venerdì 11 luglio 2014

S'avanza la Chiesa del concordismo






di Stefano Fontana

11-07-2014

L’articolo del direttore Cascioli pubblicato ieri (clicca qui) e riguardante la “politica culturale della CEI” a proposito di Tv2000 e non solo, pone un problema che ci trasciniamo da molto tempo. Quando Giovanni Paolo II andò al Convegno ecclesiale di Loreto proprio per invertire il processo consolidatosi con il precedente convegno ecclesiale di Roma, non fece altro che affrontare questo stesso problema: dalla fede cattolica deriva una cultura, una visione organica e complessiva della realtà e della vita.

Non derivano solo degli spunti, dei frammenti, oppure degli atteggiamenti ma una visione della realtà in cui tutto si tiene. La fede cattolica, come disse il cardinale Bagnasco in una memorabile prolusione, non è una “fede nuda”, ma porta con sé una vita, una dottrina, un’antropologia, un’etica, un insieme di contenuti compaginati tra loro. La fede cattolica, diceva Del Noce, presuppone una metafisica, una concezione dell’essere e quindi una ragione adeguatamente aperta al tutto dell’essere.

Questo è precisamente quanto è andato ampiamente perduto. La conseguenza è che si mettono in piedi iniziative culturali - da una TV ad un settimanale diocesano, da una radio ad un corso di laurea – che non fanno una proposta riconoscibile come cattolica.

Un sintomo molto espressivo di questo è oggi il concordismo di cui sono ammalati giornali e tv cattolici. In una cultura in cui di cattolico ormai non c’è quasi più nulla, essi vedono spunti di cattolicesimo dappertutto. E se il tale personaggio o il tale evento non ha nulla di esplicitamente cattolico, essi vi trovano qualcosa di implicitamente cattolico. Vengono creati così gli accostamenti più strani, compreso quello tra atei che più atei non si può e la fede cattolica. Ogni romanziere, ogni testo teatrale, ogni libro, ogni filosofo che muore, ogni anticristo vivente per loro almeno adombrava qualcosa di cattolico.

Si rimane sbalorditi dalla temerarietà di questi accostamenti concordistici. Ogni atteggiamento contro la mafia, ogni richiesta di solidarietà, ogni difesa dell’ambiente, ogni lotta contro l’aids, ogni promozione della donna … ha qualcosa di cattolico, anche se invece risponde a visioni della realtà che col cattolicesimo non hanno niente a che fare. Non c’è oggi un giornale cattolico che non sostenga la proposta del “reddito di cittadinanza” che è assolutamente contrario a tutti i principi della dottrina sociale della Chiesa.

Certamente delle briciole di verità ci sono anche nel più evidente errore. Però non basta una briciola per fare un tutto. La fede cattolica produce un tutto culturale e non semplici spunti o frammenti. Non è col bricolage che si è cattolici e non possiamo soddisfare le richieste della Fides et Ratio circa le esigenze del “cosmo della ragione” - tramite la spigolatura o mediante il vagabondare del raccoglitore.

Bisogna però fare lo sforzo di andare alla radice di questo atteggiamento. La fede cattolica ha un contenuto di conoscenza e la rivelazione apre la finestra del mondo irrorandolo di luce che viene dal di fuori. Guardando ai dogmi della propria fede, e non alle tendenze sociologiche o alle statistiche delle scienze sociali, il cattolico trae le verità per la sua vita personale e collettiva. Oggi questo non è più ritenuto vero da molti cattolici. Quindi per costoro non ci può essere una proposta culturale cattolica e non serve che una tv o un giornale sia diretto da un cattolico, ossia da uno che abbia in testa quelle verità. Molti giornali cattolici sono impegnati in battaglie anticattoliche. Molte scuole cattoliche insegnano una filosofia anticattolica. Molte associazioni cattoliche partecipano a campagne anticattoliche.

C’è tutta una corrente teologica, oggi assolutamente prevalente, che pensa che la pretesa che ho appena indicato sia una violenza della fede cattolica al mondo e all’uomo. Il fedele non riceverebbe nella Chiesa questa luce che viene dal di fuori e il cui deposito la Chiesa tramanderebbe nel tempo. Egli, piuttosto, conoscerebbe le verità della sua fede da dentro la sua situazione. Quindi può solo comprendere e interpretare ma non conoscere qualcosa che veramente venga “da fuori”. L’uomo è dentro questo orizzonte esistenziale perché egli fa parte del problema su cui si interroga e non può, quindi, accedere ad una verità che comporterebbe un punto di vista assoluto. Non gli resta, quindi, che camminare con gli altri senza pretese, raccogliere briciole di verità qua e là, comporre e scomporre progetti esistenziali. Ascoltare, condividere, essere vicino, comprendere, accettare tutto senza tenere nulla come definitivo. La fede diventa atteggiamento di accompagnamento, attitudine alla ricerca e al dialogo, capacità di farsi domande insieme agli altri.

L’espressione “chi sono io per giudicare?”, totalmente disancorata dal contesto in cui è stata pronunciata, diventa così il simbolo di questa fede senza dottrina e senza verità. Tra i tanti sensi che la parola “giudicare” può avere, c’è anche quello propriamente conoscitivo. Il “giudizio” è l’atto con cui l’intelletto conosce la realtà, coglie dei nessi reali tra le cose. Se non è più possibile giudicare perché si sarebbe arroganti, allora non è più possibile conoscere la realtà. Si capisce allora che la fede – oltre che la ragione – può essere solo una narrazione, un’esperienza, un punto di partenza per il dialogo e il confronto. Se la vita è un talk-show in cui le interpretazioni – tra cui quella della fede – si intrecciano, allora a dirigere una Tv cattolica può essere chiamato anche un non cattolico o, addirittura, un anticattolico.




La nuova Bussola Quotidiana


mercoledì 9 luglio 2014

“Alla Sua presenza”




Gian Arturo Ferrari, firma del Corriere della Sera, ha osservato: “C’è una concezione del mondo religioso che di religioso non ha nulla. Penso a qualche funzione religiosa a cui ho partecipato di recente. Il modello era la tv”. E’ una verità amara, ogni qualvolta si assiste ad una liturgia che invece di essere “azione sacra per eccellenza”, come la Costituzione liturgica la definisce (SC 7), è trasformata in show; sta ricordarlo l’uso di un verbo tipico delle feste dei villaggi turistici: animare. Si osservi quel che accade, in occasione delle prime comunioni.





di don Nicola Bux

Gian Arturo Ferrari, firma del Corriere della Sera, ha osservato: “C’è una concezione del mondo religioso che di religioso non ha nulla. Penso a qualche funzione religiosa a cui ho partecipato di recente. Il modello era la tv”. E’ una verità amara, ogni qualvolta si assiste ad una liturgia che invece di essere “azione sacra per eccellenza”, come la Costituzione liturgica la definisce (SC 7), è trasformata in show; sta ricordarlo l’uso di un verbo tipico delle feste dei villaggi turistici: animare. Si osservi quel che accade, in occasione delle prime comunioni.

