerazioni di un fedele che trova che certi messaggi lanciati dal pontefice siano molto belli, apprezzabili, condivisibili, altri invece no. Ci sono un po’ di persone che talora rimangono disorientate. Che non capiscono, che trovano alcune affermazioni ambigue. Che poi, magari le vedono smentite dalla sala stampa vaticana stessa…

Tra queste non pochi cardinali scelti da Benedetto XVI. Questi cardinali parlano, si interrogano, rilasciano talora qualche intervista. Nulla rispetto ai movimenti continui e fragorosi del cardinal Kasper o di un altro peso massimo come il cardinal Marx (con certi nomi, rimanere in campana deve essere dura). Sì, anche Messori, il giornalista che ha intervistato Giovanni Paolo II e Ratzinger, citato da quest’ultimo quando era Benedetto XVI, per l’importanza di alcuni suoi contributi, ha qualche perplessità.

In epoca di parresia, ha sussurrato qualcosa. Ma sembra non si possa. Il papa è, per un certo mondo cattolico, discutibile sempre a prescindere, se si chiama Pio XII o Benedetto XVI; indiscutibile, infallibile anche quando preferisce il gelato alla torta di cioccolato, se si chiama Francesco. Questo, anche per chi ami Francesco toto corde, è un po’ difficile da digerire. Quantomeno perché coloro che hanno incominciato a scagliarsi contro Messori, colpevole di lesa maestà, non si sono distinti sempre, in passato, per analoga devozione al soglio di Pietro.

Ma forse quello che smarrisce di più, in questo momento in cui tra tanti peana da fuori, si consuma una crescente lacerazione dentro la Chiesa, è vedere che persone che sino a ieri sembravano andare in perfetto accordo, oggi si collocano addirittura agli antipodi.
Il caso più eclatante, tra i tanti, non è solo lo scontro ecclesiastico Marx-Mueller, non è solo lo conflitto aspro  consumatosi al Sinodo, ma anche quello, talora evidente, talora più tacito, tra tanti giornalisti laici cattolici.

Ad esempio tra Messori e Tornielli. Sì, perché il direttore di Vatican Insider, già direttore de la Bussola, già vaticanista “di destra” sul berlusconiano Il Giornale, sembrava, sino a poco tempo fa, in profonda sintonia con Messori: frequentazioni analoghe, un libro insieme a quattro mani, e numerose interviste di Tornielli al celebre giornalista torinese.

In questi giorni di attacchi scomposti a Messori – scomposti al di là di quello che si può pensare di un articolo, sempre opinabile, ma comunque mai volgare-, Tornielli non ha scritto nulla di esplicito. Ma ha rilanciato volentieri le critiche espresse a Messori da Luigi Alici e Badilla. E’ segno di un nuovo allontanamento tra cattolici?

L’articolo di Alici, molto duro, senza appello, un po’ greve, recita tra le altre cose, così: “Con Benedetto (soprattutto con la sua rinuncia, non dimentichiamolo) è iniziata un’opera provvidenziale di desacralizzazione della figura del papa, che Francesco sta continuando in modo straordinario”.

Si tratta di una frase davvero degna di essere rilanciata? Dire, per quanto con evidente lapsus freudiano, che il merito di Benedetto sta soprattutto nell’aver lasciato il soglio pontificio, sarebbe invece, da parte di Alici, un segno di rispetto verso un pontefice? Davvero il culmine del pontificato di Benedetto sta..nella sua rinuncia? Giovanni Paolo II, non rinunciando, sarebbe stato un cattivo “sacralizzatore”?

Alici spiega, con molta prosopopea, che il papa va desacralizzato. E allora perché un cattolico non ha il diritto, con l’assoluto rispetto usato da Messori, di dire che alcune cose non gli tornano?
Scrive Alici: “Ben diverso, invece, èil tentativo sistematicodiscreditarelapersona chiamata aguidare la Chiesa, messo in atto da scrittorie giornalisti, che ritengono di avere il copyright della fede come hanno il copyright dei propri articoli, pretendendo di vedere – nonostante qualche trave… – la pagliuzzanell’occhio del papa. Una cosaè la (giusta) desacralizzazionedella figura del papa, una cosa del tutto diversa è la (illegittima) delegittimazionedi un pontefice rispetto a un altro…”.