Alcuni sacerdoti collocano in chiesa, al posto dei banchi, più tavolini apparecchiati, oppure un grande tavolo, di quelli comunemente usati per le feste nelle sale parrocchiali, in modo da dare l’idea della ‘tavolata’. I bambini vengono fatti sedere attorno, e davanti a ciascuno è posta una patena con un’ostia da consacrare. Su un altro tavolino, all’angolo, sta il calice col vino. Alla consacrazione, ciascun fanciullo toglie il velo dalla patena. Il sacerdote consacra, poi passa dai bambini e ciascuno di essi, in piedi, self-service, prende la sua ostia dalla sua patena, la intinge nel calice che gli porge il sacerdote e si comunica. Poi si siede. Una variante è che l’ostia, non si trovi nella patena davanti al bimbo, ma gliela passi, poi, il sacerdote, ed il bambino la intinga nel calice e si comunichi. Un sintomo di quella che è stata definita la “nuova religione dell’autodeterminazione”? Il Messale Romano, promulgato da Paolo VI, ammonisce: «Non è consentito ai fedeli di ” prendere da sé e tanto meno passarsi tra loro di mano in mano” (Institutio Generalis del Messale Romano, 118) la sacra ostia o il sacro calice. In merito,inoltre, va rimosso l’abuso che gli sposi si distribuiscano in modo reciproco la santa Comunione» (Istruzione Redemptionis Sacramentum 94). Ancora «Non si permetta al comunicando di intingere da sé l’ostia nel calice, né di ricevere in mano l’ostia intinta» (Ivi, 104). Un altro abuso frequente è la distribuzione della Comunione da parte di accoliti e ministri straordinari, – anche se vi sono sacerdoti e diaconi, ministri a ciò deputati – cosa prevista solo in caso di una grande folla, cioè, almeno cinquecento fedeli, che si accostassero tutti al sacramento! Eppure, nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum, richiesta da Giovanni Paolo II nell’Enciclica sull’Eucaristia, si ammonisce: «E’ riprovevole la prassi di quei Sacerdoti che, benché presenti alla celebrazione, si astengono comunque dal distribuire la Comunione, incaricando di tale compito i laici» (RS157) e poi: «Il ministro straordinario della santa Comunione, infatti, potrà amministrare la santa Comunione soltanto quando mancano il Sacerdote o il Diacono, quando il Sacerdote è impedito da malattia, vecchiaia o altro serio motivo o quando il numero dei fedeli che accedono alla Comunione è tanto grande che la celebrazione stessa si protrarrebbe troppo a lungo. Tuttavia ciò si ritenga nel senso che andrà considerata motivazione del tutto insufficiente un breve prolungamento, secondo le abitudini e la cultura del luogo» (RS 158; cfr 88 e 154).

Alcune considerazioni:

1. La ‘tavolata’ è un grave errore teologico-sacramentale, causato dall’idea che la Messa sia la riproposizione dell’ultima cena. Non pochi studi hanno cercato di chiarirlo, non ultimi quelli di Joseph Ratzinger. La cena celebrata da Gesù alla vigilia della pasqua ebraica non è ancora una liturgia cristiana, come prova il fatto che solo le due benedizioni sul pane che diventa corpo dato per noi e sul vino che diventa sangue versato per noi, sono state conservate dalla tradizione apostolica e inserite in un grande “preghiera di benedizione” o supplica di ringraziamento, in greco eucaristia, a Dio Padre nello Spirito Santo, fatta in nome di Gesù Cristo il Figlio, incarnato e sacrificato per noi. Quanto ha fatto il Signore nel contesto dell’ultima cena è una novità, per questo: «l’ultima cena fonda il contenuto dogmatico dell’eucaristia cristiana, ma non la sua forma liturgica». In altri termini: «Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla…Il memoriale del suo dono perfetto, infatti, non consiste nella semplice ripetizione dell’ultima cena, ma propriamente nell’eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano […] La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento, come una sorta di “fissione nucleare”, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28)» (SCa, 11). Nell’eucaristia «Gesù ha anticipato il suo sacrificio, un sacrificio non rituale, ma personale». Nello stesso tempo l’eucaristia è attesa della cena che il Signore appresterà al suo ritorno alla fine del mondo. Dunque, prefigurata nel sacrificio del tempio, nel “servo sofferente” di Isaia, nella cena pasquale degli ebrei, la forma originale della messa è l’eucaristia, cioè la preghiera di ringraziamento che trasforma la mia esistenza; è l’obbedienza di Gesù Cristo al Padre, perciò è sacrificio e pasto dei riconciliati. In relazione alla passione di Cristo, in cui il sangue era separato dal corpo, il concilio di Trento definisce la santa messa “vero e proprio sacrificio” di Gesù Cristo. Egli si rende presente sull’altare – alta-res, luogo alto per il sacrificio – in obbedienza alle parole consacratorie del sacerdote, e, a causa della separazione del corpo dal sangue, è nella condizione di vittima immolata (immolatitius modus: cfr Pio XII,Enciclica Mediator Dei, 70). Per questo, l’altare è anche mensa dell’Agnello immolato (cfr Ap 5,6), per ricevere il pane, separatamente, come sacramento del corpo e il vino come sacramento del sangue (cfr san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae III q 74 a.1 sc). Tutto questo è riaffermato dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1365). Sebbene l’espressione “cena del Signore” sia uno dei modi di chiamare l’eucaristia, in realtà si riferisce alla cena escatologica dell’Agnello, come esclama il sacerdote alla Comunione: Beati qui ad coenam Agni vocati sunt. La dimenticanza o l’ignoranza di tutto questo, finisce per separare la Messa dal sacrificio della croce e ridurre l’eucaristia ad un banchetto fraterno. Non si dimentichi, poi il divieto di Paolo di unire la frazione del pane all’agape, cena di carattere religioso-sociale, tanto forte era ancora l’influsso pagano di fraintendere l’eucaristia come un banchetto dal quale inevitabilmente poi scaturivano abusi e licenze. Nelle due forme della messa bizantina, la “divina liturgia di San Giovanni Crisostomo” e quella “di San Basilio”, il concetto di cena o di banchetto è chiaramente subordinato a quello di sacrificio, proprio come nel nostro canone romano.

2. La ‘tavolata’ è anche un deplorevole abuso liturgico: sostituisce l’altare, al quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare (cfr Institutio Generalis del Messale Romano, Ed.typ. III, 296). Cos’è l’altare e perché si usa? Nella tradizione giudaica v’era l’altare dei sacrifici – la parte superiore per l’immolazione delle vittime – e la tavola dei pani da offrire. Col cristianesimo, l’altare dei sacrifici nel cortile del tempio e la tavola delle offerte all’interno, vengono resi, nelle chiese, con una composizione sintetica: l’altare rappresenta Cristo, la croce e ad un tempo il suo sepolcro (cfr CCC 1182); è anche la mensa del Signore (cfr Eb 13,10) dalla quale scaturiscono i sacramenti del mistero pasquale. E’ la parte più santa del tempio ed è elevato, alta res, posto in alto per indicare l’opera di Dio che è superiore a tutte le opere dell’uomo. Non deve essere poggiato sul piano del pavimento, ma almeno elevato su un gradino, affinché ricordi il Golgota dovendosi su di esso rinnovare il sacrificio che Gesù compì sulla croce. Per questo è sempre rivestito di tovaglie, che indicano la purezza necessaria per accogliere Dio; in quella bizantina l’altare è coperto con un velo, quasi una dalmatica diaconale annodata sui quattro lati, ad indicare Cristo fattosi servo. Per la liturgia orientale, l’altare non deve essere grande, come nella tradizione latina più antica, perché è sufficiente che si possa accostare il celebrante per il sacrificio; poi su di esso ardono lampade e in specie ha al centro la croce, l’artoforio (tabernacolo) e l’evangelario. In occidente si ritiene superato tutto questo, nonostante i propositi ecumenici di “respirare con due polmoni”. Nel post-concilio ha prevalso la tendenza ad avvicinare l’altare al popolo. In realtà, non è l’altare che si deve avvicinare al popolo, ma il popolo all’altare: i movimenti processionali di introito, di offertorio e di Comunione, come dicono i salmi, significano l’andare alla presenza del Signore, per offrire i santi doni e comunicarsi a lui.

3. Il rapporto tra sacrificio eucaristico, “festa”, “comunità”, elemento umano e divino nella Messa. Una prima questione, riguarda le caratteristiche del sacramento eucaristico: è una cena o un sacrificio? Così risponde il Catechismo: “La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce,e il sacro banchetto della Comunione al corpo e al sangue del Signore”. Non è solo un accostamento, poiché vi è un nesso intimo tra cena e sacrificio. Infatti: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi” (CCC 1382). Certo, il termine memoriale può essere inteso come ricordo di un fatto passato. Non è così, grazie allo Spirito Santo che ci ricorda ogni cosa (cfr Gv 14,26); l’eucaristia fatta dalla Chiesa rende presente e attuale la pasqua di Cristo e il suo sacrificio offerto una volta per tutte (cfr CCC 1364). Rende presente anche la risurrezione? Col battesimo e soprattutto con l’eucaristia, il cristiano soffre e muore con Cristo, mentre della risurrezione riceve il germe che si svilupperà in pienezza alla fine dei tempi, secondo la parola del Signore: “io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(Gv 6,40). Ma finché siamo “nella carne”, noi partecipiamo alla sua passione e attendiamo, nella fede e nella speranza, il giorno della glorificazione. Inoltre, si tratta di sacro banchetto, o convito, nel quale si riceve Gesù Cristo,si fa memoria della sua passione, il cuore si riempie di grazia: viene dato l’anticipo della gloria futura. Sacro significa che c’è la sua presenza divina e quindi bisogna avvicinarsi con quel timore di Dio, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Il sacrificio sacramentale è definito eucaristia, termine greco che vuol dire azione di grazie o benedizione, memoriale e presenza di lui, operata dalla potenza della sua parola e dallo Spirito Santo; il tutto culmina nella Comunione. E’ festa in senso spirituale, non mondano: non vive di trovate accattivanti, non deve esprimere l’attualità effimera, non è un intrattenimento che deve aver successo, ma ravvivare la coscienza che il mistero è presente tra noi. E’ festa della fede, in cui deporre, come dice la liturgia bizantina, ogni mondana attitudine, perché “misticamente rappresentiamo i cherubini”(tropario d’offertorio). Il dramma giunge al suo culmine: l’altare su cui s’innalza la croce diventa ora la mensa dell’Agnello immolato ma vivo. Il sacrificio del corpo e del sangue misticamente anticipato nella cena e compiuto sul Golgota, ora è approntato come cibo e bevanda per i fedeli perché entrino in intima unione con la vittima divina. Come gli apostoli la domenica di Pasqua siamo nel cenacolo col Signore ormai risorto che mostra le piaghe gloriose e ci invita al convito. La familiarità con lui provoca stupore e gioia, ma non consente banalità come il trasformare l’altare in tavola da pranzo a cui far accedere i fedeli. Egli è il Signore, e il convito «resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota. Il convito eucaristico è davvero un convito “sacro”, in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio: O Sacrum convivium, in quo Christus sumitur!» (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 48). Trasformare l’altare in una ‘tavolata’, significa favorire nei piccoli un’idea distorta della Comunione, la quale discende dall’alto della Trinità e non dal basso del nostro stare insieme.

4. Come accostarsi alla Comunione, a cominciare dalla ‘prima’. Proprio ai nostri giorni, che vedono i piccoli particolarmente precoci e attenti, alle lingue come al web, li immergiamo nella banalità; gli impediamo di partecipare a liturgie solenni con il pretesto di peculiari esigenze psicologiche, pensando che non capiscano e invece li si priva dell’incontro col mistero divino attraverso lo stupore, il silenzio, l’ascolto, la musica sacra, la preghiera e il ringraziamento, come è avvenuto per noi da piccoli, e siamo cresciuti nella fede attraverso la partecipazione alla liturgia cattolica della Chiesa, col suo respiro universale. I piccoli non desiderano diventare grandi e stare con i grandi? La prima Comunione significa che è da lui, dal Signore, che, a conclusione dell’iniziazione, noi riceviamo un posto alla sua mensa, per la prima Comunione con lui, qui e per l’eternità. Gesù l’ha promesso: “Io vi preparo un posto”: questo comincia, quaggiù, con l’essere divenuti capaci, mediante il battesimo e la cresima, di riconoscerci figli in lui Figlio e quindi rendere grazie a Dio Padre. Nel rito romano antico, i fedeli si accostano alla balaustra, in ginocchio, dove spesso è distesa una tovaglia che rappresenta la mensa, il banchetto, e ognuno ha un posto: si inginocchia e attende in raccoglimento di ricevere la Comunione. Un gesto significativo è l’uso di nascondere le mani sotto la tovaglia – l’ho visto fare in Francia dai bambini e dagli adulti, dopo essersi inginocchiati – indica l’esigenza di essere puri per toccare il Signore, che ci ha scelti e chiamati con la fede alla mensa del suo regno, di cui la Comunione è l’anticipo, la caparra, l’anticipo della gloria futura. La prassi ordinaria – secondo la tradizione condivisa d’oriente e d’occidente – è che si riceva nella bocca, dopo un atto di riverenza, un inchino profondo o in ginocchio. Ma non di rado, i fedeli che vogliano riceverla, così, sono oggetto di bruschi dinieghi, anche scandalosi, da parte di sacerdoti noncuranti d’avere nelle mani le sacre specie. Eppure, il modo di riceverla, in piedi e sulla mano, è solo un indulto, ossia un permesso a tempo. Pertanto, non poteva non suscitare reazioni l”innovazione’ di Benedetto XVI di amministrare la Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca: ‘innovazione’, rispetto appunto all’indulto, che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano. Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità e nell’alto medioevo, la chiesa d’oriente e quella d’occidente abbiano preferito amministrarla in tal modo.

Ma, Gesù ha dato la Comunione agli apostoli sulla mano o ha chiesto loro di prenderla con le proprie mani? Visitando una mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune ‘Ultime Cene’ in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po’ come la postura di Gesù e degli apostoli, a tavola, nel cenacolo di Leonardo, che ‘aggiorna’, alla maniera occidentale, l’uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa.
Ora, riflettendo ulteriormente, l’uso di dare la Comunione direttamente in bocca al fedele può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere avevano e hanno ancor oggi l’usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all’amata o all’amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo, ancora inesperto. Si capisce così il testo di Giovanni: “Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: ‘E’ quello a cui darò un pezzetto di pane intinto’. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone, Satana entrò da lui” (13,26-27). Che dire però dell’invito di Gesù: “Prendete e mangiate”… “Prendete e bevete”? Prendete (in greco: labete; in latino: accipite), significa anche “ricevete”. Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino. Ma, se durante il ‘mistico convito’ – come lo chiama l’oriente, ossia l’ultima cena – i due gesti consacratori avvennero – come sembra – in tempi diversi della cena pasquale, dopo la pentecoste – allorché gli apostoli, aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7), quali esperti diremmo così nel culto – li unirono all’interno della grande preghiera eucaristica, la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l’anafora, dando origine al rito di Comunione. Tutto ciò rende più comprensibile la sentenza di sant’Agostino: “nessuno mangia quella carne, se prima non ha adorato” (Enarrationes in Psalmos 98,9). Benedetto XVI l’ha richiamata, significativamente, proprio nel noto discorso sull’interpretazione del Vaticano II (cfr anche Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, 67). Ancora più esplicito Cirillo invita a “non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo” (cfr Catechesi Mistagogica 5,22). Di modo che, chi riceve la Comunione fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra – simile alla nostra genuflessione – protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve, in bocca, la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, datato tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., un evangelario greco miniato, composto sicuramente in ambiente siriaco. Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente nella bocca. Benedetto XVI, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto: perché non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio, come quello odierno. Al di là della discussione storico-teologica, circa il modo in cui in antico si riceveva la Comunione, mettersi in ginocchio per ricevere il sacramento non è in contrasto con la processione prevista nel rito ordinario.