Alici si rende conto delle tortuose contraddizioni in cui cade? Contrappone evidentemente Francesco (bravo), a Benedetto (bravo, perché ha lasciato), ma fa una reprimenda durissima a Messori (accusato, ingiustamente, di “tentativo sistematico di screditare”); esalta la desacralizzazione (che bisogna poi vedere cosa significa: forse che il predecessore si sacralizzava eccessivamente?), ma non accetta che essa comporti anche qualche velata e rispettosa obiezione.

Vogliamo fare la desacralizzazione, introducendo anche la censura contro i desacralizzatori del desacralizzante, con timbrino dei vaticanisti e dei cattolici progressisti?
I tanti denigratori di Messori si tranquillizzino. Nell’epoca dei papi troppo sacralizzati, Dante Alighieri ne cacciava molti all’inferno, senza che nessuno, nella Chiesa cui apparteneva con fierezza, gli abbia mai detto nulla.


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Ps Quanto alla critica di Badilla a Messori, anch’essa rilanciata da Tornielli, rimandiamo il lettore al testo integrale. Ci sembra di tale vacuità e inconsistenza da non meritare commenti: http://ilsismografo.blogspot.it/2014/12/italia-proposito-del-cattolico-medio.html








Libertà e persona     1 gennaio 2015



mercoledì 31 dicembre 2014

La rimozione di un grande Cardinale








di Roberto de Mattei

Il Papa, in quanto supremo pastore della Chiesa universale, ha il pieno diritto di rimuovere dalla sua carica un vescovo o un cardinale, anche insigne. Celebre fu il caso del cardinale Louis Billot (1846-1931), uno dei maggiori teologi del Novecento, che il 13 settembre 1927 rimise il berretto cardinalizio nelle mani di Pio XI, con il quale era entrato in contrasto sul caso dell’Action Française, e finì la sua vita, quale semplice gesuita, nella casa del suo ordine a Galloro.

Un altro caso eclatante è quello del cardinale Josef Mindszenty, che fu rimosso da Paolo VI dalla carica di arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria, per la sua opposizione alla ostpolitk vaticana. Molti vescovi inoltre, negli ultimi anni, sono stati destituiti per essere stati coinvolti in scandali finanziari o morali. Ma se nessuno può negare al Sovrano Pontefice il diritto di dimettere qualsiasi prelato, per le ragioni che ritenga più opportune, nessuno può togliere ai fedeli il diritto che essi hanno, come esseri razionali, prima ancora che come battezzati, di interrogarsi sulle ragioni di queste destituzioni, soprattutto se esse non siano esplicitamente dichiarate.

Questo spiega lo sgomento di molti cattolici di fronte alla notizia, formalmente comunicata dalla Sala Stampa vaticana l’8 novembre, del trasferimento del cardinale Raymond Leo Burke dalla sua carica di prefetto della Suprema Segnatura Apostolica a Patrono dell’Ordine di Malta. Quando infatti, come in questo caso, lo spostamento concerne un cardinale ancora relativamente giovane (66 anni) e avviene da una posto della massima importanza ad un altro puramente onorifico, senza neppure rispettare il pur discutibile principio promoveatur ut amoveatur, ci si trova evidentemente di fronte ad una punizione pubblica. Ma in questo caso è lecito chiedersi quali sono le accuse mosse contro il prelato in questione.

Il cardinale Burke, infatti, ha svolto in modo encomiabile il ruolo di Prefetto della Suprema Segnatura Apostolica ed è stimato da tutti come un eminente canonista e un uomo di profonda vita interiore, ed è stato recentemente definito da Benedetto XVI come «un grande cardinale». Di cosa è colpevole?

Gli osservatori vaticani delle più diverse tendenze hanno risposto a questa domanda con chiarezza. Il cardinale Burke sarebbe reo di essere «troppo conservatore» e in disaccordo con Papa Francesco. Dopo la sciagurata relazione del cardinale Kasper al Concistoro straordinario del 20 febbraio 2014, il cardinale americano ha promosso la pubblicazione di un libro in cui cinque autorevoli porporati e altri studiosi esprimono le loro rispettose riserve verso la nuova linea vaticana, aperta all’ipotesi della concessione della comunione ai divorziati risposati e al riconoscimento delle unioni di fatto.