L’uso della Comunione sulla mano porta anche a riflettere sui frammenti che spesso cadono, senza essere raccolti in un vassoio sottostante. In molte parrocchie, i corporali, restano aperti da una Messa all’altra, da un giorno all’altro, con i frammenti eucaristici, perché alcuni sacerdoti sostengono che siano “cellule morte” (qualcuno arriva a dire, all’atto della consacrazione, “lui non consacra i frammenti”: non l’avevo mai sentita, ma è un’eresia). Non siamo pronti a dare ad un ammalato che non può deglutire un piccolo frammento di particola? La daremmo se non fosse corpo di Cristo? Forse che una briciola di pane è di sostanza differente dal pane intero? I sacerdoti sanno che la validità della Messa, oltre che dalla materia e dalla forma, dipende dall’intenzione che essi mettono, di fare quello che fa la Chiesa. Il corporale è molto importante, come attesta Orvieto, sia perché si consacrano solo le ostie e il vino che si trovano all’interno del corporale, non sulla tovaglia, sia per raccogliere i frammenti. Non prevalgano l’ignoranza e la presunzione, ma si attinga alla Scrittura e ai Padri, come Ambrogio e Crisostomo! Il Signore è presente (cfr CCC 1377) – come dice san Tommaso – nel sacramento dell’eucaristia, non secondo il modo della quantità, ma secondo il modo della sostanza: in una goccia di sangue, in una goccia di vino, o in un frammento di ostia c’è tutta la presenza del Signore; non c’è bisogno di molto vino perché il Signore sia presente, proprio come in una goccia di sangue c’è tutta la sostanza del sangue. L’ignoranza della dottrina eucaristica cattolica, porta a ritenere che i frammenti siano insignificanti e, di conseguenza, non si purificano i vasi sacri. Eppure, in extremis, quando il sacerdote si accorge che le particole sono insufficienti per la Comunione, usa spezzarle ulteriormente per dare la Comunione, pur con un frammento! Nell’attuale crisi di fede, anche la questione dei frammenti va chiarita e riaffermata, condannando gli abusi, in quanto non c’è differenza tra particole, particelle e frammenti di ostia. Lo scoglio da superare, resta il dissenso sulla natura della liturgia.

«La crisi della liturgia, e quindi della Chiesa, in cui continuiamo a trovarci – afferma Ratzinger – è dovuta solo in minima parte alla differenza tra vecchi e nuovi libri liturgici. Si rende sempre più chiaro che sullo sfondo di tutte le controversie è emerso un profondo dissenso circa l’essenza della celebrazione liturgica, la sua derivazione, il suo rappresentante e la sua forma corretta. Si tratta della questione circa la struttura fondamentale della liturgia in genere; più o meno consciamente si scontrano qui due concezioni diverse. I concetti dominanti della nuova visione della liturgia si possono riassumere nelle parole-chiave “creatività”, “libertà”, “festa”, “comunità”. Da un tale punto di vista, “rito”, ”obbligo”, “interiorità”, “ordinamento della Chiesa universale” appaiono come i concetti negativi, che descrivono la situazione da superare della “vecchia” liturgia».

Klaus Gamber, studioso della liturgia romana e delle liturgie orientali di Ratisbona, «percepiva che abbiamo nuovamente bisogno di un inizio dall’interiorità, come lo intendeva il Movimento liturgico nella sua parte più nobile». Ratzinger ne condivide l’analisi: «La riforma liturgica, nella sua concreta esecuzione, si è sempre più allontanata da questa origine. Il risultato non è rianimazione ma devastazione. [...] una liturgia degenerata in spettacolo, in cui si cerca di rendere interessante la religione con trucchi alla moda e con moralismi spigliati, che registrano successi momentanei nel gruppo dei promotori e un allontanamento ben più vasto da parte di tutti coloro che nella liturgia non cercano il loro show master spirituale, bensì l’incontro con il Dio vivente davanti al quale il nostro affaccendarsi diventa irrilevante, e che può dischiudere a tutti la vera ricchezza dell’essere».




fonte http://lavocediferrara.it/default.asp?id=416.

Basta processioni? Don Puglisi non l'avrebbe fatto







di Luigi Santambrogio

09-07-2014

Capirci qualcosa nella storiaccia di Oppido Mamertina è impresa difficile, ma pretendere la verità sulla processione con la statua della Vergine delle Grazie, non è più cosa di questo mondo. A seconda di chi la racconta, la faccenda ha dieci, cento, mille versioni differenti. C’è stato o no l’inchino della statua davanti alla casa del boss? E se sì, chi è lo Schettino oppidano che ha impartito ai portantini lo sciagurato diversivo? Domanda che vale un intero processo e che rischia di diventare il tormentone dell'estate: i carabinieri s’erano subito sfilati, il sindaco non ha visto e il parroco, a tutt’oggi, non è ancora pervenuto. Nel polverone, poi, si sono fiondati i soliti giornalisti arruffapopoli, scrittori del ramo, opinion maker e criminologi assortiti. Compreso il principe dei tuttologi: lo scortato Saviano che dal paese di Gomorra elargisce a gettone le sua perle di saggezza mafiologica. Imparata per sentito dire e senza neppure passare per Scampia.

A far luce, forse, ci penserà la Dda di Reggio Calabria, che sull’inchino ha aperto ufficialmente un fascicolo: il reato ipotizzato è di associazione a delinquere di stampo mafioso. La magistratura, scrivono i giornali, avrebbe immagini ed informative dettagliate su quanto accaduto, prima, durante e dopo la processione e sono in corso anche le identificazioni di quanti, con ruoli sia pure diversi, erano al seguito della statua. Il Comune si costituirà parte civile e, in questo fervore di legalità mancano solo i Ris a prendere impronte e cercare tracce di Dna sulle banconote lasciate ai piedi della statua. Oppido Mamertino, insomma, come la nuova linea Maginot della guerra alle cosche e l’inchino mariano, semmai ci sia stato davvero, una sorta di Capaci ventidue anni dopo.

Pure la Chiesa ha improvvisamente alzato la guardia contro le commistioni sacrileghe, le feste religiose con la regia niente affatto occulta dei clan, Cresime e Battesimi come viatici per affiliazioni criminose, processioni piegate a sfilate in onore dei boss. Monsignor Salvatore Nunnari, presidente della Conferenza episcopale calabrese, ha dichiarato che i preti presenti avrebbero dovuto lasciare la processione. «Mi dispiace che i preti non abbiamo avuto il coraggio di andare via, di scappare da quella processione». Per l’arcivescovo di Cosenza, «quando i carabinieri se ne sono andati, anche i sacerdoti dovevano abbandonare la processione. Avrebbero dato un segnale e di questi segnali la Chiesa ha bisogno». Nunnari invita i suoi preti a non avere paura: «Bisogna avere il coraggio di fermare le processioni, dal momento che può capitare che «sotto la vara ci sia il mafioso di turno che poi fa il capo». Se fosse lui vescovo di quella città non avrebbe dubbi: «Per un po’ di anni non farei processioni e credo che sarebbe cosa gradita alla Madonna».

Ecco, dopo l’abolizione di padrini e madrine proposti dal vescovo di Reggio Calabria, ora scatta il divieto di processioni: niente più Santi e Madonne portate a spalla per le vie del paese, cancellate le feste per i Patroni e stop anche a quella del Corpus Domini. Assembramenti sediziosi, da sciogliere per sospette infiltrazioni mafiose e commissariare in attesa di giudizio. Tutto giusto, per carità: con un’associazione come la mafia che uccide nemici e innocenti, organizza stragi e vive di malaffare e violenze, la Chiesa non può certo tacere o fingere di non vedere. A costo di rinunciare a qualche manifestazione di pubblica fede se utilizzate a scopi criminali. Scelte radicali e dolorose, ma a volte necessarie. Non esistono solo gli atei devoti, a volte pure i mafiosi lo sono: adorano in modo idolatrico le processioni, il culto di certe Sante, l'ostentazione di simboli e immagini sacre, esibite e custodite perfino nei loro covi. Le mafie, come afferma il procuratore Nicola Gratteri, «si nutrono di consenso popolare, per esistere, hanno bisogno della gente: sono presenti lì dove c’è da gestire denaro e potere, dove ci sono grandi folle, come nelle manifestazioni sportive ma soprattutto nelle e vicino alle processioni religiose».