Le preoccupazioni dei cardinali sono state confermate dal Sinodo di ottobre, in cui le tesi più arrischiate, sul piano dell’ortodossia, sono state addirittura raccolte nella sintesi dei lavori che ha preceduto la relazione finale. L’unica ragione plausibile è che il Papa abbia offerto su di un piatto la testa del card. Burke al cardinale Kasper e, per lui, al cardinale Karl Lehmann, ex presidente della Conferenza episcopale tedesca. È noto a tutti, infatti, almeno in Germania, che chi ancora tira le fila del dissenso tedesco contro Roma è proprio Lehmann, antico discepolo di Karl Rahner. Il padre Ralph Wiltgen, nel suo libro Il Reno si getta nel Tevere, ha messo in luce il ruolo di Rahner nel Concilio Vaticano II, a partire dal momento in cui le conferenze episcopali svolsero un ruolo determinante.

Le conferenze episcopali erano dominate infatti dai loro periti teologici e poiché tra esse, la più potente era quella tedesca, decisivo fu il ruolo del suo principale teologo, il gesuita Karl Rahner. Padre Wiltgen lo riassume efficacemente, descrivendo la forza della lobby progressista raccolta in quella che egli chiama l’«Alleanza europea». «Poiché la posizione dei vescovi di lingua tedesca era regolarmente fatta propria dall’Alleanza europea e dato che la posizione dell’Alleanza era a sua volta generalmente adottata dal Concilio, bastava che un solo teologo facesse adottare le proprie idee dai vescovi di lingua tedesca perché il Concilio le facesse sue. Questo teologo esisteva: era il padre Karl Rahner della Compagnia di Gesù».

Cinquant’anni dopo il Vaticano II, l’ombra di Rahner aleggia ancora sulla Chiesa cattolica, esprimendosi ad esempio nelle posizioni pro-omosessuali di alcuni suoi discepoli più giovani di Lehmann e Kasper, come il cardinale arcivescovo di Monaco Reinhard Marx e l’arcivescovo di Chieti Bruno Forte.
Papa Francesco si è espresso contro le due tendenze del progressismo e del tradizionalismo, senza peraltro chiarire che cosa comprendano queste due etichette. Ma se a parole egli si distanzia dai due poli che oggi si affrontano nella Chiesa, nei fatti ogni comprensione è riservata al “progressismo”, mentre la scure si abbatte su quello che egli definisce “tradizionalismo”. La destituzione del card. Burke ha un significato esemplare analogo alla distruzione in atto dei Francescani dell’Immacolata.

Molti osservatori hanno attribuito al cardinale Braz de Aviz il progetto di dissoluzione dell’Istituto, ma oggi è a tutti evidente che papa Francesco condivide pienamente quella decisione. Non si tratta della questione della Messa tradizionale, che né il cardinale Burke né i Francescani dell’Immacolata celebrano regolarmente, ma del loro atteggiamento di inconformità alla politica ecclesiastica oggi dominante.

D’altra parte il Papa ha lungamente intrattenuto i rappresentanti dei cosiddetti “Movimenti popolari”, di orientamento ultramarxista, che si sono riuniti a Roma, dal 27 al 29 ottobre, ed ha nominato nello scorso luglio, consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura un sacerdote apertamente eterodosso quale il padre Pablo d’Ors. C’è da chiedersi quali saranno le conseguenze di questa politica, tenendo presente due princìpi: quello filosofico dell’eterogenesi dei fini, per il quale certe azioni producono effetti contrari alle intenzioni, e quello teologico dell’azione della Provvidenza nella storia per cui, secondo le parole di san Paolo, «omnia cooperantur in bonum». (Rom. 8,28). Tutto nei disegni di Dio coopera al bene.