Tuttavia, quell’invito ai sacerdoti ad avere “il coraggio di scappare” suona un tantino strano, ma soprattutto orfano del suo scopo. Forse i giornali hanno travisato le parole del vescovo Nunnari, ma quel “coraggio della fuga”, al di là di ogni buona intenzione suona ambiguo, quasi un calembour, al limite della comicità. E tutto il dibattito (più mediatico che dottrinale) sulla scomunica ai mafiosi, pare riportare la questione indietro di secoli. Nel suo ormai celebre discorso, Papa Francesco non ha mai detto quello che i media o qualche improvvisato esegeta gli ha fatto dire. Non che la scomunica sia scomparsa dai codici o che la Chiesa abbia scelto la strada del buonismo, ma il Papa ha detto qualcosa di più: ha ricordato che la sola denuncia non basta, che occorrono un abbraccio e un incontro con l’uomo, che c’è bisogno di annunciare il Vangelo come risposta al male. In altre parole, servono più evangelizzazione e lavoro educativo.

«Resta prioritario invece che la Chiesa prosegua nella sua opera pastorale educativa e preventiva, in un comune sforzo di nuova evangelizzazione che comporta attività pastorale, annuncio biblico, dottrinale ed esercizio di opere di misericordia». A riaffermarlo è l’arcivescovo Vincenzo Bertolone, postulatore della causa di beatificazione (voluta da Benedetto XVI) di don Pino Puglisi, il sacerdote assassinato da Cosa Nostra a Palermo 21 anni fa. «Quello delle processioni infiltrate dalle cosche, delle confraternite piegate ai voleri dei boss, della religiosità popolare strumentalizzata dalle cosche», avverte il vescovo, «è fenomeno antico e ricorrente, ma non per questo inevitabile e men che meno accettabile. In ogni angolo del mondo. La tradizione popolare è un tesoro da custodire e da valorizzare come una manifestazione della fede; eventuali incrostazioni, se non rimosse, rischierebbero di minarne l'autenticità. È, per molti, versi, una questione di mentalità. Ma la mentalità si cambia non vietando o denunciando, ma soprattutto seguendo seri percorsi formativi come unico antidoto alla "non cultura" rappresentata dall'ignoranza, dalla tracotanza, dal disprezzo, ingredienti tipici della ricetta mafiosa».

Questo è anche il nocciolo dell’insegnamento di don Puglisi, oggi più che mai utile per capire il da farsi. Il sacerdote non sopportava la retorica dell’antimafia, lo sdegno limitato «ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma se ci si ferma a questo livello sono soltanto parole». «Don Pino finisce nel mirino della mafia», ricorda il suo postulatore, «perché prete, per il suo ministero sacerdotale, e quindi alfiere di legalità e giustizia, ma anche e soprattutto convinto testimone della Parola di Dio e della forza del Vangelo. Proprio per questo fu inviso ai mafiosi, portatori di un ateismo materiale diventato esso stesso religione con al centro il dio del potere, opposto al Dio dei credenti».

In passato la Chiesa assecondò o tacque sulle idolatriche dei mafiosi e molti i parroci che non videro contraddizione tra l’appartenenza religiosa dei fedeli e il loro essere a servizio dei clan. Strappare i Santi alla mafia, compreso Gesù Cristo che nella devozione distorta dei criminali è assimilabile a un qualsiasi bandito messo ai ceppi dagli sbirri, fermare il killer che prega e spara, convertire il mafioso che bacia il crocifisso e strangola, sbugiardare davanti al popolo il boss che dal carcere di massima sicurezza innalza altarini alla Madonna, legge e annota la Bibbia, non è cosa che si fa in un giorno. E neppure il miracolo può avvenire vietando o sconfessando, per decreto e senza discernimento, uomini e tradizioni. Una Chiesa complice e silenziosa faticherà a cambiare solo sulla spinta di un’altra che denuncia e scomunica. In mezzo c’è un immenso spazio a disposizione per un’opera più grande e più viva, per una comunità cristiana capace di giudicare e scegliere, ma soprattutto, come insiste Francesco, di abbracciare e ridare speranza agli uomini. Mafiosi compresi.




La Nuova Bussola Quotidiana


martedì 8 luglio 2014

La dittatura dei diritti








di Giuliano Guzzo

La corrispondenza fra lecito e possibile, un tempo apertamente temuta, non è un problema. Non più. Problematici sono invece divenuti coloro i quali ancora si arrovellano su questo e proprio non si arrendono

all’evaporazione del buon senso fra le pieghe della tecnologia e dei desideri incoronati diritti. Il caso della fotografia della coppia gay canadese che abbraccia un bimbo appena nato e subito sottratto alla madre lo dimostra: avrebbe dovuto scandalizzare, pochi anni fa lo avrebbe certamente fatto, e invece ha sollevato critiche quasi solo nei confronti di quanti hanno osato chiamarsi fuori dalla gioia collettiva che “ha commosso il web”.

Che significa? Che oggi siamo improvvisamente progrediti mentre fino a ieri eravamo tutti bigotti, inconsapevoli burattini nelle mani dell’intolleranza? Fa comodo crederlo. Tremendamente comodo. Perché ci permette d’imitare Pilato nel ruolo di chi intuisce la verità ma poi, per quieto vivere, preferisce affidarla al responso della maggioranza. Del resto, se giustifichiamo tutto non abbiamo più nulla da capire; se diamo spazio ai soli diritti dimenticando i doveri – primo fra tutti quello, spesso faticoso, di pensare – abbiamo più tempo per noi e meno rischi di dissenso. Vivi e lascia vivere, sussurra ai nostri orecchi l’Individualismo. E spesso, purtroppo, gli diamo retta.

Capita così che dinnanzi all’immagine di un bimbo strappato alla madre-incubatrice dei desideri di una coppia che a quel piccolino negherà il diritto di sapere che si prova ad averla, una mamma, dinnanzi a quello capita che vada tutto bene. Perché quella coppia ora è felice. Perché la donna che in foto sembra sofferente in realtà è felice pure lei, felice per aver dato a due uomini un “dono” che madre natura, nella sua eterna saggezza, da sempre nega e sempre negherà. Nessuno pare avere dunque titolo di contestare il plateale rovesciamento della realtà e di sperare che no, che sia tutto solo uno scherzo durato troppo a lungo.

D’accordo, ma a quel figlio? A lui chi pensa? La legge variopinta del “love is love” sistemerà tutto, assicurano dalla regia del Grande Fratello in cui siamo capitati. Ma in realtà sappiamo che non è così. In realtà – senza con questo giudicare i sentimenti di qualcuno, etero o meno che sia, o propiziare nuovi roghi – è chiaro a chiunque che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma: lo sappiamo, lo sanno. La stessa idea di stordirci col tema dei diritti, a ben vedere, risponde all’esigenza di distoglierci da un’evidenza altrimenti schiacciante. La forza del Pensiero Unico, dopotutto, è questa: far credere automaticamente giusto ciò che si desidera, anziché far desiderare ciò che è giusto.

La Dittatura dei Diritti prospera quindi grazie ad un’illusione ottica, ossia l’ipotesi assurda per cui, siccome non se ne parla praticamente più e l’argomento è spinoso, la Giustizia ha cessato di esistere al di là dell’edizione tascabile che ciascuno si porta con sé, finalmente libero da comandamenti e sensi di colpa. Peccato però che una Giustizia, un’innata e insopprimibile tensione a quel bene che pure ora ci rifiutiamo di chiamare così, esista e sotterraneamente si agiti. In ognuno di noi. Ed ora ci sta fissando con gli occhi innocenti dei bambini a cui neghiamo il diritto di crescere con un padre ed una madre, per vedere fino a che punto riusciremo a mentire.

giulianoguzzo.com
Libertà e Persona


lunedì 7 luglio 2014

Vescovi e famiglia, le (non) ragioni del silenzio








di Stefano Fontana e Riccardo Cascioli

Caro Direttore,

molti fedeli, e forse anche molte persone che non si riconoscono nella Chiesa cattolica, in questo periodo si stanno facendo una domanda che anch’io vorrei fare. Nel 2007 giravano in Parlamento proposte di legge sul riconoscimento delle convivenze o, come si diceva allora, delle coppie di fatto. Ci fu un notevole confronto nel Paese che ebbe un momento significativo al Family Day, quando un milione di persone scesero in piazza per rifiutare il riconoscimento delle convivenze e per difendere la famiglia naturale.

In quel contesto i Vescovi italiani pubblicarono una “Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto”. Si trattò di un documento breve, chiaro, equilibrato nel quale i Vescovi rifiutavano il riconoscimento delle coppie di fatto in quanto non vi riscontravano gli elementi di un impegno pubblico aperto alla vita e all’educazione dei figli, temevano che si potessero aprire alle coppie omosessuali contrastando il principio della diversità sessuale e alla complementarietà antropologica, sostenevano che eventuali diritti reclamati potevano essere soddisfatti nell’ambito del diritto individuale e precisavano che questa loro posizione niente aveva a che fare con il rispetto dovuto a tutte le persone.

Il documento precisò la posizione del magistero, chiarì le menti a molte persone che, nella confusione dei problemi, ama rifarsi alle indicazioni dei pastori, rinforzò la convinzione delle persone impegnate sostenendole nella testimonianza personale e collettiva, ribadì il significato pubblico della fede cattolica in armonia con la ragione naturale e tenne fermo il principio della natura come fonte di normatività etica per la società. Insomma i Vescovi fecero, e bene, il loro dovere.

Anche oggi si procede verso l’approvazione di una legge sulle Unioni Civili. Il governo ha pronto un disegno di legge e il presidente Renzi non ha fatto mistero di desiderarne l’approvazione per il prossimo settembre. Questa legge, come ha ben chiarito a più riprese Alfredo Mantovano sulla Nuova Bussola Quotidiana, è assolutamente peggiore di quella proposta nel 2007. Ammette infatti una completa equiparazione con la famiglia tradizionale ed apre anche la porta all’adozione, nel caso che uno dei due partner abbia già un figlio.

Oltre al testo della legge anche il contesto è decisamente peggiorato. Tutte le forze politiche, o quasi, hanno deciso di appoggiarla. L’offensiva gender ed omosessualista si è fatta massiccia e pervasiva e penetra nelle scuole. Il divorzio breve è ormai cosa fatta. La fecondazione eterologa, ove non disciplinata, offrirà la possibilità tecnica e giuridica alla fabbricazione dei figli delle coppie omosessuali, c’è un’offensiva mondiale che vuole imporre questa nuova ideologia ed ormai anche l’utero in affitto, le famiglie con tre genitori, la poligamia sono tristi realtà.

Davanti a questo quadro molti si chiedono perché non ci sia finora stato un pronunciamento come nel 2007 e lo auspicano. Il Cardinale Bagnasco ha toccato più volte il tema nelle sue prolusioni alla CEI, con toni forti e chiari. Anche singoli Vescovi si sono espressi, ma l’attenzione che viene dedicata ad altri temi, senz’altro importanti ma non paragonabili a questo progetto di riplasmare la natura umana e le basi della società stessa, è senz’altro maggiore. I molti silenzi o i tanti distinguo contrastano con la gravità del momento. Davanti al caso di un bambino prodotto in vitro con l’acquisto di gameti di donatori anonimi e prezzolati, e quindi orfano fin dalla nascita, fatto partorire ad una donna che ha prestato l’utero a seguito di un contratto e poi da lei strappato e consegnato ad una coppia di omosessuali … viene da rabbrividire.

Davanti a queste immani sfide, molti cattolici italiani sentono il bisogno, come nel 2007, di una parola chiara ed unitaria da parte dei Pastori, anche perché si nota un sostanziale silenzio da parte del corpo ecclesiale nel suo complesso. Non c’è una mobilitazione diffusa e consapevole. Le diocesi, i settimanali cattolici, le aggregazioni laicali, i centri accademici sembrano in altro affaccendati. Tanto è vero che l’unica opposizione in corso è nata spontaneamente ed autonomamente dalla base e non ha molti collegamenti con le strutture ecclesiali ufficiali.

Mi sono chiesto i motivi di questa situazione totalmente diversa da quella del 2007. E li chiedo anche a lei. Da parte mia sottolineo solo un aspetto. Nonostante il magistero di Benedetto XVI e la linea tenuta dal Cardinale Bagnasco, in questi sette anni si è diffusa nella Chiesa italiana la posizione di chi pensa che in tutta questa materia la Chiesa dovrebbe rivedere le proprie posizioni dottrinali. Nelle diocesi vengono prodotti documenti e nei seminari vengono impartiti insegnamenti che i Vescovi locali non sempre censurano né sanzionano. Molti teologi moralisti non hanno nessun timore a sostenere che la convivenza di una coppia omosessuale sia utile al bene comune. In altre parole, in questi sette anni, la posizione di chi pensa che esista ancora una legge di natura frutto del Creatore che la Chiesa deve custodire e difendere ad ogni costo si è molto indebolita, mentre è avanzata di gran lunga la posizione contraria, secondo la quale una nuova prassi pastorale misericordiosa deve liberarsi dalle imposizioni di una teologia morale ancora legata al concetto di natura che creerebbe solo steccati. Insomma, è la linea rahneriana che sta avendo la meglio.

Stefano Fontana



Caro Fontana,

condivido pienamente la sua domanda – che andrebbe peraltro girata alla Cei - e anche la sua notazione che è già una risposta. Alcuni giorni fa notavo appunto come il magistero parallelo cresciuto nel dopo Concilio venga oggi chiaramente allo scoperto reclamando l’adeguamento della Chiesa al mondo. È proprio il “conformarsi a questo secolo” che invece San Paolo scongiurava di evitare invitando a rinnovare “la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (cfr Rm 12,2).

In particolare si può dire che anche in tanti pastori purtroppo si è persa la consapevolezza che il valore del matrimonio e della famiglia e il valore della vita sono parte di quella verità sull’uomo che ci è stata rivelata da Dio. Sono cioè parte della natura dell’uomo, non una particolare concezione confessionale. Il santo Giovanni Paolo II lo aveva chiarissimo: «Alla base di tutto l'ordine sociale si trova quindi questo principio di unità e d'indissolubilità del matrimonio, principio su cui si fonda l'istituzione della famiglia e tutta la vita familiare», disse al Congresso mondiale delle Famiglie in Rio de Janeiro nel 1997. Sempre in quell’occasione l’allora Pontefice delineò chiaramente lo scenario attuale: «Oggi sembra che i nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l'Autore del creato, preferiscano colpirLo nelle sue opere. L'uomo è il culmine, il vertice delle sue opere visibili. (…) Tra le verità oscurate nel cuore dell'uomo, a causa della crescente secolarizzazione e dell'edonismo imperante, sono particolarmente colpite tutte quelle che riguardano la famiglia. Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell'uomo».

Sono passati diciassette anni e oggi questo quadro apocalittico dovrebbe apparire più chiaro a tutti – come gli esempi da lei descritti dimostrano -; curiosamente invece sembra che si sia smarrito, anche in chi dovrebbe guidare, il senso di ciò che accade. È così possibile che di fronte a questa ondata omosessualista, anche nella Chiesa si facciano proprie idee e teorie finalizzate a distruggere la famiglia, che si mostri sostanziale indifferenza davanti a proposte di legge devastanti e addirittura fastidio se qualcuno osa ricordare che la famiglia non è un valore tra i tanti. Allo stesso modo è così che diventa possibile concepire di barattare le nozze gay con qualche facilitazione fiscale alla famiglia (peraltro, se poi tutto diventa famiglia che senso ha?) o con qualche concessione alle scuole paritarie.