Il caso Burke e il caso Francescani dell’Immacolata come, su un piano diverso, il caso della Fraternità San Pio X, sono solo le spie di un malessere diffuso che fa veramente apparire la Chiesa come una barca alla deriva. Ma se anche la Fraternità San Pio X non esistesse, i Francescani dell’Immacolata fossero dissolti o “rieducati” e il cardinale Burke ridotto al silenzio, la crisi della Chiesa non cesserebbe di essere grave. Il Signore ha promesso che la Barca di Pietro non affonderà mai non grazie all’abilità del timoniere, ma per la Divina assistenza alla Chiesa, che vive si può dire tra le tempeste, senza mai lasciarsi sommergere dalle onde (Mt 8, 23-27; Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25).

I cattolici fedeli non sono scoraggiati: serrano le fila, volgono gli occhi al Magistero continuo e immutabile della Chiesa, che coincide con la Tradizione, cercano forza nei Sacramenti, continuano a pregare e ad agire, nella convinzione che nella storia della Chiesa, come nella vita degli uomini, il Signore interviene solo quando tutto sembra perduto. Ciò che ci viene chiesto non è una rassegnata inazione, ma una lotta fiduciosa nella certezza della vittoria.

E nei confronti del cardinale Burke, anche in vista delle nuove prove che certamente lo attendono, ci sentiamo di ripetere le parole che il prof. Plinio Corrêa de Oliveira rivolse il 10 febbraio 1974 al cardinale Mindszenty, quando «le mani più sacre della terra scossero la colonna e la gettarono al suolo spezzata. Se l’arcivescovo è caduto perdendo la sua diocesi, la figura morale del buon pastore che dà la vita per il suo gregge è cresciuta fino alle stelle».







Corrispondenza Romana   30 dic 14




Il male non è un fumo


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Intervento del dott. Renzo Puccetti, vicepresidente Ass. Vita è, tenuto il 28/12/2014 nella parrocchia di San Biagio, diocesi di Pisa.

Cartello “PACE” ai piedi dell’altare.

La scorsa settimana sono stato colpito da un cartello posto ai piedi dell’altare in una chiesa non troppo lontana. Sul cartello era scritta la parola “PACE”.  Il corpo delle lettere conteneva delle immagini: un uomo armato, lo scoppio di una bomba, un bambino affamato extracomunitario.

Nel 2014 l’agenzia ONU per i rifugiati calcola che nel Mediterraneo sono morti 3.419 migranti. Gli aborti in Italia nel 2013 sono stati 102.644, un numero pari a 30 volte i migranti morti nel mediterraneo. Dal 1978 al 2013 sono stati 5.538.322 gli aborti effettuati legalmente in Italia. Immaginate che siano scomparsi tutti gli abitanti di 6 regioni: Trentino, Umbria, Marche, Abruzzi, Molise, Basilicata.

Nel mondo ogni anno muoiono 11 milioni di persone per fame. Ma nel mondo ogni anno si effettuano anche 44 milioni di aborti, 84 al minuto, una cifra 4 volte più alta del numero spaventoso di morti per fame.

Matthew White ha scritto un libro intitolato “Il libro nero dell’umanità. La cronaca e i numeri delle cento peggiori atrocità della storia”. L’autore ha calcolato che a partire dalla seconda guerra Persiana nel 480 a.C. fino alla seconda guerra nel Congo terminata nel 2002, sono 445 milioni le persone morte a causa di tutte le guerre.

Negli ultimi 40 anni sono stati effettuati nel mondo 1.720.000.000 aborti. Gli esseri umani uccisi per aborto in 40 anni sono pertanto 4 volte più numerosi dei morti per guerra in 2482 anni di storia dell’umanità. Si muore per aborto con una frequenza 245 volte maggiore di quanto non avvenga a causa della guerra.

Il 10 dicembre 1979 veniva conferito il premio Nobel per la pace a Santa madre Teresa di Calcutta. Lo accettò dicendo queste parole: «L’aborto è il peggior male e il peggior distruttore della pace. [...] Molti si preoccupano dei bambini dell’India e dell’Africa, che muoiono di fame e malattie, ma milioni muoiono per espressa volontà delle madri. L’aborto distrugge la pace: se una madre può uccidere il proprio bambino, che cosa impedisce a me di uccidere voi e a voi di uccidere me? Niente».

Al numero 2274 del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: “L’embrione, poiché fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano”.