Temo peraltro che a offrire un ulteriore contributo alla “timidezza” possa essere anche la paura di un attacco laicista all’istituto dell’8 per Mille, che garantisce alla Chiesa italiana un gettito importante per la sua missione. Insomma un ricatto del tipo «Su certi argomenti Chiesa stai zitta sennò ti togliamo l’ossigeno». Se così fosse – oltre che una posizione immorale - sarebbe però un calcolo drammaticamente sbagliato, perché chi sta distruggendo la società, al momento opportuno si papperà anche i beni della Chiesa (peraltro, visto il numero crescente di diocesi italiane in bancarotta o quasi si direbbe che ci stiano pensando i pastori da soli ad autoliquidarsi).

Ad ogni modo questa è la situazione di cui prendere atto: e mentre è giusto richiamare i pastori alle loro responsabilità, tocca a chi mantiene la consapevolezza della posta in gioco – così come descritta dal santo Giovanni Paolo II – testimoniare nella società la bellezza e l’unicità della famiglia naturale, così come dell’amore per ogni vita, e tradurle anche in azioni politicamente efficaci. Che segni del genere stiano emergendo è un grande segno di speranza, e non è detto che in poco tempo non si possa arrivare a un grande gesto nazionale. Da parte nostra, con l’aiuto di Dio e dei lettori che la sostengono, la Nuova Bussola Quotidiana sarà sempre in prima linea a difendere e promuovere vita, famiglia e libertà di educazione, tre princìpi fondanti di ogni società che vanno necessariamente insieme.

Riccardo Cascioli





La nuova Bussola Quotidiana. 7 luglio 2014



La Croce e il Crocifisso. Un laico lo difende. I pastori: chi lo nasconde, chi lo tradisce, chi lo snatura.




Nei giorni scorsi abbiamo registrato il paradosso di un sindaco che difende il Crocifisso e del suo vescovo che lo contesta [qui]. Stralcio alcuni brani dell'articolo:

" ...I nemici della Fede, almeno quelli che hanno l’onestà di dichiararsi tali – quasi quasi arriverò a considerare persone serie quelli della “Uaar” – non devono nemmeno far più la fatica di sparare contro quei pochi che ancora sono dotati di attributi e che ricordano e difendono la Tradizione. Non devono fare questa fatica perché sanno che nella nuova chiesa, che più che postconciliare mi viene da chiamare post-Basaglia, ci sarà sempre qualche prelato, qualche zelante religioso o quale affermato giornalista “cattolico” che si scandalizzerà tremendamente vedendo (forse) lesi i diritti degli islamici – che dove possono agire liberamente fanno allegramente a pezzi tanti cristiani – o che tremerà se il sacro “dialogo” rischi di venire interrotto da qualche intemperante bigotto che voglia ricordare le nostre radici cristiane, che voglia addirittura esibirne con orgoglio i simboli, e tra questi il più prezioso, il Crocifisso". 

[...] come si fa ad essere dialoganti e concilianti in questa folle atmosfera di autolesionismo, tra cattolici (o presunti tali) che sembrano avviati festosamente verso la Religione Unica Mondiale, in questo clima di follia in cui un Enzo Bianchi (per dirne uno tra i tanti squinternati) viene spacciato per profeta, ma i Francescani dell’Immacolata vengono tritati in una incomprensibile (o fin troppo comprensibile…) persecuzione? 

[...] Cosa dite? Che di recente pare, sottolineo pare, che in “alto loco” ci sia stato chi in un “incontro interreligioso” si è preoccupato di nascondere il Crocifisso sotto qualche piega della veste, per non dare fastidio a nessuno? Sì, ne ho sentito parlare anch’io, ma non ricordo di preciso chi abbia fatto un gesto così inaccettabile…
Mi viene in mente un giovanissimo martire della Fede: Rolando Rivi. Gli sarebbe bastato togliere la veste per aver salva la vita. Magari avrebbe potuto anche “aprire un dialogo” con i suoi persecutori. No, lui preferì morire. Per testimoniare Cristo.
Sono davvero cambiati i tempi, o meglio, sono cambiati gli uomini. Vergognosamente in peggio. Mentre mi accingevo a meditare, condividendo, su questo inverecondo squilibrio indice di profonda crisi, mi arriva il seguente messaggio di un lettore, su cui ci soffermiamo in una lettura parallela.


Chiesa parrocchiale della Trasfigurazione - Breganzona (quartiere di Lugano) - Svizzera. Stamattina scopro questo enorme tabellone, ma probabilmente era già lì da qualche tempo. A fianco della suadente dicitura LA FEDE CHE UNISCE, si nota un simbolo blasfemo, che accomuna in ordine orario
ebraismo
yin yang
cristianesimo
islam
A questo punto si può affermare con un gioco di parole che la chiesa della Trasfigurazione è diventata la sfigurazione della Chiesa (anche se lo è sempre stata a causa della sua assurda architettura ed il suo arredo liturgico orripilante). L'unica religione mondiale si sta facendo strada a passi di gigante! Questo famigerato tabellone non è certo made in Switzerland. Deve essere un prodotto di importazione. Voi ne avete visti di simili dalle vostre parti?

Al termine di pagina 5 del bollettino parrocchiale di quest'anno [qui], dopo un lunghissimo suadente discorso, il parroco propone il medesimo logo che ieri ho fotografato sulla chiesa. A pagina 14 del bollettino parrocchiale n°3 del 2013 ho trovato cosa era stato organizzato: si trattava di un programma pastorale non della sola parrocchia, ma della zona pastorale, che raggruppa alcune parrocchie vicine tra loro.
Un caro saluto. Sia lodato Gesù Cristo!

Cliccare -qui- per ingrandire

Dunque c'è anche chi non toglie il crocifisso, ma snatura il simbolo della Croce e gli affianca altri simboli religiosi. Non avrebbe potuto affiancare infatti mettendoli sullo stesso piano, simboli così diversi, se non avesse già perduto il contato profondo e autentico con la realtà sacra e Unica significata dalla Croce di Cristo che - se è vero che è un simbolo universale ricorrente nei tempi e nelle culture - in Cristo è diventata l'Albero della Salvezza. E non può essere accostata e confusa con la simbologia precedente o successiva, che è interessante conoscere come dato culturale ma usata come vediamo nell'immagine a lato non fa altro che sviare dal cuore della nostra Fede. Tra l'altro, la Croce senza il Crocifisso non ha senso.

Nel frattempo il nuovissimo califfo sta annunciando al mondo che entro 5 anni conquisterà Roma [qui], quella Caput Mundi, dove recentemente a fianco del papa in Vaticano, il giorno di Pentecoste [ne abbiamo parlato qui], un musulmano ha pregato il suo dio per la vittoria sugli infedeli (che saremmo noi)! Ma nessuno sembra essersi preoccupato e neppure offeso. Dal sito del Vaticano si sono limitati a togliere i testi riferiti all'evento già pubblicati, senza commenti. E gli atei e i tiepidi cattolici continuano le loro battaglie per il multiculturalismo, attenti al senosioffendono (gli altri)! Ed è ciò che succede ogni giorno nella scuola, non solo quando si insegna religione, ma anche la storia. Ma il peggio è che succede anche nella Chiesa, a partire dai vertici, nelle parrocchie e in quanti ormai rischiano di diventare "diversamente credenti".










Chiesa e Postconcilio



domenica 6 luglio 2014

La poesia di Dio per uomini e donne (che presto saranno "aboliti" dalla dittatura del relativismo






Antonio Socci

La cancellazione di “madre” e “padre” con “Genitore 1” e “Genitore 2”, avvenuta in diverse scuole, appare come un piccolo caso provinciale a confronto dell’operazione che, su vasta scala, ha lanciato Facebook per annacquare “maschi” e “femmine” nell’indistinto mare dell’ideologia Gender.