Nell’omelia della vigilia di Natale Papa Francesco ha infatti accomunato i bambini “uccisi prima di vedere la luce” ai “bambini sfollati, abusati, sfruttati sotto i nostri occhi e il nostro silenzio complice”. Ai “bambini massacrati sotto i bombardamenti anche là dove è nato Gesù”. E il suo giudizio è stato chiaro: “Ancora oggi il loro silenzio impotente grida sotto la spada di tanti Erode, sopra il loro sangue campeggia oggi l’ombra degli attuali Erode”. Tre giorni fa abbiamo celebrato il Natale. Abbiamo ricordato che non ci fu posto per Gesù nell’albergo. Pare che oggi non ci sia posto per Gesù concepito nei cartelli posti nelle chiese.

Vi esorto a rompere quel silenzio complice che ci ha rimproverato Papa Francesco. Nei nostri cartelli, nelle nostre menti, nei nostri cuori accogliamo il Dio che si è fatto carne accogliendo questi fratelli più piccoli ed inermi. Non ci sono classifiche, non ci sono morti di serie A e morti di serie B. Il perdono non può raggiungere chi non si pente, ma per pentirsi serve la consapevolezza del peccato e la consapevolezza è facile a svanire se non ci viene ricordata.

La distruzione della famiglia

Ma l’attacco all’uomo non si esaurisce a questo. In fin dei conti molti scampano alla mattanza dell’aborto. E a questi, che sorprese ha preparato il principe di questo mondo?
Ha iniziato col distruggere la prima rete di relazioni disinteressate poste a protezione dell’uomo, la famiglia. Voglio citare ancora una volta un aneddoto: un’amica avvocato ha assistito nell’aula del tribunale ad un tremendo litigio tra marito e moglie che si stavano separando. Litigavano per l’affidamento del figlio, ma vi è un piccolo particolare: nessuno dei due lo voleva. Nel 1971 si contarono 11.796 separazioni, nel 2012 sono state 88.288.

Nel 1964 vi furono 417.486 matrimoni, nel 2013 sono stati 145.571. Ovviamente tutto questo è stato ed è ancora oggi presentato come l’accoglienza nei costumi e nelle leggi dell’aspirazione alla libertà dell’uomo. Ma attenzione, non è forse vero che dentro di noi non c’è solo bene, non siamo angeli, ma alberga anche un’attrazione per ciò che sappiamo essere male e che pur tuttavia desideriamo? Non c’è in noi quella concupiscenza descritta da San Paolo nella lettera ai Romani: “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”? Che cosa ci proteggeva dal compiere quel male e trasformarci così in dei malvagi? La fede in Dio, sì, ma l’hanno tolta dicendo che Dio non esiste, che siamo figli del caso e della necessità. La legge morale naturale; ma anche questa è stata tolta, dicendo che non esiste una natura umana, perché l’uomo è un prodotto della cultura. La legge civile e penale. Ma neppure di questo muro è rimasto in piedi un mattone.

Allora che cosa muoverà l’uomo se non i propri desideri e le proprie passioni e pulsioni? Se non è più necessario che l’uomo e la donna assumano un impegno irrevocabile l’un con l’altra, se questa capacità diventerà così sconveniente e desueta da scomparire per atrofia da mancato uso, come gli uomini e le donne diventeranno capaci di prendersi impegni di questo genere con i figli, con i genitori, con la comunità?
Il sociologo Zygmut Bauman lo chiama “amore liquido” ed è una delle tante espressioni della società liquida, senza forma, o meglio, con una forma data dal contenitore, cioè da chi può orientare il pensiero e le preferenze.

L’ideologia “gender” (genere)