Per la quale essere uomo o donna è un’opinione fra tante altre, non un dato di natura. Questo impone il nuovo dogma dell’epoca obamiana.

Perciò sul famoso social network ora si potrà “definire la propria identità di genere in ben 58 modi diversi”, come annuncia esultante “Repubblica”: negli spazi dove fino a ieri stavano scritti solo “maschio” e “femmina” adesso si potrà fare anche una scelta “personalizzata”.

Infatti “sotto la stretta supervisione dell’Arcigay” si offrono decine di possibilità: intersessuale, agender, bigender, fluido, neutro, trans e pure femminiello. C’è perfino la distinzione tra “femmina trans” e “trans femmina”.



VIVA LA REALTA’



Per la verità, a noi, affezionati alla razionalità, alla natura e alla realtà, pare che – in barba a Obama – continuino a nascere solo uomini e donne. Insieme al buon senso e alle ostetriche, lo dicono la scienza, la fisiologia e la biologia.

Non a caso la regola dice che nel Dna sta scritto che si è maschi oppure femmine. E anche se uno si sottopone a un’operazione chirurgica privandosi dei suoi organi genitali il Dna continua a dare il responso originario.

Il Dna dunque parla come la Sacra Scrittura, perché la natura è il linguaggio di Dio: si nasce maschi o femmine. Non è un’opzione culturale, che uno può decidere arbitrariamente, ma un dato di natura.

Il linguaggio simbolico della Bibbia poi rivela anche qualcosa di più profondo: ci spiega infatti che Dio fece la donna dalla costola di Adamo dormiente. Cosa vorrà dire quest’immagine simbolica?

Sono fiorite in proposito molte risposte scherzose. Secondo certi buontemponi Dio creò Adamo prima di Eva perché non voleva essere assillato dai consigli mentre faceva l’uomo.

Le donne da parte loro hanno ribattuto che Dio prima fece una brutta copia, per prova, poi – considerati gli errori fatti – fece la “bella copia”.

C’è pure una barzelletta secondo cui Adamo sarebbe andato da Dio per chiedergli: “Signore, perché hai fatto la donna così bella?”. E Dio: “affinché tu la amassi”. Replica dell’uomo: “E perché l’hai fatta così stupida?”. Risposta dell’Onnipotente: “affinché lei ami te”.

Tuttavia, scherzi a parte, dovrebbe far riflettere noi maschi il fatto che – nella simbologia biblica – Adamo fu tratto dalla terra, dal fango, mentre Eva fu tratta dalla parte dell’uomo più vicina al cuore.

C’è qualcosa di più nobile ed elevato nelle donne che ha a che fare con una più grande capacità di amare. E c’è una bellezza speciale.

Olivier Clément, teologo francese e grande convertito, diceva che la donna nasce non nel sonno, ma nell’estasi dell’uomo. Lo conferma il memorabile grido di entusiasmo e felicità di Adamo la prima volta che vide Eva (è riportato nella Bibbia, Gen. 2, 23).

Nella Bibbia c’è anche quella formidabile differenza di reazione quando i due vengono scoperti, dopo l’atto di disobbedienza.

Adamo – antesignano di generazioni e generazioni di maschietti –a Dio, che gli chiedeva cosa aveva combinato, rispose dando la colpa alla donna e a Dio stesso: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.

Perché errare è umano, ma dare la colpa agli altri ancora di più. Eva invece rispose dicendo la verità e riconoscendo l’origine del male: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Da migliaia di anni la storia dell’umanità è racchiusa in questo rapporto fra maschi e femmine, rapporto fatto di somiglianza e diversità, di complementarità, curiosità, passione, carnalità, fascino, amore, scontri e incontri.

Tutte le civiltà sono nate da qui. Cosa c’è di più evidente della nostra natura maschile e femminile? Del resto tutti, ma proprio tutti, siamo nati da questo primordiale slancio unitivo di un uomo verso una donna e di una donna verso un uomo: “e i due saranno una sola carne”.

Non c’è un solo essere umano – anche fra i più fanatici sostenitori dell’ideologia gender – che non sia nato da un uomo e una donna.

I fatti sono testardi. E la Natura è ineliminabile. Per quanto le ideologie pretendano di forzarla, cercando di raddrizzarne il legno storto (e provocando catastrofi), essa resta sovrana.

Del resto la scienza (dalla fisiologia, alla psicologia, dalla biologia alla neurologia) ci dice che l’essere maschi e femmine non implica solo una diversità degli apparati genitali. E’ tutto il corpo che è diverso ed è diverso il funzionamento del cervello, come è diversa la psiche.



ECOLOGIA DELL’UOMO



L’ideologia Gender pretende invece di affermare che la Natura non esiste e che il genere è semplicemente un fatto culturale, una scelta.

Altro che l’estinzione della foca monaca e del lupo d’appennino. La dittatoriale ideologia gender pretende di abolire la natura umana “tout court”.

Se riuscisse a prevalere (privandoci perfino del diritto di dissentire) si potrebbe considerare secondo me il più colossale disastro ecologico di tutti i tempi. L’umanità infatti è la parte più importante della natura.

E’ angosciante veder devastare un paesaggio, disseccare un fiume, inquinare il mare. E’ tragico veder abbattere le Dolomiti o abolire il chiaro di luna.

Ma abolire la natura maschile e femminile dell’uomo, degradando il genere a opinione culturale è invece una conquista? Tutti parlano di salvaguardia del creato. Ma l’uomo?

Quell’ecologia umana che aveva auspicato il grande Benedetto XVI chi la difende?

Molti dei “progressisti” che vogliono la natura incontaminata nei fiumi, sui monti e nel mare, poi negano perfino che esista una natura per l’uomo. Molti di coloro che vedono come fumo negli occhi i pomodori geneticamente modificati, poi magari sono a favore della sperimentazione sugli embrioni umani.

Molti che si riempiono la bocca di terzomondismo, poi non hanno nulla da dire se una povera donna del Terzo Mondo, per fame e miseria, accetta in cambio di poche monete di essere usata come utero, come contenitore di ovuli, da ricche coppie d’occidente (etero o omo) che poi si prendono il figlio che lei ha appena partorito.

E’ questo il mondo dove vogliamo vivere? Per me è un mondo spaventoso.



LA POESIA DI DIO



Invece come appare grandioso e liberante ciò che la Sacra Scrittura ci rivela di noi. Essa dice che “Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò. E Dio li benedisse e disse loro: ‘Crescete e moltiplicatevi e soggiogate la terra’ ”.

Una dignità altissima (a immagine di Dio). La signoria sul creato. Maschi e femmine al tempo stesso uguali come valore (uguaglianza proclamata tremila anni fa), ma diversi. Due modi diversi e complementari di realizzare l’umanità.

E Adamo dice di Eva: “è carne della mia carne”. Giovanni Paolo II osservava: “alla luce di questo testo comprendiamo che la conoscenza dell’uomo passa attraverso la mascolinità e la femminilità, che sono come due incarnazioni della stessa metafisica solitudine, di fronte a Dio e al mondo, come due modi di ‘essere corpo’ ed insieme uomo che si completano reciprocamente”.

Aggiungeva: “proprio la funzione del sesso, che è, in un certo senso, ‘costitutivo della persona’ (non soltanto ‘attributo della persona’), dimostra quanto profondamente l’uomo con tutta la sua solitudine spirituale, con la sua unicità e irripetibilità propria della persona sia costituito dal corpo come ‘lui’ o ‘lei’. La presenza dell’elemento femminile accanto a quello maschile ed insieme con esso ha il significato di un arricchimento per l’uomo in tutta la prospettiva della sua storia, ivi compresa la storia della salvezza”.

In questo, nell’essere fatti – anche fisicamente – per unirci e dare la vita a un altro essere c’è la traccia di Dio che è Trinità, cioè comunione di persone. La radice del nostro essere è amore. Non ideologia.



Da “Libero”, 6 luglio 2014