Per avere dominio incontrastato il pifferaio magico ha bisogno di esseri dipendenti da ciò che lui può dargli o negargli. Fai assaggiare la droga ad un giovane, ne proverà prima il piacere, poi, un po’ alla volta, ne diventerà dipendente, comincerà a stare male se non può averla, ne avrà bisogno, fino a che farà qualsiasi cosa per avere la sua dose. Ed infatti vedete quanta lena per legalizzarla. Ovviamente con quella patina di presentabilità che va sotto il nome di riduzione del danno. Ma c’è un’altra droga che hanno iniziato a mettere in giro. Si chiama sessualizzazione precoce. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento ufficiale intitolato “standard per l’educazione sessuale in Europa”. A pagina 38, vi sono le direttive per i bambini da 0 a 4 anni; si dice che si devono dare informazioni ai bambini di questa età sul piacere derivante dalla masturbazione e competenze sulla loro identità di genere. Genere si riferisce per l’OMS a “ruoli, comportamenti, attività e attributi costruiti socialmente”. Cioè si devono educare i bambini da 0 a 4 anni che un maschio può essere femmineo e una femmina mascolina. In Svizzera sono già entrate in vigore per gli asili e le elementari le sex boxes, scatole del sesso, dove i bambini possono maneggiare genitali maschili e femminili riprodotti in peluche. In Germania il signor Mertens l’8 agosto 2013 è stato messo in galera. La stessa cosa toccherà alla moglie, per ora risparmiata perché allatta il figlio più piccolo. Cos’hanno fatto di così grave i Mertens? Si sono rifiutati di mandare a lezione di educazione sessuale la figlia in cui non solo si mostra ai bambini come funziona il sesso dei maschi e delle femmine, ma li si mette davanti a tutta la “varietà” delle pratiche sessuali. Si dice anche ai bambini, fin dalle elementari, che il loro genere non è determinato e che non possono sapere se sono maschietti o femminucce, che devono pensarci su.

In America l’avvocato William Baer è stato arrestato perché in una riunione con gli insegnanti della figlia adolescente dove protestava per questo genere di lezioni, ha violato la regola dei due minuti di tempo assegnati a ciascun genitore. In Italia è stato bloccato in extremis, grazie alla denuncia dei Giuristi della vita il cui presidente sarà a Pisa nel mese di febbraio per una conferenza, il tentativo di inondare di questi contenuti le scuole italiane attraverso dei libretti distribuiti dall’UNAR, l’Ufficio Nazionale anti Discriminazioni Razziali, che, con la scusa della lotta al bullismo, intendeva promuovere l’ideologia gender nelle scuole di ogni ordine e grado. Ma non si pensi che con questo successo si sia riusciti a fermare lo tsunami che si sta per abbattere sui nostri figli. Il sindaco di Roma, in una cerimonia pubblica altamente simbolica, ha trascritto i nomi di persone dello stesso sesso nel registro dei matrimoni. Il prefetto di Roma ha prima intimato di cancellarli, poi ha agito d’autorità. Molti sindaci hanno imitato il collega romano ed il tentativo è evidente: avere il fatto compiuto per spingere il parlamento a varare il matrimonio omosessuale. Non lo si chiamerà all’inizio così, come è avvenuto in Inghilterra, ma sarà solo temporaneo. Dopo un po’ arriverà tutto, compresa l’adozione da parte di coppie omosessuali e la manifattura dei figli con la fecondazione eterologa, già sdoganata dalla nostra Corte Costituzionale.

Già approvata alla Camera, giace in commissione giustizia al Senato la legge contro l’omofobia, la cosiddetta legge Scalfarotto, dal nome del politico che l’ha progettata. Così come essa è congeniata, dire che i bambini devono avere un papà e una mamma potrà essere considerata un’affermazione omofoba, e come tale essere perseguita legalmente con una pena che può arrivare fino a sei anni di reclusione.

Sul cartello posto ai piedi dell’altare, della pace violata ferendo l’innocenza dei bambini, negando il loro diritto di avere un papà ed una mamma non c’era neppure l’ombra.
Nessuno in chiesa porta un bazooka, nessuno fa lo scafista, nessuno possiede una Rolls Royce, nessuno vive nei paesi in guerra, nessuno è direttamente chiamato in causa da un cartello come quello che ho visto; a ben vedere quel cartello è comodo, perché non interpella la nostra responsabilità. Ma tutti siamo uomini e donne, padri e madri, fratelli, zii, amici, padrini e madrine. Tutti siamo chiamati difendere la vita, la famiglia e l’educazione dei bambini e facendo così difendere la pace.

Termino con una citazione: “La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale”. (Gilbert Keith Chesterton) Il male non è un fumo, pensa, parla e agisce attraverso uomini. Vegliamo come i pastori di Betlemme affinché il ladro nella notte non ci rubi il tesoro di verità, bontà e bellezza che ci è stato tramandato attraverso la fede dei nostri padri.










Libertà e persona